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Diario


16 gennaio 2010

COME FU CHE IL MONDO ARABO DIVENNE IL MONDO ARABO

e che qualcuno ebbe modo di inventare la leggenda di una Palestina da sempre araba, musulmana e, soprattutto “palestinese”.

L'espansione terrestre


Verso il 633 le armate arabe, composte da tribù nomadi origi­narie dello Yemen, del Hijaz e di altre regioni dell'Arabia, inva­sero la Babilonia e la Siria. La conquista, scaglionata lungo circa un decennio, comportò alcuni decisivi scontri armati, ma soprat­tutto una serie di razzie e saccheggi a danno dei villaggi e delle campagne. La vittoria finale fu facilitata dall'intervento a fianco dei conquistatori delle tribù arabe che da circa due secoli si erano infiltrate, e talora stabilmente insediate, presso i confini mesopotamici e siro-palestinesi dell'Arabia. Queste tribù, alcune delle quali si erano convertite al cristianesimo, optando o per il nestorianesimo o per il monofisismo a seconda che fossero stanziate in territorio persiano o bizantino, in qualità di vassalle di questi Im­peri si assumevano il compito di difenderne le frontiere e di pro­teggerne le città e i villaggi dai saccheggi dei beduini, che condu­cevano un'esistenza nomadica nei deserti limitrofi.
Recentemente, l'analisi di questa migrazione delle tribù arabe e del loro insediamento nei territori persiano e bizantino ha in­dotto alcuni storici a sostituire la teoria di una conquista islamica fulminea con quella di un processo graduale spalmato su due se­coli: la costante penetrazione del mondo arabo nomade nei paesi caratterizzati da una civiltà stanziale. La disgregazione degli Im­peri persiano e bizantino e il crollo delle loro strutture difensive permisero alle tribù nomadi, unificate dall'islam, di invaderne le campagne e di reclutare per i loro raid, tra gli arabi insediati ai margini della Mesopotamia e della Siria, preziosi aiutanti che ben conoscevano la topografia di quelle regioni.
Alla morte del Profeta, il califfo Abu Bakr organizzò l'invasio­ne della Siria, un progetto che era già stato elaborato da Mao­metto. Radunò le tribù nomadi del Hijaz, del Najd e dello Yemen, e raccomandò ad Abu 'Ubayda, responsabile delle operazioni nel Golan (Palestina), di razziare le campagne ma di astenersi dall'assalire le città, non disponendo di adeguati armamenti.
Così, nella spedizione del 634 l'intera regione di Gaza sino a Ce­sarea fu saccheggiata e devastata. Quattromila contadini - cristiani, ebrei e samaritani -, che avevano difeso le loro terre, furono massacrati. I villaggi del Negev furono depredati da 'Amr ibn al-'As, mentre gli arabi si riversavano nelle campagne, tagliavano le co­municazioni e rendevano pericolosi gli spostamenti. Le città, tra cui Gerusalemme, Gaza, Giaffa, Cesarea, Nablus e Beit She'an, rimaste isolate, chiusero le loro porte. Nella sua omelia natalizia del 634 il patriarca di Gerusalemme Sofronio deplorava l'impossibilità di re­carsi a Betlemme come di consueto poiché i cristiani erano tratte­nuti con la forza a Gerusalemme, «trattenuti non da legami fisici, ma incatenati e paralizzati dal terrore dei saraceni», la cui «spada fe­roce, barbara e grondante sangue» li teneva prigionieri in città.
In Siria i ghassanidi, tribù araba monofisita, si schierarono con i musulmani. Sofronio, nell'omelia pronunciata in occasione dell'E­pifania del 636, si lamentava delle chiese e dei monasteri distrutti, delle città saccheggiate, dei villaggi dati alle fiamme dai nomadi che percorrevano in lungo e in largo il paese, e in una lettera del 636 a Sergio, patriarca di Costantinopoli, menzionava le devastazioni compiute dagli arabi. Nel 639 morirono migliaia di persone, vittime della carestia e della peste conseguenti alle distruzioni. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.48-51)

[…] Le fonti, in particolare quelle siriache e armene, ma anche quelle arabe, ci forniscono preziose informazioni sul processo di degrado delle regioni rurali dell'Impero arabo. Ne emerge che il calo demogra­fico dei popoli dhimmi, il regresso dell'agricoltura, l'abbandono delle campagne e dei villaggi e la progressiva desertificazione di province che, nel periodo preislamico, erano densamente popola­te e fertili, sono tutti fenomeni legati all'immigrazione delle tribù nomadi arabe, berbere (Spagna) e, più tardi, turkmene.
L'avanzata dei nomadi generò insicurezza, spopolamento e ca­restie. Nel 750, nella parte nord-occidentale della Spagna, le razzie dei berberi, l'incendio delle colture e la riduzione in schiavitù de­gli abitanti causarono una carestia tale che i conquistatori dovet­tero tornare nel Maghreb. Nello stesso periodo Palestina e Siria, soggette a una forte colonizzazione araba essendo Damasco sede del califfato omayyade, erano impoverite dalle epidemie conse­guenti alle carestie. Già intorno al 700 i villaggi un tempo fiorenti del Negev erano scomparsi, e alla fine dell'VIII secolo la popola­zione aveva abbandonato la maggior parte delle regioni comprese tra il Sud di Gaza e Hebron per rifugiarsi a Nord, lasciando die­tro di sé chiese e sinagoghe distrutte. Le stesse piaghe - brigan­taggio, guerre tribali, epidemie e carestie - afflissero la Mesopotamia sotto l'ultimo califfo omayyade Marwan II (744-750).

Ecco la spada degli arabi <rivolta> contro di loro; ecco una furia predatoria tale che è impossibile uscire senza essere saccheggiati e spogliati dei propri beni; ecco la carestia che infuria all'interno e al­l'esterno. Se qualcuno entra in casa, vi incontra la fame e la peste; se esce fuori, gli corrono incontro la spada e la prigionia. Ovunque non vi sono che crudele oppressione, dolore straziante, sofferenza e turbamento. (Ivi, p. 140)

Ecco, un po’ di Storia (rigorosamente documentata: andate a leggere il libro e troverete tutte le fonti) che dovrebbe aiutare a sfatare un po’ di leggende: non per i soliti noti imbottiti di propaganda filo terrorista della lobby del petrolio, ma per qualche disinformato in buona fede, se ancora ne esistono, potrà essere di qualche utilità. E anche lui proprio oggi tratta lo stesso tema, quindi correte a leggerlo.

barbara


30 dicembre 2009

IL DECLINO DELLA CRISTIANITÀ SOTTO L’ISLAM

Origine del «jihad»

L'islam, religione rivelata in lingua araba da un profeta arabo, nacque in Arabia nel VII secolo e si sviluppò in seno a una popo­lazione le cui tradizioni e usanze erano influenzate da un parti­colare ambiente geografico. Per questo, pur mutuando dalle reli­gioni bibliche il nucleo essenziale del loro insegnamento etico, es­so incorporò elementi culturali locali, propri dei costumi delle tribù nomadi o parzialmente sedentarie che popolavano il Hijaz. Queste tribù, che costituivano il nucleo militante della comunità islamica, attraverso la guerra le assicurarono il costante sviluppo delle sue risorse e dei suoi adepti. Fu così che nel giro di un seco­lo gli arabi islamizzati, originari delle regioni più aride del pia­neta, ne conquistarono gli imperi più potenti, e al tempo stesso assoggettarono i popoli che avevano dato vita alle civiltà più pre­stigiose.
Il jihad (la guerra santa contro i non musulmani) nasceva dal­l'incontro tra le consuetudini del grande nomadismo guerriero e le condizioni di vita di Maometto a Yathrib (più tardi Medina), dov'era emigrato nel 622 sfuggendo alle persecuzioni degli ido­latri a La Mecca. Priva di mezzi di sostentamento, la piccola co­munità musulmana in esilio viveva a carico dei neoconvertiti di Medina, gli ansar ovvero gli ausiliari. Ma poiché tale situazione non poteva protrarsi, il Profeta organizzò alcune spedizioni volte a intercettare le carovane che commerciavano con La Mecca. In­terprete della volontà di Allah, Maometto riuniva in sé i poteri politici del capo militare, la leadership religiosa e le funzioni di un giudice: «Chiunque obbedisce al Messaggero, obbedisce a Dio» (Corano IV,80).
Fu così che una serie di rivelazioni divine, elaborate ad hoc per tali spedizioni, vennero a legittimare i diritti dei musulmani sui beni e la vita dei loro nemici pagani, e furono creati versetti coranici finalizzati a santificare di volta in volta il condiziona­mento psicologico dei combattenti, la logistica e le modalità del­le battaglie, la spartizione del bottino e la sorte dei vinti. [enfasi mia, ndb] A poco a poco fu definita la natura delle relazioni da adottare nei con­fronti dei non musulmani nel corso delle imboscate, delle batta­glie, degli stratagemmi e delle tregue, ossia dell'intera gamma di strategie in cui si articolava la guerra santa necessaria ad assicu­rare l'espansione dell'islam.
La vita di Maometto è già stata oggetto di molteplici studi e non è il caso di ritornare su di essa. Basti notare che la politica adottata dal profeta arabo nei confronti degli ebrei di Medina, nonché degli ebrei e dei cristiani delle oasi del Hijaz, determinò quella dei suoi successori nei confronti degli abitanti indigeni ebrei e cristiani dei paesi conquistati. Gli ebrei di Medina furono o depredati e cacciati dalla città (sorte toccata ai banu qaynuqa' e ai banu nadir, 624-625), o massacrati, a eccezione dei convertiti al­l'islam, delle donne e dei bambini, che furono ridotti in schiavitù (come accadde ai banu qurayza, 627). E poiché tutte queste decisioni furono giustificate mediante rivelazioni di Allah contenute nel Corano, esse assunsero valore normativo e divennero una componente obbligata della strategia del jihad. I beni degli ebrei di Medina andarono a costituire un bottino che fu spartito tra i combattenti musulmani, in base al criterio per cui un quinto di ogni preda era riservato al Profeta. Tuttavia, nel caso dei banu nadir Maometto conservò la totalità del bottino poiché questo, es­sendo stato confiscato senza colpo ferire, secondo alcuni versetti coranici (LIX,6-8) spettava integralmente al Profeta, incaricato di gestirlo a beneficio della comunità islamica, la umma. Fu questa l'origine del fay', ossia del principio ideologico, gravido di conse­guenze per il futuro, in base al quale il patrimonio collettivo del­la umma era costituito dai beni sottratti ai non musulmani.
Fu nel trattato concluso tra Maometto e gli ebrei che coltiva­vano l'oasi di Khaybar che i giureconsulti musulmani delle epo­che successive individuarono l'origine dello statuto dei popoli tributari, tra i quali il presente studio prende in esame gli ebrei e i cristiani - designati collettivamente come Gente del Libro (la Bibbia) - e gli zoroastriani persiani.
Secondo questo trattato, Maometto aveva confermato agli ebrei di Khaybar il possesso delle loro terre, la cui proprietà passa­va invece ai musulmani a titolo di bottino (fay'). Gli ebrei conser­vavano la loro religione e i loro beni in cambio della consegna di metà dei loro raccolti ai musulmani. Tuttavia tale statuto non era definitivo, in quanto Maometto si riservava il diritto di abrogarlo quando lo avesse ritenuto opportuno.
La umma continuò a ingrandirsi e ad arricchirsi grazie alle spe­dizioni contro le carovane e le oasi - abitate da ebrei, cristiani o pagani - dell'Arabia e delle regioni di confine siro-palestinesi (629-632). Tali agglomerati, situati a nord di Ayla (Eilat), nel Wadi Rum e nei pressi di Mu'tah, erano circondati da tribù arabe no­madi. Quando esse si schierarono con Maometto gli stanziali, ter­rorizzati dalle razzie, preferirono trattare con il profeta e concordare il pagamento di un tributo. Attingendo a fonti contempo­ranee, Michele il Siro rievoca quegli eventi:

[Maometto] cominciò a radunare delle truppe e a salire a tendere delle imboscate nelle regioni della Palestina, al fine di persuadere [gli arabi] a credere in lui e a unirsi a lui portando loro del bottino. E poiché egli, partendo [da Medina], si era recato più volte [in Pa­lestina] senza subire danni, anzi, l'aveva saccheggiata ed era tornato carico <di bottino>, la cosa [la predicazione di Maometto] fu avvalorata ai loro occhi dalla loro avidità di ricchezze, che li portò a istituire la consuetudine fissa di salire lì a fare bottino... Ben presto le sue truppe si misero a invadere e a depredare numerosi paesi [...]. Abbiamo mostrato in precedenza come, sin dall'inizio del loro impero e per tutta la durata della vita di Maometto, gli arabi partis­sero per fare prigionieri, saccheggiare, rubare, tendere insidie, in­vadere e distruggere i paesi.

Alla morte del Profeta (632), quasi tutte le tribù del Hijaz ave­vano aderito all'islam, in Arabia l'idolatria era stata vinta e le Gen­ti del Libro (ebrei e cristiani) pagavano un tributo ai musulmani. Il successore del profeta, Abu Bakr, represse la rivolta dei beduini (ridda) e impose loro l'adesione all'islam e il pagamento dell'im­posta legale (zakat). Dopo aver unificato la Penisola, egli portò la guerra (jihad) al di fuori dell'Arabia. Il jihad consisteva nell'impor­re ai non musulmani una di queste due alternative: la conversio­ne o il tributo; il rifiuto di entrambe obbligava i musulmani a com­batterli fino alla vittoria. Gli arabi pagani potevano scegliere tra la morte e la conversione; quanto agli ebrei, ai cristiani e agli zoroa­striani, in cambio del tributo e in base alle modalità della conqui­sta, essi potevano «riscattare» le loro vite e al tempo stesso mante­nere la libertà di culto e il sicuro possesso dei loro beni.
Nel 640 il secondo califfo, Omar ibn al-Khattab, cacciò dal Hijaz i tributari ebrei e cristiani appellandosi alla dhimma (con­tratto) di Khaybar: la Terra appartiene ad Allah e al suo Inviato, e il contratto può essere rescisso a discrezione dell'imam, leader re­ligioso e politico della umma e interprete della volontà di Allah. Omar invocò altresì l'auspicio espresso dal profeta: «Nella Peni­sola Arabica non devono coesistere due religioni».

E dopo quasi un millennio e mezzo, ancora non hanno smesso.
Per tutti quelli che “esiste un islam moderato”.
Per tutti quelli che “non confondiamo islam con islamismo e islamismo con terrorismo”.
Per tutti quelli che “l’islam si coniuga al plurale”.
Per tutti quelli che “ma questo non è il vero islam”.
Per tutti quelli che “c’era una volta un islam tollerante”.
Per tutti quelli che “è una reazione alle crociate, è una reazione al colonialismo, è una reazione alle aggressioni dell’Occidente”.
Per tutti quelli che ancora si ostinano a chiudere gli occhi.
Per tutti quelli che gli occhi li hanno ben aperti e per questo credono di sapere più o meno tutto, e sapessero invece quanto si sbagliano.
Per tutti. Da leggere. Da studiare. Da imparare a memoria. Perché è meglio, molto meglio, un salutare cazzotto allo stomaco oggi che una devastazione planetaria domani – un domani che sta già bussando alle porte.

Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau



barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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