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Diario


23 maggio 2011

DOPO IL DISCORSO DI OBAMA

Giustizia e arrendevolezza

Mi sembra il momento giusto, dopo l’ennesimo tradimento di B. Hussein Obama, dopo l’ennesimo colpo basso, dopo l’ennesimo tentativo di mettere Israele nell’angolo, per rileggere questo articolo scritto da Ugo Volli qualche settimana fa.

Vi è un'antica illusione ebraica, secondo cui il modo per salvarci dall'odio e dalle persecuzioni sta nel "comportarsi bene" e nello stare alle regole dettate dagli altri. E' stata la convinzione di molti ebrei assimilati durante la Shoah: non è possibile che colpiscano chi ha minuziosamente aderito a valori, stili di vita, comportamenti uguali agli altri. Ma è stata forse anche la convinzione dei chassidim russi che ai tempi di Napoleone rifiutarono di accettare la libertà che veniva loro offerta per mantenere il proprio ruolo, inferiore sì, ma garantito nella società dell'Ancién Régime. Molto più indietro, è l'illusione di Ester, che esita a rompere le regole del serraglio reale e Mordechai deve ammonire a non pensare di salvarsi da sola. Oggi è l'illusione di chi pensa che se Israele finalmente si comporterà bene, se accetterà una "legge internazionale" che sul piano giuridico non ha basi, ma politicamente favorisce i palestinesi, poi sarà lasciato stare in pace dentro la "linea verde", per indifendibile che essa sia. Per le ragioni che verranno chiare nel seguito del discorso, si può chiamare quest'illusione "egocentrismo etico".

Quest'illusione ha molti difetti. In primo luogo non è mai realistica, è per l'appunto un'illusione, come hanno mostrato tutte le persecuzioni in cui i "bravi" ebrei conformisti sono stati ammazzati non meno degli straccioni e dei rivoltosi; e di recente i ritiri israeliani dal Libano e da Gaza, che non hanno affatto smorzato, ma hanno al contrario aumentato l'aggressività contro Israele sul terreno e nel resto del mondo.
Il secondo difetto si può chiamare la "tentazione etica". Chi è convinto che "comportandosi bene", rispettando le leggi" ecc. gli ebrei possano evitare o almeno moderare le persecuzioni, crede facilmente anche che il primo segno di questo "buon comportamento" sia l'universalismo, il trascurare gli interessi anche vitali del proprio popolo per assumere per sé il punto di vista dell'assoluto (o del Divino, che a me sembra una forma di idolatria), decidendo in perfetta solitudine, senza sentirsi responsabili per gli altri quel che è giusto e quel che è sbagliato. Gli universalisti usciti dall'ebraismo hanno sempre lasciato una grande scia di guai, che si chiamassero Gesù di Nazareth o Karl Marx.
Gli ebrei antisrealiani e filopalestinesi, che non mancano certo oggi, non sono mossi di solito da un semplice "odio di sé", ma dall'illusione di salvarsi da soli dai pericoli essendo "giusti", aderendo cioè al punto di vista e alle categorie di giudizio dei propri nemici. Un'ulteriore conseguenza di questa sindrome è la pretesa di insegnare a tutti (i propri fratelli ma anche gli altri) la loro giustizia, di porsi come maestri di etica universale, al di là della politica e della religione. Al massimo, come ha fatto il giudice Goldstone l'altro ieri, il solipsista etico, se vede che l'attacco alla vita del proprio popolo non serve, si scusa facilmente: si è sbagliato, dice, non aveva tutte le informazioni, è stato ingannato - ma resta sempre un difensore della giustizia universale e pertanto superiore a tutti gli altri. A questo modo di fare si congiunge una definizione dell'ebraismo in termini di etica, non di popolo o di religione: l'ebraismo non sarebbe una cultura, un'eredità, una popolazione, la continuità storica di una fede e neppure un certo rapporto con il divino, ma "l'etica". Che questo atteggiamento porti simpatia e comprensione, è tutto da dimostrare.
Il terzo difetto è quello capitale. Chi pensa di salvarsi comportandosi bene, naturalmente deve fare i conti con il fatto che non tutti nel popolo ebraico hanno la stessa idea del bene, gli stessi obiettivi e magari osano difendere i suoi diritti al di là dei limiti molto angusti di coloro che non appartengono al gruppo degli illuminati etici. Di conseguenza, il solipsista pensa e afferma che costoro non sono abbastanza etici, che non sono abbastanza buoni, che non si confanno alle leggi come dovrebbero, eccetera. Non sono persone che seguono un progetto politico diverso, o hanno altri ideali: sono peccatori, ingiusti, nemici dell'etica. Magari gli trova un nome spregiativo, o lo accetta dagli altri, per esempio li chiama "coloni".
La divisione del popolo ebraico fra buoni e cattivi è il risultato pressoché inevitabile del solipsismo etico. Per i chassidim erano perduti gli ebrei che cercavano un po' di libertà dalla Rivoluzione Francese; per i bravi borghesi assimilati che si consideravano tedeschi integrali "di religione mosaica", i guastafeste impresentabili erano gli eredi di quelli stessi chassidim. I sionisti sono stati demonizzati dagli uni e dagli altri, e così i combattenti clandestini contro l'occupazione inglese e la violenza araba in Eretz Israel. Oggi per buona parte della sinistra ebraica, a essere colpevoli sono i "coloni", che per loro certamente "rubano la terra ai palestinesi", dunque sono ladri, ribelli e quant'altro. E invece siamo tutti coloni, siamo tutti da sempre legati a una terra in cui continuiamo a immigrare, come ho provato ad argomentare la settimana scorsa. E siamo tutti responsabili gli uni per gli altri (“kol Israel arevim ze-là-zè”)
Io non credo affatto che Sergio Dalla Pergola sia uguale a quegli illusi che vanno a Bilin a tirare pietre contro il "muro", o cercano di espellere i proprietari ebrei dalle case di Sheik Jarrah, per il fatto che sotto il regime giordano erano state occupate da immigrati arabi – e poi si sentano giusti e moralmente superiori; non lo assimilo neppure a quegli scrittori e professori che hanno scoperto quanto sia comodo e redditizio fare la coscienza critica di Israele con i media internazionali, distribuendo condanne e invocando boicottaggi. So che il suo è un pensiero assai più lucido e razionale. E' ovvio che ci sono delle considerazioni strategiche dei rapporti di forza che potranno costringere Israele a evacuare parte degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria – anche se il risultato di simili operazioni in Cisgiordania, nel Libano meridionale e a Gaza non è stato proprio vantaggioso come ci si aspettava. (Prima o poi riusciremo a leggere un'analisi davvero critica degli accordi di Oslo da cui potremo ragionare sui pregi e sui difetti dell'intera strategia della cessione di territori in cambio di una pace che non vuol proprio arrivare.)
Ma il rifiuto del prof. Dalla Pergola di identificarsi con i "coloni", nel suo pezzo di giovedì scorso, è motivato proprio secondo gli stereotipi di cui ho parlato: in sostanza i "coloni" (tutti?) sarebbero disobbedienti alle leggi, avrebbero comportamenti disordinati di fronte alla polizia. Siamo sicuri che il problema sia questo? Non mi sembra che Israele sia un posto molto politicamente disciplinato, non credo che la propensione al reato di un abitante di Ariel sia maggiore di un cittadino di Tel Aviv o Petah Tiqva. Mi piacerebbe leggere delle statistiche.
Il punto è ovviamente politico e non moralistico o criminologico. I "coloni" rappresentano la spinta al ritorno all'"eredità" di Eretz Yisrael che è stata la missione del sionismo: alcuni sono più religiosi della media degli israeliani; ma non tutti. Essi comunque indicano con la loro presenza il precario e appassionato rapporto che tutto il popolo ebraico ha con la sua terra. Fa molto comodo illudersi che la ragione dell'odio arabo sia la loro "occupazione", quella del '67. In realtà "l'occupazione" che gli arabi voglio eliminare è quella del '48, la creazione di Israele, e magari anche più indietro, fino all'Yishuv, alla Prima Guerra Mondiale, alla Seconda Aliah.
L'abitante di Tel Aviv o Haifa che pensa di stare dalla parte del giusto e di scampare il conflitto dicendo di non essere un "colono" si illude, con tutte le conseguenze che ho elencato. Si può dire certamente che non si condivide il progetto degli insediamenti oltre la linea verde, che è meglio cedere quei territori. Ma senza disprezzare chi invece in quel progetto crede, senza trasformarlo in una questione di polizia. Avendo la giusta solidarietà per i "coloni" che sono oggi non le uniche ma le "privilegiate" vittime del terrorismo. E soprattutto assumendosi l'onere della prova di un altro progetto strategico quello del ritiro nelle linee del '49 con qualche scambio che difende Dalla Pergola. Un progetto che ha la sua razionalità, ma dipende pesantemente dall'idea di una volontà araba di trovare un compromesso con Israele e di una capacità del mondo occidentale di garantirlo. Entrambe premesse che oggi appaiono molto dubbie. Anche perché, che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no, agli occhi degli uomini di Hamas come di quelli di Fatah, dei fratelli musulmani che in Egitto hanno vinto e degli uomini di Al Qaida in Libia che stanno perdendo, come di centinaia di milioni di arabi buoni e cattivi, noi effettivamente siamo tutti coloni. Anzi Jahud, ebrei - e già solo per questo esseri inferiori che non possono essere giusti ma solo arrendevoli.

Ugo Volli


Inutile dire che ne condivido anche le virgole, e che ho trovato a dir poco penosa la reazione isterica di chi, in quasi settant’anni di vita, non ha mai imparato ad accettare una critica, o a tollerare che si mettano in discussione le sue Grandi Verità Assolute.

barbara


5 ottobre 2009

È L’ODIO PER ISRAELE CHE DEVE ESSERE SGOMBERATO

Perché gli insediamenti aiutano la pace

di Raphael Israeli

Uno degli assiomi del "processo di pace" è che gli insediamenti siano il principale "ostacolo alla pace", quasi che rimuovendoli si produrrebbe istantaneamente la pace sulla terra. È ben risaputo, invece, che prima del 1967 non c'erano insediamenti eppure non c'era pace, a meno che naturalmente non si considerino "insediamenti" anche i villaggi e le città all'interno di Israele pre-'67, visto che gli arabi consideravano anch'essi su "territorio occupato". Dunque il grande contributo dato dagli insediamenti è quello d'aver preso il posto delle città israeliane nella parte del "territorio occupato", con la considerevole eccezione di Hamas e di una buona parte del mondo arabo. Ecco perché la formula secondo cui rimuovere gli insediamenti equivarrebbe alla pace è infondata e ridicola.
L'approccio arabo fondato sul rifiuto totale di Israele non è mai dipeso dagli insediamenti su una particolare porzione del paese. Ciò che non sopportano è l'insediamento ebraico in generale sulla Terra d'Israele/Palestina. Basta dare una sfogliata ai libri di testo usati nelle scuole della "moderata" Autorità Palestinese per vedere che Haifa, Giaffa e persino Tel Aviv sono considerate città palestinesi, mentre Hamas ritiene che la terra waqf (bene islamico inalienabile) su tutta la Terra d'Israele/Palestina debba essere confiscata allo stato ebraico, che non ha alcun diritto alla terra né al di là, né al di qua della ex Linea Verde del 1949-'67.
Nel 2000 a Yasser Arafat venne offerto un ritiro israeliano dal 95% dei territori (Cisgiordania e striscia di Gaza) in cambio di un accordo che ponesse fine al conflitto. Rifiutò, perché non lo considerava un ritiro completo dalla Terra d'Israele/Palestina. Nonostante il tentativo di fare un ulteriore passo lasciando la striscia di Gaza (estate 2005), non solo congelando ma smantellandone tutti gli insediamenti, ciò che Israele ottenne in cambio fu altre aggressioni e distruzioni, qualcosa di assai diverso dalla pace che dovrebbe scaturire dalla rimozione del famoso "ostacolo". In altre parole, non solo gli arabi non considerano gli insediamenti più antichi di Israele diversi da quelli più recenti che "minacciano la pace", ma lo smantellamento di questi ultimi non ha fatto che innescare l'attacco contro i primi.
Oggi sappiamo che uno dei fattori che spinse Anwar Sadat a recarsi a Gerusalemme (per avviare la pace) fu la paura che gli insediamenti nella zona di Rafah e del Sinai, se non fossero stati sradicati, sarebbero cresciuti fino a diventare vere e proprie città che nessun accordo di pace avrebbe più potuto rimuovere. Siriani e palestinesi, invece, credevano di non aver nulla da perdere continuando a rifiutare il negoziato, giacché le "loro terre" stavano lì ad aspettarli, congelate nel tempo, fino a quando sarebbero riusciti cortesemente a strapparle a Israele, per poi continuare gli attacchi da quelle posizioni. Non riescono a capire che hanno perduto quelle terre a causa della loro aggressione, e che è immorale e suicida restituire a un aggressore le posizioni da cui potrebbe rinnovare la sua aggressione, giacché lasciare che se la cavi senza danno non fa che incoraggiarlo ad attaccare ancora. Vi può essere deterrenza solo una volta che l'aggressore ha pagato per la sua aggressione un prezzo tale da dissuaderlo dall'attaccare a capriccio. È quello che è successo alla Germania.
Sicché, fino a quando non vi sarà un accordo per una composizione definitiva del conflitto, solo le attività negli insediamenti ebraici possono costituire un sufficiente incentivo tale da spingere gli arabi, come Sadat, a darsi una mossa e cercare la pace, giacché più aspettano e più perdono terreno.
Sappiamo, dall'esempio di Gaza, che l'obiettivo degli arabi non era quello di rimuovere Israele da una preziosa porzione di terra, ma quello di sradicare gli ebrei e cacciarli dalla terra rimanente. E allora è meglio continuare con le costruzioni "per la pace" nelle comunità al di là dei confini, e parlare di sgombero solo quando vedremo nei nostri vicini autentici segni di una cultura di pace e buon vicinato, con la dovuta considerazione della nuova realtà sul terreno che cambierà tanto più, quanto meno gli arabi si affretteranno verso un accordo di pace. (Haaretz, 6 settembre 2009 - da israele.net)

Sono cose risapute, scontate, perfino banali, e tuttavia frequentemente – e spudoratamente - ignorate, negate, capovolte. Per questo non verranno mai abbastanza ripetute.
E poi come sempre lui, su un tema abbastanza vicino a quello trattato in questo articolo, e poi

MEMENTO: +35

barbara


4 febbraio 2009

SCOPRITE LE DIFFERENZE

Foto tomada de Google Earth : Se puede apreciar la diferencia del color entre las tierras trabajadas y cultivadas del Desierto del Neguev del lado Israeli mientras del lado de la Franja de Gaza se ve el abandono en que se encuentran las tierras que hasta el 2005 ocuparon los asentamientos judios que fueron entregados a los palestinos.



barbara


16 giugno 2008

SFATIAMO QUALCHE MITO

Le illusioni di un certo pacifismo (israeliano)

Da un articolo di Martin Sherman, scienze politiche all'Università di Tel Aviv

Mentre il dollaro scende sotto i 4 shekel, va in frantumi un altro degli slogan di una certa sinistra pacifista israeliana, e cioè quello secondo cui Israele, per poter prosperare economicamente, deve fare concessioni politiche pur di arrivare a una sistemazione di pace con i palestinesi. (...
Non era il primo di questi slogan ed essere smentito dai fatti. Basterà qualche esempio.
Inizialmente i pacifisti sostenevano che Israele avrebbe dovuto ritirarsi dai territori sulla base di una composizione negoziata giacché “c’è un interlocutore con cui trattare” sul versante palestinese. Poi però, quando questo fatto si rivelò infondato, anziché ammettere l’errore i pacifisti hanno insistito che Israele dovesse ritirarsi unilateralmente senza negoziare perché sul versante palestinese “non c’è nessuno con cui trattare”. Dunque, dapprima l’esistenza, poi la non esistenza di un interlocutore negoziale palestinese valido e affidabile sono state entrambe invocate a sostegno della politica delle concessioni.
Originariamente i pacifisti sostenevano che Israele avrebbe potuto permettersi di abbandonare territori giacché era abbastanza forte per fare fronte ai rischi che tali cessioni comportavano. Successivamente, quando è apparso chiaro che cedere territorio non produceva affatto i risultati desiderati, i pacifisti anziché ammettere l’errore hanno insistito che Israele dovesse continuare ad abbandonare territori perché non è abbastanza forte per fare fronte ai rischi che comporta mantenerli sotto il proprio controllo. Dunque prima la forza di Israele, e poi la sua mancanza di forza sono state entrambe invocate a sostegno della politica dei ritiri.
Prima dell’avvio del cosiddetto “processo di pace” di Oslo, i pacifisti sostenevano che gli attentati terroristici erano atti di estremisti causati dalla frustrazione per la “mancanza di qualunque prospettiva di pace”. Tuttavia, dopo l’inizio del “processo di pace”, quando gli attentati terroristici non solo continuarono imperterriti, ma anzi aumentarono fino a livelli senza precedenti, i pacifisti ancora una volta si rifiutarono di ammettere l’errore. Anzi, insistettero che il “processo” dovesse continuare giacché adesso gli attentati vengono spiegati come atti di estremisti causati dalla loro volontà di fermare il “processo di pace”. Dunque dapprima la rabbia degli estremisti per l’assenza di una prospettiva di pace, poi la rabbia degli stessi estremisti per la presenza di una prospettiva di pace sono state entrambe invocate a sostegno della politica di appeasement. (...)
Oggi appare evidentemente infondata anche la tesi secondo cui, senza un accordo politico, l’economia israeliana non potrà fiorire. Si tratta di un argomento efficace, invocato subito dopo gli Accordi di Oslo; un argomento che ottenne grande risonanza nella popolazione israeliana ansiosa di entrare nell’Eldorado del Nuovo Medio Oriente. Ma i fatti hanno smentito quella tesi. Oggi, in un momento in cui le prospettive di pace sembrano più remote che mai, l’economia israeliana è in pieno sviluppo. Il Pil pro capite è salito sopra i 20.000 dollari, superando la media della UE e avvicinandosi ai 30.000 dollari in termini di PPP (parità di potere d’acquisto); per la prima volta nella storia del paese la bilancia dei pagamenti ha iniziato a mostrare un surplus; l’inflazione è bassa; il deficit di bilancio è sotto controllo; i capitali esteri affluiscono nel paese, innalzando significativamente lo shekel rispetto alle principali valute internazionali. Eppure non si vede all’orizzonte uno straccio di “processo di pace”.
Secondo dati del ministero delle finanze, nei tre cupi anni (1990-92) che precedettero gli Accordi di Oslo del ’93, la crescita media del Pil fu del 6,6%, mentre nei successivi tre euforici anni (1994-96) il tasso di crescita scese al 6,1%. Di fatto, se si guarda al decennio nel suo complesso, il tasso di crescita di tutto il periodo post-Oslo (1994-99) fu solo del 4,5%: significativamente più basso della media di 5,2% di tutto il decennio (1990-99) e certamente molto più basso del 6,6% del triennio pre-Oslo. Inoltre, benché sia vero che gran parte della crescita pre-Oslo era alimentata dall’ondata di immigrati dall’ex-Unione Sovietica, questo era vero anche, se non di più, per la crescita degli anni post-Oslo. E va anche ricordato che gran parte della crescita sotto l’amministrazione Rabin-Peres (1992-96), con Avraham Shochat alle finanze, fu artificialmente alimentata da grossi deficit di bilancio che verso la fine di quel periodo stavano per mettere seriamente a repentaglio la stabilità economica del paese. Per cui, se deduciamo dal tasso di crescita post-Oslo (a) il contributo della continua immigrazione e (b) l’effetto artificioso della crescita dovuta all’eccessivo deficit di bilancio, resta ben poco da attribuire al “processo di pace” visto come catalizzatore di sviluppo economico. Per contro, l’attuale sviluppo economico non può essere attribuito né a grandi flussi di immigrati né a politiche di bilancio permissive. Dunque, il fatto che stia avendo luogo in una situazione in cui anche il più ardente pacifista inizia a disperare in qualunque prospettiva di pace, smentisce in modo clamoroso la tesi per cui lo sviluppo economico israeliano sarebbe possibile soltanto se si raggiungesse una composizione politica.
In verità, la fissazione di certa sinistra pacifista per la formula “terra in cambio di pace”, promossa con un atteggiamento alquanto disinvolto verso la realtà dei fatti, ha già procurato danni notevolissimi. (Da: YnetNews, 16.05.07)

Ancora un articolo che, benché non recentissimo, rimane tuttavia fresco e attuale, e che dovrebbe indurre a qualche riflessione.



              

                              

barbara


6 giugno 2008

PREVEGGENZA? NO, NON CE N’È BISOGNO

Basta conoscere la storia. E sapere con chi si ha a che fare.

Dal Libano a Gaza
Da un articolo di Evelyn Gordon
Come diceva giustamente un editoriale del Jerusalem Post, il primo ministro israeliano Ariel Sharon spera che il disimpegno procuri a Israele vantaggi diplomatici. “Ora tocca ai palestinesi l’onere della prova – ha detto Sharon la sera del 15 agosto rivolgendosi alla nazione – Devono combattere le organizzazioni terroristiche, smantellare le strutture del terrorismo e dimostrare sincere intenzioni di pace per poter sedere con noi al tavolo negoziale. Il mondo aspetta la risposta dei palestinesi”.
Ma l’editoriale notava, altrettanto giustamente, che il caso più simile all’attuale ritiro unilaterale da Gaza fu il ritiro unilaterale di Israele dal Libano meridionale nel 2000. E se c’è qualcosa che il ritiro dal Libano ha dimostrato in modo definitivo è proprio che non è in arrivo nessuno dei vantaggi diplomatici sperati.
Quando Israele lasciò il Libano nel maggio 2000, le Nazioni Unite certificarono formalmente che aveva effettivamente sgomberato ogni centimetro di territorio libanese. Di conseguenza Gerusalemme presumeva, proprio come Sharon presume oggi con Gaza, che l’onere ricadesse da quel momento in poi sul Libano: o Hezbollah avrebbe spontaneamente cessato gli attacchi contro Israele, oppure l’esercito libanese avrebbe dovuto schierarsi nel sud per impedire tali attacchi. Se non fosse accaduta né l’una né l’altra cosa, c’era da aspettarsi che il mondo trattasse il Libano e i suoi occupanti siriani come gli aggressori, appoggiando le reazioni militari israeliane.
In realtà, ecco quello che è accaduto. Hezbollah, facendosi beffe della certificazione ufficiale dell’Onu, ha iniziato a reclamare un ulteriore pezzetto di territorio controllato da Israele sostenendo che sarebbe territorio libanese occupato e usandolo come pretesto per continuare ad attaccare Israele. Nei cinque anni successivi, Hezbollah ha assassinato una ventina di israeliani, e ne ha sequestrati e uccisi altri quattro. L’esercito libanese si è semplicemente rifiutato di schierarsi nel sud del paese per impedire questi attacchi. Nonostante i continui attacchi a freddo, l’Unione Europea si rifiuta ancora di riconoscere Hezbollah come un’organizzazione terroristica. Ogni risposta militare israeliana agli attacchi Hezbollah continua a suscitare immediate condanne internazionali e da parte delle Nazioni Unite. La comunità internazionale si è rifiutata di esercitare qualunque pressione diplomatica o economica per spingere il Libano e la Siria (che di fatto controllava il Libano fino alla primavera scorsa) ad adoperarsi per mettere Hezbollah sotto controllo. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto effettivamente a Hezbollah di disarmarsi, ma né il Consiglio né qualunque stato membro ha minacciato alcuna conseguenza o sanzione in caso di inadempienza. Lo scorso luglio, dopo che la Siria ha ritirato le sue truppe dal Libano, Hezbollah è entrato formalmente nel governo libanese pur annunciando che non aveva alcuna intenzione di disarmarsi né di cessare “la resistenza” (leggi: gli attacchi armati) contro Israele. A quel punto il nuovo primo ministro libanese Fuad Saniora ha affermato che il suo governo sostiene la posizione di Hezbollah. Ma anche questa aperta sfida alla richiesta delle Nazioni Unite che Hezbollah si disarmasse non ha suscitato condanne né dall’Onu o da stati membri, né tanto meno pressioni su Beirut. Persino gli Stati Uniti, che pure considerano ufficialmente Hezbollah un’organizzazione terrorista, hanno reagito senza alcuno sdegno, anzi prodigando elogi al nuovo governo – “Non troverete un partner più favorevole degli Stati Uniti”, ha detto il segretario di stato Condoleezza Rice a Saniora incontrandolo a Beirut – e offrendo aiuti finanziari.
Così il ritiro dal Libano, benché a suo tempo celebrato dal mondo intero, non ha prodotto né pressione internazionale sul Libano perché cessino gli attacchi contro Israele, né una maggior comprensione internazionale per le azioni militari che Israele intraprende in reazione a questi attacchi.
Oggi la comunità internazionale non cerca nemmeno di fingere che la sua reazione al ritiro da Gaza possa essere diversa. Anzi, il mondo ha già messo in chiaro che, lungi dall’aspettare, ora, “la risposta dei palestinesi” al gesto di Israele, ciò che si aspetta subito sono ulteriori concessioni israeliane. L’Onu, Unione Europea e gli Stati Uniti hanno tutti affermato apertamente nelle scorse settimane che, dopo il ritiro, ciò che si attendono è che Israele passi rapidamente a realizzare il piano della Road Map per uno stato palestinese su tutta la Cisgiordania, la striscia di Gaza e Gerusalemme est. Nessuno dei tre ha condizionato questa richiesta al fatto che si registrino sviluppi positivi nella striscia di Gaza dopo il ritiro. Di più. Perseguendo quell’obiettivo, hanno già stilato una lista di concessioni che si aspettano che Israele faccia immediatamente dopo il ritiro, tutte potenzialmente devastanti per la sicurezza d’Israele. Anche gli Stati Uniti, tradizionalmente sensibili alle preoccupazioni israeliane per la sicurezza e più duri col terrorismo palestinese, hanno dichiarato che Israele deve fare queste concessioni anche se l’Autorità Palestinese non ha nemmeno iniziato a fare qualcosa contro i gruppi terroristi.
Così Israele deve cedere all’Autorità Palestinese il pieno controllo del confine fra Egitto e striscia di Gaza, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire l’afflusso di armi e terroristi verso Gaza dopo il ritiro. Israele deve creare un “passaggio garantito” fra Gaza e Cisgiordania, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire il flusso di armi e terroristi da Gaza verso Cisgiordania. Israele deve preservare l’unione doganale fra Gaza e Israele che permette alle merci di muoversi fra i due territori senza ispezioni doganali, e porre anche fine alle rigorose ispezioni di sicurezza che ha istituito al posto di quei controlli, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire che armi ed esplosivi affluiscano da Gaza fin dentro Israele. Israele deve aumentare significativamente il numero di palestinesi di Gaza cui è premesso lavorare all’interno di Israele, aumentando in questo modo la probabilità che i terroristi entrino in Israele spacciandosi per lavoratori pendolari. Israele deve permettere alle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese di acquisire grandi quantità di armi, anche se il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha ripetutamente affermato che tali armi non verranno mai usate contro le organizzazioni terroristiche, e nonostante il fatto che fino ad oggi le armi dell’Autorità Palestinese siano state usate quasi esclusivamente contro Israele.
In breve, lungi dal mostrare maggior comprensione per le esigenze di sicurezza di Israele dopo il disimpegno, la reazione della comunità internazionale è stata quella di pretendere che Israele conceda tutte le principali misure di salvaguardia della sua sicurezza post-ritiro. Ma, dato il precedente libanese, non è questo che sorprende. L’unica cosa che sorprende è che qualcuno possa essersi aspettato qualcosa di diverso. (Da: Jerusalem Post, 18.08.05)

Ecco: c’è chi lo sapeva già tre anni fa, e chi fa finta di non accorgersene neanche adesso.





              

barbara


1 giugno 2008

RETROSPETTIVA



Questo testo lo ha scritto Fulvio, il mitico Livuso, nel giugno del 2005, circa due mesi prima del ritiro da Gaza. (NOTA: il testo è di Fulvio, le foto di commento le ho inserite io)

Lasciare Gush Katif.


Far sloggiare 8.000 persone.


E' un prezzo altissimo.


In cambio, che cosa si otterrà?


Le case saranno abbattute (così ho letto), ma che fine faranno quei campi, quelle piante,


quelle serre?


Che fine faranno quelle persone?


E dove andranno a lavorare quei Palestinesi che adesso lavorano lì, fianco a fianco con gli Israeliani?


E' un prezzo altissimo. 


In cambio, che cosa si otterrà?


Nel caso non si ottenesse nulla, qual è la penale imposta alla controparte?


Vorrei tanto essere ottimista come Victor che lo paragona al ritiro dal Sud del Libano.
Ma lì c'erano solo militari. Lì non era Gush Katif.


Verranno trasferiti anche i morti, altrimenti le tombe sarebbero profanate all'istante. 
         

Non è una buona premessa, questa.
Gush Katif verrà smantellato e non esisterà più.








E' un prezzo altissimo.


In cambio, che cosa si otterrà?


La pace. 


E' un bene d'inestimabile valore,


per il quale nessun prezzo è alto.


Vorrei tanto crederci fino nel profondo della mia anima; ma non ci riesco. Incrocio le dita e aspetto...
Nella mia vita apparentemente non cambierà nulla, mentre degli Ebrei saranno deportati da altri Ebrei.


E' un'idea che mi fa stare male. Non posso farci niente: mi fa stare male quest'idea.
Conservo come un cimelio la sportina di plastica che, grazie a Deborah, ha portato in casa mia un po' del profumo d'Israele e mi ha spezzato il cuore. "Gam anì mithaber Gush Katif ve-haShomron"

No, non faccio il tifo per nessuno, non pretendo di sapere cosa sia meglio.
Cerco rassicurazioni nella mente, pensando: Sharon non è uno sprovveduto! e magari andrà tutto bene, gli 8.000 deportati troveranno una casa più sicura, i bambini non correranno più il rischio di essere uccisi dai missili o sgozzati nei loro lettini...


Ma a Gush Katif verrà ancora raccolta la frutta, come dice il suo nome, o diverrà "Sahb al Qunbula", Tiro di Bomba?




Di Gush Katif rimarranno le foto, i filmati, le rovine e i ricordi: una cosa che succede spesso agli Ebrei.
    

     

E' un prezzo altissimo.


In cambio, che cosa si otterrà?


Incrocio le dita e aspetto.

Fulvio Del Deo

Da allora sono passati quasi tre anni. Le risposte, purtroppo, sono arrivate. E sono quelle che io e tanti altri che come me conoscevano più che bene la situazione e soprattutto la controparte sapevamo già da prima.

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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Occhio alla piovra giudaica!









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 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








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Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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