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Diario


28 febbraio 2010

Gravina Avions spa


ovvero

la strana parabola di un’azienda familiare

Per Gianni Gravina il suono della sveglia era diventato un sollievo. La fine di un dormiveglia tormentoso, di un’ansia stordita che lo prendeva allo stomaco. Buttava giù i piedi dal letto e lasciava che i fantasmi della notte gli scivolassero di dosso a poco a poco.
Già mentre si trascinava verso il bagno però, la realtà riprendeva i suoi contorni, e tornava ad opprimerlo con quel senso di disastro incombente che lo accompagnava ormai da mesi.
Sapeva cosa gli riservava la giornata: grane, grane e poi ancora grane.
Una vita di lavoro e di sacrifici se ne stava andando a puttane insieme all’azienda e al patrimonio di famiglia. O meglio a quello che ne restava, dal momento che ormai tutto era nelle mani delle banche.
A volte si chiedeva quando fosse iniziata quella discesa nel baratro, ma non sapeva darsi una risposta. L’azienda aveva semplicemente concluso la sua parabola si diceva, ma forse era reticente perfino con se stesso. Non era capace di riconoscere di avere imboccato in un momento cruciale il bivio sbagliato. Di aver compiuto un balzo in avanti cui la fortuna non aveva arriso. Forse se la Gravina Avions fosse rimasta fedele alle sue vecchie produzioni, la crisi non l’avrebbe colpita in modo così devastante. Forse avrebbe conservato più facilmente i suoi equilibri finanziari.
Forse…
Di certo, dopo la guerra, la produzione degli strumenti per gli aerei aveva fatto la fortuna della famiglia e dell’azienda.
Grandi commesse, lauti margini, profitti da capogiro. E le più grandi aziende aeronautiche in fila per accaparrarsi la produzione.
Poi erano arrivati i cinesi con la loro concorrenza selvaggia e l’azienda aveva cominciato a soffrire.
Le commesse si erano rarefatte, i margini erano crollati ed i profitti avevano ceduto presto il passo alle perdite.
Vendere tutto, quella sarebbe stata la soluzione. Glie ne era capitata l’occasione ma aveva lasciato che il treno passasse e dopo, tutto si era fatto più complicato.
Gravina aveva esperienza, entusiasmo e un mucchio di idee. Il mercato è cambiato diceva ai collaboratori e noi dobbiamo adeguarci. Basta con le battaglie di retroguardia, il successo è legato all’innovazione. Aveva predisposto un piano industriale ambizioso ed audace ma al momento delle scelte decisive l’azienda era arrivata stremata, con le casse vuote e le banche ansiose solo di rientrare delle proprie esposizioni. Per dare ossigeno alla compagnia Gravina aveva dovuto firmare fideiussioni su tutto il patrimonio familiare. Tre generazioni di conquiste e sacrifici erano state rimesse in gioco per la più temeraria delle scommesse.
Avionica. Era questo il campo del futuro, diceva Gravina. Strumenti sofisticati, alta tecnologia, ricerca. L’azienda avrebbe cavalcato l’innovazione e gli utili sarebbero tornati a riempire le casse esauste dell’azienda, liberandola dall’attuale stretta finanziaria.
L’inizio era stato esaltante. Nel primo anno della nuova gestione, l’azienda aveva messo a segno quattro o cinque brevetti che le avevano aperto la strada di promettenti sviluppi commerciali. Aveva iniziato a produrre centraline per il controllo robotico dei droni e le commesse non avevano tardato ad arrivare.
I fatturati erano esplosi, così come i profitti, ma tutte le risorse prodotte continuavano ad essere assorbite dagli investimenti nella ricerca.
Poi era arrivata la crisi. Rapida, improvvisa, dirompente. Commesse annullate, clienti in bancarotta, mercato nel panico.
Gravina aveva sentito la terra mancargli sotto i piedi e l’azienda, in uno stato di asfissia finanziaria, aveva perso ogni capacità di manovra. Il colpo di grazia erano stati i ritardi accumulati nella messa a punto del progetto Falco cui l’azienda aveva destinato risorse esorbitanti. Un progetto d’avanguardia. Un sistema rivoluzionario per il puntamento dei missili balistici. Al solo annuncio, il sistema Falco aveva riscosso l’interesse delle più grandi compagnie americane ed europee, prefigurando commesse tali da proiettare l’azienda fra le grandi del settore. Tutto però si era arenato ai primi test. Quello che funzionava sulla carta non superava le prove di laboratorio e le simulazioni al computer.
Gravina sapeva che mancava un niente alla definitiva messa a punto del sistema ma le casse erano vuote e non c’erano più risorse cui attingere. L’azienda sarebbe andata a picco, pur avendo nel cassetto un progetto vincente, agli ultimi stadi della progettazione.
Entrando in azienda quel giorno, Gravina provò una stretta al cuore. Ormai il clima di smobilitazione era palese. Il personale era al si salvi chi può e la maggior parte delle scrivanie era vuota.
Raggiunse la sala delle riunioni, le mani in tasca, il capo chino.
Era in anticipo ma gli altri erano già arrivati e gli si fecero incontro.
David Gabbai era il responsabile della progettazione e Giorgio Galli, il direttore finanziario. Avevano vissuto a fianco di Gravina l’intera parabola dell’azienda e gli erano leali fino in fondo.
“Novità?” chiese.
Galli scosse il capo.
“Ha telefonato Samir. E’ in ritardo. Sarà qui fra mezzora.”
Gravina dette un’occhiata all’orologio.
“Meglio così. Abbiamo un po’ di tempo per chiarirci le idee. Fai portare del caffè e lascia detto che non ci disturbino. Non voglio telefonate!”
Sedette al tavolo e in attesa degli altri dette un occhiata al tabulato degli incassi. Con questi non si va lontano, pensò, ma cacciò indietro il pensiero per occuparsi della riunione: David gli aveva preannunciato alcune novità di cui non poteva parlare al telefono e poi c’era la visita di Samir.
“Qualche idea sul perché ci voglia incontrare?” chiese.
Galli scrollò le spalle.
“Lo sai come è fatto. Parla per ore senza dire un cazzo. Mi ha tenuto al telefono non so quanto ma l’unica cosa che ho capito è che ti vuole parlare. Dice che è importante…”
“Importante…” ripeté Gravina, scettico.
Conosceva Samir da vent’anni. Un tipo strano. Un libanese, emigrato in Francia negli anni sessanta. Agiva come mediatore ed aveva una solida entratura in tutto il Medio Oriente. Avevano fatto qualche affare insieme, di tanto in tanto, ma niente di straordinario. Possibile, si chiese, che non gli fosse arrivato all’orecchio in che situazione versava l’azienda?
“Tu mi volevi parlare” disse rivolgendosi a Gabbai.
“Ho notizie buone e cattive… Da dove vuoi che cominci?”
“Dalle cattive… Avanti, spara…”
“Siamo al collasso Gianni. Ieri sono venuti Armando, Stefano e Simona con le lacrime agli occhi. Dicono che non ce la fanno ad andare avanti. Non ricevono lo stipendio da sei mesi…”
Gravina si girò verso Galli.
“Ce la fai a pagargli un paio di mensilità?”
Galli scosse il capo con un sospiro.
“Lo sai…” disse senza aggiungere altro.
“Comunque, non è quella la questione…” intervenne Gabbai. “Hanno famiglia… Non vedono più prospettive… Insomma alla fine del mese lasciano.”
Gravina annuì chinando il capo.
“Puoi sostituirli in qualche modo?”
“Non dire stronzate Gianni! Per trovare progettisti di quel calibro, non basta mica schioccare le dita! E poi come li paghi ammesso che li trovi?”
Esitò qualche istante prima di continuare. Erano amici e non voleva infierire.
“E poi Gianni, abbiamo ancora bisogno di progettare qualcosa?”
Gravina socchiuse gli occhi sconfortato.
“Parlavi anche di buone notizie…”
“Ti ho già detto che dopo l’ultimo test negativo abbiamo ripassato il progetto da cima a fondo. Beh, abbiamo individuato il problema. Due mesi e il sistema Falco funziona. Garantito, senza ombra di dubbio. A condizione naturalmente, di poterci lavorare con tutto lo staff della progettazione…”
“Due mesi…” ripeté Gravina riprendendo tono.
“Non ho finito, Gianni. Ripassando il progetto mi è venuta un’idea, una sorta di intuizione… Beh, Stefano ci ha lavorato a testa bassa per una settimana e ieri sera ho avuto il suo report… Gianni, siamo a un passo da un qualcosa di straordinario!”
Gravina si protese verso di lui.
“Che vi siete inventati?”
“Te lo dico in parole povere. Una miglioria del sistema Falco, ma di tale portata da subissare tutti i sistemi di puntamento oggi in uso. Una rivoluzione copernicana. Consente al missile di seguire traiettorie modificate in modo random ad intervalli di pochi secondi, il tutto volando a velocità supersonica a non più di quindici metri dal suolo, schivando ostacoli e seguendo le asperità del terreno. Il Falco con queste modifiche renderà il missile virtualmente inattaccabile. Nessun sistema al mondo potrà intercettarlo prima che arrivi sull’obiettivo.”
“E per tutto questo ti bastano due mesi?”
“Mi ci gioco le palle!”
Gravina trattenne a stento il sorriso di sollievo che gli nasceva dalle viscere.
“Ce la fai a darci due mesi di autonomia?” chiese volgendosi verso il direttore amministrativo.
Giorgio Galli scosse il capo deciso.
“Mi dispiace, Gianni.”
Trasse dalla borsa una cartellina e la spinse verso l’amico.
“Te l’avrei data più tardi, ma a questo punto penso che siamo tutti sulla stessa barca…”
Gravina non si mosse.
“Un’istanza di fallimento?” chiese, senza toccare la cartellina.
“Undici. Una da ciascuna delle banche con cui lavoriamo. E’ una mossa concordata. I giochi sono finiti, Gianni, devi portare i libri in tribunale!”
Gravina si accasciò sul tavolo, le mani fra i capelli.
“Potrei andarci a parlare” disse in un bisbiglio, “forse con quello che abbiamo in mano…”
“Non ci pensare nemmeno, non c’è niente da fare. Glie ne hai raccontate troppe di storie, non ti crederebbero. Ora che ti tengono per il collo con quelle maledette fideiussioni, non molleranno la presa prima di averti spolpato. Mi dispiace Gianni, non vedo proprio vie di uscita.”
Gravina rimase qualche istante come stordito, cercando di riflettere.
“I brevetti… Lo sviluppo del Falco non è stato brevettato. Se lo depositiamo a nome di una nuova azienda, potremmo rimetterci in piedi… Ripartire sotto altro nome… ”
Galli lo squadrò comprensivo.
“Vuoi finire in galera, Gianni? Beh, quella è la strada maestra per finirci… Si chiama distrazione di attività e configura la bancarotta fraudolenta.”
Furono interrotti dallo squillo del telefono.
“E’ arrivato Samir” disse Gabbai abbassando la cornetta, “lo stanno accompagnando qui.”
Gravina si agito sulla sedia.
“Ci mancava solo questo rompicoglioni!” imprecò sottovoce.
Il libanese entrò nella stanza di lì a poco e finse di non cogliere l’atmosfera tesa che vi aleggiava.
Aveva un aspetto fragile e minuto, ma qualcosa in lui emanava un’incontenibile energia. Indossava abiti impeccabili e sembrava perfettamente a proprio agio.
“Vi sarete chiesti il motivo della mia visita” disse una volta conclusi gli inevitabili preamboli.
Il silenzio di Gravina lo indusse a proseguire.
“Rappresento un cliente che per il momento desidera mantenere riservata la propri identità. Spero che la mia parola valga a rassicurarvi del fatto che si tratta di un soggetto dotato di risorse finanziare molto rilevanti.”
Fece ruotare lo sguardo sui suoi interlocutori come a sincerarsi di avere la loro attenzione.
“Il mio cliente è venuto a conoscenza dei piccoli contrattempi finanziari, diciamo così, che la vostra azienda sta incontrando…”
Incrociò lo sguardo di Gravina, come se si aspettasse una sua reazione, ma quello si limitò a scrollare le spalle ostentando una totale indifferenza.
“D’altro canto il mio cliente apprezza le vostre tecnologie. E’ per questo che mi ha incaricato di recapitarvi una proposta. In altre circostanze avrei forse seguito un percorso più guardingo nell’adempiere al mio incarico, ma ho avuto la sensazione che il fattore tempo giocasse in questa circostanza un ruolo sensibile.”
Gravina batté il palmo della mano sul tavolo, indispettito da quegli arzigogoli verbali.
“Venite al punto Samir.”
“Il mio cliente desidera entrare nel capitale della Gravina Avions. E’ pronto a sottoscrivere il 30% delle quote. E una volta socio, metterebbe a disposizione dell’azienda le proprie linee di credito.”
Gravina sollevò appena un sopracciglio.
Troppo bello per essere vero, pensava. Da qualche parte deve esserci il trucco.
“Se questa è una proposta” disse impassibile “voi avrete un’idea della cifra che il cliente intendere investire.”
Samir estrasse di tasca un carnet e scrisse la cifra su un foglietto che ripiegò e fece scorrere sul tavolo.
Gravina ne separò i lembi con lo stesso gelido rituale di un giocatore di poker alle prese con un progetto di scala reale.
“Non basta” disse, sebbene la cifra fosse tale da azzerare di colpo tutte le esposizioni debitorie.
Posò il biglietto sul tavolo fissando Samir negli occhi.
“Per il 30% ci vuole almeno il doppio. E prima di accettare voglio esaminare le condizioni.”
Samir non batté ciglio.
“Va bene il doppio. E le condizioni sono molto semplici. Voi producete e progettate, il mio cliente si occupa del marketing. Vendita e distribuzione sono cosa sua.”
“Parlavate anche di linee di credito…”
“ Virtualmente illimitate.”
Due mesi più tardi il progetto Falco 2 era completato.
I test di laboratorio davano risposte pari alle attese mentre le simulazioni al computer confermavano l’affidabilità del sistema.
Ora in azienda era tornato il sereno. Negli uffici ferveva l’attività e le tensioni del passato sembravano rimosse e dimenticate.
Anche Gravina sembrava rinato. Si era scrollato di dosso la depressione che lo attanagliava da mesi ed affrontava con gioia le sue giornate di lavoro. Non ricordava di essere mai stato così sereno. E’ questa la felicità, si chiedeva di tanto in tanto, con una sorta di pudore?
Eppure in tutto questo c’era una nota stonata, una sorta di leggera dissonanza che lo faceva star male.
David Gabbai.
Era lui l’artefice del Falco 2.
Gravina glie ne era grato e non dimenticava l’amicizia e la lealtà con cui gli era stato vicino nei momenti peggiori. Voleva farlo proprio socio, cedendogli parte delle proprie quote. Quello però, invece di esultare, nicchiava.
“Non ci tengo” diceva, e non aggiungeva altro.
La cosa non era impellente, il lavoro procedeva, i soldi fluivano nelle casse e gli stipendi di tutti i dirigenti crescevano in modo più che soddisfacente.
Passarono dei mesi dunque, prima che Gravina tornasse sull’argomento.
“Mi chiedi perché, Gianni? Beh, te lo dico in due parole. Perché non mi piace la piega che ha preso questa azienda. Noi produciamo un sistema di puntamento che impedisce l’intercettamento dei missili che ne siano provvisti. E’ un business, lo capisco… Ci stiamo facendo i soldi a palate… Però dovremmo fermarci un attimo a riflettere. E’ morale fare soldi in questo modo…?”
Gravina scrollò le spalle infastidito.
“Dai, David. Ci manca solo che ti metta proprio tu a fare il moralista. Questa è un’industria di armamenti, non di confetti. Vendiamo i nostri sistemi seguendo le regole. L’utilizzo che ne faranno i compratori non è affar nostro.”
Gabbai sorrise condiscendente.
“Se questo ti basta per metterti in pace la coscienza, buon per te. A me non basta. Io per esempio mi chiedo dove vadano a finire i nostri sistemi.”
“Singapore. E’ lì che spediamo ed è tutto quello che dobbiamo sapere.”
“Singapore non produce missili, Gianni. Mi dici cosa dovrebbe farsene del Falco 2?”
“Quello che ci fa non lo so e non mi interessa. Noi seguiamo le regole, ci atteniamo alle leggi e portiamo a casa i nostri soldi in modo più che legittimo. Questo è tutto quello che ci deve interessare, il resto sono seghe mentali.”
“Seghe mentali....? Ma non lo capisci che ci siamo messi nelle mani di quello stronzo di Samir e dei suoi fantomatici soci?”
“Quello stronzo ci ha salvato il culo, David, non te lo dimenticare. E poi fino a prova contraria io ho ancora il 70% delle quote. Sono io che comando qui dentro, non loro.”
Gabbai allargò le braccia condiscendente.
“Va bene, sei tu che comandi… Ma loro tengono in mano i cordoni della borsa e la commercializzazione del prodotto. Noi non sappiamo nemmeno chi siano i clienti!”
“Le cose funzionano così e funzionano bene. Lo abbiamo accettato fin dall’inizio!”
“Certo, perché stavamo con l’acqua alla gola! Prova ad immaginare però se un bel giorno tu volessi mettere in discussione la destinazione dei nostri sistemi di puntamento. Vendiamo in Francia, in Germania, in America, non a Singapore. Quelli in cinque minuti ti mettono col culo per terra: ti tagliano i finanziamenti, ti sospendono i pagamenti, ti contestano le commesse. Pensi di poterti fidare? Io non mi fido ed ho la sensazione che se provassimo a fare di testa nostra ci troveremmo davanti qualcuno dei loro con in mano una mitraglietta.”
Rimasto solo, Gravina si accasciò su una sedia cercando di contenere il tremito che si stava impadronendo di lui.
David aveva solo espresso quei pensieri cui lui aveva impedito di emergere a livello cosciente.
Li aveva sotterrati sotto il peso delle necessità e delle convenienze ma erano rimasti lì, inespressi, a covare sotto la cenere. Una volta emersi doveva farci i conti e già si sentiva nuovamente ghermito dalla depressione che lo aveva afflitto per anni.
Guardò l’orologio. Sua moglie lo aspettava a teatro con gli amici ed aveva fatto tardi.
La chiamò sul portatile.
“Tu entra” le disse “io ti raggiungo appena posso.”
Mentre si recava al teatro con la sua nuova Maserati, continuava a rimuginare sulle parole di Gabbai.
“Non ha torto” si diceva con un’angoscia crescente e con la consapevolezza di avere superato un punto di non ritorno.
Il giornale radio ronzava nel sottofondo dei suoi pensieri ma una notizia fece breccia nella sua attenzione.
“Preoccupazione a Washinghton e nelle capitali europee per le manovre missilistiche dell’Iran. Il lancio simultaneo di sei razzi a lunga gittata, è considerato una atto di sfida nel momento in cui le trattative sul nucleare dovrebbero entrare nella loro fase finale. A Teheran frattanto, la Guida Suprema dichiara che Israele sarà cancellato dalle mappe e che le nuove tecnologie missilistiche avvicinano il giorno del trionfo dell’Islam sull’alleanza di crociati ed ebrei.”
“Le nuove tecnologie…” ripeté Gravina con un crampo allo stomaco.
Pochi minuti dopo era a teatro.
Ritirò il biglietto alla cassa mentre già gli operai stavano preparando le insegne e le locandine per lo spettacolo del giorno dopo.
Raggiunse la moglie nel buio della sala e sedette al suo fianco.
“Fammi un riassunto” le sussurrò sottovoce, dandole un bacio.
“Quale riassunto, tesoro…” bisbigliò lei. “E’ il Faust, conosci la storia. Questo è il monologo di lui che attende l’arrivo di Mefistofele. Il contratto è scaduto ma lui vuole sottrarsi al pagamento…”
Gravina si sentì mancare il respiro.
Il cuore gli batteva forte mentre Faust, nelle sue incorrotte sembianze giovanili, malediva il patto che aveva sottoscritto.
Sudava, di un sudore gelido e la disperazione di Faust era la sua disperazione.
E poi ecco, con un rombo di tuoni e un lampeggiare di fulmini appare in scena Mefistofele, avvolto in una sinistra nebbia giallastra.
Gravina ora è in preda all’orrore. Inchiodato alla poltrona, gli occhi sgranati, è rapito dal vortice di quella tragedia senza soluzioni. Una smorfia di terrore gli stravolge i lineamenti. Fissa il diavolo, ormai padrone del palcoscenico, ma non vede Mefistofele, non vede le sue corna, non vede il suo mantello.
Lui al centro della nube giallastra vede solo Samir.
Samir nel suo impeccabile completo di saglia, con il volto stirato in un ghigno diabolico.

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Ecco qua, è tornato Mario Pacifici con un altro dei suoi impareggiabili racconti, da leggere tutto d'un fiato. E dato che al momento sono occupata giorno e notte e di tempo per scrivere in proprio non riesco a trovarne, vi affido volentieri alle sue mani.

barbara


7 aprile 2009

PER LA SERIE: SE NON L’AVESSI VISTO COI MIEI OCCHI E SENTITO CON LE MIE ORECCHIE ...

Dunque succede che un tizio che di mestiere studia i terremoti e tutte quelle cose lì ad un certo momento comincia a dire attenzione che sta arrivando un terremoto e sarà disastroso. Va avanti per un bel po’, ma nessuno lo ascolta (do you remember Vajont?), anzi, ad un certo punto il signor Bertolaso si incazza di brutto, gli dà dell’imbecille, chiede una punizione. Poi il terremoto arriva. Ed è disastroso. E che cosa fanno I Sublimi? Il Sublime Capo Del Governo spiega che il terremoto non era prevedibile. Il Suo Sublime Reggipanza Signor Bertolaso conferma e ribadisce che il terremoto non era prevedibile. E io mi chiedo: ma neanche il rispetto per centinaia di morti, migliaia di feriti, decine di migliaia di persone che hanno perso tutto, neanche questo riesce a imporre un po’ di decenza a queste fogne immonde?

barbara


13 maggio 2008

C’ERA TRAFFICO

C’era traffico sulla nazionale, ha detto. Ed è stato per questo, per evitare il traffico, che ha imboccato, con la sua moto da cross, la pista ciclabile. Ora – so che è difficile crederlo, ma mi dovete credere sulla parola – sulle piste ciclabili a volte capita che ci siano degli sconsiderati che ci vanno in bicicletta. Quella volta lì c’era un bambino di sei anni, e lui lo ha centrato in pieno. Due giorni di coma, e stamattina è morto. Sebbene i medici, fin dall’inizio, non avessero dato alcuna speranza, tutti i notiziari regionali (uno ogni ora), durante questi due giorni di agonia, hanno continuato a dare gli aggiornamenti sulle condizioni del bambino. Decine di notiziari, dunque. E non uno che abbia detto qualcosa su eventuali provvedimenti presi nei confronti del diciassettenne che freddamente, lucidamente, ha scelto di mettersi in condizione di uccidere (sì, lo so che si chiama omicidio colposo, ma andate a raccontarlo a quella mamma. Andate a raccontarlo a quel cuore che aveva una vita davanti e invece non batte più. Magari, se avete abbastanza fegato, venire a raccontarlo a me).

barbara


18 aprile 2008

MA CHE PALLE

Possibile che ogni volta che un deficiente crepa di sballo tocchi regolarmente assistere all’interminabile starnazzamento dei “era la prima volta” e “non era un drogato” e, immancabile, “ne aveva presa solo mezza pasticca”? Già, mezza, sempre. Mai uno che ne avesse presa una, o tre quarti, o una e un quarto, no: sempre mezza, tutti. Si direbbe che sia quella la dose letale, ne prendi una e vai col liscio, ne prendi mezza e crepi. Dopodiché parte, altrettanto immancabile, la caccia al famigerato assassino che ha venduto la dose fatale. Come se fosse stato lui a rincorrere la povera vittima. Come se fosse stato lui a infilarle a forza la morte in bocca. Come se fosse stato lui a decidere della sua vita e della sua morte. Aggiungendo così un altro tassello alla disintegrazione di quella cosa che si chiama senso di responsabilità, in atto ormai da tempo immemorabile nelle famiglie, nelle scuole, nelle aule di tribunale, in ogni dove.
Poi penso che magari in quello stesso momento qualche povero innocente colpito da infarto o da ictus non ha potuto trovare posto in sala rianimazione perché il posto era occupato da un coglioncello che ha voluto provare l’ebbrezza dello sballo, e allora mi incazzo ancora di più.

barbara

AGGIORNAMENTO OT (forse): e si ricomincia con le figure di merda internazionali (avrà mai sentito il nome di Anna Politkovskaya, quello?)


20 giugno 2007

COSÌ, PER DIRE

È successo una decina d’anni fa, a qualche chilometro da qui. C’è una curva, disegnata alla pene di segugio, come si dice in italiano elevato, che in breve tempo si è conquistata il titolo di “curva della morte”. Succede dunque un giorno che un camionista, esattamente mentre sta affrontando quella curva, si mette a cercare con encomiabile concentrazione una cassetta da sostituire a quella inserita, che è finita. L’autista dell’autobus che stava arrivando in senso contrario, si è messo a urlare disperato “Ma cosa fa? Ma cosa fa?” ma oltre a urlare, povera anima, e cercare di utilizzare fino all’ultimo millimetro della dozzina di centimetri che separavano le ruote dell’autobus dal precipizio, non poteva fare. Il camion ha centrato in pieno la fiancata esterna dell’autobus, squarciandola: otto morti, fra cui due coppie con, rispettivamente, quattro e cinque figli, tutti bambini, e diciassette feriti. Un anno prima a Torino quello stesso camionista aveva centrato una donna in bicicletta, facendola secca sul colpo. E uno si chiede: cosa diavolo ci faceva, quello, a piede libero e per giunta con la patente e alla guida di un camion? E poi si chiede: ma se c’è gente che ha tempo da dedicare a qualche buona causa, perché non va a fare cagnara per i criminali in libertà piuttosto che per quelli in galera – o semplicemente ai domiciliari?

barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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