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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 giugno 2011

JORGE SEMPRÚN

Ho saputo solo adesso, con vergognoso ritardo, che ci è venuto a mancare un grande. Credo che queste poche parole di David Bidussa siano quelle giuste per ricordarlo.

Ci mancherà Jorge Semprun, deceduto a Parigi la settimana scorsa. Penso soprattutto a “Il grande viaggio”, un libro che ci ha costretto a ragionare su un passaggio esistenziale della vita dei milioni di uomini e donne passati dalla libertà al “campo”. Fino a prima di quel piccolo libretto di Semprun tutto finiva al momento dell'arresto e tutto cominciava al momento dell'ingresso nel campo. Il viaggio era una terra di nessuno, senza storia. Semprun ci ha costretto a scavare in  quella “terra di nessuno” e a prestare attenzione a quel tempo e a quell’esperienza in cui prendono forma i lineamenti antropologici del campo prima di entrarvi, senza che ci sia stato ancora il tempo di diventare sommersi o salvati.

Ho letto i suoi libri, e credo che li dovrebbero leggere tutti. E ho letto le sue sconvolgenti, e sconvolgentemente vere, parole scritte per la morte di Primo Levi: “Primo Levi, morto ad Auschwitz quarant’anni dopo”.



barbara


29 marzo 2011

AUX ARMES CITOYENS

Perché non c’è scelta. Perché se non vogliamo finire come questa donna non possiamo fare altro che combattere e far sentire alta la nostra voce – e magari riascoltiamola anche dalla splendida voce di questa coraggiosa cantante che, incurante di boicottaggi e indifferente a pressioni, il prossimo 9 aprile andrà a cantare a Tel Aviv.



barbara


21 dicembre 2010

CAZZO, ANCHE GLI EBREI HANNO UN’AVIAZIONE!



Ve l’avevo preannunciato: in quella colossale schifezza che è “Con le peggiori intenzioni”, una pagina bella c’è. Questa.


È l'estate del Sessantasette. Quella in cui il mondo ha
preso a camminare vorticosamente. Sono trascorse poche settimane dalla conclusione della Guerra dei sei giorni. L'atmosfera in casa Sonnino, sebbene tutti siano troppo snob per aderire completamente agli umori della comu­nità ebraica, è ancora elettrica. Le mensole ingombre di quotidiani con titoli cubitali. Suvvia, è stato emozionante per chi ha vissuto certi tempi, per chi ha visto i propri de­cenni cuginetti deportati, per chi si è dovuto nascondere, per chi ha sopportato la violazione del proprio domicilio e lo scorticamento della propria anima, per chi ha tremato per il suono sordo degli stivali tedeschi e il clamore ferri­gno dei loro ordini mortuari di quel fatale Sedici Ottobre, vedere un esercito ebraico così formidabilmente equipag­giato annichilire lo stranumeroso nemico arabo sotto la guida di quel Messia ebraico del generale Yitzhak Rabin. Lo abbiamo già detto, in fondo: i Sonnino non sono tipi da commuoversi su Israele, non sono tipi da finanziarlo, non sono quel genere d'ebrei per cui Israele innanzitutto. Israele non è altro che una delle concrete propaggini della Me­moria Ebraica da loro guardate con diffidenza. No, i Sonnino sono dell'altro tipo: orgogliosamente affezionati al loro ufficio di sobri dispensatori di spirito critico e obbiettività. Chiediamo molto a Israele. Giustizia e democrazia. Tolleranza e laicismo. Proprio dagli israeliani, in guerra permanente, pretendiamo un comportamento esemplare, da padri pellegrini, da ultima frontiera: inflessibilmente duri ma severamente giusti. Ma stavolta no, è stato im­possibile trattenere l'emozione: ci siamo commossi, abbia­mo sofferto, perso il sonno, tifato, temuto realmente che Israele potesse smettere di esistere, scomparisse dalla fac­cia della terra, un nuovo genocidio ebraico e l'ennesimo sogno tramutato in tragedia. Abbiamo subito avuto l'im­pressione che stavolta le cose sarebbero andate diversa­mente. Abbiamo compreso che lo stoicismo con cui i geni­tori attesero di essere massacrati ha insegnato ai figli l'inderogabile necessità di combattere. Non potete capire l'orgoglio che riempie il cuore di Bepy. Incredibile che in una manciata di ore la piccola aviazione israeliana (cazzo, anche gli ebrei hanno un'aviazione!) abbia annientato i reattori russi, messi a disposizione degli egiziani e dei giordani, assicurandosi una supremazia aerea assoluta. E come quegli eserciti composti per lo più da masse analfa­bete e demotivate abbiano ceduto di fronte a un piccolo esercito compatto e così straripante di motivazioni.
Questo ha lasciato nell'animo di Bepy e dei suoi fa­miliari una sinistra euforia. È strano continuare a occu­parsi di cose insignificanti quali mandare avanti l'ingros­so, ricevere rappresentanti, organizzare feste in maschera, scoparsi modiste minorenni, mentre in una parte di mon­do nient'affatto lontana si consuma una vittoria così schiacciante dell'armata ebraica. Per vari giorni tutti in fa­miglia hanno continuato a comperare cinque quotidiani, delusi dalla progressiva perdita d'interesse dei giornali italiani per quell'evento straordinario, addolorati dalla fa­ziosità filoaraba della maggior parte dei commentatori. Come se un giornalismo impeccabile fosse tenuto a de­cantare ogni giorno l'inusitata potenza dell'esercito israe­liano. Sono diverse notti che Bepy dorme poco. Si alza, ascolta la radio, guarda la televisione. È scostante e irrita­bile. Soffre di quella sindrome periferica - quella sensa­zione di decentramento rispetto ai fatti della Storia - che ben presto porterà suo figlio Teo a emigrare laddove la Storia ancora esiste e la Cronaca non ha che un peso esor­nativo. (Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, pp.101-103)



E ricorda, questo letterario “Cazzo, anche gli ebrei hanno un’aviazione!”, quell’incredulo – e autentico – “Juden haben Waffen!” levatosi in quel giorno d’aprile nel ghetto di Varsavia. E continueranno ad averle, armi e aviazione: se ne facciano una ragione i nemici di Israele, e si vadano ad ascoltare questo messaggio. Per gli amici, invece, questo capolavoro di tre minuti e mezzo.


barbara


8 marzo 2010

OTTO MARZO

8 Marzo, i privilegi delle donne in Palestina

Cari amici, dato che oggi è l'8 marzo, festa della donna, desidero informarvi degli straordinari privilegi che le donne hanno nel mondo islamico e in particolare in Palestina, in modo che anche noi abitanti del decadente nord del mondo possiamo imparare e migliorarci.
Non mi soffermerò su argomenti ben noti e già giustamente apprezzati come il permesso di sposarsi a partire dai sette anni e l'abitudine di farlo nella primissima adolescenza, che denota uno straordinario rispetto per la maturità delle donne musulmane, capaci di godersi una vita sessuale accanto a un adulto quando le loro coetanee europee giocano con le bambole.
Né ritornerò sulla stima che l'Islam ha nei confronti della loro purezza punendo con la lapidazione ogni forma di contaminazione subita, per esempio lo stupro (punendo la stuprata, voglio dire, non lo stupratore, ed è qui la prova dell'attenzione primaria che l'Islam dedica alle sue donne). Non vi parlerò della proibizione di intrattenersi da sole con uomini, neanche per i più superficiali motivi: solo quando si sa il valore di ciò che è esposto si temono i ladri.
E neppure voglio annoiarvi con argomenti ben noti che conseguono da questi principi, come la proibizione di guidare le automobili in posti veramente osservanti e attenti ai diritti femminili – in questo caso quello dell'incolumità – come l'Arabia Saudita. O sulle vesti sontuose e abbondanti che vengono riservate alle donne, come l'elegantissimo abito nero che copre tutto salvo gli occhi in Turchia e nel Medio Oriente, o il sontuoso burka in Afganistan: avete mai pensato quanto costa ai poveri uomini tutta quella stoffa messa attorno alle donne nel loro interesse, per tutelarne il prezioso pudore dai rapinosi sguardi del mondo? Basterebbe questo a far capire come l'Islam sia naturalmente femminista; o basterebbe l'harem, luogo meraviglioso della socialità femminile, autentico prototipo della separatezza dei gruppi di autocoscienza che sono arrivati in Occidente solo alla fine del secolo scorso.
Né voglio accennare più che tanto al diritto di famiglia, al comando indiscusso dell'uomo sulle cose materiali, dovuto alla sua inferiorità naturale, all'affidamento dei figli solo a lui, al suo diritto/dovere di correggere fisicamente le donne che sbagliassero comportamento e così via: tutte cose pensate per sollevare le donne dalle eccessive preoccupazioni materiali. Dove altro, del resto, nel mondo moderno privo di dignità e di principi, l'onore maschile è così interamente riposto nel corpo delle donne?
No, voglio parlarvi oggi di un argomento più materiale, più concreto: l'eredità. Il Corano stabilisce, come certamente sapete, che le donne ricevano la metà dalla quota di eredità di un uomo: se un padre ha un figlio e una figlia, a questa va un terzo e a lui i due terzi. Se le figlie sono due, a lui va la metà, a loro un quarto a testa, eccetera. Vi rendete conto di come questa sia una straordinaria discriminazione positiva, a favore delle donne. Esse sono preziose di per sé, valgono il doppio e dunque dar loro la metà non è altro che riconoscere questo doppio valore.
Dovete sapere però che il popolo palestinese, avendo avuto dal cielo in sorte il compito duro ma pieno di soddisfazioni della guerra santa, è all'avanguardia anche dal punto di vista dei diritti delle donne. Non le pensa solamente come il doppio più importanti degli uomini - e dunque meritevoli della metà della componente materiale dell'eredità, visto che godono del doppio di quella spirituale.
No, il popolo palestinese, in particolare nella sua componente più avanzata, più moderna, più illuminata, quel movimento islamico Hamas che governa a Gaza per via della sua mitezza e spiritualità, ha deciso che le donne non sono solo il doppio, ma infinitamente superiori agli uomini. Di conseguenza è invalso l'uso di non appesantirle affatto con l'eredità materiale (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=170400). Solo lo zero è in grado di riequilibrare l'infinito, e dunque nessuna eredità può essere accostata alla superiorità infinita della purezza femminile. Inoltre le creature totalmente spirituali non devono essere trattenute e appesantite da elementi così materiali come i soldi e le terre.
Sarebbe come trattenere i martiri che si fanno esplodere per andare direttamente in Cielo ricordando loro che hanno un corpo.
Ecco, io spero che anche l'Europa impari dalla spiritualità palestinese e che le femministe tutte capiscano da questi esempi che solo l'appoggio alla rivoluzione palestinese potrà introdurre anche in Occidente la giustizia fra i sessi. Se esse si convertiranno e diventeranno anch'esse, coi loro uteri, un'arma dell'Islam, come i palestinesi teorizzano per le loro donne – bé in questa maniera potranno finalmente anche loro o le loro figlie, se il Cielo lo desidera, sposarsi a sette anni, essere lapidate se stuprate, non poter incontrare da soli neppure per caso un maschio impuro, non guidare e non avere alcuna eredità, obbedire in tutto per tutto a un marito cui la legge divina assicura il diritto di picchiarle. Evviva! Buon 8 marzo eurarabo!

Ugo Volli



E per completare la celebrazione della ricorrenza suggerisco di dare un’occhiata anche qui, e chi avesse voglia di leggere tanto potrebbe andarsi a vedere anche questo.

barbara


6 ottobre 2009

ADDIO A MAREK EDELMAN ULTIMO EROE DEL GHETTO DI VARSAVIA

C’era chi lo chiamava eroe, suscitando le sue ire. Altri non sopportavano il fumo di quelle sigarette che lui, medico cardiologo, ha continuato a fumare imperterrito, fino a quando gli è stato possibile. C’è chi chiedeva di incontrarlo pensando di trovarsi dinanzi ad un idolo vivente, del quale fare poi il panegirico e l’apologia, salvo poi, alla prova dei fatti, accorgersi che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e modesto, era molto diverso dal personaggio che gli era stato cucito addosso. È morto Marek Edelman, figura straordinaria di militante politico del Novecento. A questo secolo, peraltro, era rimasto profondamente legato, in tutto e per tutto, avendolo vissuto quasi interamente e, perlopiù, sulla sua pelle. Era nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia (ma altre versione datano la sua nascita al 1922, nella città di Varsavia) da una famiglia di «ostjuden», quegli ebrei dell’Est europeo che avevano forgiato e diffuso la cultura jiddish alla quale Edelman era molto legato, senza però mai viverla come dimensione esclusiva della propria identità. Di essa, nel dopoguerra e nei decenni a seguire, ne rappresentò infatti quel che era sopravvissuto, soprattutto dopo il tragico vuoto creato dalla Shoah e le persecuzioni staliniste. Della vita delle comunità ashkenazite aveva quindi respirato tradizione e innovazione, figlio com’era di una famiglia modesta ma stabilmente inserita nel tessuto sociale polacco. Non fu pertanto un caso se, ancora giovanissimo, avesse da subito scelto l’impegno politico nel Bund, il partito dei lavoratori ebrei di Russia, Lituania e Polonia. Formazione solidamente socialista, «mama Bund», così come veniva chiamata, raccoglieva un largo consenso tra gli operai e i salariati. Per i più costituiva l’alternativa al sionismo ma anche ad un capitalismo radicale e, tratti, brutale. La formazione politica nella prima gioventù gli tornò molto utile dopo l’occupazione tedesca del suo paese. Durante gli anni del ghetto, a Varsavia, operò clandestinamente nel gruppo di resistenza organizzato dalla sua organizzazione. Successivamente, quando venne costituita la ZOB, la Zydowska organizacja bojowa (l’Organizzazione ebraica di combattimento), e Mordechai Anielewicz ne divenne il comandante, si unì ad essa guidando le squadre di combattimento del Bund. Nei duri combattimenti che si svolsero nelle quattro settimane di resistenza del ghetto Edelman, che era il vicecomandante dell’organizzazione, si distinse per determinazione e coraggio. Dopo la fuga, avvenuta il 10 maggio 1943, si nascose nella parte “ariana” di Varsavia. Mantenne unito ciò che rimaneva della ZOB e con i suoi uomini partecipò alla rivolta di Varsavia, che scoppiò nell’agosto 1944. Figura feticcio, suo malgrado, della Resistenza europea, nel dopoguerra rimase in quella Polonia che andava trasformandosi in una democrazia popolare, malgrado dovesse subire gli effetti del rinnovato antisemitismo. Mentre i pochi correligionari sopravvissuti allo sterminio lasciavano il paese Edelman completò gli studi e iniziò a lavorare come medico. Non dismise tuttavia il suo impegno politico, riconoscendosi in un socialismo dal volto umano, molto distante dalla religione civile imposta da Stalin e dai suoi uomini. Per questa ragione fu arrestato in più di una occasione dal regime, odiato com’era per l’autonomia di pensiero e per la professione di libertà. Nel 1968, quando anche in Polonia il movimento degli studenti faceva sentire le sue ragioni, venne ingiustamente licenziato dall’ospedale nel quale lavorava. Negli anni settanta intraprese, insieme ad altri, l’avventura di Solidarnosc, partecipando prima alla fondazione del Kor, il Komitet Obrony Robotników (il Comitato di difesa degli operai), insieme a Jacek Kuron e Adam Michnik, e poi all’attività del sindacato politico. Di quest’ultimo fu consigliere ai vertici, intervenendo in prima persona alla «Tavola rotonda», il negoziato condotto tra il sindacato e la giunta militare di Wojciech Jaruzelski, per garantire alla Polonia una transizione alla democrazia post-comunista basata sulla non violenza e sul consenso. Nel 1989 fu eletto deputato alla Dieta, il Parlamento nazionale, incarico che assolse fino al 1993. Nel 1998 l’allora Presidente Aleksander Kwasniewsky, suo antico avversario politico, lo insignì dell’ordine dell’Aquila, la massima onorificenza. Uomo schietto e sagace, era noto per la sua concezione antiretorica della vita. Nei suoi libri, a disposizione del pubblico italiano (ed in particolare «Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell'insurrezione» una lunga conversazione dell’autore con Hanna Krall; «Il guardiano», curato da Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn; «Arrivare prima del buon Dio» sempre con Hanna Krall), ci ha fornito il ritratto potente di una Polonia che, se non c’è più, tuttavia continua a pulsare nelle speranze di quella parte della nazione che crede nella libertà come evento non astratto, quando si accompagna alla giustizia sociale. Come tale, avversò la deriva populista del suo paese, durante il governo dei gemelli Kacynski, per poi riemergerne con la vittoria del liberale Donald Tusk. Edelman è stato uomo dalle molte vite: giovane bundista, non meno giovane attivista e dirigente dei ribelli del ghetto, poi maturo medico, militante sindacale, esponente dell’ultima intellighenzia ebraico-polacca, si congeda da noi nel mentre ciò per cui aveva lottato, l’Europa unita, sembra tanto a portata di mano quanto fragile e incerto. Uomo del confronto e del dialogo, ha riconosciuto i cambiamenti quando questi si sono verificati (ai tedeschi riconosceva di essere stati capaci di cambiare) ma non ha mai concesso nulla ad un ottimismo di circostanza. Di sé ha sempre detto che si occupava della vita, come esponente dell’umanesimo socialista ma anche come medico. Se ne è andato a novant’anni, molto tempo dopo la scomparsa del mondo da cui proveniva, troppo presto rispetto al paese e al continente che avrebbe voluto costruire.

Claudio Vercelli

Niente da aggiungere: rendiamo onore a un grande combattente, a uno di quegli anonimi eroi che, straccioni e affamati e quasi senz’armi, per quasi un mese seppero tenere testa al più potente esercito del mondo.

            

barbara


25 maggio 2009

IL VESTITO BELLO

La lettura era tratta dal libro “Racconti della resistenza europea” di Lucia Tumiati. Raccontava di un ghetto che non viene nominato, ma che dovrebbe essere quello di Varsavia, dei bambini che vivono tutti raccolti nella scuola perché i loro genitori non ci sono più, della vecchia maestra Tamara che deve badare a tutti loro, degli spari per strada perché questa volta gli ebrei hanno deciso di non farsi prendere vivi e di morire come vogliono loro e non come vogliono gli altri, del soldato tedesco che ad un certo punto si affaccia alla finestra e dice che devono andare. E la maestra, prima di metterli in fila, ogni bambino piccolo per mano a uno più grande, ordina loro di mettersi il vestito bello. Ci speravo ma non ci contavo troppo, quando ho fatto la domanda: “Perché, secondo voi, gli fa mettere il vestito bello?” Ci speravo ma non ci contavo, e invece uno ha alzato la mano e lo ha detto: “Per morire con dignità”.
Mi sono commossa. (Meditate che questo è stato)

    

   



 

     
     
                                                  

barbara


25 gennaio 2009

COMUNICATO STAMPA: GEERT WILDERS A ROMA IL 19 FEBBRAIO

Ricevo e pubblico.



G
eert Wilders, autore di FITNA, leader del PVV, il Partito per la Libertà da lui fondato in Olanda, è in questi giorni alla ribalta delle cronache internazionali, non solo per le sue battaglie in difesa dei valori della democrazia della libertà e dell’Occidente, ma soprattutto per aver denunciato il fondamentalismo islamico, attraverso Fitna, il film da lui prodotto e per il quale, si è guadagnato da un lato il “Premio Oriana Fallaci”, dall’altro una fatwa, un “Premio” dagli amici di Allah. La Corte di Appello di Amsterdam ha richiesto che venga processato per “istigazione all’odio e la discriminazione” per aver paragonato il corano al Mein Kampf di Hitler. Nel film http://www.unaviaxoriana.it/cgi-bin/uvpo/index.cgi?action=viewnews&id=165 si citano alcuni versetti del corano in cui si diffonde il terrore ai nemici di Allah, gli imam incitano al massacro gli ebrei e gli infedeli e si vedono immagini cruente di impiccagioni, decapitazioni, linciaggi e attentati terroristici di matrice islamica.
Fitna ha fatto e farà discutere, recentemente, “alla faccia della libertà d’espressione”, sbandierata dagli europeisti convinti, ne è stata proibita la visione addirittura nell’ambito del Parlamento Europeo. L’islamicamente corretto Ban Ki-moon, ritiene il film islamofobico e offensivo, mentre il Governo cristiano-democratico del suo Paese che ha persino vietato i canali televisivi nazionali di trasmetterlo.
Dai sinistroidi ai collaborazionisti, dalle cicale ai traditori, fino ai pacifinti e i buonisti di turno, contagiati dal virus del relativismo, quello che rappresenta la cruda verità, è considerato politicamente scorretto. Per i fondamentalisti islamici invece è islamicamente morto, perché segue le orme di Theo van Gogh, ha gli stessi ideali di Pym Fortuyn ed ha come idolo Oriana Fallaci. Da due anni vive sotto scorta h24 perché qualcuno potrebbe voler vincere le 92 vergini messe in palio dagli integralisti maomettani per la sua morte.
Noi,“Una Via per Oriana”, crediamo che la libertà di espressione è il primo dei valori su cui si fonda una democrazia, questo è uno dei motivi per cui faremo un presidio all’ONU a Ginevra il 20 Aprile prossimo, una forma di protesta civile, proprio per difendere la nostra libertà di espressione, che sotto la farsa- falsa-conferenza gestita dall’OCI, contro il razzismo, l’intolleranza e la xenofobia, che un manipolo di ayatollah, vuole imbavagliare facendo pressione sui Membri dei Governi occidentali affetti da criptorchidismo.
Abbiamo invitato il Parlamentare olandese a tenere una conferenza sul tema dell’islamofobia e la libertà di espressione oltre che ricevere il “Premio Oriana Fallaci” assegnatogli al Memorial lo scorso 15 settembre a Firenze. Geert Wilders sarà a Roma il 19 Febbraio prossimo, dove al Gran Hotel Palatino terrà una conferenza (solo ad invito) con la proiezione del suo film Fitna, è prevista la partecipazione di parlamentari italiani.

Al termine una cena conviviale e la cerimonia di consegna del “Premio Oriana Fallaci”
Per accreditarsi: 339 8704071 unaviaxoriana@unaviaxoriana.it Armando Manocchia

Ancora una violenta intimidazione da parte del mondo islamico, a cui è necessario resistere, per non lasciarci travolgere.

barbara


19 gennaio 2009

UN CAPRETTO

Versione, modificata rispetto all’originale tradizionale, di Herbert Pagani

Un capretto su un carretto
va al macello del giovedì,
non si è ancora rassegnato
a finire proprio così.

Chiede ad una rondine
“salvami, se puoi”.
Lei lo guarda un attimo
fa un bel giro in cielo e poi
risponde
“Siete tutti nati apposta,
io non c’entro, credi a me.
C’è chi paga in ogni festa,
questa volta tocca a te….”

Un bambino, su un vagone,
va al macello del giovedì,
non si è ancora rassegnato
a morire proprio così.
Chiede ad un soldato
“salvami, se puoi”
e lui con la mano
lo rimette in fila e poi
risponde
“Siete in tanti sulla Terra,
io non c’entro, credi a me.
C’è chi paga in ogni guerra,
questa volta tocca a te…”

Ora dormi caro figlio
sta' tranquillo che resto qui,
non è detto che la storia
debba sempre finir così.
Il mio bel capretto
è nato in libertà,
finché sono in vita
mai nessuno lo toccherà.

La storia te l'ho raccontata apposta
perché un giorno pure tu
dovrai fare l'impossibile
perché non succeda più.
Siamo padri e siamo figli
tutti nati in libertà
ma saremo irresponsabili
se uno solo pagherà.

Ora dormi. (e buona notte a tutti noi)

barbara


15 dicembre 2008

STORIA DI UN TEDESCO

La storia che qui si vuole raccontare ha per argomento una specie di duello.
Si tratta di un duello impari tra due avversari molto diversi: tra uno stato oltremodo potente, forte e brutale, e un piccolo privato cittadino, anonimo e sconosciuto. Il duello non si svol­ge su quello che viene comunemente considerato il campo del­la politica; il privato cittadino non è in alcun modo un politico, né tanto meno un congiurato, un «nemico dello stato». Viene a trovarsi continuamente ed esclusivamente sulla difensiva. Non desidera altro se non proteggere ciò che, a torto o a ragione, considera la propria personalità, la propria vita e la propria pri­vata onorabilità. Tutto questo viene costantemente aggredito dallo stato in cui vive e col quale ha a che fare, con mezzi estremamente brutali, anche se abbastanza grossolani.
Tra terribili minacce, questo stato pretende che il suddetto privato cittadino abbandoni i suoi amici, lasci le sue ragazze, rinunci alle proprie idee, accetti idee imposte, saluti in modo diverso da come è abituato, mangi e beva cose diverse da quel­le che gli piacciono, impieghi il tempo libero in occupazioni che detesta, metta la propria persona a disposizione di avven­ture che rifiuta, rinneghi il proprio passato e il proprio Io, e, cosa fondamentale, mostri costantemente nei riguardi di tut­to questo il massimo entusiasmo e la massima riconoscenza.
Il privato cittadino non vuole. È poco preparato all'aggres­sione di cui è vittima, non è un eroe nato, e tanto meno un martire. È semplicemente un uomo qualunque, con le sue molte debolezze, e in più è il prodotto di un'epoca insidiosa: però non vuole. E allora si impegna nel duello... senza entu­siasmo, quasi facendo spallucce; ma con la tacita determina­zione di non cedere. Ovviamente è molto più debole del suo avversario, ma senza dubbio più flessibile. Si vedrà come ese­gue manovre diversive, si scansa, poi esegue un affondo im­provviso, come si tiene in equilibrio ed evita per un pelo le stoccate pericolose. Si dovrà convenire che nel complesso, per un uomo qualunque senza particolari tendenze all'eroismo o al martirio, resiste davvero valorosamente. Ma poi si vedrà co­me alla fine sia costretto a interrompere il combattimento o, se si vuole, a trasferirlo su un piano diverso.
Lo stato è il Reich tedesco, il privato cittadino sono io. La competizione tra di noi, come ogni competizione, può essere interessante da osservare. (Spero che sarà interessante!)

Impressionante – è l’unico aggettivo che viene in mente – la lucidità dell’analisi che troviamo in questo libro, scritto nel 1939, delle vicende che hanno travolto la Germania nel primo dopoguerra fino all’avvento del nazismo. Impressionante la chiarezza di idee di questo ragazzo che è riuscito a non farsene travolgere, nonostante “incidenti di percorso” come questo:

Intanto
un'uniforme bruna si avvicinò fermandosi davanti a me. «Lei è ariano?». Prima di poter riflettere, avevo già risposto «Sì». Un'occhiata indagatrice al mio naso, e quello si ritirò. Ma io avvampai. Con qualche secondo di ritardo avvertii la mortificazione, la sconfitta. Avevo detto «sì»! Certo, io ero «ariano», se il problema era questo. Non avevo mentito. Avevo permesso che accadesse qualcosa di molto peggio. Quale umiliazione chiarire puntualmente su richiesta di estranei che io ero ariano, cosa alla quale tra l'altro non attribuivo alcuna importanza. Che vergogna ottenere di essere lasciato in pace dietro le mie pratiche in questo modo! Colto alla sprovvista, anche adesso! Fallito alla prima prova! Mi sarei preso a schiaffi.

Lettura importante anche per capire come mai una nazione in cui alle elezioni del 1933, nonostante le intimidazioni, nonostante gli assassini, nonostante le violenze di ogni sorta perpetrate dai gruppuscoli nazisti, nonostante tutto questo la maggioranza della popolazione NON aveva votato per Hitler e il suo partito, pochi mesi dopo fosse praticamente tutta entusiasticamente nazista. Noi ce lo siamo sempre chiesti: Haffner, ora, ce lo spiega nel modo più chiaro.

Sebastian Haffner, Storia di un tedesco, Garzanti



barbara


10 agosto 2008

AFGHANISTAN, DOVE DIO VIENE SOLO PER PIANGERE

E se Dio è donna, dovrà piangere ancora di più in Afghanistan, dove è normale pensare che A dire il vero Dio è sempre stato buono con la madre di Shirin-Gol. Come primo figlio, nel ventre le ha deposto un maschio, così che suo marito potesse sentirsi un vero uomo e non fosse costretto a romperle i denti, dove è normale che una bambina venga cresciuta così:
- Tieni le gambe strette, le ragazze non siedono con le gambe aperte, altrimenti viene il lupo e si mangia tutto
- Stai zitta, le ragazze per bene tacciono, altrimenti entra l’uccellino in bocca e ti soffoca
- Di’ alla bambina che deve abbassare lo sguardo, altrimenti prende una brutta abitudine e da grande guarderà negli occhi uomini che non conosce
- Tieni il fazzoletto sulla fronte, indossa i veli, ritira i piedi, abbassa lo sguardo, non parlare quando i tuoi fratelli parlano, fai posto, cedi il passo …

E questo era prima: prima dei russi, prima dei mujaheddin, prima dei talebani. Dopo è diventato peggio. Molto peggio. Un peggio attraverso cui ci accompagna per mano Shirin-Gol. Un peggio fatto di guerra e bombe e missili e fughe e fame. Un peggio fatto di donne umiliate, oppresse, violentate nel corpo e nell’anima – e sempre, quando una donna subisce l’oltraggio estremo, spunta accanto a lei un’altra donna che l’abbraccia stretta, e l’accarezza, e la spoglia e la lava e la culla parlandole dolcemente perché sa esattamente che cosa sta provando quella donna, e perché questo è il modo più giusto per ripagare la donna che a sua volta, quando era toccato a lei, l’aveva abbracciata e accarezzata e spogliata e lavata e cullata … perché quasi non c’è donna, in questo mondo in cui ogni millimetro di pelle visibile è considerato diabolica provocazione, quasi non c’è donna che, per quanto racchiusa in una prigione di stoffa, non sia finita vittima della bestialità di uomini che si ritengono depositari, nei loro confronti, di ogni diritto, primo fra tutti quello di disonorarle – e di disprezzarle poi per essere state disonorate.
Ci conduce con mano ferma, Shirin-Gol, che è anche andata a scuola, quando c’erano i russi, anche se suo padre non voleva, perché lo sanno tutti che le donne che imparano a leggere e a scrivere diventano tutte puttane. Ci conduce di caduta in caduta, di orrore in orrore, fino all’inferno supremo, quello dei talebani, sotto il cui dominio regna l’arbitrio totale, e le donne devono smettere di esistere mentre loro si trastullano coi ragazzini. E in mezzo a tanto orrore, tuttavia, troviamo pagine di sublime bellezza, come questa.

Le donne si accovacciano accanto a lei e si aspettano che compia il miracolo. Osservano ogni suo movimento, ascoltano ogni suo respiro, bevono ogni singola parola che esce dalla sua bocca, eseguono tutti i suoi ordini.
Bibi-Deljan, l'anziana del villaggio, siede dietro la testa di Abine, muove in silenzio le labbra e sgrana le perle del suo rosario prima in un verso, poi nell'altro. Mani solcate da vene blu, che sembrano fiumi nelle montagne, sgranano i chicchi del rosario. Bibi-Deljan è tutta una ruga, non ha più un solo centimetro di pelle liscia. Pieghe e rughe che somigliano alle creste e alle rocce della montagna dove vive. Bibi-Deljan, la donna che sembra fatta di roccia. Eretta. Immobile. Testa di roccia. Spalle di roccia. Gambe di roccia. Braccia di roccia.
Nulla si muove in Bibi-Deljan; soltanto le labbra mute e le dita ossute, con le quali sgrana le perle del rosario, prima in una direzione e poi nell'altra. Siede lì e non stacca gli occhi da Shirin-Gol. Come se volesse tessere, fra lei e Shirin-Gol, un filo invisibile. Come se, attraverso quel filo, potesse penetrare nel suo corpo, nella sua testa, nella sua anima, nel suo sangue, nelle sue braccia, nelle sue gambe, in ogni capello. Come se, attraverso quel filo, volesse trasmettere a Shirin-Gol tutto ciò che i suoi occhi hanno visto, ogni pensiero che la sua mente ha prodotto. Come se le voci e i rumori nella piccola capanna potessero scomparire. Come se i colori potessero scomparire. Il volto della madre di Abine perde prima gli occhi, poi il naso, le orecchie; la bocca si trasforma in un buco nero. Poi anche tutti gli altri visi perdono occhi, naso, orecchie; tutte le bocche si trasformano in un buco nero. Soltanto il volto della donna di roccia continua ad avere occhi, naso, orecchie e bocca. Una bocca che mormora, muta. Tutto è tranquillo. Shirin-Gol chiude gli occhi, sente che le gira la testa. Cerca di riprendersi. Shirin-Gol perde tutte le parole, tutti i pensieri tranne uno. Soltanto un pensiero resta chiaro nella sua testa che gira vorticosamente. Non vede più occhi, non vede più orecchie, ora vede solo buchi neri, là dove, fino a un attimo prima, c'erano bocche.
"Potrei andarmene, lasciare la capanna" pensa Shirin-Gol. "Nessuno se ne accorgerebbe. Non ho il diritto di intromettermi nei piani di Dio."
«È proprio per volontà di Dio, invece, che tu sei qui ad aiutare» dice Bibi-Deljan con voce dolce e tranquilla.
La madre di Abine riacquista occhi, naso, orecchie, bocca. Le sfugge un grido soffocato, come se avesse visto un fantasma. Mette una mano sulla bocca, con l'altra artiglia le gonne. «La-elah-ha-el-allah» esclama.
«Sono due inverni e due estati che Bibi-Deljan non ha più aperto bocca. E ha ritrovato la lingua ora, mentre mia figlia muore.»
Bibi-Deljan, la muta donna di roccia, ha ritrovato la parola. La madre di Abine ha riacquistato la bocca e la voce stridente. La donna di roccia non stacca i suoi occhi da Shirin-Gol, continua a sgranare il rosario, prima in una direzione e poi nell'altra.


E sempre si fa strada, in Shirin-Gol e nelle altre donne, una parola magica: resistenza. Parlare fra donne: resistenza. Sollevare per un istante la prigione del velo per sentire il vento sul viso: resistenza. Riuscire per un momento a sorridere: resistenza. Insegnare di nascosto alle bambine a leggere e a scrivere: resistenza. Sopravvivere: resistenza, resistenza, resistenza! E allora noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici, dedichiamo a queste nostre infelici sorelle almeno il dono gratuito della nostra attenzione.

Siba Shakib, Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere, Piemme



barbara


3 agosto 2008

TUTTI I GIORNI DI TUA VITA

«Papà non vorrà saperne di lui, vero? Mi manderà via come ha fatto con Regina …» singhiozzava Corinna, ed Eliana all’improvviso sentì salire in lei qualcosa che la rendeva più alta, più solida e robusta, ed era come se ogni parte del suo corpo fosse diventata di marmo o di bronzo, pronto a ergersi e incombere al di sopra di tutte le teste.
«La famiglia non è solo papà. Io non gli permetterò mai di cacciarti» disse Eliana scandendo le parole.

Sa scrivere, Lia Levi. Di quella scrittura piana che ti cattura e ti costringe a girare una pagina dietro l’altra fino a quando non giungi all’ultima in questo racconto in cui la Storia si intreccia alle storie – e quando la Storia è quella dell’Italia fascista e le storie sono storie di ebrei, ce ne sono di cose da raccontare. Storie in cui campeggiano splendide figure femminili, forti e coraggiose, capaci di prendere in mano la propria vita e riscattare le tante meschinità in cui altri si crogiolano.

Lia Levi, Tutti i giorni di tua vita, e/o



barbara


1 maggio 2008

YOM HA-SHOAH



Oggi in Israele si celebra Yom ha-Shoah, il giorno della Shoah: per due minuti, alle dieci di questa mattina, tutte le sirene presenti sul territorio israeliano hanno suonato. Per due minuti un intero Paese si è fermato. Per due minuti tutti gli israeliani hanno interrotto qualunque cosa stessero facendo e sono rimasti in piedi, immobili, nelle loro case, nelle scuole, negli uffici, nei negozi, per strada accanto alle proprie auto. Per ricordare i milioni di ebrei morti nella Shoah. E per rammentare ai novelli Hitler d’oggigiorno che gli ebrei vivi sono fermamente intenzionati a restare vivi e a RESISTERE a ogni tentativo di portare a termine l’opera intrapresa dai nazisti e dai loro complici. VIVA ISRAELE SEMPRE!



barbara

Aggiunta: imperativo categorico: andate a vedere anche questo.


1 ottobre 2007

OLTRE

Oltre la logica. Oltre la razionalità. Oltre la capacità di comprendere. Oltre. Un fotografo. Non uno con un fucile, che ti può sparare. Non uno con un coltello, con un bastone con un sasso, no. Un fotografo. Uno che se gli togli la macchina fotografica non fa più un cazzo. Potresti togliergli la macchina fotografica. E invece no: ti fermi, prendi con calma la mira, lo uccidi. E poi riprendi la strada.

Nel frattempo, come volevasi dimostrare, hanno blindato il Paese: niente giornalisti stranieri, niente internet, niente testimoni. E di quello che sta succedendo nessuno sa più niente. Chi parla di centinaia di morti, chi di migliaia. Come l’altra volta. Come sempre. I monaci sono eroi, ma hanno perso.

E lo so che non serve a niente e a nessuno, ma credo che dovremmo almeno – microscopico atto di resistenza che non ci costa assolutamente niente – chiamare quel paese con il suo nome, Birmania, e la sua capitale con il suo nome, Rangoon, e non con quelli che hanno dato loro i macellai al potere.

barbara


10 settembre 2007

SAHARAWI, FIGLI DI UN DIO MINORE



La pista
ripida corre tra colline spaccate. Sobbalza per ore la jeep rovente, lanciata verso le dune tremanti di un rosso che annienta l'ocra delle distese di fossili. Ho dovuto arrivare fino a Dakhla, il campo profughi saharawi più lontano dall'aeroporto di Tindouf, sudovest dell'Algeria, per ricevere una lezione di giornalismo secca e lucida. Me la impartisce Maima Mahmud Nayem, direttrice della scuola delle donne, mentre allieve di ogni età avvolte nelle melfah azzurre e gialle imparano l’inglese, lo spagnolo, l'informatica e la fotografia, materie che schiaffeggiano l'immobilità di questo deserto a 50 gradi. Maima ha 34 anni, un'aria dolce e impaziente. Si è laureata in ingegneria a Cuba, il paese che con Libia, Algeria e Spagna offre più borse di studio a questi eterni profughi. Mi spiega che le ragazze al computer costruiscono un blog su internet per comunicare oltre il loro asfissiante destino. Poi Maima esplode. «A voi
giornalisti non importa niente di noi. Cercate storie morbose, di poveracci che si ammazzano per un pezzo di pane, e i Saharawi non sono così. Da noi non esiste analfabetismo né violenza domestica. Il nostro Islam valorizza le donne, libere ed emancipate. Venite a guardarci come fossimo leoni in gabbia e intanto mantenete i funzionari dell'Onu che stanno qui dal '91 senza aver mosso un dito». Incasso. Avanzo un'unica, deprimente ipotesi: «Forse non si parla di voi perché non vi fate saltare in aria».
La rabbia che trasfigura Maima è il sentimento più ostinato e palpabile nei campi profughi attorno a Tindouf, geometriche distese di tende e baracche che il popolo saharawi abita da oltre trent’anni, nutrito dagli aiuti internazionali. La loro è una decolonizzazione incompiuta: vivevano nel Sahara Occidentale, la regione a sud del Marocco che nelle mappe resta tratteggiata come una dannata no man's land. Era una colonia della Spagna, che nel 1975 la cede a Marocco e Mauritania in cambio dello sfruttamento dei suoi fosfati e del mare pescoso. Accordo illegittimo: l'Onu e la Corte dell'Aia avevano sancito il diritto dei Saharawi a decidere la loro indipendenza con un referendum. Invece vengono cacciati dai coloni marocchini e da bombe al napalm. Duecentomila marciano nel deserto fino all'Algeria, che li accoglie come rifugiati. Altri rimangono nel Sahara Occidentale, oppressi e incarcerati fino a oggi se inneggiano alla Rasd, la Repubblica araba saharawi democratica fondata nel ‘76 dai Saharawi in esilio. Il suo braccio armato, il Fronte Polisario, fa guerra al Marocco (la Mauritania si ritira subito) fino al '91: nomadi a dorso di cammello tengono testa all'esercito di Rabat, abbattono
aerei a colpi di kalashnikov e riconquistano la striscia orientale del loro territorio, deserto verde di acacie e carrubi. A lungo il Marocco nega il sangue versato in questo spicchio di nulla, ma i Saharawi collezionano documenti dei soldati avversari e ogni relitto di missili, mine e carri armati, per farne un museo a cielo aperto che resta una toccante testimonianza di dramma e pietà.
Dal '91 l’Onu, con la missione Minurso, controlla che i nemici non si riarmino. La tregua doveva preludere al referendum sul Sahara Occidentale, ma tutto stagna da allora: i piani di pace cadono nel vuoto, i rigurgiti di violenza del 2OO5 fanno parlare do intifada nel deserto. Il Marocco non cede il Sahara Occidentale, ricco anche di petrolio, e propone un’autonomia sotto la propria sovranità. I Saharawi non ci stanno, chiedono il referendum. Quest'anno sono ripartite le trattative mediate dall’Onu, subito chiuse a pedine ferme: l’ultimo incontro del 10 agosto a New York ha visto una maggiore rigidità di Rabat e prodotto solo l'ennesimo rinvio. Nessuna potenza occidentale preme sul Marocco, irrinunciabile alleato nel Maghreb contro il terrorismo islamico, alimentando la tensione con l'Algeria che appoggia la Rasd.
L'ultima polveriera d'Africa: ecco come appare il deserto roccioso, suggestivo solo al tramonto, dove i rifugiati saharawi governano un efficiente Stato in esilio. Hanno un presidente della Repubblica, Mohammed Abdelaziz, sempre rieletto dal '75; ministeri, Parlamento e divisioni amministrative. La Rasd fa parte dell'Unione Africana - il Marocco ne è uscito per questo - è riconosciuta da 78 paesi (ma non da Usa e Ue) e ha ambasciatori sparsi per il globo, compresa l'Italia. È l'unico caso al mondo di autogestione degli aiuti umanitari: una società di sabbia, popolata da poliglotti e laureati che sognano il mare del Sahara Occidentale. Ogni profugo vi ha lasciato una madre, un fratello, un figlio. «Nel '75 avevo otto anni» racconta Mohammed Yeslem, ambasciatore saharawi ad Algeri. «Mi sono incamminato nel deserto con mio zio pensando che non avrei visto i miei genitori solo per qualche settimana. Sono 32 anni».
Nell'afa paralizzante di lenti pomeriggi, i profughi si concedono solenni riti del tè porgendo tre bicchieri: amaro come la vita, dolce come l'amore, soave come la morte. Nessuno crede più nell'Onu: è la guerra ad aleggiare tra sguardi e parole. «Siamo giocattoli della comunità internazionale» esplode Ardati Muhammed, trent'anni, che nel centro culturale di Dakhla cerca in Internet notizie sul Sahara occupato. Ne trapelano poche: la polizia marocchina espelle i giornalisti, arresta i manifestanti e il 4 agosto ha sequestrato l'auto al giudice italiano Nicola Quatrano, consulente dei Saharawi. «Non abbiamo soldi per comprare esplosivi» aggiunge Ardati «ma se la nostra testa si surriscalda, stai certa che li troveremo». La moglie del presidente della Rasd, Hadija Hamdi, usa toni più moderati in un francese impeccabile: «Investiamo in istruzione» mi dice nella piazza polverosa del campo "27 febbraio”. «Abbiamo creato biblioteche e centri culturali, e incoraggiamo le donne alla partecipazione politica nell'attesa di riavere la nostra terra».
I Saharawi stanno ripopolando le strisce di frontiera, quelle che corrono lungo i 2.700 chilometri del muro di sabbia, cemento e filo spinato eretto dal Marocco per separarli dal Sahara Occidentale. Solo i berretti blu della Minurso vi passano attraverso. Noi lo guardiamo a distanza: il terreno rigurgita di mine marocchine e i cammelli saltano in aria a grappoli. Si passa di qui per l'avamposto militare di Tifariti, zona-tampone controllata dall'Onu e scelta per ospitare il referendum, se mai avverrà. Capolinea mistico e tragico, un deserto dei Tartari dove i nemici si scrutano immobili e la caserma è una labirintica madrasa bianca che sembra un quadro di De Chirico, appena le ombre s'allungano. I militari saharawi arrostiscono fegato di cammello e non cessano di addestrarsi. «Siamo stanchi di una pace inutile» confessa il comandante Brahim Beidella «il nostro ideale ci rende più forti del nemico». Pochi passi più in là, nella tenda della Minurso con tv satellitare e aria condizionata, un capitano italiano si lascia sfuggire: «Se marocchini e saharawi si riarmeranno, noi saremo gli ultimi a saperlo». (Emanuela Zuccalà, L’Espresso)

Giusto per non dimenticare che ci sono anche questi, come già ricordato qui (a proposito, che cosa ha decretato il tribunale internazionale dell’Aja per questi
2.700 chilometri di muro di sabbia, cemento e filo spinato eretto dal Marocco per separarli dal Sahara Occidentale? Quali iniziative sono state prese dagli attivisti per i diritti umani? Quali mobilitazioni sono state organizzate dalle Donne in nero? Così, giusto per curiosità …)


rifugiati saharawi

barbara


19 agosto 2007

RESISTENZA

   
   

   
 
 

E per queste condanne a morte niente proteste, niente marce, niente sit-in, niente striscioni e cartelloni, niente grida e niente strepiti, niente movimenti internazionali, niente proposte all’Onu. Niente. C’è poco da fare: se non sei un Caino non ti caga nessuno. Ma loro continuano a resistere, alla faccia di tutti i buonisti del mondo.

barbara



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