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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


2 febbraio 2012

QUELLA SCHIAVITÙ DI CUI NESSUNO PARLA

E che dura ancora oggi.



barbara 


14 dicembre 2011

E MI VIENE DA CHIEDERMI

Perché se un italiano uccide due senegalesi e ne ferisce altri tre la notizia riempie tre pagine di giornale e se un marocchino uccide cinque europei e ne ferisce oltre centoventi basta un quarto di pagina? Perché gli articoli che parlano dell’assassinio commesso dall’italiano traboccano di parole quali razzismo, intolleranza, odio, estremismo e il breve articolo sull’eccidio commesso dal marocchino è un sobrio e asettico resoconto dei fatti? Perché la cronaca dell’episodio italiano gronda di fosche profezie sul baratro a cui questo dilagante razzismo, questo crescente odio cieco ci sta conducendo, mentre l’episodio belga non provoca nessun particolare allarme? Perché?

barbara


14 agosto 2011

IL LIBRO DELLE LAMENTAZIONI

Perché le razze esistono, oh sì, eccome se esistono. Ed esistono le razze padrone e le razze serve, e se nasci in una razza serva non puoi illuderti di avere diritto alla libertà, alla dignità, al rispetto, alla giustizia. E se qualche pazzo visionario un giorno decide di fare una legge che ti assicura tutte queste belle cose, farai bene a stare in guardia, perché gli appartenenti alla razza padrona, che hanno il senso della realtà e sanno che la tua razza è molto più vicina alle bestie che agli umani, non permetteranno certo di mettere in atto una simile follia e c’è il rischio che, per impedirlo, di te non restino più neanche le ossa.
Libro bellissimo che narra di un Messico reale che sa di fiabesco, o forse di un Messico di fiaba che sa fin troppo di realtà, con storie che forse sono vere o forse sono fantastiche o forse sono un po’ vere e un po’ fantastiche, narrate da una stupenda autrice dai molteplici talenti (narratrice, poetessa, docente, diplomatica, infaticabile attivista per l’emancipazione femminile – giusto a proposito di donne, vai a vedere anche questo), di cui non possiamo non piangere la precoce scomparsa.
(Resta da capire come un Oficio de Tinieblas si sia trasformato, arrivando in Italia, in un Libro delle lamentazioni, che uno lo va a cercare in google per prendere un’immagine della copertina e si ritrova in mezzo alla Bibbia ma insomma non si può avere tutto dalla vita).

Rosario Castellanos, Il libro delle lamentazioni, Marsilio



barbara


17 marzo 2010

DA CHE PULPITO ...

L’Egitto ci chiama razzisti, ma stermina i cristiani. Alle frontiere casi di immigrati uccisi e profughi rispediti verso la tortura.

di Fausto Biloslavo

Alle frontiere casi di immigrati uccisi e profughi rispediti verso la tortura

Il
governo egiziano accusa l'Italia di violenze, razzismo e discriminazione nei confronti degli immigrati, ma a casa sua non ci pensa due volte a prendere a fucilate i clandestini. Oppure bastonarli a morte. Lo scorso anno ne hanno fatti fuori 17, in fuga da Etiopia, Sudan ed Eritrea, mentre cercavano di arrivare in Israele, la nuova terra promessa per migliaia di disperati. Decine sono rimasti feriti. L'anno prima le guardie di frontiera egiziane, dal grilletto facile, avevano ammazzato 28 clandestini. Per non parlare delle deportazioni di massa di chi fugge dalla tirannia. Nel 2008 ben 1200 eritrei sono stati rispediti in patria senza usare i guanti bianchi come da noi. Li aspettavano la tortura e la rieducazione in campi militari.
Il fustigatore dell'Italia è il ministro degli Esteri Aboul Gheit, che dovrebbe conoscere bene il nostro paese. Ex ambasciatore a Roma ha retto anche la sede diplomatica di San Marino. Il capo della diplomazia egiziana «condanna» le violenze di Rosarno e chiede al governo italiano di intervenire contro episodi di razzismo e discriminazione, come se da noi ci fosse la schiavitù. Secondo una nota del ministero degli Esteri de Il Cairo «gli episodi di violenza» sono solo «un'immagine delle numerose violazioni subite dai migranti e dalle minoranze in Italia, tra cui quella araba e quella musulmana».
Da che pulpito arriva la predica
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Vai a dirlo alla famiglia del clandestino ventenne, che dal Sahara meridionale, sperava di raggiungere Israele agli inizi di dicembre. Le guardie di frontiera egiziane gli hanno sparato come i Vopos del Muro di Berlino, senza neppure fornire il suo nome e la nazionalità.
Nel 2009 la stessa tragica sorte è capitata ad altri 16 disgraziati in fuga verso un mondo migliore, che hanno pensato male di passare per l'Egitto. Amnesty International, nel rapporto annuale sul 2008, ha enunciato che «28 persone (migranti) sono state uccise a colpi d'arma da fuoco e decine sono rimaste ferite». Lo scorso settembre ne hanno fatto fuori quattro in un colpo solo, nonostante fossero inermi e disarmati. Secondo Amnesty centinaia di migranti sono stati processati davanti a un tribunale militare per «tentata fuoriuscita illegale dal confine egiziano orientale».
Le telecamere sulla frontiera israeliana talvolta hanno ripreso la caccia al clandestino da parte egiziana. In alcuni casi i poveretti vengono picchiati finché non esalano l'ultimo respiro. Lo scorso novembre un altro immigrato è stato freddato, mentre i suoi compagni, due etiopi e un eritreo, venivano arrestati. Da quando la Libia ha cominciato a fermare i flussi di migrazione verso l'Italia, la terra delle Piramidi è una via sempre più battuta. Non solo: gli egiziani, come tutti gli arabi del nord, hanno sempre guardato dall'alto in basso gli africani con la pelle nera, come gli immigrati di Rosarno. Gli etiopi e i sudanesi del sud, che per di più sono cristiani, vengono trattati come bestie se li pizzicano in Egitto.
Negli ultimi anni gli eritrei fuggono a ondate dal governo tirannico di Isaias Afewerki. La prima tappa è l'Egitto che concede l'asilo politico con il misurino. «A giugno (2008), circa 1.200 richiedenti asilo eritrei sono stati rimpatriati forzatamente dove erano a rischio di tortura. La maggior parte di essi sono stati immediatamente detenuti dalle autorità eritree in campi di addestramento militare» ha denunciato Amnesty International. Eritrei e sudanesi rimandati indietro sono «esposti al rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani» denuncia Amnesty.
Il ministro degli Esteri Gheit ha cercato la classica pagliuzza nell'occhio degli altri per non vedere la trave nel suo.
La strage del 7 gennaio di sei cristiani copti a sud de Il Cairo ha riaperto la piaga dell’intolleranza religiosa. Negli ultimi trent'anni si calcola che sono stati circa 4mila i cristiani uccisi, feriti o assaliti in Egitto. Dopo l'ultimo episodio il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è unito al coro di condanna. In un'intervista all'Avvenire ha sostenuto che «l'Unione europea è troppo timida» e che il vecchio continente «dovrebbe invece gridare con voce alta e chiara che la protezione dei cristiani nel mondo è interesse dell’Europa intera».
Al collega egiziano dev'essere saltata la mosca al naso tenendo conto che Frattini sarà in visita a Il Cairo il 16 gennaio. Gheit non è nuovo nei panni di strenuo difensore dell'Islam. Quando Papa Ratzinger pronunciò il famoso e contestato discorso di Ratisbona, il diplomatico egiziano sentenziò: «È un discorso veramente inappropriato (...), che speriamo venga abbandonato per non alimentare tensioni e incomprensioni fra i musulmani e l'occidente».

© Copyright Il Giornale, 13 gennaio 2010

L’articolo, come vedete, è di circa due mesi fa, ma vale la pena di leggerlo perché fornisce un ulteriore tassello al quadro che troppi si ostinano a rifiutarsi di vedere, e che sta ormai rovinosamente crollando sulle teste di tutti noi. Compresi quelli che danno a noi dei catastrofisti visionari.

barbara


19 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM 2

Perché mai questi brani coranici ci dovrebbero turbare più di certi brani biblici come Esodo 21:7–11, che precisa le regole per poter vendere la propria figlia come schiava? Perché nell’islàm non esiste l’equivalente della Regola Aurea, come specificata da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.” (Matt. 7:12). La tradizione islamica più vicina a questo detto, può essere considerato un adith in cui Maometto dice “Nessuno di voi avrà fede finché non desidererà per il suo fratello (musulmano) quello che desidera per se stesso”. Il “musulmano” tra parentesi nella frase precedente è stato aggiunto dal traduttore Saudita e non appare nell’originale Arabo; tuttavia, nella tradizione islamica, “fratello” è un termine che non viene usato per indicare chiunque, ma solo i “credenti”, membri della comunità musulmana. Inoltre contraria all’interpretazione universale di questa massima è la netta distinzione tra credenti e non credenti che permea tutto l’islàm. Il Corano dice che i seguaci di Maometto sono “spietati con i miscredenti, ma misericordiosi tra di loro” (48:29), e che i miscredenti “di tutta la creazione sono i più abbietti” (98:6). Si può esercitare la Regola Aurea con i correligionari musulmani, ma questa cortesia, secondo la concezione espressa dai precedenti versetti e molti altri simili, non può essere propriamente estesa ai miscredenti.
Questa è una delle ragioni principali per cui la prima fonte di schiavi nel mondo musulmano sono stati i non musulmani, sia Ebrei, Cristiani, Indù o pagani. Nell’islàm molti schiavi erano non musulmani, catturati durante le guerre di jihad. La studiosa Bat Ye’or, antesignana degli studi sul trattamento dei non musulmani nelle società islamiche, spiega il sistema che si sviluppò a seguito delle conquiste della jihad.
L’organizzazione della schiavitù del jihad, includeva contingenti di schiavi, sia maschi che femmine, consegnati annualmente in accordo coi trattati di sottomissione sottoscritti dai sovrani che erano tributari del Califfo. Quando Amr conquistò Tripoli (Libia) nel 643, costrinse i Berberi, sia Cristiani che Ebrei, a consegnare mogli e figli come schiavi all’esercito Arabo come parte della loro jizya [tassa sui non musulmani]. Dal 652 fino alla sua definitiva conquista nel 1276, la Nubia fu obbligata ad inviare annualmente un contingente di schiavi al Cairo. Trattati conclusi con le città della Transoxiana, Sijistan, Armenia e Fezzan (Marocco) durante il califfato Omayyade e quello Abbasside prevedevano un invio annuale di schiavi di entrambi i sessi. Tuttavia, le fonti principali dell’approvvigionamento di schiavi rimasero le regolari razzie nei villaggi del dar-al-harb [la Casa della Guerra, cioè le regioni non islamiche] e le spedizioni militari che rastrellavano molto più profondamente le terre degli infedeli, svuotando città e campagne dei loro abitanti.
Lo storico Speros Vryonis osserva che “fin dall’inizio delle razzie Arabe nella terra di Rum [l’Impero Bizantino] il bottino umano era diventato la parte più consistente delle spoglie di guerra”. I Turchi, che continuavano a conquistare parti sempre più cospicue di Anatolia, ridussero in schiavitù le comunità residenti, Greche o comunque non musulmane: “Fecero schiavi uomini, donne e bambini di tutti i maggiori centri urbani e della campagna dove le popolazioni erano senza difesa”. Lo storico Indiano K. S. Lal afferma che ovunque i jihadisti conquistarono un territorio “si sviluppò un sistema di schiavitù tipico del clima, del terreno e della popolazione del posto”. Quando le armate musulmane invasero l’India, i suoi abitanti furono fatti schiavi in massa per essere venduti all’estero o utilizzati in varie funzioni per lavori sia servili che non così servili nel loro stesso paese”.
Gli schiavi subivano pressioni per convertirsi all’islàm. Patricia Crone, in un’analisi delle teorie politiche dell’islàm, nota che, dopo la conclusione di una battaglia della jihad, “i prigionieri maschi potevano essere uccisi o fatti schiavi … Dispersi in famiglie musulmane, gli schiavi quasi sempre si convertivano, incoraggiati o spinti dai loro padroni, indotti dalla necessità di unirsi ad altri, superando l’isolamento, o abituandosi lentamente a vedere le cose attraverso gli occhi dei musulmani, anche se cercavano di resistere”. Thomas Pellow, un Inglese, schiavo in Marocco per ventitré anni, dopo essere stato catturato nel 1716 mentre era imbarcato come mozzo su di un piccolo vascello Inglese, fu torturato fino a quando si convertì all’islàm. Per settimane fu picchiato e privato del cibo e alla fine si arrese quando il suo aguzzino ricorse a “staccare la mia carne dall’osso col fuoco, cosa che fece più volte, in modo estremamente crudele”.
La schiavitù era data per scontata durante tutta la storia dell’islàm, così come pure in Occidente fino a tempi relativamente recenti. Eppure, mentre la tratta degli schiavi praticata da Europei e Americani ottiene una fin troppo abbondante attenzione da parte degli storici (come pure da parte dei minacciosi sostenitori del risarcimento e i loro contemporanei politici, sprovveduti e pieni di sensi di colpa), il commercio degli schiavi dell’islàm in realtà durò più a lungo e causò sofferenze a un maggior numero di persone.
È veramente ironico che l’islàm sia stato presentato agli Afro-Americani come l’alternativa egalitaria alla “religione schiavista dell’uomo bianco”, il Cristianesimo, poiché lo schiavismo islamico operò su una scala molto maggiore di quello Occidentale e durò più a lungo. Mentre gli storici stimano che il commercio transatlantico di schiavi, che operò tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, coinvolse circa 10,5 milioni di persone, il commercio di schiavi islamico nelle aree del Sahara, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano iniziò nel settimo secolo e durò fino al diciannovesimo, coinvolgendo oltre 17 milioni di persone.
Inoltre, la pressione per far cessare la schiavitù passò dalla Cristianità all’islàm, e non viceversa. Non ci furono né un Clarkson, né un Wilberforce o un Garrison musulmani. Infatti, quando nel diciannovesimo secolo il governo Britannico accolse come proprie le idee di Wilberforce e degli altri abolizionisti e quindi iniziò a premere sui regimi favorevoli allo schiavismo, il Sultano del Marocco fu stupefatto proprio per l’audacia dell’innovazione proposta dagli Inglesi: “Il traffico di schiavi – rilevò – è un argomento su cui tutte le sette e le nazioni sono state d’accordo dal tempo dei figli di Adamo … fino ad oggi” . E aggiunse che “non sapeva se fosse mai stata proibita da qualche legge o da qualche setta” e che la sola idea che qualcuno volesse mettere in dubbio la sua moralità era assurda: “nessuno ha necessità di fare questa domanda, perché il fatto è chiaro sia al grande che all’umile e non richiede più dimostrazione da quella richiesta dalla luce del giorno”.
Tuttavia, non fu l’unanimità dell’umanità riguardo alla schiavitù a soffocare decisamente i movimenti abolizionisti nell’islàm, ma le chiare parole del Corano e di Maometto. La schiavitù fu abolita per la pressione Occidentale; il commercio di schiavi Arabo musulmano in Africa finì per la potenza delle armi Britanniche nel diciannovesimo secolo.
Ci sono anche prove che la schiavitù continua ad essere ancora praticata in modo sommerso in qualche paese a maggioranza musulmana – in particolare l’Arabia Saudita che abolì la schiavitù nel 1962, nello Yemen e nell’Oman, che dichiararono la schiavitù illegale nel 1970 e il Niger che la abolì solo nel 2004. Nel Niger il divieto è largamente trasgredito e circa un milione di persone è ancora schiavo. Gli schiavi vengono allevati, spesso stuprati e, in generale, trattati come animali.
Alcune delle prove che la schiavitù islamica continua, consistono nel profluvio di casi di schiavitù che coinvolgono musulmani negli Stati Uniti. Un Saudita, Homaidan Al-Turki, fu condannato a 27 anni di reclusione nel Settembre 2006, per aver tenuto nella sua casa in Colorado una donna come schiava. Da parte sua, Al-Turki sostenne di essere vittima di un pregiudizio anti-islamico. Disse infatti al giudice: “Vostro Onore, non sono qui per scusarmi di cose che non ho fatto e di crimini che non ho commesso. È lo Stato che ha criminalizzato questi normali comportamenti musulmani. Aggredire i comportamenti musulmani tradizionali era il punto centrale dell’accusa”. Il mese successivo, una coppia Egiziana residente nel Sud della California ricevette una multa e fu condannata a una pena detentiva, seguita poi dall’espulsione, dopo essersi dichiarata colpevole di aver tenuto come schiava una ragazzina di dieci anni. E in Gennaio 2007, a Washington, un attaché dell’Ambasciata del Kuwait e sua moglie furono inquisiti per aver tenuto come schiave, nella loro casa in Virginia, tre domestiche Cristiane, cittadine Indiane. Una delle donne dichiarò: “Credevo di non avere scelta e di dover continuare a lavorare per loro, anche se mi picchiavano e mi trattavano peggio di una schiava”.
A tutt’oggi la schiavitù è praticata apertamente in due Stati islamici, il Sudan e la Mauritania. In accordo con la tradizione islamica, i trafficanti di schiavi musulmani in Sudan catturano principalmente non-musulmani, in particolare i Cristiani. Secondo la Coalition Against Slavery in Mauritania and Sudan (CASMAS; Coalizione Contro la Schiavitù in Mauritania e Sudan), un movimento abolizionista e per i diritti civili, fondato nel 1995, “l’attuale Governo di Khartoum vuole imporre al Sud Nero e non-musulmano la Shariah, come scritta e interpretata dal clero musulmano più conservatore. Il Sud nero, animista e Cristiano, ricorda molti anni di incursioni schiaviste di Arabi da Nord e da Est e si oppone al dominio della religione musulmana e alla sua prevedibile conseguente espansione economica, culturale e religiosa”.
Uno schiavo Cristiano Sudanese di oggi, James Pareng Alier, fu rapito e fatto schiavo quando aveva dodici anni. La religione fu uno degli elementi principali del suo dramma: “Fui costretto a imparare il Corano e fui ribattezzato Ahmed. Mi dissero che il Cristianesimo era una pessima religione. Dopo un po’ di tempo ricevemmo un addestramento militare e ci fu detto che saremmo andati a combattere”. Alier non aveva idea di dove fosse la sua famiglia. La BBC nel Marzo 2007 comunicò che le incursioni per catturare schiavi “erano una comune caratteristica della guerra di 21 anni tra Nord e Sud del Sudan che terminò nel 2005 … Secondo uno studio dell’Istituto Keniano “Rift Valley”, circa 11.000 giovani, tra ragazzi e ragazze, furono catturati e spostati oltre il confine interno – molti verso gli stati del Darfur meridionale e del Kordofan occidentale … Molti di loro furono costretti a convertirsi all’islàm, gli furono dati nomi islamici e gli fu intimato di non parlare la loro lingua nativa”. Eppure, anche oggi, quando i non-musulmani sono stati fatti schiavi e spesso costretti a convertirsi all’islàm, la loro conversione non gli procura la libertà. L’attivista Mauritano contro la schiavitù, Boubacar Messaoud, spiega che “è come avere pecore o capre. Se una donna è schiava, anche i suoi figli saranno schiavi”.
Gli attivisti anti-schiavitù, come Messaoud, incontrano una grande difficoltà a contrastare questo atteggiamento, poiché è radicato nel Corano e nell’esempio di Maometto. In particolare, quando gli schiavi non sono musulmani, non esiste un solo versetto del Corano che corrisponda al versetto della Bibbia tanto caro a Lincoln, Genesi 3:19, che i musulmani contrari alla schiavitù possano invocare contro coloro che continuano ad approvare e a praticare la schiavitù.
Molti Occidentali non si sono presi il disturbo di imparare questa storia, e nessuno gliela viene a raccontare. Se qualcuno lo facesse, tutto l’apparato dei fabbricanti di colpevolezza per la schiavitù crollerebbe. E noi adesso non possiamo permettere che succeda … o possiamo? (Qui)

Robert Spencer è il Direttore di Jihad Watch. È autore di nove libri sulla jihad e il terrorismo islamico, tra cui i bestsellers del New York Times: “The Politically Incorrect Guide to Islam (and the Crusades)” [Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle crociate, Editrice Lindau, 2008] e “The Truth About Muhammad”.

La “Guida politicamente scorretta all’Islam” è stata recensita in questo blog e si trova qui, per chi se la fosse persa. E poi, naturalmente, c’è sempre lui che ci spiega perché le cose islamiche sono di molto ma di molto più migliori assai delle nostre.


barbara


16 aprile 2009

PICCOLA CONSTATAZIONE

Certo che è ben buffo constatare come questi Grandi Esperti della razza ancora non sono riusciti a capire chi, fra quanti frequentano questo blog, è ebreo e chi no (idem per massoni – che ci sono, fra quelli che passano da queste parti, altroché se ci sono – e omosessuali).

barbara


20 novembre 2008

POSSO FARE UNA DOMANDA?

Quella volta che la signora Hillary Clinton nata Rodham, incidentalmente coinvolta – anche se solo sfiorata e poi subito ripulita grazie alla sua posizione – nello scandalo Whitewater e forse non del tutto estranea alla vicenda del suicidio di Vincent Foster, in quel momento in corsa per la candidatura contro Barack Obama, fu beccata a pubblicare una foto in cui Obama appariva più scuro di quanto sia nella realtà, voleva forse velatamente – oh, molto, moolto velatamente! – insinuare l’idea che essere negri è una schifezza? No perché la signora Rodham Clinton non fa mica parte di quella banda di fanatici estremisti guerrafondai che sono i repubblicani, ossia dei cattivi, nononò, lei fa parte della schiera dei moderati pacati pacifici democratici, ossia dei buoni … Naturalmente mi rendo benissimo conto che il mio è un sospetto di rara perfidia, ma essendo io notoriamente la perfidia personificata, sono certa che non rischierete di essere travolti dallo sconvolgimento nel leggere questo mio malignissimo post.
Saluti e baci e sogni d’oro a tutti.


(il bello di essere bianchi)

barbara


28 ottobre 2008

TIMORATO DI DIO

Questa storia mi è stata raccontata alcuni anni fa dall’amico A. L’ho ripescata e ve la propongo, così come mi è stata donata.

Kuala Lumpur
I miei figli andavano alla scuola internazionale assieme a ragazzi di varie etnie. Come sai la gente odia le etnie della porta accanto. Così come i pisani odiano i livornesi e non i trevigiani, i malay odiano i cinesi e disprezzano gli indiani (esempio di felice convivenza multireligiosa-multirazziale) e lottano per le tribù dell'amazzonia. Un mattino due bambini indiani dell'età di C. e M., 7 e 9 anni, e nella stessa squadra di calcio, non c'erano nel pulmino e nemmeno a scuola. Il giorno dopo tutti a scuola erano disperati. Erano stati trovati dalla loro mamma uccisi assieme alla donna di servizio (filippina) in una cisterna della casa. Titoloni e foto nei giornali. Ad ucciderli era stato il guardiano della villa, un buon Malay mussulmano timorato di dio, che aveva cercato di importunare la serva e di fronte al rifiuto di lei si era fatto scappare la mano e poi aveva dovuto uccidere anche i due piccoli testimoni. Commento della Rohayah (la segretaria malay, musulmana, di A., ndb): "Se il Malay ha fatto così è perché la famiglia indiana lo trattava male perché le famiglie indiane ricche trattano sempre male i loro collaboratori". Ti giuro che ancora adesso mi viene da piangere quando penso a quello che ha detto. E anche quando ripenso a loro e alla loro mamma quando assieme guardavamo le partite di calcio.

E dunque, se vi ammazzano due figli bambini, prima di puntare l’indice fatevi un esame di coscienza: sicuramente in qualche occasione avete trattato male il povero assassino, che è pertanto legittimato a tentare di trombarsi la vostra donna di servizio e far fuori i vostri bambini (e d’altra parte lo sappiamo da sempre, no? che torto e ragione non stanno mica da una parte sola).

barbara


10 settembre 2008

E I SARDI?

EMILIO LUSSU

Sardegna, Ebrei e “razza italiana”

In “Giustizia e libertà”

n.38 30 novembre 1938 pag.3

Le Journal des Débats pubblica, tra il serio ed il faceto, uno scrit­to in cui si attribuisce a Mussolini il proposito di relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani. Con i tempi che corrono, queste cose vanno prese sempre sul serio. Come sardo, nato in Sardegna e rappresen­tante di sardi, io mi considero direttamente interessato.
Il decalogo della razza bandisce non solo gli ebrei, ma anche sardi dalla «razza italiana». È quindi logico che il Regime abbini la nostra sorte.
Il comandamento IV del decalogo dice: «La popolazione dell'Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana. Questa popola­zione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra Penisola». Siccome la Sardegna non fa parte della Penisola ma è un'isola, l'af­fermazione suesposta non tocca i sardi né punto né poco.
Nel comandamento V è detto: «Per l'Italia nelle sue grandi li­nee la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa». Che s'intende qui per Italia? Italia peninsulare, co­me afferma il comandamento IV, oppure Italia in generale e quin­di anche insulare? Nel primo caso, ogni discussione è oziosa. Nel secondo caso, la Sardegna è rimasta razzialmente quella che era mille anni fa: non ariana.
Secondo il decalogo, pertanto, i sardi non sono mai stati e non sono di razza ariana.
Questa conclusione, che è la conclusione logica ricavata dal ma­nifesto razzistico, deve essere giudicata offensiva da quei pionieri della scienza antropologica ed etnografica che, essendo sardi di pu­ra e incontaminata razza sarda, hanno redatto o firmato il docu­mento, scientificamente convinti di appartenere alla razza ariana. È il caso del prof. L. Busincu, firmatario del manifesto, e dei dottori Zonchello, Cao, Pintus, Maxia e Pirodda, i quali hanno dato pub­blica adesione al manifesto, attraverso la lettera che il prof. Castaldi, direttore dell'Istituto di Anatomia Umana Normale presso l'Università di Cagliari, ha inviata al ministro della Cultura Popolare. E, se non faccio involontario errore, sono portato a ritenere che lo stesso professor Castaldi abbia nelle vene tre quarti di sangue sardo e solo un quarto di sangue ariano.
Vero è che il comandamento IX del decalogo introduce e, nello stesso tempo, elimina un dubbio, quando dice: «Dei semiti, che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della patria nulla in generale è rimasto».
Come sarebbe a dire? E la Sardegna che è? E i sardi che sono? Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo anda­re fino in fondo. Noi non l'avremmo posta per primi, ma tant'è: poi­ché ci siamo, ci vogliamo stare. È tempo che anche noi sardi ci pro­clamiamo francamente razzisti.
Dei semiti, in Sardegna è rimasto parecchio, e in generale e in particolare. Noi ci teniamo e non molliamo d'un millimetro, do­vessimo tutti farci misurare l'indice cefalico da una commissione speciale della Società delle Nazioni.
Noi abbiamo il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani. Che fa il prof. Taramelli, diventato senatore del Regno per meriti scientifici e fa­scisti? Non parla? E che ha egli mai fatto in quarant'anni, se non rigirarci, noi sardi, da tutte le parti e ritrovarci tutti semitici? E che eravamo noi fino alla seconda guerra punica? L'eroe nazionale sar­do della Resistenza a Roma, Amsicora, era un sardo-cartaginese, semitico al cento per cento.
Roma repubblicana e imperiale ci ha fatto a pezzi, proprio come fa adesso Roma fascista, ma noi restiamo sempre quello che siamo: semitici. Noi ci riconosciamo tutti fra di noi, in qualunque parte del mondo ci troviamo: a Roma, a Parigi o a New York. Purché, benin­teso, non vi siano arabi o ebrei. Noi non conosciamo la noia, il cui nome non esiste neppure nella nostra lingua, talmente c'è rimasto profondo il ricordo del deserto, il cui orizzonte appaga pienamente lo sguardo e i sogni d'un solitario in Arabia o in Africa. E basta una melopea cantata in Logudoro, a Bengasi o a Aden perché ci sentia­mo tutti incantati e legati alla primitiva vita degli avi comuni.
E le migliaia di Nuraghe, monumenti di una gran civiltà sarda prei­storica, che coronano ancora i punti strategici dell'isola, nemmeno il decalogo razzista potrebbe attribuire ad ariani. Chi erano i loro co­struttori? Invasori scandinavi o guerrieri del Sud mediterraneo?
Civiltà ariana passi (anche gli ebrei italiani sono a civiltà aria­na), ma non razza ariana. Ohibò! il solo nome ci irrita e può tra­scinarci ai più gravi eccessi.
Sulle nostre terre non sono passati né cimbri né teutoni, né ger­mani né celti, né goti o visigoti, né longobardi né franchi, né nor­manni né tedeschi né austriaci. Neppure greci, se non quelli dell'Impero bizantino, e solo burocrati che non avevano sufficiente fortuna per comprarsi una carica a Bisanzio. E i Vandali vi han fatto un'appa­rizione fugace, senza neppure aver avuto il tempo di consumarvi un paio di sandali. Pisani e genovesi, che hanno scorrazzato per la Corsica in lun­go e in largo, in Sardegna non hanno mai avuto fissa dimora, paghi di vendere le loro mercanzie sulla costa, senza confondersi con gli abitanti. I pochi castelli pisani sembra fossero stati appositamente preparati da furieri d'alloggio aragonesi. Aragonesi e spagnoli vi hanno vissuto da feudatari, son pochi armati, sempre paventando agguati e imboscate, importando tutto dalla madre-patria, uomini e spose. In due secoli di vita comune con il Piemonte e con l'Italia ariani, sono stati celebrati in Sardegna matrimoni misti meno di quanto se ne possano combinare, in un anno a Torino o a Genova.
Noi siamo rimasti semitici.
Basta un nonnulla per commuoverci, semiticamente, e far par­lare in noi la voce del sangue. Il racconto della distruzione di Cartagine ci stringe il cuore come la notizia di un disastro familiare recente. E non v'è un sardo dabbene che, leggendo Virgilio, non si intene­risca per la dolce bontà con cui la nostra Didone, semitica, accolse ospitale quel furfante e vagabondo di Enea, ariano. E non senta odio per l'avventuriero fedifrago che, abbandonata la generosa regina, ebbe dagli dei non pene ma premi. I figli di Enea compensano be­ne i doni della pia regina...
Noi reclamiamo rispetto per i nostri padri e per il nostro sangue. Fino al decalogo razzistico del luglio scorso, di scienziati che ab­biano messo in dubbio la nostra origine semitica, ve ne è stato uno solo: il prof. Lidio Cipriani, docente di Antropologia all'Università di Firenze. Egli ha sostenuto la nostra origine mongolica. I sardi al­tro non sarebbero che i resti di un popolo mongolico, disperso da in­vasori implacabili, e di cui non si trovano tracce, oltre che in Sardegna, che in una parte staccata del Giappone del Nord. La distanza è un po' forte, come ognuno può controllare sulla carta geografica.
Speravamo che il prof. Cipriani correggesse le sue congetture e c'imparentasse con i cinesi, ché di giapponesi non vogliamo senti­re parlare; ma quando lo abbiamo visto, improvvisamente, in testa ai firmatari del decalogo razzistico, ci son sorti nuovi dubbi sull'essenza della sua autorità scientifica.
Possiamo pertanto considerare chiuso il breve incidente mon­golico e ritenerci ancora semitici puri.
Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani venga­no a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno ac­colti da fratelli. La famiglia semitica uscirà rafforzata da questa nuo­va fusione. Semitici con semitici, ariani con ariani.
Mussolini va lodato per tale iniziativa. Anche perché rivela, ver­so noi sardi, un mutato atteggiamento.
Nel 1930, davanti a un giornalista e uomo politico francese che gli aveva fatto visita, pronunziò parole e propositi ostili contro l'i­sola fascisticamente malfida, e affermò che avrebbe distrutto la no­stra razza, colonizzandoci con migliaia di famiglie importate da al­tre regioni d'Italia. Egli mantenne la parola e popolò le bonifiche sarde di migliaia di romagnoli e di emiliani.
Ma, a difesa della razza sarda, vigilavano impavide le zanzare, di pura razza semitica. L'immigrazione ariana è stata devastata dal­la malaria e ora non ne rimane in piedi che qualche raro esempla­re superstite.
Con gli ebrei, sarà un'altra questione. Essi saranno i benvenuti per noi e per le zanzare fedeli, le quali saranno, con loro, miti e di­screte come lo sono con noi.
Sardi ed ebrei c'intenderemo in un attimo. Come ci eravamo in­tesi con gli ebrei che l'imperatore Tiberio aveva relegato nell'isola e che Filippo II di Spagna scacciò in massa. Quello fu un gran lut­to per noi.
Ben vengano ora, aumentati di numero. Che razza magnifica uscirà dall' incrocio dei due rami!
Per quanto federalista e autonomista, io sono per la fusione dei sardi e degli ebrei. In Sardegna, niente patti federali. I matrimoni misti si faranno spontanei e la Sardegna sarà messa in comune. E quando saremo ben cementati, chiederemo che ci sia concesso il di­ritto di disporre della nostra sorte. L'Europa non vorrà negare a noi quanto è stato accordato ai Sudeti. Una Repubblica Sarda indipen­dente sarà la consacrazione di questo nuovo stato di fatto. Il presi­dente, almeno il primo, mi pare giusto debba essere un sardo, ma il vice-presidente dovrà essere un ebreo. Modigliani può contare sul nostro appoggio che gli sarà dato lealmente. Penso che do­vremmo respingere la garanzia delle grandi potenze mediterranee e svilupparci e difenderci da noi stessi. Se gli ebrei d'Europa e d'America vorranno accordarci la decima parte di quanto hanno speso in Palestina, è certo che la Sardegna diventerà, in cinquant' anni, una delle regioni più ricche e deliziose del mondo, la cui cultura non avrà riscontro che in poche nazioni avanzate.
Ciò non toglie che i nostri rapporti non possano essere buoni, ini­zialmente, anche con l'Italia ariana; ma, da pari a pari. Vi sarà uno scambio di prodotti, e noi potremo, data la ricchezza delle nostre sa­line, rifornire l'Italia ariana, specie di sale, ché ne ha tanto bisogno. Naturalmente, non accoglieremo tutti gli ebrei italiani. Ve ne so­no parecchi che, per noi, valgono gli ariani autentici. Il prof. Del Vecchio, per esempio, noi non lo vogliamo. E vi saranno parecchi ariani di razza italiana che noi terremo a fare semitici onorari. Problemi tutti che risolveremo presto e facilmente.
V'è la questione del re-imperatore che, come si sa, ha fatto la sua fortuna come re di Sardegna. Si ha l'impressione che il deca­logo razzistico sia stato compilato anche per lui. Non esiste infatti nessuna famiglia, in Italia, meno italiana della famiglia reale: essa non appartiene più alla razza italiana pura. Di origine gallica, i ma­trimoni misti l'hanno corrotta a tal punto che il sangue straniero vi è in predominio palese. E il principe ereditario, figlio di una mon­tenegrina è sposato con una belgo-tedesca; una principessa con un tedesco, e un'altra con uno slavo-bulgaro. Ariani ma non italiani. La futura Repubblica Sarda sarà magnanime anche col re di Sardegna. Lo accolse l'isola, fuggiasco dall'invasione giacobina, lo accoglierà ancora una volta, profugo dal dominio ariano-italico. L'isola dell'Asinara gli sarà concessa in usufrutto fino all'ultimo dei suoi discendenti. E potrà tenervi corte, liberamente, a suo piacere.

Ci sia concesso ora dare uno sguardo all'avvenire, sì ricco di promesse, in mezzo a tanti disastri presenti. Noi vediamo già gli ebreo-sardi dominare il Mediterraneo: una talassocrazia di scelta razza semitica, sui solchi delle vele fenicie. Dopo Mosè, Giosuè e i Maccabei, gli ebrei non conobbero glorie militari. Ma la Sardegna è una stirpe guerriera. Dalla fusione, scaturirà un popolo scientifi­camente audace, che non avrà nulla da invidiare ai figli di Romolo e ai granatieri di Pomerania. Sarà l'ora dei Vichinghi del Sud. Sarà l'ora dell'arrembaggio. E verrà la resa dei conti. La razza ariana ­italica avrà parecchie gatte da pelare con noi. Dalla Sardegna, par­tirà la crociata per la riconquista dell'Italia perduta.
E sarà una crociata con la croce. Cristo era ebreo, e la critica sto­rica non dà per certo che fossero ebrei i suoi persecutori. Giuda pa­re fosse un levantino, ariano dunque, fuggito in Palestina per debi­ti. Chi trascinò Cristo al patibolo non fu re Erode, semitico, ma il proconsole romano, ariano. Erode comandava in Galilea, come og­gi il bey comanda a Tunisi. Il destino pose fino da allora l'antago­nismo, che è universale, fra Cesare ariano e Cristo semitico. Questo è il senso dell'opposizione fra razza ariana e razza semitica. Nel conflitto, chiusi gli occhi su inezie e quisquilie, noi siamo per Cristo.
Crociata con la croce dunque. Croce solida e dritta, non ritorta come lo scorpione della croce gammata. Croce, impugnata come una spada. E giù botte da orbo.

Purtroppo non ricordo chi mi ha mandato questo strepitoso pezzo, parecchio tempo fa: se è qualcuno che gira da queste parti, colgo l’occasione per ringraziarlo/a pubblicamente.

barbara

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