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Diario


10 settembre 2008

E I SARDI?

EMILIO LUSSU

Sardegna, Ebrei e “razza italiana”

In “Giustizia e libertà”

n.38 30 novembre 1938 pag.3

Le Journal des Débats pubblica, tra il serio ed il faceto, uno scrit­to in cui si attribuisce a Mussolini il proposito di relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani. Con i tempi che corrono, queste cose vanno prese sempre sul serio. Come sardo, nato in Sardegna e rappresen­tante di sardi, io mi considero direttamente interessato.
Il decalogo della razza bandisce non solo gli ebrei, ma anche sardi dalla «razza italiana». È quindi logico che il Regime abbini la nostra sorte.
Il comandamento IV del decalogo dice: «La popolazione dell'Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana. Questa popola­zione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra Penisola». Siccome la Sardegna non fa parte della Penisola ma è un'isola, l'af­fermazione suesposta non tocca i sardi né punto né poco.
Nel comandamento V è detto: «Per l'Italia nelle sue grandi li­nee la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa». Che s'intende qui per Italia? Italia peninsulare, co­me afferma il comandamento IV, oppure Italia in generale e quin­di anche insulare? Nel primo caso, ogni discussione è oziosa. Nel secondo caso, la Sardegna è rimasta razzialmente quella che era mille anni fa: non ariana.
Secondo il decalogo, pertanto, i sardi non sono mai stati e non sono di razza ariana.
Questa conclusione, che è la conclusione logica ricavata dal ma­nifesto razzistico, deve essere giudicata offensiva da quei pionieri della scienza antropologica ed etnografica che, essendo sardi di pu­ra e incontaminata razza sarda, hanno redatto o firmato il docu­mento, scientificamente convinti di appartenere alla razza ariana. È il caso del prof. L. Busincu, firmatario del manifesto, e dei dottori Zonchello, Cao, Pintus, Maxia e Pirodda, i quali hanno dato pub­blica adesione al manifesto, attraverso la lettera che il prof. Castaldi, direttore dell'Istituto di Anatomia Umana Normale presso l'Università di Cagliari, ha inviata al ministro della Cultura Popolare. E, se non faccio involontario errore, sono portato a ritenere che lo stesso professor Castaldi abbia nelle vene tre quarti di sangue sardo e solo un quarto di sangue ariano.
Vero è che il comandamento IX del decalogo introduce e, nello stesso tempo, elimina un dubbio, quando dice: «Dei semiti, che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della patria nulla in generale è rimasto».
Come sarebbe a dire? E la Sardegna che è? E i sardi che sono? Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo anda­re fino in fondo. Noi non l'avremmo posta per primi, ma tant'è: poi­ché ci siamo, ci vogliamo stare. È tempo che anche noi sardi ci pro­clamiamo francamente razzisti.
Dei semiti, in Sardegna è rimasto parecchio, e in generale e in particolare. Noi ci teniamo e non molliamo d'un millimetro, do­vessimo tutti farci misurare l'indice cefalico da una commissione speciale della Società delle Nazioni.
Noi abbiamo il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani. Che fa il prof. Taramelli, diventato senatore del Regno per meriti scientifici e fa­scisti? Non parla? E che ha egli mai fatto in quarant'anni, se non rigirarci, noi sardi, da tutte le parti e ritrovarci tutti semitici? E che eravamo noi fino alla seconda guerra punica? L'eroe nazionale sar­do della Resistenza a Roma, Amsicora, era un sardo-cartaginese, semitico al cento per cento.
Roma repubblicana e imperiale ci ha fatto a pezzi, proprio come fa adesso Roma fascista, ma noi restiamo sempre quello che siamo: semitici. Noi ci riconosciamo tutti fra di noi, in qualunque parte del mondo ci troviamo: a Roma, a Parigi o a New York. Purché, benin­teso, non vi siano arabi o ebrei. Noi non conosciamo la noia, il cui nome non esiste neppure nella nostra lingua, talmente c'è rimasto profondo il ricordo del deserto, il cui orizzonte appaga pienamente lo sguardo e i sogni d'un solitario in Arabia o in Africa. E basta una melopea cantata in Logudoro, a Bengasi o a Aden perché ci sentia­mo tutti incantati e legati alla primitiva vita degli avi comuni.
E le migliaia di Nuraghe, monumenti di una gran civiltà sarda prei­storica, che coronano ancora i punti strategici dell'isola, nemmeno il decalogo razzista potrebbe attribuire ad ariani. Chi erano i loro co­struttori? Invasori scandinavi o guerrieri del Sud mediterraneo?
Civiltà ariana passi (anche gli ebrei italiani sono a civiltà aria­na), ma non razza ariana. Ohibò! il solo nome ci irrita e può tra­scinarci ai più gravi eccessi.
Sulle nostre terre non sono passati né cimbri né teutoni, né ger­mani né celti, né goti o visigoti, né longobardi né franchi, né nor­manni né tedeschi né austriaci. Neppure greci, se non quelli dell'Impero bizantino, e solo burocrati che non avevano sufficiente fortuna per comprarsi una carica a Bisanzio. E i Vandali vi han fatto un'appa­rizione fugace, senza neppure aver avuto il tempo di consumarvi un paio di sandali. Pisani e genovesi, che hanno scorrazzato per la Corsica in lun­go e in largo, in Sardegna non hanno mai avuto fissa dimora, paghi di vendere le loro mercanzie sulla costa, senza confondersi con gli abitanti. I pochi castelli pisani sembra fossero stati appositamente preparati da furieri d'alloggio aragonesi. Aragonesi e spagnoli vi hanno vissuto da feudatari, son pochi armati, sempre paventando agguati e imboscate, importando tutto dalla madre-patria, uomini e spose. In due secoli di vita comune con il Piemonte e con l'Italia ariani, sono stati celebrati in Sardegna matrimoni misti meno di quanto se ne possano combinare, in un anno a Torino o a Genova.
Noi siamo rimasti semitici.
Basta un nonnulla per commuoverci, semiticamente, e far par­lare in noi la voce del sangue. Il racconto della distruzione di Cartagine ci stringe il cuore come la notizia di un disastro familiare recente. E non v'è un sardo dabbene che, leggendo Virgilio, non si intene­risca per la dolce bontà con cui la nostra Didone, semitica, accolse ospitale quel furfante e vagabondo di Enea, ariano. E non senta odio per l'avventuriero fedifrago che, abbandonata la generosa regina, ebbe dagli dei non pene ma premi. I figli di Enea compensano be­ne i doni della pia regina...
Noi reclamiamo rispetto per i nostri padri e per il nostro sangue. Fino al decalogo razzistico del luglio scorso, di scienziati che ab­biano messo in dubbio la nostra origine semitica, ve ne è stato uno solo: il prof. Lidio Cipriani, docente di Antropologia all'Università di Firenze. Egli ha sostenuto la nostra origine mongolica. I sardi al­tro non sarebbero che i resti di un popolo mongolico, disperso da in­vasori implacabili, e di cui non si trovano tracce, oltre che in Sardegna, che in una parte staccata del Giappone del Nord. La distanza è un po' forte, come ognuno può controllare sulla carta geografica.
Speravamo che il prof. Cipriani correggesse le sue congetture e c'imparentasse con i cinesi, ché di giapponesi non vogliamo senti­re parlare; ma quando lo abbiamo visto, improvvisamente, in testa ai firmatari del decalogo razzistico, ci son sorti nuovi dubbi sull'essenza della sua autorità scientifica.
Possiamo pertanto considerare chiuso il breve incidente mon­golico e ritenerci ancora semitici puri.
Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani venga­no a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno ac­colti da fratelli. La famiglia semitica uscirà rafforzata da questa nuo­va fusione. Semitici con semitici, ariani con ariani.
Mussolini va lodato per tale iniziativa. Anche perché rivela, ver­so noi sardi, un mutato atteggiamento.
Nel 1930, davanti a un giornalista e uomo politico francese che gli aveva fatto visita, pronunziò parole e propositi ostili contro l'i­sola fascisticamente malfida, e affermò che avrebbe distrutto la no­stra razza, colonizzandoci con migliaia di famiglie importate da al­tre regioni d'Italia. Egli mantenne la parola e popolò le bonifiche sarde di migliaia di romagnoli e di emiliani.
Ma, a difesa della razza sarda, vigilavano impavide le zanzare, di pura razza semitica. L'immigrazione ariana è stata devastata dal­la malaria e ora non ne rimane in piedi che qualche raro esempla­re superstite.
Con gli ebrei, sarà un'altra questione. Essi saranno i benvenuti per noi e per le zanzare fedeli, le quali saranno, con loro, miti e di­screte come lo sono con noi.
Sardi ed ebrei c'intenderemo in un attimo. Come ci eravamo in­tesi con gli ebrei che l'imperatore Tiberio aveva relegato nell'isola e che Filippo II di Spagna scacciò in massa. Quello fu un gran lut­to per noi.
Ben vengano ora, aumentati di numero. Che razza magnifica uscirà dall' incrocio dei due rami!
Per quanto federalista e autonomista, io sono per la fusione dei sardi e degli ebrei. In Sardegna, niente patti federali. I matrimoni misti si faranno spontanei e la Sardegna sarà messa in comune. E quando saremo ben cementati, chiederemo che ci sia concesso il di­ritto di disporre della nostra sorte. L'Europa non vorrà negare a noi quanto è stato accordato ai Sudeti. Una Repubblica Sarda indipen­dente sarà la consacrazione di questo nuovo stato di fatto. Il presi­dente, almeno il primo, mi pare giusto debba essere un sardo, ma il vice-presidente dovrà essere un ebreo. Modigliani può contare sul nostro appoggio che gli sarà dato lealmente. Penso che do­vremmo respingere la garanzia delle grandi potenze mediterranee e svilupparci e difenderci da noi stessi. Se gli ebrei d'Europa e d'America vorranno accordarci la decima parte di quanto hanno speso in Palestina, è certo che la Sardegna diventerà, in cinquant' anni, una delle regioni più ricche e deliziose del mondo, la cui cultura non avrà riscontro che in poche nazioni avanzate.
Ciò non toglie che i nostri rapporti non possano essere buoni, ini­zialmente, anche con l'Italia ariana; ma, da pari a pari. Vi sarà uno scambio di prodotti, e noi potremo, data la ricchezza delle nostre sa­line, rifornire l'Italia ariana, specie di sale, ché ne ha tanto bisogno. Naturalmente, non accoglieremo tutti gli ebrei italiani. Ve ne so­no parecchi che, per noi, valgono gli ariani autentici. Il prof. Del Vecchio, per esempio, noi non lo vogliamo. E vi saranno parecchi ariani di razza italiana che noi terremo a fare semitici onorari. Problemi tutti che risolveremo presto e facilmente.
V'è la questione del re-imperatore che, come si sa, ha fatto la sua fortuna come re di Sardegna. Si ha l'impressione che il deca­logo razzistico sia stato compilato anche per lui. Non esiste infatti nessuna famiglia, in Italia, meno italiana della famiglia reale: essa non appartiene più alla razza italiana pura. Di origine gallica, i ma­trimoni misti l'hanno corrotta a tal punto che il sangue straniero vi è in predominio palese. E il principe ereditario, figlio di una mon­tenegrina è sposato con una belgo-tedesca; una principessa con un tedesco, e un'altra con uno slavo-bulgaro. Ariani ma non italiani. La futura Repubblica Sarda sarà magnanime anche col re di Sardegna. Lo accolse l'isola, fuggiasco dall'invasione giacobina, lo accoglierà ancora una volta, profugo dal dominio ariano-italico. L'isola dell'Asinara gli sarà concessa in usufrutto fino all'ultimo dei suoi discendenti. E potrà tenervi corte, liberamente, a suo piacere.

Ci sia concesso ora dare uno sguardo all'avvenire, sì ricco di promesse, in mezzo a tanti disastri presenti. Noi vediamo già gli ebreo-sardi dominare il Mediterraneo: una talassocrazia di scelta razza semitica, sui solchi delle vele fenicie. Dopo Mosè, Giosuè e i Maccabei, gli ebrei non conobbero glorie militari. Ma la Sardegna è una stirpe guerriera. Dalla fusione, scaturirà un popolo scientifi­camente audace, che non avrà nulla da invidiare ai figli di Romolo e ai granatieri di Pomerania. Sarà l'ora dei Vichinghi del Sud. Sarà l'ora dell'arrembaggio. E verrà la resa dei conti. La razza ariana ­italica avrà parecchie gatte da pelare con noi. Dalla Sardegna, par­tirà la crociata per la riconquista dell'Italia perduta.
E sarà una crociata con la croce. Cristo era ebreo, e la critica sto­rica non dà per certo che fossero ebrei i suoi persecutori. Giuda pa­re fosse un levantino, ariano dunque, fuggito in Palestina per debi­ti. Chi trascinò Cristo al patibolo non fu re Erode, semitico, ma il proconsole romano, ariano. Erode comandava in Galilea, come og­gi il bey comanda a Tunisi. Il destino pose fino da allora l'antago­nismo, che è universale, fra Cesare ariano e Cristo semitico. Questo è il senso dell'opposizione fra razza ariana e razza semitica. Nel conflitto, chiusi gli occhi su inezie e quisquilie, noi siamo per Cristo.
Crociata con la croce dunque. Croce solida e dritta, non ritorta come lo scorpione della croce gammata. Croce, impugnata come una spada. E giù botte da orbo.

Purtroppo non ricordo chi mi ha mandato questo strepitoso pezzo, parecchio tempo fa: se è qualcuno che gira da queste parti, colgo l’occasione per ringraziarlo/a pubblicamente.

barbara

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