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Diario


26 settembre 2010

VOGLIAMO RIPASSARE UN PO’ DI STORIA?

Abbiamo tutti tanti problemi, lo so, e non possiamo porre mente a tutto, avere presente tutto, ricordare tutto. Per questo vi voglio aiutare riproponendovi questo articolo di otto anni e mezzo fa che ci ricorda alcune cose che, pur essendo state scritte su tutti i giornali (vero che lo sono state?) avete forse dimenticato.

"Arafat rischiava di essere cacciato dalla sua gente"


West Bank e Gaza sono state sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito al tragico sfacelo economico e politico. Prima della nuova Intifada il leader dell'Anp era stato accusato del tracollo della Cisgiordania

di Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02

"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimenticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe. Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politico. Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito procapite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenedo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari(15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto poi alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di ramallah o sul mare di Gaza city. O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader, tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice dell'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia.

Decisamente troppo ottimista il nostro Francesco Ruggeri, visto che al terrorista assassino, depredatore – oltre a tutto il resto – dei palestinesi (non dico del “suo” popolo, dal momento che Arafat era egiziano e non palestinese) vengono invece intestate vie e targhe commemorative. Ma noi, uomini e donne di buona volontà, non smetteremo di batterci, finché avremo fiato, infischiandocene di minacce e intimidazioni, contro ogni tentativo di mistificazione e depistaggio, per fare emergere la verità.


Villa di Abu Mazen

        
    Villa di Suha Arafat, vista da due diverse angolazioni

barbara


16 gennaio 2010

COME FU CHE IL MONDO ARABO DIVENNE IL MONDO ARABO

e che qualcuno ebbe modo di inventare la leggenda di una Palestina da sempre araba, musulmana e, soprattutto “palestinese”.

L'espansione terrestre


Verso il 633 le armate arabe, composte da tribù nomadi origi­narie dello Yemen, del Hijaz e di altre regioni dell'Arabia, inva­sero la Babilonia e la Siria. La conquista, scaglionata lungo circa un decennio, comportò alcuni decisivi scontri armati, ma soprat­tutto una serie di razzie e saccheggi a danno dei villaggi e delle campagne. La vittoria finale fu facilitata dall'intervento a fianco dei conquistatori delle tribù arabe che da circa due secoli si erano infiltrate, e talora stabilmente insediate, presso i confini mesopotamici e siro-palestinesi dell'Arabia. Queste tribù, alcune delle quali si erano convertite al cristianesimo, optando o per il nestorianesimo o per il monofisismo a seconda che fossero stanziate in territorio persiano o bizantino, in qualità di vassalle di questi Im­peri si assumevano il compito di difenderne le frontiere e di pro­teggerne le città e i villaggi dai saccheggi dei beduini, che condu­cevano un'esistenza nomadica nei deserti limitrofi.
Recentemente, l'analisi di questa migrazione delle tribù arabe e del loro insediamento nei territori persiano e bizantino ha in­dotto alcuni storici a sostituire la teoria di una conquista islamica fulminea con quella di un processo graduale spalmato su due se­coli: la costante penetrazione del mondo arabo nomade nei paesi caratterizzati da una civiltà stanziale. La disgregazione degli Im­peri persiano e bizantino e il crollo delle loro strutture difensive permisero alle tribù nomadi, unificate dall'islam, di invaderne le campagne e di reclutare per i loro raid, tra gli arabi insediati ai margini della Mesopotamia e della Siria, preziosi aiutanti che ben conoscevano la topografia di quelle regioni.
Alla morte del Profeta, il califfo Abu Bakr organizzò l'invasio­ne della Siria, un progetto che era già stato elaborato da Mao­metto. Radunò le tribù nomadi del Hijaz, del Najd e dello Yemen, e raccomandò ad Abu 'Ubayda, responsabile delle operazioni nel Golan (Palestina), di razziare le campagne ma di astenersi dall'assalire le città, non disponendo di adeguati armamenti.
Così, nella spedizione del 634 l'intera regione di Gaza sino a Ce­sarea fu saccheggiata e devastata. Quattromila contadini - cristiani, ebrei e samaritani -, che avevano difeso le loro terre, furono massacrati. I villaggi del Negev furono depredati da 'Amr ibn al-'As, mentre gli arabi si riversavano nelle campagne, tagliavano le co­municazioni e rendevano pericolosi gli spostamenti. Le città, tra cui Gerusalemme, Gaza, Giaffa, Cesarea, Nablus e Beit She'an, rimaste isolate, chiusero le loro porte. Nella sua omelia natalizia del 634 il patriarca di Gerusalemme Sofronio deplorava l'impossibilità di re­carsi a Betlemme come di consueto poiché i cristiani erano tratte­nuti con la forza a Gerusalemme, «trattenuti non da legami fisici, ma incatenati e paralizzati dal terrore dei saraceni», la cui «spada fe­roce, barbara e grondante sangue» li teneva prigionieri in città.
In Siria i ghassanidi, tribù araba monofisita, si schierarono con i musulmani. Sofronio, nell'omelia pronunciata in occasione dell'E­pifania del 636, si lamentava delle chiese e dei monasteri distrutti, delle città saccheggiate, dei villaggi dati alle fiamme dai nomadi che percorrevano in lungo e in largo il paese, e in una lettera del 636 a Sergio, patriarca di Costantinopoli, menzionava le devastazioni compiute dagli arabi. Nel 639 morirono migliaia di persone, vittime della carestia e della peste conseguenti alle distruzioni. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.48-51)

[…] Le fonti, in particolare quelle siriache e armene, ma anche quelle arabe, ci forniscono preziose informazioni sul processo di degrado delle regioni rurali dell'Impero arabo. Ne emerge che il calo demogra­fico dei popoli dhimmi, il regresso dell'agricoltura, l'abbandono delle campagne e dei villaggi e la progressiva desertificazione di province che, nel periodo preislamico, erano densamente popola­te e fertili, sono tutti fenomeni legati all'immigrazione delle tribù nomadi arabe, berbere (Spagna) e, più tardi, turkmene.
L'avanzata dei nomadi generò insicurezza, spopolamento e ca­restie. Nel 750, nella parte nord-occidentale della Spagna, le razzie dei berberi, l'incendio delle colture e la riduzione in schiavitù de­gli abitanti causarono una carestia tale che i conquistatori dovet­tero tornare nel Maghreb. Nello stesso periodo Palestina e Siria, soggette a una forte colonizzazione araba essendo Damasco sede del califfato omayyade, erano impoverite dalle epidemie conse­guenti alle carestie. Già intorno al 700 i villaggi un tempo fiorenti del Negev erano scomparsi, e alla fine dell'VIII secolo la popola­zione aveva abbandonato la maggior parte delle regioni comprese tra il Sud di Gaza e Hebron per rifugiarsi a Nord, lasciando die­tro di sé chiese e sinagoghe distrutte. Le stesse piaghe - brigan­taggio, guerre tribali, epidemie e carestie - afflissero la Mesopotamia sotto l'ultimo califfo omayyade Marwan II (744-750).

Ecco la spada degli arabi <rivolta> contro di loro; ecco una furia predatoria tale che è impossibile uscire senza essere saccheggiati e spogliati dei propri beni; ecco la carestia che infuria all'interno e al­l'esterno. Se qualcuno entra in casa, vi incontra la fame e la peste; se esce fuori, gli corrono incontro la spada e la prigionia. Ovunque non vi sono che crudele oppressione, dolore straziante, sofferenza e turbamento. (Ivi, p. 140)

Ecco, un po’ di Storia (rigorosamente documentata: andate a leggere il libro e troverete tutte le fonti) che dovrebbe aiutare a sfatare un po’ di leggende: non per i soliti noti imbottiti di propaganda filo terrorista della lobby del petrolio, ma per qualche disinformato in buona fede, se ancora ne esistono, potrà essere di qualche utilità. E anche lui proprio oggi tratta lo stesso tema, quindi correte a leggerlo.

barbara

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