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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 maggio 2011

DI CAMPI PROFUGHI E ALTRI ANIMALI

Immaginate che una ONG neozelandese arrivi qui a portare aiuti umanitari e sostegno morale a un campo profughi della pianura Padana. Dice, ma chi è che ci sta in questo campo profughi? Italiani. Italiani? Sì, italiani, embè? Dice, ma da dove vengono questi profughi italiani? Eh, da varie parti: da Bergamo, da Lodi, da Monza, da Crema... Dice no, scusa, ma sono tutti di qui! Sì, embè? Dice, ma se sono tutti a casa loro, perché si chiamano profughi? Come perché, si chiamano profughi perché stanno in un campo profughi, cosa c’è di così complicato da capire? Dice, ma perché stanno in un campo profughi? Perché sì, ci devono stare, come ci sono stati i loro genitori e i loro nonni e come ci stanno le loro mogli e come ci staranno i loro figli e i loro nipoti e... Ma non c’è soluzione? No, non c’è. E la colpa di chi è? Della Svizzera. Ah, è la Svizzera che li ha costruiti? No, è l’Italia. Ma per volontà della Svizzera? No, per volontà dell’Italia. Ma è la Svizzera che ci ha messo dentro questa gente? No, è stata l’Italia. Ma è la Svizzera che vuole che ci rimangano? No no, è l’Italia. Ma allora, scusi, cosa c’entra la Svizzera? La Svizzera c’entra sempre, ed è sempre colpa sua.
Vi sembra una fantasia demenziale? Vi sembra da abuso di droghe pesanti che qualcuno immagini dei campi profughi italiani in territorio italiano con dentro profughi italiani? Vero. Però nessuno trova non dico demenziale, ma neppure un pelino sorprendente il fatto che vi siano campi profughi palestinesi in territorio palestinese sotto sovranità palestinese con amministrazione palestinese costruiti da palestinesi popolati da palestinesi. E che ogni volta che si parla di questi campi profughi il dito accusatore si levi contro Israele.

barbara


30 agosto 2010

Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”

Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…

La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm.
Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più?
Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione.
Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli.
Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire.
In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre).
A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell.
E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa.
Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati.
Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace.
Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


28 novembre 2009

E DOPO VERONICA, ECCO A VOI LEA





E dopo Lea, naturalmente, lui, visto che oltretutto anche lui si occupa oggi di buoni sentimenti.

barbara


12 giugno 2008

ULTIME DAL DARFUR

Ricevo da “Italian blogs for Darfur, Movimento on-line per i diritti umani in Darfur”, e pubblico.

Cari amici,

Un'ombra nera si muove, lenta, curvandosi a seguire le dune di sabbia solcate da impronte di uomini e animali in fuga. Avanza, lenta, come se non esistesse tempo da perdere, giorni e mesi da spendere. Se la vita in Darfur fosse una moneta, non ne basterebbe di certo una a comprare del pane al mercato.
Kalima lo sa. Ha lavorato nei campi anche quando desiderava solo giocare con la sua bambola multicolore, sin da quando, bambina, era stata data in moglie a un uomo che avrebbe garantito a lei e alla sua famiglia un futuro. Le hanno insegnato a pregare all'alba e a ringraziare per ogni giorno avuto in dono. Non ha più la forza di farlo anche oggi, che il giorno ormai si incammina stanco verso la notte, e con esso la sua ombra che si fa più lunga ad ogni passo.
Non sa dove va, Kalima. Dietro di lei tutto è bruciato. Non le sono rimasti nemmeno i ricordi, persi nel labirinto della sua mente, ferita dall'odio di uomini in armi che hanno fatto sfregio del suo essere donna. Le resterà però il silenzio addosso a coprirla con vergogna agli occhi della stessa gente del suo villaggio, che ora, fuggitiva anch'essa, finge di non vederla.
Non pensa, Kalima. I suoi piedi nudi sulla sabbia arroventata procedono da soli, come fossero spaventati, come se un ancestrale istinto avesse donato loro la forza per prendersi carico di un intero corpo inerme. Gira la voce che ad andar sempre dritti si giunga a un campo, dove diano da bere e da mangiare. Gira la voce, ma gira anche il mondo intorno a lei. E per Kalima giunge infine la notte.
Ogni anno, in Darfur, muoiono quasi 100.000 persone, per fame, sete e per gli attacchi delle milizie janjaweed sostenute dal governo sudanese, come denuncia l'ultimo rapporto della Corte Penale Internazionale, che ha conferito il 5 giugno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a New York, sulla situazione dei diritti umani in Darfur.
Il Tribunale Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per i due principali sospettati di gravi crimini contro l’umanità da oltre un anno, dal 27 Aprile 2007. Ahmad Harun e Ali Kushayb, rispettivamente Ministro agli Affari Umanitari e capo della milizia janjaweed, hanno a loro carico ben 51 capi di accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, incluse esecuzioni sommarie, persecuzioni, torture e stupro, ma non sono stati ancora consegnati dal governo sudanese all’autorità internazionale.
Italians for Darfur e le associazioni della Save Darfur Coalition chiedono che le Nazioni Unite adottino una nuova risoluzione affinché il Sudan cooperi completamente con la Corte Penale Internazionale.
Proprio il 5 giugno, anche in Italia, ha preso il via la campagna internazionale per la giustizia in Darfur, grazie alla collaborazione nata tra Italians for Darfur, associazione per i diritti umani in Darfur e membro della Save Darfur Coalition, e i Negramaro, una delle più importanti e note band italiane.
“Giù le mani dagli occhi – Via le mani dal Darfur” è il messaggio del video, presentato in anteprima al concerto del 31 Maggio a San Siro, attraverso il quale i NEGRAMARO rilanciano l’appello di Italians for Darfur al Governo Italiano affinché esprima profonda preoccupazione, presso le Nazioni Unite, per la volontà del governo sudanese di non consegnare alla Corte Penale Internazionale i due principali sospettati di crimini contro l’umanità, Ahmad Harun and Ali Kushayb.
Il video vuole essere anche una denuncia del silenzio dei media sulla crisi umanitaria in corso da oltre cinque anni in Darfur, che ha provocato oltre 300.000 morti e due milioni e mezzo di sfollati: i sei componenti della band salentina, che hanno gli occhi coperti da mani non proprie, sono seduti a semicerchio davanti a un televisore non sintonizzato.
E da Myspace riparte questo mese la campagna on-line di Italians for Darfur, con uno spazio dedicato agli artisti emergenti che vogliono proporre un brano per il Darfur: www.myspace.com/musiciansfordarfur. Proseguono la raccolta firme per l'appello a RAI, LA7 e Mediaset, che ha superato le 5000 sottoscrizioni, e le iniziative on-line "Io bloggo per il Darfur" e "Una vignetta per il Darfur".

Dal blog:

Sale la tensione anche in Sud Sudan: 50.000 in fuga da Abyei

L'ONU esprime preoccupazione per gli scontri tra l'Esercito di liberazione del Sud Sudan (SPLA) e le Forze Armate Sudanesi (SAF), iniziati il 14 maggio, nella città di Abyei, South Kordofan, centro di un'area di confine contesa dal 2005 per la ricchezza di petrolio nel sottosuolo. La città, secondo quanto stabilito dai protocolli di Abyei, parte del Comprensive Peace Agreement del 2005, è considerata storicamente il ponte tra Nord e Sud Sudan, ma continua ad essere contesa tra le due parti a causa del grande giacimento di petrolio della regione, nonostante i termini del protocollo siano ufficialmente condivisi. Anche dopo il nuovo accordo di cessate-il-fuoco del 16 maggio, che stabiliva l'allontanamento delle forze regolari dal centro alla periferia, gli scontri sono continuati, causando la fuga di 50.000 civili. Secondo le forze ribelli dello SPLA Khartoum avrebbe disatteso i termini dell'accordo.

EUFOR: la Russia fornirà 4 elicotteri alla missione europea in Ciad e RCA
La Russia ha fatto sapere che fornirà quattro elicotteri alla missione europea in Ciad e Repubblica CentroAfricana, (EUFOR) con 120 uomini di supporto. Attualmente sono dispiegati ai confini con il Darfur 1770 militari e altri 2000 si aggiungeranno entro giugno. La missione europea, prevista da una risoluzione delle Nazioni Unite del 2007 e fortemente caldeggiata dalla Francia che conserva notevoli interessi in Ciad e RCA, oltre a permettere l'assistenza degli oltre 450.000 profughi del Darfur presenti nei due Paesi adiacenti è di supporto alla missione MINURCAT dell'ONU (approfondisci).
È attivo in Ciad, ad Abeché, anche un ospedale militare italiano, per ora adibito alla sola assistenza del contingente EUFOR.
Il 30 Aprile è scaduto invece il mandato della missione ONU in Sudan (UNMIS), ulteriormente esteso dal Consiglio di Sicurezza al 30 aprile 2009.

Gli aerei di Karthoum bombardano i villaggi al Nord, l'UNAMID evacua i feriti
I peacekeepers dell'UNAMID, la missione congiunta ONU-UA in Darfur, possono fare ben poco, allo stato attuale, per placare la falce che continua ad abbattersi dall'alto sulla popolazione indifesa del Darfur: le incursioni dell'aviazione sudanese (SAF), infatti, spesso accompagnate ad attacchi al suolo delle forze regolari e delle milizie janjaweed, continuano a provocare decine di morti e feriti. Dei 26.000 caschi blu promessi, ne sono stati dispiegati solo 9000.
I caschi blu hanno evacuato i feriti provocati dall'ultimo bombardamento aereo ai villaggi di Umm Sidir, El Hashim e Heles nel Nord Darfur, giovedì scorso, dopo aver prestato i primi soccorsi con un team medico. L'intervento è stato condotto in coordinamento con le stesse autorità sudanesi.
L'esercito sudanese è uno dei più grandi in Africa: conta almeno 150.000 uomini, ma diverse sono le forze paramilitari al soldo del governo. Nel 2007, le spese militari sono salite a oltre 3 miliardi di dollari, che sottraggono al Paese oltre il 50% del profitto ottenuto dalla vendita del petrolio.

Arè Rock Festival: 27 maggio Live! in UK radio!
Anche l’ultima serata delle qualificazioni live dell’Arè Rock Festival ha riservato al pubblico di Barletta grande atmosfera e musica di qualità, tra lirismo e melodia, danza e distorsioni. La finale 2008 è prevista per il prossimo 27 giugno. Le canzoni delle 6 band finaliste, inoltre, saranno presentate il 27 maggio e il 10 giugno alle ore 16 (ora italiana) in UK sulle frequenze di Radio Reverb, neo-mediapartner dell'Arè Rock Festival, nel programma "Radio Sofia", prodotto e presentato da Emilia Telese e dedicato alla cultura alternativa italiana. La trasmissione va in onda a Brighton sui 97,2 FM e in live web streaming su www.radioreverb.com ogni due martedì. Il programma è bilingue e rappresenta la voce della diaspora italiana in Uk e nel mondo. In ognuna delle due puntate saranno trasmessi tre brani, per dare spazio con un pezzo a testa ai sei finalisti, mentre in seguito dovrebbero essere trasmesse anche le canzoni di altri partecipanti dell'edizione targata 2008 dell'Arè.
Durante ogni serata della manifestazione, è stato possibile firmare un appello rivolto alle televisioni nazionali per dare maggior spazio all'informazione sulla tormentata regione sudanese del Darfur, dove da oltre quattro anni si combatte una sanguinosa guerra che ha provocato oltre 300.000 morti e 2.500.000 di sfollati. Il movimento “Italians for Darfur” sta infatti proponendo tale opportuna campagna di sensibilizzazione, dato che nel 2006, nonostante la gravità della situazione della regione sahariana, all'argomento sarebbe stata dedicata complessivamente solo un'ora in tv. Novità di quest'edizione dell'Arè Rock Festival è stata d'altronde anche la Sezione speciale "Una canzone per il Darfur", a cui hanno partecipato Garnet e Chendisei[***].

Un caro saluto.

Poiché i mass media ne parlano troppo poco, cerchiamo di parlarne almeno noi, cerchiamo di fare quel minimo di informazione che è nelle nostre possibilità; invito pertanto tutti gli amici blogger a riprendere le notizie contenute in questa newsletter per diffonderle il più possibile. Colgo l’occasione per ricordare, en passant, che uno dei tanti mantra in uso è quello che “del Darfur non frega a nessuno perché lì non c’è il petrolio”. Falso: il petrolio c’è, e anche un bel po’. Quindi mi sa che toccherà cercare qualche altra spiegazione. Magari un po’ meno - come dire … vabbè, ditelo voi.



barbara

AGGIORNAMENTO: leggere anche qui.


27 maggio 2008

SUCCEDE IN EGITTO

Viaggio di ebrei in Egitto annullato causa "motivi sicurezza"

A quasi trent'anni dalla firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, l'istituzione di rapporti "normali e amichevoli" tra i due Paesi, come previsto dal paragrafo 3 di tali accordi, continua a sembrare un miraggio.
Quarantacinque ebrei di origine egiziana, provenienti da Israele e altri paesi, si accingevano ieri notte (domenica) a imbarcarsi sul volo Elal diretto al Cairo, per trascorrere cinque giorni all'insegna del "ritorno alle origini": la maggior parte di essi, dopo essere stati espulsi o aver abbandonato l'Egitto per lo più tra il 1948 e il 1956, vi faceva ritorno per la prima volta. La presidentessa dell'Associazione israeliana amici Israele-Egitto, organizzatrice del viaggio, aveva programmato tutto seguendo le direttive degli ufficiali di sicurezza egiziani, ai quali erano stati trasmessi tabella di marcia e lista dei relatori e che avevano garantito una sorveglianza continua da parte dei servizi di sicurezza egiziani.
Mia mamma, espulsa da Alessandria nel 1949, dopo che suo padre era stato internato per 10 mesi nel campo di Abou Qir per aver pubblicato un libro in cui, tra le altre cose, esprimeva simpatia per gli ideali sionisti, era emozionata all'idea di potersi ricollegare agli scritti di suo padre. L'anno scorso, in un mio viaggio in quella che sono entrata nell'ottica di considerare la mia terra d'origine, ho ritrovato nel cimitero ebraico delle tombe di familiari nonché la sua casa ad Alessandria. Un tempo era in Rue Fouad, oggi si chiama inevitabilmente Sharia' Nasser.
Tra le tappe previste dal viaggio, oltre alle mete prettamente turistiche, vi erano le poche sinagoghe rimaste a testimoniare una presenza ebraica millenaria, che nel 1937 contava 63000 anime, e il Centro Accademico Israeliano del Cairo, un'istituzione stabilita secondo lo spirito degli Accordi Culturali siglati nel 1980 tra i due Paesi. Il Centro, che non ha un corrispettivo egiziano in suolo israeliano, è attivo dal 1982 e si occupa di scambi culturali e accademici che chiaramente rasentano l'unilateralità. L'unico intellettuale egiziano che abbia mai varcato questo confine è stato lo scrittore satirico Ali Salem, che per questo motivo è stato per anni vittima di un boicottaggio nel suo Paese (e pensare che in Israele Ilan Pappe, lo storico israeliano famoso per la sua adesione ai boicottaggi britannici dell'accademia israeliana, ha continuato ad insegnare all'Università di Haifa, fino a quando non ha capito che avrebbe fatto decisamente più soldi in Inghilterra).
Ma giovedì scorso, un noto presentatore televisivo egiziano ha dedicato la sua trasmissione alla presunta "delegazione di ebrei e israeliani" che si accingeva a calcare il suolo egiziano per esigere indietro i beni confiscati dall'Egitto dopo la loro espulsione o fuga. Il presentatore non ha risparmiato i dettagli e ha specificato anche l'albergo nel quale avrebbe dovuto alloggiare il gruppo. La mattina seguente, l'albergo in questione aveva annullato la prenotazione e non si è fatta attendere una comunicazione da parte dell'agenzia viaggi, che non si poteva più fare carico della sicurezza del gruppo. Insomma, saltato tutto, con grande rammarico dei partecipanti. "Avevo rimosso dalla mia mente l'Egitto", mi ha detto mia mamma. "Memore di quanto aveva scritto il nonno e dell'amore e riconoscenza per quella Terra che esprimeva nei suoi scritti, avevo deciso di tornarci. Ma non ho intenzione di rinunciare alla mia identità ebraica né a quella israeliana per poter visitare questo Paese. Belle le Piramidi, ma ci sono tanti altri Paesi che non ho visitato e finché non mi accetteranno per quello che sono, possono aspettare".
E' vero che esistono gruppi che – legittimamente – si occupano della questione del patrimonio perduto degli ebrei che furono costretti ad abbandonare tutto, o quasi, da un giorno all'altro. "Come ladri nella notte", recita il titolo del libro testimonianza di Carolina Delburgo, che lasciò l'Egitto con la famiglia nel 1956, a seguito della crisi di Suez. Lo scopo principale di quest'attività è quello di porre all'attenzione pubblica la questione dimenticata dei profughi ebrei del 1948. Ma, oltre a rappresentare un tentativo limitato e perlopiù sconosciuto, quest'operato non gode nemmeno di alcun appoggio istituzionale, non da parte d'Israele, né della comunità internazionale nella figura dell'ONU, la stessa che invece creò, nel 1949, l'UNRWA, l'"Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente", che singolarmente si distingue dalla UNHCR, ovvero l'Alto Commissariato dello stesso ONU per i rifugiati (ossia tutti gli altri rifugiati del globo, eccetto quelli Palestinesi).
Nonostante ciò, l'esiguo gruppo in questione non era intenzionato minimamente a "battere cassa" alla frontiera egiziana, ma forse, piuttosto, a chiudere i conti con quella che hanno considerato, loro stessi o i loro genitori, la Patria. Visitare per l'ultima volta, per togliersi l'amaro di bocca, per pensare a come ridimensionare i loro sentimenti nel contesto delle relazioni attuali tra Israele e Egitto, per guardare al futuro perché ormai le loro vite se le sono ricostruite al di fuori dell'Egitto, rimboccandosi le maniche, in silenzio, privi di aiuti internazionali e senza bisogno di recitare il ruolo delle vittime perenni.
E invece si trovano a disfare le valigie con un senso d'impotenza e molta rabbia. Ma, d'altro canto, cosa ci si poteva aspettare da uno Stato che vende, quantomeno in una libreria nei pressi della piazza centrale Midan al-Tahrir, i "Protocolli dei Savi di Sion" come se fosse un best seller uscito ieri?
L'afflusso turistico e il tentativo di approccio accademico culturale dimostrano che Israele si aspetta di aprire una nuova pagina, mentre in Egitto per ora aspettano che anche i 120 ebrei che rimangono tra Alessandria e il Cairo schiattino.
Sharon Nizza

Pubblico questo testo perché mi sembra interessante in quanto documenta aspetti della “questione mediorientale” che difficilmente possiamo aspettarci di trovare nei nostri giornali.

barbara


16 maggio 2008

DUE PESI E DUE MISURE? NOOOOO, MA QUANDO MAI!!

1. L’Italia ha aggredito la Yugoslavia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso l’Istria e la Dalmazia, passate alla Yugoslavia. Centinaia di migliaia di italiani hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre all’Italia. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
2. La Germania ha aggredito la Polonia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso la Prussia orientale, passata alla Polonia. Milioni di tedeschi hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre alla Germania. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
3. Il Giappone NON ha aggredito l’Unione Sovietica. Però ha perso la guerra. E ha dovuto cedere le isole Kurili all’Unione Sovietica, che gli aveva dichiarato guerra pochi giorni prima della capitolazione, all’unico scopo di impossessarsi di quelle isole. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle isole al Giappone.
4. Il numero quattro completatelo voi, che siete sicuramente molto più bravi di me.

barbara


18 agosto 2007

UN ALTRO ESEMPIO DELLA REGOLA «DUE PESI E DUE MISURE»

Ancora un articolo vecchio (è davvero un pozzo senza fondo, quello dei miei archivi!) ma sempre utile.

L'Unione Europea si oppone al "diritto al ritorno" di
Steven Plaut

Il "diritto al ritorno" ha interessato una gran parte della stampa mondiale nelle ultime settimane, ma questa volta - tanto per cambiare - NON si tratta del preteso "diritto" dei palestinesi a ritornare sul territorio d'Israele. Il dibattito, del tutto nuovo, riguarda il diritto al ritorno dei tedeschi etnici, di cui almeno 15 milioni sono stati espulsi dalla loro patria alla fine della seconda guerra mondiale. Improvvisamente sono diventati oggetto d'interesse per il semplice motivo che molti paesi che li hanno espulsi dopo la seconda guerra mondiale sono diventati membri a pieno titolo dell'Unione Europea, o sono in procinto di diventarlo.
Si è sollevata un'ondata di tentativi, da parte dei tedeschi etnici espulsi da quei paesi, di recuperare i loro beni e in qualche caso perfino, se possibile, di rientrare nelle loro vecchie case. Ma le loro chances di riuscirci sono minime. Questo perché l'Unione Europea, guidata in questo dalla stessa Germania, si è irrevocabilmente opposta ad ogni "diritto al ritorno" per i profughi d'origine tedesca. Sì, la stessa Unione Europea che insiste nel dire che i "profughi palestinesi" hanno un diritto inalienabile a ritornare nei territori d'Israele, non riconosce lo stesso diritto ai profughi d'origine tedesca.
Prima della seconda guerra mondiale, c'è stata una grande diaspora di tedeschi etnici in tutta l'Europa centrale e orientale. Molti provenivano da famiglie che erano emigrate al tempo del Medio Evo e anche prima. Abitavano in Polonia, Russia, Cecoslovacchia, Paesi Baltici, Ungheria e Balcani. In certe zone si erano insediati quando quei paesi erano stati assorbiti nell'Impero Asburgico o liberati dalla dominazione ottomana. Erano arrivati come mercanti, funzionari civili istruiti, bottegai, mercenari, missionari o altro. In maggior parte vivevano nelle città ed erano quasi i soli artigiani non agricoli nelle città dei paesi sottosviluppati. Spesso dominavano le corporazioni. Per una di quelle deliziose ironie della storia, i cristiani tedeschi spesso emigravano verso città e villaggi dell'Europa orientale e centrale fianco a fianco con ebrei germanizzati, e svolgevano spesso le stesse attività commerciali.
Il periodo tra le due guerre mondiali ha visto la radicalizzazione e la nazistificazione di molti di questi tedeschi. La storia più conosciuta è quella dei tedeschi dei Sudeti, che hanno giocato un ruolo importante nell'annientamento della Cecoslovacchia. Quando ricevettero da Hitler il segnale, i tedeschi dei Sudeti scatenarono pogrom, atrocità terroristiche e sollevamenti armati contro la Cecoslovacchia, tutto questo nel nome dell'"autodeterminazione", ma, in realtà, per fornire un alibi all'aggressione nazista. Pretendendo di essere "oppressi" e "occupati" (suona familiare ai partigiani del Medio Oriente?) dalla democratica Cecoslovacchia, la loro "penosa situazione" era la foglia di fico che copriva l'aggressione fascista perpetrata dalla Germania.
La storia si ripeterà ampiamente più tardi, quando saranno i "palestinesi" a giocare il ruolo dei Sudeti, e la loro "penosa situazione" servirà di copertura all'aggressione fatta dagli Stati arabi fascisti contro Israele.
Meno ben conosciute sono le storie di insurrezioni simili e di sedizioni fomentate dalle minoranze tedesche nel resto dell'Europa prima della seconda guerra mondiale. Anche se non tutti i tedeschi etnici hanno apertamente sostenuto e aiutato Hitler, furono comunque parecchi. Dopo la guerra, la maggior parte dei tedeschi etnici furono espulsi, a forza di baionette, dai paesi nei quali avevano vissuto per generazioni, e i profughi furono "rimpatriati" nella Repubblica Federale Tedesca (e, in misura minore, in Austria). Stalin deportò un gran numero di tedeschi etnici della Russia in Siberia e in altre regioni orientali.
A conti fatti, si stima che 15 milioni di tedeschi etnici sono stati espulsi dagli Stati non tedeschi dell'Europa orientale e centrale, tre quarti dei quali provenienti dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia (nello stesso periodo, giapponesi etnici sono stati espulsi dalla Manciuria e dalla Corea, essenzialmente per le medesime ragioni).
I profughi tedeschi sono stati assorbiti e reinsediati sul loro suolo dalla Germania (soprattutto dalla Repubblica Federale Tedesca), e senza un centesimo di aiuto dall'UNRWA, l'agenzia dell'Onu per l'aiuto ai profughi che per decenni ha versato somme enormi di denaro contante ai palestinesi. Come i palestinesi, quei tedeschi etnici erano diventati profughi in conseguenza di una guerra d'aggressione scatenata dai loro compatrioti tedeschi, una guerra in cui si sono trovati dalla parte degli sconfitti. Ma, a differenza della maggior parte dei "profughi" palestinesi che divennero profughi perché scapparono dalle zone di combattimento su ordine dei capi della milizia araba al tempo della guerra israeliana d'indipendenza, quei tedeschi sono diventati profughi perché sono stati cacciati di forza dai paesi che li ospitavano DOPO la fine della seconda guerra mondiale. I tedeschi hanno lasciato dietro di loro grandi quantità di beni, mentre quasi tutti i "profughi" palestinesi erano contadini poveri che lavoravano per conto di aristocratici arabi feudali, e che hanno lasciato dietro di loro ben pochi beni o assolutamente nulla.
Ancora più importante è il fatto che la Germania e l'Austria hanno rifiutato a tutti i profughi di nazionalità tedesca il diritto a ritornare nelle loro precedenti nazioni e perfino a ricevere da quei paesi qualsiasi risarcimento, sotto qualsiasi forma. Al contrario, la Germania (ma non l'Austria) ha pagato delle riparazioni ai paesi stessi che hanno espulso i profughi. Eppure, a dire il vero, molti profughi d'origine tedesca erano stati soltanto spettatori innocenti che non erano mai stati nazisti e non avevano maltrattato nessuno.
Ma oggi il governo tedesco e gli eurocrati dicono: niente da fare. Questi profughi tedeschi non sono che pochi milioni di vittime in più oltre ai molti milioni di vittime anonime dei crimini della Germania, e devono semplicemente continuare a vivere senza elemosine. Il loro "risarcimento" consiste nel loro reinsediamento in una Germania libera, democratica, capitalista e prospera.
La Germania stessa ha promulgato la sua propria Legge del Ritorno che consente a tutti i tedeschi etnici di ottenere la cittadinanza di questo paese. Gli stessi eurocrati e i sapientoni dei media che accusano Israele di "razzismo" a causa della sua Legge del Ritorno che accorda automaticamente la cittadinanza agli ebrei che lo richiedono, non hanno mai avuto problemi con una legge "razzista" tedesca dello stesso tipo. Nel frattempo, perfino la commemorazione della situazione dei profughi tedeschi etnici ha incontrato una forte resistenza in Europa.
C'è una lezione da trarre da tutto questo nel 2004. In fin dei conti, per quei tedeschi etnici i motivi legittimi per un risarcimento e per il riottenimento delle loro proprietà sono molto più forti di ogni pretesa "palestinese" a dichiararsi "profugo". I palestinesi hanno giocato esattamente lo stesso ruolo dei tedeschi dei Sudeti, e le pretese di un "diritto all'autodeterminazione" dei palestinesi fanno eco a simili pretese dei tedeschi dei Sudeti negli anni '30. In entrambi i casi, le richieste non sono altro che una foglia di fico che nasconde l'aggressione fascista a una democrazia.
Come i Tories lealisti che fuggirono dai giovani Stati Uniti, non si è mai pensato che i profughi tedeschi etnici dovessero ottenere qualsiasi forma di risarcimento dai paesi da cui sono fuggiti o che li hanno espulsi. Non solo non hanno ricevuto alcun risarcimento da quei paesi, ma la Germania stessa ha pagato dei risarcimenti ai paesi che avevano espulso quei tedeschi etnici, e che erano state vittime dell'aggressione nazista.
Gli stessi dirigenti mondiali e commentatori dei media che esigono che Israele risarcisca i "palestinesi" e consenta loro di "ritornare", dopo quasi sessant'anni, sui territori israeliani, i territori su cui Israele è stato vittima dell'aggressione araba e fascista, non riescono a capire il motivo per cui il problema di questi "profughi palestinesi" dovrebbe cadere esattamente come quello dei profughi etnici tedeschi della fine degli anni '40.
Qual è dunque il vero motivo che spinge gli euro-clowns a disinteressarsi del "diritto al ritorno" dei tedeschi etnici, ma a richiederlo per i "palestinesi"?
La risposta è semplice. La garanzia di un tale diritto ai tedeschi etnici non avrebbe come conseguenza la morte d'Israele. Per questo gli europei non sono interessati.
(FrontPageMagazine.com, 26.08.2004 - trad. www.ilvangelo.org)

Sempre utile, dicevo: perché i nostri giornali queste cose non le scrivono, e la maggior parte della gente non le sa (poi hanno anche il coraggio di accusare noi di fare due pesi e due misure!).


barbara

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