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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


29 giugno 2010

STORIE DI ORDINARIA INGIUSTIZIA

Da Dagospia

Cinque anni fa, il 23 giugno del 2005, una sera dopo il cinema, mentre sta tornando a casa sullo scooter, Flavio, mio figlio, 27 anni, trova la morte quando una Smart, guidata da un ragazzo che non ha ancora la patente, ma solo il foglio rosa, invade improvvisamente la sua corsia di marcia.
Quel ragazzo oltre a non poter guidare in assoluto senza un adulto accanto (con lui c'è un amico minorenne), non potrebbe guidare comunque quella Smart affidata in comodato d'uso esclusivo al CONI e di cui dispone personalmente il Presidente Gianni Petrucci, suo padre.
L'afflosciamento della gomma posteriore destra ha provocato uno scarto della Smart verso il lato destro della strada, ma Niccolò Petrucci anzichè lasciarla accostare nel lato dello sbandamento sterza violentemente a sinistra e invade trasversalmente la corsia opposta parandosi davanti allo scooter di Flavio e sfiorando la coda di altro motorino che lo precede.
L'ipotesi è di omicidio colposo.
A settembre, dopo tre mesi, sono completate le tre perizie disposte dal pubblico ministero e sarebbero acquisiti tutti gli elementi probatori per sostenere l'accusa di omicidio colposo o rigettarla. Eppure passano più di due anni e continue proroghe richieste dai difensori di Niccolò Petrucci e accolte, per il differimento dei termini di conclusione degli accertamenti, prima che arrivi finalmente la decisione del rinvio a giudizio; l'udienza preliminare è fissata nel luglio 2008.
Il processo può iniziare, ma iniziano anche le tecniche dilatorie che mirano ad arrivare alla prescrizione. Impegni dei difensori, anche la malattia terminale, nota da tempo, che toglie di scena da subito l'Avvocato Ugo Longo, uno dei due avvocati di fiducia di Petrucci, viene utilizzata per chiedere all'inizio dell'udienza per l'escussione dei testimoni, di spostare ad altra data per consentire al nuovo difensore di acquisire gli atti e via di questo passo.
Ogni rinvio vale da sette a nove mesi e così arriviamo a dicembre 2009 ad aver verbalizzato le dichiarazioni di solo due testimoni.L'escussione di altri due, già convocati nelle due udienze precedenti e non ascoltati, è rinviata al 26 marzo di quest'anno, ma nuovo colpo di scena.Stavolta è il giudice che annuncia di essere stata trasferita alla Corte d'Appello di Roma e che quindi, tra nomina del nuovo giudice e tempo per prendere visione degli atti, "è ragionevolmente costretta a fissare la nuova udienza solo per dicembre 2010".
Ma non basta, la legge richiede l'assenso dei difensori all'utilizzo delle deposizioni già acquisite in caso di cambio del giudice; la difesa naturalmente non acconsente e così a dicembre tutto ripartirà dall'inizio, come se sinora non fosse accaduto nulla.Vuol dire che restano da ascoltare di nuovo i due testi per acquisire le testimonianze dei quali erano stati necessari tre anni di corte udienze e lunghi rinvii, oltre ad altri quattro testi del Pubblico Ministero ed a quelli della difesa.
Sono passati cinque anni dalla morte di Flavio, è un giudizio per omicidio colposo, non per un furto di mele, ma non è successo assolutamente nulla. Normale? giusto? comprensibile? No, certo che no, è ingiusto, una beffa amara e dolorosa. Nel frattempo ho partecipato a tutte le indecorose tappe di questo modo di fare giustizia che offende la giustizia.
Tempi biblici, udienze iperaffollate in cui un giudice convoca testimoni, che aspettano inutilmente ore di essere ascoltati con la minaccia di un procedimento penale qualora non si presentino, sapendo che non sarà in grado di interrogarli perchè ha fissato nella stessa giornata decine di udienze, rituali e procedure formali il cui senso sfugge alla comune comprensione, espedienti e cavilli, bizzarri principi giuridici per i quali se la famiglia ha ottenuto il risarcimento del danno dalla compagnia d'assicurazione dell'auto concessa in comodato d'uso al CONI, un indennizzo economico (peraltro come avrebbe voluto Flavio devoluto in beneficenza), non ha diritto per questo ad essere parte attiva nel processo penale, come se l'indennizzo annullasse la possibilità di partecipare all'accertamento del reato.
Potrei continuare all'infinito, citando le terribili, lancinanti, amarezze che affronta chi aspetta di veder fatta giustizia. Me le sono caricate tutte e non ho mancato un'udienza; è un terribile dolore sentir parlare della sua morte, ma Flavio è parte vitale di me stesso e potrei essere assente da qualcosa che mi coinvolge in modo totale? Chi non lo farebbe se questo riguardasse l'accertamento della verità e della responsabilità nella morte della persona più cara che hai al mondo?
So benissimo che la fine sarà un nulla, che molto probabilmente la strategia dilatoria riuscirà e il presunto reato finirà in prescrizione e che in ogni caso il massimo risultato che io e mia moglie possiamo sperare è una condanna a qualche mese. Bella bilancia in cui su un piatto c'è la vita di Flavio e sull'altro nulla o quasi.
Sarebbe stato così anche se l'imputato non fosse stato il figlio di una persona così potente? Sono addolorato, sconfitto, incazzato, travolto dalla rabbia, ancora incredulo della realtà della perdita di Flavio... si capisce perchè non riesco a vedere il Presidente del CONI in qualsiasi occasione mediatica senza sentire il cuore che monta impazzito?
Fabrizio Brunetti

Altro non credo ci sia da aggiungere, tranne un ringraziamento a Paoletta per la segnalazione.

barbara


10 ottobre 2007

QUANDO AVETE SAPUTO DEI “VOLI”?

Hebe



Abbiamo cominciato a sospettare abbastanza presto. Fu un'idea della Marina militare. Gli aerei partivano da Punta Indio, un luogo a sessanta chilometri da La Plata e buttava­no i corpi nel fiume o in mare, ma i corpi ricomparivano rapidamente, sulle sponde del fiume, sulle spiagge del sud, a San Clemente, a Santa Teresita. Una volta ci avvisarono che c'erano dei corpi sulla spiaggia, e quando arrivammo c'era un camion che raccoglieva i cadaveri, chiusi in una busta di plastica. Fu allora, da quelle persone che ci avevano avvisato, che sapemmo dei voli. Chiaro, i corpi riaffioravano, riap­parivano sulle sponde dei fiumi, in riva al mare, li raccoglievano i pescatori nelle reti, e così cominciarono a gettarli giù dagli aerei ancora vivi, con i piedi in un blocco di cemento a presa rapida. Per farli salire sull’aereo con le proprie gambe, cominciarono a fargli delle iniezioni con cui li addormenta­vano durante il volo; buttavano i prigionieri in mare, non ancora morti, addormentati da un'iniezione che quegli as­sassini della Marina si divertivano a chiamare pentonaval. Tutti erano vivi, quando li buttavano in mare. È terribile parlarne, ma questo mostra la preparazione e la formazione della Marina, dell'esercito, della Polizia. Senza dimenticare che ci fu tutta una categoria di preti pronti a dare l’assoluzione e a incoraggiare i militari che tornavano un po' troppo inquieti da quei voli; gli dicevano che dovevano farlo per la patria, per liberare l'Argentina dai terroristi.

Stai dicendo che i cappellani non assistevano i prigionieri ma i militari?

Tutti i cappellani militari dell’Esercito, della Marina, della
Polizia, usavano armi, erano sacerdoti armati, anche se ci furono preti che assistevano i prigionieri, così come ci furono preti che condivisero le scelte e il destino dei nostri figli. Tutta l'altra parte della chiesa, tutti quelli che facevano parte della chiesa del Terzo mondo, furono perseguitati perché erano insieme ai nostri figli. Ci sono stati centoventicinque sacerdoti desaparecidos, e due vescovi, monsignor Angelelli e Ponce de León, assassinati perché lottavano per difendere i poveri, le terre, ma la chiesa non li ha mai rivendicati. La chiesa è stata l'unica madre che ha abbandonato i propri figli. Le alte gerarchie ecclesiastiche ebbero una grande responsabilità in quello che avvenne. Il nunzio apostolico in­viato dal Vaticano in Argentina all'epoca della dittatura, monsignor Pio Laghi, fu un grande amico dei militari. Ave­va l’abitudine di giocare a tennis con l'ammiraglio piduista Massera, il peggior criminale della giunta; ci sono le fotografie. Celebrava matrimoni, teneva a battesimo i figli dei militati golpisti.
Le gerarchie ecclesiastiche furono in gran parte parteci­pi dirette della decisione di come si torturava cristianamen
te, di come si assassinava cristianamente. Furono partecipi diretti delle decisioni della dittatura. Noi Madri abbiamo presentato una denuncia mollo dura in Italia, contro Pio Laghi, ancora senza risposta. Sappiamo che non avremo mai giustizia col potere, ma vogliamo che la gente capisca che la chiesa non può essere partecipe dell'orrore, della dittatura e del genocidio, perché così diventa una chiesa genocida. Questo deve essere chiaro, le persone che credono in Gesù Cristo non possono credere in questi satrapi. E ce ne furono molti in Argentina. Tra questi, monsignor Emilio Teodoro Grasselli, segretario particolare del cardinale Antonio Caggiano, uno dei massimi esponenti della gerarchia dei cap­pellani militari, e monsignor Plaza, monsignor Bonamìn, monsignor Tòrtolo, von Wernich... La chiesa non ha mai ammesso la responsabilità di questi suoi rappresentanti, proprio come non ha riconosciuto i suoi martiri. In Argentina e in tutta l’America latina esistono due chiese: quella che lotta insieme al popolo e ai più poveri, e quella aristocratica, diretta dall’Opus Dei, che stabilisce rapporti criminali con i dittatori di turno. La denuncia contro di loro è un dovere morale non solo delle Madri, ma di tutti i cattolici.
E non bisogna pensare che si trattasse solo dei vescovi: no, la complicità fu molto diffusa anche tra i sacerdoti, tra le suore… Nel dicembre 1977, proprio di fronte al Com
missariato V° di La Plata, come un'ironia, c’era un grande albero di Natale, anche se lì dentro torturavano e violava­no i nostri figli. Nei giorni di Natale e di capodanno i po­liziotti avevano il permesso di starsene nelle loro case a ce­lebrare le feste, e il cibo - o per meglio dire, la spazzatura - che davano ai nostri figli, si incaricarono di distribuirla i sacerdoti del seminario lì vicino. Erano loro che davano da mangiare ai sequestrati. Una scelta caritatevole, hanno detto. Una scelta complice, dico io, perché non hanno mai fatto parola di quello che vedevano li dentro; non hanno mai fatto una denuncia, non hanno mai avvisato un fami­liare. Non furono solo i vescovi, furono molti quelli che si comportarono con cinismo, trasformandosi in complici della dittatura.
Soffrimmo tante disillusioni, e anche quello fu un per­corso dapprima individuale e poi collettivo. Quando co­minciammo a essere più madri, una volta andammo da una monaca che si chiamava sorella Assunta e che poteva en­trare nel carcere di La Plata ad assistere i prigionieri. Le demmo una foto dei nostri figli, nel caso le capitasse di incontrarli, le demmo delle cose da portargli, ma ogni volta questa suora ci diceva di non averli visti. Poi, un giorno, ci invitò a un battesimo. Andammo e ci rendemmo conto che si trattava di una specie di esorcismo, con una bambina ve­stita di viola, alla quale il prete tolse il vestitino per farglie­ne indossare uno bianco... una cerimonia lunghissima, che non capivamo, ma che ci pareva avesse un cattivo sapore. Quando tutto fu terminato, la monaca ci avvisò che il pre­te voleva parlarci. Andammo e quello ci disse che avrem­mo dovuto stare più attente a quello che facevano i nostri figli. Lo guardai e mi resi conto che, dalla tonaca, gli spun­tavano gli stivali dell'aeronautica, che aveva i pantaloni de­l colore dell'aeronautica. Allora noi Madri ce ne andammo e discutemmo a lungo. Più tardi tornammo da suor Assun­ta e le chiedemmo chi fosse quel prete. Lei rispose, sì, è un sacerdote mandato dall'Aeronautica. Col passare del tem­po, scoprimmo che questo tipo era proprio il sacerdote che dava la sua benedizione mentre gettavano i cadaveri dei nostri figli dagli aerei. Figurati dove eravamo finite. Questa era sorella Assunta. Ma non è stata l’unica. C’era una monaca che si chiamava Castana e che lavorava all'o­spedale psichiatrico di Romero, dove avevano internato dei ragazzi come malati mentali, ci avevano detto che qual­che desaparecido si trovava anche nel Borda, il manicomio di Buenos Aires, perché a forza di torture era impazzito. Non sapeva chi fossimo e le dicemmo che volevamo porta­re delle caramelle agli internati, così lei ci fece entrare. Ci rendemmo conto che tutti avevano la stessa faccia, senza volto, senza espressione, pareva che non guardassero. Un giorno suor Castana ci chiese di portarle delle cose che non riusciva ad avere dall’Esercito; fu così che ci rendemmo conto che anche lei aveva a che fare con i militari e, quando cominciammo a investigare, scoprimmo che aveva denuncialo una quantità di psichiatri e di psicologi che la­voravano lì, a Romero, e che dopo la denuncia quei medi­ci erano scomparsi.
Fu terribile renderci conto che tutto era così perverso, ma ciò che ci diede forza era che potevamo vederlo e pro­varlo, anche per le altre: perché le madri che non lo vede­vano con i propri occhi, non lo potevano credere. C'era una madre - si chiamava Marìa, è morta da poco - che era cosi credente che quando il parroco che andava ad aiutare, un grande amico di Videla, denunciò sua figlia, lei disse di no, che l'amicizia di quel parroco con Videla non aveva niente a che faro con il sequestro della figlia. Lo giustificò fino all'ultimo momento, perché semplicemente non voleva am­mettere che potesse aver fatto una cosa tanto terribile. C'e­rano molte madri come lei, che non vedevano, che non cre­devano. Per questo è stato giusto uscire di casa, scoprire tante cose, rompersi la testa contro i muri, e alla fine trovare le prove per poter raccontare, per poter dire la verità, an­che quando era così dolorosa. La gente dice che ho molta memoria, ma non è così, è che quando partecipi a tutto, quando vai da tutte le parti, e apprendi, poi come fai a di­menticare? La faccia di quella monaca, io non me la scor­derò per il resto della vita; se la incontrassi, la riconoscerei
ancora adesso, dopo quasi trent'anni. (Le pazze, pp. 134-137)

Oggi è un grande giorno: oggi finalmente uno di loro – almeno uno! – è stato chiamato a rispondere della propria complicità negli orrendi crimini commessi dalla dittatura fascista argentina, una delle più efferate del secondo dopoguerra. Non ne risponderà Pio Laghi – fraterno amico e grande ammiratore, tra l’altro, di Arafat -, non ne risponderanno molti altri, ma almeno un barlume di giustizia sembra profilarsi. (v. anche qui e qui)



barbara


23 giugno 2007

APPELLO DELLE DONNE MAROCCHINE

Il 28 giugno avrà luogo a Brescia la prima udienza del processo ai responsabili dell’assassinio di Hina Salemme. Come è noto, la nostra Associazione ACMID-Donna onlus (associazione donne marocchine) si è costituita parte civile in questo processo: vogliamo giustizia per Hina e chiediamo che il suo sogno di libertà non venga dimenticato.
Il 28 giugno, dunque, l’Acmid sarà a Brescia. Ci auguriamo che quel giorno siano presenti al nostro fianco anche molte di voi per sostenere tutte insieme compostamente e civilmente, donne immigrate e donne italiane, la memoria e il sacrificio di Hina.
A quante vorranno accompagnarci, l’Acmid mette a disposizione mezzi di trasporto gratuiti dai luoghi di residenza.

Per informazioni, contattate info. www.acmid-donna.it
http://www.acmid-donna.it/

Tribunale di Brescia Via V. Vittorio Emanuele II, 96

28.06.2007 alle ore 8.30

douniaettaib@yahoo.it

Grazie, Dounia

Spero che almeno qualcuna, fra le mie lettrici, avrà la possibilità di rispondere a questo appello. Spero che qualcuno, anche se non potrà partecipare, vorrà almeno raccoglierlo e riproporlo nel proprio blog e inviarlo alla propria mailing list: è il minimo che possiamo fare.

                                          

barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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