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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 ottobre 2010

MILLE E UNO MODI PER DISINFORMARE

Dunque succede che un blog dà una notizia, un altro blog la riprende, altri la ampliano, e insomma, la notizia gira. La notizia sarebbe che è uscito un libro di testo che racconta le vicende israelo-palestinesi sia dal punto di vista israeliano che da quello palestinese e, pensate un po’, avete pensato bene? Sì? Ecco, è così, i bravi buoni onesti intelligenti palestinesi lo hanno adottato, i perfidi giud sionisti invece no. Potete trovare la notizia qui (poi parzialmente corretta ma non smentita in seguito a un intervento nei commenti), che sarebbe un blog che si pretenderebbe neutrale, diciamo equivicino, in cui capita però spesso e volentieri di leggere cose che sembrano molto più equivicine a una parte che all’altra, e capita che chi puntualizza a favore di Israele viene rimbeccato, e capita che chi scrive nei commenti che Gaza non è un campo di concentramento bensì di sterminio non viene invece rimbeccato neanche un po’. Vabbè. La notizia, dicevo. Viene data con grande risalto, ma poi salta fuori lui che spiega che no, non è proprio proprio esattamente così che stanno le cose (e ne parlano tra l’altro anche loro). E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, salto fuori anch’io, che quel libro l’ho letto sette anni fa quando è uscito in Italia – e non dite poi che non siamo all’avanguardia! – e ne ho fatto la recensione per il sito ebraismo e dintorni, che adesso non esiste più ma a quel tempo esisteva, e questa recensione adesso ve la beccate, perché ve la schiaffo qui.

Confesso: a pagina 35 mi sono fermata. Perché non sono più tanto giovane. E poi ho anche l'ulcera e quindi, scusate, qualche riguardo me lo devo proprio. E come può reagire una povera ulcera, leggendo un passo come questo? "Al 1917 si aggiungono gli anni 1929, 1933, 1936, 1947, 1948, 1967, 1987, 2002, e tante altre date ancora, che rappresentano le infinite tragedie, guerre, sofferenze, uccisioni, distruzioni, esili e altri disastri subiti dal popolo palestinese". Ora, noi che di cose israelo-palestinesi ne mastichiamo da un bel po', sappiamo benissimo che quelle sopra riportate sono date di immani massacri di ebrei da parte degli arabi, di guerre scatenate dagli arabi per distruggere Israele e sterminare gli ebrei e altre simili amenità, ma la maggior parte dei lettori, che già faticano a ricordare le cose dell'altroieri, che cosa ne possono sapere? "Coraggio individuale e intelligenza collettiva", "rispetto reciproco dell'altro" "ammirevole accettazione di coesistere": queste cose, secondo le varie presentazioni, introduzioni, prefazioni, troviamo in questo libro, in cui un gruppo di professori israeliani e uno di professori palestinesi scrivono, separatamente ma in contemporanea, la "storia di Israele". Fra virgolette, naturalmente, visto che la storia raccontata dai palestinesi è quanto di più fantasioso si possa immaginare: ci narrano di un Sir Moses Montefiore che già dal 1845 aveva progettato l'espulsione di tutti gli arabi dalla Palestina; di un Israele che occupa il 77% della Palestina, quando sappiamo che il 78% è occupato dalla Giordania (su terra rubata dalla Gran Bretagna ai pionieri ebrei!) e il rimanente 22% è ulteriormente diviso fra ebrei e arabi; arrivano ad affermazioni deliranti come questa: “Questo portò all’usurpazione della patria e alla dispersione di un intero popolo, fatto senza precedenti nella storia", e sono talmente bravi storici da confondere gli arabi con gli ottomani e la Palestina con l'Asia Minore! Facile ipotizzare che il lettore comune immaginerà che ognuna delle due parti tiri acqua al proprio mulino, farà la tara ad entrambe le versioni e concluderà che la verità sta più o meno nel mezzo.
Comunque, io ho l'ulcera, ma voi, anche se non l'avete, lasciate perdere lo stesso: sarebbero in ogni caso tempo e soldi buttati via.

Ecco, adesso anche a voi è chiaro l’altissimo valore morale ed educativo del libro che i perfidi giud sionisti non hanno voluto introdurre nelle proprie scuole, il grandissimo incentivo alla pacifica coesistenza e alla concordia a cui hanno dato un calcio e, last but not least, la cristallina onestà degli storici palestinesi. Per non parlare di quella di certi sedicenti giornalisti che hanno dato la “notizia” nella forma che ho detto all’inizio.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.


30 giugno 2010

IL PREGIUDIZIO ANTISEMITA

Un bell’articolo di Emanuele Ottolenghi di due anni fa. Che naturalmente non farà intendere chi non vuole intendere, ma che sicuramente aiuterà chi intende ad argomentare meglio le proprie posizioni.

Le Cinque Bugie su Israele

Come si stravolge la storia per demonizzare l'unica democrazia in Medioriente.

di Emanuele Ottolenghi

Il pregiudizio antisemita si è nutrito per secoli di menzogne che nella letteratura e nella credenza popolare erano considerate verità inappellabili. La propaganda antisraeliana si nutre similmente di bugie che, stravolgendo la storia e insinuando nefandezze, mirano a delegittimare e demonizzare Israele come un tempo si demonizzavano gli ebrei. Delle tante bugie dette e ridette fino a renderle incontestabili assiomi, se ne riportano di seguito cinque, con la necessaria rettifica storica a buon uso del lettore.

1) Il sionismo è un movimento razzista.
Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, e come tutti i movimenti di liberazione nazionale, è stato storicamente caratterizzato da una grande diversità di opinioni sulle modalità, i tempi e persino il luogo d'attuazione del suo programma, oltre che sulla natura e il carattere della futura società e Stato che aspirava a creare. Col tempo, la maggioranza dei sionisti sostenne il ritorno del popolo ebraico nell'antica terra d'Israele come la rivendicazione essenziale del movimento, ma fino al 1903 esistevano tra i sionisti anche coloro che sostenevano la necessità di creare uno Stato ebraico ovunque si rendesse disponibile un territorio e tra i luoghi considerati c'erano l'Africa Orientale (la cosiddetta Opzione Uganda), un'area costiera del Sinai nell'odierno Egitto, una provincia argentina e persino un territorio nel Nord-Est dell'Australia. La terra d'Israele prevalse per il profondo legame storico ed emotivo con il popolo ebraico. Ma in nessun caso il sionismo postulò che l'affermazione del proprio progetto nazionale dovesse avvenire a spese dei diritti degli arabi che vivevano in Palestina, proclamando invece la necessità di trovare una soluzione pacifica e forme di convivenza tra ebrei e arabi. Fino all'ultimo, la leadership sionista cercò un compromesso con la controparte araba, ma senza successo, e a ogni occasione furono i sionisti, piuttosto che gli arabi, ad accettare le soluzioni di compromesso territoriale e politico ripetutamente proposte dalla comunità internazionale: la spartizione della Palestina in due stati fu proposta dalla Commissione Peel nel 1937 e dall'Onu nel 1947, ma fu rifiutata dagli arabi (i sionisti accettarono entrambe le proposte), mentre l'idea di uno Stato binazionale fu proposta da due movimenti sionisti negli Anni Trenta e respinta dalla leadership araba.

2) La Palestina, come suggerisce il nome, è la terra dei palestinesi, che gli ebrei hanno usurpato.
In realtà il termine Palestina si riferiva, nell'antichità, solo a una stretta striscia litoranea di territorio che corrisponde circa con l'attuale Striscia di Gaza e che era così chiamata perchè abitata un tempo dai Filistei. Il nome del territorio su cui oggi sorge lo stato d'Israele e parte dei territori era la Giudea – tant'è vero che nelle monete commemorative della vittoria di Tito e Vespasiano sui rivoltosi ebrei nel 70 dC si legge "Iudaea capta est". Il termine Palestina segue l'occupazione romana e il tentativo di estirpare ogni focolaio di rivolta ebraico dopo la distruzione del Secondo Tempio, ma non assume mai un carattere politico fino alla creazione del mandato britannico sulla Palestina nel 1922, Mandato che ha come obbiettivo l'attuazione della Dichiarazione Balfour, ovvero la promessa del governo inglese di creare un territorio autonomo per gli ebrei. I confini attuali della terra contesa sono stati tracciati tra il 1918 e il 1922 e non riflettono una precedente realtà politica. In quanto ai palestinesi, non è mai esistito uno Stato, o un regno, o una provincia, o un califfato palestinese. Dalla conquista romana il territorio è passato ai bizantini, agli arabi, ai crociati, ai mammalucchi, ai turchi e agli inglesi. I confini sono cambiati mille volte e non esisteva, all'arrivo dei primi sionisti nella seconda metà dell'Ottocento, un'identità nazionale o una rivendicazione nazionale palestinese.

3) Il controllo israeliano di Gerusalemme minaccia la libertà religiosa e l'accesso ai luoghi sacri.
Pur costituendo la maggioranza dei residenti, gli ebrei – e gli israeliani dal 1948 al 1967 – non hanno avuto la sovranità dei luoghi santi fino al 1967, quando Israele conquistò la Città Vecchia di Gerusalemme, oltre che i luoghi santi cristiani e mussulmani in Cisgiordania. Solo a partire dal 1967 l'accesso pieno ai luoghi santi avviene in piena libertà e con la tutela dell'autonomia religiosa delle varie comunità, mentre prima del 1967, durante tutta la dominazione musulmana, importanti restrizioni avvenivano nei confronti dei non musulmani e per quasi vent'anni gli ebrei non ebbero alcun accesso a due delle quattro città sante dell'ebraismo.

4) Se Israele ponesse fine all'occupazione dei territori
palestinesi ci sarebbe la pace in Medio Oriente. Sarebbe bello fosse così semplice! Ma a parte il fatto che i problemi del Medio Oriente sono molteplici e nella maggior parte dei casi non hanno nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese: si pensi al genocidio in Darfur, all'oppressione di donne e omosessuali in Arabia Saudita, alla persecuzione contro i cristiani da parte del fondamentalismo islamico, al conflitto tra sciiti e sunniti, alle tensioni tra Iran e mondo arabo sunnita, alla povertà endemica della regione nonostante le ricchezze energetiche, al diniego di diritti nazionali da parte araba per curdi e berberi, e alla mancanza di libertà religiosa in tutta la regione salvo Israele. Il problema è il rifiuto dell'esistenza d'Israele da parte di una significativa parte del mondo arabo e dei palestinesi. In fondo, i territori oggetto del contendere Israele li ha conquistati nel 1967, ma dal 1948 al 1967 erano sotto dominio arabo eppure i palestinesi non li rivendicavano per loro e i regnanti arabi non si sognavano neanche di farne uno Stato per i palestinesi. Israele ha dimostrato più volte di volere la pace e di essere pronto a rinunce, sacrifici e compromessi. Non altrettanto si può dire da parte palestinese: se Hamas oggi rappresenta veramente la maggioranza dei palestinesi, con la sua retorica antisemita, la sua alleanza con l'Iran e il suo ricorso a terrorismo contro civili dentro Israele, dimostra come non si tratta solo di una disputa territoriale ma di un conflitto esistenziale.

5) L'unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di uno stato binazionale dove i due popoli condividono la stessa terra.
Ci sono quattro motivi per cui questo modello politico è un'utopia. Primo, perché le due nazioni difficilmente accetterebbero di vivere insieme in armonia condividendo potere e interessi. Costringere i due contendenti a una convivenza così difficile porterebbe a nuovi conflitti – si guardi alla ex-Yugoslavia – specie se si pensa al secondo motivo: le grandi differenze socioeconomiche e culturali. Gli israeliani guardano a occidente, sono integrati nell'economia occidentale e nella globalizzazione; sono una società laica e moderna, dinamica ed economicamente avanzata; dove le donne sono emancipate e la libertà sessuale, la mobilità sociale e la meritocrazia hanno preso piede fermamente; i palestinesi per contro sono ancora una società religiosa e tradizionale che vive principalmente di agricoltura e di manifattura, dove la cultura e i valori sociali sono tradizionali e tradizionalisti, e difficilmente tollererebbero le influenze del settore ebraico; mentre le strutture familiari e tribali sono ancora dominanti rispetto al merito e alla mobilità fondata sulle risorse economiche del singolo. Insomma, difficilmente le due società andrebbero d'accordo, e queste differenze portano al terzo motivo per cui lo stato binazionale è una cattiva idea: l'orientamento politico e culturale palestinese spingerebbe un futuro Stato in comune verso alleanze con il mondo arabo, in pieno contrasto con gli interessi del settore ebraico che sarebbero orientati verso l'America, l'Europa, l'India e l'estremo oriente. Ma la ragione che più di ogni altra rende l'idea improbabile è che uno Stato binazionale sarebbe antidemocratico perché la stragrande maggioranza di israeliani e palestinesi vuole – com'era vero settant'anni fa – uno Stato nazionale. Imporre una soluzione diversa violerebbe il diritto d'autodeterminazione dei popoli.

(Liberal, 14 maggio 2008 - da Informazione Corretta)

Lo sappiamo: l’odio continuerà a stravolgere i fatti. L’odio continuerà a stravolgere la storia. L’odio continuerà a stravolgere la realtà. Ma noi non ci arrenderemo. Noi non ci stancheremo di lottare. Noi non smetteremo, finché avremo vita, di gridare la verità.


barbara


5 settembre 2009

IDENTITÀ IN BILICO

CHI

Io ho un cognome ebreo, ma così ebreo, che quando qualcuno m’incontra per la prima volta per ben che vada mi dice: “Ebreo? Ma certo, lei è ebreo! Uh guardi niente di male eh! Io ho amici ebrei e sono gente del tutto normale!”. Oppure: “Ah! Lei è di religione israeliana! Pensi che anch’io ho un collega israeliano. Lavora con me alle poste. Guardi, è davvero un bravo ragazzo!”. Per onestà debbo dire che molto più spesso mi sento dire: “Ah, ma questo è un cognome importante!”. Il mio no, in generale penso vogliano dire. E fin qui. Il problema principale è che io non sono ebreo. Almeno, per le faccende religiose. Sono cattolico. Di religione cattolica, sono battezzato e ho fatto la prima comunione. Ebreo nell’anima, cattolico di preghiera. Una doppia condizione che mi ha segnato fin dal giorno della mia nascita. E spesso con una certa durezza. Dunque. Prendiamo la questione dell’antisemitismo e dei pregiudizi verso gli ebrei.

Se è ebreo è complice della crocifissione
Quando facevo le elementari e iniziava l’ora di religione il prete mi diceva: “Tu puoi andare in corridoio”. Ma io non voglio andare in corridoio, non posso padre, sono cattolico. Se vado fuori non può darmi il voto sulla pagella. In tutti gli anni di scuola i preti non mi hanno mai interrogato, nemmeno mi chiedevano se sapevo le preghiere. Qualcuno lo faceva per evidente imbarazzo, altri perché davvero sospettosi. “Se questo è ebreo è complice della crocifissione”.

Il toast con il prosciutto
Ho amici e parenti ebrei che non sono da meno. Un pomeriggio di quand’eravamo bambini siamo andati in un bar accompagnati da una delle loro madri. Tutti ordiniamo un toast, io lo prendo con il prosciutto. Loro no. Sottiletta Kraft. Mi hanno guardato con sospetto per settimane. A sette anni vado a scuola di catechismo in una parrocchia dei missionari della Consolata. Preti coraggiosi nel fisico, forti di animo, temprati in anni di campagne d’Africa. Uno di questi, credo più gentilezza, che per una forma di dubbio sul mio essere davvero cattolico, quando raccontava delle antiche tribù d’Israele saltava tutte quelle dove compariva il mio cognome. Per quanto mi riguardava mi sentivo a mio agio solo inginocchiato al confessionale, niente nomi, solo peccati. Alla visita medica da militare il dottore mi fa mettere nudo e vede che a dispetto del nome non sono ebreo: “Ma come? Qui non ci siamo!” Gli spiego chi sono e che mia madre è cattolica. Mi guarda di traverso e dice: “Ah! Ma tu pensa ebrei e cattolici adesso possono sposarsi”.

Il Sessantotto del comunista ebreo
Nei primi anni del liceo finisco in mezzo al Sessantotto. M’iscrivo al Movimento Studentesco. Cortei, scioperi, occupazioni. I fascisti mi rincorrono per menarmi non perché sono comunista, ma perché sono ebreo. “Ti prenderemo!”, mi urlano un giorno mentre un tranviere chiude le porte dell’autobus e mi salva da una randellata. Per parte loro i compagni mi guardano storto, stanno già dalla parte dei palestinesi.

La politica in chiesa
All’inizio degli anni Novanta scoppia il boom dei naziskin. Una sera un manipolo di questi disgraziati viene sotto casa mia e imbratta i muri con le solite svastiche. Ricevo testimonianze di affetto, di solidarietà, di amicizia da decine di persone. Colleghi, ma anche gente che non ricordavo più che esistesse. Sono soltanto due i casi di assenza totale. La comunità ebraica della città in cui abito. E il prete della parrocchia del mio quartiere. Per i primi non sono ebreo, anzi niente è peggio di un ebreo non ebreo. Per il prete sono cattolico, ma forse anche un po’ ebreo. Quando accade Tangentopoli un democristiano che conoscevo mi chiede se ho voglia di scrivere il programma politico per una nuova formazione. Dentro ci sono anche laici, verdi, ex comunisti. Ok, dico. Le riunioni si tengono nei locali di una chiesa. Per arrivare lì, la prima volta che ci troviamo, dobbiamo passare davanti all’altare, tutti i vecchi democristiani camminano svelti, sanno quando fare l’inchino, il segno della croce, io che non ho molta confidenza con la liturgia da parrocchia sono decisamente sbrigativo. Il prete che partecipa alla riunione mi osserva per tutta la sera, poi finito l’incontro mi viene vicino e mi abbraccia: “Guarda, non ti preoccupare. In fin dei conti tu non sei altro che il mio fratello maggiore!”.

Gli antisemiti della scrivania accanto
Un’intera esistenza così, tra antisemitismo strisciante e razzismo, cattiverie e barzellette da galera, occhiate e risate perfide. Pochi anni fa quando mi sono presentato ad un nuovo posto di lavoro il capo mi dice: “Guarda che qui siamo tutti antisemiti”. Erano davvero i peggiori antisemiti che avessi mai incontrato. Che mediocrità a basso prezzo. Ora mi consolo guardando gli extracomunitari. A volte penso che se fossi stato anche negro sarebbe stato peggio. Cattolico, ebreo e pure nero, mi sono perso il meglio.

Questo bellissimo, intenso, sofferto pezzo lo ha scritto lui. Lo avevo letto due anni e mezzo fa, quando lo aveva scritto; mi sono casualmente ritrovata a rileggerlo ora, e sono tornata a commuovermi come la prima volta. Tocca temi importanti, che trascendono la persona che si sta qui descrivendo, e sono temi sui quali faremmo bene a riflettere. Tutti. (Così come – perfettamente in tema - faremmo bene a leggere e rileggere e imparare a memoria la sua cartolina di oggi).

barbara


12 novembre 2008

NO, WE CAN’T

Stamattina in terza, mentre aspettavo che finissero di copiare delle cose che avevo scritto alla lavagna, mi sono fermata davanti a un cartellone che avevano fatto loro e appeso alla parete, con la foto di Obama con moglie e figlie e circondato dalle bandiere americane, e vicino alla foto il celebre “yes, we can”. Mi arriva la voce di P.: “Bello”. Mi giro e chiedo: “Che cosa? Il vostro cartellone, Obama, o il fatto che sia diventato presidente?” “Tutto” risponde. Si alza, senza neppure lasciarmi il tempo di replicare, la voce di G., capelli biondi, occhi azzurri, pelle color mozzarella: “Ma è negro!” Vabbè, noi, prima di wecannare, dovremo aspettare ancora un po’.

(E ricordiamo i nostri caduti)

barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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