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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 dicembre 2009

UN MUSULMANO IN UN PAESE EBRAICO

Per capire le accuse mosse agli israeliani

di Tashbih Sayyed

Il dott. Tashbih Sayyed era quello che si può tranquillamente definire un musulmano liberale. Nato in Pakistan nel 1941 (e morto nel 2007), membro del Jihad Watch Board., redattore capo di Pakistan Today e Islam World Today, tra il 1967 e il 1980 ha lavorato per la Pakistan Television Corporation, battendosi sempre per la democrazia e contro il terrorismo.
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e l'ondata filofondamentalista che inneggiava alla jihad, invece di accodarsi alla massa per dichiarare guerra agli infedeli, Sayyed ammise apertamente e a gran voce che esisteva un problema all'interno dell'Islam che andava risolto. Una volta disse ad un suo amico: "La mia vita intera è dedicata ad un solo scopo: far capire ai Musulmani che la loro teologia ha bisogno di essere riformata e reinterpretata. Chiunque pensa che non ci sia nulla di sbagliato è o cieco o un apologeta.
Ci sono molte cose nelle Scritture che hanno bisogno di essere riformate e contestualizzate, in modo che esse non possano essere usate dai terroristi per giustificare omicidi, attentati e delitti d'onore". Nonostante questo non abbandonò mai la religione musulmana, perché credeva in una riforma dall'interno.
Nel 2005 compì il suo primo viaggio in Israele, al termine del quale scrisse il seguente articolo dal titolo: "Un musulmano in un Paese ebraico" che è tuttora di stretta attualità. Elena Lattes

Quando sono atterrato a Tel Aviv con il volo LY 0008 dell'El Al il 14 Novembre 2005, con mia moglie Kiran, la mia mente era impegnata nell'organizzare e nel riorganizzare la lista di cose che avevo intenzione di compiere. Volevo usare la mia prima visita in Israele per sentire la forza dello spirito ebraico che rifiuta di cedere alle forze del male, nonostante migliaia di anni di antisemitismo. Non volevo indagare sugli episodi di coloro che si immolano, ma i motivi della determinazione degli israeliani a vivere in pace.
Ci sono molte cose di cui volevo parlare, soprattutto della loro riluttanza a fare qualcosa contro la scorretta informazione che continua a dipingerli come cattivi.
Sebbene capisca perché i media, che coprono ragionevolmente la maggior parte degli eventi in modo accurato, scelgono di ignorare le regole etiche del giornalismo quando si tratta di Israele, non potevo comprendere la profondità della riluttanza israeliana a sfidare la stampa negativa in maniera efficace.
Il biasimo mediatico mi ricordava l'era nazista, quando i giornali tedeschi erano tutti sotto il Ministro hitleriano per la Propaganda, Joseph Goebbels, che raccoglieva ogni parola di odio contro gli ebrei.
Proprio come i giornali tedeschi che rifiutavano di stampare la verità sulle terribili atrocità commesse nei campi di sterminio in Europa, o che affermavano che era tutta un'esagerazione, i media oggigiorno ignorano il terrorismo arabo. Volevo vedere se c'era qualche verità nelle accuse secondo le quali Israele sarebbe uno Stato di apartheid, discriminatorio e non democratico.
Sapevo che un vero Stato Ebraico non poteva non essere democratico, poiché il concetto di democrazia ha sempre fatto parte del pensiero ebraico e deriva direttamente dalla Torah (Pentateuco N.d.T.). Per esempio quando nel Preambolo della Dichiarazione di Indipendenza, Jefferson scrisse che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà e il raggiungimento della Felicità, egli si stava riferendo al Pentateuco secondo il quale tutti gli uomini sono creati ad immagine divina. Ero sicuro che Israele non poteva essere razzista o discriminatorio, poiché si basa sull'idea del patto tra Dio e gli ebrei, nel quale entrambe le parti hanno accettato su di sé doveri e obblighi, sottolineando il fatto che il potere è stabilito attraverso il consenso di entrambe le parti piuttosto che attraverso la tirannia del più forte.
La mia concezione dello Stato ebraico trovò conferma quando dovetti compilare il questionario di ingresso, prima di atterrare a Tel Aviv: non chiedeva la mia religione come invece prevedeva la legge in Pakistan e al contrario dell'Arabia Saudita nessuno mi chiese un certificato attestante la religione.
Mentre il volo si avvicinava alla Terra Promessa, continuai a rimuginare sulla lista delle accuse mosse abitualmente ad Israele dai suoi nemici:
gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore;
Israele non è democratico;
I cittadini arabi musulmani non hanno pari diritti.

Gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore
Da Tel Aviv a Tiberiade, da Gerusalemme a Izreel, dalle alture del Golan al confine con Gaza, non riuscii a trovare nessun segno di paura. In effetti la gente si sentiva così sicura che nessun negozio, nessun benzinaio, nessun mercato o nessun residence dove andammo e dove sapevano che eravamo musulmani ritenne necessario perquisirci o interrogarci. Specialmente quando Kiran e io andammo una sera in via Ben Yehuda a Gerusalemme, la trovammo brulicante di gente di tutte le età. Il terreno era tremolante per la musica e i giovani, ragazzi e ragazze, erano così intenti a divertirsi che non si curavano affatto di guardarsi intorno. I turisti erano impegnati negli acquisti e l'intera folla sembrava muoversi al ritmo della musica.
Non potevo non paragonare il senso di sicurezza in Israele con l'atmosfera di insicurezza che esiste nel Paesi musulmani. Dall'Indonesia all'Iran, dall'Afghanistan all'Arabia Saudita, la gente non è sicura di niente. Nella capitale pakistana, Islamabad, e nel porto di Karachi, mi veniva costantemente consigliato di non fare grandi acquisti pubblicamente per non incoraggiare i ladri a seguirmi. Non sentii nessuna notizia di violenza, di orribile assassinio o di rapina in Israele.

Israele non è democratico
Come musulmano sono molto più sensibile all'assenza di libertà democratiche in qualunque società e non credo che qualcuno, se non gli antisemiti, potrà negare che Israele è una democrazia.
La democrazia in Israele è proporzionale e rappresentativa, ma le coalizioni democratiche per rendere effettiva ogni decisione hanno necessariamente i loro problemi.
Si presentò a noi il primo giorno a Cesarea. L'aria era piena di dibattiti e discussioni politici. La decisione di Ariel Sharon di lasciare il Likud e formare un nuovo partito politico dominava la hall dell'albergo e sottolineava i problemi causati dalla necessità di avere una coalizione democratica.
"L'obiettivo di una società libera e democratica israeliana è di raggiungere un compromesso soddisfacente, ma spesso le conclusioni sono meno soddisfacenti, specialmente per la maggioranza. Essa richiede coalizioni e unità, ma anche controlli e bilanci su ogni potenziale abuso dei diritti della minoranza. Questo è migliore del sistema americano repubblicano rappresentativo che è veramente una rappresentanza di potere e di interessi specifici. Negli Usa hai una democrazia per pochi, in Israele hai una democrazia per tutti".
Ho tentato faticosamente di trovare uno Stato musulmano che ha una vera democrazia e dove alle minoranze religiose sono concessi uguali diritti, ma ho fallito. La mappa del mondo musulmano è troppo affollata di re, despoti, dittatori, falsi democratici e autocrati teocratici e la persecuzione delle minoranze è una parte essenziale del comportamento sociale islamico. Ma qui, protetto dai princìpi democratici di Israele, ai cittadini arabi musulmani sono riconosciuti tutti i diritti e privilegi della cittadinanza israeliana. Quando si tennero le prime elezioni per la Kneset, nel 1949, agli arabi israeliani fu riconosciuto il diritto di voto e la possibilità di essere eletti al pari degli ebrei israeliani. Oggigiorno gli arabi israeliani hanno pieni diritti civili e politici necessari per una completa partecipazione nella società israeliana. Essi sono attivi nella vita sociale, politica e civile del Paese e sono rappresentati nel Parlamento, agli Affari Esteri e nel sistema giudiziario.
La fede israeliana nella democrazia spiega anche il loro rifiuto a rispondere al terrorismo islamista in modo violento. Nonostante fossi consapevole della debolezza umana che permette alla rabbia di opprimere le migliori intenzioni, non riuscii a trovare israeliani che agivano per vendetta contro i loro compatrioti arabi. La mia esperienza come musulmano mi portava ad aspettarmi il peggio dal comportamento umano; i musulmani sotto l'influenza dell'Islam radicale si sono scatenati nel terrore contro i non-musulmani perfino quando fu appurato che le accuse di offese antiislamiche erano false.
Ho pensato che ci volesse uno sforzo sovrumano per ignorare le atrocità subite e rimanere liberi dalle emozioni di vendetta. Nella mia esperienza delle società musulmane, alle minoranze non è mai stato concesso il beneficio del dubbio. L'odio per i non musulmani e lo scoppio della violenza contro le minoranze religiose tra i radicali musulmani sono rimasti una norma piuttosto che un'eccezione. Come musulmano non-wahabita ho personalmente affrontato le loro barbarie e ho visto Cristiani, Induisti e altre minoranze perseguitate in base a falsi pretesti. Ho pensato che se gli wahabiti in Arabia Saudita possono condannare un insegnante a 40 mesi di prigione e 750 frustate per aver lodato Gesù, non sarebbe irragionevole da parte israeliana punire i palestinesi per gettare pietre ai fedeli al Muro Occidentale e bruciare la tomba di Giuseppe.
Ma perfino in questo campo gli israeliani hanno rivelato il mondo sbagliato. Nonostante le quotidiane provocazioni, hanno tentato con successo di non scendere allo stesso livello di depravazione dei loro nemici Arabi.
Il mondo è abituato alla violenza quotidiana che viene perpetrata contro le minoranze religiose nel mondo Musulmano. Solo un paio di giorni fa, i fedeli musulmani in Pakistan hanno irrotto attraverso le mura di una chiesa, incendiandola e scardinandone le porte. Stavano reagendo a delle voci secondo le quali un cristiano aveva dissacrato il libro santo, il Corano. Hanno fracassato l'altare di marmo della Chiesa del Santo Spirito e infranto le finestre di vetro. Hanno anche incendiato un'abitazione cristiana e la vicina scuola femminile di Sant'Antonio. In un momento le fiamme hanno lambito i muri e il fumo nero ha riempito il cielo. Per giorni i clericali wahabiti hanno continuato ad incitare i seguaci musulmani ad uscire dalle loro case e difendere la loro fede scatenando il terrore.
Mi chiedo se un giorno un israeliano potrà trovare giustificabile copiare quel che gli Wahabiti stanno facendo in Iraq e in altri posti - sequestrando, uccidendo e decapitando gli infedeli. Più recentemente il corpo di un autista indù, Maniappan Raman Kutty, è stato trovato con la gola tagliata nel sud dell'Afghanistan per nessuna ragione evidente, se non quella della sua fede.
Ma non c'è niente nella storia che potrà sostenere i miei timori: gli Ebrei nonostante siano soggetti agli atti più barbari di terrorismo, non hanno ancora reagito per vendetta contro i loro persecutori. E concludo che la mia prima visita in Israele mi aiuterà a sciogliere l'enigma sull'insistenza israeliana nel continuare a rimanere un obiettivo del terrore islamico.

I cittadini arabi musulmani di Israele non hanno pari diritti
Quando il nostro autobus con aria condizionata percorse le curve della strada montagnosa che porta nel cuore della Galilea, non potevo non vedere l'ergersi dei minareti che identificavano una quantità di cittadine arabo palestinesi che punteggiavano i lati delle colline. Le imponenti cupole delle moschee sottolineavano la libertà di cui i Musulmani godono nello Stato ebraico. Grandi abitazioni arabe, intensa attività edilizia e grandi automobili delineavano la prosperità e l'agiatezza della vita palestinese all'ombra della Stella di David.
Sulla strada dalla città di David all'albergo Royal Prima a Gerusalemme, chiesi al mio tassista palestinese come si sentiva nell'andare nei territori sotto l'Autorità Palestinese. Mi disse che non aveva mai potuto pensare di vivere fuori di Israele. La sua risposta sfatò il mito diffuso dagli antisemiti secondo il quale i cittadini arabi israeliani non sono felici qui.
Un altro palestinese mi informò che gli arabi in Israele hanno pieni diritti elettorali. Infatti Israele è uno dei pochi Paesi nel Medio Oriente dove le donne arabe possono votare. In contrasto con il mondo arabo non israeliano, esse godono dello stesso status degli uomini. Le donne musulmane hanno il diritto di votare e di essere elette nei pubblici uffici. Esse, infatti, sono più libere in Israele che in qualunque altro Paese musulmano. La legge israeliana proibisce la poligamia, il matrimonio con bambine e la barbarie delle mutilazioni genitali femminili.
Inoltre ho scoperto che non ci sono casi di delitti d'onore. Lo status delle donne musulmane in Israele è di gran lunga superiore a quello di qualunque Paese nella regione, gli standard di salute sono tra i più alti nel Medio Oriente e le istituzioni sanitarie israeliane sono aperte a tutti gli arabi al pari degli ebrei.
L'arabo, come l'ebraico, è lingua ufficiale e sottolinea la natura tollerante dello Stato ebraico. Su tutti i cartelli stradali i nomi in arabo campeggiano accanto a quelli in ebraico. E' la politica ufficiale del governo israeliano favorire la lingua, la cultura e le tradizioni della minoranza araba nel sistema educativo e nella vita quotidiana.
La stampa araba israeliana è la più vibrante e indipendente di qualunque altro Paese nella regione. Ci sono più di 20 periodici che pubblicano ciò che più loro aggrada e sono soggetti soltanto alla stessa censura militare delle pubblicazioni ebraiche. Ci sono programmi quotidiani in arabo in televisione e alla radio.
L'arabo è insegnato nelle scuole secondarie ebraiche. Più di 350mila bambini arabi frequentano le scuole israeliane. Quando Israele fu fondata c'era una sola scuola superiore araba. Oggi ce ne sono centinaia, le università israeliane sono rinomati centri di studio per la storia e la letteratura araba nel Medio Oriente.
Consapevole delle restrizioni che i non-wahabiti sono costretti a subire durante i rituali religiosi condotti in Arabia Saudita, Kiran (mia moglie) non poteva nascondere la sua sorpresa di fronte alle libertà e alla facilità con cui le persone di tutte le religioni e fedi adempiono ai loro doveri religiosi alla Chiesa del Santo Sepolcro, alla Tomba del Giardino, presso il Mare di Galilea, nei tunnels recentemente scoperti del Muro Occidentale, il Muro Occidentale stesso, la tomba del Re David e tutti gli altri luoghi sacri che abbiamo visitato.
Tutte le comunità religiose in Israele godono della piena protezione dello Stato. Gli arabi musulmani, come molti cristiani di diverse confessioni, sono liberi di esercitare le loro fedi, di osservare il loro giorno settimanale di riposo e di festa e di amministrare i loro stessi affari interni.
Circa 80mila Drusi vivono in 22 villaggi nel nord di Israele. La loro religione non è accessibile dall'esterno ed essi costituiscono una comunità arabofona separata culturalmente, socialmente e religiosamente. Il concetto druso di taqiyya richiede ai suoi fedeli la completa lealtà al governo del Paese nel quale risiedono. In base a questo, oltre che per altri motivi, i drusi svolgono il loro servizio militare. Ogni comunità religiosa in Israele ha i suoi consigli e le sue corti e piena giurisdizione sugli affari religiosi, inclusi lo status personale, come matrimonio e divorzio. I luoghi santi di tutte le religioni sono amministrati dalle loro autorità e protetti dal governo.
Un giornalista indù che venne a visitarmi mi parlò dell'apertura che la società ebraica rappresenta. Mi disse che più del 20% della popolazione non è ebrea e di questa, circa un milione e duecentomila sono musulmani, 140mila sono cristiani e 100mila drusi. Un altro israeliano non ebreo mi disse che i cristiani e i drusi sono liberi di arruolarsi nelle forze di difesa dello Stato ebraico. I beduini hanno prestato la loro opera nelle unità di paracadutisti e altri arabi si sono presentati volontariamente per assolvere il servizio militare.
Le grandi case possedute dagli arabi israeliani e la quantità di edifici in costruzione nelle città arabe dimostrano la falsità della propaganda secondo la quale Israele discriminerebbe gli arabi israeliani dal comprare la terra. Ho scoperto che all'inizio del secolo, il Fondo Nazionale ebraico fu fondato dal Congresso mondiale sionista per comprare terra in Palestina per gli insediamenti ebraici.
Dell'area totale di Israele, il 92 percento appartiene allo Stato ed è gestito dal Land Management Authority. Non è in vendita per nessuno, né per gli ebrei né per gli arabi.
Il Waqf (la fondazione islamica addetta alla protezione dei beni religiosi N.d.T.) possiede terra che è per uso e beneficio espressamente per gli arabi musulmani. La terra governativa può essere presa in affitto da chiunque, senza distinzione di razza, religione o sesso. Tutti gli arabi cittadini di Israele hanno la possibilità di prenderla in locazione.
Ho chiesto a tre arabi israeliani se erano costretti a subire discriminazioni sul lavoro. Tutti e tre mi hanno detto la stessa cosa: normalmente non c'è discriminazione, ma ogni qualvolta un bombarolo suicida si fa esplodere, uccidendo gli israeliani, alcuni si sentono a disagio con noi. Ma questo sgradevole sentimento è anche del tutto temporaneo e non dura a lungo.
La mia prima visita in Israele non ha soltanto consolidato le mie opinioni che Israele è vitale per la stabilità della regione, ma mi ha anche convinto che la sua esistenza convincerà un giorno i musulmani della necessità di riformare la loro teologia e la loro sociologia.

Un viaggio attraverso il deserto israeliano mi ha mostrato un altro importante aspetto della vita: i Profeti non sono solo coloro che compiono miracoli, la gente che crede in se stessa può anche compiere atti incredibili.
Ettari ed ettari di dune di sabbia sono state trasformate nella terra più fertile possibile: grano, cotone, girasoli, piselli, arachidi, mango, avocado, limoni, papaya, banani e ogni altro tipo di frutta e verdura che gli israeliani vogliono consumare, è cresciuta all'interno del Paese. Infatti gli israeliani hanno provato oltre ogni dubbio perché Dio promise a loro questa terra, soltanto loro possono mantenerla verde.
La terra è ripetutamente descritta nella Torah (Pentateuco, N.d.T.), come una buona terra "una terra dove scorrono latte e miele". Questa descrizione può anche non sembrare consona alle immagini del deserto che vediamo nelle notizie della sera, ma ricordiamoci che la terra è stata ripetutamente abusata dai conquistatori [che erano] determinati a farne un posto inabitabile per gli Ebrei.
In poche decadi questi ultimi hanno ripreso il controllo della terra e l'enorme miglioramento nella loro agricoltura è ben testimoniato. L'agricoltura israeliana oggi ha una produzione altissima. È efficace ed è in grado di soddisfare il 75% dei bisogni interni, nonostante la scarsità di terra disponibile.
Guardando allo sviluppo e alla trasformazione che la terra ha attraversato grazie allo spirito innovativo ebraico, al duro lavoro e impegno, alla libertà per tutti i tempi a venire, sono convinto che è vero che Dio ha creato questa terra, ma è anche un fatto che solo un Israele può impedire che la terra muoia. (Agenzia Radicale, 30 novembre 2009)

Perché è dimostrato, documentato, provato al di là di ogni possibile dubbio che non esiste un islam moderato, ma i musulmani per bene esistono. E resta da chiedersi come mai i nostri politici non vadano a incontrare questi musulmani, come mai sedicenti pacifisti e missioni sedicenti umanitarie non vadano a parlare con questi musulmani, come mai sia così raro che i giornalisti intervistino questi musulmani. Ma forse, se solo ci pensiamo un momento, la cosa non è poi così strana vero?
E poi, decisamente in tema, vai a vedere questo. E naturalmente questo.


Donna palestinese riceve cure da personale sanitario israeliano, Archive Photo: IDF Spokesperson

barbara


15 febbraio 2008

HO INCONTRATO L’EBREO ERRANTE

L’idea di parlare di questo libro mi è venuta leggendo il blog dell’amico arciprete, che ultimamente ha dedicato alcuni post alla domanda: come e perché nasce il razzismo e, in particolare, l’antisemitismo. Qualcuno, genialmente (sì, lasciatemelo dire, genialmente, perché raramente si era vista un’idea tanto originale) ha spiegato che l’antisemitismo nasce dal fatto che gli ebrei sono ricchi.
Albert Londres è un giornalista francese. Nei confronti degli ebrei, né simpatia né antipatia particolari: semplicemente osserva e descrive quello che vede, da buon giornalista. Il libro in questione è il resoconto di un viaggio tra di loro, intrapreso nel 1929; quelli che seguono sono alcuni brani che riguardano le sue visite nell’Europa dell’Est. Ogni brano riportato riguarda una località diversa.

Il rabbino non c’era, era partito per la Romania per mendicare. La miseria di questi nidi è tale che, per chiedere l’elemosina, gli affamati devono andare a cento chilometri. Non si mendica sul posto: tutti sarebbero mendicanti. Nessuno ha un soldo più del suo vicino, che non ha niente. È la miseria egualitaria. Vivono di essa come di un’eredità ancestrale […]
Entrammo in una ventina di queste capanne. Ovunque bambini in camicia, lettori di Talmud, donne in lacrime tutte pelle e ossa.

Ci mostravano i tetti bucati, l’interno fangoso, i loro quattro, cinque, sei bambini che tremavano, le prugne secche nella scodella, il nonno avvolto negli stracci che si lamentava sulla stufa, le bambine che non crescono per colpa delle privazioni, gli idioti che ridono sul letame, i più piccini vestiti con una camicia e a piedi nudi sul ghiaccio. Le madri socchiudevano lo scialle per far vedere le mammelle prive di latte e le costole scarnite. L’ebreo di questa casa due volte aveva tentato di scendere in città per guadagnarsi il pane, e due volte era caduto per strada, sfinito. Era muto per la disperazione. L’odore, in queste baracche, era spa-ven-to-so. Non potevo resisterci se non mordendo il fazzoletto con tutte le mie forze. E poi si dice “ricco come Rotschild”!

Il quartiere nuota nell’odore di cipolla e di aringa. Che dico, un’aringa, è un’aringa divisa in sei! I pezzi disposti su un giornale tentano l’affamato proprietario di dieci grosze. I preslés, dei cornetti dorati con l’uovo, cosparsi di semi di papavero, fanno concorrenza ai quadrati d’aringa. […] Costui compra il preslé, gli dà un morso ma si accorge che altri lunghi denti hanno già intaccato il suo bene. Lo posa e ne prende uno intero.
Le strade sono niente: il ghetto di Lvov è negli interni. Abbiamo passato tre giorni a visitarli. Se volessimo rendere conto del nostro lavoro bisognerebbe prendere le vie una per una e, cominciando dall’1, stilare una lista di questo genere:
Via della Sinagoga: n° 1, nove famiglie con cinque-otto bambini urlanti per il freddo e la fame e a marcire sul più fetido letamaio. N° 2: dieci famiglie, come sopra. N° 3, n° 4, dai due lati della strada e fino alla fine, come sopra. Una volta, il primo giorno, sono dovuto uscire precipitosamente da uno di questi canili per calmare la nausea provocata dalla puzza. […]
In via Slonecznej (via del Sole) siamo scesi in una grotta. I miei compagni accendono alcune candele e strisciamo dentro. Nessun suono umano, anche se in questi alloggi sotterranei abitano trentadue persone. Bussiamo a una prima porta. Dove siamo entrati? Sguazziamo nella melma. Una fessura ostruita dalla neve lascia filtrare una luce anemica. Già l’umidità ci avvolge nel suo velo e sentiamo a poco a poco che questo velo ci si appiccica al corpo. Perlustriamo l’antro con le candele. Due bambinetti di tre e quattro anni, mani e piedi fasciati di stracci, con la sola camicia, e i cui capelli da quando hanno avuto la disgrazia di spuntare sulle loro teste di certo non sono mai stati pettinati, stanno in piedi e tremano contro un giaciglio. Ci sembra che il giaciglio si muova. Abbassiamo le candele. C’è una donna. Su che cosa è distesa? Su trucioli fradici? Su paglia da stalla? Tocco, è freddo, appiccicoso. Ciò che ricopre la donna un tempo si chiamava piumino, ora non è che una pappa di piume e di stoffa che trasuda come un muro. […] Se sono a casa di pomeriggio è perché non hanno vestiti per uscire in strada. Uno solo è uscito per tutti, con le scarpe di uno e il caffettano dell’altro. Porterà qualcosa da mangiare? […] Gli ebrei ci fanno vedere la causa dell’odore spaventoso. Le fogne del quartiere passano nella loro abitazione, nell’abitazione di tutti coloro che stanno in questa via.
[…] Ci vorrebbero treni di zloty per abbeverare questa miseria, che li fa diventare idioti, ciechi, gobbi. I bambini marciscono.

1929: sono gli anni in cui il nazismo sta sempre più prendendo piede. Le cui azioni, secondo qualcuno, sono guidate dalla volontà di impadronirsi delle ricchezze degli ebrei. Perché gli ebrei sono ricchi, per l’appunto. Tutte le foto che seguono sono state scattate prima della guerra: ciò che vi si vede, intendo dire, non è la conseguenza di una situazione che ha provocato disagi e impoverimento più o meno a tutti.


Lodz, 1938


Slonim, 1937


Praga, 1937: mensa per i bambini ebrei poveri


Varsavia, 1938: la cena della famiglia di Nat Gutman, che il capofamiglia ha offerto di dividere con il fotografo


Varsavia, 1938: in questo scantinato vivevano 26 famiglie. Al fotografo, che aveva detto di non avere dove dormire, vi è stata offerta ospitalità

barbara (*)


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1 settembre 2007

MA LA MATEMATICA È UN’OPINIONE?

Al policlinico di Milano, nonostante la cronica carenza di sangue, non accettano quello degli omosessuali perché, dice, “il 31% dei maschi sieropositivi sono infettati da rapporti omosessuali”. No, dico, e il restante 69%?



barbara


23 agosto 2007

LA FINE DI ISRAELE

Questo è il primo capitolo. È lungo, ma ve lo beccate tutto (tanto vado via, e di tempo ne avete). E che nessuno si azzardi a non leggerlo.

1. Perché sto scrivendo queste pagine

Ero a Pesaro, alla Festa Nazionale dell’Unità, il 16 settembre 2006, un giorno di tempesta ma anche di folla, la folla di quei militanti di sinistra, persone anziane e giovani, famiglie intere con i bambini, uomini e donne che ricordano ancora la Resistenza come un pezzo della loro vita, uomini e donne che non hanno mai veramente separato il loro impegno morale sui diritti umani da quello sindacale in difesa del lavoro, da quello politico in difesa della democrazia. Eccoli, sono in tanti nonostante la pioggia violenta. Occupano – seduti o in piedi – tutti gli spazi del tendone «La Libreria» dove accanto ai tradizionali dibattiti politici che avvengono nel tendone più grande - quello da mille posti – si parla di libri.
Quando entro, completamente inzuppato di pioggia, l'applauso è grande, affettuoso, lungo, come accade a volte nelle feste dell'Unità, in cui molti vogliono ancora dire il loro grazie e il loro sostegno al giornale ritrovato.
Quando, due ore dopo, il dibattito è finito, gli applausi sono gentili e brevi, ma anche un po' imbarazzati. Un uomo della mia età mi abbraccia e dice: «Ti voglio bene per quello che hai fatto a l'Unità. Ma non sono d'accordo neanche con una parola di quello che hai detto». Le dediche e le firme richieste sono poche, nessuna sul libro che ho presentato. Spesso mi chiedono, per affetto, di firmare libri non miei (come quelli di Tiziano Terzani) alla fine delle presentazioni. Non questa volta. Questa volta il libro era La sinistra e Israele, atti di un seminario a sostegno di Israele che ha avuto luogo un anno fa. Qualcuno fra il pubblico ha notato un fatto curioso, e me lo sussurra nel breve «dopo dibattito», mentre il temporale, fuori, continua furioso. Guardando i nomi nella copertina del libro, nota che «per trovare quelli che sostengono Israele a sinistra, bisogna andare molto a destra della sinistra. Tu li disorienti perché arrivi così a sinistra nella tua intransigenza contro Berlusconi, contro la destra postfascista, la Lega e il "regime". E poi sei il più accalorato a sostenere Israele. Come si spiega?».
Si spiega con il proposito di quell'intervento a Pesaro e di queste pagine. Israele appartiene al mondo e ai valori della sinistra. Senza il sostegno della sinistra del mondo Israele muore. Questa frase non piace e sarebbe accolta con sprezzo dalla destra israeliana. Ma anche in Italia, anche a Roma, ricordo una sera d’estate - il 17 luglio di quello stesso anno in cui in tanti, ebrei e non ebrei, ci siamo raccolti davanti alla sinagoga di Roma, ci siamo arrampicati su una pedana e abbiamo espresso sdegno e tormento per le parole di Ahmadinejad, presidente dell'Iran, che aveva lanciato la parola d'ordine «cancellare Israele». Abbiamo detto sostegno a Israele attaccata dal Libano. Abbiamo detto solidarietà a Israele che - circondato da nord e da sud - aveva cominciato a respingere gli Hezbollah in Libano (dopo il rapimento di tre soldati).
Di quella notte mi sono rimaste impresse tre cose. Alcuni di coloro che hanno parlato erano di sinistra. Nessuno, tra la folla di via Portico d’Ottavia, che pure è la stessa strada, lo stesso luogo, del rastrellamento della notte del 16 ottobre 1943 (mille uomini, donne, bambini, neonati e ammalati, che non sono mai più ritornati, benché di qui si veda - appena al di là dal Tevere - la cupola di San Pietro). L'applauso più grande, più lungo ha salutato Gianfranco Fini. Fini ha fatto molte cose per meritare quell'applauso nella sua vita politica. Ma la sua vita politica è stata iniziata da Giorgio Almirante, segretario di redazione della rivista La difesa della razza, appena una generazione fa. Dalla folla alcuni giovani hanno gridato in coro - benché brevemente - «vinceremo». È stato come un capogiro, una vibrazione triste che per un istante è sembrata salire da quella folla. C’era come un cortocircuito nel tempo e nello spazio. L'abbandono della sinistra stava provocando una caparbia rivalsa. Si manifesta quando gli ebrei di Roma si stringono intorno a Fini. Si manifesta quando - a uno a uno – rappresentanti e notabili dello schieramento di Berlusconi si susseguono passandosi il microfono per dire che c'è un legame tra Prodi e gli estremisti islamici. E tutto porta ovazioni, come se si stesse discutendo davvero della vita di Israele.

Il dirottamento funziona e la gente sembra felice di battere le mani a Schifani e a Cicchitto, come a simboli dell'identità e del senso storico di Israele. Come un treno sullo scambio sbagliato, il convoglio di quella notte, che avrebbe potuto chiamarsi «con la destra per Israele», correva con qualcuno di noi aggrappato fuori. Ma la sinistra era altrove, a denunciare Israele e la sua guerra, immaginata come una decisione inutile e crudele.

Ho posto al pubblico dell'incontro di Pesaro che sto raccontando, tre domande: doveva proprio esserci uno stato di Israele? Doveva proprio essere lì? È stato il solo nuovo paese nato in terra d'altri?
Ho iniziato a raccontare il rastrellamento e la deportazione degli ebrei nella notte del 16 ottobre 1943. Ho ricordato l'evento della principessa romana che - avvertita di quanto stava accadendo - ha avvertito a sua volta la Santa Sede. Avendo accesso in Vaticano, la principessa ha chiesto di informare al più presto il Papa.
Il cardinale Maglione si è limitato a convocare per un colloquio l'ambasciatore tedesco a Roma, Rahn. Alla principessa ha detto: «Non possiamo convocare nessun altro. Non c'è un consolato degli ebrei a Roma».
Ho ricordato un documentario che mi hanno fatto vedere nella sinagoga di Cracovia, materiale girato dai militari tedeschi: si vede un gruppo di bambini che viene fatto sloggiare da una scuola, ciascuno con la sua seggiolina. Camminano su un viale affollato di passanti. Tutti i bambini hanno la stella gialla. Vengono spinti in un vicolo e - mentre si voltano e guardano insieme a molti che erano già nel vicolo – alcuni muratori costruiscono subito un muro, una fila di mattoni sopra l'altra, finché i bambini non si vedono più. È il muro del ghetto di Varsavia. Neanche a Varsavia c’era un consolato degli ebrei. Ma più avanti, in un'altra scena dello stesso documentario, c'è l'assedio al ghetto. Nelle strade circostanti la gente continua a passare come in giornate normali. Dal marciapiede i soldati tedeschi sparano a chi si affaccia dalle case al di là del muro. Un passante avverte un soldato sbadato, gli indica un volto alla finestra. Il soldato spara subito.
Ma lo stato di Israele è in Medio Oriente per una scelta arbitraria? Gli israeliani hanno cominciato ad abitare un piccolo pezzo di Palestina, quando era territorio dell'ex Impero ottomano reclamato come proprio dalla Giordania, e occupato dalle truppe e dalla amministrazione dell’Impero britannico. Lo hanno fatto su mandato delle Nazioni Unite (1948). Nello stesso giorno è stato istituito un piccolo stato palestinese - altrettanto nuovo e mai esistito prima - che però tutti gli arabi (non i palestinesi, ma il potere dei grandi paesi arabi dell'area) hanno rifiutato, iniziando subito una catena di guerre. Dopo una di quelle guerre per stroncare subito l’invasione egiziana, giordana, siriana e libanese, gli israeliani hanno conquistato e dichiarato israeliana Gerusalemme (1967).
Che cosa c'è di diverso dalle guerre del Risorgimento italiano che - una dopo l'altra - hanno aggregato pezzi di territorio che non erano mai stati «italiani», se non nel sogno di Petrarca e Leopardi (un sogno sionista?), strappandoli con sangue, violenza, odio, a vicini europei (con cui oggi l’Italia forma l’Unione Europea)? Che cosa c'è di diverso rispetto alla conquista di Roma – la nostra celebrata «breccia di Porta Pia» - che per duemila anni, proprio come Gerusalemme, era stata capitale religiosa e sede di un altro stato e di un altro governo che ha dovuto cedere alla forza e si è barricato nell'isolamento, nel non riconoscimento del governo italiano, nella scomunica per cinquant'anni, prima di ricominciare a vivere accanto e insieme, in un incrocio di diritti reciproci con lo stato italiano?
Se una diversità c'è, è che il Risorgimento italiano ha conquistato e dichiarato italiani pezzi di territorio austriaci e balcanici (in una Europa in cui tutti i confini erano stati stabiliti arbitrariamente dal susseguirsi di diversi poteri). Israele ha bensì realizzato un proprio autonomo sogno risorgimentale (detto «sionismo» o ritorno alla terra degli ebrei), ma ha occupato e preso possesso di una piccola parte di quella terra solo dopo un voto e una autorizzazione - bilanciata da autorizzazione equivalente stabilita per gli abitanti della Palestina - delle Nazioni Unite. E non ha tolto terra ad un altro stato più di quanto l'India o il Pakistan lo abbiano tolto all'Impero britannico. I risorgimenti, il sionismo, i grandi movimenti di liberazione dal colonialismo e dalle persecuzioni sono sempre fondati sul reclamo di un territorio, sulla presa di possesso fisica di quel territorio, sulla ricerca di riconoscimento internazionale per quell'evento. E – fatalmente – su molto sangue e continui spossessamenti. Come l'India e il Pakistan, Israele ha ottenuto il riconoscimento internazionale (con l'eccezione - durata decenni - del Vaticano). A differenza dell'India e del Pakistan, uno dei due stati non ha mai accettato di esistere. O non gli è stato permesso dalle potenze arabe dell'area. Ed è cominciata la guerra infinita.

Nessuno dei movimenti risorgimentali in cui la lotta porta alla creazione di una patria è esente da fatti sanguinosi anche tremendi. Nel Risorgimento italiano, per esempio, nessuno ha calcolato il costo di vite umane. Molti studi stimano questo costo grandissimo. In gran parte è stato provocato dalla lotta al «banditismo», vere e proprie operazioni di guerra, spesso comandate dagli stessi celebrati protagonisti del Risorgimento - come Nino Bixio - che hanno fatto strage di contadini in rivolta perché si ritenevano spossessati o ritenevano illegittimo e «occupante» il governo piemontese. Ma a quei fatti di sangue del Risorgimento italiano (teoricamente italiani contro italiani, ma in realtà vissuti come l'invasione oppressiva e poliziesca degli occupanti e della loro sproporzionata potenza contro uno stato di cose visto come «migliore» o «normale» dal popolo del Sud che ha subito l’invasione) appaiono modesti se confrontati con l’immediato effetto del «Risorgimento» indiano e di quello pakistano. Da entrambe le parti, induisti uccisi per mano di islamici e islamici sterminati per mano degli induisti, sono stati almeno due milioni.
Le tensione - fino al punto della mobilitazione e dell’arma atomica, affannosamente cercata e ottenuta da entrambi i contendenti – continua tuttora e si manifesta costantemente, fra assalti, attentati, terrorismo e guerra locale, nella disputa sul territorio del Kashmir. In quegli stessi anni del secondo dopoguerra l'abbandono del dominio coloniale ha provocato scontri spaventosi tra comunità diverse (per esempio, tra malesi e cinesi in Malesia, tra indonesiani e cinesi in Indonesia, fra tamil e cingalesi: un conflitto che continua tuttora in Sri Lanka) che hanno coinvolto aree molto ampie, centinaia di milioni di persone e milioni di vittime. L'improvvisato disegno coloniale dei nuovi confini ha portato a situazioni intollerabili, come quella del Pakistan - suddiviso in due grandi province separate e senza comunicazione, la provincia dell'Ovest e la provincia dell'Est. Quest'ultima, nel 1971, con una sanguinosa rivolta, è diventata il Bangladesh, dando luogo a un nuovo stato artificiale, ricavato in un territorio dove si sono succeduti in pochi decenni due stati, l'Unione Indiana e il Pakistan.
Nel mondo gli stati che si sono autoproclamati con la caduta o il ritiro del potere coloniale, o che sono stati riconosciuti o proclamati dalle Nazioni Unite sono quarantanove. Uno dei più piccoli è Israele. Occupa il 2 per cento di tutto il territorio del Medio Oriente e rappresenta l'1.3 per cento della popolazione dell'area. È il solo che non sia nato sovrapponendosi a uno stato già esistente, ma come uno dei due stati progettati e disegnati dalle Nazioni Unite su una ex provincia dell'Impero ottomano, ambita da Siria, Giordania ed Egitto, sotto l'amministrazione coloniale inglese e sotto il controllo di truppe inglesi. La creazione di uno «stato palestinese» è stata proposta per la prima volta dalle Nazioni Unite. Sarebbe stato il solo, insieme allo stato ebraico, a nascere in quell'area sotto l'egida delle Nazioni Unite e per voto dell'assemblea generale, e non come decisione arbitraria degli ex dominatori coloniali (Inghilterra e Francia), come era accaduto per Egitto, Giordania, Siria, Libano, Iraq e Kuwait.
È
difficile contestare le affermazioni che seguono: quando è nato lo stato di Israele non c'era uno stato palestinese. Uno stato palestinese è stato proposto per la prima volta contestualmente dalle Nazioni Unite nelle stesse dimensioni e con stesse risorse di Israele e con la stessa data di nascita (1948). Ma è stato rifiutato dalle potenze arabe dell’area, che avevano voci e mezzi per fare la guerra e hanno deciso di farla usando i palestinesi.
Nessun paese arabo ha mai proposto la creazione di uno stato palestinese prima che ci fosse lo stato di Israele. E infatti, subito dopo la prima guerra di tutti i paesi arabi contro Israele, nel 1948, l'Egitto ha occupato per sé la striscia di Gaza, e la Giordania ha annesso tutta la parte a ovest del fiume Giordano, facendo diventare giordana una parte della popolazione palestinese e reprimendo – anche con violente azioni di guerra (Settembre nero) - ogni tentativo di affermazione nazionalista palestinese all'interno della Giordania. Se ci sarà, come desidera tutto il mondo democratico, uno stato di Palestina, ciò avverrà perché c'è - e finché ci sarà – uno stato di Israele. La storia dell'area suggerisce che, senza lo stato di Israele, la Palestina sarebbe già stata dispersa da decenni (territori e popolazioni) fra tutti gli stati arabi confinanti.

Perché ho insistito sulla questione storica, e sul legame che ha generato, insieme, negli stessi anni, con le stesse lotte, l'antifascismo, la Resistenza e la nascita di Israele? Perché di questo legame non trovo quasi più traccia. Tutti i dati storici, in ogni incontro, in ogni dibattito, in ogni convegno o manifestazione popolare per la Palestina, appaiono cancellati dai segni molto forti della legittima ma penetrante propaganda palestinese. In essa, come in tutte le storie di rivendicazione, i fatti sono alterati. Domina, nella cultura della sinistra che trovo in quasi ogni sezione o «unione» dei Ds, quando partecipo a un dibattito su questo argomento, la parola
«occupazione» che oscura tutto: una grande occupazione continua di colonizzatori bianchi, prepotenti, ricchi, armati, «americani» alla quale una lotta di popolo deve opporsi. È giusto che una lotta di popolo sia sostenuta dalla sinistra. Ma chi si è formato nel ricordo della resistenza, che è stata liberazione dal razzismo e dalle persecuzioni, con amara sorpresa si trova di fronte a un aspro sentimento di rabbia e di sdegno contro Israele, nato dalla vittoria contro il nazismo e il fascismo, e quindi dalla Resistenza.
Sono quarantanove, come ho detto, i nuovi stati dell'Onu nati nella guerra, nati dentro il territorio degli altri (ma, come ho detto, anche l'Italia del Risorgimento è nata nella terra degli altri). Sono oltre un centinaio i conflitti aperti in questo momento nel mondo, in Asia, in Africa; il più crudele e spaventoso nel Darfur, genocidio che non finisce. In Algeria vi sono stati per anni indescrivibili sgozzamenti di inermi e indifesi (migliaia e migliaia di bambini) ogni notte, in una guerra interna spaventosa fra fondamentalisti che avevano vinto le elezioni e i militari che le hanno bloccate.
La sinistra italiana
è
rimasta ferma, con un atteggiamento irremovibile, che non varia nemmeno di fronte alle stragi delle bombe umane negli autobus israeliani nell'ora della scuola, accanto ai palestinesi; e definisce «muro della vergogna», o «muro dell'apartheid», un muro che ha posto fine a quelle stragi quotidiane per le strade delle città israeliane. Non ha mai notato il tempo in cui le madri israeliane dovevano dividere i figli fra un autobus e un altro, sperando che almeno uno tornasse vivo. Si astiene dal denunciare la spaventosa corruzione palestinese, che assorbe ogni risorsa di quel povero paese. Ma l'argomento della corruzione diventa utile e logico per giustificare la vittoria elettorale di Hamas (gruppo politico incline al terrorismo e deciso a negare l'esistenza di Israele) contro Al-Fatah, ovvero ciò che resta dell'immensa corruzione dell'Anp. Ti dicono che, riconoscano o non riconoscano Israele, si tratta di elezioni democratiche.
E da quel momento l'impegno di distruggere Israele proclamato da Hamas è dimenticato. L'invettiva, l'accusa, il rimprovero nei casi più ragionevoli rimangono identici: perché Israele non vuole fare la pace?
Mi accorgo che tutto è dimenticato. Oppure ci si imbatte in un modo di pensare, a sinistra, in cui tutto è conosciuto ma disprezzato, o non creduto. Ma ciò che accomuna lo scetticismo antisraeliano di chi non sa, e di chi non vuol sapere, è una fierezza militante contro tutto ciò che riguarda Israele, come se si trattasse di tante trappole dell'informazione imperialista e un servizio in più agli americani.
A Pesaro, un giovane si è tenuto pronto vicino al microfono per il momento delle domande. Nelle sue domande ho notato particolari precisi e tremendi di azioni militari israeliane, L'elenco di una catena di delitti conosciuti e descritti nei dettagli. Non c'è alcuna traccia di possibili errori palestinesi – o del mondo arabo verso Israele - e della responsabilità - o almeno corresponsabilità - nel non avere fatto la pace. La colpa è tutta israeliana. Non c'è memoria delle «stragi degli autobus», che spieghi tentativi di difendersi degli israeliani. Due espedienti guidano prontamente (certo, non per astuzia retorica, ma per antica abitudine a discutere e sentir discutere dell'argomento, da decenni sempre lungo lo stesso percorso, sia nel versante della sinistra che in quello cattolico) a uscire dalla descrizione dello stato dei fatti. Uno è di ricordare con esattezza - comprese le date e i numeri delle vittime - eventi che fanno apparire Israele un persecutore arbitrario e malvagio. L'altro è di ascoltare attentamente i richiami della Shoah, soprattutto della Shoah italiana, soprattutto della complicità italiana in quel genocidio, un argomento che a me pare essenziale e che dovrebbe spiegare il nostro passato, dare un senso al nostro presente: senza l'Italia, le sue leggi tremende, e tutto il suo peso anche di immagine nell’Europa di allora contro gli ebrei, la persecuzione e il progetto di distruzione totale sarebbero stati impossibili. Ma la risposta, quasi invariabilmente, è: «Proprio loro, che hanno conosciuto la tragedia della persecuzione, non dovrebbero farsi carnefici di altri».
Il giovane di Pesaro - con un sorriso - mi ricorda la frase di Edward Said (l'illustre docente di letteratura inglese della Columbia University nato a Gerusalemme e mio collega per tanti anni) che ha scritto: «Che cosa terribile essere vittime delle vittime». È un'affermazione che certifica, a livello alto della fama accademica, l'accusa delle vittime divenute carnefici. Ma il giovane col sorriso ha un altro argomento. Domanda, con tono di sfida: «Lo sai in che modo crudele e sistematico gli ebrei hanno sterminato gli arabi in ogni casa, in ogni villaggio, nei giorni in cui è nato lo stato degli ebrei?». Mi cita l'autore di un libro che gli è caro. È lo storico israeliano Benny Morris. Il giovane sembra non conoscere (o semplicemente non cita) La rabbia del vento di S. Yizhar, combattente di quella guerra e primo scrittore della storia e della letteratura israeliana. Ma gli preme il tema: gli ebrei - mentre non sono ancora israeliani - sono già assassini. Gli sembra importante citare le fonti israeliane non per riconoscerne il senso (un paese libero non nasconde nulla di se stesso e comunque autorizza qualunque voce), ma per rendere definitiva la condanna. Una ragazza in fondo alla sala (è lontana dal microfono) cerca, con tutta la forza della sua giovane voce, di stabilire la stessa persuasione appassionata e senza perplessità. Quella persuasione a lei appare una verità. Gli israeliani, ovvero gli ebrei, appena arrivati dall'Europa e dai campi a cui erano sopravvissuti, sono subito assassini.
Il mio pubblico (quello che mi vuole bene per ricambiarmi dei giorni non facili in cui ho diretto l’Unità) evita di chiedere la parola. Alcuni, specialmente uomini e donne che potrebbero avere la mia età e dunque gli stessi ricordi, quella sera scuotevano la testa mentre parlavo.
Ci sono degli affettuosi «Ma dài…» per dire: «Siamo amici
e
restiamo amici, però su Israele non siamo d'accordo. Non è forse vero che...», e capisci che hanno pronto un lungo elenco di certezze. Quelle certezze riguardano sempre delitti commessi da Israele. In un mondo di conflitti, tensioni, violente ferite etniche e religiose, migrazioni di popoli e cambiamenti a volte riconosciuti, a volte arbitrari, di confini, nel mondo degli sgozzamenti algerini e nel massacro dei bambini di Beslan, una immagine tremenda è fissata nella mente di. coloro che mi parlano. E che sorridono per esprimere incredulità e scetticismo e sospetto quando tento (e li supplico) di allargare la fessura del loro punto fisso di osservazione: Israele ricco, potente, usurpatore di case e di terre, colpevole di occupazione, esecutore di «apartheid» e del «muro della vergogna». Israele assassino.

E voglio vedere chi ha ancora la faccia di bronzo di invocare la buona fede (e non azzardatevi a tornare qui dentro finché non avrete letto il libro). (Sì, vabbè, con l’isterico mantra della “guerra sbagliata in Iraq” ripetuto diciottomila miliardi di volte fa un par di palle che non finiscono più, ma dopotutto nessuno – quasi – è perfetto).
Ancora una cosa, ancora una annotazione: capita di sentir proporre paragoni tra il Risorgimento italiano e affini da una parte e la guerra di Hamas dall’altra. Niente di più assurdo: le lotte di liberazione, fra cui il risorgimento italiano, hanno come obiettivo la creazione di uno stato. La guerra di Hamas no. Hamas non ha affatto in agenda la creazione di uno stato. L’unico obiettivo di Hamas è la distruzione di Israele, che è d’intralcio per la creazione del califfato islamico: è scritto nel suo statuto, continuano a ripeterlo i suoi dirigenti, ha sempre continuato a dimostrarlo con i fatti dal giorno della sua nascita.

Furio Colombo, La fine di Israele, Il Saggiatore



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