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Diario


9 novembre 2010

CILIEGINA SULLA TORTA

Pio XII al nunzio Roncalli: non restituite i bimbi ebrei


Ma il futuro Giovanni XXIII disattese gli ordini giunti da Roma e favorì il ritorno a casa dei minori accolti nei conventi francesi

Chi augurerà buon anno a Charles de Gaulle il 1° gennaio 1945? Questa domanda, apparentemente sciocca, angoscia Pio XII nel dicembre 1944 e segna uno snodo importante per la politica vaticana di allora e dei decenni successivi. Nella Parigi liberata di quei mesi si va infatti ricostituendo il rituale civile, a partire dagli auguri che il corpo diplomatico porge al capo di Stato. Per tradizione tali voti augurali venivano letti dal nunzio, decano del corpo diplomatico in Francia. Ma per il Capodanno del 1945 il nunzio ancora non c' è. De Gaulle ha fatto cacciare monsignor Valeri, disponibile al dialogo col regime collaborazionista di Vichy. Nominare un nunzio vuol dire riconoscere il diritto di de Gaulle a epurare la Chiesa; ma non nominarlo significa cedere all'anziano ambasciatore dell'Urss il diritto di pronunciare il discorso dell'Eliseo - e per Pio XII questo sarebbe un immeritato regalo a Stalin. La questione non è protocollare. La cartina d' Europa del Capodanno 1945 racconta di destini imminenti e fatali. Per ciascun Paese è vicina la vittoria, la vendetta, la catastrofe, la libertà, la rinascita, la divisione. E il Vaticano deve riposizionare se stesso, dopo che alcuni capisaldi prima scontati (l'indulgenza verso il confessionalismo autoritario, l'anticomunismo ideologico, il pregiudizio antisemita, la diffidenza per la democrazia liberale) si sono rivelati radici della tragedia bellica. Ma la Chiesa può accettare una politica che adotti la democrazia nella sfida al comunismo e la rottura col nazifascismo come principio da cui essa stessa non è esentata? E a rovescio: può la Chiesa rinunciare a vivere il futuro dell'Europa per limitarsi al rimpianto d'un passato inglorioso? Questo è il groviglio in cui sono impigliati gli auguri a de Gaulle del Capodanno 1945. Pio XII taglia quel nodo con una mossa personale e audace. Piglia da Istanbul, ultima retrovia della politica estera pontificia, un diplomatico di basso rango e, contro il parere di molti suoi collaboratori, lo manda a Parigi. Monsignor Angelo G. Roncalli, un bergamasco fino a quel momento sconosciuto ai più, ma non agli ebrei che aveva aiutato a fuggire verso la Palestina, sale così al primo posto della diplomazia vaticana. Il suo compito è arduo: il ministro degli Esteri Georges Bidault, proprio perché cattolico, è il più intransigente nel pretendere la testa di molti vescovi accusati di collaborazionismo; il ricomporsi politico della nazione coincide con una rinascita impetuosa della ricerca teologica che Roma guarda male; e mille questioni - dal processo di Norimberga alla nascita dell'Unesco, dalla conferenza di pace alla nomina di nuovi vescovi - bussano alla sua porta. Che Roncalli se la cavi con buon successo era già noto. Ma ora possiamo capire molti dettagli inediti, perché con il volume Anni di Francia. Agende del nunzio Roncalli 1945-1948, Étienne Fouilloux, uno dei massimi storici francesi, pubblica le fitte note quotidiane di quel periodo. Esse svelano poco dell'uomo Roncalli (che con un filo di ironia trema dei successi del Pci a Sotto il Monte, suo paese natale), ma dicono molto dei dilemmi che attraversano la politica vaticana. Il cattolicesimo francese, infatti, è stato su tutti i fronti: ha collaborato e ha resistito; chiede un ricambio e offre copertura; pensa vie nuove teologico-politiche e sporge le denunzie al Sant'Uffizio. Roncalli si muove fra questi scogli con studiata lentezza, che i testi inediti documentano ora per ora. È un nunzio fedele alla politica di Pio XII, ma ha una sua sensibilità e una sua storia. È così per la Shoah. Roncalli, appoggio sicuro negli anni d'Istanbul per il rabbinato e per l'Agenzia ebraica, trova a Parigi un ambiente attento e attivo: nella capitale francese Jules Isaac sta promuovendo la rete di intellettuali che redigerà i «punti di Seelisberg», coi quali si chiedeva alla Chiesa di ripudiare ogni variante dell'antisemitismo; da Parigi passa il gran rabbino di Palestina Herzog, per cercare di ottenere che vengano restituiti alle organizzazioni ebraiche i bambini salvatisi nelle case e nei conventi cattolici. Roncalli, racconta l'Agenda, riceve il rabbino Herzog nel 1946 come un amico e, con una lettera del 19 luglio, lo autorizza «ad utilizzare della sua autorità presso le istituzioni interessate, di modo che ogni volta che gli fosse stato segnalato, questi bambini potessero ritornare al loro ambiente d' origine». Tuttavia (come rivela uno straordinario documento, parte dell'apparato del secondo tomo delle Agende di Francia, che i lettori del Corriere possono leggere in anteprima) al nunzio arrivano nello stesso 1946 istruzioni elaborate dal Sant'Uffizio e approvate da Pio XII. Al nunzio Roncalli, la cui fraternità con gli ebrei in transito dalla Turchia non era passata inosservata, si trasmettono ordini agghiaccianti: non deve dare risposte scritte alle autorità ebraiche e precisare che «la Chiesa» valuterà caso per caso; i bambini battezzati possono essere «dati» solo a istituzioni che ne garantiscano l'educazione cristiana; i bambini che «non hanno più i genitori» (proprio così!) non vanno restituiti e i genitori eventualmente sopravvissuti potranno riaverli solo nel caso che non siano stati battezzati... Alcune delle vicende su cui queste disposizioni cadono si risolveranno felicemente, ma non tutte. Di casi di sottrazione dei bambini ebrei - repliche del caso Mortara dei tempi di Pio IX nella Francia del dopoguerra - non c'è per ora un censimento, se non nella memoria ferita delle vittime di questa tragedia umana e spirituale. Nemmeno Roncalli ne annota in dettaglio gli sviluppi, abile com'è nel filtrare tutto in uno stile ecclesiastico apparentemente impassibile. Ma è difficile credere che questi episodi non siano alla base della sua risposta positiva a Jules Isaac, che nel 1960 gli chiede di aprire una riflessione sui punti di Seelisberg: quando nel 1955 Isaac li aveva portati a Pio XII, il Papa gli aveva detto «li appoggi su quel tavolo», quasi a marcare un abisso fisico fra due umanità; quando nel 1960 li porterà a Giovanni XXIII, questi li accoglierà e farà iscrivere il ripudio degli antisemitismi nell'agenda del Concilio Vaticano II. Decisione capitale, perché diceva a tutti che la Chiesa non vive immacolata negli orrori della storia, ma ne è parte, nel bene e nel male; diceva che nell'Europa senza più innocenza del secondo Novecento il futuro non vive di mitologie del sé, ma di una memoria umile e sincera, radice d'indispensabile cambiamento, anima della speranza nel tempo.

IL DOCUMENTO
«I piccoli giudei, se battezzati, devono ricevere un'educazione cristiana»
Pubblichiamo la traduzione dall'originale francese del documento, datato 20 ottobre 1946, che fu trasmesso dal Sant'Uffizio al nunzio apostolico Angelo Roncalli. L'originale si trova presso gli Archivi della Chiesa di Francia.
A proposito dei bambini giudei che, durante l'occupazione tedesca, sono stati affidati alle istituzioni e alle famiglie cattoliche e che ora sono reclamati dalle istituzioni giudaiche perché siano loro restituiti, la Congregazione del Sant'Uffizio ha preso una decisione che si può riassumere così: 1) Evitare, nella misura del possibile di rispondere per iscritto alle autorità giudaiche, ma farlo oralmente 2) Ogni volta che sarà necessario rispondere, bisognerà dire che la Chiesa deve fare le sue indagini per studiare ogni caso particolare 3) I bambini che sono stati battezzati non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l'educazione cristiana 4) I bambini che non hanno più i genitori e dei quali la Chiesa s'è fatta carico, non è conveniente che siano abbandonati dalla Chiesa stessa o affidati a persone che non hanno alcun diritto su di loro, a meno che non siano in grado di disporre di sé. Ciò evidentemente per i bambini che non fossero stati battezzati 5) Se i bambini sono stati affidati (alla Chiesa) dai loro genitori e se i genitori ora li reclamano, potranno essere restituiti, ammesso che i bambini stessi non abbiano ricevuto il battesimo. Si noti che questa decisione della Congregazione del Sant' Uffizio è stata approvata dal Santo Padre. Le agende parigine L'Istituto per le scienze religiose di Bologna (www.fscire.it) sta curando l'edizione nazionale dei diari e delle agende di lavoro di Giovanni XXIII, che conterà in totale sei volumi ordinati cronologicamente Il primo tomo del quinto volume (Angelo G. Roncalli / Giovanni XXIII, «Anni di Francia. Agende del nunzio Roncalli 1945-1948», pp. 595, euro 50) è appena uscito a cura di Étienne Fouilloux Il secondo tomo uscirà alla fine del 2005, con le agende di Francia del periodo 1949-1953: conterrà anche il documento del Sant'Uffizio, datato 20 ottobre 1946, qui pubblicato. La lettera del 19 luglio 1946, in cui Roncalli concede al rabbino Herzog di agire a suo nome, si trova a Parigi presso il Centre de documentation juive contemporaine, fondo Kaplan.


Melloni Alberto Pagina 37 (28 dicembre 2004) - Corriere della Sera

Magari non tutti lo sanno, ed è utile invece che si sappia.

barbara


5 novembre 2010

PIO XII – QUALCHE UTILE INFORMAZIONE SUPPLEMENTARE

Pio XII: Sotto il cielo (nero) di Roma

Ogni chiesa ha i suoi chierichetti. Assistono il prete durante la messa, portano il secchiello dell’acqua benedetta e i santini per i fedeli. O, meglio ancora, per gli infedeli. Se ne trovano a tutte le età, anche se sono per lo più ragazzi allevati nelle parrocchie con corsi per catecumeni. Si distinguono perché hanno un contegno, uno stile comunicativo, che lo stesso esercizio del chierichetto obbliga ad avere. Toni persuasivi, quasi da confessori, voce bassa e sicurezza per le proprie verità. Sono espressioni, direbbe Foucault, del potere che deforma e rende gli uomini a sua immagine e somiglianza.
Un esempio di chierichetto in una messa televisiva solenne è il solito Bruno Vespa con il suo “Porta a Porta”. Imperversa da tempi immemorabili su Rai Uno tutte le sere tra il lunedì e il giovedì, in seconda serata. Come le febbri malariche endemiche che si presentavano a intermittenza e che gli antichi, non sapendo come definire, chiamavano terzane maligne e quartane.
Giovedì 28 ottobre, il tema era il film in due parti “Sotto il cielo di Roma” che andrà in onda, appunto nella parrocchia di Rai Uno, domenica 31 ottobre e lunedì 1° novembre, in prima serata.
I conteggi l’hanno fatta da padrone tra il surreale e l’osceno. Va’ be’, dicevano i sacerdoti della sacra audience televisiva, saranno pure stati deportati mille ebrei romani tra il 16 e il 18 ottobre 1943, finiti qualche giorno dopo nelle camere a gas del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ma, diciamocelo, il principe romano Eugenio Pacelli, passato alla storia come papa Pio XII, in fondo ne ha salvati più di quattromila in conventi e monasteri, nei mesi dell’occupazione tedesca.
Bisognava vederli Paolo Mieli, presidente della Rcs libri, e l’inossidabile Bruno, inforcare gli occhialini da vista per spiegare al popolo numeri e statistiche. Certo, il buon Pacelli ha fatto opera di carità, non c’è dubbio. Se n’è stato zitto zitto nelle sue stanze del palazzo apostolico in quei giorni tragici, mentre sotto le sue finestre scorrevano le fila interminabili di ebrei prelevati dalle loro case romane come animali e condotti ai vagoni ferroviari per avviarli verso la morte. E se Pio XII avesse alzato la voce, hanno aggiunto, altre migliaia di inermi cittadini sarebbero stati cacciati a calci e pugni dentro i carri bestiame della stazione Tiburtina. Non vi è dubbio.
Bella storia ci raccontano Vespa, Mieli e gli altri ospiti presenti in studio. Bel servizio pubblico ci rende la Tv di Stato. Quasi che la disputa fosse sull’odio o l’amore che Pacelli provava nei confronti del popolo eletto. Una sciocchezza, questa dell’avversione atavica verso gli ebrei da parte del Vaticano, grande quanto il cupolone di San Pietro.
I documenti ci offrono scenari diversi. Sono carte che abbiamo raccolto negli ultimi tre anni negli archivi nazionali britannici di Kew Gardens, non lontano da Londra. È stato un lavoro metodico, di scavo tra le migliaia di rapporti del Foreign Office e del German Foreign Ministry (Ministero degli Esteri tedesco), sequestrati dalle truppe alleate a Berlino nel 1945 e copiati uno per uno a Londra e a Washington negli anni successivi. Un patrimonio di inestimabile valore costituito da milioni e milioni di documenti. Nel nostro Archivio di Partinico, in via Catania 3, ne conserviamo varie centinaia riguardanti, appunto, le attività di Pacelli nei primi anni del conflitto.
“Con la sconfitta della Russia, risulterebbe quanto meno inevitabile il forte indebolimento dell’influenza bolscevica nel mondo.” Così si esprime un membro della Curia romana dinanzi all’ambasciatore germanico presso la Santa Sede, il 24 giugno 1941. Sono passate appena quarantotto ore dall’attacco di Hitler contro l’Unione sovietica. “Si è temuto che il bolscevismo emergesse come potenza europea e che, anzi, rimanesse incolume a livello planetario fino alla fine del conflitto.” Peccato che il tentativo di indebolire il bolscevismo sia costato la vita a trenta milioni di persone sul fronte orientale. E meno male che la Chiesa cattolica romana si manifesta come apostolica.
Ma la santa pietà non finisce qui. Il 12 luglio 1941, il ministero degli Esteri tedesco redige un corposo documento segreto intitolato “Rapporto sulle attività del Papa”. Le informazioni provengono da un “confidente attendibile” che, qualche settimana prima, ha appreso di un colloquio animato tra il rappresentante statunitense in Vaticano, Harold Tittman, e Pacelli. Tittman chiede al pontefice ragguagli sull’eccessiva tolleranza della Santa Sede nei confronti dei dittatori. Pacelli risponde piccato: “Gli Stati Uniti dovrebbero comprendere la posizione del Vaticano. Il conflitto russo-tedesco sta per cominciare. Il Vaticano farà di tutto per accelerarne lo scoppio e per convincere Hitler ad agire, con la promessa di un sostegno morale. La Germania dovrebbe sconfiggere la Russia, ma si indebolirebbe a tal punto che, nei suoi confronti, si potrebbe procedere [da parte degli Usa e della Gran Bretagna] in maniera totalmente diversa.”
In buona sostanza, il papa cerca di far credere a Tittman che l’appoggio del Vaticano a Hitler è una strategia sottile che ha un duplice scopo: la sconfitta dell’Urss, con il conseguente annientamento del bolscevismo, e l’inevitabile indebolimento della Germania nazista che, seppur vittoriosa, sarebbe costretta, obtorto collo, a trovare un accordo geopolitico con gli Usa e la Gran Bretagna. Un’idea, questa, abbastanza diffusa all’epoca. Anche negli Usa, se è vero che il futuro presidente americano John F. Kennedy lo scriveva nei suoi articoli.
Il 10 dicembre 1942 Picot, un funzionario del ministero degli Esteri tedesco, invia all’ambasciata presso la Santa Sede in Roma, una nota confidenziale. Vi si afferma che il rappresentante di Roosevelt in Vaticano, Myron Taylor, si è incontrato con il papa per discutere un eventuale negoziato di pace tra le potenze belligeranti. Pacelli se ne esce con una frase agghiacciante. I governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, a suo parere, “non sarebbero in grado di opporsi sufficientemente alla pressione dei partiti comunisti. In maniera inevitabile, un’ulteriore espansione del bolscevismo in Inghilterra e in America, porterebbe il Vaticano ad avvicinarsi alle potenze dell’Asse, che diverrebbero un bastione contro il bolscevismo e con le quali la Chiesa potrebbe sicuramente stabilire un’intesa dopo la guerra.
Il 23 febbraio 1943, von Bargen, un diplomatico tedesco con sede a Bruxelles, invia a Berlino una nota segreta. Vi si legge di un colloquio avvenuto qualche settimana prima a Roma tra il cardinale francese Suchard e Pacelli. Secondo lo spionaggio nazista “il papa è turbato dai successi militari dei russi e dalla possibilità di un crollo della Germania, che aprirebbe la strada al bolscevismo in Europa. [...] Il papa è angosciato innanzitutto dalla minaccia bolscevica.
Meno di un mese dopo, un diplomatico tedesco presso la Santa Sede, Erdmannsdorff, riferisce a Berlino su un colloquio avvenuto ai primi di marzo tra Pacelli e il cardinale americano Spellman. A poco servono le rassicurazioni di quest’ultimo sul “pericolo bolscevico”, un prodotto della propaganda tedesca. Leggiamo: “Spellman, come già Myron Taylor, ha ricevuto da Roosevelt l’incarico primario di tranquillizzare il papa sul fatto che il governo sovietico non mira a bolscevizzare l’Europa. Tuttavia, gli ambienti vaticani più influenti ritengono, come in passato, che la Russia non ha rinunciato ai suoi piani di bolscevizzazione del mondo.”
In luglio, l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weiszaecker, riferisce a Berlino di aver illustrato al papa “l’impegno tedesco contro il bolscevismo”. E aggiunge: “Il colloquio, che è durato mezz’ora, è stato sostenuto dal papa in maniera apparentemente pacata. Ma il suo fervore spirituale si è infiammato quando è stata affrontata la questione della lotta contro il bolscevismo, riconoscendo che, su questo tema, gli interessi sono comuni.”
Il 3 settembre 1943, von Weiszaecker scrive: “Un vescovo della Curia mi ha confidato che secondo il papa, per il futuro della Chiesa cattolica è assolutamente necessario un Reich tedesco forte. E da una trascrizione attendibile di un colloquio sostenuto da un pubblicista politico italiano con il papa, apprendo che questi, ad una domanda sul popolo tedesco, ha così risposto: ‘E’ un grande popolo. Nella lotta contro il bolscevismo, ha versato il suo sangue non solo a beneficio dei suoi alleati, ma anche dei suoi attuali nemici. Non posso pensare che il fronte russo finisca per essere travolto’ [dall’Armata rossa].”
L’8 ottobre lo stesso ambasciatore tedesco annota che “l’aspetto più inequivocabile della politica estera vaticana è oggettivamente l’avversione al bolscevismo. [...] Come minimo, la Curia desidera che la Germania sia forte e unita, una barriera contro la Russia sovietica”. E continua: “Il papa è dell’opinione che per il momento non sia possibile intraprendere colloqui di pace. Su questo punto, ora, la politica papale non vede altro sostegno contro il bolscevismo che non sia quello tedesco.”
L’Office of Strategic Services statunitense, alla fine del 1943, redige un documento segreto sulla situazione nella Santa Sede al 13 dicembre 1943. Apprendiamo, così, che durante un colloquio con von Weiszaecker, Pacelli si è così espresso:
“Il papa si augura che i nazisti mantengano le posizioni militari sul fronte russo e spera che la pace arrivi il prima possibile. In caso contrario, il comunismo sarà l’unico vincitore in grado di emergere dalla devastazione bellica. Egli sogna l’unione delle antiche nazioni civilizzate dell’Occidente per isolare il bolscevismo a Oriente. così come fece papa Innocenzo XI, che unificò il continente [l’Europa] contro i musulmani e liberò Budapest e Vienna.”
In un rapporto inviato da Kaltenbrunner, responsabile della Sipo e dell’Sd, a von Ribbentrop, ministro degli Esteri germanico, il 16 dicembre 1943, leggiamo, tra l’altro, che “il papa ha infine affrontato il tema del pericolo bolscevico su scala mondiale, lasciando intendere che fino a questo momento soltanto il nazionalsocialismo ha rappresentato una roccaforte contro il bolscevismo”.
Ce n’è abbastanza per tirare una prima valutazione sulla politica di Pio XII nei confronti di ciò che accade sullo scacchiere internazionale nei primi anni del conflitto.
Il papa valuta le forze in campo e opera una scelta preferenziale tra quelle in grado di assicurare al cattolicesimo il predominio sul laicismo. Sono forze che nella sua schematizzazione ideologica si oppongono, in primis, al comunismo. Ma anche all’ateismo, al liberismo, al capitalismo, alla democrazia partecipativa a suffragio universale. Aspetti tutti che esplicitano le molteplici forme della contemporaneità, così come emergono lungo il corso della prima metà del Novecento e da cui si svilupperanno le strategie di consenso di Giovanni Paolo II e del suo ideologo Joseph Ratzinger.
Il tema del “silenzio” di Pio XII sull’Olocausto, ovvero del perché in sei anni di guerra Pacelli non denunciò mai apertamente la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, è la diretta conseguenza di un’impostazione storiografica errata e, quindi, fuorviante. È un falso problema.
Poteva mai Pacelli condannare apertamente il nazismo, se egli vedeva in questo (a differenza del suo predecessore Pio XI) il regime che, per primo, avrebbe liberato l’Europa e il mondo dal comunismo sovietico? E cioè dalla creatura più bestiale e demoniaca che il Novecento avesse mai partorito?
Naturalmente, nella fiction televisiva, di tutto questo non c’è traccia alcuna. Ci troviamo di fronte, tanto per cambiare, alle solite forme della propaganda occulta di antica memoria. Per quanto si tratti di un prodotto ineccepibile sotto il profilo tecnico, l’impressione che se ne ricava, stando alle anticipazioni, è di un’opera, scusate la parola grossa, pavoliniana. E meno male che, secondo Fabrizio Del Noce, direttore di Rai Fiction, la Rai si è affidata a una “commissione di storici importante”. Chissà, allora, cosa sarebbe successo se la Tv che noi finanziamo ne avesse fatto a meno.
Dice bene Corrado Augias su “la Repubblica” del 15 ottobre scorso: “Lo scopo della fiction è tratteggiare al meglio una figura preparandola alla santità. Non è da sceneggiati come questo che si può pretendere una sia pur approssimativa verità storica.”

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, qui.

Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella del silenzio dovuto a prudenza.
Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella della diplomazia al lavoro dietro le quinte.
Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella di un papa Pacelli intento a salvare quanti più ebrei possibile.
E poi prenditi ancora due minuti per andare a leggere questo.


barbara


2 novembre 2010

Don Gaetano

 Ovvero
dall’altra parte di via Arenula

Roma, Agosto del 1939

LO STUDIO del Cardinale era lussuoso, nella sua semplicità.
Marmi intarsiati, una scrivania di mogano, due grandi poltrone davanti ad un camino e un pregevole crocifisso alla parete.
Null’altro poi, se non la luce di una finestra affacciata su Roma, in una visuale a perdita d’occhio.
Don Gaetano non era a proprio agio e non faceva nulla per dissimularlo.
Non era abituato a quegli ambienti.
Era solo un parroco che conosceva le miserie del mondo, il dolore della gente, la fede, la speranza e la disperazione dei suoi fedeli. Era un soldato di Cristo che aveva passato la vita in prima linea, confortando i suoi parrocchiani col cuore e col Vangelo.
Sua Eminenza lo squadrava con simpatia.
Lo conosceva da così lungo tempo che sapeva guardare oltre i capelli canuti ed arruffati, la tonaca sciatta e stazzonata, il cappello liso e le scarpe infangate.
Sedete amico mio. Mettetevi comodo.”
Presero posto sulle due poltrone, ma il parroco rimase seduto compunto, sul bordo.
“Perdonatemi, Eminenza, se torno a disturbarvi, ma ci sono cose di fronte alle quali un povero parroco deve fare un passo indietro e chiedere l’aiuto dei suoi superiori.”
Il Cardinale gli sorrise.
“Lo sapete che per me è sempre un piacere incontrarvi don Gaetano ma, a dire il vero, non mi aspettavo di rivedervi così presto. Né, per essere franco, che faceste così poco tesoro dei miei consigli.”
Il parroco arrossì, abbassando lo sguardo.
“Mi dicono che continuate a mettere al centro delle vostre prediche l’amore cristiano e questo è lodevole. Ma non potete continuare ad enfatizzare l’amore che si deve ai nostri fratelli ebrei, colpiti dalle leggi razziali. Nessuno discute quanto tutto questo sia giusto ed encomiabile. Io stesso sottoscrivo, col cuore, tutto ciò che dite in loro favore. Ma gridarlo ai quattro venti, oggi, non è opportuno. Mi capite, don Gaetano? Può addirittura risultare pericoloso.”
Il parroco annuì lentamente.
“Io vi capisco Eminenza, ma la mia parrocchia è a pochi passi da piazza Giudia. La sofferenza di quella gente è davanti ai miei occhi, ogni giorno. Io non posso fingere di non vederla. Non posso dire ai miei parrocchiani che è cosa buona e giusta rinchiudere di nuovo gli ebrei in un ghetto senza mura. Il dovere di un sacerdote è quello di indicare la strada a chi l’ha smarrita ed io non posso sottrarmi a questo dovere, proprio quando il mondo intero sembra brancolare nel buio.”
Il Cardinale scosse la testa con un sospiro.
“Ci sono momenti, Don Gaetano, in cui bisogna avere l’umiltà e l’intelligenza di misurare le nostre scelte. Credete che io non condivida i vostri sentimenti? Credete che non comprenda il dramma di quella gente? Il fatto è che l’esperienza ed il buon senso mi dicono che a volte è necessario accettare un compromesso. Rinunciare a qualcosa di prezioso, pur di non mettere a rischio il tutto. Sono tempi difficili don Gaetano. Con l’avanzare continuo dei bolscevichi e il mondo sull’orlo della guerra, la Chiesa stessa è in pericolo.”
Il parroco scosse il capo mestamente.
“Io non so niente di politica, Eminenza. So solo che i bolscevichi sono lontani, mentre Mariuccia viene da me ogni giorno e piange perché dopo quarant’anni di servizio i suoi padroni ebrei l’hanno licenziata e non la possono più tenere in casa loro. Quella era la sua famiglia. Le volevano bene e lei li adorava. Aveva cresciuto tre generazioni di Sonnino e per loro era una nonna, non una serva. Voi mi dite che è tempo di compromessi, Eminenza, ma chi glie lo dice a Mariuccia che deve rassegnarsi? Chi glie lo dice che, per colpa dei bolscevichi, noi rinunciamo perfino a dire, forte e chiaro, che le leggi che le hanno rovinato la vita sono un’infamia. Io sono un povero vecchio, che ha sempre detto pane al pane e vino al vino. Non sono capace di misurare le parole. Quando salgo sul pulpito, spesso non so nemmeno di cosa parlerò. Mi faccio strumento di Dio e lascio che sia Lui a parlare per mio tramite.”
Il Cardinale si alzò e batté affettuosamente la mano sulle spalle del vecchio sacerdote.
Si avviò lentamente alla scrivania e ne prese un pacchetto di Turmac, prima di tornare alla poltrona.
“Se non ricordo male, voi non fumate.”
Il parroco sollevò la mano in un gesto di diniego mentre il Cardinale si accendeva una sigaretta.
“Vi chiedo prudenza, don Gaetano. Solo un po’ di prudenza. Ci sono arrivate diverse proteste dalla Questura. Per ora si tratta di richiami garbati, amichevoli, ma se divenissero passi ufficiali saremmo tutti in grande imbarazzo. Spero che lo capiate.”
Il parroco annuì con un espressione contrita.
“Veniamo al vostro problema, allora, don Gaetano. Siete voi che avete chiesto di incontrarmi.”
Il parroco si agitò a disagio sulla poltrona, gli occhi bassi, le mani intrecciate sul grembo.
“Si tratta di Ninetta, Eminenza. Si è innamorata di Daniele e lo vuole sposare.”
Il Cardinale lo fissò interdetto. Naturalmente non conosceva quei ragazzi, ma don Gaetano era fatto così. Metteva la sua parrocchia al centro dell’universo e si aspettava che tutti facessero altrettanto.
“E questo Daniele è innamorato di lei?”, azzardò dunque, dal momento che il parroco non gli veniva in soccorso.
“Naturalmente, Eminenza. Ed intende sposarla.”
Il Cardinale annuì a lungo, senza capire.
“Sembra una bella storia d’amore, don Gaetano. Ma se siete venuto da me vuol dire che c’è qualche problema.” Scrutò il sacerdote con uno sguardo interrogativo. “Me ne volete parlare?”
Don Gaetano piegò la testa. Sembrava volesse sparire.

“Occorre una dispensa per celebrare il matrimonio,” disse con un filo di voce, “perché Daniele è ebreo.”
Il Cardinale scoppiò in una franca risata.
“Ditemi che non è vero, don Gaetano, ditemi che è tutto uno scherzo.”
No, non era uno scherzo.
Il Cardinale si ricompose rapidamente.
Ora fissava il parroco con un’espressione tutt’altro che divertita.
“Pare che abbiate deciso di rovinarmi la giornata. Ma pare soprattutto che non abbiate un’idea chiara dei tempi che stiamo vivendo.”
Si alzò, e con le mani intrecciate dietro la schiena si diresse verso la finestra.
Per qualche istante rimase in silenzio a fissare le evoluzioni degli storni, che salutavano il tramonto del sole.
Quando si volse verso il sacerdote, sul suo volto non c’era più traccia dell’amabile disponibilità di cui aveva fatto mostra fino a pochi attimi prima.
“Voi sapete perfettamente che non ho mai amato i matrimoni misti, don Gaetano, e ne conoscete la ragione. L’esperienza mi dice che sono spesso fonte di infelicità sia per la coppia che per i suoi figli. Certo, all’inizio l’amore rende tutto possibile. Nessun problema, nessuna incomprensione, nessun attrito. Ma poi, un bel giorno, la passione si spegne e la coppia si trova a fare improvvisamente i conti con tutti i problemi che aveva accantonato o sottovalutato. L’educazione dei figli, le tradizioni cui non si è capaci di rinunciare, la diffidenza delle famiglie per un genero o una nuora che avvertono estranei.”
Ora era in piedi, di fronte al vecchio parroco che lo ascoltava a testa bassa.
“No, don Gaetano non me la chiedete questa dispensa, perché, con la morte nel cuore, sarei costretto a negarvela. In primo luogo per non contraddire tutto il mio magistero pastorale ed in secondo luogo perché i matrimoni misti, oggi, sono proibiti per legge.”
Annuì a lungo.
“Per legge, amico mio, non lo dimenticate.”
Quando rientrò in parrocchia, don Gaetano trovò Ninetta che l’attendeva in chiesa, seduta in penombra sull’ultimo scranno.
Le andò vicino.
Non dovette parlare.
Scosse la testa e la ragazza comprese, scoppiando a piangere.
“Lo sapevi che era impossibile. Non c’era nessuna speranza.”
Ninetta scuoteva il capo, nascondendo il viso tra le mani.
“Ma noi ci amiamo, Padre. Ed io non posso rassegnarmi a perdere Daniele solo perché lui è ebreo.”
Don Gaetano annuì con comprensione.

“Sei giovane, figlia mia. Hai tutta la vita davanti a te. Oggi Dio ti mette alla prova con un dolore che sembra troppo grande per essere sopportato, ma sono certo che ha già in serbo per te un avvenire radioso e felice. La vita non è facile per nessuno, Ninetta, ma bisogna affrontarla con coraggio.” La ragazza sollevò lo sguardo su di lui, asciugandosi le lacrime con le mani.
“Io la voglio affrontare con Daniele.”
Il parroco sospirò.
“Non sei più una bambina, Ninetta. Daniele è ebreo, lo sapevi fin dall’inizio. Abbiamo provato a forzare la situazione chiedendo un’improbabile dispensa a Sua Eminenza, ma la cosa non ha funzionato. Ora siamo arrivati al capolinea e ne devi prendere atto, Ninetta. Te lo devi togliere dalla testa, punto e basta.”
La ragazza scosse il capo con decisione.
“Piuttosto mi faccio suora.”
Don Gaetano le sorrise comprensivo, scrollando le spalle.
“Se è questa la tua nuova vocazione, il convento delle carmelitane è qui dietro. Adesso comunque vattene a casa e prega la Madonna. Chiedile aiuto e consolazione. Ma soprattutto chiedile di aprirti il cuore alla comprensione ed alla rassegnazione.”
Ninetta si alzò ma, fatti due passi, si girò ancora verso don Gaetano.
“Daniele è un ragazzo d’oro.”
Il parroco sospirò, facendo mostra di un’esasperazione che in realtà non provava.
E daje! È ebreo, Ninetta, e questo taglia la testa al toro.”
La ragazza si morse un labbro con un’espressione smarrita.
“Ma non è mica un delitto nascere dall’altra parte di via Arenula.”
Don Gaetano si alzò dallo scranno e si arrestò di fronte a lei.
“No. Non è un delitto, Ninetta. Ma è inutile fingere di ignorare che questo ci rende diversi.
Abbiamo usi, tradizioni e dottrine che ci dividono. L’amore rende ciechi, questo è vero. Ma tu te lo sei chiesto come ti avrebbero accolto i tuoi suoceri? L’avrebbero accettata una goyà dentro casa loro? E i tuoi l’avrebbero accettato un genero giudio? Dai retta a questo povero vecchio, Ninetta, sarebbe stata una strada in salita, anche a non voler considerare le leggi razziali, che invece sono lì e vanno considerate.”

Il vecchio sacerdote sospirò.
“Ora vattene a casa. E prega la Madonna.”
Invece di allontanarsi, la ragazza tornò a sedersi, fissando don Gaetano con aria di sfida.
“Lo sapete cosa dice Daniele di quelle leggi? Dice che sono un’infamia e che non capisce come possa il Papa, rimanersene in silenzio senza condannarle. Dice che tutti gli ebrei si sentono traditi da quel silenzio. Dice che è come se li avessero messi di nuovo nel ghetto, ma che Mussolini non avrebbe mai osato tanto, se il Papa avesse detto con chiarezza che il razzismo offende la Legge di Dio.”
Don Gaetano levò in alto un dito con un’espressione corrucciata, come volesse replicare aspramente, ma invece esitò e rimase in silenzio.
Sedette di nuovo accanto a Ninetta.
“Ci manca solo che adesso anche un ebreo pretenda di insegnare qualcosa al Santo Padre. Di dirgli quello che deve o che non deve fare.”
La ragazza scrollò le spalle.
“Daniele ha ragione, Padre. La Chiesa dovrebbe gridare di fronte a questa ingiustizia. Se non lo fa, è come se se ne rendesse complice.”
Don Gaetano batté la mano sullo scranno di fronte.
“Ora basta, Ninetta. Non ti permetto di essere insolente con il Santo Padre. E poi che ne possiamo capire noi di quello che succede? Siamo solo povera gente, non possiamo giudicare. Ci sarà una guerra, lo dicono tutti, e la Chiesa stessa è in pericolo... E poi ci sono i bolscevichi, non te lo dimenticare... Il Papa fa quello che può, ma deve essere prudente.”
Ninetta rimase in silenzio.
Non c’era convinzione nelle parole di don Gaetano.
La guerra, i bolscevichi, la Chiesa in pericolo.
Che c’entrava tutto questo con le leggi razziali.
Il Bene è Bene, pensava. Il Male è Male. Questo si aspettava che dicesse il Papa.
“Bastava una parola, Padre. Bastava che il Papa dicesse quello che voi avete detto in chiesa, domenica scorsa. Forse non avrebbe costretto Mussolini a cambiare le sue leggi, ma di certo avrebbe aiutato gli italiani a capire. E gli ebrei si sentirebbero meno soli.”
Il sacerdote annuì senza convinzione.
“E chi ti dice che il Papa non lo abbia fatto? Nelle opportune sedi il Papa fa sentire la sua voce, stai tranquilla, e la sua condanna è di certo arrivata a chi doveva arrivare. Il Papa non ha bisogno dei nostri consigli. Quando deve parlare in difesa della giustizia lo fa con forza e con chiarezza.”
Ninetta scrollò le spalle.
“Se lo dite voi, Padre, sarà così.”
Raccolse le sue cose e si avviò, in silenzio, lungo la navata, ma quando fu alla porta, si volse di nuovo verso don Gaetano che non si era mosso dal suo scranno.
“Comunque, deve aver parlato molto piano, perché io non l’ho sentito. E nemmeno Daniele.”
Scosse il capo con un’espressione di dolorosa rassegnazione.

“No, Padre, a pensarci bene, non l’ha sentito proprio nessuno.”

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

nota dell’autore

Il recente sceneggiato della Rai pone nuovamente sotto i riflettori la figura di Pio XII.
I suoi silenzi nei confronti della Shoa hanno suscitato e continuano a suscitare un aspro dibattito fra la Chiesa e il mondo ebraico.
Poteva l’autorità della Chiesa fare di più per fermare il genocidio o per prevenirlo?
La parte preponderante del mondo ebraico propende per il sì.
Nel sostenere tale tesi tuttavia gli ebrei si sono infilati in una strada senza uscita.
Si sono comportati come quei Procuratori che, consapevoli al di là di ogni ragionevole dubbio della colpevolezza dell'imputato, non si curano di valutare il valore processuale delle prove raccolte.
Le prove dei silenzi e dei comportamenti di Pio XII rispetto alla Shoà sono tutte nelle mani dei suoi difensori. E se questi, per gentile concessione, le mettessero a disposizione degli studiosi, nessuna di esse sarebbe mai ultimativa. Il “capo di accusa” si presta infatti ad una interpretazione soggettiva e la difesa avrà sempre buon gioco a sostenere che "l'accusato" scelse il male minore.
Diversa sarebbe la questione se il comportamento di Pio XII ed i suoi silenzi fossero giudicati rispetto alle Leggi Razziali Fasciste anziché rispetto alla Shoà.
In questo caso la Chiesa non potrebbe chiamare a difesa del Pontefice la scelta di un presunto male minore.
Mussolini non era Hitler, l'Italia non era la Germania.
Il silenzio della Chiesa sulla discriminazione razziale Italiana fu frutto di una libera scelta. Esso è indifendibile e non necessita degli Archivi Vaticani per essere provato.
Quell'esecrabile indifferenza è innegabilmente ascrivibile alla responsabilità di Pio XII.

Nota di barbara

Quella che segue è una mia breve recensione pubblicata quasi nove anni fa su Ebraismo e dintorni.

Il Vaticano e l'Olocausto in Italia
di Susan Zuccotti
Ed. Bruno Mondadori

Primo pregio del libro: non è un attacco al Vaticano, ma un sereno esame dei documenti - di tutti i documenti disponibili - e senza recriminazioni per i documenti mancanti a causa della mancata apertura degli archivi vaticani.
Secondo pregio: la ricchezza della documentazione e delle fonti. Nel libro vengono riportati encicliche, documenti ufficiali, lettere, dichiarazioni pubbliche e private, testimonianze orali.
Terzo pregio: una scrittura piana e scorrevole, sostenuta dalla pregevolissima traduzione di Vittoria Lo Faro.
Un libro che non lascia domande inevase né angoli bui e scioglie ogni possibile dubbio, davvero fondamentale per la conoscenza e la comprensione di quell'oscuro periodo della nostra storia.

Credo che questo sia lo spazio giusto per riproporre questa splendida vignetta disegnata due anni fa dal mitico Ciro Monacella.



barbara


21 dicembre 2009

SE AVESSE FATTO UN GESTO

Piero Terracina: «Se Pio XII avesse fatto un gesto, molti romani si sarebbero salvati»

di Raffaella Troili

ROMA (20 dicembre) - Al silenzio della Chiesa e di Pio XII, Piero Terracina contrappone la voce del cuore, non potrebbe fare altrimenti. Il suo è il commento dell'ebreo romano, ragazzo deportato ad Auschwitz il 7 aprile del '44, che ancora conta i nomi dei morti dentro la famiglia. E ora che Papa Pacelli - figura controversa per il suo atteggiamento verso la Shoah - si avvia a diventare beato (Benedetto XVI ha firmato il decreto per le virtù eroiche, nonostante la Comunità ebraica l'abbia sempre osteggiato), Terracina prende le distanze: «E' una cosa tutta interna alla Chiesa», però...
«Però credo sia opportuna una riflessione sulla visita del Papa in Sinagoga in programma il 17 gennaio. Le decisioni le prenderanno quanti devono farlo, ma un momento di riflessione serve». Aveva 15 anni quando venne arrestato dalle Ss e deportato ad Auschwitz insieme ad altri sette membri della famiglia. Tornò a Roma da solo, unico superstite, due anni dopo. «Del silenzio della Chiesa e in particolare di Pio XII ne abbiamo sempre parlato. Di una cosa resto convinto: che se quel 16 ottobre del '43, quando avvenne la razzia degli ebrei romani dal Ghetto, quando per due giorni restarono chiusi nel Collegio militare di via della Lungara, a 300 metri dal Vaticano, il Papa fosse uscito, avesse fatto un cenno, un gesto...». E in testa ha un'immagine che poteva essere e non è stata. «Se solo avesse aperto le braccia, e mi riferisco a quelle bellissime immagini che testimoniano la sua visita a San Lorenzo bombardata nello stesso anno, gli ebrei romani non sarebbero stati deportati». Così non è stato. «Anzi, silenzio più totale. Eppure Himmler ha atteso due giorni prima di partire, si dice che aspettasse le reazioni del Vaticano».
Alla fine il treno è partito. A bordo 1023 ebrei romani, uno aveva un giorno. Appena arrivati, dalle selezioni, ne uscirono vivi meno di 300. A casa ritornarono in 16, una donna sola. «E' naturale che io pensi che non sarebbero stati assassinati se ci fosse stato un intervento reale della Chiesa. Non voglio arrivare a dire che il silenzio è una complicità ma quello che è successo a Roma, dove risiedeva il Papa, si poteva evitare. Ma la storia non è fatta di se e ma». Sospira Terracina e prende di nuovo le distanze, però s'interroga: «Noi non veneriamo i santi, non crediamo alla santità delle persone. Abbiamo solo un santo, ed è il Signore. Ma non credo che un Santo sarebbe stato in silenzio, a guardare. Un santo non può avere paura, ha sempre la protezione del Signore. E poi, quanti santi si sono sacrificati per salvare altre vite? Ecco, sulla santità di Pio XII esprimo qualche dubbio, quantomeno in quel momento storico non l'ha dimostrata, se la Chiesa pensa che sia opportuno...».

(Il Messaggero, 20 dicembre 2009)

È infatti documentato che il motivo per cui gli ebrei romani rastrellati nella razzia del ghetto del 16 ottobre 1943 non furono deportati subito ma rimasero per due giorni al Collegio Militare, risiede nel timore che il papa potesse reagire, e volevano quindi riservarsi la possibilità di fare marcia indietro nel caso ci fossero state, appunto, reazioni. Ma Sua Santità non reagì.



barbara


20 dicembre 2009

SHOAH E DINTORNI

«L'attenzione dei Governi del Belgio, Cecoslovacchia, Grecia, Jugoslavia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Polonia, Regno Unito, Stati Uniti d'America e Unione Sovietica e anche del Comitato Nazionale Francese è stata sollecitata da numerosi rapporti provenienti dall'Europa che affermano che le autorità tedesche, non paghe di aver negato in tutti i territori sui quali hanno esteso il loro barbaro dominio, i diritti umani più elementari alle persone di razza ebraica, stanno ora mettendo in atto il proposito di Hitler, molte volte annunciato, di sterminare la popolazione ebraica in Europa. Da tutti i territori occupati gli ebrei sono trasportati in condizioni del più abbietto orrore e brutalità verso l'Europa dell'Est. In Polonia, trasformata nel principale macello nazista, i ghetti istituiti dall'invasore tedesco vengono sistematicamente svuotati di tutti gli ebrei, all'infuori di pochi operai, altamente specializzati, richiesti dalle industrie di guerra. Non si hanno più notizie di nessuno di quelli portati via. Coloro che sono in buone condizioni fisiche muoiono lentamente per sfinimento in campi di lavoro. Gli infermi sono lasciati morire all'aperto o per fame o sono deliberatamente uccisi in eccidi di massa. Si calcola che il numero delle vittime di queste crudeltà letali sia di molte centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, del tutto innocenti. I Governi suddetti e il Comitato Nazionale Francese condannano nel modo più assoluto questa politica bestiale di sterminio a sangue freddo. Dichiarano che tali eventi non possono che rafforzare la risoluzione di tutti i popoli amanti della libertà di rovesciare la barbara tirannia hitleriana. Essi riaffermano il loro solenne impegno di far sì che i responsabili di questi crimini non sfuggano alla giusta condanna, nonché di intraprendere tutte le necessarie misure pratiche affinché tale scopo sia raggiunto». (Dicembre 1942; qui, grazie a lui)

Come si può vedere, nell’elenco dei governi firmatari di questa dichiarazione il Vaticano non c’è. Pio XII il buono, Pio XII il santo, Pio XII il virtuoso, Pio XII l’eroico, si è rifiutato di firmarlo. VOI beatificatelo pure, NOI continueremo a ricordare. Perché mai più, per noi, significa MAI PIÙ.



barbara


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12 gennaio 2009

La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere

(Seconda parte)

Di PIERO DELL’OLIVO e BARBARA MELLA

Nel primo articolo abbiamo esposto, con l’ausilio di numerose citazioni, alcune qualificate prese di posizione antiebraiche della Chiesa Cattolica, affidate alla rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, nei cinquant’anni che hanno preceduto le leggi razziali del 1938. Lo spunto di attualità che ci ha mosso è la recente polemica che ha visto opposti il Vaticano e Gianfranco Fini, nella quale la Santa Sede ha negato di avere mostrato, a suo tempo, un atteggiamento morbido e di sostanziale connivenza nei confronti delle leggi razziali del Fascismo, sostenendo al contrario di esservisi opposta.

Nel primo articolo si è documentato un organico corpus di scritti, apparsi su La Civiltà Cattolica nel 1889, improntati a un antisemitismo estremamente virulento. Successivamente, e fino al 1937, queste posizioni sono state ribadite, salvo una presa di distanza dall’emergente razzismo nazista. La Chiesa concordava sulla pericolosità degli ebrei, ma non sul razzismo “biologico”, e propendeva per soluzioni non violente del “problema”. Nel presente articolo daremo più spazio alle repliche del Regime, senza le quali si perderebbe il senso degli scritti di parte cattolica.

Siamo così arrivati al 1938. Entra in campo Mussolini in persona, che, senza firmarlo, produce (Informazione diplomatica del 17 febbraio) un testo poi passato ai giornali: «il governo fascista [non pensava] di adottare misure politiche, economiche e morali contrarie agli ebrei, in quanto tali»; ma di «far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risultasse sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità».
E, puntuale (marzo 1938) La Civiltà Cattolica riprendeva, avallandola, la tesi di Mussolini della sproporzione tra posizioni di potere detenute da ebrei e la loro incidenza percentuale sulla popolazione italiana. «La fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo era la vera e profonda causa che rendeva il giudaismo un fomite di disordini e un pericolo permanente per il mondo». Il rimedio era il solito: «la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o di distinzione conveniente ai nostri tempi».
Con l’estate del 1938, la situazione inizia a precipitare. E’ del luglio il “Manifesto della razza”, redatto da 10 professori universitari di discipline medico-sociali (alcuni dei quali dopo la guerra riapparvero sull’opposto versante politico). I dieci punti, che avevano pretese di contenuto scientifico, terminavano con la conclusione che «il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Il documento, avallato da Achille Starace, non faceva che “italianizzare” il razzismo nazista.
E’ a questo punto che anche il Papa entra in gioco personalmente, parlando prima di “una forma di vera apostasia”, e, qualche giorno dopo, nominando espressamente il razzismo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, separatistico». Il termine “separatismo”, che ricorre spesso nei testi cattolici di quei giorni, significa qualcosa di contrapposto a “ricongiungimento”. In pratica, si condanna una ideologia che nega la condizione di pecorelle smarrite degli ebrei, ossia la possibilità di conversione degli ebrei stessi. Non a caso, Pio XI attribuisce queste tesi a un appiattimento dei fascisti sulle tesi naziste: «ci si poteva chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia avesse bisogno di andare ad imitare la Germania ».
Mussolini rispose con le parole e i fatti. Le parole furono: «Sappiate, e ognun sappia, che anche sulla questione della razza, noi tireremo diritto. Dire che il Fascismo ha imitato qualcosa o qualcuno è semplicemente assurdo». I fatti: il 4 agosto venne emesso il primo provvedimento limitativo dell’ammissione degli ebrei alle scuole italiane. Sempre in agosto, la palla passava al “Regime Fascista”, il quotidiano di Farinacci, che pubblicò una lunga serie di citazioni da fonti cattoliche, tesa a dimostrare che il nascente razzismo fascista era allineato ai dettami della Chiesa. Il Regime Fascista pubblicò, fra l’altro, ampi stralci dagli articoli de “La Civiltà Cattolica” del 1889 [vedi articolo precedente] contrapponendoli alle recenti parole di Pio XI: «Noi ci accorgiamo, alla fine di questo studio vigoroso [quello della Civiltà Cattolica, ndr], che gli Stati e le società moderne, e persino le più sane e coraggiose nazioni d’Europa, l’Italia e la Germania, hanno molto da imparare dai padri della Compagnia di Gesù. E confessiamo che il fascismo è molto inferiore, sia nei propositi, sia nell’esecuzione, al rigore della Civiltà cattolica. Ma confessiamo anche lo stupore doloroso e lo sdegno che ci assalgono quando ci poniamo a considerare questa leale e generosa battaglia dei sapienti e irreprensibili gesuiti, di fronte all’atteggiamento di altri cattolici». E “gli altri cattolici” erano… nientemeno che il Papa: «Se non fossimo cattolici, oggi avremmo accettate con entusiasmo le parole del Santo Padre, così come le hanno accettate e comunisti e massoni e socialisti e giudei e protestanti, che sono i nemici conclamati della Chiesa. »
Il Vaticano si era così messo nella difficile situazione di farsi dare lezioni di dottrina da Farinacci, notissimo ateo, massone e mangiapreti, a meno di smentire la Compagnia di Gesù. Cosa che non fece mai. Anzi, la prima difesa fu affidata alla stessa Civiltà cattolica del 9 settembre, che difese la campagna del 1889, «ispirata dallo spettacolo dell’invadenza e prepotenza giudaica». Vista la scarsa efficacia di questa difesa, intervenne l’ Osservatore romano rimarcando che le frasi rievocate «non sapeva con quale efficacia ed opportunità, all’indomani della caritatevole parola del Santo Padre », non avevano più il valore del momento in cui erano state scritte, perché «risalivano a tempi in cui costumi ed istituzioni non potevano costituire base di confronto alcuno con la vita privata e pubblica dei giorni nostri. (…) Non in nome del principio razzista, così come si dichiara di intenderlo ed applicarlo nel 1938, ma di un principio puramente spirituale contro ogni pericolo per la fede e la civiltà che ad esso si ispirava: cioè contro l’ebraismo, come contro il maomettanesimo, il protestantesimo, il settarismo e contro il comunismo». Mentre l’Osservatore Romano così si divincolava, la rivista dei gesuiti cercava di marcare le distanze: l’antigiudaismo dei nazisti e dei bolscevichi non discendeva da alcuna considerazione religiosa, «anzi era agevolato dall’odio o avversione generale di tali partiti contro ogni religione positiva, anche l’ebraica ». E, difendendo gli articoli del 1889, non ne smentiva una virgola: «Non negheremo però che la forma e lo stile, più che la sostanza del pensiero, possano, dopo quasi cinquant’anni, apparire di qualche acerbità».
Mentre la Chiesa era ridotta a difendersi, il governo agiva. Il Consiglio dei ministri del 2 settembre approvò un decreto «per la difesa della razza nella scuola fascista», col quale tutti gli ebrei, allievi ed insegnanti, furono espulsi dalle scuole pubbliche e private. L’art. 6 stabiliva anche che doveva considerarsi di razza ebraica colui che era nato da geni¬tori entrambi di razza ebraica, «anche se professasse religione diversa da quella ebraica».
Pio XI, ovviamente, non era contento. Ecco le sue dichiarazioni di risposta: «no, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo» « l’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti». Queste dichiarazioni, che sono portate spesso da ambienti cattolici a prova della avversione del Papa alle leggi razziali, sono però da leggersi unitamente a quest’altra frase, contenuta nello stesso discorso: «Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi». Chi aveva “diritto di difendersi” era, beninteso, il regime fascista, non gli ebrei.
Il Duce, comunque, non la prese bene: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio a suggestioni - dichiarò - sono dei poveri deficienti». Il Papa fece finta di niente, e Mussolini tirò effettivamente diritto, facendo approvare al Gran Consiglio del 6 ottobre la “Carta della Razza”. E, un mese dopo, i famigerati decreti-legge.
Dopo l’approvazione delle leggi razziste, il governo fascista si attendeva una forte reazione dal Vaticano. Per questo, principalmente, aveva messo in atto il precedente fuoco di sbarramento. La reazione fu, invece, straordinariamente morbida, e focalizzata su un unico punto, che in chiave di diritti umani può apparire marginale: l’articolo 6, che proibiva anche ai ministri del culto, sotto pena di ammenda, di celebrare i matrimoni misti. L’Osservatore romano del 14 novembre 1938 lamentò che, con le disposizioni riguardanti i matrimoni misti, si fosse violato unilateralmente il Concordato: «Il vulnus inflitto al Concordato è innegabile. Ed è tanto più doloroso in quanto la Santa Sede non solo si è creduta in dovere di far pervenire tempestivamente le sue osservazioni, ma, da parte sua, ha fatto il possibile per evitare la cosa. La stessa Augusta Persona del Santo Padre è direttamente intervenuta con due paterni Autografi: uno diretto al Capo del Governo, l’altro al Re e Imperatore. Ciò nonostante le nuove disposizioni legislative sono state emanate senza intesa con la Santa Sede: la quale si è sentita, con suo vivo rammarico, in dovere di presentare le sue rimostranze, come sappiamo che ha già fatto».
Di fronte a proteste così deboli e circoscritte, non può stupire che il decreto fosse promulgato senza modifiche (19 novembre). La questione non fu più sollevata dal Vaticano in forma pubblica, se non il 24 dicembre, quando, rivolgendosi al Sacro Collegio, Pio XI ricordò che era la vigilia del decennale della Conciliazione. «Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone -diciamo il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo».
Queste parole non aspre verso l’«incomparabile ministro» indeboliscono molto la successiva protesta, incorporata nello stesso discorso, per «l’offesa e la ferita inferta al Suo Concordato, e proprio in ciò che andava a toccare il Santo Matrimonio, che per ogni cattolico è tutto dire». E, dopo quell’occasione, non ne parlò più, né lo fece il suo successore. (Papa Ratti sarebbe morto il 10 febbraio successivo).
A conferma dell’ottima metabolizzazione dei decreti da parte del mondo cattolico, già il 9 gennaio, Padre Agostino Gemelli, francescano e rettore magnifico dell’Università Cattolica, così si esprimeva in un pubblico discorso riportato dalla stampa: «Superato il dissidio fra la Chiesa e lo Stato per merito dell’immortale Pio XI e del Duce d’Italia, che un’alta e augusta voce aveva chiamato impareggiabile, messi da parte gli idoli che rappresentavano la importazione di dottrine non conformi alla tradizione italiana», il popolo italiano era finalmente divenuto di nuovo uno: «uno di schiatta, di ideali. Il merito, lo si deve riconoscere, va a Benito Mussolini, che dopo aver superato e vinto in sé i dissidi dovuti a quelle ideologie, condusse gli italiani a fare altrettanto». Gli strali di Padre Gemelli erano evidentemente rivolti al marxismo. Tuttavia, ce n’era anche per gli ebrei: «Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo ». Se la sono voluta, diceva in sostanza il caritatevole frate. E, con questa frase di un sacerdote particolarmente vicino a Papa Pio XI, si chiude la questione. Le leggi razziali c’erano, e mai più la Chiesa avrebbe trovato a ridire.
Anche il boccone indigesto dei matrimoni misti era velocemente digerito. Il 15 gennaio 1939, l’Osservatore Romano ospitava l’omelia dell’allora vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che così disinvoltamente si esprimeva: «Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici ». Una specie di pietra tombale sulla questione.
Negli anni successivi, le leggi razziali sembrarono piacere sempre di più alla Chiesa e alle sue rinnovate gerarchie. Tanto che, dopo il 25 luglio 1943, il Vaticano, per mezzo del gesuita Tacchi Venturi (uno degli artefici del Concordato) si adoperò perché il governo Badoglio, intento alla delegificazione post-fascista, non abrogasse in toto i famigerati decreti, ma solo quelle parti che erano sgradite alla Santa Sede: tre punti che riguardavano i matrimoni misti e gli ebrei convertiti. Il 29 agosto 1943, Padre Tacchi Venturi riferì al Segretario di Stato di essere stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve, chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma aveva respinto le loro suppliche: preparando la petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni –scrive Tacchi Venturi- «mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto […]guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali ndr] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma ».
Le leggi razziali sarebbero poi state abrogate dopo l’8 settembre 1943, in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani. Protestanti, come ognun sa.

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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