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Diario


2 ottobre 2011

DI ACQUA E DI SANGUE

L’acqua

Nel Medioevo, come è noto, i perfidi giudei usavano avvelenare i pozzi per far morire di peste i cristiani, ossia tutti i non ebrei che vivevano intorno a loro. Nessuno, va da sé, è mai riuscito a scoprire il trucco, ma si sa che niente è impossibile per la perfidia giudaica, e quindi già in quei tempi lontani possedevano questi singolari strumenti di distruzione di massa, e ad ogni epidemia di peste che si scatenava in Europa si sapeva, con assoluta certezza, su chi puntare l’indice.
Sono passati gli anni e i decenni e i secoli. La peste è pressoché debellata, i pozzi esistono ancora ma raramente, almeno nel mondo industrializzato, vengono usati per abbeverarvisi direttamente. Impossibile dunque spacciare oggi la storiella dei pozzi e della peste. Che fare, dunque? Rinunciare? Ma non sia mai! Basta una piccola modifica e il gioco è fatto: oggi gli ebrei, quei particolari ebrei che vivono in quella particolare area del mondo, RUBANO L’ACQUA AI PALESTINESI. Lo scopo, chiaramente, è sempre lo stesso: far morire – stavolta non più di malattia bensì direttamente di sete – i palestinesi, ossia tutti i non ebrei che vivono intorno a loro. In che modo? In molti modi: ora rubandola direttamente alla fonte (quali fonti, nessuno lo sa, ma chi sta a badare a questi insignificanti dettagli?), ora interrando sadicamente (perfidamente!) i pozzi. Peccato che in un’epoca in cui ci sono più cellulari che persone, in un’epoca in cui si riesce a riprendere e documentare letteralmente di tutto, dall’assassinio di una giovane iraniana durante le proteste alle violente repressioni in Siria e persino, a volte, alle torture in carcere, nessuno sia mai riuscito a mostrarci un solo video, una sola foto di questi famosi pozzi interrati dai perfidi sionisti. Persino per il miracolo del far fiorire il deserto con acqua estratta dalle profondità del deserto stesso – quel deserto che rappresenta il 60% del territorio che la Risoluzione 181 ha destinato allo stato d’Israele, e che si trova interamente in territorio israeliano, non “occupato”, non conteso, ma tutto e sempre e solo israeliano – persino per quel miracolo gli israeliani vengono accusati di “rubare l’acqua ai palestinesi”. Va da sé, e ci sono fior di documenti, che tutto ciò che riguarda la distribuzione dell’acqua è regolato da accordi bilaterali ben precisi – chi ne ha voglia si può informare; e per chi, in malafede, non ha alcun interesse a informarsi, non vale certo la pena di perdere tempo – e non di rado l’acqua fornita da Israele ai palestinesi è anche più di quella concordata. E va anche da sé che se gli israeliani usano il deserto per scavare pozzi e trasformarlo in terra coltivabile e i palestinesi usano le terre coltivabili per desertificarle e trasformarle in rampe di lancio, qualche differenza nella disponibilità di acqua fra le due parti è inevitabile. Anche se, bisogna aggiungere, abbiamo gran quantità di foto e filmati – realizzati non dalla propaganda sionista bensì da enti e organizzazioni palestinesi – che ci mostrano la piscina olimpionica di Gaza, i parchi acquatici, le piscine e le fontane, a documentare il fatto che di sete non sta morendo nessuno. Ma tutto questo, come quotidianamente constatiamo, non ha la minima importanza di fronte al mantra, al dogma, all’assioma, alla verità che tutti sanno, che gli ebrei rubano l’acqua.


Il sangue

In altri tempi, ma capita di sentirlo qua e là ancora oggi, gli ebrei usavano rapire e scannare bambini cristiani per usarne il sangue nell’impasto delle azzime. Accusa che chiunque sia dotato di un sedicesimo di neurone non dovrebbe poter concepire neanche di striscio per la contraddizion che nol consente. Dovrebbe infatti essere noto più o meno a tutti che la macellazione rituale ebraica – obbligatoria per chi vuole mangiare nel rispetto delle norme alimentari ebraiche - comporta il completo dissanguamento dell’animale. Chi poi di cose ebraiche sa qualcosina di più – e gli esperti che si dedicano con encomiabile impegno al compito di metterci in guardia dal pericolo giudaico ne sapranno sicuramente ben più che qualcosina – sa anche che quel dissanguamento in fase di macellazione non basta, e che la carne prima di poter essere consumata deve essere ulteriormente trattata, ossia coperta di sale in modo da farne uscire gli ultimi residui di sangue, e infine lavata. Queste cose erano note anche in passato, tanto è vero che anche i papi meno benevoli nei confronti degli ebrei raramente hanno sostenuto l’accusa del sangue, e quando lo hanno fatto è stato soprattutto per non irritare le folle inferocite da qualche assassinio di bambini e convinte che ne fossero responsabili gli ebrei. Come conciliare allora una tradizione religiosa che impone l’assoluta astensione dal sangue con l’accusa di nutrirsi addirittura di sangue umano? Semplice: non la conciliamo. E nulla ci importa di conciliarla.
Oggi, al di fuori del mondo arabo-islamico, dove la leggenda continua a godere di ottima salute, sono relativamente rari i circoli e le persone presso cui riesca ancora ad avere credito, ma non si può certo immaginare che si sia disposti a rinunciare a un’immagine così bella, così efficace come quella dell’ebreo succhiasangue (letteralmente, come fruitore di sangue umano nella propria dieta; e metaforicamente, in campo economico-finanziario). Ed ecco dunque fiorire una leggenda sorella – sorella di sangue, certo! – della precedente: gli ebrei predatori di organi. Arriva così lo “scoop” dell’Aftonbladet sui palestinesi svuotati e ricuciti prima di essere riconsegnati alle famiglie, citando testimoni che poi negano categoricamente non solo di avere testimoniato alcunché, ma anche di avere mai incontrato il giornalista autore dello “scoop”. E arrivano le “rivelazioni” sui “veri” motivi che hanno portato i medici israeliani ad intervenire fra i primi dopo il catastrofico terremoto ad Haiti. Eccetera.


Acqua e sangue, dunque. Acqua e sangue protagonisti assoluti delle leggende nere che nei secoli hanno continuato a perseguitare gli ebrei, causando un immenso numero di morti e che, per adeguarsi ai cambiamenti verificatisi col passare dei secoli, hanno leggermente mutato forma, restando però inalterate nella sostanza. “Il sangue non è acqua” è un modo di dire diffuso, a misurare l’abissale lontananza fra i due elementi, a indicare la totale estraneità l’uno dall’altra, a significare che nulla hanno in comune. Che cosa li accomuna dunque in ciò che riguarda gli ebrei? La risposta si può condensare in una parola sola: VITA. L’acqua è fonte e simbolo di vita; il sangue è fonte e simbolo di vita. E lo sono per il popolo ebraico in modo particolare: la purificazione per mezzo dell’acqua accompagna, dalla notte dei tempi, la giornata e la vita dell’ebreo; l’astensione assoluta dal sangue – di cui, proprio in quanto vita, l’uomo non ha il diritto di appropriarsi – è norma inderogabile dalla notte dei tempi per l’ebreo. Ecco: lo spirito satanico che è l’essenza stessa dell’antisemitismo è riuscito a creare un perfetto esempio di ciò che in psicanalisi si chiama proiezione: tentare l’annientamento del popolo che ha come imperativo categorico il comandamento e tu sceglierai la vita proiettando su di lui le proprie pulsioni distruttive.
Per quanto ancora continueremo ad essere ciechi di fronte a questa lampante verità?



barbara


16 gennaio 2010

COME FU CHE IL MONDO ARABO DIVENNE IL MONDO ARABO

e che qualcuno ebbe modo di inventare la leggenda di una Palestina da sempre araba, musulmana e, soprattutto “palestinese”.

L'espansione terrestre


Verso il 633 le armate arabe, composte da tribù nomadi origi­narie dello Yemen, del Hijaz e di altre regioni dell'Arabia, inva­sero la Babilonia e la Siria. La conquista, scaglionata lungo circa un decennio, comportò alcuni decisivi scontri armati, ma soprat­tutto una serie di razzie e saccheggi a danno dei villaggi e delle campagne. La vittoria finale fu facilitata dall'intervento a fianco dei conquistatori delle tribù arabe che da circa due secoli si erano infiltrate, e talora stabilmente insediate, presso i confini mesopotamici e siro-palestinesi dell'Arabia. Queste tribù, alcune delle quali si erano convertite al cristianesimo, optando o per il nestorianesimo o per il monofisismo a seconda che fossero stanziate in territorio persiano o bizantino, in qualità di vassalle di questi Im­peri si assumevano il compito di difenderne le frontiere e di pro­teggerne le città e i villaggi dai saccheggi dei beduini, che condu­cevano un'esistenza nomadica nei deserti limitrofi.
Recentemente, l'analisi di questa migrazione delle tribù arabe e del loro insediamento nei territori persiano e bizantino ha in­dotto alcuni storici a sostituire la teoria di una conquista islamica fulminea con quella di un processo graduale spalmato su due se­coli: la costante penetrazione del mondo arabo nomade nei paesi caratterizzati da una civiltà stanziale. La disgregazione degli Im­peri persiano e bizantino e il crollo delle loro strutture difensive permisero alle tribù nomadi, unificate dall'islam, di invaderne le campagne e di reclutare per i loro raid, tra gli arabi insediati ai margini della Mesopotamia e della Siria, preziosi aiutanti che ben conoscevano la topografia di quelle regioni.
Alla morte del Profeta, il califfo Abu Bakr organizzò l'invasio­ne della Siria, un progetto che era già stato elaborato da Mao­metto. Radunò le tribù nomadi del Hijaz, del Najd e dello Yemen, e raccomandò ad Abu 'Ubayda, responsabile delle operazioni nel Golan (Palestina), di razziare le campagne ma di astenersi dall'assalire le città, non disponendo di adeguati armamenti.
Così, nella spedizione del 634 l'intera regione di Gaza sino a Ce­sarea fu saccheggiata e devastata. Quattromila contadini - cristiani, ebrei e samaritani -, che avevano difeso le loro terre, furono massacrati. I villaggi del Negev furono depredati da 'Amr ibn al-'As, mentre gli arabi si riversavano nelle campagne, tagliavano le co­municazioni e rendevano pericolosi gli spostamenti. Le città, tra cui Gerusalemme, Gaza, Giaffa, Cesarea, Nablus e Beit She'an, rimaste isolate, chiusero le loro porte. Nella sua omelia natalizia del 634 il patriarca di Gerusalemme Sofronio deplorava l'impossibilità di re­carsi a Betlemme come di consueto poiché i cristiani erano tratte­nuti con la forza a Gerusalemme, «trattenuti non da legami fisici, ma incatenati e paralizzati dal terrore dei saraceni», la cui «spada fe­roce, barbara e grondante sangue» li teneva prigionieri in città.
In Siria i ghassanidi, tribù araba monofisita, si schierarono con i musulmani. Sofronio, nell'omelia pronunciata in occasione dell'E­pifania del 636, si lamentava delle chiese e dei monasteri distrutti, delle città saccheggiate, dei villaggi dati alle fiamme dai nomadi che percorrevano in lungo e in largo il paese, e in una lettera del 636 a Sergio, patriarca di Costantinopoli, menzionava le devastazioni compiute dagli arabi. Nel 639 morirono migliaia di persone, vittime della carestia e della peste conseguenti alle distruzioni. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.48-51)

[…] Le fonti, in particolare quelle siriache e armene, ma anche quelle arabe, ci forniscono preziose informazioni sul processo di degrado delle regioni rurali dell'Impero arabo. Ne emerge che il calo demogra­fico dei popoli dhimmi, il regresso dell'agricoltura, l'abbandono delle campagne e dei villaggi e la progressiva desertificazione di province che, nel periodo preislamico, erano densamente popola­te e fertili, sono tutti fenomeni legati all'immigrazione delle tribù nomadi arabe, berbere (Spagna) e, più tardi, turkmene.
L'avanzata dei nomadi generò insicurezza, spopolamento e ca­restie. Nel 750, nella parte nord-occidentale della Spagna, le razzie dei berberi, l'incendio delle colture e la riduzione in schiavitù de­gli abitanti causarono una carestia tale che i conquistatori dovet­tero tornare nel Maghreb. Nello stesso periodo Palestina e Siria, soggette a una forte colonizzazione araba essendo Damasco sede del califfato omayyade, erano impoverite dalle epidemie conse­guenti alle carestie. Già intorno al 700 i villaggi un tempo fiorenti del Negev erano scomparsi, e alla fine dell'VIII secolo la popola­zione aveva abbandonato la maggior parte delle regioni comprese tra il Sud di Gaza e Hebron per rifugiarsi a Nord, lasciando die­tro di sé chiese e sinagoghe distrutte. Le stesse piaghe - brigan­taggio, guerre tribali, epidemie e carestie - afflissero la Mesopotamia sotto l'ultimo califfo omayyade Marwan II (744-750).

Ecco la spada degli arabi <rivolta> contro di loro; ecco una furia predatoria tale che è impossibile uscire senza essere saccheggiati e spogliati dei propri beni; ecco la carestia che infuria all'interno e al­l'esterno. Se qualcuno entra in casa, vi incontra la fame e la peste; se esce fuori, gli corrono incontro la spada e la prigionia. Ovunque non vi sono che crudele oppressione, dolore straziante, sofferenza e turbamento. (Ivi, p. 140)

Ecco, un po’ di Storia (rigorosamente documentata: andate a leggere il libro e troverete tutte le fonti) che dovrebbe aiutare a sfatare un po’ di leggende: non per i soliti noti imbottiti di propaganda filo terrorista della lobby del petrolio, ma per qualche disinformato in buona fede, se ancora ne esistono, potrà essere di qualche utilità. E anche lui proprio oggi tratta lo stesso tema, quindi correte a leggerlo.

barbara


8 settembre 2009

DI FRONTE AL PANICO, PIETÀ L’È MORTA …

Un paio di guanti di lattice usati abbandonati a terra davanti ad una chiesa. Il funerale nella chiesa deserta, con la madre e altri due parenti che seguono il rito dal fondo della navata. I necrofori che reggono la bara con il viso coperto dalla mascherina. Solo il prete osa avvicinarsi alla bara. Sembra la Milano della peste del Manzoni, ma è quanto successo ieri a Secondigliano, per le esequie del primo morto in Italia di influenza A. Poco importa che l'epidemia non si trasmetta attraverso gli oggetti, quali una bara di legno. Non importa ciò che dice la scienza. E' il panico, l’immagine è quella antica degli untori. E di fronte al panico, pietà l'è morta. Non una notizia da prima pagina, certo, ma un pesante segnale d'allarme, che ci inquieta, come tutto ciò che nasce dalle paure collettive e che le nutre, in un circolo infernale da cui la razionalità e il buon senso non sono mai finora riusciti a difenderci. (Anna Foa)

E non c’è altro da aggiungere.



barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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