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Diario


16 giugno 2009

NICHOLAS WINTON

Sapete chi era? No? Beh, niente paura: ci sono qui io apposta per questo, no?

Nicholas Winton, esempio di umanità, compie 100 anni.

di Baruch Tenembaum*

Nel 1938 Nicholas Winton, nato il 19 maggio del 1909, lavorava come impiegato alla Borsa Valori, nella località inglese di Maidenhead, Berkshire.
Qualche giorno prima del Natale di quell’anno, Winton stava ultimando i dettagli di un viaggio di vacanza in Svizzera. Era giovane, guadagnava bene e poteva permetterselo. Ma una semplice telefonata mandò a monte il suo programma di sciare sulle Alpi. Una telefonata che avrebbe cambiato il corso della sua vita per sempre.
Il suo amico Martin Blake, che lavorava in un comitato di soccorso per rifugiati adulti della Cecoslovacchia, parzialmente invasa dal Terzo Reich, gli chiedeva aiuto.
Winton andò per contro proprio a Praga; prese alloggio all’albergo Sroubeck in Piazza Venceslao, e in capo a qualche giorno di lavoro insieme al suo amico si rese conto che non c’erano piani specifici per salvare le vite dei bambini.
Immediatamente prese contatto con il Refugee Children's Movement (RCM) di Londra, movimento che riuniva ebrei, quaccheri e diversi gruppi di cristiani. La missione di questa organizzazione era di trovare l’alloggiamento e il denaro che il governo britannico pretendeva come garanzia per approvare l’ingresso di rifugiati europei perseguitati dal nazismo in virtù di una legge approvata qualche settimana prima del viaggio di Winton in Cecoslovacchia.
Il 21 novembre 1938, poco dopo il pogrom della Notte dei cristalli, la Camera dei Comuni del Regno Unito aveva approvato una misura che permetteva di accogliere rifugiati minori di diciassette anni a patto che avessero un luogo in cui alloggiare e che depositassero cinquanta sterline (all’incirca 1500 dollari di oggi) per bambino come garanzia per il pagamento del viaggio di ritorno in caso di rientro del rifugiato nel paese d’origine.
Nel giro di nove mesi Winton riuscì a evacuare dalla stazione Wilson di Praga 669 bambini in otto treni diretti a Londra. Fra loro si trovava Karel Reisz, diventato poi regista, autore della premiata pellicola “L’amante del tenente francese”. Oggi si ritiene che siano più di 5000 quelli che vengono chiamati “i bambini Winton”, discendenti di quelli salvati da Nicholas.
Un nono treno con 250 bambini doveva partire il 3 settembre del 1939, se non fosse stato che proprio quel giorno il Regno Unito dichiarò guerra alla Germania. Il treno non lasciò la stazione e i bambini non riapparvero mai più. “Avevamo 250 famiglie che aspettavano i bambini alla stazione di Liverpool Street di Londra. Se il treno fosse partito un giorno prima sarebbe riuscito a compiere il suo tragitto”, raccontò Winton.
Per più di cinque decenni Nicholas Winton non rivelò a nessuno la sua impresa. La storia divenne pubblica quando sua moglie Greta scoprì nella soffitta della sua casa una valigetta che conteneva liste di bambini salvati e lettere dei loro genitori.
Dopo sei decenni la Corona Britannica riconobbe l’azione umanitaria di questo grande uomo, conferendogli il titolo di Cavaliere della Corona. “Ho mantenuto segreto ciò che ho fatto anche con la mia famiglia, e non ne parlerò con nessuno fino a quando non verrà dato l’annuncio ufficiale”, commentò Winton quando seppe che il suo nome figurava nella lista delle onorificenze che la regina pubblica alla fine di ogni anno.
Nicholas Winton compie 100 anni. È un ottimo momento per ricordarlo e celebrarlo.
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*Baruch Tenembaum è il fondatore della Fondazione Raoul Wallenberg, una ONG educativa creata in Argentina (traduzione mia)

The International Raoul Wallenberg Foundation, http://www.raoulwallenberg.net

Tutti conosciamo la vicenda della “Fuga degli angeli”; forse non tutti sanno invece che dietro a questo miracolo c’è un uomo solo, con la sua caparbia volontà di fare quanto in suo potere per salvare degli esseri umani. Ognuno, nelle situazioni che il destino, il caso, la vita, la Provvidenza – ognuno gli dia il nome che preferisce – gli pone di fronte, reagisce a modo suo: chi dice poverini che pena, chi dice sono ebrei quindi cazzi loro, chi dà una volenterosa e solerte mano al carnefice, e chi alza le chiappe. Nicholas Winton si è rimboccato le maniche e ne ha salvati centinaia, che oggi sono diventati migliaia, a dimostrazione concreta del detto talmudico “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Rendiamo dunque onore a Nicholas Winton, e che la sua storia sia di esempio a tutti noi.


Nicholas Winton nel 1939 con uno dei bambini da lui salvati


Arrivo a Londra di un carico di bambini Cechi nel 1939


Nicholas Winton oggi


barbara


9 novembre 2008

KRISTALLNACHT

Era un mattino freddo e nebbioso il 10 novembre 1938; il nostro maestro entrò di corsa in classe, senza fiato, lui, che era sempre calmo e tanto gentile, aveva il viso tutto rosso per l'agitazione e con le mani tremanti fece segno verso la porta gridando: «Bambini, per l’amor del cielo, presto, correte a casa vostra!». Non ricordo come uscii dalla scuola; tutti spingevano e tiravano affollandosi sul portone d'uscita, poi via di corsa. Rimasi ferma lì, in mezzo alla strada, ipnotizzata da quello che vidi: ragazzi della Hitlerjugend nelle loro divise assalivano con bastoni e sassi la nostra scuola, prima rompevano i vetri delle finestre e poi tutto quello che c'era da rompere nelle aule e negli uffici.
Piangevo per il terrore: la mia casa era lontana, non ero mai andata a casa da sola, non sapevo nemmeno come tornare. Poi, non riuscivo a capire cosa volessero quei ragazzi da noi e dalla nostra scuola. Anche loro non erano altro che ragazzi … sì, più grandi di me, ma ragazzi come ero io: che cosa gli avevamo fatto?
Improvvisamente mi sentii afferrare per la mano. A passi veloci, a me sembrava di correre, entrammo in un negozio. Non conoscevo l'uomo che mi aveva trascinata con sé, ma il mio istinto mi disse che voleva aiutarmi, allontanandomi da quei ragazzi impazziti e dalla folla di curiosi. Il negozio era una calzoleria e lo sconosciuto che mi aveva portato lì, un calzolaio tedesco; con l'aiuto della moglie cercò di tranquillizzarmi, ma io, scossa dal gran piangere, non riuscii a tirar fuori una sola parola. Fra i miei quaderni trovarono il mio indirizzo e dopo un'infinità di tempo l'uomo tornò insieme a mio padre: mi calmai solamente fra le sue braccia. Ringraziando quelle brave persone, papà mi prese per mano e mi disse con voce solenne: «Ricordati bene di questo giorno, bambina mia: sembra incredibile fino a che punto un popolo civile come quello tedesco sia potuto arrivare! La mia gioventù l'ho passata a Lipsia; nella guerra mondiale 1914-1918 ho combattuto in prima linea per l'Austria e la Germania sul fronte italiano, sono stato ferito e ho quattro medaglie e adesso, dopo ventisette anni di vita qui a Lipsia, devo vedere questo spettacolo crudele... Dov'è la giustizia?».
Mio padre chiuse la mia manina fredda nella sua grande mano calda e rassicurante e così camminammo per lungo tempo per strade che sembravano bruciare per le fiamme che uscivano da case, negozi e grandi magazzini ebrei, mentre i pompieri cercavano di salvare con le loro pompe d'acqua le case e i negozi non ebrei!
Vandalismo dappertutto: spaccavano con i sassi le vetrine dei negozi; vidi perfino che dalle finestre o dalle vetrine buttavano di tutto, mobili, quadri e altro. Distruzione, furti e disperazione; donne e bambini piangenti... perfino tanti uomini avevano lacrime d'umiliazione negli occhi, non capivano il perché.
Passammo sopra un ponte e vedemmo che sulle due sponde del canale alcune SS costringevano degli ebrei anziani con lunghe barbe a saltare da una riva all'altra. Il canale non era molto largo, ma per gli anziani era uno sforzo eccessivo: tanti cadevano nell'acqua gelata, svenivano; allora venivano rianimati dalle SS e costretti a continuare, ancora e ancora...
Passammo vicino alla grande sinagoga, dove mio padre aveva l'abitudine di andare a pregare, ma che terribile spettacolo ci aspettava lì! Dalla sinagoga uscivano fumo e fiamme; uomini con i vestiti stracciati o bruciati e il volto nero per il fumo uscivano di corsa da quell'inferno, stringendo tra le braccia i libri della Torà: cercavano di salvare quello che avevano di più caro e di più santo, i rotoli scritti a mano, detti libri del Pentateuco. Vedemmo che anche il nostro rabbino correva fra le fiamme. Sembrava che le SS si divertissero, ridevano rumorosamente.
Non riuscivo a capire come degli esseri umani potessero trasformarsi in belve feroci. Era proprio vero quello che era scritto nelle fiabe: c'erano una volta maghi e streghe cattive che trasformavano le persone a loro volontà. Ma dov'erano le buone fate, che venivano a salvare i poveri innocenti? (Regina Zimet-Levy, Al di là del ponte, Garzanti, pp. 35-37)

La notte dei cristalli non è più tornata, ma le sinagoghe incendiate sì, i cimiteri ebraici profanati e devastati sì, gli ebrei aggrediti, picchiati, assassinati per strada, o rapiti e torturati a morte, sì. È accaduto, dunque può accadere, ha detto qualcuno, e infatti continua ad accadere. Cerchiamo almeno di non raccontare a noi stessi che si tratta di storie vecchie. E cerchiamo di non inventarci “buoni motivi” per giustificare gli aggressori: nel 1938 non c’era Israele, e non c’era una causa palestinese, e ciononostante è accaduto.







  
(guardate se non sembrano quelle di Gaza ...)





barbara


3 giugno 2008

VITA DI FAMIGLIA

Che non è una famiglia come tutte le altre, no. Perché qui c’è un papà che per amore – e per senso di giustizia – ha sfidato la propria famiglia e le leggi razziali, ha affrontato la Gestapo e la prigione e la tortura. E c’è una mamma che ha rabbiosamente abbandonato la propria comunità che si era rifiutata di accogliere nel proprio seno un uomo tanto giusto. E c’è una ragazzina capace di scrivere correttamente in inglese e in spagnolo e in ebraico ma non in tedesco, al punto da diventare lo zimbello della classe per la quantità e l’enormità dei suoi errori di ortografia. E c’è una nonna costretta ad assumersi il compito di trasmettere l’ebraismo alle proprie nipoti, visto che la mamma non ne vuole sapere. E c’è una zia che proprio non riesce a digerire che la Germania, con la scusa del risarcimento, debba dare un sacco dei propri soldi agli ebrei. E ci sono i ricordi e i rimpianti e i rancori, visti attraverso gli occhi della figlia minore, mescolati alle esperienze quotidiane e ai pensieri e ai sogni e alle elucubrazioni e alle fantasie. E c’è il microcosmo dei vicini, nei confronti dei quali sempre rimane sospesa la fatidica domanda: che cosa facevano allora? Da che parte stavano? Salvo per qualcuno di cui si sa fin troppo bene da che parte stava e che cosa faceva. E ci sono le vecchie signore di Theresienstadt, e i soldi che non bastano e il ripudio di Soraya e le pettinature cotonate e una signora che suona il piano e la drammatica foto di una bambina dai tratti orientali che corre nuda urlando di dolore e di terrore e di disperazione e la tragica constatazione che anche loro, i liberatori, i salvatori, possono fare cose brutte, e la guerra dei Sei giorni e questo piccolo, fragile Paese in pericolo e la disinformazione che da subito comincia a farsi strada fra le notizie e amicizie che si spezzano. In breve: un libro ricco e intenso, da leggere e da godere, dalla prima all’ultima pagina.

Viola Roggenkamp, Vita di famiglia, Mondadori



barbara

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