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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 dicembre 2011

SEFARAD

È un libro che racconta di viaggi, Sefarad. E di persone incontrate durante i viaggi. E di racconti ascoltati durante i viaggi dalle persone incontrate durante i viaggi. E di libri letti durante i viaggi e dei racconti che vi si sono letti e dei ricordi di altri viaggi che tali racconti hanno evocato, e questi racconti di racconti sono talmente forti che te li senti scivolare sotto la pelle, penetrare nella carne, scorrere nelle vene, pizzicare i nervi uno per uno. E poi ancora altri viaggi, quei treni che attraversavano la notte dell’Europa, e anche quelle auto, corvi le chiamavano, che attraversavano le notti di Mosca. E nomi noti: Kafka, Milena... E nomi sconosciuti, perché sono milioni, quei nomi, e chi mai li potrebbe conoscere tutti. E poi ancora volti e occhi e tragedie e lettere e storie e incontri e una malattia che non si può pronunciare e una conchiglia bianca e la vita e la morte e l’orrore e le attese, di un bussare alla porta o di stivali chiodati o di una diagnosi o di un’alba che non arriva mai; e un libro pubblicato a Londra, rivenduto a Oslo, comprato in Virginia e letto a Madrid per conoscere la storia di un tedesco condannato a morte in Russia e assassinato in Francia. E la vertigine che ti coglie a tratti, e la tua mano si allunga ad afferrare la sponda del letto, o la gamba della sedia, o, se altro non c’è, la stoffa del vestito, e serrarla forte per non precipitare.
E man mano che leggevo mi segnavo pagine, questa la metto, e anche questa... e questa... Alla fine mi sono accorta che per mettere qui tutte le pagine degne di nota, tutte quelle che tolgono il respiro, tutte quelle che rileggi quattro volte di fila per assaporarne ogni sillaba, avrei dovuto tirare giù almeno tre quarti di libro. E allora le ho tolte tutte e ne ho lasciata una sola. Questa.

La città più bella del mondo, mi creda, il fiume più maestoso, né il Tamigi né il Tevere né la Senna gli si possono paragonare, il Duna, non ho mai imparato a chiamarlo Danubio. Un esempio di civiltà, così credevamo, finché non si scatenarono quelle belve, no, non solo i tedeschi, mi riferisco agli ungheresi, che non avevano bisogno di essere aizzati per agire con una ferocia inaudita, le Croci Frecciate, i segugi di Eichmann e Himmler, persone che abitavano vicino a noi, gente che parlava la nostra lingua, quella che io ho quasi dimenticato, soprattutto perché mio padre non voleva che la usassimo nemmeno fra noi, gli unici sopravvissuti della nostra famiglia, soli qui a Tangeri, con il nostro passaporto spagnolo, la nuova identità che ci aveva permesso di uscire dall'Europa dove mio padre non volle più tornare, l'Europa che amava e di cui andava fiero, Brahms, Schubert, Rilke e tutto quel ciarpame da snob che poi ripudiò per diventare ciò che comunque non era, un ebreo custode della Legge, scostante con i gentili, proprio lui, che non ci portava mai alla sinagoga e non osservava le festività, lui che parlava francese, inglese, italiano e tedesco ma di ebraico conosceva appena qualche parola e un paio di ninnenanne in ebraico spagnolo - e in effetti gli piaceva sottolineare questa nostra origine quando vivevamo a Budapest. Sefarad era il nome della nostra patria, benché ne fossimo stati scacciati da più di quattro secoli. Mi raccontava che la famiglia aveva custodito per generazioni la chiave della dimora dei nostri avi di Toledo, e mi parlava dei loro spostamenti come se si trattasse di una sola vita durata quasi cinquecento anni. Eravamo emigrati nel nord dell'Africa, poi alcuni di noi si erano stabiliti a Salonicco, altri a Istanbul, dove avevamo portato le prime tipografie, e nell'Ottocento eravamo arrivati in Bulgaria, finché, all’inizio del Novecento, mio nonno paterno, che si dedicava al commercio del grano nei porti sul Danubio, si stabilì a Budapest e sposò una ragazza di buona famiglia, perché all'epoca i sefarditi si consideravano superiori agli ebrei orientali, askenaziti poveri dei villaggi polacchi e ucraini, le vittime dei pogrom russi. Noi eravamo spagnoli, diceva mio padre nel suo plurale orgoglioso. Lei sapeva che un decreto del 1924 ha restituito la nazionalità spagnola ai sefarditi?

(Sì, io lo sapevo. È stato giocando su quel decreto che Sanz Briz prima e Perlasca poi hanno emesso migliaia di documenti che hanno salvato la vita ad altrettanti ebrei ungheresi).

Antonio Muñoz Molina, Sefarad, Mondadori

 

barbara


9 giugno 2010

TEMPESTA TRA LE PALME

«Perché voi non avete paura?» [...]
«Nuri, sai quanti anni ho?».

«Siete vicino ai settanta».
Il nonno si lisciò i baffoni con le mani pelose.
«Ecco il tuo errore, saputello. Io ne ho duemila».
Il viso di Nuri si fece triste: «Nonno, vi ho fatto una domanda seria».
«E io ti ho dato una risposta seria. Per questo tu hai paura e io non temo nulla. Non sto parlando della paura delle ruote di una macchina che ti investono o del coltello di un ladro. Ti sto parlando di quell'altra paura che ti preoccupa, la paura dell'annientamento. Io ho duemila anni. Sai quante volte stavano per uccidermi e quante volte hanno tramato per sopprimermi da quando ho lasciato le rovine di Geru­salemme?».
«Molte volte!» gridò Salman trionfante.
«Capisci, Nuri? Mi hanno fiaccato in Egitto e ora qui
vogliono finirmi. Mi hanno massacrato a Gerusalemme, di­cevano che mi avrebbero annientato in Babilonia e in Per­sia, in Spagna e in tutta l'Europa. Per secoli hanno sparso il mio sangue. Proprio in questo momento Hitler mi sta dilaniando le carni. Centinaia di volte mi hanno ucciso e ciononostante me ne sto seduto qui a godermi questa gu­stosa bamyah. Capisci?».
Nuri annuì.
Il nonno proseguì: «Possono uccidere Nuri in qualun­que momento, ma l'ebreo che c'è in te e che loro vogliono annientare continuerà a vivere per sempre. Per sempre».

C’era una volta Baghdad. E c’erano i quartieri di Baghdad. E c’era il cielo di Baghdad. E c’erano le palme di Baghdad. E c’era la gente di Baghdad. E c’erano gli ebrei di Baghdad.



Oggi Baghdad c’è ancora. E i quartieri di Baghdad ci sono ancora. E il cielo di Baghdad c’è ancora. E le palme di Baghdad ci sono ancora. E la gente di Baghdad c’è ancora. Gli ebrei di Baghdad invece no, quelli non ci sono più: in parte massacrati, in parte fuggiti.
Questo che vi sto presentando è un romanzo, ma scritto – e si sente – da uno che il pogrom Farhud lo ha visto con i propri occhi, e vissuto sulla propria pelle, e tutto l’orrore provato rivive in queste pagine. Orrore, e terrore, e dolore immenso. E tuttavia non disperazione, perché, sì, aveva ragione il nonno: di ebrei ne hanno sterminati tanti, ma “l’ebreo” continua a vivere. E per sempre continuerà.

Sami Michael, Tempesta tra le palme, Giuntina



barbara


12 maggio 2010

SÌ, LO SO, LO SO, L’ISLAM NON C’ENTRA NIENTE

 «Torturati, messi in fuga, ora esuli» l’odissea Ryadh, fabbro a Baghdad, è stato seviziato con la moglie, e ha visto distrutti la casa e la bottega

DI NELLO SCAVO

Ryadh si risvegliò dal coma dopo tre gior­ni. La testa cucita, le lenzuola sporche di sangue, gli arti fasciati. Solo allora il fabbro cattolico di Baghdad realizzò che le minacce di u­na settimana prima erano anche per lui: «Via i cristia­ni. Per sempre». Due giorni dopo era in fuga verso la Si­ria. Mille chilometri di de­serto, a tutto gas insieme al­la moglie Shoua e alle due bimbe di sette e due anni. Correvano come inseguiti dai fantasmi di mille mat­tanze. «Il venerdì esplodeva­no le moschee, la domenica le chiese», ricorda la donna. Ryadh era finito in ospedale dopo due ore di torture sot­to gli occhi di Shoua, a sua volta in balia di sette uomi­ni in tuta nera e viso coper­to. «Non piangevo per quel­lo che mi facevano, né per le sigarette che mi spegneva­no addosso. Ero disperata per quello che stavano fa­cendo a lui e per le nostre bambine». Uno dei milizia­ni gliele aveva strappate dal­le braccia. Mentre le trasci­nava fuori casa, fece con le mani quel gesto che già per undici volte aveva portato il lutto tra i parenti più stretti: «Si passò un dito sulla gola, da parte a parte».

A Ryadh risvegliarsi dalle percosse e vedere accanto ai medici le due piccole in braccio a Shoua dev’essere sembrato un miracolo. Era il 2008, lui aveva 31 anni, lei 26. Nel bagagliaio pochi ve­stiti e neanche una foto: né della casa prima della razzia, o della chiesa nel giorno del battesimo della primogeni­ta, né di lui che picchia sul­l’incudine e neanche di Shoua, mai col velo, nel suo salone da parrucchiera. La bottega di fabbro verrà pol­verizzata da due granate sparate dai mujaheddin, il negozio per signora assalta­to e distrutto mentre le clien­ti scappavano urlando come pazze. Restava però un pic­colo tesoro accumulato ne­gli anni: 40mila dollari. Mai avrebbero pensato di dover­li usare fino all’ultimo bi­glietto per pagare l’odissea attraverso la Siria, il Libano e infine su un peschereccio con altri immigrati. Sbarca­rono il 27 agosto 2008 in mezzo ai bagnanti di Roc­cella Jonica. «Non sapevamo di poter chiedere asilo poli­tico, così dopo alcuni giorni siamo ripartiti diretti in Sve­zia, dove vivono alcuni no­stri parenti, attraverso la Francia e la Germania». Le autorità di Stoccolma non ne hanno voluto sapere. Re­spinti. Non restava che la Ca­labria.

«All’inizio eravamo dispia­ciuti di dover tornare qui. L’I­talia era stata una delusione. Quando eravamo sulla bar­ca – ricorda Ryadh – dicevo a mia moglie che eravamo fortunati ad essere ancora vi­vi, salvi e finalmente a poche ore dal più importante Pae­se cattolico del mondo, quel­lo di Roma e del Papa». Una terra promessa. Shoua già si vedeva a pettinare le belle si­gnore italiane viste sui canali satellitari. Più di ogni altra cosa immaginavano la do­menica. «Prepararsi per u­scire di casa, e con le bimbe andare a Messa senza pau­ra ». Da nove mesi sono ospiti della piccola e cordiale Cau­lonia, in quella Calabria che sembra così lontana da Ro­sarno. Il sindaco Ilario Am­mendolia, che ha fatto di questo borgo sul mare un approdo sicuro per oltre un centinaio di rifugiati, ha con­cesso una borsa lavoro. «Po­chi soldi, 650 euro, per una breve occupazione in un ri­storante locale. Di più non riusciamo a fare, anche se questa famiglia meriterebbe ben altra sistemazione». Shoua e Ryadh non chiedo­no nulla. È già tanto potersi raccontare. «Certo che se qualcuno si facesse avanti con qualche offerta di lavo­ro – spera Ammendolia – noi per primi saremmo felici».

Ogni giorno la giovane cop­pia trova un momento per pregare: «Chiediamo a Dio di portare la pace nel cuore degli uomini di ogni religio­ne, perché non succeda ad altri ciò che è accaduto a noi». Ryadh non sorride quasi mai. Non è questo il domani che un padre può volere per i propri figli. Quel giovedì sera di due anni fa forse gli sarebbe bastato ar­rendersi e presentarsi scal­zo in moschea il mattino do­po, per la preghiera del ve­nerdì. «Questo mai. Sono cristiano, cattolico – scandi­sce spalleggiato da Shoua –. Lo erano i nostri genitori, lo sono i nostri figli. Siamo sta­ti cacciati a causa della no­stra fede, ma non siamo i so­li. In Iraq soffrono anche i musulmani».

Chissà se riusciranno un giorno a rivedere Baghdad. «Senza protezione – temo­no –, i cristiani sopravvis­suti non potranno svolgere una vita normale». A co­minciare dal recarsi senza paura da un fabbro o da u­na parrucchiera.



Ecco, come tutti potete ben vedere, l’islam è una religione di pace, predica e pratica l’amore universale – e se mai qualcuno ne avesse dubitato qui ne può trovare la prova documentale - e chi lo nega è un bieco e abbietto razzista islamofobo, seminatore di zizzania, fomentatore di scontri di civiltà, guerrafondaio e, naturalmente (NATURALMENTE!) al soldo della famigerata lobby giudaico-sionista.
E a proposito della suddetta famigerata lobby, dovete NATURALMENTE come al solito andare a leggere uno, due, tre, quattro e cinque.

barbara


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7 aprile 2009

“E LO RACCONTERAI AI TUOI FIGLI”

Questa storia è stata tramandata oralmente di padre in figlio per secoli e ha visto la luce attraverso la penna del Dr. Leon Cohen Bello, un discendente di ebrei che vivevano in Spagna (Sefarad).
Oggi è il giorno 16 della luna nuova di marzo. La luna è ancora alta, i rumori della notte sono ancora sussurri, che esploderanno all'alba. Io, Don José Manuel de la Santa Trinidad Mejia y Rojas, contemplo la notte che sta partorendo il giorno della Pasqua ebraica.
Il mio nome non è casuale, dal momento che trascino quelli che furono imposti ai nuovi cristiani, più el Rojas, una inversione delle lettere di SAJOR (nero, in ebraico), e Mejia che è una derivazione di Messia, però questa cosa è molto nascosta e molto privata, altrimenti la disgrazia cadrebbe su di me e sulla mia amata famiglia.
Appartengo a quelli chiamati “marrani” dalla santa Chiesa, e devo fare tutto il possibile per dimostrare la mia fede cristiana. Di fatto mio fratello frate Pedro apostolo Rojas y Mejías è sacrestano, ed è quello che si è sacrificato di più, giacché non solo deve vivere una vita di ipocrisia e di negazione della sua fede, ma si è anche condannato ad essere un tronco senza frutti e senza semi per l’”onore” della sua chiesa.
Oggi dovrò andare a messa con i miei, e vedrò mio fratello quando metterà l’ostia nelle nostre bocche, sapendo che lo facciamo spinti dalle circostanze, poiché ne va della nostra vita.
Poi Pedro verrà a dorso di asino fino al podere, e presso la riva del fiume colpiremo le acque con bacchette di salice, ricordando il nostro patriarca Mosè nel deserto.
Non so bene perché lo faccio, ma c’è qualcosa di molto profondo in me che mi porta a farlo. Forse sarà il rispetto per i miei antenati. Però no, è qualcosa che nasce da me più che da loro, per amore, più che per dovere.
Ho un podere dove faccio carne salata e conciatura di cuoio. Poiché ho bisogno di molto personale, sono solito frequentare le aste di schiavi. Lì il mio servo, il mulatto Lucas, di cui nessuno potrebbe sospettare un’origine marrana (infatti non ce l’ha), si avvicina a guardare quei poveri sventurati, e fingendo di ispezionare bocca e udito dice loro a bassa voce lo “shemà Israel” (ascolta Israele), al che molti rispondono attoniti e confusi per l’emozione.
Questi sono gli schiavi che compro per la mia azienda, e specialmente quelli portati dal Portogallo e dal Brasile rispondono positivamente alla parola d’ordine.
Oggi, notte di Pasqua, tutti questi “schiavi” che lavorano con me sanno che saranno liberati da ogni impegno, perché dopo aver narrato della nostra schiavitù in Egitto diremo:
Ora siamo liberi! Benché sappia che ancora non lo siamo, “compero” anche dei gruppi che i pirati vendono senza passare per alcun mercato, e questi sono quelli sospettati di giudaizzare che venivano portati davanti al tribunale della Santa Inquisizione di Spagna e che i corsari catturano in alto mare. Per poter affrontare questi “acquisti” mi aiutano membri della famiglia Sacerdote (Cohen) e Viel (inversione di lettere di Levi), che si trovano nella mia stessa condizione.
Durante la settimana bruciamo molta farina nei forni perché nessuno sospetti che non mangiamo pane, mia moglie ha fatto “scivolare” fra tante infornate qualche tavoletta di “pane magro” che ha poi ritirato senza farsi vedere e conservato gelosamente nella cantina della casa, allo scopo di avere matzà (pane azzimo) per la notte.
Io mi occupo personalmente del gregge di agnelli, per il quale scelgo animali senza alcun difetto, prendo coltelli senza tacche e dopo averli uccisi metto la carne in acqua e sale senza dimenticare di strisciare, “come per distrazione”, i coltelli insanguinati sugli stipiti delle porte, come facevano i miei antenati. Vorrei accompagnare questo con le benedizioni appropriate, ma non le ho mai sapute. Spero che le mie preghiere siano udite ugualmente.
Già si avvicina l’ora della cena. Pedro cerca nel doppio fondo del cappuccio un libro molto antico che io non so leggere, ma mio fratello sì, e l’ha a sua volta insegnato a mio figlio. Mando Lucas al pozzo, e con il pretesto di versare calce, scende col sacco fino alla seconda scala dove è nascosta una coppa lavorata, uno scialle di preghiera e delle piccole calotte con la stella di David.
Ho anche un pezzo di pergamena che ho trovato in una vecchia cassa di famiglia e poiché credo che sia scritto in ebraico lo tengo nascosto finché non me lo tradurranno. Scendo in cantina. L’odore forte dei cuoi e del “charqui” mi impregna le narici, e la tavola della salatura è coperta da una tovaglia di lino bianco, la coppa splendente piena di vino e il pane della povertà di fronte alla sedia a capotavola.
Abbiamo tutti paura e angoscia, mio fratello Pedro è trasformato, gli brillano gli occhi perché sta piangendo, il mio figlio maggiore con una kippà rossa mi guarda con amore e timore.
Ahi, figlio! Se potessi proteggerti dal rischio a cui ti espongo! Ma so che non posso, per cui mi assale la colpa. Questa svanisce all’udire parole che non comprendo, ma con una melodia che risveglia in me ricordi di esperienze che non ho vissuto.
Mio figlio si alza e canta alcune poche frasi in una lingua sconosciuta a me e ai miei invitati. Ciononostante all’udirla tutti cominciamo a piangere. Mio fratello – oggi, senza il suo crocefisso, sembra liberato da un giogo oppressore – si alza, mi copre con il vecchio scialle con le frange che ignoro a chi sia appartenuto, ma nell’avvolgermi in esso sento uno strano calore in tutto ilmio essere.
D*o onnipotente, perché non possiamo sentire questo sempre? Perché dobbiamo mentire ogni giorno sulla nostra fede? Quanti di noi seguiranno le tue vie e quanti si allontaneranno per sempre dal tuo sentiero? Volesse il cielo che potessi vedere un futuro popolato di fratelli che si mostrano liberamente come ebrei, figli del tuo popolo eletto.
Ci invade il silenzio. Tutti piangiamo in questa festa, che dovrebbe essere di allegria per la libertà raggiunta. Chiedo a mio fratello che mi traduca la vecchia pergamena. La stende e con difficoltà legge le lettere che il tempo cancella. Ma il loro contenuto risalta, e legge ad alta voce.
Avadim ahinu ve atá bnei chorim, baruch atah adonay eloheinu, sheecheianu ve kimanu ve higuianu la zman hazéh. Fummo schiavi e ora siamo liberi, sii benedetto che ci permettesti di vivere per giungere ad avvicinarci a questo momento.
Voglia D*o che in un futuro non lontano i miei figli e i loro figli possano vivere una pasqua in libertà, così sentita come questa “nostra pasqua marrana”.
(traduzione mia)

HAG PESACH SAMEACH



e ... l’anno prossimo a Gerusalemme!

barbara


17 novembre 2008

PANCHEN LAMA OSTAGGIO DI PECHINO

                                                             

L
a pubblicazione di quest'opera molto documentata viene op­portunamente a ricordare, a quanti l'avessero già dimenticata, la sorte iniqua toccata a un bambino di soli otto anni.
Infatti, al di là del suo interesse storico, questo libro, che nar­ra l'evoluzione dei due più importanti lignaggi di maestri spiri­tuali del Tibet, quello dei Dalai Lama e quello dei Panchen La­ma, vuole giustamente stigmatizzare l'intollerabile situazione in cui versa un fanciullo, attualmente tenuto prigioniero per moti­vi politici il cui fine è l'annientamento della civiltà e della cul­tura tibetane.
La vicenda di questo bambino rivela un gran numero di pa­radossi.
Innanzi tutto si scopre che uno Stato ateo, la Cina comuni­sta, si proclama unico competente nella scelta e nella nomina dei «Buddha viventi». Sia chiaro, non si tratta di una brusca con­versione dei signori di Pechino ai valori dello spirito. L'intento è al contrario quello di sradicare dal Tibet il buddhismo, consi­derato inscindibile dal «separatismo», o almeno di controllar­lo. Per questo motivo, Pechino, con una terminologia da Rivo­luzione Culturale, proclama di voler «schiacciare la testa del ser­pente», vale a dire quella del supremo capo spirituale e tempo­rale tibetano, il Dalai Lama.
Riassumiamo i fatti così come sono elencati in quest'opera, che punto per punto smentisce la versione cinese opponendovi la verità dei tibetani.
Nel 1989, il decimo Panchen Lama, seconda autorità del buddhismo tibetano, muore. Immediatamente inizia la ricerca del suo successore (il bambino in cui si sarebbe reincarnato secondo la credenza propria del buddhismo)... con la «benedizio­ne» di Pechino. La posta è alta: è in gioco l'avvenire stesso del Tibet, perché il Panchen Lama dovrà a sua volta designare e poi educare il successore dell'attuale Dalai Lama.
Il 14 maggio 1995, quest'ultimo, conformemente ai suoi do­veri e seguendo rituali plurisecolari, riconosce come undicesi­mo Panchen Lama un ragazzino di sei anni originario di una povera famiglia nomade, Gedhun Choekyi Nyima. La Cina, non potendo accettare l'intervento di una persona cui nega ormai ogni competenza spirituale, rapisce il bambino con i suoi famigliari e, dopo una finta estrazione a sorte in un'urna d'oro, insedia in sua vece un altro bambino della stessa età e dello stesso villag­gio. Da quel giorno nessuno ha più visto né sentito il piccolo Gedhun.
Parallelamente, una dura campagna di persecuzione religio­sa (ipocritamente chiamata «rieducazione») si abbatte ancora una volta sul Tibet e sui monasteri. Le foto del Dalai Lama vengo­no proibite, e i monaci sono obbligati ad accettare come Panchen Lama il bambino scelto da Pechino e a rinnegare definitivamente l'autorità spirituale del Dalai Lama. Arresti, chiusure di mona­steri, morti, fughe, esili... Le conseguenze, purtroppo, sono no­te. Sono le stesse da molto tempo.
Secondo paradosso, il silenzio dell'Occidente. Il paese più po­poloso della Terra, membro permanente del Consiglio di sicu­rezza delle Nazioni Unite, firmatario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e della Convenzione internaziona­le dei diritti del fanciullo, fa sparire sotto gli occhi del mondo un piccolo di sei anni senza che alcuna protesta ufficiale si levi. Ci rifiutiamo di credere che la paura della Cina o gli interessi commerciali si siano interamente sostituiti ai più elementari doveri umani, alle più semplici virtù e al rispetto che si deve al­la persona umana. Sarà allora che questa vicenda è troppo com­plessa, troppo estranea alla nostra sensibilità?
Se anche così fosse, oltre al fatto che ogni cultura e ogni au­tentica spiritualità sono degne di rispetto, oltre al fatto che me­ritano tanto più la nostra attenzione in quanto vittime di un ter­ribile genocidio, un aspetto fondamentale dovrebbe imporsi su tutti gli altri. Protagonista di questa storia è un bambino la cui sola colpa è essere nato; un bambino che ha già vissuto più di due anni della sua breve esistenza sequestrato dai cinesi; un bam­bino privato della sua infanzia che, a causa di una pretesa ra­gion di Stato, è diventato «il più giovane prigioniero politico del mondo». Questa sola definizione dovrebbe essere sufficien­te a suscitare l'indignazione generale.
Tanto più che questo bambino, il cui silenzio ci soffoca, ha qualcosa di importantissimo da dirci.
Ci dice che attraverso lui è possibile leggere la storia di tutti i bambini oppressi della Terra.
Come pretendere, infatti, di far rispettare il diritto interna­zionale, come sperare di far progredire i valori fondamentali del­la morale riguardo a questi milioni di bambini che, ovunque, so­no sfruttati, percossi, violentati, uccisi, se non si è capaci di occuparsi subito del più conosciuto tra loro, vittima di un evi­dente e grossolano terrorismo di Stato? Questo non è solo un dramma individuale, è un caso esemplare, una questione di cre­dibilità in cui viene sollecitata la nostra responsabilità di «te­stimoni». (dalla prefazione)

Undici anni sono passati da quando è stato scritto questo libro e tredici da quando il piccolo Panchen Lama è stato rapito; fra cinque mesi Gedhun compirà vent’anni, e nessuno ancora sa dove sia.
Assolutamente da leggere questa mirabile ricostruzione della storia del Tibet e della tragedia che lo attanaglia – anche perché almeno tre quarti delle informazioni che vi si trovano sono del tutto sconosciute anche ai più informati tra di noi.

Gilles van Gradsdorff – Edgar Tag, Panchen Lama ostaggio di Pechino, Sperling & Kupfer



barbara


23 agosto 2008

AL DI LÀ DEL PONTE

Al di là del ponte c’è il mondo. Quello in cui i carabinieri, anziché a ladri e assassini, danno la caccia a donne e bambini ebrei. Quello in cui si organizzano trasporti per mandare gli ebrei a morire lontano. Quello in cui la barbarie regna sovrana. Al di qua del ponte invece c’è una famiglia di povera gente che ogni giorno, ogni ora, ogni istante, per diciotto mesi, rischia la vita per tenere nascosti quegli stessi ebrei a cui i carabinieri, al di là del ponte, danno la caccia per monti e per valli. Dividendo con loro lo scarsissimo pane e ogni altro bene.
Regina è solo una bambina, ma la sua capacità di osservazione è grande, e con l’aiuto degli appunti presi all’epoca riesce a restituirci vivo il ricordo di quei giorni, la paura, la fame, le fughe, i bombardamenti, la lotta partigiana, gli eroismi e le infamie, oltre a regalarci un vivido quadro di quel capolavoro di umanità che è stato – non certo nelle intenzioni di chi lo ha creato, ma sicuramente nelle azioni di chi lo ha diretto – il campo di concentramento di Ferramonti.

Regina Zimet-Levy, Al di là del ponte, Garzanti



barbara


29 giugno 2008

LIBANO, LA RESISTENZA DEI CRISTIANI

Ogni tanto qualcuno si accorge che esistono anche loro, e che anche di loro vale forse la pena diparlare. Lo ha fatto Lorenzo Cremonesi in questo articolo uscito sull’ultimo numero di Magazine del Corriere della Sera.

L’entrata della grotta è ben visibile sulla parete stra­
piombante e friabile al fianco della montagna. Come una gigantesca ferita nera a incidere il gial­lo e grigio del calcare, che delimita la "valle santa" di Qadisha nel cuore delle più alte cime libanesi. «Ecco, vedete. Là abbiamo trovato ot­to mummie delle martiri cristiane. Tre bambi­ne e cinque donne adulte, fuggite otto secoli fa alla furia dei mammalucchi che le volevano vio­lentare e uccidere, come avevano fatto in quasi tutti i villaggi della regione. Vi erano scappate attraverso una galleria lun­ga non meno di due chilometri. I musulmani non riusciro­no a prenderle, provarono perfino a inondare la grotta de­viando il corso dei ruscelli, allora le murarono vive». Clemence Helou punta il dito verso l'altra parte della valle, poi mostra sulla cartina disegnata sul muro della piccola cappella del mo­nastero di Qannoubine i villaggi «vittime della furia musulmana sino a non molti decenni orsono». Ha settantasette anni, da oltre mezzo secolo è monaca dell'ordine delle An­tonine, eppure quando racconta della lunga serie di "marti­ri maroniti" sembra ringiovanire. «Perché le nuove genera­zioni devono conoscere, capire il nostro passato di fautori del­l'identità libanese. Specie oggi che noi cristiani in Medio Oriente siamo sempre più minacciati». Procede a tentoni nel­l'ala in restauro delle grotte per indicare l'antro che, dal 375 dopo Cristo, fu adibito a chiesa. Sotto la volta annerita dal fu­mo delle torce e dai fuochi di infiniti bivacchi, arriva alla gal­leria scavata nella roccia per «nascondere i nostri patriarchi quando gli arabi cercavano di rapirli». E mostra le porte bas­se, «dove i cavalli degli invasori non potevano passare». Lei parla e decine di giovani stanno ad ascoltare: vestiti da trekking, le magliette sudate, borracce d'acqua nello zainetto e scarpe da tennis. Oltre quattrocento nei weekend, almeno mille alla settimana. E adesso, dopo che a inizio maggio le milizie di Hezbollah hanno riproposto il fantasma della guer­ra civile, anche molti di più. Si sentono più insicuri che non durante i 34 giorni di bombardamenti israeliani due anni fa. La minaccia interna fa più paura di quella esterna. Ed è come se nel passato cercassero una risposta, un appiglio, alle incertezze del futuro. Un fenomeno nuovo e in crescita questo del pellegrinaggio a Qadisha, aumentato dalla fine de­gli anni Novanta. Sino ad allora i luoghi santi della tradizione maronita erano quasi spariti sotto la vegetazione, le frane, la polvere del tempo, e della dimenticanza. Monasteri, cappel­le e grotte dei primi cenobiti trasformati in ovili, ricoveri per le bestie; dipinti scrostati e semi-cancellati dall'umidità; terrazzamenti agricoli abbandonati; i ruscelli inquinati dal­le fogne a ciclo aperto dei villaggi più alti. Fu solo ben do­po la fine dei 15 anni di guerra civile che venne avviata l'o­pera di restauro e riscoperta della storia antica. L'avevano ben detto nelle basiliche di Ashrafie, il maggior quartiere cristiano di Beirut, e sulla collina di Jounieh alla se­de del patriarcato: «Per capire l'animo maronita occorre sa­lire dove da oltre un millennio si sono rifugiati i suoi capi spi­rituali quando dal mare arrivavano le navi musulmane. Là nel­la valle dei cedri, tra i monasteri, sotto il villaggio di Bcharre, dove è la roccaforte delle Forze Libanesi». Due ore d'au­to dalla capitale e almeno altrettante di marcia a piedi.

LA PAURA DELLA GUERRA CIVILE
Tra le volte imbiancate di fresco, i dipinti restaurati dell'e­
poca crociata e quelli più tardi ripresi dalla tradizione greco-ortodossa, madre Clernence ricorda a chi vuole ascoltarla che «sempre i musulmani hanno cercato di annientarci. Una volta gli ottomani, poi i sunniti alleati con l'Olp e oggi gli sciiti di Hezbollah». Morale: «Soltanto un'identità religio­sa e comunitaria forte garantisce la convivenza su di un pie­de di parità con le altre confessioni».
Ma il cristianesimo libanese, pur se sulla difensiva, spaventa­
to, assottigliato dall'emigrazione (sembra che su 8 milioni di residenti all'estero, almeno 5 siano cristiani) resta diviso al suo interno e certamente ben lontano dall'appiattirsi sulle nostal­gie per i monaci di Qadisha. Unico elemento che davvero accomuna tutte le Chiese è quello dì evitare la ricostru­zione delle milizie, fare di tut­to per non tornare alla spirale della guerra civile. «Tradizionalmente ci sono due correnti principali. I maroniti della montagna, da sempre la netta maggioranza, però chiusi in se stessi, confessio­nali, arroganti e violenti come il clan Gemayel e l'attuale lea­der delle Forze Libanesi, Sarnir Geagea, che si è fatto ben 11 anni di carcere duro controllato dai filo-siriani. E invece i gre­ci ortodossi, circa il 25 per cento dei cristiani, attestati sulle città della costa, molto più aperti al mondo, discendenti del mercantilismo cosmopolita fenicio e bizantino, consapevoli di dover trovare un compromesso con gli arabi, con la Siria, e sem­mai propensi ad abbracciare il principio dello Stato laico al di sopra degli interessi delle diverse comunità particolari. Il problema è che, se i cristiani sono divisi tra loro, sciiti e sun­niti appaiono molto più monolitici e rispettivamente legati ai poteri forti che dettano legge a Teheran e Riad», sostiene pes­simista lo scrittore Elias Khouri, figlio di una nota famiglia greco-ortodossa, da sedici anni direttore del supplemento culturale del quotidiano Al Nahar. L'ultimo censimento na­zionale risale al 1932. Da allora il tema dei rapporti demografici con sciti e sunniti è diven­tato via via sempre più un tabù.
Ma si valuta che i maroniti dal 28,8 per cento della po­polazione di allora siano scesi oggi a meno del 20 per cento su poco più di 4 milio­ni di abitanti. E i cristiani, se­condo i dati elettorali più re­centi, appaiono divisi tra al­meno la metà seguaci del ge­nerale Michel Aoun pro-siriano e quaranta per cento fieri oppositori. «Un dato co­munque destinato a cambiare presto. La recente nomina del­l'ex capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Michel Suleiman, a presidente dello Stato spiazza Aoun, che alle elezioni previste per il maggio 2009 subirà una clamorosa sconfitta. I cristiani sono destinati a tornare in massa nel fronte anti-siriano guidato da Geagea», osservano a L'Orient Lejour, il quotidia­no di Beirut in lingua francese.
È la fine delle speranze di riscatto rilan­ciate dal movimento del "14 marzo" 2005 in risposta all'assassinio del leader sunnita Rafiq Hariri. «Hez­bollah sta facendo le prove generali in vista del prossimo col­po di Stato. E ad averne paura non siamo solo noi cristiani, ma soprattutto i sunniti, che come noi sono disarmati. Si di­ce addirittura che tra i nostri giovani ci sia chi vorrebbe ricostruire le milizie», dice Giselle Khouri, nota giornalista del­le televisioni locali e vedova di Samir Kassir, l'intellettuale di punta del movimen­to anti-siriano assassinato tre anni fa. Una voce tutto sommato solitaria la sua. Persino a Bcharre e a Qannoubine i leader dei gruppi giovanili figli dei fondatori delle Forze Libanesi continuano a ripetere che non intendono tornare alla logica della guerra. «Non siamo noi che dobbiamo armarci, ma Hezbollah che deve disarma­re», dice anche un vecchio falangista che partecipò ai massacri dei campi palestinesi di Sabra e Chatila nel 1982. Ma Giselle non ne è convinta: «L'8 maggio gli estre­misti sciiti a Beirut stavano per attaccare il quartiere cristiano di Ein Romane. Poi si diffuse la voce che Geagea vi stava in­viando 2.000 giovani falangisti e non av­venne nulla. Non era vero. Ma bastò il sospetto che i cristiani fossero pronti a difendersi per fermare Hezbollah».
Lorenzo Cremonesi

IL PATRIARCA: «CHE DRAMMA LA DIASPORA»

Noi cristiani libanesi non dob­biamo fare come gli sciiti, che sono aiutati anche finanziaria­mente e militarmente dall'Iran. L'Europa resta per noi un refe­rente religioso e culturale. Ma per il resto dobbiamo contare sulle nostre forze per trovare la forma di convivenza con le altre comunità»: a 88 anni Nasrallah Sfeir resta il leader religioso cristiano più importante del "Paese dei cedri". E più volte in passato ha dato forti messaggi politici alta sua comunità. Alla fine degli anni Novanta fu tra le voci più decise contro l'occupa­zione siriana, oggi continua a sostenere l'alleanza cristiano-sunnita del "14 marzo".
Patriarca, teme per il futuro dei cristiani in Medio Oriente?

«Sono preoccupato. Ma le no­stre difficoltà non sono nuove. Anche i 400 anni di dominio turco hanno visto persecuzioni e in­giustizie per i cri­stiani nella regione. Il Libano oltretutto è un Paese piccolo, debole, diviso al suo interno, inevitabil­mente resta vittima delle interferenze dei Paesi vicini, a partire da Iran, Si­ria, Arabia Saudita e Israele. Oggi subia­mo le conseguenze detto scontro tra sciiti e sunniti, si fanno batta­glia in casa nostra. E anche i cristiani sono divisi tra di loro. Al momento mi sembra impos­sibile pensare di ricucire un fronte sunnita-cristiano. Il ri­sultato purtroppo è l'emigrazione. Sono appena tornato da un lungo viaggio tra le comunità cristiane della diaspora liba­nese nel mondo con anche l'intento di te­nerle legate alle loro radici. Ma è una realtà che aumenta il divario demografico. La famiglia musul­mana ha in media quattro o cinque figli, quella cristiana uno o due. Per forza noi si conta di meno, certo siamo diminuiti ri­spetto al periodo del mandato francese».
Vede la possibilità di una nuo­va guerra civile?

«Poteva scoppiare più volte ne­gli ultimi anni. E non è avvenu­to. Mi sembra che per ora resti un pericolo sotto controllo, si è pronti a trattare per evitarla».
Dopo gli accordi di Doha, teme ancora te violenze di Hezbollah?

«
Doha costituisce un buon ini­zio. Ma il problema resta che Hezbollah viene fortemente aiutato dall'Iran. Un fatto che stravolge i nostri equilibri in­terni. Ma noi cristiani non dob­biamo cercare aiuti in Occiden­te. L'unico modo per risolvere le difficoltà è parlarne tra noi libanesi».

E chissà se qualcuno sarà disposto ad alzare la voce anche per queste altre vittime. Chissà se qualcuno chiederà di porre fine all’ingiustizia e alla persecuzione. Chissà se all’Onu verrà proposta qualche risoluzione di condanna. Chissà se qualche Ong deciderà di intervenire per alleviare le loro sofferenza. Chissà se Amnesty International emanerà qualche comunicato su di loro. O se verranno dimenticati, ignorati, abbandonati al loro destino come i neri del Darfur e tutti quelli che, come loro, si sono “scelti” il nemico sbagliato.

barbara


17 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 4

Questa volta un articolo recentissimo, giusto per non dimenticare come vanno le cose da quelle parti.

A GAZA AUMENTANO GLI ATTACCHI CONTRO I CRISTIANI

È tutto riconducibile a Hamas

Nella Striscia di Gaza vivono 3500 cristiani, quasi tutti nei quartieri di Zeitun, al-Daraj e Sheikh Radwan. La maggior parte di loro è costituita da professionisti o commercianti; le loro condizioni socio-economiche sono considerate al di sopra della media locale. Quello che non tutti sanno è che, sotto Hamas, la piccola minoranza cristiana vive nella paura quotidiana e preferisce tenere sotto tono le festività religiose e culturali; alcuni di loro stanno pianificando di abbandonare Gaza.
Ma non sono gli unici a cadere nel mirino dell'intolleranza e dell'odio. Persino le istituzioni cristiane o culturalmente occidentali sono prese d'assalto dai fondamentalisti islamici, alcuni dei quali affiliati alla jihad internazionale che, com'è noto, cerca d'impedire l'influenza di idee occidentali e d'implementare rigidi codici islamici sulla vita quotidiana.
Tali istituzioni servono pure come bersaglio per le proteste contro quelli che vengono considerati insulti all'Islam, come le vignette danesi.
Nella Striscia di Gaza aumentano gli attacchi contro i cristiani e le istituzioni che s'identificano con l'Occidente. Hamas, che controlla l'entità radicale islamica nella Striscia, condanna a parole gli attacchi ma non fa nulla di concreto per fermarli. Ci si riferisce a: scuole cristiane e delle Nazioni Unite, The American International School, biblioteche, internet café. Recentemente sono esplose bombe nei pressi un convento di suore e di un ristorante fast-food.
L'atteggiamento di Hamas verso gli attacchi è contraddittorio. Da una parte Hamas mira ad imporre sui residenti di Gaza uno stile di vita in linea con i dettami dell'Islam e ad ostruire l'influsso di idee occidentali. Gli attivisti di Hamas ad alto livello istigano i residenti contro il cristianesimo e contro l'Occidente. Dall'altra parte Hamas istituisce commissioni d'inchiesta ed esprime a parole solidarietà alla comunità cristiana. La verità è che sul piano pratico Hamas preferisce non confrontarsi con gli elementi islamici fondamentalisti. Sinora non si sa se gli autori di un qualsiasi attacco siano mai stati catturati e processati. A giudizio di attenti osservatori, l'assenza di un intervento concreto da parte di Hamas incoraggia gli elementi radicali e consente che gli attacchi continuino. Sotto questo aspetto, è tutto riconducibile a Hamas. (ICN News, 3 giugno 2008, grazie a “Notizie su Israele”)

E tanto per allargare un po’ gli orizzonti, andate a dare un’occhiata anche a questo.


barbara


10 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 1

Dato che nessuno sembra avere il coraggio di parlarne, ne parlo io.

I cristiani palestinesi sono sempre più svantaggiati
I cristiani nei territori palestinesi stanno molto peggio di quello che di solito dichiarano i loro portavoce. L'islamizzazione portata avanti dalle autorità dell'Autonomia Palestinese ha drammaticamente peggiorato le condizioni di vita della minoranza, ha dichiarato il politologo prof. Justus Reid Weiner del Centro di Gerusalemme per le questioni pubbliche. Tra i soprusi tollerati dalle autorità c'è il boicottaggio dei negozi cristiani e il ricatto del pizzo. Un'ordinanza vieta la vendita di terreni a cristiani. Nel comune di Betlemme, la città natale di Gesù Cristo, nel 1994 sono stati incorporati 30.000 musulmani, così che nel giro di dieci anni la percentuale cristiana è scesa dal 60 al 20 per cento. Anche contro gli stupri operati da musulmani su ragazze cristiane la polizia non interviene con decisione, ha detto Weiner. Molte donne cristiane si vestono come musulmane per non essere aggredite. L'Islam considera i cristiani come persone di seconda classe, e alle autorità manca la capacità e la voglia di proteggere i cristiani dagli attacchi dei musulmani.
Durante l'intifada i militanti palestinesi sceglievano di sparare sul territorio israeliano da chiese e quartieri cristiani, per provocare la distruzione di questi edifici da parte dell'esercito israeliano. E tuttavia molti leader ecclesiastici minimizzano queste sofferenze. Alcuni temono che un'aperta denuncia peggiorerebbe la situazione. Altri non vogliono perdere i loro privilegi, come l'accesso ai media o i permessi di viaggio. Alcuni sono talmente accecati dal nazionalismo palestinese che non vogliono ammetterne il lato negativo. Weiner critica il silenzio dei governi occidentali, che sacrificano la minoranza cristiana sull'altare del processo di pace.
(Rivista evangelica "Perspektive", maggio 2006 - trad. www.ilvangelo.org)

La drammatica condizione dei cristiani sottoposti all’autorità palestinese, così come in generale in tutti i Paesi a maggioranza islamica – e non dimentichiamo l’autentico sterminio di cristiani messo in atto dai terroristi palestinesi in Libano durante la guerra civile da loro scatenata - viene spesso e volentieri taciuta, nascosta, ignorata, molto spesso anche dalle stesse autorità religiose. Io invece scelgo di parlarne e di denunciare questa infamia che viene quotidianamente perpetrata. E già che ci sei vai a leggerti anche
questo, che male non ti farà.


barbara


23 maggio 2008

UN MODO COME UN ALTRO PER RICORDARE IL TIBET



che da quasi sessant’anni sta vivendo una tragedia come poche altre al mondo, che da quasi sessant’anni sta vivendo un’infame occupazione e repressione e persecuzione dei propri abitanti nell’indifferenza pressoché totale dell’opinione pubblica, dei mass media, dei politici, dell’Onu, di Amnesty International.
(E, vista la data, ricordiamo anche lui)

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo.

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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