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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 febbraio 2012

COSÌ DISSE ALLAH

E per servirli circoleranno tra loro giovanetti simili a perle nascoste.
Corano 52: 24 (Il Monte).


 

Li compenserà del loro perseverare con il Giardino e la seta. Adagiati su alti divani, non dovranno subire né il sole, né il freddo pungente. Le sue ombre li copriranno e i suoi frutti penderanno a portata di mano. Verranno serviti da un vassoio d'argento e coppe di cristallo, di cristallo e d'argento, convenientemente riempite. E berranno colà, da una coppa contenente una mistura di zenzero, [attinta] da una fonte di quel luogo chiamata Salsabil.Saranno serviti da fanciulli di eterna giovinezza: vedendoli, ti sembreranno perle sparse. Quando lo vedrai, vedrai delizia e un vasto regno. Indosseranno abiti verdi di seta finissima e broccato. Saranno ornati con bracciali d'argento e il loro Signore darà loro una bevanda purissima. In verità questo vi sarà concesso in ricompensa e il vostro sforzo sarà riconosciuto.
Corano 76:12-22 (L’Uomo).

 

L'omosessualità nelle leggi delle moderne nazioni islamiche

I rapporti omosessuali portano ufficialmente alla pena di morte in sette nazioni islamiche:  Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia, Somaliland e Yemen. Precedentemente si applicava la pena di morte per aver preso parte a rapporti omosessuali anche in Afghanistan, quando i Talebani erano al potere. La situazione legale degli Emirati Arabi Uniti non è chiara. In molte nazioni musulmane, come il Bahrain, il Qatar, l’Algeria e le Maldive, l’omosessualità è punita con il carcere, con pene pecuniarie, o pene corporali. In alcuni nazioni a maggioranza musulmana, come la Turchia, la Giordania, l’Egitto, o il Mali, i rapporti omosessuali non sono specificatamente proibiti dalla legge. In Egitto uomini apertamente gay sono stati oppressi perché vanno contro le leggi della moralità pubblica.
In Arabia Saudita, la pena più alta riservata agli omosessuali è l’esecuzione pubblica, ma più frequenti sono altre pene (ad esempio pene pecuniarie, incarcerazione, frustate...). Le retate contro gli omosessuali sono in genere organizzate per reprimere l'immigrazione clandestina.
La nazione che ha il più alto numero di esecuzioni capitali di omosessuali è l’Iran. Dalla rivoluzione islamica in Iran, il governo iraniano ha mandato a morte più di 4000 persone accusate di rapporti omosessuali. In Afghanistan dopo la caduta dei Talebani dal potere, l’omosessualità, che prima era un crimine che prevedeva la pena di morte, diventò punibile con sanzioni monetarie e incarcerazione. (qui)

 

Grazie ad Aldo per la segnalazione.

barbara


11 aprile 2010

YOM HA SHOAH

Oggi, 11 aprile, giorno 27 del mese di Nissan, è Yom ha Shoah, e lo voglio celebrare con le parole di Ugo Volli.

Davar Acher - Yom ha Shoà, il nostro modo di ricordare

Questa sera, nel mondo ebraico, inizia Yom ha Shoà. Non la cerimonia civile europea del Giorno della Memoria, con tutta la sua popolarità pubblica e l’importanza rispetto al sentire comune della società italiana che sappiamo, ma anche con tutte le ambiguità che sono progressivamente emerse negli ultimi anni: paragoni impropri con altre stragi, col trattamento attuale degli immigrati o addirittura con la politica difensiva dello Stato di Israele, dibattiti viziati da volontà propagandistica sul ruolo di soggetti terzi come la Chiesa, un certo generale buonismo che rischia di occultare i meccanismi veri della distruzione dell’ebraismo orientale.
Yom ha Shoà è invece una ricorrenza nostra, una cerimonia che rappresenta forse la prima cellula della elaborazione storico-religiosa della grande tragedia che il nostro popolo deve ancora metabolizzare secondo i tempi lunghi e i modi caratteristici del pensiero ebraico. Una linea di riflessione non banale può essere suggerita dal nome ebraico della ricorrenza, che non è semplicemente Yom ha Shoà, il ricordo del “disastro” che l’Europa ha inferto al nostro popolo con responsabilità differenziate, ma certo non tutte riconducibili alla persona di Adolf Hitler o all’azione del suo partito. La ricorrenza è chiamata in Israele Yom ha Shoà Vegvurà, giornata della sciagura e dell’eroismo (o, se vogliamo risalire un po’ più indietro nell’etimologia, addirittura della forza). Gvurà è un termine che appartiene alla nostra tradizione religiosa, che per esempio compare fra le benedizioni del mattino (“Tu che cingi Israele di eroismo”).
Rispetto all’immagine comune della Shoà, quella per intenderci che si celebra comunemente nel Giorno della Memoria, c’è un’evidente incongruenza. Non potrebbe esserci accostamento più stridente col paradigma della vittima non solo innocente ma quasi inconsapevole che è diventata in Europa la lente dominante dell’interpretazione popolare della Shoà. È chiaro che durante la Shoà ci sono stati degli eroi, nel senso comune del termine, i Giusti delle nazioni, innanzitutto, ma anche i resistenti che si sono ribellati a Varsavia come altrove. Si può notare come costoro, nell’immaginario popolare rappresentato dai film di successo, abbiano di recente preso un’immagine un po’ gaglioffa, da avventurieri o vendicatori da strapazzo. Anche se questa non è certo la verità storica, sappiamo dagli scritti dei sopravvissuti, per esempio di Primo Levi, come l’esperienza della Shoà non sia stata per lo più affatto eroica in questo senso, perché i deportati erano costretti dentro una macchina costruita per umiliarli e toglier loro la dignità prima di ucciderli e certo non in condizione di opporsi con la forza fisica ai loro aguzzini.
Eppure è importante pensare che vi sia stata gvurà nel popolo ebraico perseguitato, vi sia stata cioè la capacità di opporre l’ebraismo alla barbarie. È quel che tante testimonianze riferiscono. È importante farlo per onorare la memoria delle vittime, per restituire loro una faccia e un comportamento ebraico (anche questo vuol dire Iad vashem); ma anche per contrapporsi all’idea che l’ebreo buono sia la vittima, l’agnello sacrificale, come in fondo ci vorrebbe ancora oggi l’Europa civile e progressista, che ci ama come vittime e ci rimprovera oggi di difenderci. La Shoà, come la vediamo noi, è un momento di lutto, ma anche di gvurà, di sciagura e di eroismo. Come tanti altri episodi nella nostra storia, disastri riscattati dalla volontà, dalla capacità, dalla fede necessaria per non lasciarsi abbattere e continuare la nostra strada. Questo dice la nostra memoria storica in formazione e non dobbiamo certo meravigliarci che sia diverso da quel che dice agli europei il loro Giorno della Memoria.

Ugo Volli

Legenda


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Non so se quella che segue sia una storia vera ma, per quello che so di Israele e per quello che so di un buon numero di sopravvissuti, può benissimo esserlo. In ogni caso mi sembra molto adatta a completare la celebrazione di questa ricorrenza nello spirito giusto.

Istantanee - Perach la-nizzol ("Un fiore per il sopravvissuto")


"Stasera ho il 'fiore': non torno per cena", aveva comunicato lapidariamente Itamar alla madre, chiudendo il telefono.
"Fiore?!" fece eco perplessa la madre, ma lui aveva già chiuso la comunicazione. Aveva indossato una divisa stirata; il fiore l'avrebbe portato Noa, una soldatessa bruttina, ma che un po' gli piaceva. Si trovarono sotto l'edificio dove abitava la sopravvissuta dalla Shoah, con cui avevano appuntamento quella sera; l'esercito aveva organizzato incontri tra soldati e sopravvissuti, all'insegna del motto: "un fiore per il sopravvissuto".
La loro sopravvissuta li aveva già bidonati due volte, ma loro non si tiravano indietro.
Mentre salivano le scale, fianco a fianco, i loro occhi si incrociarono imbarazzati: da quando erano nati avevano nelle orecchie il suono delle sirene che commemoravano il giorno della Shoah; avevano letto sui libri di scuola la testimonianza degli orrori più atroci; avevano sentito i discorsi degli insegnanti e del direttore e seguito le interviste alla televisione, ma un sopravvissuto non lo avevano mai affrontato a tu per tu.
Le loro famiglie erano venute dall'Europa prima delle persecuzioni: la famiglia di Itamar si era installata nel primo quartiere ebraico di Tel Aviv, i genitori di Noa si erano incontrati in kibbutz. "…mah! Non so cosa proprio cosa dirle…" fece a bassa voce Noa, come parlando tra sé. Il piccolo grugnito di assenso che le venne dalla parte di Itamar la rincuorò un poco. Itamar era lungo lungo e magro, sembrava proprio un palo del telefono conficcato di fronte alla porta, pensò Noa, prendendo coraggio dal suo impaccio per decidersi a suonare. La sopravvissuta aprì la porta con un sorriso gioviale, recuperò con destrezza il fiore che pendeva malinconicamente dalla mano di Noa e fece accomodare gli ospiti in salotto. Un "salotto polacco" , con pesanti poltrone di velluto color senape col poggiatesta di trine all'uncinetto e fiori di stoffa nei vasi. Alle pareti erano appesi quadri a olio, con boschi, laghetti e cigni; un gatto grasso e rossiccio li sorvegliava dal divano. La sopravvissuta sparì svelta in cucina, riemergendone subito con un vassoio di metallo argentato con i bicchieri per il tè e una torta di cioccolata.
"Osem!" annunciò con una risatina confidenziale, lei non aveva tempo per fare i dolci, li comprava al supermercato - del resto, le torte della "Osem" erano decisamente più buone delle sue… Era piccola e rotondetta, con un viso dorato di cipria e le labbra tinte di rosa vivace. Mentre i due soldati sorbivano il tè, lanciando furtive occhiatine intorno, lei se li guardava ben bene; alla fine del rapido, ma accurato esame, emise un sospiro complice e, alzatasi con slancio dalla poltrona, corse via. La sentirono frugare in un'altra stanza: "Adesso arriva con le foto di famiglia", sussurrò Noa e Itamar annuì in fretta, mettendosi un dito sulle labbra: "Occhio, non è sorda!!", diceva l'indice di Itamar.
Il gatto sbadigliò, accigliato, poi salto giù dal divano e andò incontro alla padrona, mettendosi alle sue calcagna. Lei tornò con due barattolini, si risedette, assestandoseli in grembo, e entrò subito in argomento: "Sei proprio carina - fece, rivolta a Noa - però, la pelle…Hmm! La pelle bisogna curarla di più, con questo clima!"
"…ma io sono nata qui!" - protestò Noa. "E meno male!!" tagliò corto la sopravvissuta, "ma la pelle è una cosa delicatissima! Pensa, una cosa tanto fragile ci difende da quando siamo nati: non bisogna aiutarla un po'?". Si guardò intorno un attimo, in cerca di ispirazione, poi spedì Itamar a dar da mangiare al gatto. Approfittando di essere sole per un momento, spiegò a Noa come curare i foruncoli e come rendere la pelle luminosa. Aveva certe ricette di creme che faceva sua nonna a Cracovia, altro che Helena Rubinstein. Una volta arrivata in Palestina, dopo il lager e dopo il campo a Cipro, aveva subito capito che bisognava aggiornarsi ed era andata a studiare da estetista, era stanca di avere la pelle bruciata dall'aria calda del Paese. "E, poi, sciogliti i capelli, vedrai che figurone fai", disse col tono più naturale del mondo; Noa si rese conto all'istante che non le restava che ubbidire. "Krasavitza! Bellissima!- fece la sopravvissuta gioiosamente - voi due mi chiamate signora Fleiszman, ma il mio nome è Eva: cara bambina, dammi retta". Si chinò in avanti, confidenziale, e spiegò che il suo problema era la pelle troppo bianca: "Ce l'avevano tutte le donne di famiglia, mia madre e sei sorelle…: in Polonia era una gran bella cosa, ma, quando sono arrivata qui, mi chiamavano "faccia da morta", "saponetta", ma per il bucato, capisci?".
"Saponetta?", fece Noa, non troppo sicura di aver capito. "Be', 'saponetta' erano tutti i reduci dai campi di concentramento agli occhi degli ebrei di qui, ma…'saponetta da bucato' ero solo io: un bel guaio!", spiegò Eva e fece un piccolo gesto con la mano: "Così va la vita, bambina mia, ognuno è affezionato a quello che conosce, mica bisogna prendersela…Quando verrà il Messia, capiremo anche questo. Io, lo vedi?, metto la cipria scura così questo biancore lo vedo solo io, al mattino, e sai che? Sono contenta della mia pelle di latte - l'orgoglio delle donne di casa mia, in Polonia, però".
Tornò Itamar, scortato dal gatto che miagolava penosamente : "Gli ho dato da mangiare, come mi aveva detto lei, ma mi sembra scontento", osservò , un po' avvilito, perché gli piaceva il diversivo del gatto per rompere il ghiaccio della Shoah.
"Ah, Mitzi! Che gatto simpatico! – esclamò Eva - è come gli uomini, quando stanno bene, si lamentano! Non ci fare caso… Quando stavamo laggiù , chi si lamentava? Eravamo troppo occupati con tutte le tzures, chi aveva la forza di lamentarsi?" e, indirizzandosi in particolare a Noa, enunciò: "Mio marito - di benedetta memoria - cominciava la giornata così: Eva?! Perché non hai ancora acceso la stufa: si gela! Eva?!, Il gatto miagola che mi ha fatto diventare sordo, ma gli darai da mangiare una buona volta? Eva dove sei? …Già fuori a spettegolare con la vicina - e io son qua che muoio di fame… Eva! Accidenti a te! Fatti vedere almeno, così dico 'buongiorno' alla mia disgrazia…".
Di fronte alla faccia dei due ospiti, la signora Fleiszman si sentì in dovere di aggiungere: "Vediamo di capirci, ragazzi. Ho incontrato mio marito nel campo a Cipro, era lo stesso Dov Baer che mi faceva il filo, quando eravamo ragazzini a Cracovia, un miracolo! Il nostro è stato un matrimonio proprio d'amore, abbiamo fatto tre splendidi figli insieme, e ci siamo adorati sino all'ultimo, quando il mio Dov è morto schiacciato da un torpedone - riposi in pace! Ma la vita è la vita e gli uomini son fatti così".
Poi fece vedere le foto dei tre splendidi, che avevano studiato tutti all'università, e della relativa prole. Fuori era già buio: "Ragazzi - disse la signora Fleiszman - è ora che torniate alla base. Della Shoah avete già sentito parlare abbastanza a scuola, ma… è sulla vita che avete ancora un po' da imparare. Per conto mio, io adesso devo andare: vado a spiegare come curare la pelle alle donne del 'rifugio per le mogli picchiate', e mi sa che ne hanno bisogno". Mentre li accompagnava alla porta, tese a Noa il sacchetto di plastica con i barattoli di crema: "La pelle è proprio un miracolo, così delicata e così forte. Ricordati! … e dalle una mano a proteggerti, perché da quando sei viva ti porti dietro un miracolo - e magari te lo scordi".
Già mentre scendevano le scale, Itamar si accorse che Noa gli sembrava proprio carina.

Marina Arbib

                                                       

Ecco, è una bella storia, è una storia bella, a me è piaciuta e la voglio regalare anche a voi.
(Poi, certo, occorre ricordare che al mondo c’è anche tanta brutta gente, rinnegati e traditori come questa qui, che tradisce il proprio Paese e ne mette a repentaglio la sicurezza per aiutare questa gente qua, che condivide la stessa cultura di questi altri qui. Mah …


barbara


16 maggio 2009

CUBA ULTIMO ATTO (si spera)

E questo è l’ultimo dei post di quattro anni fa sugli ineffabili estimatori dell’ineffabile paradiso in terra creato dall’ineffabile regime di Fidel Castro.

E scende infine in campo il nostro Red Ronnie, portando nuovi e originali argomenti a favore della giustezza del manifesto da lui e da altri firmato:
«E' venuto con me Jovanotti - racconta - è impazzito»
Confesso che è dura rinunciare alla valanga di battute ad effetto che questa affermazione sollecita, ma sono forte, e resisterò. Anche per un senso di doveroso rispetto nei confronti della serietà dell’argomentazione portata. Dite di no? Che non vi basta? Niente paura, ne abbiamo delle altre:
«Il flautista Andrea Griminelli ha scoperto nei musicisti un entusiasmo incredibile».
Ecco: avete ancora il coraggio di dire che a Cuba vengono violati i diritti umani? Che hanno fatto male a firmare quel manifesto? Queste prove ancora non vi bastano? Ma siete proprio insaziabili, siete! Comunque non illudetevi che il nostro cappello a cilindro si sia svuotato: ne abbiamo ancora, di sorprese!
«Cuba me l'hanno fatta conoscere I Nomadi. E continuo ad andarci»
Su, avanti, provate ancora a fare gli spiritosi, adesso! Provate a dire che voi, se ve l’avessero fatta conoscere I Nomadi, non ci tornereste più! Provate a dire che là vengono violati i diritti umani!
Ma l’intervistatrice, Virginia Piccolillo, non è di quelle (ne conosciamo, oh se ne conosciamo!) che stanno in ginocchio davanti all’intervistato, e incalza:
Ma i dissidenti?
Qualcuno forse si immagina che una simile, banale, squallida domanda possa mettere in difficoltà il Nostro? Ma neanche per sogno!
«Quando uccisero tre persone – dice Ronnie - fu solo perché c'erano in programma 70 dirottamenti pagati dagli Stati Uniti, allora dovevano dare un segnale.
NOI, forse, avevamo dimenticato il famigerato “colpirne uno per educarne cento”; LORO no! Anche se qui in realtà ne hanno colpiti tre per educarne settanta, ma la matematica, come già abbiamo visto in un altro post, è solo un’opinione. Poi, magari, qualcuno potrebbe anche chiedere – sconsideratamente – perché mai non abbiano colpito anche quei settanta organizzatori di altrettanti dirottamenti, visto che sapevano con TANTA certezza chi e che cosa e come e quando, ma la risposta è estremamente semplice: non li hanno colpiti perché il regime cubano è buono e rispetta i diritti umani, ecco perché! Intendiamoci, comunque:
Sono contro la pena di morte. Sono un pacifista totale.
Di quelli senza se e senza ma. Quando si tratta degli Stati Uniti. Se si tratta di qualcun altro, beh, allora, ecco, cioè, praticamente, al limite ...
Però non possiamo essere ipocriti: dimenticare che in una parte di Cuba c'è Guantanamo»
Ecco, cioè praticamente al limite, se in una parte di Cuba c’è Guantanamo dove gli americani tengono i terroristi e non sempre rispettano tutte le garanzie legali, che saranno mai le galere dell’altra parte di Cuba, che saranno mai le celle di un metro cubo per reati di opinione, che saranno mai un po’ di fucilazioni, anche se i fucilati in realtà non avevano torto un capello a nessuno! Mica ci verrete a dire che questa è violazione dei diritti umani, spero!

Ecco: quattro anni fa avevo scritto “ultimo atto”, avevo aggiunto “si spera” ma, come abbiamo drammaticamente visto nei giorni scorsi, questo genere di speranze sembra davvero destinato ad andare sempre deluso, perché di gente orgogliosa di schierarsi dalla parte dei potenti e contro i deboli, fiera di stringere mani grondanti di sangue e di aggiungere la propria personale coltellata a chi già troppe volte è stato accoltellato, infaticabile nel sostenere la barbarie e combattere la civiltà, indefessa nel soccorrere i carnefici e colpire le vittime, di gente così, purtroppo, la mamma è sempre incinta.



barbara


30 agosto 2008

MACELLAI ANCORA AL LAVORO IN IRAN

Iran: I Mullah hanno impiccato un altro minorenne

28 agosto 2008

Martedi,il regime disumano dei mullah ha impiccato Behnam Zare per il presunto crimine commesso quando aveva 15, secondo quanto riferito dal suo avvocato.
Malgrado molti appelli internazionali per salvare la sua vita, la condanna a morte è stata eseguita nella prigione di Adel Abad, nella città meridionale di Shiraz.
La Francia, come attuale presidente di turno dell’UE, lunedi ha pubblicato una dichiarazione che condanna l’impiccagione di un altro giovane, Reza Hejazi, il 19 agosto da parte del regime iraniano.
"L’Unione Europea condanna categoricamente l’impiccagione a Ispahan di martedì 19 agosto di Reza Hejazi, condannato per un omicidio che è stato detto essere commesso nel 2004, quando aveva 15 anni. È molto interessata da queste notizie, che portano a cinque il numero delle esecuzioni nell'Iran dall'inizio di questo anno per i crimini commessi quando l'esecutore era un minore," la dichiarazione dell’UE ha detto fermamente.
Secondo gli attivisti dei diritti umani ci sono almeno 114 giovani che stanno per affrontare il patibolo per i presunti crimini commessi quando erano minorenni. Il più giovane è un ragazzo di 13 anni di nome Ahmad Nowroozi condannato a morte da ordinamento giudiziario dei mullah tre anni fa nella provincia sud orientale del Sistan e Baluchistan. (Dal sito delle donne iraniane)

Poiché è piuttosto difficile leggere queste notizie sui nostri giornali, leggiamolo qui. Colgo l’occasione per attirare la vostra attenzione su un fatto che mi sembra decisamente interessante e notevole: come potete constatare qui di fianco, c’è un sito di dissidenti iraniani in esilio uomini, e uno di dissidenti iraniane in esilio donne. Ebbene, l’ultimo aggiornamento del sito degli uomini risale allo scorso novembre, le donne nel solo mese di agosto hanno inserito dodici articoli. E chi ha orecchie da intendere intenda.



barbara


7 giugno 2008

È TORNATO AHMAD BATEBI

A molti di noi probabilmente questo nome non dirà molto ma tutti, sicuramente, ricordiamo molto bene questa foto.



È stato in prigione, per questa foto, e noi non ne abbiamo saputo niente, come di tante cose che accadono in Iran non veniamo a sapere. Ora Ahmed è uscito, e ha raccontato la sua storia a Magazine del Corriere della Sera, che ora vi propongo.

NEL '99 FU ARRESTATO PER UNA FOTO CHE DIVENNE IL SIMBOLO DELLA RIVOLTA STUDENTESCA AGLI AYATOLLAH. DOPO 8 ANNI DI TORTURE, USCITO DI PRIGIONE È DIVENTATO FOTOGRAFO «PER RACCONTARE LA MIA TEHERAN». ORA È SCAPPATO IN SEGRETO IN OCCIDENTE. E AL MAGAZINE DICE: «CHIEDO ASILO»

Aveva 21 anni quando è stato arrestato, torturato, processato senza avvocato e condannato. Ha passato otto anni in prigione per una fotografia, un singolo scatto capace di marcare un evento, ma pur sempre una foto. Lo si vede che mostra a braccia tese la maglietta macchiata dal sangue di uno studente ribelle come lui, una specie di sindone pagana. L’Economist gli dedicò la prima pagina, ma il protagonista fu condannato a morte due volte sempre con lo stesso rituale alla Dostoevsky: prima gli mettevano la corda al collo e impiccavano davanti ai suoi occhi altri prigionieri, poi lo bendavano e stringevano il nodo del cappio. All'ultimo momento, però, quella foto lo salvava. Ahmad Batebi è l'icona della rivolta studentesca del '99 a Teheran. Troppo famoso per sparire nel silenzio del carcere di Evin. L'unico dissidente iraniano assieme al giornalista Akbar Ganji a essere stato citato dai Grande Satana in persona George W. Bush, Batebi ha il physique du rôle della star mediatica: alto, massiccio, con un pizzetto che sa più di moda che di precetto islamico. Quel giorno aveva i lunghi capelli neri fermati sulla fronte da indiano metropolitano. Sembrava un figlio dei fiori, non un germoglio della Rivoluzione khomeinista. In Occidente scattò il riflesso di identificazione.

GIOVENTÙ RUBATA
«Scrivi quel che ti dico, non aver paura di quel che può succedere a me: la cosa meno grave che può farmi questo governo islamico è uccidermi. Hanno rubato la mia giovinezza, ma all'Iran hanno fatto di peggio. Scrivi, per favore, che questa mullahcrazia ha tolto agli iraniani il rispetto e la considerazione del mondo. Sembriamo una nazione di retrogradi, violenti, fondamentalisti». Uscito di prigione da appena otto mesi, l'ex studente è seduto al Caffè del Parco degli Artisti di Teheran. Subito dopo questa intervista non si è presentato alla firma in Questura. È scomparso, probabilmente all'estero. Vuol chiedere asilo politico. Da un giorno all'altro comparirà in qualche capitale occidentale e ricomincerà a denunciare il regime che l'ha incarcerato. Intanto nella sua ultima intervista in Iran, si racconta così al Corriere Magazine.
«Vedi quei due ragazzi? Lei è col chador, lui senza. Eppure sono persone normali. È il regime, manipolando la religione, che li costringe a travestirsi. Voi, dall'estero, non percepite l'Iran che c'è sotto il velo della dittatura: lo scambio di affetti, il rispetto, l'intelligenza delle persone che sfugge al controllo del regime. Le moschee, i chador, le barbe e i turbanti, ciò che vedete voi stranieri, non è quello che vivono gli iraniani. Come ho resistito alle torture? Sapevo che chi mi colpiva non rappresentava il mio popolo. Mi aggrappavo all'idea che un giorno accadesse quel che sta succedendo in questo momento. Che un giornalista chiedesse delle torture e io gli raccontassi dell'amore del popolo. Noi iraniani non siamo nemici, non odiamo Israele, l'America, il resto del mondo non sciita. È solo un regime, come tanti nella storia, che difende se stesso». Batebi è un rivoluzionario istintivo, nazionalista, ribelle oltre il limite della ragionevolezza, perseverante in tutto, fino nel look. Otto anni di carcere duro non sono bastati a convincerlo neppure a tagliarsi i capelli. A osservarlo pare che della cella gli siano rimaste addosso solo le spesse cicatrici delle torture, «a causa del sale messo sulle ferite per tenermi sveglio con il dolore». Invece ha avuto un ictus cerebrale, due ulcere, tre ernie del disco, sviluppato un'insufficienza renale, un tic alla spalla sinistra, insonnia e incubi da curare con dosi massicce di tranquillanti. «Era l'epoca del presidente Khatami. C'era più libertà, più speranza rispetto a oggi con Ahmadinejad. Noi studenti ci stavamo organizzando e le manifestazioni riuscivano sempre meglio. Ma a un certo punto la Sicurezza Nazionale ha scavalcato Khatami e ha cominciato ad arrestarci uno per uno, smantellando il Movimento. Fecero dai 4 ai 7mila arresti in un solo anno».
Si ferma, guarda tra i viottoli del parco, oltre la balaustra del Caffè degli Artisti. «Per me, la scusa fu una foto che in nessun altro Paese al mondo sarebbe stata un reato. Stavamo discutendo dentro l'università su come evitare la trappola di chi voleva far credere che gli studenti fossero solo dei fracassoni. A un tratto la polizia spara al cancello. Io ero nel servizio di pronto soccorso del Movimento e corro fuori. Mi metto dietro il muro di cinta aspettando di raccogliere i feriti. Un colpo di rimbalzo colpisce il ragazzo che è con me. Siccome il proiettile era già schiacciato e rallentato, non entra in profondità. Ricordo di averglielo tolto dal braccio con le unghie. Per pulire il sangue uso la maglietta che avevo sotto la camicia. Poi vedo altri studenti andare verso il cancello. Grido di fermarsi perché la polizia sta sparando. Quelli non mi sentono e per farmi capire alzo la maglietta insanguinata».

L'AUTOGOL DI "300"
II messaggio di pericolo arriva in tutto il mondo. Non ci fosse stato il fotografo Jamshid Bayrami, non sarebbe successo. «Nei miei otto anni di carcere Jamshid ha smesso di fotografare per il senso di colpa. Da quando sono uscito, però, siamo diventati amici. Lui non ha responsabilità. Jamshid cercava di mostrare quanto noi studenti fossimo sotto pressione. Lavoravamo nella stessa direzione. Anch'io, uscito di prigione, ho cominciato a fotografare. Voglio mostrare i millenni di civiltà, la cultura che sopravvive in questo Paese a dispetto del fondamentalismo sciita che vorrebbe cancellare tutto. Voi in Occidente non potete sapere. Persino il film americano 300 ha fatto il loro gioco: mostra i Persiani come barbari violenti, mentre la verità è che Ciro il Grande ha scritto la prima Dichiarazione dei diritti dell'Uomo 539 anni prima di Cristo. Noi iraniani siamo ostaggi di questo regime religioso. Dentro o fuori della mia patria continuerò a combatterlo».
Andrea Nicastro

Stupisce e commuove la forza di questo ragazzo di neanche trent’anni che carcere, tortura e condanna a morte non sono riusciti a piegare (e lo conosco, il macabro gioco dei macellai iraniani di fingere di giustiziare coloro che non possono giustiziare, lo conosco bene). Stupisce e commuove la bellezza, esteriore e interiore, di questa splendida persona, la sua pulizia morale, il suo rigore etico, il suo straordinario coraggio.
Voglio, con l’occasione, ricordare l’amica “lilit”, tornata in Iran dopo anni di esilio per “tentare di fare qualcosa di più utile” e della quale da troppo tempo mancano notizie. E voglio ricordare il martirio di Zahra Kazemi, anch’esso nella prigione di Evin, di cui fra pochi giorni ricorre il quinto anniversario.


barbara


23 marzo 2008

SENZA PIETÀ

Non hanno avuto pietà di Chantal viva. Non hanno avuto pietà del suo viso ridotto a una mostruosa massa informe. Non hanno avuto pietà delle sue disumane sofferenze, non attenuabili perché allergica alla morfina. Non hanno avuto pietà del suo disperato desiderio di anticipare una fine comunque inevitabile per risparmiarsi sofferenze ancora peggiori e chiudere con un minimo di dignità.
E non hanno avuto pietà di Chantal morta, imponendo al suo corpo devastato anche l’onta dell’autopsia (che ha rivelato - sorpresa sorpresa! – che non è morta per cause naturali).
E uno si chiede: ma è più infame e crudele uno stato che condanna a morte, o uno stato che condanna a vivere?

barbara


3 febbraio 2008

EVVIVA EVVIVA, ABBIAMO LA MORATORIA!

Ecco i dati di Amnesty International sui paesi che mantengono in vigore la pena di morte e sui metodi usati per le esecuzioni.

AFRICA
Botswana: impiccagione.
Burundi: impiccagione, fucilazione.
Camerun: impiccagione, fucilazione.
Ciad: fucilazione.
Comore: fucilazione.
Egitto: impiccagione, fucilazione.
Eritrea: metodo sconosciuto.
Etiopia: impiccagione, fucilazione.
Guinea: fucilazione.
Guinea Equatoriale: fucilazione.
Lesotho: fucilazione. Libia: impiccagione, fucilazione.
Nigeria: impiccagione, lapidazione, fucilazione.
Rep. Democratica del Congo: fucilazione.
Ruanda: fucilazione.
Sierra Leone: fucilazione, impiccagione.
Somalia: fucilazione, pugnale.
Sudan: impiccagione, fucilazione, lapidazione.
Tanzania: impiccagione.
Uganda: fucilazione, impiccagione.
Zambia: impiccagione.
Zimbawe: impiccagione.

AMERICA
Antigua y Barbuda: impiccagione.
Bahamas: impiccagione.
Barbados: impiccagione.
Belize: impiccagione.
Cuba: fucilazione.
Dominica: impiccagione.
Giamaica: impiccagione.
Guatemala: iniezione letale.
Guyana: impiccagione.
St. Christopher e Nevis: impiccagione.
St. Lucia: impiccagione.
St. Vincent e Grenadines: impiccagione.
Stati Uniti d'America: iniezione letale, sedia elettrica, camera a gas, impiccagione, fucilazione.
Trinidad e Tobago: impiccagione.

ASIA
Afghanistan: fucilazione, impiccagione, lapidazione.
Bangladesh: fucilazione, impiccagione.
Cina: fucilazione.
Corea del Nord: fucilazione.
Corea del Sud: impiccagione, fucilazione.
Giappone: impiccagione.
India: impiccagione.
Indonesia: fucilazione.
Kazakhstan: fucilazione.
Laos: metodo sconosciuto.
Malaysia: impiccagione.
Mongolia: fucilazione.
Pakistan: impiccagione, lapidazione.
Singapore: impiccagione.
Taiwan: fucilazione.
Tajikistan: fucilazione.
Thailandia: fucilazione.
Uzbekistan: fucilazione.
Vietnam: fucilazione.

EUROPA
Bielorussia: fucilazione.

MEDIO ORIENTE
Arabia Saudita: decapitazione, lapidazione.
Autorità Palestinese: fucilazione, impiccagione.
Bahrain: fucilazione.
Emirati Arabi Uniti: lapidazione, decapitazione, fucilazione.
Giordania: impiccagione, fucilazione.
Iran: impiccagione, lapidazione, fucilazione.
Iraq: impiccagione, fucilazione.
Kuwait: fucilazione, impiccagione.
Libano: impiccagione, fucilazione.
Oman: fucilazione.
Qatar: impiccagione, decapitazione, lapidazione, fucilazione.
Siria: impiccagione, fucilazione.
Yemen: decapitazione, lapidazione, fucilazione.

Ma a noi cosa ci frega! Abbiamo la moratoria, noi!

barbara


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19 dicembre 2007

PENA DI MORTE: E ADESSO?

 A tutti quelli che continueranno a impiccare decapitare fucilare lapidare, l’Onu che cosa gli farà?

barbara


14 giugno 2007

AH, L’INFORMAZIONE!

Esattamente 24 giorni fa, in questo blog, ho parlato della condanna a morte richiesta dalla signora Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nonché figura eminente di Nessuno tocchi Caino. Ebbene – preparatevi a fare un bell’applauso – oggi, con appena 24 giorni di ritardo, anche il Corriere ha dato la notizia della sconcertante richiesta. E pensare che una volta “io leggo i giornali” era sinonimo di essere sempre aggiornati su tutto! (Per inciso, avendo bisogno di cercare quel post perché non ne ricordavo la data esatta, ho scoperto che nella nuova meravigliosa piattaforma del cannocchiale, oltre a tutto il resto, non funziona neanche la ricerca).
E visto che sto parlando dell’ajatollessa – come la chiamano, sicuramente con piena cognizione di causa, i dissidenti iraniani (quelli veri) – riprendo, in ritardo anch’io ma solo di una settimana, la notizia del suo duro attacco contro Ayaan Hirsi Ali. L’articolo di Alessandra Farkas sul Corriere la descrive come una “
signora dai capelli corti indossa una giacca grigia di taglio maschile, mentre passeggia con aria sbarazzina nella hall di uno degli alberghi più kitsch di Manhattan, masticando con gran gusto una chewing-gum” (che schifo. Secondo me la gomma da masticare dovrebbe essere bandita ovunque come le sigarette. Anzi, più delle sigarette, perché mentre chi fuma disturba solo se presente di persona, i masticatori fanno rivoltare lo stomaco anche per telefono. Ma lasciamo perdere). Difende appassionatamente l’islam, la signora, e ci racconta che “Duemila anni fa il mio Paese era governato da due regine: Boran e Azarmidokht”. E una si chiede: glielo diciamo che duemila anni fa nel suo Paese l’islam non aveva ancora fatto irruzione? Sarà una buona cosa o rischiamo di provocarle uno di quei traumi dai quali poi uno non si riprende più? Lei, comunque, è contenta di essere fuori dall’Iran, perché “In Iran la Ebadi continua a sentirsi «censurata al 100 per cento». «Per questo viaggio tanto. Voglio che il mio messaggio esca e si diffonda»”. E come approfitta di questa sconfinata libertà di cui può godere quando è in trasferta? Qual è il messaggio che ci tiene tanto a far conoscere al mondo? Il messaggio è questo: Ayaan Hirsi Ali - una dissidente vera, una che rischia la pelle – è pericolosa: “«Le sue tesi - spiega la Ebadi - sono pericolose, reazionarie e identiche a quelle delle dittature islamiche che dice di aborrire»”. Ecco, l’ayatollessa ha sentenziato: poiché lei non è d’accordo con Ayaan, Ayaan diventa la quintessenza di ogni male. Mentre l’islam, al contrario di Ayaan, è tanto buono, o yes. E poi sapete che cos’altro ci racconta ancora l’ajatollessa? Provate un po’ a indovinare … ebbene sì: ha un sacco di amici ebrei! E non è mica vero che gli ebrei in Iran siano poi così oppressi come qualcuno vorrebbe raccontarci, no no no, i veri perseguitati sono quelli come lei. Che dire? Buona masticata, signora ajatollessa. E mi raccomando, non si stanchi troppo la bocca: non sia mai che se la ritrovi troppo stanca per sputare un altro po’ di fango su chi è perseguitato davvero, o per chiedere un’altra condanna a morte.

barbara


14 giugno 2007

IRAN, STATO ETICO

 

Così lo definisce, con immensa ammirazione, qualcuno che bazzica da queste parti. Ebbene, ammiriamo dunque anche noi la profonda eticità di questo paradiso in terra.

Un giovane è stato impiccato per un crimine commesso quando aveva 16 anni.

Agenzia France Press - Un iraniano di 20 anni, identificato dal solo nome Mohammad, è stato impiccato a Shiraz, nel sud, per un crimine commesso quando era ancora minorenne, secondo quanto riporta sabato la stampa iraniana.
Mohammad aveva commesso un crimine all'età di 16 anni, ma è stato impiccato il 23 aprile scorso, all'età di 20 anni.
Secondo le autorità, l'Iran non giustizia minorenni di meno di 18 anni, ma, nella maggior parte dei casi, condannati alla pena capitale sono stati impiccati dopo avere raggiunto l'età di 18 anni.
Quest'impiccagione porta almeno a 88 il numero di persone giustiziate in Iran dall'inizio dell'anno (qui).

Forse le nostre benemerite associazioni umanitarie, i vari Nessuno tocchi Caino, i radicali, i pacifisti e tutte le anime belle che popolano le nostre contrade, sono ancora occupate a piangere per Saddam: sarà per quello che non ce l’hanno fatta ad andare a protestare e manifestare per quest’altro condannato qui.

barbara


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MEGLIO UN MURO OGGI
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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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