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Diario


7 agosto 2010

TUTTI I TIZI DELLA SERA

Che naturalmente è sempre un tizio solo, non è che nel frattempo si sia moltiplicato ci mancherebbe, è solo che fra le tiziate uscite durante la mia assenza ce ne sono alcune particolarmente degne di nota e quindi adesso ve le presento tutte insieme.


Avvertenza

Si avvertono i profughi di Africa, M.O e Sud Est asiatico che in questo momento i "Pacifisti" si trovano in sonno, nella millenaria posizione Off e non possono essere disturbati. Si rende noto alla gentile clientela che i "Pacifisti" non sono predisposti a tornare su On per chiamate che non riguardino Israele e svegliarsi per niente. I proprietari delle case e o baracche targate "Striscia di Gaza" che fossero state rimosse e/o fatte saltare da Hamas, le fidanzate che fossero state trovate non illibate dopo una gita al Cairo, e i signori Curdi sono pregati di smettere di lamentarsi perché in questo modo svegliano i militanti di Filopal a Porto Santercole. Si rende noto che appena l'entità sionista tornerà attiva con una semplice multa per divieto di sosta, la posizione Off volgerà automaticamente in On e la protesta tornerà attiva con il consueto antisemitismo a tavoletta. Buona notte.

Il Tizio della Sera


The Fool on the Hill

Paul McCartney ha pubblicamente detto che chi non crede agli allarmi climatici è come chi non crede all'Olocausto. Adesso che lui ha parlato invece di cantare bisognerà che qualche volontario con moltissimo tempo a disposizione si presenti a bordo del suo yacht e gli spieghi che la Shoah è un evento della Storia, mentre, per fare un esempio, noi non sappiamo se ci sarà mai lo scioglimento dei ghiacci. Certo, è chiaro che stiamo parlando di una mente non comune. Fa ad esempio impressione la particolare abilità con cui Paul riesce contemporaneamente a parlare senza pensare un solo istante. D'altra parte, quando i Beatles composero The Fool on the Hill (in italiano Lo scemo sulla collina), a qualcuno si saranno ispirati.

Il Tizio della Sera



L’ultima scoperta

Scopre due anni dopo un’intervista di Cossiga al quotidiano israeliano Yediot Aharonot; scopre che esisteva un cosiddetto “Accordo Moro”, dal nome e dalla volontà dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, e che secondo tale accordo stipulato negli anni Settanta l’Italia non si sarebbe intromessa negli affari dei palestinesi, come far viaggiare armi di provenienza sovietica sul territorio nazionale, e che in cambio i palestinesi non avrebbero colpito obiettivi italiani; e con la bocca spalancata dallo stupore come un immenso hangar, scopre che gli ebrei italiani, anzi che gli italiani ebrei, risultavano esclusi dall’equazione e che in modo implicito essi avrebbero potuto essere uccisi, come poi in effetti avvenne. Smette di leggere l’intervista perché è finita e scopre di avere finito anche lo stupore e che forse non ne avrà mai più.

Il Tizio della Sera



Pianta antica

(Circa l’albero al confine col Libano)
L’albero oltre cui tiravo
la mia bombetta a mano
a quelli di Tzahal
non c’è più
or è un mobile banal
A Haifa è un comodino
comprato da un rabbino

Il Tizio della Sera

Sì, signor Tizio della Sera, lo so che te l’ho già detto che ti amo, ma ogni tanto bisogna proprio che te lo ripeta, perché ti amo talmente tanto che se non apro la valvola di scarico mi intaso e quindi ecco, lo ridico: TIZIO DELLA SERA, TI AMO!

barbara


13 giugno 2010

QUANDO L’OBIETTIVO È LA PACE

Ho conservato questo bellissimo articolo scritto qualche giorno fa da Alessandro Schwed, che mi sembra il miglior commento all’imperativo categorico uscito dalla nave dei pacifisti, ossia coloro che operano per la pace.

"Tornatevene ad Auschwitz"

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante. È la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? È in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale. E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. È dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati. L’audio di “Go back to Auschwitz” è emerso pochi giorni dopo che l’universale condanna a Gerusalemme si era distesa sul mondo come un’immensa coperta mediatica, da polo a polo. Ma “Go back to Auschwitz” non è divenuto informazione per far sapere chi fossero in realtà i pacifisti della Marmara. “Go back to Auschwitz” è come un documento-audio senza volume, o meglio ha un volume che riescono a sentire gli ebrei e le persone di buona volontà: da una parte la frase “Go back to Auschwitz” non ha la forza di essere sentita nella sua mostruosa evidenza antiumana, e così risalire la china dello scoop di Israele stragista; dall’altra quella stessa frase pesca silenziosamente nella palude del mondo, dove si nasconde, voluttuoso, il desiderio della fine ebraica. “Go back to Auschwitz” è uno spot genocida sparato col silenziatore. Pubblicità nazista che si fa largo con tatto paradossale in mezzo a un consenso che non ne parla ma lo lascia diffondere, vendendo a Eurabia l’arrivo di una seconda possibile Shoah. “Stiamo tornando – recita in modo subliminale lo spot – e abbiamo la soluzione – finale”. Il punto non è che i media non hanno rivelato l’approccio nazi-islamico in puro stile Ahmadinejad, e neanche che dopo l’indiscriminata levata di scudi contro Israele a niente sono valse le foto e i video nella rete dove si vedono i soldati israeliani che si calano con una corda, linciati con sbarre e bastoni, chiusi in una cella, i denti rotti e buttati fuori bordo – e si capisce la violenza debordante della reazione militare. Il punto è che i media sono stati entusiasticamente favorevoli a gridare alla strage degli innocenti, che è così ebraica, e se tale effetto virtuale si vanificasse, sarebbe una delusione come un gol della vittoria bellissimo in moviola e poi annullato per fuorigioco. In ogni caso, impressiona come nel mondo dell’immagine la parola torni a essere potente ogni volta che accanto a “morte” si scrive “esercito israeliano”. La morte è scandalo indigeribile, e ancor meno digeribile è la morte di uomini raccontati come inermi pacifisti. Ma che ghiottoneria è la morte procurata da un esercito di ebrei – ha scritto il Tizio della Sera su Moked, portale delle Comunità ebraiche italiane. Nessun network si è sentito di sciupare lo scoop antiebraico, dando importanza al fatto che i “pacifisti” non fossero affatto inermi, ma tutta gente addestrata. Martiri che da tempo si preparavano; genieri della provocazione, all’opera per una gigantesca trappola da lanciare fra le gambe degli israeliani. I quali da anni perdono tutte le grandi battaglie mediatiche per l’oggettivo pregiudizio che opera nei loro confronti di ebrei vivi; ben altra cosa, rispetto ai sei milioni di ebrei morti, plasmabili facilmente dall’ipocrisia di chi a loro è interessato solamente come elemento tattico-ideologico, variante della guerra antifascista. E di fatti, c’è quel mondo “antifascista” che spende i 27 di gennaio non parlando della Shoah, ma della guerra partigiana di cui sarebbe logico e onorevole parlare il 25 aprile. E ora che vengono fuori le notizie su chi fossero gli eroi della nave turca che il mondo ha cantato per dodici ore, anche se adesso la canzone si è strozzata in gola; ora che circolano silenziosi dubbi su chi fossero davvero i pacifisti, se fossero pacifisti, e come si sono comportati i pacifisti – è ora che nessuno è interessato a diramare le notizie. Come se notizie autentiche sui pacifisti siano elementi antispettacolari che la tv si guarda dal diffondere perché deludenti e portatrici di depressione. Ad esempio, non ha avuto rilievo una piccola notizia del 3 giugno sul Corriere della Sera fiorentino: il 26 aprile, Mariano Mingarelli, presidente dell’associazione dell’amicizia filopalestinese, si è dimesso dall’agenzia di stampa Infopal (filo Palestina), per gli eccessi di antisemitismo di alcuni intellettuali al suo interno. In una sorta di bonaccia universale della democrazia, durante la quale tutto è inerte prima del maremoto, i media non gridano la vera e nuova identità sinistro-destra dei pacifisti italiani, tornati trionfalmente a Fiumicino come decine di Ulisse a Itaca. Invece di uno sciopero generale per lo scandalo della menzogna, c’è un silenzio generale per imbavagliare la verità: come se quanto è successo alla Coop fosse stato una mera sbadataggine. Si guardi alla semplicità disarmante, e come armata, con cui una dirigente della Cgil ha dichiarato in tv che la Cgil, il più grande sindacato italiano, è con la Palestina – dunque Hamas, il jihad, il mondo che nega la Shoah e vuole vaporizzare Israele. E a sostegno unilaterale dei pacifisti, troverete lo sdegno del Colle che aveva messo in guardia dai pericoli dell’antisionismo antisemita e poi è caduto sulla buccia di banana della disinformazia pacifista; così come è apparso sonnacchiosamente dalla parte del pacifismo turco, il Partito democratico, appisolato nella sua eterna controra. E se ciò non costituisce novità, quante volte la linea del Pd su Israele, dalla guerra in Libano alle passeggiate con Hezbollah sul corso di Beirut, è sprofondata con un oplà nel terzomondismo. Ma lo strafalcione è stato commesso, e va detto che è proprio qui e ora, nell’approccio acefalo con la flottiglia semiturca della pace, che si salda l’alleanza passiva tra sinistra e fondamentalismo, evocando i nove morti come una sorta di Fosse Ardeatine dove gli israeliani sono quelli della rappresaglia nazista. Dunque, passando davanti al ghetto: “Nazisti”. Addio Storia, patrimonio gramsciano, addio memoria di come il mondo arabo fu alleato al nazismo – asini! È in questa facilità di adesione allo hitlerismo, nell’antigiudaismo, nei pogrom arabi di sempre, nei lamenti di Maimonide per le piaghe del popolo ebraico sotto il tallone degli sceicchi, che si trova la continuità con Ahmadinejad, col negazionismo, con l’idea di un nuovo Olocausto, con il successo editoriale nel mondo arabo del libello sui sette savi di Sion. Il giorno dopo l’attacco israeliano, la sola novità possibile era che l’attacco israeliano fosse una reazione scomposta e politicamente sciagurata a una trappola preparata da un gruppo islamista con simpatie hitleriane. Ma la verità di un giorno dopo è lenta per il Pubblico all’ascolto: il Pubblico vuole le emozioni, non la verità storica. E poi, il vecchio continente soffre di un’antica incontinenza antigiudaica. Solidarizza con il nazi-islamismo: uno, ha paura dei missili di Teheran e del prezzo del petrolio; due, la scena davanti a Gaza illuminava in modo fantastico gli ebrei proprio mentre erano colpevoli. Se gli israeliani sono finiti in trappola, non sarà l’Europa a dirlo. Non succederà certo in Europa, quanto in questi giorni propongono gli studenti israeliani, che qualcuno organizzi una flottiglia di pace per Shalit; come non c’è mai stato un corteo bipartisan contro gli insediamenti e i razzi di Hezbollah sull’alta Galilea; una campagna di sinistra contro i pogrom nei paesi arabi; nessun titolo di giornale dopo il linciaggio dei due soldati israeliani, le cui interiora furono esibite dagli abitanti di un villaggio palestinese, danzando gioiosi davanti alle telecamere. Nessuna piazza della sinistra europea è stata piena per i morti di kamikaze di Haifa e Gerusalemme; nessun lenzuolo è stato steso alla finestra per le quotidiane aggressioni subite dagli ebrei francesi, in fuga da quella nazione nel più esteso disinteresse europeo; nessuna fiaccolata bertinottiana ha mai sfilato contro le liste di proscrizione antiebraica stilate nelle università d’Europa; nessuna guerriglia si è mai accesa sotto l’ambasciata di Teheran, per il negazionismo della Shoah e la volontà di cancellare Israele dalla geografia; nessun grido è stato sentito contro le limitazioni delle libertà religiose in medio oriente – perché la religione è l’oppio dei popoli; nessun dibattito è stato lanciato contro il revisionismo della storia israeliana, ridotta a cartone animato per analfabeti. Per tutto questo, mai sdegno. L’improvvido plauso della folla dei marciatori di Assisi con quelli che dicono “Go back to Auschwitz” è un maggio parigino alla rovescia, un cupo inverno perenne; è rivelare che allora la Resistenza fu antifascista e non amorosamente filoebraica; che tutti furono intorno a Primo Levi ma non con Primo Levi; che la pace è una bandiera egualitaria dove tutti, ma tutti, possono insultare gli ebrei e auspicare che tornino ad Auschwitz. La novità autentica di questo capovolgimento della realtà è che 65 anni dopo la liberazione di Auschwitz, quando gli esterrefatti soldati sovietici si trovarono davanti al più grande mattatoio della Storia, gli eredi politici dell’Ottobre, che proprio contro il nazismo ha speso decine di milioni di morti, ora stanno licenziosamente con chi dice la cinica battuta da western di second’ordine “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz – per il comunismo e la libertà. Sotto la sfacciata luce del Male, da Londra a Roma una sinistra pacifista si fa comandare come un povero ciuco. Domani, potrebbe gridare di ricondurre il popolo ebraico ad Auschwitz e che ognuno di noi rechi al collo il cartello “Nazista”, con la esse della svastica. Il punto è come sia potuto avvenire tale allucinato capovolgimento della realtà. Di sicuro, sappiamo che la sinistra adesso è destra razzista, e che in greco capovolgimento si dice katastrophè.

Avevo in mente un paio di cose da aggiungere, ma dopo averlo riletto mi sono resa conto che non posso: anche una sola parola aggiunta rischierebbe di sporcare questo purissimo cristallo.

barbara


30 marzo 2008

ARTICOLO 11: L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA

COSTITUZIONE ITALIANA

Articolo 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.


Art. 60
La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni.
La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

Art. 78
Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.

Art. 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.
[…]
Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.
[…]

Art. 103
[...] I tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. [...]

Art. 111
[...] Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra. [...]

E adesso per favore non venitemi a raccontare che la guerra è brutta sporca e cattiva e muoiono gli innocenti: lo so. E non è questo il tema del post. E non venitemi a raccontare che la guerra non si dovrebbe mai fare: sono perfettamente d’accordo che sarebbe bello se la guerra non si facesse mai; non sono invece d’accordo sul fatto che si possa sempre evitare. Ma non è questo il tema del post. Il tema del post è che chi ci viene a raccontare la storiella che la Costituzione italiana escluderebbe dal proprio ordinamento la possibilità della guerra, che non la contempla, che non la prevede, che non la ammette, sta dicendo una puttanata grande come una casa. Costituzione alla mano.

barbara


4 marzo 2008

E CI RISIAMO

Ripropongo un mio articoletto di sei anni fa. Ma potrei benissimo averlo scritto sei mesi fa, o sei giorni fa, o sei minuti fa. Purtroppo …

Era successo nel 1948. È successo di nuovo nel 1967. È tornato a succedere nel 1973: Israele viene attaccato. Non perché abbia fatto qualcosa da cui ci si debba difendere, non perché ne abbia fornito un qualche pretesto, no: Israele viene attaccato perché Israele delenda est. Viene attaccato e le prende (non dimentichiamo che la guerra del 1967 era stata preceduta da oltre 2000 incursioni armate in territorio israeliano; incursioni alle quali - ironia della storia - Israele non aveva mai risposto per non rischiare di far scoppiare una guerra). Israele le prende e l'Europa sta a guardare, il mondo sta a guardare, l'ONU sta a guardare. Poi Israele si rinfranca, si organizza, forse qualcuno comincia a pensare: "Se guerra dev'essere, ebbene, che guerra sia", e comincia a pestare di santa ragione, comincia a prendere il sopravvento ed ecco - miracolo! - improvvisamente l'Europa si accorge, il mondo si accorge, l'ONU si accorge che c'è una guerra in Medio Oriente, una guerra che, come tutte le guerre, è brutta sporca e cattiva, una guerra che giustamente ripugna alla nostra coscienza civile, una guerra che non possiamo stare a guardare indifferenti: dobbiamo intervenire, dobbiamo rimboccarci le maniche, dobbiamo fermarla. E la fermiamo, infatti, lasciando Israele non vincitore, i suoi nemici non sconfitti e pronti a ricominciare alla prossima occasione. E un anno e mezzo fa, puntuali, hanno ricominciato. Per un anno e mezzo il mondo, come da copione, è stato a guardare. Dopo un anno e mezzo di terrore, finalmente, Israele si è deciso a combattere sul serio e sta cominciando a prendere il sopravvento su chi lo vuole distruggere. E il mondo - immancabile miracolo - ha cominciato a mobilitarsi per fermare la guerra e impedire ancora una volta a Israele di avere ragione dei suoi nemici e garantirsi una volta per tutte il diritto all'esistenza. Poi, a missione compiuta, andremo a dormire soddisfatti per la buona azione compiuta. E fra due, o cinque, o dieci anni, torneremo a piangere per i poveri martiri, talmente disperati da non avere altro desiderio che di morire ammazzando più ebrei possibile. E a mobilitarci per fermare la prossima guerra. Ora e sempre nei secoli dei secoli, amen.

barbara


27 settembre 2007

MEMENTO



Una scena del “Dottor Divago” (nel film: caso più unico che raro di film che è più bello del libro): dopo la manifestazione pacifica repressa nel sangue lui, all’alba, si presenta a casa di lei e le dà una pistola, chiedendole di nasconderla; lei spaventata, gli dice: “No, buttala via!” Lui, tremante di odio, di rabbia, di dolore per gli innocenti massacrati, con gli occhi fissi e la voce dura risponde: “No, mi servirà: non ci saranno più manifestazioni pacifiche”.
Fanculo alle manifestazioni pacifiche. Fanculo ai pacifisti. Fanculo alle anime belle di tutto il mondo. Hitler non è stato abbattuto con le manifestazioni pacifiche. Pol Pot non è stato abbattuto con le manifestazioni pacifiche. E non mi si venga a dire “E Gandhi allora?”: Gandhi aveva a che fare con una democrazia. Imperialista, colonialista, e metteteci pure tutti gli ismi che volete, ma pur sempre democrazia. Se di fronte a Gandhi al posto del re d’Inghilterra ci fosse stato Hitler, la sua protesta non violenta sarebbe durata esattamente cinque secondi: il tempo di prendere la mira per piantargli una pallottola in fronte.
Sto piangendo. Sapendo perfettamente che tutte insieme le mie lacrime non basteranno a lenire la più piccola delle ferite inferte oggi, ma come impedirmelo?

E ascoltate anche questo.

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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