.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


6 febbraio 2011

PACE

C'è chi la chiede così:


la scritta in ebraico significa shalom, cioè pace

e chi invece così:

        
                                                                                       foto scattata a una manifestazione pacifista

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pace antisemitismo

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 6/2/2011 alle 19:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


21 ottobre 2010

LAILA TOV, BOKER TOV

Sognare

Come tutte le tarde sere della sua vita che comincia ad attardarsi, a un quarto a mezzanotte Il Tizio della Sera è a letto e sta per addormentarsi. Prima di dormire, fa il solito gioco dell'invenzione in modo di piombare nel sonno. Con la testa abbandonata sul cuscino, lui lascia andar via i pensieri come se fossero cavalli rimasti senza briglia. Gira la testa e c'è la pace da trentanni, la gira ancora ed è una pace dappertutto. Si mette di fianco e sono finite le guerre-placate le tensioni, ed è un'altra la faccia del mondo. Si gratta un piede e cerimonie festeggiano il compiuto ritorno alla pace. Dal buio vede riunioni di reduci dall'Afghanistan, reduci dalle intifade, reduci dalle guerre in Libano. Fa scrocchiare le giunture sotto le lenzuola e ci sono convegni di vegliardi che a stento si ricordano come fosse la Prima Guerra del Golfo. Gira di nuovo la testa sul cuscino e in una città d'Italia c'è una riunione di vecchi antisionisti, si soffia il naso e quelli sono in un pub - e questa sì che è un'idea, e ora si divertirà. Sì sì, proprio bene. Spenge la luce sul comodino e nel pub c'è la musica di Wagner. Starnutisce perché la mattina ha preso freddo e i veterani brindano con la birra e la birra trabocca dai boccali e hanno le gote rosse come in un'illustrazione. Lo stomaco brontola e gli occhi di quelle carogne brillano di commozione, e ora gli sfessati si sarebbero dissolti senza sapere che sarebbero scomparsi perché ora lui si sarebbe addormentato. E ormai sta per addormentarsi, e uno con la birra si alza in mezzo alla tavolata. È fra le teste dei reduci e pronuncia le parole di un brindisi: "A quando riducemmo la Storia a un colabrodo". E c'è un applauso, e ci sono fischi di approvazione. Nel buio della camera da letto, Il Tizio della Sera fa un ruttino e quelli della tavolata si girano per vedere chi è stato. Si alza un altro veterano con un boccale traboccante in mano, e vorrebbe brindare, e comincerebbe un brindisi. Da sotto le coperte, il Tizio fa una pernacchia moderatamente lunga, e nella tavolata si fa silenzio. Qualcuno di quelli urla: "Chi è stato?". Altri si alzano in piedi, e hanno i volti congestionati e allontanano bruscamente la sedia dal tavolo. Uno con la faccia sfregiata e l'elmetto tira fuori dall'impermeabile una vecchia pistola tedesca. La punta verso il letto, preme il grilletto. Il Tizio si sfiora la fronte e dalla pistola esce uno schizzo d'acqua. Lo sfregiato guarda stupito la pistola. Il Tizio della Sera non conosce mezze misure. "Adesso basta - tuona - a letto". Dalla tavolata, quelli protestano. "Non abbiamo sonno, è presto". Mugugnano. "Aspetta un pochino". Il Tizio è irremovibile: "Ragazzi, a letto e senza discussioni". Il proprietario del pub ha un lungo grembiale e si mette le mani sui fianchi: "Si chiudeeee". Nel locale, si fa buio. Prima di addormentarsi, in camera da letto spunta la voce di uno di loro. "Laila tov". Un attore della compagnia dei sogni. Laila tov, ragazzi. Almeno la notte, come ci si diverte.

Il Tizio della Sera

Già, la notte. Sognando. Fantasticando (mamma mia, caro Tizio della Sera, che favola triste che hai inventato stavolta, triste da lasciare il mal di stomaco!). Perché poi la notte finisce e comincia un nuovo giorno e il sogno finisce e tocca affrontare di nuovo la realtà. Quella di cui parla Ugo Volli.



Cari amici rassegnamoci, siamo un corpo estraneo corrosivo. Lo dice un arcivescovo e bisogna credergli

Ci sono delle parole che portano in sé il loro destino, ben al di là del significato letterale. Propagandare la "democrazia sostanziale" contro quella formale, significa appoggiare una dittatura comunista; chiedere un "socialismo nazionale" implica una simpatia per il nazismo; volere la "rivoluzione permanente" è segno di trotzkismo. Un cristiano che vuol ritornare alla Scrittura è probabilmente un riformato, uno che cita la Tradizione con la maiuscola un cattolico, probabilmente di destra. E se qualcuno dice che gli ebrei sono un "corpo estraneo" nel popolo, chi vi viene in mente? Hitler, naturalmente, il Mussolini dell'ultimo decennio esplicitamente razzista, di recente Ahamdinedjad.
Bene, leggete ora questa cronaca della "Stampa", sempre dal solito sinodo dei vescovi cattolici del Medio Oriente
(http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=196&ID_articolo=997&ID_sezione=396&sezione=): Medio oriente, “non assimilato”. Ecco la terminologia nazista che spunta fuori. Vi sembra un caso? Una sfortunata coincidenza? Continuate con me la lettura: "La situazione del Medio Oriente oggi è come un organo vivente che ha subito un trapianto che non riesce ad assimilare e che non ha avuto specialisti che lo curassero. Come ultima risorsa l'Oriente arabo musulmano ha guardato alla Chiesa credendo, come dentro di sé pensa, che sia capace di ottenergli giustizia. Non è stato così. È deluso, ha paura. La sua fiducia si è trasformata in frustrazione. È caduto in una crisi profonda. Il corpo estraneo, non assimilato, lo corrode e gli impedisce di occuparsi del suo stato generale e del suo sviluppo”. Il corpo non è solo estraneo, dunque, ma "corrode" e naturalmente "non è assimilato". Ah, i perfidi giudei, che non vogliono assimilarsi! Che corrodono! Povero Medio Oriente corroso da questi estranei non assimilati! Del resto lo diceva anche il Mein Kampf (Parte II, capitolo 5) che gli ebrei corrodono le nazioni (l'imbianchino parlava del comunismo, ma il sionismo, lo sappiamo non è dammeno). Che peccato che non ci sia l'Inquisizione in Medio Oriente! È questa, no, il rogo degli ebrei praticato dell'Inquisizione e poi imitato da Hitler, che sarebbe una perfetta "ultima risorsa"! Non corroderebbero più, non sarebbero più estranei...
Ma purtroppo no... "Il Medio Oriente musulmano, dice Farhat, nella sua schiacciante maggioranza è in crisi. “Non può farsi giustizia. Non trova alleati né sul piano umano né sul piano politico, meno ancora sul piano scientifico. È frustrato. Si rivolta. La sua frustrazione ha avuto come effetto le rivoluzioni, il radicalismo, le guerre, il terrore e l'appello (da'wat) al ritorno agli insegnamenti radicali (salafiyyah)." Fa bene dunque il Sinodo a dire che l'"integralismo" (cioè in buon italiano il terrorismo) è colpa dell'occupazione (cioè di Israele). Ma non sono colpa degli ebrei solo le giuste violenze che essi subiscono, perché in questo caso, naturalmente, alla Chiesa non potrebbe importare granché. No: "Volendo farsi giustizia da solo il radicalismo ricorre alla violenza. Crede di fare più scalpore se si attacca ai corpi costituiti. Il più accessibile e il più fragile è la Chiesa. Non conoscendo la nozione di gratuità, esso accusa i cristiani di avere dei pensieri nascosti di proselitismo, di essere complici delle potenze imperialiste”. E per carità, i cristiani non hanno affatto pensieri di proselitismo, né nascosti né no, e non sono affatto solidali con l'Occidente, come dire "compici delle potenze
imperialiste". "È per questo, afferma Farhat, che “dall'Iraq alla Turchia, al Pakistan fino all'India, le vittime si sono moltiplicate. Si tratta sempre di innocenti e di servitori volontari: monsignor Luigi Padovese e don Andrea Santoro in Turchia, l'avvocato assassinato con la sua famiglia in Pakistan, monsignor Claveri e e i religiosi e le religiose in Algeria, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli innocenti, assassinati durante la guerra del Libano. Si tratta di facili prede”. Prede che naturalmente sono colpa, in definitiva dell'imperialismo e del "corpo estraneo". Questo sì che è ragionare. Dall'Iraq alla Turchia al Pakistan la colpa è degli ebrei. Corpo estraneo. Non assimilati. Che corrodono. E provocano violenza.
Siete un po' sconvolti? Io sì, davvero... Pensavo che dai tempi di Padre Gemelli e della complicità di certe parti del mondo cattolico con il razzismo nazisfascita, fosse passata molta acqua sotto i ponti. E invece no, eccoli qua. Voi dite: sarà un pazzo isolato, un fanatico. E invece no. Ecco un pezzo di biografia ufficiosa che ho trovato in rete: "L'arcivescovo Edmond Y. Farhat è nato a Ain Kfaa nel 1933; nominato vescovo nell'agosto 1989 con i seguenti incarichi contemporanei: pro-nunzio in Algeria e Tunisia e delegato apostolico in Libia; consacrato vescovo nell'ottobre dello stesso anno da papa Giovanni Paolo II; nel 1995 è stato trasferito come nunzio in Slovenia assolvendo l'incarico contemporaneamente di nunzio in Macedonia; nel 2001 trasferito in Turchia come nunzio ha assolto incarico anche per il Tukmenistan; nel 1995 è stato di nuovo trasferito come nunzio in Austria a Vienna dove si è fermato fino alla pensione naturale a 75 anni nel gennaio 2009." Insomma, un diplomatico, uno che sa come misurare le parole. E che quando dice qualcosa, per esempio "corpo estraneo" "non assimilato" "corrosivo" sa benissimo quel che vuol dire. E a proposito, avete sentito di qualche reazione vaticana, della volontà di distanziarsi se non altro da questo linguaggio? Io no. Forse c'è stata (ne dubito), ma nessuno ne ha parlato. Anche perché la stampa italiana, con l'eccezione di questo pezzo neanche tanto in evidenza sulla Stampa, ha preferito ignorare la faccenda. È molto più facile prendersela con Moffa e con Ciarrapico... ma quando queste cose le dice un arcivescovo... in pieno Sinodo... come diceva Manzoni: tagliare e sopire, sopire e tagliare.

Ugo Volli (pubblicato in Informazione Corretta)

Ci sono due tipi di corpi estranei: i tumori benigni e i tumori maligni. I tumori benigni sono estranei ma non corrodono. I nazisti, che non erano diplomatici, dicevano che gli ebrei sono un cancro. Oggi la parola cancro non è molto amata, e si preferisce sostituirla con qualche locuzione: male incurabile, un brutto male, neoplasia, formazione neoplastica; l’arcivescovo, che è un diplomatico di professione, dice che sono un corpo estraneo che corrode. Immagino che le uniche terapie possibili siano l’estirpazione chirurgica, o un massiccio bombardamento di radiazioni. O il dissolvimento tramite chemioterapia.
Laila tov, Tizio della Sera. Boker tov, Ugo Volli. Behatzlachah a tutti noi.

  
Questo è il Tizio della Sera. Gli ho messo un po' di nebbia     Questo invece sapete chi è
sulla faccia perché non si riconosca troppo


barbara


14 ottobre 2010

LA SPAGNOLA SA AMAR COSÌ

bocca a bocca la notte e il dì



stretti stretti nell’estasi d’amor

(e poi vai a leggerti questo, che un bel promemoria non è mai di troppo)

barbara


7 ottobre 2010

MA COSA GUADAGNA ISRAELE DAL CONGELAMENTO DEGLI INSEDIAMENTI?

Da un editoriale del Jerusalem Post

Un articolo di dieci mesi fa che è molto opportuno rileggere oggi, alla luce dei cosiddetti “colloqui di pace” attualmente (ancora?) in corso.

Facciamo un rapido calcolo dei vantaggi diplomatici maturati da Israele da quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato, lo scorso 25 novembre, la moratoria per dieci mesi di tutte le nuove attività edilizie negli insediamenti, una dichiarazione che ha fatto seguito, con ritardo, al discorso che tenne all’Università Bar-Ilan il 14 giugno col quale Netanyahu accettava formalmente la creazione di una “Palestina” smilitarizzata come obiettivo finale dei negoziati.
Da quando il congelamento è stato annunciato, l’inviato speciale americano George Mitchell non si è certo abbandonato all’entusiasmo. Pur riconoscendo che Netanyahu si era spinto più avanti di qualunque precedente leader israeliano, tutto quello che Mitchell è riuscito ad aggiungere è che desidera vedere “quanto prima possibile” la ripresa dei negoziati sullo status definitivo. Al che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha risposto in sostanza: “Non penso proprio”.
Parlando a un centro studi di Washington, Mitchell si è per lo meno sforzato di ripetere quello che aveva poco prima affermato il segretario di stato Hillary Clinton, e cioè che i negoziati dovrebbero “basarsi sulle linee del 1967 con scambi concordati”. Affermazione significativa, giacché finora l’amministrazione Obama sembrava tirarsi indietro rispetto alla famosa lettera ad Ariel Sharon dell’aprile 2004 con cui l’allora presidente americano George W. Bush dichiarava che il risultato del negoziato avrebbe dovuto basarsi sulla formula “1967-più” (alcuni cambiamenti). Purtroppo lo stesso Netanyahu, prendendo una straordinaria cantonata diplomatica, ha accettato che venissero inclusi nel congelamento delle costruzioni anche quei blocchi di insediamenti che, per generale consenso in Israele, si considerano destinati a restare israeliani (nel quadro dello scambio territoriale di cui sopra).
Di fronte alla reazione minimalista dell’amministrazione Usa ai due storici annunci di Netanyahu, e alla luce della comprovata incapacità di Washington di persuadere i governi arabi a fare il minimo passo verso la normalizzazione dei rapporti con Israele per dimostrare che la decantata “iniziativa di pace araba” non è solo una manovra propagandistica, non si può far altro che domandarsi dove stia portando questo congelamento.
Se significa così poco per la Casa Bianca e niente del tutto per i palestinesi – e se oltretutto non rientra in una più ampia e coerente strategia con la quale Netanyahu enunci quali dovrebbero essere i confini di Israele – e se il lacerante impatto della moratoria sul piano interno è tutto dolori e nessun progresso, allora dove sono i vantaggi?
Poi c’è stata l’iniziativa della presidenza svedese dell’Unione Europea che, “prendendo atto” del congelamento di Netanyahu, proponeva di consacrare la posizione palestinese su Gerusalemme come politica ufficiale della UE. È già abbastanza negativo che l’Europa respinga la sovranità di Israele su Gerusalemme ovest sostenendo di non voler pregiudicare i risultati del negoziato. Ma vedere la Svezia che premeva con tanta forza perché venisse riconosciuta Gerusalemme est come capitale della “Palestina” mentre Abu Mazen si rifiuta di sedersi al tavolo dei negoziati è qualcosa di profondamente sconfortante per quella grande maggioranza di israeliani che vorrebbe genuinamente perseguire una composizione del conflitto coi palestinesi. Evidentemente per certi europei è politicamente più facile scimmiottare le rivendicazioni dell’Olp anziché sostenere una soluzione equa, che tenga conto anche delle sensibilità e delle esigenze degli ebrei.
Con tutta evidenza la richiesta di Abu Mazen di congelare gli insediamenti è, prima di ogni altra cosa, fasulla. Il possibile accordo di pace risolverebbe in modo permanente la questione di dove gli ebrei possano esercitare i loro diritti e di quali insediamenti debbano essere sgomberati. Dunque, perché stare a discutere di un congelamento quando si potrebbe negoziare sui confini definitivi?
La vera ragione per cui Abu Mazen non vuole trattare è perché spera che, tenendo duro, l’esasperata amministrazione americana finirà con l’imporre a Israele la posizione di Fatah. E per giunta non vuole apparire conciliante mentre fra i palestinesi sono in crescita le fortune di Hamas. Non aiuta il fatto che Netanyahu lo metta in una posizione insostenibile. L’Olp, che ufficialmente si astiene dalla lotta armata, è dal 1993 che chiede la scarcerazione in massa di detenuti palestinesi, richiesta cui Israele ha risposto in a pizzichi e smozzichi, sotto la voce “aiutare Abu Mazen”. Hamas invece, prendendo in ostaggio un solo soldato israeliano e attenendosi al suo ricatto originario per più di tre anni, sta per ottenere la scarcerazione di mille terroristi detenuti nelle carceri israeliane, compresi alcuni dei più infami. La popolarità dei fondamentalisti islamisti schizzerà alle stelle, quella di Fatah andrà a picco.
Per aggiungere il danno alla beffa, Netanyahu sembra che accarezzi l’idea di rimettere in libertà Marwan Barghouti, il cui arrivo a Ramallah procurerebbe un grande mal di pancia ad Abu Mazen, e affretterebbe un riavvicinamento fra Fatah e Hamas a spese sia di Israele che di Abu Mazen. Nessuna meraviglia che il rais palestinese tenga il broncio.
Sicché il congelamento di Netanyahu, fortemente spinto degli americani, ha messo i coloni contro i soldati e non ha smosso né Abu Mazen né la Lega Araba; Hamas è incerta e l’Europa è ben poco impressionata. L’amministrazione Obama, che finora ha solo offerto qualche stiracchiato encomio, dovrebbe fare molto di più, e di meglio.

(Da: Jerusalem Post, 8.12.09)

I buoni articoli li tengo sempre da parte, certa che, come il vino di qualità, si apprezzeranno meglio dopo averli lasciati invecchiare per un po’. Ebbene, ora il momento è arrivato. Abbiamo visto, dopo la stesura di questo articolo, la dirigenza palestinese lasciar colare, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, tutto il tempo previsto per la moratoria rifiutando pervicacemente ogni ipotesi di incontro. L’abbiamo vista fingere di accettarlo giusto alla vigilia della scadenza della moratoria – salutata con immenso giubilo, più ancora che dai cosiddetti coloni, dai muratori palestinesi (ebbene sì, non ci sono solo palestinesi terroristi che reggono il moccolo ai propri dirigenti, non ci sono solo palestinesi corrotti che si arricchiscono sulla pelle della propria gente: ci sono anche palestinesi onesti, che lavorano per guadagnarsi il pane), che vedono finalmente finire il lungo incubo dei mesi senza lavoro e possono ricominciare a sfamare decentemente le proprie famiglie – all’unico scopo di poter dire di lì a tre giorni, ossia prima ancora di aver cominciato a discutere davvero, ecco, adesso per colpa vostra non possiamo discutere più. Abbiamo visto che questa ridicola moratoria ha pesantemente danneggiato Israele e i palestinesi onesti senza avvicinare di un solo millimetro le possibilità di pace – se non addirittura allontanandole. Abbiamo visto il bluff esplodere nelle mani di chi lo aveva fabbricato – ma tanto si sa che la colpa viene sistematicamente scaricata su Israele. E stiamo continuando ad assistere alla solita, eterna, invereconda sceneggiata di chi, dopo avere costretto Israele a indietreggiare fino a trovarsi con le spalle al muro, constatato che ciò non ha portato la pace, insiste per farlo indietreggiare ancora di più.
Molto appropriato, in questo contesto, andare a leggere anche lui, oltre a un – come sempre - meraviglioso Tizio della Sera fresco di giornata, finalmente tornato dopo lunga assenza.



Qualcuno avverta in quale tubazione stiamo scorrendo

Da settimane, gli ebrei d'Europa sono invisibili, illogici fantasmi di gente viva. Come da prassi, ogni giorno si ricordano gli ebrei scomparsi nella Shoah, che però a questo punto del XXI secolo nessuno ha conosciuto, e per una fatalità reale quanto onirica contano più i morti dei vivi - a questo servono i figli di Giacobbe, a procurare emozioni. Gli ebrei: rabbia o lacrime. Malinconia, o disprezzo. Odio o ammirazione. Altrimenti, niente. Curioso fenomeno: esserci e non esserci. Come spiegare, se non così, il nulla di notizie sulle bombe al fosforo cadute su Israele, o il silenzio cannibale che sta ingurgitando il soldato Shalit. Chissà dove siamo in questo momento. In un postmoderno dramma senza dramma, un classico dramma anestetico, la recente vita ebraica è inghiottita in una stanza senza ubicazione che esiste ovunque e farà male al risveglio.

Il Tizio della Sera

E ci possiamo scommettere la testa che se fra un anno, fra cinque anni, fra dieci anni, ci capiterà di rileggere questo post, dovremo guardare la data per capire che non è di giornata. Sempre che non vincano la battaglia gli “amici” nonché “sionisti” di jstreet e jcall, nel qual caso si capirà che si tratta di cose vecchie dal fatto che vi si parla di un Israele ancora esistente.

AGGIORNAMENTO: assolutamente da leggere.

                           

barbara


8 settembre 2010

SHANA TOVA

Un augurio sincero a tutti i miei amici. Poiché preferisco essere realistica, non vi auguro che si realizzino tutti i vostri desideri, ma almeno qualcuno di quelli a cui tenete di più. Non oso augurare che arrivi la pace, ma auguro e mi auguro che spunti qualcuno che la voglia davvero, e che davvero si impegni a costruirla, anche dall'altra parte. Auguro a tutti noi che la voglia di vivere e di agire ci accompagni, e che l'anno che sta arrivando non sia turbato da troppi giorni bui. E che la concordia che dovrebbe accompagnarci sempre ma non sempre ci accompagna, possa raggiungere livelli ragionevoli.
Shanà tovà umetukà a tutti.



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. shana tova buon anno auguri pace

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 8/9/2010 alle 18:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


22 agosto 2010

FARE I CONTI CON LA REALTÀ

La pace e la realtà

Fra molti segnali di giubilo da parte americana e uno scetticismo più o meno mascherato da parte di tutti gli altri, l'amministrazione Obama ha annunciato l'inizio delle trattative di pace fra Israele e palestinesi (solo quelli di Ramallah, non Hamas che non è gradito e non gradisce) fra una decina di giorni con un vertice a Washington. La pace è naturalmente una cosa buona, ma è una prospettiva lontana. Bisogna chiedersi: al di là dell'effetto positivo sulla traballante campagna elettorale democratica per il voto di midterm di novembre, che cosa verrà davvero da questi incontri?
La speranza naturalmente è un diritto e magari un dovere di chiunque. Ma esiste un punto di equilibrio fra Israele e le istituzioni palestinesi, che continuano a educare i propri figli all'inesistenza di Israele, alla Palestina "dal fiume al mare" e all'"eroismo" dei
"martiri" terroristi suicidi? È ragionevole pensare che questo punto di equilibrio siano quei confini del '49 contro cui il mondo arabo ha fatto quattro volte guerra e i palestinesi hanno organizzato infiniti attentati e che sul piano militare mettono tutta Israele (fra l'altro Tel Aviv, Gerusalemme, l'aeroporto) a portata di razzi tipo quelli che partono ogni giorno da Gaza? È possibile distruggere gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria facendo Judenrein il nuovo stato, lasciando però in Israele le popolazioni arabe che gli sono nemiche, magari in attesa che diventino maggioranza ed elimino così lo stato ebraico? E questa "pace", non sarebbe piuttosto secondo la morale islamica una "tregua" da rompere al momento opportuno per cacciare in mare in nemici, come spiegava Arafat ai suoi sostenitori? Quanto varranno eventuali garanzie internazionali? Si è vista l'efficacia dei caschi blu in Libano... È chiaro che la trattativa sarà l'occasione di fortissime pressioni su Israele in queste direzioni. Una soluzione formale, non importa quanto realizzabile e mantenibile, è quello che tutti i "mediatori" vogliono, per poter dire che hanno avuto successo dove prima nessuno era riuscito. Ma se l'America può ritirarsi anzitempo dall'Iraq e magari domani dall'Afghanistan, lasciando ad altri il compito di raccogliere i cocci e illudendosi di non pagare il prezzo di questa ritirata, certo gli israeliani dopo una resa non potrebbero rifugiarsi al di là di un oceano.
Per chi non sia accecato dall'ideologia e veda la dimensione reale del conflitto, si tratta di problemi difficilissimi, di cui non si intravvede una soluzione equilibrata. Sullo sfondo, nel frattempo, continuano ad addensarsi il rischio nucleare iraniano, la crescita dell'islamismo, la rinascente condizione di capro espiatorio assegnata a Israele e agli ebrei in tutto il mondo, la ritirata sempre più precipitosa dell'Occidente nel teatro dello scontro di civiltà. Chi come Netanyahu ha il compito di guidare per Israele questa fase di trattative, si trova di fronte uno dei compiti politici più difficili della storia ebraica, avendo anche alle spalle un paese e un mondo ebraico profondamente diviso su temi decisivi. Come ebrei della Diaspora non possiamo che cercare instancabilmente di ristabilire la verità dei fatti contro la martellante campagna anti-israeliana. E pregare per lui.

Ugo Volli

Proprio questa mattina, riordinando l’archivio, ho ritrovato questo post di due anni e mezzo fa di Sharon Nizza, che mi sembra il miglior commento possibile ai timori di Ugo Volli, e per questo ve lo voglio proporre.


La potenza alienante del fon

Mi sono appena tagliata i capelli. Cortissimi. Non mi piacciono e non so come sistemarli. Proprio stasera che dobbiamo uscire per il compleanno di Janet a Tel Aviv, la città trendy, cool... Sono due settimane che prepariamo questa nottata pazza, all'insegna del cuccaggio e io mi trovo con sto capello... Smanetto il fon, provo con le forcine... Anna ci deve passare a prendere da Mevasseret, sono in ritardo... e ci si mette pure sto capello. Telefono squilla e squilla, non rispondo perché devo sistemare il capello. Squilla. Rispondo. Alessandra "Che vuoi???". "C'è stato un attentato, non le senti le ambulanze?". È vero, ambulanze, elicotteri. Il fon mi aveva isolata dal mondo, sovrastando radio e rumori esterni. Non si sa ancora cosa sia successo esattamente. Accendo tv e computer. 6, 7, 8 morti, minimo, non si sa ancora. Anzi, come dicono sempre gli israeliani: 10 morti. Poi si scopre che 2 sono i terroristi. Sono entrati in fretta e soprattutto furia e hanno sparato ovunque. Almeno 10 feriti in condizioni tragiche. I terroristi erano 2 o forse 3, avevano anche delle cinture esplosive. Due sono stati uccisi, uno sembra sia scappato, non si sa dove. La Yeshivat Harav, la scuola di studi ebraici fondata da Rav Cook, il cuore dell'ebraismo sionista gerosolomitano, si trova vicino all'entrata della città. Vietato avvicinarsi. Come ci andiamo ora a Tel Aviv? Ma la voglia di festa sta passando. La televisione trasmette immagini da Gaza: sparano al cielo, suonano il clacson all'impazzata e gridano urla di gioia sul sangue israeliano.
"Benediciamo l'azione di Gerusalemme e ce ne saranno altre di questo genere" dichiara il braccio armato di Hamas. I gruppi terroristici, che generalmente fanno a gara ad addossarsi la responsabilità di attentati, non rivendicano ancora niente. Strano. Ecco, dicono ora che il terrorista a quanto pare era uno solo ed è stato ucciso.
A Gaza festeggiano, anche noi dovevamo festeggiare. Ma la voglia è passata del tutto. Il capello alla fine, dopo tutti gli smaneggiamenti, stava pure messo bene. Mi sento decisamente stupida e futile. Ultimo aggiornamento: l'attentatore proveniva da Gerusalemme Est.

6/3/2008



Ecco, il terrore, la morte, nella quotidianità degli israeliani irrompono così. E dall’altra parte del confine ogni mattanza di ebrei viene festeggiata. L’incoscienza con cui Obama e i suoi accoliti affrontano queste situazioni – sempre che di incoscienza si tratti, e non di peggio – potrebbe far sorridere, se non fosse che le conseguenze di tale incoscienza la pagheranno, sulla propria pelle – anzi, con la proprio pelle, un infinito numero di israeliani innocenti.

                                                    

barbara


26 marzo 2010

I PALESTINESI DANNEGGIATI DAI LORO AMICI ARABI

di Gianni Pardo

C’è un aneddoto che spiega perfettamente perché il problema dei palestinesi è insolubile e perché i loro amici arabi non collaborano a risolverlo.
Giacomo soffriva di una brutta malattia. Prima camminava appoggiandosi alle sedie e ai mobili, poi comprò un bastone, infine si rese conto che dipendeva dalla moglie per ogni cosa e cominciò a piangere in segreto. Tutti gli amici lo incoraggiavano con belle parole, come ignorando la gravità del caso, finché un giorno venne a trovarlo Guido, un suo amico d’infanzia, che gli disse: “Sei praticamente paralitico. Devi comprarti una sedia a rotelle. Meglio se elettrica”.
La sua brutalità raggelò tutti ma Giacomo presto si rese conto che il consiglio migliore era proprio quello, mentre edulcorare la realtà rendeva la sua vita un disastro. Comprò dunque la sedia a rotelle e scoprì di avere ricuperato la libertà: non solo poteva girare per casa, ma anche andare a leggere in giardino, andare a prendere gli occhiali se li aveva per caso dimenticati, e perfino andare a comprare il giornale all’angolo della strada. Ammettere che non si può guarire di una malattia nel modo desiderato è l’unico modo per diminuirne gli effetti negativi.
In Palestina bisognerebbe riconoscere alcuni dati. Israele esiste ed è imbattibile militarmente. Si deve dunque accettare che ha il diritto di annettersi tutto ciò che vuole: e dal momento che vuole Gerusalemme, il Golàn solo per motivi militari e poco altro, tanto vale darglieli, ringraziando il Cielo che non sia più avida. Dato il grave stato di indigenza della Cisgiordania, bisognerebbe trarre vantaggio dalla vicinanza di un Paese sviluppato, dalla sua tecnologia e dalle occasioni di lavoro che può offrire. Sarebbe come andare a comprare la sedia a rotelle, ma è sempre meglio della paralisi.
Viceversa che cosa fanno gli amici musulmani? Incoraggiano i palestinesi a chiedere la Luna. Ad esigere vantaggi che forse nemmeno una loro vittoria avrebbe giustificato. In questo modo li allontanano da una pace che potrebbe condurli a non vivere più di carità, a fruire di una vera indipendenza (armamenti a parte) e ad avere piena dignità nella società internazionale. Anche l’Europa e gli Stati Uniti, traboccanti di bontà, li spingono ad atteggiamenti irrealistici, perfino riguardo alla politica abitativa della capitale israeliana: il risultato è che la pace non c’è stata per sessantadue anni e non ci sarà nel prevedibile futuro. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Tempo fa Edward N.Luttwak espose una verità agghiacciante, del tutto contraria alla political correctness. Nell’antichità i conflitti etnici giungevano alla pace definitiva in due modi: o un gruppo ammazzava tutti i membri dell’altro, oppure uno dei due gruppi per sfuggire al massacro andava via. Se invece si impone una tregua, i contendenti sono ancora sul campo, rimangono pronti a riprendere le armi e non si ha mai pace. Naturalmente nessuno auspica che questa sia oggi la soluzione per i Balcani, per l’Africa o per la Palestina. Ma è vero che la pace è figlia della vittoria, non della tregua. Che ci sia un vincitore indiscutibile è l’unico modo perché la guerra cessi.
Questo doloroso riconoscimento può avvenire in due modi. O chi perde subisce un tale catastrofico disastro che non può negarlo nessuno: è il caso della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e non della Prima (infatti solo stavolta l’Europa ha ottenuto sessantacinque anni di pace). Oppure il perdente ha il buon senso di non aspettare il verificarsi di quella tragedia, per prendere atto della realtà: e si arrende veramente. È il caso di tante guerre del passato e del Giappone dopo Nagasaki.
I palestinesi hanno avuto a che fare con un vincitore mite e sono stati spinti da consiglieri dementi a non riconoscerlo. Anzi a sfidarlo: ed è così che hanno perso ogni speranza di pace.
Non si può che ripeterlo: la strada dell’inferno è lastricata di ipocrisia e di retorica. (Affaritaliani, 25 marzo 2010)

E ci si chiede: perché le cose più evidenti sono così difficili da vedere? Perché il più semplice buon senso è così difficile da mettere in pratica? Sempre in tema di disastri da quelle parti, da leggere anche questo.


barbara


21 marzo 2010

I BEI TEMPI PRIMA DELLA PACE

È il titolo di un curioso articolo del giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh, apparso sul Jerusalem Post a gennaio del 2010.
Ne diamo una traduzione riassuntiva, perché è sicuramente un punto di vista ‘diverso’ del processo di pace. Buona lettura!

Molti Ebrei e Arabi da queste parti rimpiangono i bei tempi quando non era ancora iniziato il processo di pace in Medio Oriente – prima che Yasser Arafat e l’OLP ritornassero in Cisgiordania e nella striscia di Gaza dopo aver firmato gli accordi di Oslo. È giunta l’ora di gridare a gran voce che questo processo di pace è stato disastroso per entrambi i popoli. Non vi siete mai accorti che sono stati uccisi molti più Ebrei ed Arabi dopo gli accordi di Oslo che nel periodo compreso fra il 1967 e il 1993? Il processo di pace, che qualcuno definisce sarcasticamente “processo di guerra”, è fallito - e bisogna prenderne atto.
Non è possibile firmare la pace fra Palestinesi ed Ebrei, non nell’immediato futuro.
Il divario fra le due parti non si è ridotto, e nessuno dei due si fida dell’altro.
Quindi invece di parlare di “risoluzione del conflitto”, dovremmo parlare di “gestione del conflitto”, e tentare di spingere entrambe le parti a gesti di buona volontà.
Israele ad esempio potrebbe allentare le restrizioni, bloccare l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e migliorare le condizioni di vita dei Palestinesi. I Palestinesi dal canto loro potrebbero fermare le violenze e la propaganda contro Israele e dedicarsi alla costruzione di istituzioni governative e di un’infrastruttura forte per il futuro stato palestinese. In ogni caso si dovrebbe mantenere bassa l’intensità del conflitto nella speranza che possa avere effetti benefici su entrambe le parti.
Prima che il processo di pace iniziasse, chi viveva in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza poteva alzarsi la mattina, prendere la macchina e andare in qualunque parte all’interno di Israele. Solo di rado si sentivano notizie di terroristi suicidi e autobombe. Non venivano sparati missili su Israele né dalla Cisgiordania né dalla Striscia di Gaza, e circa 200.000 Palestinesi venivano a lavorare tutti i giorni in Israele. Non esisteva una barriera di sicurezza (né tantomeno un muro) fra Cisgiordania e Israele. Non c’erano milizie armate come le Brigate dei Martiri di al-Aqsa o il Battaglione al-Quds per le strade delle comunità palestinesi. I Palestinesi avevano accesso alle loro terre e alle loro fattorie in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Migliaia di mercanti palestinesi dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza ogni giorno raggiungevano Tel Aviv o altre città israeliane per le loro attività. […] A quell’epoca infatti non c’erano posti di blocco permanenti fra la Cisgiordania e la striscia di Gaza, dato che sono stati creati soltanto quando erano ormai strettamente necessari.
Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania poi c’era una sola forza di polizia, i Palestinesi sapevano a chi rivolgersi e non dovevano districarsi fra dozzine di forze di sicurezza create dall’OLP dopo gli accordi di Oslo. Migliaia di Ebrei erano soliti recarsi nelle città e nei villaggi palestinesi, specialmente nei fine settimana, per comprare verdura a basso costo o assaggiare le specialità locali come il kebab o l’hummus. Gli Ebrei spesso si facevano riparare le macchine a Gaza o in Cisgiordania, e andavano dal dentista a Qalqilya, Betlemme e Jenin.
I Palestinesi non avevano bisogno di un permesso speciale per entrare in Israele. Gerusalemme era aperta a tutti i Palestinesi e l’OLP aveva molti uffici in città. I Palestinesi potevano muoversi in lungo e in largo per Israele e anche ottenere la cittadinanza se si sposavano con un cittadino israeliano.
Abbiamo quindi raggiunto il punto in cui molti Arabi ed Ebrei affermano - con sarcasmo - di rimpiangere i “bei vecchi tempi prima della pace”. Traduzione di Davide Meinero

Ecco, fra tanti che, vicini o lontani dalla scena degli eventi, si dilettano a raccontare balle stratosferiche, abbiamo la fortuna di trovare ogni tanto perle come questa: un arabo onesto, che vive in loco, che vede quello che c’è da vedere, e capace di calcolare che due più due fa quattro. E con il coraggio di dirlo.


barbara


23 dicembre 2009

TROVA LA DIFFERENZA



Splendido manifesto trovato in un blog iraniano (grazie alla sua segnalazione), perché il governo è una cosa e la gente un'altra, spesso molto ma molto ma molto diversa. E poi, abbastanza in tema, la solita cartolina.

barbara


22 novembre 2009

LA PACE IN MEDIO ORIENTE PARTE DAL RISPETTO

di Ronald S. Lauder, presidente del Congresso mondiale ebraico
Pubblicato il 26.08.09, Opinioni su Israele


Nota per Obama: I palestinesi non hanno ancora riconosciuto lo stato ebraico

Più di un presidente americano ha cercato di portare la pace in Medio Oriente, e più di uno ha fallito. Così, nell’illustrare il suo prospetto per una soluzione globale al conflitto di Israele con i palestinesi e con il mondo arabo in generale, l'amministrazione Obama farebbe bene a prendere nota di alcuni potenziali insidie.
Regola n. 1: rispettare la sovranità degli alleati democratici. Quando persone libere in una democrazia esprimono le proprie preferenze, gli Stati Uniti dovrebbero rispettare le loro opinioni. L'attuale amministrazione non deve cercare di imporre idee ad alleati come Israele.

Riconoscimento e rispetto reciproci - L'amministrazione farebbe bene a tener conto del continuo rifiuto palestinese di riconoscere Israele come Stato-nazione del popolo ebraico. Questa non è una questione banale. Una soluzione a lungo termine può essere forgiata solo sulla base del reciproco riconoscimento e rispetto. Negare l'essenza stessa del progetto sionista – ricostruire l’antica patria del popolo ebraico - significa rimettere in discussione la serietà del proprio impegno per la pace. È una triste realtà dell’approccio palestinese al processo di pace che il rifiuto della patria degli ebrei non è semplicemente contenuta nell’apertamente anti-semita leadership di Hamas. Si tratta di una convinzione diffusa in tutto lo spettro delle opinioni palestinese. Questa è una realtà con cui si devono fare i conti.

Rifiuto arabo - La leadership di oggi non deve mai dimenticare che il cuore delle cause storiche del conflitto è il costante rifiuto dell’esistenza di Israele da parte del mondo arabo.
La soluzione dei due Stati è stata accettata dalla leadership israeliana dell’epoca pre-naionale, guidata da David Ben-Gurion nel 1947, quando approvò il piano di spartizione delle Nazioni Unite contenute nella Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale. Gli arabi la respinsero categoricamente.
Come Segretario di Stato Hillary Clinton lo sa fin troppo bene, il piano di pace del presidente Bill Clinton nel 2000 naufragò a causa del rifiuto palestinese dello stato ebraico, anche quando Israele, ancora una volta, accettò il loro diritto ad avere uno Stato.
È pericoloso negoziare con i terroristi - anche recenti esperienze in Europa offrono lezioni sui pericoli di negoziare con i terroristi. Per tutto lo scorso anno funzionari di Gran Bretagna, Francia e l'Unione europea ha avuto colloqui con funzionari dell’"ala politica" di Hezbollah nel tentativo di ottenere che il gruppo terroristico moderasse il suo comportamento.
Hezbollah è senza dubbio grato per la legittimità che questi incontri gli hanno conferito, ma non sta deponendo le armi. Infatti, secondo un recente rapporto dal Times di Londra, il gruppo ha accumulato 40.000 razzi nei pressi della frontiera israeliana.

Non sopravvalutare gli insediamenti - Per essere sicuri, dobbiamo avere la speranza. Gli accordi di pace con Egitto e Giordania sono modelli utili. Tuttavia i recenti rifiuti opposti da Giordania, Kuwait e Arabia Saudita agli sforzi da parte dell'amministrazione Obama per promuovere un atteggiamento più conciliante nei confronti di Israele offrono un forte invito a tenere presente che coloro che hanno iniziato questo conflitto possono non essere ancora disposti a concluderlo, qualunque sia la loro retorica tesa a far credere il contrario.
E poi ci sono gli insediamenti. Indubbiamente, questa è una questione complessa. Tuttavia, l’amministrazione deve guardarsi dall’enfatizzarli. Tra persone di buona volontà si possono fare compromessi sugli insediamenti, come Israele ha dimostrato nel recente passato. Ma nessun compromesso può essere fatto sul diritto di Israele ad esistere entro confini sicuri, indisturbati da parte di gruppi terroristici o minacciati da parte di Stati belligeranti.

Strategia senza ambiguità - Ecco perché una strategia chiara per spiegare con precisione come Hamas e Hezbollah possono essere disarmati e in che modo all'Iran può essere impedito di acquisire armi nucleari è di fondamentale importanza per qualsiasi piano di pace.
L'amministrazione deve anche fare attenzione a non lasciare che gli avversari di Israele usino la questione degli insediamenti come comoda scusa per non fare, da parte loro, alcuna mossa. Gli insediamenti contano, ma non vanno al cuore di questo conflitto pluridecennale.
Fare la pace in Medio Oriente è un compito non invidiabile. È anche una vocazione nobile. Per avere successo occorrerà pazienza e forza d'animo. Ci vorrà inoltre una capacità di stare al di sopra della mischia, di vedere i problemi per quello che sono, e il coraggio di confrontarsi con loro alla loro radice. (Traduzione mia)

E davvero non si potrebbe trovare accompagnamento migliore di questo articolo di tre mesi fa per la cartolina odierna – nella speranza che possa risvegliare qualche riflessione, se non nei poveretti vittime di quella terribile patologia psichiatrica che va sotto il nome di antisemitismo, almeno nei sani di mente.


barbara


8 novembre 2009

CHI NON VUOLE LA PACE?

Questo articolo è di un anno e mezzo fa: non si direbbe, vero?

Lettera aperta del direttore dell'American Jewish Committee

Futili lezioni morali a Israele

di David A. Harris

Non passa giorno senza che io non debba imbattermi in una lezione rivolta ad Israele sull'imperativo della pace. Qualche volta viene da diplomatici. O da editorialisti. O da
articolisti. O da studiosi. O da gruppi per i diritti umani. Francamente, la cosa mi fa ribollire il sangue. In primo luogo, presume che Israele desideri la pace per se stesso meno di quanto la vogliano gli altri. In secondo luogo, mostra l'arrogante pretesa che ciò che non appare subito
palese ad Israele è abbondantemente ovvio a coloro che ne stanno fuori, seduti nei loro ministeri, uffici, torri d'avorio o luoghi di villeggiatura. E in terzo luogo, rivela una mancanza di umiltà in quanto Israele, e solo Israele, sopporterà le conseguenze di qualunque malintesa azione. Colpisce che molti di questi commentatori non siano mai stati in Israele, oppure l'abbiano visitato raramente, oppure lo visitino, ma soltanto in compagnia di quelli che
condividono la loro stessa predisposizione ideologica. Per esempio, una persona chiamata a guidare un gruppo pacifista arabo-israeliano operante negli Stati Uniti, non aveva mai messo piede in Israele prima di assumere tale incarico. Non conosco nessun popolo sulla terra che abbia pregato per la pace più a lungo del popolo ebraico. Il desiderio di fondere le "spade in vomeri" e le "lance in falci", e la visione del giorno in cui il leone e l'agnello giaceranno - e si sveglieranno - insieme, non furono concepiti come motti pubblicitari da affiggere su Madison Avenue: sono piuttosto il millenario contributo del popolo ebraico alla civiltà.
Non conosco nessuna nazione sulla terra che aspiri alla pace più di Israele. Pensare altrimenti è presumere che Israele preferirebbe uno stato di conflitto permanente, il che, per dirla francamente, sarebbe davvero assurdo. E una qualunque persona ben intenzionata può veramente credere che il popolo ebraico, ristabilitosi nella terra dei suoi antenati dopo secoli di violenze, persecuzioni e stigmatizzazioni cercherebbe altro che non sia la tranquillità a lungo negatagli e la coesistenza pacifica coi suoi vicini di casa? O che i superstiti della Shoah che
furono in grado di raggiungere le spiagge di Israele, nonostante gli innumerevoli ostacoli, sarebbero lieti delle decadi dopo decadi di pericoli e conflitti perenni? O che gli abitanti di Israele, che si tratti dei residenti nel paese da generazioni o dei nuovi venuti in fuga dall'intolleranza del mondo arabo o dall'oppressione dei regimi comunisti, cercherebbero uno stato di guerra senza fine? O che gli israeliani diano il benvenuto al quotidiano fuoco di fila dei razzi e degli attacchi a colpi di mortaio che piovono giù su Sderot creando devastazione nelle vite quotidiane di quelli che tentano di non fare nient'altro che vivere le difficoltà della propria vita e del lavoro di ogni giorno? O che gli israeliani siano contenti di sapere che corrono il rischio di un attacco terroristico persino nel semplice atto di prendere un autobus pubblico, ballare in una discoteca, mangiare in un pizzeria, o frequentare un'università?
O che gli israeliani siano orgogliosi di essere relegati negli angoli più lontani degli aeroporti internazionali, dove sono sempre circondati da guardie pesantemente armate, per il semplice piacere di prendere degli aerei destinati a Tel Aviv? O che gli israeliani si ispirino ai leader di
Hamas ed Hezbollah, i quali propagano una cultura di morte e devastazioni, quando, in realtà, Israele e il popolo ebraico hanno reso una forma d'arte la celebrazione della vita e la ricerca costante del suo miglioramento? No, l'Israele che io conosco cerca invece la pace disperatamente. La Dichiarazione di Indipendenza di Israele lo esprime chiaramente. Lo dimostrano le concessioni israeliane per gli accordi di pace con l'Egitto e la Giordania. Lo provano i ritiri da Gaza e dal Libano meridionale. Gli sforzi dei successivi governi israeliani di
giungere ad una praticabile sistemazione bi-nazionale con i palestinesi continuano a sottolinearlo. E i sondaggi lo dimostrano costantemente. Ma quello che i commentatori da
salotto troppo spesso non riescono a capire sono le difficoltà oggettive di Israele nel trovare dei partner fidati. Invece, essi hanno reso un lavoro a domicilio l'ignorare, il negare, il minimizzare, il razionalizzare, il contestualizzare o il rendere insignificanti gli ostacoli che Israele ha dovuto affrontare.
È quasi come se gli orripilanti appelli di Hezbollah alla distruzione di Israele e degli ebrei, l'aspirazione di Hamas di sostituire l'intero Israele con un stato islamico, l'obiettivo dell'Iran di un mondo senza Israele, l'ospitalità concessa dalla Siria a tutti i principali gruppi terroristici della regione, e l'insegnamento del disprezzo e l'incitamento all'odio nei libri scolastici palestinesi non contasse per nulla. Tutto ciò viene invece visto semplicemente come una serie di scocciature, dei punti di discussione fuori questione da parte dei sostenitori di Israele. Noi viviamo in un mondo mezzo matto. Per molti, è normale condurre affari con l'Iran come al solito, mentre i suoi leader lanciano continui e imperturbabili incitamenti al genocidio degli ebrei. È routine, per il Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu, controllato da una maggioranza
numerica anti-Israele, rimaneggiare la storia identificando Israele come lo stato aggressore e al contempo ignorando allegramente le minacce e gli attacchi che esso sopporta per nessun'altra ragione al mondo che la sua stessa esistenza. I mezzi di informazione non riescono a definire gli assassini di civili innocenti di Hamas e Hezbollah quali "terroristi", ma invece si riferiscono a loro più gentilmente come a dei "militanti".
Troppo spesso ci si riferisce al conflitto tra Israele e Hamas in maniera antisettica come alla "spirale della violenza", quando invece è tutto tranne questo. Non c'è, dopo tutto, una chiara differenza morale tra quelli che puntano ad assassinare e quelli il cui obiettivo è fermare gli assassini? E la BBC ha compiuto il raro passo di scusarsi dopo che uno dei suoi reporter, riflettendo lo stesso atteggiamento mentale, ammassò insieme in una stessa frase l'assassinio del primo ministro libanese Rafiq Hariri (che cercò di ricostruire il suo paese) e quello di Imad Mugniyeh, il capo terrorista di Hezbollah assassinato recentemente a Damasco. La pace è stata al cuore del cammino ebraico da più di 3000 anni. Così come è stata al cuore del cammino di
Israele da sei decadi. Noi possiamo avere bisogno di lezioni in molte cose, ma l'imperativo di cercare la pace non è una di queste. (L'Opinione.it, 22 aprile 2008 - trad. Carmine Monaco)

È una tragica realtà il fatto che le cose che riguardano Israele e quelle che riguardano gli ebrei purtroppo non invecchiano mai. Come ci ricorda anche lui, nella cartolina odierna, a proposito di chi pretende di dare lezioni a Israele.

barbara


9 ottobre 2009

ANCORA SU SADAT E DINTORNI

Vi voglio regalare questa piccola chicca:



In Israele per celebrare l’avvento della pace, sia pure fredda – molto fredda – con uno stato che le aveva dichiarato guerra al momento della sua nascita e in guerra era rimasto per oltre trent’anni, è stato fatto questo. Spero che qualcuno dei miei cortesi visitatori sia in grado di aiutarmi a trovare le equivalenti iniziative dell’Egitto, perché io, evidentemente incapace e sprovveduta, sono riuscita a trovare solo un premio governativo conferito a quel giornalista che ha ringraziato Hitler per avere preventivamente vendicato i palestinesi – che io tra l’altro a questo punto davvero non capisco più niente: questo benedetto olocausto c’è stato o non c’è stato? Se lo sono fatto gli ebrei da soli o glielo ha fatto qualcun altro? Boh – e altre cosettine analoghe.
Poi naturalmente, sempre più o meno in tema c’è da leggere lui e poi, come ogni giorno fino a revoca, come dicono in banca per gli ordini permanenti,
MEMENTO: +39.

barbara


20 aprile 2009

WE SHALL OVERCOME

O yes, we shall overcome, some day. And we shall live in peace (I do believe) some day.

Israel forever!!



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Israele pace we shall overcome

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 20/4/2009 alle 1:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


6 febbraio 2009

MA QUANTO È BELLA LA PACE!

E quanto è bello sapere che c’è in giro per il mondo tante gente che si spende senza risparmio per un mondo migliore, per un mondo in cui regni l’armonia, per un mondo in cui regni la fratellanza universale! Ecco, guardate, e gioite anche voi.

barbara

POI, dato che i soliti kattivissimi israeliani hanno di nuovo beccato quel sant'uomo di monsignor Capucci, andatevi a leggere questo mio vecchio post.


14 novembre 2008

ELUANA

Finalmente la grazia è arrivata. E poiché chi aveva qualcosa da dire l'ha già detto più che a sufficienza, ora chiuda il becco e taccia per sempre. E tu, ragazza mia, ora riposa finalmente in pace.



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Eluana grazia pace silenzio

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 14/11/2008 alle 0:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (28) | Versione per la stampa


18 dicembre 2007

PALESTINA E DINTORNI

Bassam Eid, un uomo coraggioso. Ne avevo già parlato qui, e ora torno a parlarne.

Questa mattina, alle 12.00, il dott. Bassam Eid - direttore del Centro per il Monitoraggio dei Diritti Umani di Ramallah - ha tenuto una lezione ai miei studenti, e a quanti hanno voluto assistervi, presso l'Università di Torino.
L'aula era affollatissima: 200 persone sedute e una cinquantina in piedi.
Il dott. Bassam Eid può essere considerato un pacifista, nel vero senso della parola (non nel senso italiano del termine), o un dissidente, nel senso che non teme di opporsi agli errori/orrori dell'Autorità Palestinese e di Hamas. Per me è semplicemente un uomo coraggioso e forse è per questo che - a parte un giornalista de Il Manifesto (nonostante Bassam Eid veda con estremo sospetto persone come la Morgantini, che peraltro conosce bene) - non c'era nessun giornalista in aula. La censura dell'informazione scomoda in Italia è praticata con perseveranza dalla carta stampata come anche dalle televisioni.
Ascoltare Bassam Eid è un piacere, ridona la speranza in un futuro di pace.
Il dott. Eid non teme di accusare gli Stati arabi per la situazione dei profughi palestinesi, mantenuti nello stato di profughi per gli interessi dei diversi Paesi arabi come anche dell'ONU. Non ha paura di dichiarare gli sperperi dei finanziamenti, la corruzione palestinese, le torture praticate dai palestinesi sui palestinesi, l'incoraggiamento al terrorismo a suon di migliaia di dollari versati alle famiglie palestinesi da Iraq e Iran.
Non teme di risultare politicamente scorretto nel dire che dal 1948 al 1967 i Territori Palestinesi sono stati occupati da Giordania ed Egitto che non hanno mai avuto intenzione alcuna di far nascere uno Stato Palestinese indipendente, né ha timore nel ricordare che - con l'elezione di Hamas - la situazione nei Territori è drammaticamente peggiorata rispetto a quando questi erano amministrati dagli israeliani.
E alla classica domanda sul "muro" risponde che uno Stato [lo Stato d'Israele in questo caso] ha tutti i diritti di difendere i propri cittadini. Allo studente che chiede se la guerra dipende dal problema dell'acqua risponde che l'unico vero problema, in Israele/Palestina, è che l'acqua proprio non c'è: "Non c'è per gli israeliani e non c'è per i palestinesi".
A chi gli chiede cosa pensa del diritto al ritorno dice che quello del diritto al ritorno non può essere motivo del contendere: "Non avverrà mai: i palestinesi profughi non sono interessati, preferirebbero ottenere la cittadinanza dei Paesi in cui ormai vivono da anni. Soltanto i leaders politici insistono sul diritto al ritorno allo scopo di non concludere mai un accordo di pace con Israele. La situazione dei profughi alimenta un mercato entro cui gira troppo denaro: ecco perchè viene mantenuta in vita."
Una studentessa gli chiede quali siano le priorità del popolo palestinese e lui risponde: "Avere un lavoro sicuro, una casa, opportunità d'istruzione per i propri figli e cure sanitarie, come qualsiasi altra persona al mondo. Chi dice 'il muro', 'il ritorno', 'uno Stato' mente: queste sono cose che vogliono i politici, non le persone comuni. Ma tra i politici palestinesi e la gente comune c'è un divario insormontabile".
In chiusura dell'incontro uno studente chiede se l'Europa sarebbe un miglior interlocutore di pace rispetto agli Stati Uniti e Bassam Eid risponde che moltissimi Paesi Europei e i loro Ministri degli Esteri hanno interesse a mantenere in vita il conflitto. D'altra parte i Territori Palestinesi attualmente sono divisi: Gaza con Hamas (che non permetterà mai più libere elezioni) e la Cisgiordania con Fatah. Quale potrebbe essere l'interlocutore degli israeliani? Si può fare una pace a metà?
Dovrà nascere una nuova generazione, capace di liberarsi dei vari "Abu" come dei vari "Ayatollah", e allora la pace si potrà fare non ad Annapolis, non a Camp David, ma in Israele, senza mediatori: solo tra israeliani e palestinesi.
Bassam Eid non è soltanto un uomo coraggioso, ma un uomo capace di sognare. Chissà che il suo sogno non contagi coloro i quali gli stanno intorno. (Daniela Santus)

Ma fino a quando i politici europei – e non solo – preferiranno andare ad abbracciare e baciare terroristi assassini e a stringere mani grondanti di sangue, i sogni di quest’uomo coraggioso – e di tanti altri come lui – non saranno mai altro che sogni.


barbara


24 settembre 2007

LO SAPEVATE?

Conoscete Walid Salem? Sapete chi è Ali Abu Awwad? Vi dice qualcosa il nome di Rami Nasrallah? E Just Vision, Peace and Cooperation Center, Panorama Center, The Parents Circle: vi fanno suonare qualche campanello questi nomi? No? Va bene, ve lo dico io. I primi sono nomi di signori palestinesi. Palestinesi che vogliono la pace con Israele. Che perseguono la pace con Israele. Che si battono per arrivare alla pace con Israele. I secondi sono i nomi delle istituzioni da loro fondate. E adesso arriva la domanda da trecentomila miliardi di dollari: perché questi uomini e queste istituzioni non sono conosciuti? Perché i loro nomi non arrivano sulle pagine dei giornali? Perché i politici che, a sentir loro, tanto sarebbero interessati a porre fine a quell’interminabile massacro, non vanno a incontrare loro, non cercano di dare visibilità a loro, non provano a rafforzare loro invece che puntare tutte le loro carte sul terrorista Abu Mazen, laureato con una tesi negazionista, finanziatore e organizzatore della strage alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, capo di un partito che ha nella propria costituzione l’obiettivo di distruggere Israele, che ha fatto campagna elettorale andando ad abbracciare tutti i capi terroristi e promettendo loro che li avrebbe protetti e difesi dal nemico sionista e che, una volta eletto, non ha mai smesso di ripetere urbi et orbi che mai e poi mai avrebbe fatto arrestare i “fratelli combattenti”? O su Marwan Barghouti, mandante di 37 attentati terroristici, l’uomo che nel 2000 si è opposto alla ripresa dei negoziati a Washington, l’uomo che, mentre gli autobus israeliani saltavano in aria uno dopo l’altro, accusava Arafat di essere troppo morbido con gli israeliani, l’uomo che nel 2001 ha avvertito «Nessun giornalista israeliano che entrerà nei territori ne uscirà vivo»? Perché i nostri carissimi amanti della pace continuano a sostenere solo chi vuole morte e distruzione e non chi vuole la pace? Perché i nostri ineffabili giornalisti che tifano Palestina continuano ad esaltare unicamente chi persegue la perpetuazione del massacro dei palestinesi e non chi vorrebbe farli vivere in pace? Perché?

                

                          

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. altra Palestina pace

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 24/9/2007 alle 1:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (42) | Versione per la stampa


21 settembre 2007

CAMBIARE MUSICA

da un articolo di Guy Bechor

Abbiamo continuato a cantare le nostre canzoni di pace per così tanti anni che forse, a un certo punto, abbiamo semplicemente smesso di pensare. Abbiamo creduto così tanto alle parole di quelle canzoni, che avevamo scritto da soli, che abbiamo perso il contato con la realtà del Medio Oriente finché quella realtà, con tutti i suoi trucchi e le sue furbizie, ha fatto un uso cinico delle nostre canzoni e dei nostri sogni. Abbiamo creduto così tanto alle nostre canzoni da arrivare a pensare che la pace fosse a portata di mano se solo l'avessimo voluto.
I nemici della pace, guidati dalla Siria, hanno saputo approfittare della nostra ingenuità. Damasco ne ha fatto una scelta sistematica: ogni volta che si trovano in difficoltà, i leader del suo regime puntano il dito accusatore contro Israele e proclamano: Israele non è veramente interessato alla pace. E noi, storditi dalle nostre canzoni di pace, iniziamo a balbettare. E i siriani gridano: Lo vedete? Sono senza parole.
In che senso balbettiamo? Nel senso che, non capendo i trucchi dei siriani, poniamo condizioni per l'avvio dei colloqui, chiediamo il disarmo di Hezbollah, che la Siria accetti questo o quello. In questo modo il nostro messaggio non appare convincente, mentre i siriani ne escono vincenti. E la colpa dello stallo ricade sempre su Israele.
Per questo, sarebbe ora di cambiar politica a 180 gradi. La prossima volta che la Siria ci accusa, come fa sempre, di non volere la pace, anziché balbettare dobbiamo prendere nettamente posizione, dicendo chiaro e forte qual è la nostra nuova posizione.
È vero. Non vogliamo "fare la pace" con questo regime siriano. Non vogliamo avere nessun rapporto, certamente non rapporti accomodanti, con la feroce tirannia della minoranza alawita. La Siria è uno dei nostri vicini più importanti e cruciali. Quando diventerà un paese democratico, quando capirà il significato della pace e lascerà cadere le sue pretese territoriali che gli servono per tenere aperto il conflitto, allora potremo avere relazioni pacifiche.
Ma con l'attuale regime – responsabile del massacro di migliaia di siriani a Hama nel 1982, delle torture e uccisioni di detenuti nella prigione di Tadmor, dell'omicidio di decine di politici e leader libanesi, della violenta campagna anti-israeliana e anti-ebraica che dura da anni e anni, dell'attentato mortale contro il primo ministro libanese – con un regime come questo non siamo interessati ad instaurare nessuna forma di dialogo.
Gli osservatori, in Israele, continuano a domandarsi se sia arrivato il momento della pace con la Siria. Sono fissati con la questione del quando: quando ci sarà la pace con la Siria? E non si interrogano sulla sostanza: vogliamo davvero "fare la pace" con questo regime siriano? Possibile che la parola "pace" induca una sorta di riflesso pavloviano negli israeliani? Siamo automi? Non possiamo esercitare senso critico sulla qualità di questa "pace"? Non abbiamo fiducia in noi stessi? Non abbiamo dignità?
I siriani sarebbero messi in imbarazzo da una siffatta posizione israeliana, perché contestandola attirerebbero l'attenzione sull'elenco dei loro crimini e dei loro fallimenti. In effetti, qui sta il paradosso: se affermiamo di volere la pace, il regime alawita di Damasco ci può attaccare; se diciamo semplicemente che la pace con quel regime non ci interessa, deve rinunciare al bluff.
Con un'ultima osservazione. La Siria non ha rapporti pacifici con nessuno dei suoi vicini arabi. Al massimo i rapporti coi suoi vicini vanno dalla aperta ostilità all'avversione reciproca: variano da ostili a gelidi i rapporti della Siria con il Libano, la Giordania, la Turchia, l'Iraq, l'Egitto, l'Arabia Saudita, l'Autorità Palestinese e così via. Perché mai dovrebbero essere pacifici quelli con Israele? Forse è tempo che iniziamo a capire quanto siano irragionevoli certe nostre convinzioni.
(YnetNews, 30 agosto 2007 - ripreso da israele.net)

Bene, abbiamo tirato il fiato a sufficienza: adesso è ora di tornare alle cose serie, come questo articolo molto politically incorrect che ha il raro coraggio di dire chiaro e tondo come stanno le cose.


barbara

AGGIORNAMENTO: leggere QUI.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. israele guerra medio oriente pace siria

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 21/9/2007 alle 0:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre        gennaio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA