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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 agosto 2011

IL LIBRO DELLE LAMENTAZIONI

Perché le razze esistono, oh sì, eccome se esistono. Ed esistono le razze padrone e le razze serve, e se nasci in una razza serva non puoi illuderti di avere diritto alla libertà, alla dignità, al rispetto, alla giustizia. E se qualche pazzo visionario un giorno decide di fare una legge che ti assicura tutte queste belle cose, farai bene a stare in guardia, perché gli appartenenti alla razza padrona, che hanno il senso della realtà e sanno che la tua razza è molto più vicina alle bestie che agli umani, non permetteranno certo di mettere in atto una simile follia e c’è il rischio che, per impedirlo, di te non restino più neanche le ossa.
Libro bellissimo che narra di un Messico reale che sa di fiabesco, o forse di un Messico di fiaba che sa fin troppo di realtà, con storie che forse sono vere o forse sono fantastiche o forse sono un po’ vere e un po’ fantastiche, narrate da una stupenda autrice dai molteplici talenti (narratrice, poetessa, docente, diplomatica, infaticabile attivista per l’emancipazione femminile – giusto a proposito di donne, vai a vedere anche questo), di cui non possiamo non piangere la precoce scomparsa.
(Resta da capire come un Oficio de Tinieblas si sia trasformato, arrivando in Italia, in un Libro delle lamentazioni, che uno lo va a cercare in google per prendere un’immagine della copertina e si ritrova in mezzo alla Bibbia ma insomma non si può avere tutto dalla vita).

Rosario Castellanos, Il libro delle lamentazioni, Marsilio



barbara


8 novembre 2010

ODORE DI POLVERE

Vapore che si leva dai corpi nudi. Mani che si agitano con rapidi movimenti ritmici. I raggi di sole penetrano attra­verso due aperture sul soffitto conferendo a sederi, seni e cosce una luminosità pittorica. Nella stanza calda i corpi si intravedono appena, fino a che l'occhio non si abitua a questa magica luce. I volti hanno un'espressione di gran­de concentrazione. Questo non è divertimento, ma duro lavoro.
In due grandi sale, donne sdraiate, sedute o in piedi, stro­finano. Strofinano se stesse, le altre o i loro bambini. Alcu­ne sembrano uscite da un quadro di Rubens, altre sono tan­to scheletriche da avere le costole sporgenti. Con grandi guanti di canapa fatti a mano si sfregano a vicenda schiena, braccia e gambe. Grattano via dai piedi la pelle dura con la pietra pomice. Le madri strofinano le fìglie in età da marito osservandone attentamente il corpo. Non passerà molto tempo prima che queste ragazzine con un accenno di seno si trasformino in madri che allattano. Ci sono esili adole­scenti con profondi segni sulla pelle per aver messo al mon­do dei figli quando il corpo non era ancora maturo per far­lo. Quasi tutte le donne presentano ampie smagliature sul­l'addome dovute ai parti precoci e frequenti.
I bambini gridano e strillano, per la paura o per la gioia. Quelli che sono già stati strigliati e sciacquati giocano con i catini per l'acqua, altri urlano dal dolore e sgambettano come pesci che guizzano nella rete. Qui a nessuno viene messo un panno sugli occhi per evitare che il sapone, colando, li faccia bruciare. Col guanto di canapa le mam­me sfregano i sudici corpi color marrone scuro dei loro bambini fino a farli diventare di un rosso chiaro. Fare il bagno e lavarsi è una battaglia che i piccoli, nelle mani salde delle madri, hanno perso già in partenza.
Leila si strofina via rotolini di sporco e pelle morta. A forza di fregare, si toglie striscioline nere che rimangono nel guanto o cadono sul pavimento. Sono passate molte settimane dall'ultima volta che si è lavata a dovere e parecchi mesi da quando è andata allo hammam. A casa l'acqua c'è raramente e lei non vede il motivo di doversi lavare troppo spesso, tanto ci si sporca subito di nuovo.
Ma oggi è andata allo hammam con la mamma e le cugi­ne. Leila e le sue cugine, come tutte le giovani non ancora sposate, sono particolarmente vergognose e dunque sono rimaste in mutande e reggiseno. Il guanto di canapa evita queste zone, ma braccia, cosce, polpacci, schiena e collo subiscono un duro trattamento. Gocce di acqua e di sudore si mescolano sui loro volti, mentre strofinano, sfregano e grattano: tanto più forte, tanto più pulito.
[...]

Mentre si striglia e cicala con le cugine, Leila lancia a trat­ti rapide occhiate alla madre per assicurarsi che vada tut­to bene. Questa giovane di diciannove anni ha un corpo da adolescente, una via di mezzo tra quello di una ragaz­zina e quello di una donna fatta. Tutti nella famiglia Khan sono sul rotondetto, come vogliono i canoni afgani. Il grasso e l'olio che versano generosamente sulle pietanze influiscono sulla corporatura: frittelle, patate a pezzi che gocciolano grasso, carne ovina in salsa d'olio speziato. La carnagione di lei è pallida e priva di difetti, morbida come il culetto di un bambino. Il colorito del volto sfuma dal bianco al giallognolo al nero-grigio. Il tipo di vita che conduce si riflette in questa pelle da bambina, che non prende mai il sole, e nelle mani ruvide e consunte da vec­chia. Per molto tempo Leila si era sentita debole e mala­ticcia, poi si era finalmente decisa ad andare dal medico. Le aveva detto che necessitava di sole, vitamina D.
Alquanto paradossalmente, Kabul è una delle città più
soleggiate al mondo. Posta a 1800 metri di altezza sul livello del mare, quasi tutti i giorni dell'anno vi splende il sole: spacca la brulla terra, desertifica quelli che un tem­po erano stati fertili giardini e brucia la pelle dei bambini. Ma Leila il sole non lo vede. Là sotto, nell'appartamento a piano terra di Mikrorayan, non splende mai, e nemme­no dietro al burka. Non un solo, piccolo raggio salutare riesce a penetrare attraverso le maglie della griglia. Sola­mente quando va a trovare la sorella maggiore Mariam, che ha un cortile sul retro della sua casa in campagna, lascia che il sole le scaldi la pelle. Di rado, però, le capita di avere tempo per andarci.
Leila è quella che in famiglia si alza per prima e si corica per ultima. Con sottili rametti accende il fuoco nel for­no del soggiorno, mentre quelli che ci dormono russano ancora, poi accende quello del bagno e fa bollire l'acqua per cucinare, fare il bucato e lavare le stoviglie. È ancora buio quando riempie di acqua bottiglie, paioli e vasi. La corrente elettrica non c'è mai a quest'ora, così Leila si è dovuta abituare a muoversi nell'oscurità andando a tasto­ni. Di tanto in tanto si porta dietro una piccola lampada. Poi prepara il tè: dev'essere tassativamente pronto alle sei e mezzo, l'ora in cui gli uomini della casa si svegliano, altrimenti sono guai. Quando usa l'acqua di una brocca, Leila torna subito a riempirla. Fino a che ne arriva, è meglio approfittarne: non si può mai sapere quando ne interromperanno l'erogazione, a volte capita dopo un'o­ra, a volte dopo due.
[...]
Sbattere di porte e colpi sulle pareti. È come se nelle poche camere, nel corridoio e nella stanza da bagno fosse in corso una guerra. I figli di Sultan litigano, strillano e piangono. Sultan se ne sta quasi sempre per conto proprio, a bere il tè e fare colazione in compagnia della seconda moglie. Sonya si occupa di lui, Leila di tutto il resto. Riempie di acqua i catini, tira fuori i vestiti, versa il tè, frigge le uova, va a prendere il pane, pulisce le scarpe. I cinque uomini di casa devono andare al lavoro.
Con grande riluttanza, aiuta i suoi tre nipoti - Mansur, Eqbal e Aimal - a prepararsi per uscire. Da loro non ci si deve aspettare mai un grazie, mai un piccolo aiuto. "Ragazzacci maleducati", sibila Leila tra sé quando i tre, di pochi anni più giovani di lei, le ordinano di fare questo e quello.
"Non c'è latte? Ti avevo detto di comprarlo!" inveisce Mansur aggiungendo: "Parassita che non sei altro!" E se lei brontola, lui ha sempre pronta la stessa micidiale risposta: "Sta' zitta, donna!" Non si fa scrupoli ad alzare le mani e colpirla sullo stomaco o sulla schiena. "Questa non è casa tua, è casa mia! " le dice con voce dura. Nem­meno Leila la sente come la propria casa, ma come quella di Sultan, dei suoi figli e della sua seconda moglie. Lei, Bulbula, Bibi Gul e Yunus sentono tutti di non essere i benvenuti nella famiglia. Ma andarsene non è certo un'al­ternativa possibile: dividere una famiglia è uno scandalo. Oltretutto sono dei buoni servitori, Leila almeno lo è di sicuro.
[...]
Dopo il caos mattutino, quando Sultan e i suoi figli sono usciti, la ragazza può finalmente tirare un sospiro di sollievo, bere il tè e fare colazione. Poi ci sono da pulire le camere, la prima volta nell'arco della giornata. La ragazza procede china, con uno scopettino di paglia in mano, e spazza, spazza, spazza spostandosi di stanza in stanza. La maggior parte della polvere si solleva, svolazza qua e là e si posa di nuovo sul pavimento alle sue spalle. L'odore di polvere non lascia mai l'appartamento. Della polvere Leila non si libererà mai, si è posata sui suoi movimenti, sul suo corpo, sui suoi pensieri. Ma briciole di pane, residui di carta e rifiuti riesce a raccoglierli. Spaz­za le stanze diverse volte al giorno: dato che tutto lì si svolge sul pavimento, si sporca rapidamente.
È questa polvere di sporcizia che ora sta cercando di strofinare via dal suo corpo, è questa che si toglie di dos­so fregando e formando spessi rotolini. È la polvere che si incolla alla sua vita.
"Pensate se avessi una casa da spazzare solo una volta al giorno, una casa che si mantiene pulita per un'intera giornata, in modo da non essere costretta a scopare di nuovo prima della mattina successiva", dice Leila sospi­rando alle sue cugine. Loro annuiscono: in quanto ragaz­ze più giovani della famiglia, vivono anche loro la sua stessa vita.
Leila ha portato con sé alcuni capi di biancheria intima che vuole lavare nello hammam. Di solito il bucato lo fa su una panchetta accanto alla latrina del bagno, nella stanza semibuia. Si prepara diversi catini: uno con il sapo­ne, uno senza, uno per i capi colorati, uno per quelli chia­ri. In queste bacinelle lava lenzuola, tappeti, asciugamani e vestiti di tutti i membri della famiglia. Li strofina e li torce, poi li mette ad asciugare, compito arduo, soprat­tutto in inverno. Sono state tese delle corde davanti alle palazzine, ma capita spesso che qualcuno rubi i panni stesi, perciò Leila lì non ce li vuole lasciare, a meno che qual­cuno dei bambini non sia disposto a tenerli d'occhio fino a che non sono asciutti. In alternativa li appende stretti uno all'altro sui fili tesi sul piccolo balcone. Su questo ter­razzino di appena un paio di metri quadrati ci sono gene­ri alimentari e cianfrusaglie, una cassa di patate, un cesto di cipolle, uno di aglio, un grosso sacco di riso, cartoni, scarpe vecchie, alcuni stracci e altri oggetti che nessuno ha il coraggio di buttare via perché forse un giorno potrebbero servire a qualcuno.
A casa Leila indossa vecchi maglioni pelosi e con le frange, camicie tutte macchiate e gonne che strisciano per terra e raccolgono lo sporco che lei non è riuscita a spaz­zare via. Ai piedi porta logori sandali in plastica e sul capo un piccolo foulard. L'unica cosa che dà un po' di luce sono i grandi orecchini dorati e i lucidi braccialetti.
[...]
L'acqua inizia a raffreddarsi. I bambini che ancora non sono stati completamente lavati strillano più forte che mai. Presto non rimarrà che acqua fredda nello hammam fino a poco prima pieno di vapore. Le donne lasciano il bagno e a mano a mano che se ne vanno lo sporco diven­ta visibile. Negli angoli ci sono gusci d'uovo e mele mar­ce. Sul pavimento sono rimaste strisce di sporcizia: nello hammam le donne portano gli stessi sandali di plastica che usano sui sentieri di campagna, nei bagni all'aperto e nei cortili sul retro delle loro abitazioni.
Bibi Gul si trascina fuori, con Leila e le sue cugine al seguito. È il momento di rivestirsi. Nessuna ha portato un cambio, si rimettono tutte addosso gli stessi abiti con cui sono arrivate. Alla fine si adagiano il burka sui capelli appena lavati. Il burka con il suo inconfondibile odore: ognuno ne possiede uno proprio e caratteristico, dato che poca aria riesce a penetrare attraverso la stoffa. Il burka di Bibi Gul ha lo stesso lezzo che esala da lei: alito di vec­chia frammisto a fiori dolciastri e una punta di acidulo. Leila sa di sudore giovane e puzzo di cibo. A dire il vero tutti i burka della famiglia Khan sono impregnati di puz­zo di cibo, perché li tengono appesi a un chiodo davanti alla cucina. Sotto il burka e gli altri vestiti, adesso, le don­ne sono linde e profumate, ma perché il sapone verde e lo shampoo rosa abbiano la meglio si prospetta una dura battaglia. Tra breve riacquisteranno il loro odore, il burka glielo ricaccia addosso, odore di vecchia schiava, odore di giovane schiava.
Bibi Gul procede davanti a tutte, per una volta tanto sono le tre ragazze a rimanere indietro. Camminano una accanto all'altra, ridacchiando sommessamente. In una strada quasi deserta si alzano il burka sopra la testa: tanto lì in giro ci sono solo bambini e cani. Il vento fresco fa bene alla pelle ancora madida di sudore, ma non è certo aria buona. Le strade secondarie e i vicoli di Kabul puzzano di immondizia e di fogna. Un sudicio canaletto di scolo costeggia la strada di terra battuta tra le casupole in argilla. Ma le ragazze non si accorgono nemmeno del tanfo che ne fuoriesce, né della polvere che, a poco a poco, si appiccica alla pelle otturandone i pori. Si godono i raggi del sole e ridono. All'improvviso sbuca fuori un uomo in bicicletta.
"Copritevi, ragazze! Sono tutto un ardore! " grida supe­randole. Le tre si guardano e scoppiano in una risata per la sua divertente mimica facciale, ma quando pedalando ritorna verso di loro, si abbassano il burka.
"Quando il re farà ritorno, non indosserò più il burka, mai più", afferma Leila fattasi di colpo seria. "Perché allora vivremo in un Paese in pace."
"Non tornerà mai", replica la cugina, velata anche lei.
"Si dice che ritornerà questa primavera", ribatte Leila.
Fino a quel momento, comunque, è meglio andare in giro coperte, tanto più adesso che le tre ragazze sono da sole.
Completamente da sola Leila non va da nessuna parte. Non sta bene che una giovane esca senza essere accompa­gnata. Chi può sapere con certezza dove è diretta? Maga­ri ha intenzione di incontrarsi con qualcuno, magari sta andando a peccare. Nemmeno al mercato della verdura, che dista solo alcuni minuti a piedi da casa, Leila ci va da sola. Come minimo si porta dietro un bambino del vici­nato. Oppure chiede a uno di loro di svolgere per lei la commissione. "Da sola" è un concetto che non esiste per lei. Mai e in nessun posto le è capitato di stare da sola. Non è mai stata da sola nell'appartamento, non è mai andata da sola da nessuna parte, non è mai rimasta da sola in nessun posto, non ha mai dormito da sola. Ogni singola notte l'ha trascorsa sulla stuoia accanto alla madre, Leila non sa cosa significhi essere da sola, ma non le manca neanche. L'unica cosa che potrebbe desiderare è un po' più di tranquillità e un po' meno da fare.
[...]
Leila deve andare in cucina a preparare la cena. [...]
Sbuccia le cipolle e questo le fa scendere lacrime amare lungo le guance. Di lacrime vere ne piange poche: ha rimosso desideri, nostalgie e delusioni. Il profumo fresco del sapone dello hammam è svanito già da un pezzo. L'olio della padella le schizza sui capelli diffondendo un odore acre. Le ruvide mani sof­frono quando il succo di peperoncino penetra attraverso la pelle screpolata.
[...]
Verso mezzanot­
te sono tutti sdraiati sulle loro stuoie. Tutti tranne una. Leila è in cucina alla luce di una candela. Domani Sultan vuole avere cibo fatto in casa da portarsi al lavoro. Frigge un pollo nell'olio, cuoce il riso, prepara una salsa di verdure. Nel frattempo lava le stoviglie. La fiamma del­la candela le illumina il volto. Ha grandi occhiaie scure. Quando le pietanze sono cotte, toglie le pentole dai for­nelli, le avvolge in grandi panni annodandoli saldamente di modo che i coperchi non cadano quando Sultan e i suoi figli le prenderanno l'indomani. Si lava via l'olio dal­le dita e va a coricarsi con indosso gli stessi vestiti che ha portato tutto il giorno. Srotola la sua stuoia, si distende sopra una coperta e dorme fino a che, poche ore dopo, il mullah non la sveglia e inizia così una nuova giornata al suono di "Allahu akbar - Dio è grande".
Ancora una giornata con lo stesso odore e lo stesso sapore di tutte le altre. Polvere. (Il libraio di Kabul, pp.189-207)

Non aggiungo parole di commento a questa stupenda pagina. L’unica cosa che aggiungo è l’invito a leggere la cartolina di oggi dell’imprescindibile Ugo Volli notevolmente in tema (e magari, se vi avanza qualche minuto, anche l’ulteriore scambio con la sua severa bacchettatrice), e poi, imperativo categorico, vedere questo video, che in Francia è stato censurato, motivo per cui invito chiunque passi di qui a diffonderlo il più possibile.


barbara


19 settembre 2010

SCOMMETTO CHE QUESTA NON LA SAPEVATE

Non la sapevo neanche io, effettivamente, ma poiché la Bontà e il Bene esistono, ho avuto la sorte di incontrare Qualcuno che mi ha aperto gli occhi e rivelato la Verità: un giornalista e scrittore, se ho capito bene, testimone oculare e intelligente scrutatore. E poiché ora finalmente SO, voglio condividere la Verità con tutti voi.

Voi credete forse, come credevo io, che in Tibet sia in atto una repressione da parte del governo cinese? Vi sbagliate: non sta succedendo niente del genere. Credete che il Dalai Lama sia una persona pacifica, magari coi suoi difetti come ogni essere umano, ma insomma almeno un non violento? Tutte balle. Credete di sapere cosa succede e come funziona in Cina? In realtà non sapete niente, le vostre sono considerazioni anacronistiche e ingiustifcate, inconcepibilmente ferme al tempo della rivoluzione culturale. Pensate che ci sia della miseria in Cina? Tutte fandonie: i poveri in Cina sono la metà che in Italia. E credete magari che ci sia una repressione del dissenso? Ebbene, sappiatelo: questa è la madre di tutte le balle! Leggete un po’ qua:

In Cina non esiste un dissenso da reprimere, semplicemente perché non c'è. La gente pensa essenzialmente a lavorare e il governo cinese, come nessun altro governo al mondo, glie lo consente e la agevola in ogni modo. Gli oppositori politici ai quali ti riferisci sono sparuti, non coordinate, che non hanno presa sulla gente, marionette inconsapevoli in mano ai servizi segreti delle potenze occidentali che li fomentano dal 1950, perseguendo il sogno dello smembramento della Cina ai fini della spartizione delle sue ricchezze. [evidenziazioni mie, ndb]

E lo sapete perché tutti noi crediamo a tutta quella montagna di fandonie? Ma è chiaro: per via della potenza smisurata dei mezzi propagandistici di oggi. C’è bisogno che vi dica a chi sono in mano questi mezzi propagandistici di smisurata potenza? No, vero? Lo sappiamo tutti benissimo chi è che manovra i fili nell’ombra, no? E infatti è chiaro che il motivo per cui ce l’abbiamo con la Cina e ci beviamo come coca cola in un giorno d’estate tutta la vergognosa propaganda mistificatoria risiede nel fatto che Pechino supporta la causa palestinese... Ed è per questo che ci meritiamo una salutare lezione:

Ma fondamentalmente lasciami dire che se c'è una categoria di persone al mondo che dovrebbero costituzionalmente astenersi dal giudicare il prossimo in tema di territori occupati e di sopraffazione delle minoranze etniche, queste sono i Sionisti.

Perché lui, il Nostro, mica è uno che si beve la propaganda, mica è uno che si lascia infinocchiare dalle notizie drogate dalla potenza smisurata dei mezzi propagandistici, oh no! Lui lo sa in che modo infame vengono sopraffatte le “minoranze etniche” nei “territori occupati” da coloro che noi sionisti difendiamo! (Piccola domanda fra parentesi: ma questo signore lo saprà che cosa vuol dire sionismo?) Ma siccome lui, a differenza di noi sionisti, è un buono, mi lancia anche un benevolo augurio:

Ti auguro comunque tanta buona fortuna, ma soprattutto mi auguro che non nasca mai più un secondo Hitler perché stavolta, con la potenza smisurata dei mezzi propagandistici di oggi, con il tipo di mentalità e di cultura che si ritrova certa gente, davvero non so come potrebbe andare a finire e mi viene la pelle d'oca solo a pensarci.

Perché è chiaro che se spuntasse un nuovo Hitler, i mezzi propagandistici di smisurata pontenza manovrati da chi sappiamo non esiterebbero un solo istante a mettersi al suo servizio. E infine, dopo una dotta disquisizione sul controllo del potere d’acquisto esercitato dalla dittatura del capitale – dittatura autentica, anche se si ammanta del nome di democrazia – un severo monito:

Dovresti ben saperlo, in quanto Sionista, che cosa significa il "sacchettino coi diamanti".

Ebbene sì, noi sionisti – anzi, decidiamoci una buona volta a chiamare le cose col loro nome – noi perfidi giudei dal naso ricurvo e dalle dita adunche, noi perfidi giudei col nostro culto del dio denaro, noi perfidi giudei infami e traditori, lo sappiamo bene, noi, che cosa significa il “sacchettino coi diamanti”. Abbiamo anche conoscenza personale, noi perfidi giudei, di qualcuno che grazie al “sacchettino coi diamanti” è riuscito a scampare alla Shoah. E chi non lo capirebbe, che un ebreo in più scampato alla Shoah è il male assoluto? Chi non lo capirebbe che un ebreo vivo in più sul pianeta è il male assoluto? (Ah, giusto a proposito di Shoah, stavo quasi per dimenticare: affermare che in Cina non vi sia libertà assoluta è esattamente la stesa cosa che negare la Shoah: sappiatelo e regolatevi).

Grazie, caro amico che così inopinatamente hai fatto irruzione nella mia vita per portarvi la luce del sol dell’avvenir, grazie e grazie ancora, la mia riconoscenza ti accompagnerà in eterno. Amen.
E sempre in tema di luce che illumina le tenebre, va assolutamente letta anche la cartolina di oggi.

barbara

AGGIORNAMENTO: Ho mandato il link a questo post alla mia mailing list. Mi è arrivata una risposta che dice quanto segue:

cavolo io sono in Cina e non riesco ad aprire il tuo blog
mandami la pagina come allegato
ciao
Paolo

Naturalmente abbiamo perfettamente capito che il buon Paolo non è altro che una marionetta, chissà se consapevole o inconsapevole, in mano ai servizi segreti delle potenze occidentali, che tenta di depistarci facendoci credere che la Cina sia ancora quella del tempo della rivoluzione culturale. Vergogna Paolo, vergogna e ancora vergogna!


1 febbraio 2010

LA DONNA NON È GENTE

Riflessioni di Caren A. sulla situazione dalla donna nel mondo.

«La donna non è gente» o «Una donna e altri animali», sono proverbi contadini che crudelmente significano: la donna non è genere umano. Cioè non è nessuno. Questo è quanto pensavano gli uomini non tanto tempo fa anche da noi. Ci sono voluti tanti anni di femminismo e di lotta per riuscire a far capire loro che la donna è una persona da rispettare ed avente gli stessi loro diritti. Oggi da noi come in tanti altri paesi occidentali noi donne siamo tutelate anche per legge anche se non sempre però la legge viene rispettata (ad. es. la lavoratrice donna in molti settori percepisce uno stipendio inferiore al lavoratore maschio pur svolgendo le stesse mansioni) e bisogna sempre continuare a lottare. Tra le tante vite femminili anonime, emarginate, non riconosciute, i due testi letti da noi durante la lezione d'italiano, cercano di farci capire, come è dura e difficile anche al giorno d'oggi ancora la vita di milioni di donne, soprattutto nei Paesi di religione islamica. Nell'Islam la donna è sottomessa all'uomo ed è maltrattata sia fisicamente (anche solo perché cadendo malamente le si scopre una caviglia) che psicologicamente, (le viene tolta ogni possibile libertà) perché nell'Islam il padrone è l'uomo. Così sta scritto nel Corano, si giustificano. Non riesco a capire come una religione possa fare tanto male a degli esseri umani. Quando le donne sono costrette ancora bambine a sposare l'uomo scelto dai parenti, devono recitare dei versetti coranici con i quali si impegnano ad ubbidire al marito, come stabilito da Allah, il loro Dio. Non possono indossare pantaloni, gonne corte, camicette scollate. Non possono parlare con altri uomini, se non in casi urgenti e sempre in presenza di un uomo di famiglia e anche in questo caso devono parlare a voce bassa. La pelle deve essere coperta, non può essere mostrato niente più degli occhi. Devono mettersi il burka, una enorme tovaglia che le soffoca e impedisce loro di respirare. Alcuni burka hanno davanti agli occhi una rete. Le scarpe non devono emettere il minimo rumore e spesso non possono uscire da casa se non scortate da un parente maschio. Le ragazze sono sottoposte all'infibulazione. La donna non deve studiare (una persona non istruita è più facile da tenere a bada di una istruita) e non può lavorare. È obbligata a studiare il corano e a svegliarsi per la preghiera. Deve accettare di vivere accanto ad altre mogli del marito, (una cosa assurda). Queste e altre malvagità devono sopportare le donne. A me, che vivo in Occidente, sembra impossibile che queste cose possano accadere ancora al giorno d'oggi. Tutti dovremmo cercare di fare il possibile per aiutare queste donne e bambine a migliorare la loro situazione ma so che non è facile. Anche se vivono da noi in paese sviluppati invece di adottare le nostre leggi continuano come se fossero nei paesi dai quali provengono. Secondo me, volendo si potrebbe fare molto di più di quello che viene fatto. Bisogna dire però che ci sono anche alcuni uomini di religione islamica che forse grazie agli studi fatti in Occidente hanno capito che l'Islam è una religione assurda (o ancora più assurda di molte altre) e si sono anche convertiti a un'altra religione, (ad es. Magdi Allam) Consiglio anche a tutte le donne d'Italia e di tanti altri Paesi di riflettere molto bene e a lungo prima di sposare un uomo di religione islamica o comunque di stare attente a quello che dicono e firmano. Anche se prima di sposarsi vengono fatte loro tante promesse che come abbiamo visto nel testo letto (ma ci sono molte altre storie simili!) poi non vengono mantenute e poi si ritrovano con dei figli, che rischiano a volte anche di non rivedere mai più, perché affidati ai padri e le povere bambine a volte vengono sposate anche a due anni. Spero che non debba passare molto tempo prima che le cose cambino anche se non ci credo molto.

Ogni tanto capita che mi dico: sì, ho scelto il mestiere giusto. Quando ho corretto (si fa per dire: il testo che state leggendo è esattamente come è stato scritto, non ho corretto neanche una virgola) questo compito, è stata una di quelle volte.

barbara


11 gennaio 2010

DANIEL IL MATTO OVVERO I PANNELLI DEL PAPA

No, non è mai successo. Ma se fosse successo possiamo essere certi che è esattamente così che sarebbero andate le cose ...

Roma, Marzo del 1776

di Mario Pacifici

Josef Sacerdoti camminava per via della Fiumara in preda ad una crescente apprensione. Avrebbe pagato di tasca propria pur di evitare l'incontro che lo attendeva, ma non c'era nulla da fare. Toccava a lui quel discutibile privilegio, in forza dell'esperienza e dei capelli bianchi che ne facevano il decano dei fattori.
Già dialogare con quell'individuo era sempre sgradevole, rimuginava fra sé Sacerdoti, figurarsi quando si era nella necessità di chiedergli qualcosa che solo lui era in grado di offrire. Qualcosa di indispensabile per il ghetto.
Camminando si prefigurava nella mente i diversi modi di affrontare l'argomento, ma sapeva bene che quello non gli avrebbe dato modo di svolgere compiutamente i propri pensieri: lo avrebbe interrotto, irriso, dileggiato. Era quello il suo modo di rapportarsi col mondo e di certo non avrebbe fatto eccezioni per lui, considerate le vecchie ruggini che li dividevano.
Fece ancora pochi passi e finalmente lo scorse, seduto al banchetto di fronte alla sua bottega, intento a lavorare ad una pergamena.
Daniel Fornari era senza dubbio il migliore scriba che si fosse mai visto a Roma. I suoi Sefarim, sapientemente vergati per conto degli Ascarelli, dei Piperno o degli Almagià erano decantati come straordinari esempi di eleganza e di perfezione. E le sue Ketuboth, i contratti matrimoniali dipinti e miniati, erano il vanto delle famiglie più agiate del ghetto.
Era un artista ed un erudito. Se solo lo avesse voluto avrebbe potuto fregiarsi del titolo di rabbino, ma per farlo avrebbe dovuto accettare una disciplina cui era per natura refrattario. Ed in effetti le sue dispute con i rabbini e con i fattori erano così frequenti e così accese, da lasciarsi dietro una scia di rancori e di insanabili inimicizie. Perfino i pochi discepoli che frequentavano la sua bottega non duravano a lungo: a volte perché cacciati in un accesso d'ira, più spesso perché incapaci di sopportare i suoi modi aspri e collerici.
La gente faceva la fila per una sua Ketubah, riconoscendo il suo innegabile talento. Ciò nonostante tutto il ghetto lo chiamava senza alcun imbarazzo Daniel il Matto, sintetizzando in quel graffiante soprannome le sue esuberanze caratteriali.
Josef Sacerdoti si avvicinò al banchetto, dandosi un piglio disinvolto e fingendo dimenticate le asprezze intercorse.
"Sempre al lavoro, Daniel! Cosa preparate di bello, oggi?"
Lo scriba sollevò appena lo sguardo. Non degnò il fattore di una risposta ma per lui parlò l'espressione di ostentata sufficienza con cui tornò ad occuparsi della sua pergamena.
Josef si pose alle spalle del banchetto e rimase per qualche istante ad ammirare le miniature che lo scriba stava tracciando con mano sicura.
Con quell'individuo non aveva senso menare il can per l'aia, pensò. Tanto valeva rompere gli indugi ed affrontare la questione.
"Avete sentito della Cerimonia per la Presa di Possesso di Pio VI?"
Il sofer posò lo stilo sul banchetto e strofinò le mani sullo straccio che gli pendeva dalla cintura.
"I preti fanno festa. C'è qualche motivo per cui me ne debba rallegrare? Ditemelo, perché francamente io non ne vedo alcuno. Ed anzi, a dire il vero, mi domando perché voi pezzi grossi siate così eccitati per questa festa di goym. Come se la storia non vi avesse insegnato nulla. Come se ci si potesse aspettare qualcosa di buono da un nuovo Papa."
Il fattore prese uno sgabello e lo trascinò vicino a quello dello scriba, prendendo posto accanto a lui.
"Non siamo eccitati, Daniel, siamo preoccupati. Il Papa attraverserà Roma per recarsi alla Basilica Lateranense e tutti i rioni sono chiamati ad addobbare il suo tragitto con allegorie, festoni e scenografie. La Curia considera l'evento un momento di grande importanza per avvicinare il popolo al nuovo Pontefice e..."
"Cosa c'entriamo noi con tutto questo? Siamo un rione noi? No, siamo solo un ghetto. Gente angariata e reclusa più avvezza al bastone che alla carota. Gente che non ha niente a che vedere con il popolo, perché non è suddita, è schiava!"
"Non venite a raccontarle a me queste cose! Cosa credete, che io non sappia con chi abbiamo a che fare? Ma è proprio perché lo so che sono preoccupato. Il Vicariato ci ha assegnato un tratto del percorso del corteo pontificio e la nostra Università deve curarne le scenografie. Lo capite che non possiamo esimercene? E lo capite soprattutto che saremo giudicati per quel che saremo in grado di fare? Non credo che sia nel nostro interesse inaugurare il pontificato di Pio VI con un gesto di offensiva noncuranza."
Lo scriba rimase in silenzio per qualche istante, assumendo una provocatoria espressione di incredulo stupore.
"Mi fate pena Sacerdoti. Voi scodinzolate dietro alle loro sottane sperando che questo vi metta al riparo dal loro bastone. Beh, non è così! Fate pure le vostre scenografie! Festeggiate questo Pio VI che di certo non sarà migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto! Questo non farà crollare le mura della Casa dei Catecumeni e non aprirà i cancelli del ghetto. I nostri figli continueranno ad essere rapiti dalle guardie pontificie e la nostra gente sarà obbligata di shabat a sorbirsi il veleno delle loro prediche. Continueremo a portare i nostri segni gialli sui cappelli ed a patire il freddo di shabat solo perché ai goym è proibito di accendere i nostri focolari. Fate, fate Sacerdoti, ma non tentate di coinvolgere me in queste umilianti genuflessioni. Io sono un sofer, non un fattore."
"Ed è proprio di un sofer che abbiamo bisogno. E del migliore, per giunta, se non vogliamo sfigurare. Ci serve qualcuno che sappia coordinare i nostri sforzi e realizzare le nostre scenografie."
"Beh, non pensate a me. Io non sono disponibile. Non lo sarei nemmeno per un compenso principesco, figuriamoci per i pochi soldi che l'Università vuole pagare!"
Sacerdoti sembrò cogliere in quell'accenno al compenso una breccia in cui insinuarsi.
"I soldi non sono un problema. Ne ho già parlato con gli altri fattori e..."
"Figuriamoci. Lo so come paga l'Università: poco, male e tardi. In ogni caso non è questo ciò che conta. La mia risposta è no, perché non ho alcuna intenzione di confondermi con voialtri! Genuflettersi di fronte al Papa è un atto di idolatria, una profanazione del Nome. Io faccio mia la lezione di Rabbì Akivah, voi fate quel che volete!"
Sacerdoti trasse un profondo sospiro e si impedì di replicare come avrebbe voluto. Le cose dopotutto stavano prendendo la piega che aveva previsto. Si agitò per qualche istante sul suo sgabello e finalmente decise di giocare l'ultima carta che gli restava. Una carta sottile, pericolosa e ultimativa, tutta basata sulla presuntuosa prosopopea dello scriba.
"Beh, sono contento che la cosa non vi interessi. Il mio in fondo era solo uno scrupolo. Mi sarebbe sembrato scortese affidare ad altri l'incarico, senza avervi prima interpellato."
Daniel il Matto riprese in mano lo stilo e lo accostò titubante alla pergamena.
Passò qualche istante prima che sibilasse con studiata indifferenza: "Ad altri...?"
Sacerdoti si alzò rassettandosi le vesti, come a voler prendere congedo.
"Beh, a qualcuno lo dobbiamo pur dare questo incarico. Il tempo stringe e..."
Il sofer alzò le mani condiscendente.
"Certo, certo. Se proprio intendete assecondare i vostri preti... Ma giusto per curiosità, a chi intendereste affidarlo questo impegno?"
L'anziano fattore represse a stento un sorriso. Alla fine il sorcio si stava infilando fra le zampe del gatto.
"È un ragazzo promettente. Non che abbia fatto molto fino ad oggi, ma dicono che se avesse un'occasione potrebbe mostrare tutto il suo talento."
Daniel il Matto si sfilò i mezzi guanti e si strofinò con vigore le mani infreddolite.
"E chi sarebbe questo bamboccio inesperto?"
"Dovreste conoscerlo. A quel che dicono ha frequentato la vostra bottega. È Moisè Efrati."
Lo scriba si portò le mani ai capelli con una risata sarcastica.
"Oh shemagn Israel! Ditemi che non è vero. Ditemi che non è quello il Moisè Efrati che intendete!"
Il fattore allargò le braccia senza replicare.
"Quello, amico mio, non sa tenere in mano uno stilo. L'ho cacciato di bottega a calci dopo che mi aveva rovinato non so più quante pergamene. Un incapace... Un vero incapace, e voi gli andate ad affidare un lavoro così delicato! Così importante!"
"Non è che abbia molte scelte. E poi ne è passato di tempo da quando voi lo avete cacciato."
Daniel il Matto scrollò le spalle disgustato.
"Quello può fare lo scalpellino, non l'artista. Non è con lui che vi ingrazierete quei cialtroni della Curia. Tutt'al più darete loro una buona ragione per mandare qualcuno a bruciare il ghetto."
"Non tutti la pensano come voi. E del resto io non ne conosco di migliori di lui... A parte voi naturalmente."
Il sofer arricciò il naso con fare pensoso.
"Cosa dicevate del compenso...?"

Mancavano tre settimane alla Presa di Possesso e Daniel il Matto lavorò senza tregua. Le tele ed i pannelli che aveva richiesto ai fattori sotto le sue mani si colmavano di luci, di colori, di figure. Dipingeva in preda ad un furore estatico finché la luce glie lo permetteva e poi, nascosti i suoi pannelli, si lasciava cadere in un letargo esausto, per cominciare di nuovo all'alba del giorno successivo.
Quando finalmente arrivò il momento della Cerimonia, l'addobbo degli ebrei lasciò i romani senza fiato. Dodici grandi pannelli erano dedicati alle tribù di Israele ed ognuno aveva i suoi colori, i suoi simboli, le sue allegorie. Di fronte ad essi, sul lato opposto della strada, altri dodici pannelli raffiguravano i momenti salienti della storia biblica. Il sacrificio di Isacco, il sogno di Giacobbe, l'incontro di Giuseppe con i suoi fratelli e poi via via l'esodo dall'Egitto, le piaghe, la traversata del Mar Rosso. L'ultimo dei pannelli raffigurava Mosè che in un turbine di lampi e di luci annunciava al popolo le tavole dei comandamenti. Un lungo striscione sostenuto da pertiche bianche attraversava infine la via del corteo pontificio e in una fantasmagoria di colori su cui le lettere dorate sembravano galleggiare, una scritta emergeva potente: Fratres Sumus In Nomine Dei.
Perfino gli ebrei del ghetto si recarono nei giorni successivi sul luogo dell'addobbo ad ammirare con malcelato orgoglio l'opera di Daniel il Matto. Ed il successo del sofer non rimase confinato tra le mura del ghetto.
Qualche settimana più tardi Josef Sacerdoti ricevette un'inattesa comunicazione da un forbito Monsignore e si recò perplesso alla bottega di Daniel il Matto.
Già da lontano quello sfoderò la sua usuale indisponente tracotanza.
"Alleluiah! Vi siete finalmente deciso a portarmi i miei soldi?"
L'anziano fattore si impedì di replicare con lo stesso garbo.
Sedette invece accanto allo scriba e si guardò intorno per accertarsi di poter parlare in modo riservato.
"Vi porto qualcosa di meglio dei soldi. Il Papa vuole incontrarvi in udienza privata. Pare voglia affidarvi un lavoro."
Contrariamente ai timori del fattore, Daniel il Matto non dette in escandescenze. Si mostrò anzi lusingato dall'invito e soddisfatto che nessuno del ghetto fosse chiamato ad assistere all'incontro.
"Lo so io come si tratta con quella gente" disse spavaldo, e con questo sprofondò nuovamente Sacerdoti nell'angoscia.
Il giorno dell'udienza il sofer fu introdotto di mattina presto negli appartamenti pontifici e lasciato solo in attesa in una spoglia anticamera.
Molte ore più tardi, nessuno si era ancora affacciato sulla soglia per dargli notizia dell'incontro. Aveva fame, sete e bisogno di urinare. Continuava a camminare avanti e indietro per la stanza chiedendosi se i prelati si fossero dimenticati della sua presenza.
Cominciava già ad imbrunire quando un religioso si fece finalmente vivo per accompagnarlo dal Papa.
Il Pontefice sedeva ad un tavolo imbandito, al centro di un vasto salone.
"Fatti avanti" gli disse, indicandogli benignamente la sedia di fronte a lui, "e mangia con me."
Daniel il Matto prese posto al tavolo tenendo fra le mani il berretto con il segno giallo dei giudei.
"Prendi pure quello che vuoi, non fare complimenti."
Lo scriba fissò con disgusto il porcellino da latte che troneggiava al centro del tavolo.
"Non ho fame, vi ringrazio."
"Peccato" disse il Papa, "dovresti assaggiare questa trippa col pecorino. È fantastica!"
"Non ho fame."
"Quand'è così non ti dispiacerà se termino il mio pranzo."
Quando finalmente il Pontefice si alzò, Daniel il Matto era esasperato e il bisogno di urinare lo opprimeva.
"Sai cosa mi è piaciuto più di tutto del tuo addobbo?" chiese benevolmente il Papa. "Lo striscione. Fratres Sumus In Nomine Dei. Non c'era modo migliore per affermare questa verità."
Il sofer scrollò le spalle sforzandosi di celare il proprio malanimo per quella che considerava un'ipocrita provocazione.
"Il Signore ci ha creati a Sua immagine. Cristiani od Ebrei siamo tutti Suoi figli e la fratellanza è frutto del Suo amore. Dovremmo ricordarcelo sempre."
"È vero" disse il Papa. "Purtroppo voi ebrei lo dimenticate troppo spesso, ma siamo tutti fratelli, tutti figli di Abramo."
"Se lo dimentichiamo è perché i nostri amati fratelli ci chiudono nei loro recinti e ci impongono regole insopportabili. Anche fra fratelli bisognerebbe rammentare che 'amor fa amor e crudeltà fa sdegno'."
Il Papa lo squadrò con uno sguardo risentito.
"Stai abusando della mia pazienza, scriba. Ringrazia Dio che amo l'arte più di quanto detesti l'insolenza. Ora seguimi!"
Si avviò per i corridoi del palazzo fino a raggiungere una stanza spoglia e disadorna.
"Voglio fare di questa stanza il mio studio privato. Affrescala a tuo giudizio, perché da quel che ho visto sei in grado di farne qualcosa di straordinario."
Daniel il Matto ruotò lo sguardo sulle pareti della stanza e sulle grandi finestre che si affacciavano sulla città.
"Sono ebreo" disse titubante, "non dipingo i vostri soggetti sacri."
"Qualcuno te l'ha chiesto? " chiese il Papa. "Rifiutando il Cristo avete perso la vostra primogenitura, ma siete pur sempre i nostri fratelli. Dipingi dunque un'allegoria della fraternità. Fai quello che vuoi, non ti pongo limiti. Ma voglio un lavoro memorabile. Il dono di un fratello al suo amato fratello maggiore."
Daniel il Matto si mise al lavoro e non smise finché non fu consapevole di avere dato vita ad una sublime allegoria della fratellanza biblica.
La stanza disadorna che gli era stata affidata ora risplendeva di colori e figure di impareggiabile violenza espressiva.
"Eccoti la tua stanza, fratello maggiore," mormorò fra sé rimirando le pareti affrescate.
Appena avvertito del completamento dei lavori il Papa arrivò accompagnato da uno stuolo di prelati. Daniel il Matto lo attendeva lungo il corridoio e il Pontefice lo salutò con insolita cordialità.
"Ecco il mio fratello minore" disse forte, provocando l'ilarità del suo seguito "che si accinge a consegnarmi il suo superbo dono fraterno. Fammi strada, scriba."
Entrarono nella stanza per essere istantaneamente sopraffatti dalla ricchezza degli affreschi, dalla luce che ne emanava, dalle emozioni cui davano vita.
Dipingi la fraternità aveva detto il Papa e Daniel il Matto si era scrupolosamente attenuto all'incarico.
Sulla parete di sinistra era raffigurato Caino, il volto trasfigurato dalla furia omicida, nell'atto di avventarsi contro Abele. La scena emanava odio e violenza ma il volto di Abele era illuminato da una composta consapevolezza. Nessuna paura nei suoi occhi, nessun terrore nella sua espressione. Solo pietà per un fratello incapace di amare.
Sulla parete di destra era invece raffigurato l'allontanamento di Agar ed Ismaele dal campo di Abramo. Qui i sentimenti dei protagonisti emergevano dall'affresco con una sbalorditiva forza espressiva. Se Abramo era combattuto fra l'amore filiale e l'amore muliebre, sul volto di Sara si leggeva una sofferta soddisfazione ma anche una pena profonda per la colpa di cui si faceva carico. Sullo sfondo, la figura sofferta di Agar era dominata dal dolore per il tradimento di Abramo e dall'angoscia per la sorte di Ismaele. Ma era nei volti di Ismaele ed Isacco che Daniel il Matto aveva superato se stesso. Il primo era una maschera di rabbia. Il suo odio non si dirigeva contro il padre che lo cacciava ma contro il giovane fratello che della sciagurata decisione paterna era l'inconsapevole ragione. Nel suo sguardo c'era una luce di implacabile ferocia. Isacco emergeva invece dall'affresco come un grumo di sofferenza. La tragedia di Ismaele era anche la sua tragedia. Non l'aveva cercata, non l'aveva voluta. La subiva con dolore e rivolgeva al fratello una richiesta di comprensione e di perdono.
La parete centrale raffigurava infine l'incontro fra Giacobbe ed Esaù.
Sullo sfondo la gente di Giacobbe posseduta dalla paura per l'ostile violenza di Esaù e rincuorata tuttavia dalla promessa pacificazione. In primo piano invece le figure dei fratelli serrati in un abbraccio senza amore, che si baciavano promettendosi pace. Ma era un bacio poi quello che si scambiavano? O non era piuttosto un morso quello che Esaù tentava di portare al collo di Giacobbe? Il volto di Esaù era quello della violenza e della doppiezza, quello di Giacobbe rifletteva timore e prudenza.
Il Papa si ritirò sulla parete di fondo e lasciò spaziare lo sguardo sugli affreschi.
"Straordinario" mormorò, subito seguito dai sussurri di approvazione dei suoi prelati. "Ma aprite quelle finestre che entri la luce."
Dopo lo sguardo di insieme, ora voleva godere dei particolari.
Si avvicinò al primo affresco ed osservò con attenzione il volto di Abele.
Se ne allontanò corrugando la fronte.
Si avvicinò al volto di Caino e balzò all'indietro, spalancando la bocca.
"Non capisco" mormorò indeciso.
Volse lo sguardo verso i volti di Ismaele e di Esaù e rimase impietrito dall'orrore.
"Che cos'è questa infamia?" gridò in preda ad una furia incontenibile.
I volti dei tre fratelli maggiori dietro le sembianze giovanili ed i capelli fluenti raffiguravano i tratti del Sommo Pontefice. Quelli dei fratelli minori ritraevano invece Daniel il Matto.
"Non siete forse voi il nostro fratello maggiore?" gridò il sofer mentre già le guardie pontificie lo portavano via.
Il giorno dopo tutto il ghetto era al corrente dell'impresa di Daniel il Matto.
A raccontarla era lui, serrato nella gogna in via della Rue. Gli ebrei gli avevano aggiustato cuscini sotto le ginocchia e si curavano di alleviargli il tormento per quel che potevano. Ma soprattutto si beavano delle sue parole quanto lui, a dispetto dei ceppi, si beava di narrare lo sconcerto e la rabbia del Papa, l'imbarazzo e l'indignazione di prelati.
Daniel il Matto aveva sepolto sotto le risate del ghetto l'ipocrisia dei suoi fratelli maggiori.

mario.pacifici@gmail.com



E poi come al solito andate a leggere lui, un altro che castigat ridendo mores et mures.

barbara


9 settembre 2009

RICORDO DI SCUOLA



Perché è bello conservare la memoria. È bello potere un giorno guardarsi indietro e dire, anvedi com’ero da giovane! (E improvvisa, senza un perché, mi coglie come un cazzotto alla bocca dello stomaco una botta di nostalgia per Londra. Boh. Sono giorni strani …)

barbara


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28 giugno 2009

ORA TI SPIEGO COME FUNZIONA LA TEOCRAZIA



Vero che adesso è tutto molto più chiaro? E adesso leggiti questo bellissimo articolo che ho pescato (grazie ad Alessandra e a Esperimento) in questo fantastico blog. È un po’ lungo ma ne vale la pena, credimi.

Lila Ghobady
è una giornalista e scrittrice iraniana in esilio in Canada dal 2002. Ecco cosa scrive, tradotto per voi, sulle recenti elezioni e sul suo paese. Mi ha commosso e profondamente colpito.

Abbasso i dittatori! Viva la libertà in Iran!

"Perché non ho votato nelle ultime elezioni per il presidente del mio paese di nascita, l'Iran? Perché non importa chi è il presidente iraniano, mi avrebbero lapidato!
Come donna iraniana, ci vorrebbero grandi cambiamenti, per convincermi che un cambiamento di presidente significherebbe un miglioramento dei miei diritti fondamentali di essere umano in Iran. Sono stata tra i tanti iraniani che hanno deciso di non votare alle recenti [s]elezioni. Abbiamo boicottato le elezioni farsa nella mia patria e non siamo stati sorpresi dai risultati pubblicati dai media, sia in Iran che altrove. Questo regime fantoccio non ha mai considerato i desideri del popolo e ha sempre agito nell'interesse dei pochi che sono responsabili del carcere chiamato l'Iran. Inganni, menzogne e ipocrisia sono le specialità dei demagoghi religiosi che sostengono la farsa secondo la quale l'Iran sarebbe uno Stato democratico.
Ecco alcune semplici fatti che dimostrano che a prescindere da chi è presidente, vorrei lapidata a morte in Iran:

1. Come una donna a cui il marito ha rifiutato di divorzio, anche se sono fuggita dal paese e arrivata in Canada come rifugiata, verrò considerata la moglie di questo uomo finché sarò in vita. Non importa se vivo separata da lui da anni, se ho divorziato da lui nel mio nuovo paese e ho una relazione con un altro nuovo. Secondo le leggi e la Costituzione iraniana, che sono basate su una rigorosa interpretazione della legge islamica, sono considerata la moglie e sono a rischio di lapidazione per "adulterio", se mai tornassi in Iran. Di fatti, in quanto donna, non ho alcun diritto di divorziare da mio marito secondo le leggi del paese, mentre lui ha il privilegio di sposarsi altre tre volte senza divorziare da me. È così, non importa chi è il presidente iraniano; Ahamdinejad o Mousavi.
2. Come giornalista e regista, sono invitata dalla Repubblica islamica d'Iran a rispettare le linee rosse. Queste "linee rosse" includono credere e rispettare il Leader Supremo e le selvaggiamente ingiuste norme della legge islamica. Ci si aspetta che io non scriva o domandi la parità di diritti. Non sono autorizzata a fare i film che ho fatto sulla situazione della tratta di persone a fini sessuali e sulle altre piaghe sociali che dilagano in Iran, come ho fatto segretamente 12 anni fa. In realtà, non sono autorizzata a fare qualsiasi film senza il permesso e senza censura del Ministro della Cultura dell'Iran. Se facessi apertamente tutte queste cose in Iran, sparirei, sarei torturata, verrei violentata. Verrei uccisa, come hanno fatto con molte altre giornaliste, registe e attiviste. Tra le vittime anche Zahra Kazemi, la foto-giornalista iraniano-canadese, che è stato brutalmente torturata e uccisa per aver tentato di fotografare e denunciare le brutalità commesse dal regime iraniano.
3. Verrei considerata una infedele se fossi nata in una famiglia musulmana e successivamente mi fossi convertita ad un'altra religione o non avessi seguito rigorosamente la morale islamica. Il mio marchio come infedele si tradurrebbe nel mio assassinio in pubblico, probabilmente per lapidazione. Non importa chi è il presidente iraniano.
4. Verrei frustata in pubblico, violentata in carcere o addirittura uccisa a sassate se vendessi il mio corpo per portare cibo alla mia famiglia, come tante donne iraniane sono costrette a fare di nascosto, tra cui molte madri sole che non hanno accesso all'assistenza sociale in un ricco ma profondamente corrotto paese come l'Iran. Anche il semplice fatto di avere una relazione extra-coniugale o ancora peggio, partorire un figlio al di fuori del matrimonio è considerato un crimine contro l'umanità! Il prodotto di questa unione sarebbe considerato un bastardo e mi verrebbe portato via, riceverei 100 frustate immediatamente dopo il parto per il mio bambino. Non importa chi è il presidente iraniano.
5. Non importa chi è il presidente iraniano, mi sarebbe negata un'educazione universitaria, un posto nel governo e una voce in politica e sarebbe come se in fondo non esistessi, come se fossi un Baha'i. Verrei considerata una sciita a metà se fossi cristiana, ebrea, zoroastriana o anche sunnita da parte di tutti i livelli della società, non importa chi è il presidente iraniano.
6. Scomparirei e potrei essere ritrovata morta se scrivessi o sostenessi il mio impegno per i diritti fondamentali in quanto donna e intellettuale che non ha voce in capitolo nella politica (non c'era neanche una donna ministro nel cosiddetto "governo riformista" di Mohamad Khatami). Questo sarebbe stato il mio destino se avessi continuato a sostenere e sfidare le autorità per il fatto che, sebbene l'Iran sia uno dei paesi più ricchi del pianeta in quanto a risorse, il 70% del mio popolo vive in povertà a causa della corruzione dei leader e delle loro generose contribuzioni alla causa dei fanatici musulmani di Hezbollah in Libano, al governo comunista del Venezuela, attraverso le quali costruiscono alleanze in tutto il mondo. Un enorme numero di bambini vanno a dormire a stomaco vuoto. Bambine piccolissime sono costrette a vendere i loro corpi sulle strade di Teheran, Dubai e della Cina, anche solo per sopravvivere. Potrei essere imprigionata o fatta sparire non importa chi è il presidente iraniano.
7. Non importa chi è il presidente iraniano, non potrei essere un giudice o anche una testimone in tribunale, in quanto una donna. Questo perché secondo alle corti islamiche, due donne sono pari a un uomo. Non importa quanto sia istruita e consapevole, sarei comunque stata considerata la metà di un uomo che potrebbe avere un'istruzione palesemente inferiore alla mia, non importa chi è il presidente iraniano.
8. Non importa chi è il presidente iraniano, verrei fissata con sospetto se con coprissi la mia testa e il mio corpo in pubblico nel rispetto del codice islamico obbligatorio sull'abbigliamento. Se venissi trovata ad una festa di famiglia, ritrovo con gli amici, festa di nozze senza questo abbigliamento verrei punita. Molto di peggio accadrebbe se mi trovassero a bere. E non importa se io mi ritengo essere una non credente nell'Islam che semplicemente non vuole seguire le regole islamiche. Verrei punita duramente, legata, violentata, mentre sono in custodia e anche prima di andare sotto processo. Non importa chi è il presidente iraniano.
9. Non importa chi è il presidente iraniano, verrei uccisa se mi dichiarassi apertamente un'omosessuale. Mi verrebbero negati tutti i diritti di un essere umano dal momento che l'omosessualità è considerata uno peggiori peccati possibili sotto il regime islamico iraniano. Verrei considerata una criminale da uccidere perché “non ci sono omosessuali in Iran!” Questo è strano, perché alcuni dei miei migliori amici in Iran sono gay, ma rimangono chiusi nell'armadio per paura di essere uccisi. Non importa chi è il presidente iraniano.
10. Non importa chi è il presidente iraniano, gli attivisti iraniani che vivono in esilio, compresa la sottoscritta e molti altri che sono apertamente contrari al regime per le sue crudeli violazioni dei diritti umani, non sarebbero in grado di entrare nel paese. Verremmo catturati in aeroporto da parte delle forze di polizia del regime e verremmo costretti a firmare una lettera di scuse per le nostre azioni contro il regime. Se rifiutassimo verremmo incarcerati senza processo per aver chiesto la libertà per il nostro popolo. Mi verrebbero negati i miei diritti di base in quanto mi oppongo al regime e verrei chiamata "spia", incarcerata, torturata, violentata e giustiziata. Questo potrebbe accadere, indipendentemente da chi è il presidente iraniano.

Questo è l'Iran. Questo è ciò che significa vivere sotto Ayatollah Khamenei. Nessun cambiamento è possibile, finché l'Iran è controllato da despoti fondamentalisti che determinano le leggi del paese. Non vi è stata alcuna vera e propria elezione. I candidati sono tutti selezionati e autorizzati da un comitato centrale religioso. Si tratta di una brutta imitazione del processo elettorale a libera nomina che abbiamo nel mondo libero. Non vi è alcuna possibilità che una persona laica, pluralista, democratica e amante della libertà che ama il suo paese possa diventare un candidato alle presidenziali (o qualsiasi altro posto di potere) in Iran.
Dodici anni fa, siamo passati attraverso lo stesso processo. Mohamad Khatami, era diventato il preferito dai media occidentali, che lo avevano chiamato un “riformista",che parlava magnificamente di libertà di espressione, diritti civili e dialogo tra le culture. Ma quando è diventato presidente ci fu una repressione su una protesta studentesca - un giro di vite contro gli stessi studenti che avevano votato per lui. Molti sono stati uccisi, molti sono scomparsi, e molti sono stati torturati. Artisti, scrittori e intellettuali scomparirono e furono trovati “misteriosamente" assassinati. Il presidente Khatami, che parlava tanto bene, che gli occidentali amavano, non tentò mai di fermare la violenza e non dimostrò mai alcuna simpatia per i suoi sostenitori. Invece, ha apertamente dichiarato che la sua responsabilità era quella di rispettare la volontà del leader supremo, l'Ayatollah Khamenei, e di proteggere la sicurezza del regime islamico.
Ora, l'appassionata ed oppressa generazione di giovani iraniani stanno attraversando la stessa situazione. Stanno sostenendo l'amico di Khatami, Mousavi. È triste che la storia ripeta se stessa così velocemente nel mio amato paese. La gente dell'Iran era stanca della povertà, dell'ingiustizia, della corruzione e dell'imbarazzo internazionale nei confronti del cretino anti-semita, seminatore di guerra che è il Presidente Ahmadinejad. Hanno scelto di sostenere la scelta cattiva piuttosto che la scelta peggiore, Ahmadinejad. Comunque, quando una elezione in realtà è una selezione, la scelta è un illusione. Mousavi è parte del regime islamico; ne è inseparabile da esso e dai suoi abusi e crudeltà.
La verità è che l'Iran non ha una libera elezione democratica da più di 30 anni. Il signor Mousavi se anche dovesse venire eletto non porterebbe alcun cambiamento, non perché non ne avrebbe il potere (come dicevano i supporters di Khatami durante la sua presidenza) ma perché non crede in uno stato democratico come dimostrano i suoi trascorsi. Appartiene all'era di fanatismo dittatoriale dell'Ayatollah Khomeini e crede nello stesso sistema di governo comanda-e-controlla. Non dovremmo scordarci delle affermazioni di Khomeini in uno dei discorsi post rivoluzione sulla democrazia. Disse che “se tutto il popolo dell'Iran dice “sì" io direi di no se ritengo che la questione non sia giusta per la nazione islamica".
Non dimentichiamoci che Mousavi è stato Primo Ministro in Iran negli anni 80, quando più di 10mila prigionieri politici furono assassinati dopo processi vergogna di appena 3 minuti. È stato parte della dittatura iraniana degli ultimi 30 anni. Non lo fosse stato, non sarebbe mai stato scelto come candidato. Infatti in uno stato libero e democratico qualcuno come Mousavi avrebbe dovuto subire un processo prima di diventare candidato alle presidenziali, per i suoi crimini contro migliaia di prigionieri politici amanti della libertà che furono uccisi in Iran quando lui era Primo Ministro.
Un veloce sguardo alla biografia politica di Mousavi rivela che è stato un supporter fanatico di Khomeini e un fanatico di prima linea come Ahmadinejad e altri. Il suo mandato di primo ministro fu uno dei periodi più oscuri della storia del regime islamico iraniano, in termini di censura e di violazioni dei diritti umani. Ha anche supportato la famiglia mafiosa dei Rafsanjani che hanno rubato i soldi del petrolio per i loro interessi mentre il 70% della popolazione vive nella povertà.
Così com'è coinvolto in un sistema di corruzione e sfruttamento, come può qualcuno credere che Mousavi vuole davvero le riforme?
Per queste ed altre ragioni, ho scelto di non votare e ho invece boicottato le elezioni, assieme a molti altri iraniani. Ma questa volta, molti iraniani che hanno boicottato il voto alle scorse elezioni hanno votato a questa per via del loro profondo disgusto per Ahmadinejad. Simpatizzo per loro ma credo non vi sia alcuna possibilità migliore per il popolo iraniano che rovesciare completamente il regime islamico che opprime l'Iran dal momento della mia nascita. Sostengo con forza il movimento popolare contro la dittatura sempre presente e la violenza che infetta il mio paese. Io grido, insieme con i miei compatrioti, "Abbasso i dittatori!" "Abbasso gli assassini!" "Basta con la brutale oppressione che è il regime islamico con tutte le sue alleanze tossiche".
Viva la libertà in Iran!

                                                        

Lo so, lo so, non basterà a chiudere la bocca ai centomila imbecilli che continuano a cianciare di islam buono e che siamo noi che non sappiamo e non capiamo e che le donne lì sono molto più libere di quanto una cattiva propaganda mistificatrice ci vorrebbe far credere eccetera eccetera. Non basterà, no, ma insomma ci si prova (e grazie a chi ci ha regalato questa preziosa traduzione).
E poi, già che ci sei, guardati anche questo.


barbara


6 ottobre 2008

LA VOCE CHE RICORDA

                                 

Prefazione del XIV Dalai Lama
Questo libro è una commovente testimonianza della sof­ferenza e dell'eroismo del popolo tibetano. In particolare, è la storia di Ama Adhe, che passò ventisette anni della sua vita nelle prigioni cinesi. Lei e i membri della sua fa­miglia furono imprigionati per aver partecipato al movi­mento di resistenza tibetano sorto nei primi anni Cinquan­ta. Sono persone come loro che hanno conferito alla lotta tibetana la forza e la durata che la contraddistinguono.
Sono felice che la vicenda di Ama Adhe possa essere co­nosciuta e che lei sia sopravvissuta per raccontarla. La sua è la storia di tutti i tibetani che hanno sofferto sotto l'oc­cupazione comunista cinese. È anche la storia delle donne tibetane che si sono sacrificate e hanno partecipato quan­to gli uomini alla lotta per la giustizia e la libertà. Come sostiene lei stessa, la sua è «la voce che ricorda i molti che non sono sopravvissuti».
Sono convinto che i lettori di questo libro si renderan­no conto della reale dimensione delle sofferenze del popo­lo tibetano e dei tentativi che sono stati fatti per cancella­re la sua cultura e la sua identità. Spero dunque che tale consapevolezza possa far nascere, almeno in qualcuno, il desiderio di sostenere la giusta causa del popolo tibetano.

TENZIN GYATSO
Sua Santità il XIV Dalai Lama

                                                       ……………………………………………..

[…] Nella primavera del 1990, quando tornai a Dharamsala, il funzionario per i diritti umani del governo tibetano in esilio, Ngawang Drakmargyapon, mi presentò a una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto: Adhe Tapontsang.
Sin dal primo incontro, ci sentimmo unite da un grande affetto e da un inesplicabile legame che si approfondì con il passare degli anni. Adhe ora mi considera la sua figlia adottiva. Da parte mia, io mi rivolgo a lei con il termine affettuoso e rispettoso di «Ama», madre, come lei viene chiamata in tutta la comunità tibetana. In quel primo in­contro mi chiese di scrivere la sua storia senza fretta, con particolare attenzione ai dettagli che mi avrebbe riferito. Non si trattava solo di descrivere le ferite della sua terra assediata, ma anche di salvare dall'oblio i preziosi ricordi di quella antica cultura che aveva avuto modo di conosce­re prima dell'arresto. Commossa dalla forza e dall'integri­tà che emanavano dalla sua persona e dalla terribile storia, mi sono impegnata a farne un resoconto scritto, che partisse dalla sua infanzia idilliaca, attraversasse la lunga prigionia e le torture fino al momento del rilascio.
Durante le prime interviste, Ama Adhe e io sedevamo su due letti in un'austera stanza nel centro di accoglienza dei rifugiati di Dharamsala, insieme con il funzionario per i diritti umani Ngawang, che ci faceva da interprete. A mano a mano che la storia procedeva, ascoltavo attonita. Quando parlava della sua giovinezza, Ama Adhe chiudeva gli occhi e il suo volto si trasformava in quello di una bambina ridente e spensierata. Quando invece ricordava le sue incredibili sofferenze, il volto non tradiva alcuna emozione. Io facevo fatica a mantenere lo stesso distacco quando, per esempio, mi mostrava un dito straziato dall'inserimento di bastoncini di bambù sotto le unghie.
Nel corso delle interviste, le uniche volte in cui Ama Adhe pianse furono quelle in cui tornava con la memoria alla sofferenza degli altri, i numerosi membri della sua famiglia, gli amici e gli estranei delle cui torture e orribili morti era stata testimone.
Il tono neutro con cui Ama Adhe racconta le sue terrificanti esperienze è a tratti quasi sconcertante. Tuttavia il lettore deve capire che questo atteggiamento riflette la lingua e la cultura tibetana. È stato spesso notato dagli stranieri che i tibetani non amano parlare della loro vita con accenti drammatici o tragici. Questo forse dipende dal fatto che soffermarsi sulle proprie sventure personali significa essere concentrati su se stessi, cosa poco apprezzata nella prospettiva buddista di cui è permeata l'intera società tibetana. Può darsi che proprio questo atteggiamento impersonale, che riscontriamo nel tono straordinariamente pacato e fermo di Ama Adhe, sia quello che le ha permesso di sopravvivere agli eventi terribili riferiti in questo libro.

Al di là di ciò che sappiamo. Al di là di ciò che pensiamo. Al di là di ogni nostra più sfrenata fantasia. Il Tibet raccontato dal di dentro, da chi l’occupazione l’ha vissuta sulla propria pelle e nella propria carne, oltre che nella propria anima. Vicende inimmaginabili anche per chi si ritiene informato, raccontate senza retorica, senza enfasi, senza odio e senza rabbia, neppure quando rievoca episodi come l’esecuzione del cognato di fronte a lei, a pochi centimetri di distanza, coi brandelli di cervello che le schizzano addosso. E con questa sua narrazione pacata sciorina davanti a noi il sistematico annientamento di una cultura, di una civiltà, di una lingua, di un popolo, condotto con spietata determinazione giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, in un crescendo che dà le vertigini. «Ho fede che non esista sulla Terra nulla di più potente della verità. E presto o tardi la verità deve essere conosciuta». Sono le ultime parole di Ama Adhe, e le condivido totalmente: per questo sono qui a scriverne. E dunque tu adesso vai a comprarti il libro e te lo leggi. Subito. E non voglio sentire storie. (E qui puoi sentire la sua voce)

Ama Adhe, La voce che ricorda, Sperling&Kupfer Editori



barbara


3 ottobre 2008

E NON DIMENTICHIAMO IL TIBET

                                                    

dove si soffre e si muore.



barbara


11 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 3

Un dossier racconta di assalti, stupri, omicidi, a volte compiuti anche da agenti in divisa «Noi cristiani in Terra Santa bersaglio dell’odio islamico» Il Custode del Luoghi sacri: «L’Autorità palestinese non punisce gli aggressori»

BETLEMME - «Macché difficoltà tra Israele e Vaticano! I problemi per noi cristiani in Terra Santa sono altri. Quasi ogni giorno, lo ripeto quasi ogni giorno, le nostre comunità sono vessate dagli estremisti islamici in queste regioni. E, se non sono gente di Hamas o della Jihad islamica, avviene che ci si scontri con il muro di gomma dell’Autorità Palestinese, che fa poco o nulla per punire i responsabili. Anzi, ci è capitato di venire a sapere che in alcuni casi tra loro c’erano gli stessi agenti della polizia di Mahmoud Abbas o i militanti del Fatah, il suo partito, che sarebbero addetti alla nostra difesa. Sono talmente scoraggiato di sentire le lamentele che talvolta non guardo neppure più i dossier».
Padre Pierbattista Pizzaballa non riesce a trattenere la frustrazione. Quarantenne, dinamico neo-custode di Terra Santa, è ben lontano dai modi bizantini, i silenzi diplomatici, il desiderio del quieto vivere, di tanti tra i suoi predecessori.
Eravamo venuti a trovarlo nel suo ufficio a Gerusalemme per cercare di capire di più sui contenziosi fiscali e giuridici che ancora avvelenano i rapporti tra Santa Sede e Israele. Pizzaballa rappresenta la Custodia, l’istituzione francescana che dalla bolla di Papa Clemente VI nel 1342 si occupa appunto di rappresentare, difendere e garantire gli interessi e le proprietà della Chiesa in Terra Santa. Ma già dalle prime battute è ovvio che per il Custode le preoccupazioni più gravi sono altre. «Qui ho una lista di 93 casi di ingiustizie di vario tipo commesse ai danni dei cristiani nella regione di Betlemme tra il 2000 e il 2004. L’ha compilata Samir Qumsieh, direttore di Al Mahdeh , che in arabo significa Natività, una piccola televisione locale che sta diventando la voce delle nostre comunità. Ma con difficoltà. Nelle ultime settimane una banda di Bet Sahur, dove lui ha casa e ufficio, sta infatti cercando di rubargli il terreno dove vorrebbe installare un ripetitore in grado di allargare le regioni coperte dall’emittente», spiega Pizzaballa.
Una situazione che rilancia un tema antico: l’emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente. Avviene per i copti dell’Alto Egitto, per assiri e caldei in Iraq, in parte per i maroniti in Libano. Ma soprattutto in Israele e Cisgiordania. «Nel 1948, l’anno della nascita di Israele, i cristiani costituivano circa il 14 per cento della popolazione, ora sono ridotti a malapena al 2. Oggi siamo in 170.000, di cui 80.000 cattolici. Circa il 60 per cento abita in Israele, il resto nei territori occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme est», ricorda ancora il Custode.
A Betlemme è lo stesso Samir Qumsieh a darci una copia del dossier. «E’ parziale, perché negli ultimi 12 mesi ho registrato numerosi nuovi casi di abusi», dice. Un uomo coraggioso. Tra le sue battaglie anche quella contro la diffusione delle moschee nella zona di Betlemme: «I loro muezzin gridano più forte vicino alle chiese. Una provocazione, dove una volta suonavano le campane ora si sentono soltanto le preghiere musulmane con gli altoparlanti a tutto volume». Più volte il nunzio apostolico, Pietro Sambi, l’ha consigliato di essere prudente. Qualche mese fa Samir voleva far diffondere il suo dossier da Asia News, un sito web curato da padre Bernardo Cervellera, ben noto tra gli addetti ai lavori.
Sambi era riuscito a fermarlo. «Potresti venire assassinato», gli aveva detto. Ora però Samir vuole andare avanti: «Occorre denunciare, basta tacere!». A leggere il suo dossier c’è solo l’imbarazzo della scelta. Stupri, rapimenti, rapine, terre e proprietà rubate, case occupate, abusi e soprattutto offese. Un numero crescente di offese da parte dei musulmani.
Vedi il caso della sedicenne Rawan William Mansour, abitante del villaggio di Bet Sahur, che nella primavera di due anni fa veniva violentata da quattro miliziani di Fatah. Nonostante la denuncia, nessuno di loro fu arrestato. La famiglia fu costretta a emigrare in Giordania per evitare la vergogna. L’anno prima due sorelle della famiglia Amre (di 17 e 19 anni) vennero assassinate a colpi di pistola da un gruppo di uomini armati vicini all’Autorità Palestinese. L’accusa: prostituzione. Più tardi l’autopsia rivelò che le ragazze erano vergini. Ma erano state torturate nelle parti intime con sigarette accese, prima dell’«esecuzione». Ma c’è molto altro. Quasi tutti i 140 casi di espropriazione di terre avvenuti negli ultimi 3 anni sono stati perpetrati da militanti dei gruppi islamici e da agenti della polizia. Samir sta preparando un libro-denuncia. «Lo intitolerò Razzismo in pratica », dice. Le conclusioni sono amare: «Il razzismo contro di noi sta aumentando vertiginosamente. Nel 1950 Betlemme era per il 75 per cento cristiana, oggi non arriva al 12. Se continua così, tra 20 anni non ci saremo più». (Lorenzo Cremonesi, settembre 2005)

Ancora un documento sull’annientamento delle comunità cristiane in Palestina, così come in tutto il mondo islamico. E nessuno fiata. Leggere anche qui e qui.


barbara


11 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 2

Cristiani in Palestina e la quotidiana ostilità degli estremisti

Membri della comunità cristiana a Betlemme raccontano degli ultimi due mesi di soprusi, intimidazioni e aggressioni, impuniti nella maggior parte dei casi.

BETLEMME – I cristiani in Palestina avvertono un clima sempre più ostile nei loro confronti, fatto di intimidazioni e soprusi da parte degli estremisti islamici, che per lo più rimangono impuniti. Lo raccontano ad AsiaNews alcuni membri della comunità di Betlemme, che proprio a causa della situazione delicata, hanno chiesto l’anonimato.
L’ultimo episodio risale allo scorso 4 novembre, quando uomini armati della “Jihad islamica” hanno fatto irruzione nell’International Centre di Betlemme gestito dalla Chiesa luterana. Qui si stava svolgendo una serata con la partecipazione dei consoli di alcuni Paesi europei, alcuni rappresentanti stranieri noti per il loro impegno a favore del popolo palestinese, leader religiosi ed esponenti della società civile locale. All’improvviso, uomini armati hanno invaso la sala guidati da Issa Marzouq, funzionario dell’amministrazione comunale di Betlemme, e affiliato alla “Jihad islamica”. L’uomo è salito sul palcoscenico e ha accusato i presenti di tradimento. “Vergognatevi – ha detto – la gente muore, mentre voi qui fate spettacoli di danza e canti”. Marzouq ha rotto i microfoni e ordinato al pubblico di sgombrare entro cinque minuti altrimenti avrebbero sparato. “La polizia, arrivata subito sul posto, è però rimasta a guardare”, riferiscono i testimoni oculari.
Nei giorni successivi il pastore luterano, Mitri Al-Rahib, ha indetto un incontro con il governatore di Betlemme, la stampa e autorità locali, in cui ha parlato della “grave mancanza di sicurezza pubblica”, che mette a repentaglio la vita dei cristiani. Al termine delle discussioni è stato redatto un comunicato sull’accaduto, ma la sua pubblicazione è stata fermata con il pretesto che il governatore stesso avrebbe affrontato l’episodio insieme ad altri simili in un’apposita assemblea. Naturalmente – dicono le fonti – nessuno ha preso alcuna iniziativa a riguardo.
Quello contro le strutture della Chiesa luterana è solo il caso più recente. Alcuni abitanti raccontano che a metà ottobre il litigio tra due giovani - uno cristiano e un musulmano a Betlemme - è sfociata in una caccia al cristiano: un gruppo di ragazzi fermava studenti per strada chiedendo loro la religione con il chiaro intento di picchiare chi si professava cristiano. Anche qui la polizia è intervenuta solo rimanendo a guardare.
Poche settimane prima, sulla scia delle manifestazioni musulmane contro il discorso del Papa a Regensburg, il Partito di Liberazione islamica (Hiz Al-Tahreer) ha organizzato una mostra all’Università di Birzeit, in cui era esposto un carro armato con sopra una croce e immagini denigratorie di Benedetto XVI. Venivano, inoltre, distribuiti volantini con un testo intitolato “Una Crociata”, pieno di parole oscene contro il Papa e la Croce. Gli studenti cristiani hanno protestato con il decano dell’Università, il quale ha ordinato di cancellare l’esposizione. Ma la direttiva non è stata mai applicata.
Le fonti di AsiaNews ricordano, infine, i frequenti soprusi sulle terre. Il 19 ottobre, ad esempio, uomini delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa hanno invaso con le armi la casa del cristiano Nikola Mukarker a Beit Jala. La sua colpa era aver denunciato un musulmano, perché si era preso il diritto di edificare, senza permesso, su un appezzamento di terra appartenente alla sua famiglia. (AsiaNews, 24 novembre 2006)

Discriminazioni senza fine, soprusi senza fine, persecuzioni senza fine da quando la popolazione di Gaza e Cisgiordania è finita sotto l’amministrazione palestinese. E leggete anche qui.


barbara


10 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 1

Dato che nessuno sembra avere il coraggio di parlarne, ne parlo io.

I cristiani palestinesi sono sempre più svantaggiati
I cristiani nei territori palestinesi stanno molto peggio di quello che di solito dichiarano i loro portavoce. L'islamizzazione portata avanti dalle autorità dell'Autonomia Palestinese ha drammaticamente peggiorato le condizioni di vita della minoranza, ha dichiarato il politologo prof. Justus Reid Weiner del Centro di Gerusalemme per le questioni pubbliche. Tra i soprusi tollerati dalle autorità c'è il boicottaggio dei negozi cristiani e il ricatto del pizzo. Un'ordinanza vieta la vendita di terreni a cristiani. Nel comune di Betlemme, la città natale di Gesù Cristo, nel 1994 sono stati incorporati 30.000 musulmani, così che nel giro di dieci anni la percentuale cristiana è scesa dal 60 al 20 per cento. Anche contro gli stupri operati da musulmani su ragazze cristiane la polizia non interviene con decisione, ha detto Weiner. Molte donne cristiane si vestono come musulmane per non essere aggredite. L'Islam considera i cristiani come persone di seconda classe, e alle autorità manca la capacità e la voglia di proteggere i cristiani dagli attacchi dei musulmani.
Durante l'intifada i militanti palestinesi sceglievano di sparare sul territorio israeliano da chiese e quartieri cristiani, per provocare la distruzione di questi edifici da parte dell'esercito israeliano. E tuttavia molti leader ecclesiastici minimizzano queste sofferenze. Alcuni temono che un'aperta denuncia peggiorerebbe la situazione. Altri non vogliono perdere i loro privilegi, come l'accesso ai media o i permessi di viaggio. Alcuni sono talmente accecati dal nazionalismo palestinese che non vogliono ammetterne il lato negativo. Weiner critica il silenzio dei governi occidentali, che sacrificano la minoranza cristiana sull'altare del processo di pace.
(Rivista evangelica "Perspektive", maggio 2006 - trad. www.ilvangelo.org)

La drammatica condizione dei cristiani sottoposti all’autorità palestinese, così come in generale in tutti i Paesi a maggioranza islamica – e non dimentichiamo l’autentico sterminio di cristiani messo in atto dai terroristi palestinesi in Libano durante la guerra civile da loro scatenata - viene spesso e volentieri taciuta, nascosta, ignorata, molto spesso anche dalle stesse autorità religiose. Io invece scelgo di parlarne e di denunciare questa infamia che viene quotidianamente perpetrata. E già che ci sei vai a leggerti anche
questo, che male non ti farà.


barbara


23 maggio 2008

UN MODO COME UN ALTRO PER RICORDARE IL TIBET



che da quasi sessant’anni sta vivendo una tragedia come poche altre al mondo, che da quasi sessant’anni sta vivendo un’infame occupazione e repressione e persecuzione dei propri abitanti nell’indifferenza pressoché totale dell’opinione pubblica, dei mass media, dei politici, dell’Onu, di Amnesty International.
(E, vista la data, ricordiamo anche lui)

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo.


2 ottobre 2007

IN IRAN, NEL FRATTEMPO

Rajavi: I mullah sono incapaci di fermare torture e impiccagioni in Iran

29 set 2007

NCRI, 27 Settembre - IL Presidente eletto del Consiglio nazionale della Resistenza Iraniano, signora Maryam Rajavi, ha detto in un messaggio alla protesta contro Ahmadinejad fatta dagli iraniani a New York lo scorso martedì: "I mullah non sono assolutamente capaci di fermare torture e impiccagioni in Iran nemmeno per un giorno. Non sono in grado di fermare l'esportazione di terrore e bombe in Iraq. Non sono capaci di sospendere il loro programma nucleare."
Gli oppositori, che hanno goduto del supporto di vari rappresentanti politici e di membri del parlamento americano,hanno fatto appello alla comunità internazionale perchè condanni le atrocità del regime iraniano e perchè supporti la terza soluzione proposta dalla Signora Maryam Rajavi per un cambiamento democratico in Iran.
La Signora Maryam Rajavi, ha detto in un messaggio di protesta: "Ammettere i capi del braccio esecutivo dei mullah nelle Nazioni Unite è il chiaro segno di una sbalorditiva contraddizione nella politica occidentale verso l'Iran.
"Da un lato l'Occidente ha definito il regime iraniano come la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza del mondo intero,dall'altro lato raccomanda di venire incontro al regime per incoraggiare il dialogo e i negoziati.
"Ovviamente i negoziati sono il miglior modo possibile per prevenire inutili ostilità. Tuttavia è legittimato e accettabile solo quando l'altra parte, in questo caso il regime dei mullah, ha cessato di fomentare guerre, terrorismo e una politica criminale.
"Negoziare con un regime che ha iniziato un'implacabile guerra contro la popolazione iraniana su tutti i fronti, lo stesso regime che continua a creare inimmaginabili spargimenti di sangue e catastrofi in Iraq, Libano, Palestina e Afghanistan è difficilmente logico o accettabile.
"I mullah non sono assolutamente capaci di fermare torture e impiccagioni in Iran nemmeno per un giorno. Non sono in grado di smettere di esportare terrore e bombe in Iraq. Non sono capaci di sospendere il loro programma nucleare.
In aggiunta a queste campagne di terrorismo,beneficiano enormemente dei negoziati e del dialogo in modo da mantenere più a lungo il potere, ed è per questo motivo che i negoziati con una tirannia assassina non sono tollerabili. (qui)

Chissà se qualcuno si prenderà la briga di ascoltarla …



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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