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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


7 febbraio 2012

E RIPARLIAMO DELLA SIRIA

07-02-2012
Trecento morti in un week-end, e neanche una parola di protesta

Di Eliezer Yaari

Più di trecento persone sono state uccise, in Siria, lo scorso fine settimana, dalle forze del loro stesso governo: uccise dal fuoco di tank, obici e cannoni. Le loro case sono state distrutte, a centinaia sono ancora sepolti sotto le macerie. C’è una lunga scia di sangue dietro a questi numeri, immagini traballanti di bambini gettati dalle finestre, il filmato preso col cellulare di un uomo che cammina, si sente un colpo, e l’uomo cade al suolo.

Più di trecento persone. Ed è successo dopo giorni e giorni di cifre più “modeste”: solo 15 o 35 o 58 morti al giorno. E succede qui a due passi, appena al di là del confine, a un’ora di auto da Kiryat Shmona. Un despota fascista fuori controllo sta massacrando la propria gente. Uno può dire, beh, è da settimane che i commentatori vanno dicendo che finirà da un momento all’altro, ed è stato convocato il Consiglio di Sicurezza: com’è che ti viene in mente adesso? In fondo è una faccenda interna di arabi che uccidono altri arabi: sei diventato improvvisamente un cuore tenero? […]

La verità è che da settimane scrivo di questo, cercando di suscitare l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani. Personalmente, ho dedicato i miei migliori anni e tutte le mie energie a crearle e sostenerle, nella convinzione che i diritti umani non si possono dividere: non è lecito discriminare una donna che deve partorire perché è araba, non è lecito discriminare uno scolaro etiope perché ha la pelle scura, non è lecito tacere ignobili atti tirannici solo perché avvengono nei paesi arabi a due passi da noi. Gli stati non devono rimanere in silenzio davanti a un massacro, figuriamoci le organizzazioni per i diritti umani. Ma le risposte che ricevo sono elusivi mugugni del tipo: “è compito di Amnesty International”, oppure: “guarda, il mondo sta reagendo e noi facciamo parte del mondo”. Nell’ambiente in cui opero sin dagli anni ’90 vi sono molte organizzazioni arabe. Nelle scorse settimane le ho chiamate. Si calcola che in Siria siano state assassinate fra le cinque e le diecimila persone, ho detto loro. E ho chiesto: com’è che davanti alle immagini delle file di corpi senza vita, in tutti questi mesi non c’è stata una sola manifestazione di protesta contro un tale massacro? Qualcosa di paragonabile almeno alle manifestazioni degli arabi israeliani per la Giornata della Terra o per la Giornata della Nakba. […]

In tutti questi anni, diversi parlamentari arabi israeliani sono andati in Siria a cercare i favori del despota siriano che oggi sta massacrando la sua gente. Si sono seduti con il capo dei killer abbeverandosi ad ogni sua parola; e dopo tutto questo, non si ode una sola voce fra loro che si levi per dire “Basta spargimenti di sangue!”. Forse stanno protestando e sono io che non ho udito le proteste. È possibile: non leggo la stampa araba. Ma non dovrebbe essere un dibattito interno, da tenersi a porte chiuse: tutta la popolazione israeliana dovrebbe esserne messa a parte. So che non è facile essere minoranza araba in Israele e uscirsene pubblicamente contro qualcuno del mondo arabo. Ma ci sono dei limiti: trecento morti ammazzati, migliaia di feriti in un solo fine settimana, e neanche una piccola manifestazione nella piazza centrale di Nazareth o di Shfaram? Vale così poco il sangue degli arabi? Ricordo nell’ottobre 2000, quando tredici arabi israeliani persero la vita in violentissimi scontri con le forze di sicurezza: l’intero paese tremò sotto le enormi manifestazioni nelle regioni di Galilea e Wadi Ara, vi furono sit-in, commissioni d’inchiesta, condanne, discorsi infuocati.

Ed eccoci qui, nei giorni della “primavera” trasformata in un agghiacciante inverno, e tutto quello che sento è il parlamentare arabo-israeliano più popolare fra il pubblico ebraico, Ahmed Tibi, che sale sul podio per leggere, con insolito fervore, un pistolotto circa un parlamentare razzista e un po’ svitato della lista Yisrael Beiteinu. Che sagacia! Che coraggio! Ahmed Tibi sa bene che si tratta di chiacchiere oziose e di un diversivo, giacché nel giorno stesso del suo fervorino altri arabi venivano massacrati a decine: e non dai cattivi ebrei, ma dalle mani della loro stessa gente. Eppure non si odono proteste. Né lui né nessun altro leader della società civile arabo-israeliana è salito sul podio per aggiungere la propria voce alla richiesta del mondo che si ponga fine alle uccisioni: nessun cantante ha intonato canzoni, nessun giornalista ha deplorato, nessuna parlamentare si è imbarcata su nessuna flottiglia, mentre i politici continuavano a farsi intervistare nei talk show.

Forse nell’intimo vi sono vergogna, dolore, rassegnazione. Forse. Ma tutto quello che noi sentiamo è il silenzio: l’immenso, oscuro silenzio che consente lo spargimento di sangue di bambini siriani. Perché è proibito intromettersi nelle questioni interne di un assassino come Bashar Assad.


Ma è un silenzio che riecheggerà per molti anni a venire.

(Da: Ha’aretz, 6.2,12 - traduzione
http://www.israele.net/articolo,3353.htm)


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Dove siete oggi, voi che avete l'abitudine di inondare le piazze del mondo ogniqualvolta Israele reagisce contro la furia omicida dei suoi nemici?

Dove siete oggi, voi che che sapete elencare a memoria tutte le risoluzioni dell'ONU contro Israele? Dove siete oggi, che quella stessa Onu rimane muta e complice? Dove siete oggi, che i sogni di libertà della gioventù araba vengono annegati nel sangue?

Dove siete oggi, mentre i media ci informano di massacri con decine di migliaia di morti innocenti?

Dove siete oggi, voi? Ve ne state al calduccio delle vostre case.

Voi siete quelli che hanno avuto sempre la lacrima pronta per i "poveri palestinesi", sempre disposti a giustificare ogni orrore commesso da quegli aguzzini di Hamas, di Fatah, di Hezbollah, che sono la peggiore feccia di tutto il mondo arabo.

Oggi comincio a capire chi siete. Siete i Nuovi Crociati: i Crociati in poltrona, quelli che senza muovere un dito godono della morte degli "infedeli". Siete quelli che odiano tanto l'idea che gli Ebrei possano avere pace, quanto quella che gli Arabi possano avere libertà e democrazia.

Adesso che ho scoperto il vostro gioco, oltre a provare per voi il ribrezzo di sempre, provo vero orrore.

 

Fulvio Del Deo

 

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In realtà non abbiamo affatto bisogno di chiederci dove sono tutti costoro, perché sappiamo benissimo che i buoni di professione sono intensamente occupati in cose molto ma molto ma molto più importanti di queste.

barbara


4 febbraio 2012

AM ISRAEL CHAI VE CHAIAM

IL POPOLO D’ISRAELE VIVE E VIVRÀ

Accadeva una volta, in tempi barbari e selvaggi, che chi si metteva in viaggio corresse il rischio di incontrare dei predoni: assaltavano, costoro, carrozze e diligenze, carovane e viaggiatori isolati, per depredare i malcapitati di denaro e gioielli.
Accade ancora oggi, in talune contrade, che bande di predoni si appostino per dare l’assalto ad auto di passaggio. Non vogliono però, questi moderni predoni, impadronirsi di beni materiali, bensì conquistare qualcosa di molto più elevato: il Paradiso. Il Paradiso, per chi non lo sapesse, si guadagna uccidendo ebrei. Le contrade in questione, naturalmente, si trovano in Terra d’Israele.
Il 23 settembre 2011 una banda di questi predoni spirituali e idealisti assaliva l’auto di Asher Palmer, uccidendo lui e il figlio Yonatan, di un anno.


                         

Puah, la moglie di Asher, era incinta di cinque mesi. Ora Michael Craig Palmer, padre di Asher e nonno di Yonatan, ci informa che Puah ha dato alla luce un maschietto, di nome Orit. E si continua così come è sempre stato: loro producono morte, il popolo d’Israele produce vita. E non smetterà di danzare. Mazl tov, piccolo Orit, benvenuto al mondo.

barbara

ERRATA CORRIGE: Mi si informa che Orit è un nome femminile. Nel testo inglese non era precisato: l'autore del testo aveva evidentemente dato per scontato che ogni lettore lo sapesse, mentre io avevo dato per scontato che a riempire il vuoto lasciato dal piccolo Yonatan fosse arrivato un fratellino.


14 dicembre 2011

E MI VIENE DA CHIEDERMI

Perché se un italiano uccide due senegalesi e ne ferisce altri tre la notizia riempie tre pagine di giornale e se un marocchino uccide cinque europei e ne ferisce oltre centoventi basta un quarto di pagina? Perché gli articoli che parlano dell’assassinio commesso dall’italiano traboccano di parole quali razzismo, intolleranza, odio, estremismo e il breve articolo sull’eccidio commesso dal marocchino è un sobrio e asettico resoconto dei fatti? Perché la cronaca dell’episodio italiano gronda di fosche profezie sul baratro a cui questo dilagante razzismo, questo crescente odio cieco ci sta conducendo, mentre l’episodio belga non provoca nessun particolare allarme? Perché?

barbara


20 novembre 2011

NATURA UMANA



barbara


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


31 maggio 2011

VOLONTÀ DI PACE E DINTORNI

Le mammole e gli sputi

Cari amici, ogni tanto anche i migliori eurarabi parlano dei palestinesi senza troppo rispetto, come se fossero mammolette, pacifisti da sciopero della fame, comparse da film di buona volontà. E invece no, è gente tosta, con le idee precise. Prendete per esempio questa recente intervista di Yasser Qashlaq, un giornalista di origine palestinese che è anche membro del Movimento Free Palestine, che è stato il finanziatore della (fallita) flottiglia libanese per Gaza, naturalmente concessa ad Al-Manar TV, la bellissima e obiettivissima emittente di Hamas. Vi prego, leggete fino in fondo, perché da queste  dichiarazioni viene fuori tutta la nobiltà d'animo, l'eroismo e anche il non antisemitismo di questo grand'uomo. Ha dichiarato dunque:

"Il luogo naturale per [Ehud] Barak è la Polonia, e il luogo naturale per quell'idiota di Netanyahu, è Mosca, mentre il luogo naturale per me è Safed. Vorrei dire a Ben-Gurion: Tu,  deficiente: sappi che un giorno mio figlio piccolo sputerà sulla tua tomba. Faremo deportare i tuoi resti al tuo vero paese in Europa, e torneremo. [...] Come ha detto l'Imam Khomeini, a suo tempo, se ognuno di noi si mettesse a sputare, potremmo soffocare tutti e cinque milioni di loro: il numero di ebrei - quei pezzi di merda umana - nella mia terra è uguale a un terzo degli abitanti del quartiere Nasr City al Cairo. [...] Netanyahu, che dice che il diritto al ritorno deve essere risolto al di fuori di Israele, dovrebbe risolvere il suo problema con il ritorno in patria a Mosca. Si tratta di pezzi di merda umana. Anche Balfour, quando ha dato la mia terra a quei Giudei, disse che stava facendo in modo di sbarazzarsi di loro. Ci hanno portato quei pezzi di merda, e noi adesso dobbiamo gettarli indietro ai loro paesi ".

Non è la prima volta che Qashlaq fa delle dichiarazioni – diciamo - un po' forti. Nel giugno, 2010 diede un' altra intervista, anche questa su Al-Manar TV, dicendo gentilmente agli israeliani, "Salite sulla nave che vi abbiamo mandato, e ritornate ai vostri Paesi. Non fatevi trarre in inganno dai leader arabi del campo moderato. Non sarete mai in grado di fare la pace con noi. I nostri figli torneranno [in Palestina]. Non c'è ragione per la coesistenza. Anche se alcuni dei nostri leader firmassero [la pace] con voi – noi non firmeremo mai. Non lasciatevi ingannare da questi leader. Ritornate ai vostri paesi".

Non ci credete? Vi sembra una macchietta come la vecchia strega di Washington cara amica di Obama che ha detto cose analoghe un anno fa, nel bel mezzo dei luoghi sacri della politica americana? No, vi assicuro, è tutto vero. Guardate qui (http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/5310.htm) l'intervista filmata e anche la trascrizione del testo. Vi auguro buon divertimento. Spero solo che abbiate superato l'età in cui si crede a Babbo Natale (e alla befana) e che non mi rimproveriate di turbare la vostra fede innocente nella volontà di pace dei bravi palestinesi.

Ugo Volli

A coloro che continuano a ripetere che la pace si fa coi nemici, mi permetto di suggerire di andare loro a trattare con questi nemici (e non si illudano di cavarsela col fatto che per loro non sono affatto nemici bensì amici amatissimi: anche Juliano Mer-Khamis e Arrigoni gli avevano venduto il corpo e l’anima, e non gli è andata meglio che a qualsiasi sionista colono invasore occupante predatore estremista eccetera eccetera.
Per completare il quadro vi mando a leggere queste altre riflessioni, sempre di Ugo Volli, e a dare un’occhiata a come funzionano le scuole in Egitto.


barbara


24 maggio 2011

LA PRIMAVERA ARABA

Quella che adesso loro vogliono voltare pagina e noi gli dobbiamo dare fiducia.
Quella che loro stanno chiedendo democrazia.
Quella che loro combattono in nome della libertà.
Quella che finalmente sul pianeta si respira una nuova aria.
Quella che il passato è ormai è alle spalle e una nuova era sta sorgendo.
Quella che davvero non si capisce perché Israele si ostini nella sua ottusa diffidenza invece di partecipare al tripudio comune.
Quella.




qui

Mentre le donne protestano così:



E nel frattempo si fa a gara per coprire i criminali che hanno messo in atto il brutale stupro di massa di Lara Logan. E poiché io, a differenza dei mass media, non intendo rendermi complice di un branco di assassini, vi mando a leggere qui.

barbara


26 aprile 2011

SALTO DI QUALITÀ

Questi attacchi di isteria collettiva anti israeliana si erano, finora, scatenati nei momenti in cui Israele ne aveva abbastanza di continuare a prenderle e cominciava a reagire: Libano 1982, Scudo di difesa 2002, Libano 2006, Piombo fuso 2008. Ciò a cui abbiamo assistito in questi ultimi dieci giorni è invece qualcosa di radicalmente diverso. È accaduto che un pirla odiatore di Israele si è convinto che andare ad aiutare una banda di terroristi assassini fosse cosa buona e giusta. È accaduto che il suddetto pirla fosse convinto che se sei amico degli assassini e li ami tanto tanto tanto, automaticamente gli assassini diventano amici tuoi e ti amano tanto tanto tanto. Si sbagliava, da quel pirla che era, e gli assassini hanno fatto fuori anche lui. Insomma, uno squallido episodio di cronaca nera in cui Israele non c’entra neanche di striscio. E ciononostante si è scatenato un attacco di isteria collettiva anti israeliana delle stesse proporzioni dei casi precedenti. Col solito accompagnamento di strani personaggi che improvvisamente compaiono nei blog e imperversano a tutto spiano tra insulti, auguri di morte e un odio isterico che trabocca da tutti i pori. Un salto di qualità, dicevo: se prima, pur non avendo motivi, aspettavano almeno di avere uno straccio di pretesto, adesso non hanno più neppure la pazienza di aspettare quello. E il mondo intero si dedica diligentemente al compito di guardare altrove. Come ottant’anni fa.

barbara


16 aprile 2011

NOTA DI SERVIZIO

Normalmente gli insulti e i commenti antisemiti vengono eliminati. Questa volta ho deciso di fare un’eccezione, ho lasciato tutto. Affinché anche voi che vivete in castelli inargentati possiate avere un’idea di ciò che chi cerca di fare informazione su Israele e sul terrorismo si trova QUOTIDIANAMENTE ad affrontare. Affinché possiate avere un’idea dello spessore culturale e morale delle argomentazioni. Affinché possiate avere un’idea dell’intensità dell’odio di cui sono impregnati fino al midollo. Affinché possiate avere un’idea della violenza verbale a cui possono arrivare – solo verbale, nel mio caso, perché non mi hanno fisicamente a tiro, ma chi si è trovato a incontrare faccia a faccia questi adepti dell’amore universale sa fin troppo bene che non esitano un solo secondo, se appena ne hanno l’opportunità, a passare a ben altro tipo di violenza. Vittorio Arrigoni era uno di loro. Anzi, era il migliore di tutti loro, il modello da imitare, l’ideale a cui ispirarsi, il duce da seguire. Queste erano le cose che piacevano a quell’eroico costruttore di pace. Chi poi avesse qualche dubbio sugli stretti legami fra ISM e terrorismo vada a leggere questo documento, anche se in realtà dovrebbero bastare i fatti che tutti noi abbiamo sotto gli occhi: qualcuno ha mai visto questi volontari costruttori di pace distrarsi un momento dal compito di impedire all’esercito israeliano di combattere il terrorismo per provare a impedire ai palestinesi di mandare al macello i propri figli, per occuparsi dei programmi televisivi per i più piccoli che istigano al “martirio” e dei programmi scolastici che indottrinano all’odio e al terrorismo, per buttare un occhio ai campi militari in cui a bambini di dieci anni o meno si insegna a usare le armi e a sgozzare? No, vero? Proviamo un po’ a immaginare perché non ne abbiamo mai visti...
E vi lascio con l’immagine di un’altra adepta della benemerita associazione, la costruttrice di pace Rachel Corrie fotografata due settimane prima della morte mentre, con la faccia stravolta dall’odio, insegna ai bambini palestinesi come si fa a costruire concretamente la pace, bruciando le bandiere.



(Avviso per i costruttori di pace nonché cultori dell’amore universale: la sagra è finita, da oggi si torna a bannare)

barbara


7 aprile 2011

CHI VUOLE DAVVERO LA PACE



in quel di Palestina, finisce male



molto male.



(E in un sito filo palestinese ho letto che “Secondo le prime ricostruzioni un commando lo ha freddato come in un regolamento di conti. Le prime voci, in città, parlano di estremisti palestinesi. L’unica certezza, per ora, è la morte di uomo che ha fatto della cultura la sua arma di resistenza.”. Chissà, forse aveva messo gli occhi addosso alla moglie del vicino di casa e quello si è vendicato...)

barbara


6 dicembre 2010

QUALCHE AGGIORNAMENTO SUL FRONTE DEL FUOCO

"Solidarietà umana e religione dell'amore"

Cari amici, sapete chi ha appiccato il terribile incendio che ancora devasta il Carmelo e ha ucciso decine di persone? E' stato Allah, naturalmente, per punire "l'occupazione". Ne sono convinti i media arabi (gli stessi, probabilmente, che al tempo del terremoto in Abruzzo esultarono alla punizione dei peccati degli infedeli italiani). Ecco qualche citazione:

"O Allah, distruggili e distruggi tutti i nemici dell'Islam"
"Grazie a Dio per il nuovo Olocausto e vergogna sull'Egitto che è accorso in aiuto"
"Il fuoco è il risultato delle preghiere dei nostri prigionieri tenuti nei carceri dell'occupazione. Il fuoco dell'inferno sarà più forte. Possano bruciare nell'inferno con gli ebrei quegli arabi che li aiutano."
"Allahu akbar! Ecco un'arma efficace. Chiamiamo i nostri fratelli palestinesi a bruciare tutte le foreste."
"O Allah, distruggili e distruggi tutti i nostri nemici."
"Possa Allah punire gli arabi che hanno aiutato a contenere l'incendio".
"Questo è il momento giusto per l'Iran. Se un incendio ha causato il panico nell'entità sionista, dove sono Ahamadinedjad e Nasrallah? Dov'è la Siria? Un razzo può appiccare migliaia di incendi."

Non vi annoio ancora con queste splendide dichiarazioni di solidarietà umana, potete trovarne una collezione qui
. Se avete lo stomaco per resistere a immagini tremende, guardate che cosa ha pubblicato il blog di Al Jazeera (già, la buona televisione antimperialista che piace ai terzomondisti e ai progressisti). E leggete qui, in basso, la traduzione delle frasi in arabo contenute nei post di Al Jazeera: sono espressioni RELIGIOSE di compiacimento, lodi a Dio per l'incendio e la morte orribile di chi vi è stato coinvolto. Vi invito solo a riflettere sul tipo di psicologia (e di religione) che sta dietro a pensieri come questi.

Ugo Volli (informazione corretta)

Qualcuno, nel post sottostante dedicato all’incendio, ha avuto lo stomaco di venire a scrivere nei commenti che da Gaza hanno mandato aiuti, il che dimostra che gli arabi sono buoni. Non aggiungo altro.

barbara


21 novembre 2010

DIALOGO DIALOGO DIALOGO

Perché la pace – lo sappiamo perfettamente, visto che il mondo intero continua a ricordarcelo – si fa con i nemici, e quindi giustamente il mondo intero mette in atto tutte le proprie risorse per indurre Israele a dialogare con questi soggetti, ad accordarsi con questi soggetti, ad offrire tutto l’offibile, compreso il proprio deretano e quello dei propri figli, per arrivare alla pace con questi soggetti che sono, per l’appunto, i nemici ossia coloro con cui, per definizione, bisogna fare la pace (scusate, ma repetita iuvant, così mi hanno insegnato).

Un documento fondamentale che dimostra come l'Islam sia religione di pace e la pace possibile subito

Cari amici, questa è una cartolina per stomaci forti. Non a causa di ciò che vi scriverò io, ma per quel che vi inviterò a vedere: l'illustrazione della cartolina, diciamo così, che in realtà è un video, anche lunghino, perché dura una ventina di minuti. E però val proprio la pena di guardarlo tutto, perché ci troverete la summa del pensiero islamico sugli ebrei. Lo trovate qui:
http://vimeo.com/16779150. Vedrete un bel gruppetto di clerici musulmani, con barbone, palandrane e tutti gli accessori del caso, spiegare che "gli ebrei soffrono di disordini mentali, perché sono ladri e aggressori, un ladro o un aggressore che prende una proprietà o una terra sviluppa disordini psicologici e spasimi di coscienza, perché ha preso qualcosa che non è suo. Loro (gli Ebrei) vogliono presentarsi al mondo come se avessero dei diritti, ma di fatto sono batteri estranei, microbi senza uguali nel mondo. Non sono io che dico questo, è il Corano stesso che dice che non hanno uguali nel mondo" (così Abdallah Jarbù, ministro di Hamas per gli affari religiosi alla tv Al-Aqsa (Gaza) il 28/02/10). Ovvero che "i più grandi nemici dei mussulmani – dopo Satana – sono gli Ebrei. Chi ha detto questo? Allah lo ha fatto" (Dr. Hassan Hanizzadeh, commentatore iraniano, Jaam-E Jam2 tv (Iran) il 20/12/05)
Li sentirete dichiarare che anche "Se gli Ebrei ci restituissero la Palestina cominceremmo ad amarli? Certamente no. Non li ameremo mai. Assolutamente no. Le vostre convinzioni sugli Ebrei devono essere che essi sono infedeli e essi sono nemici. Sono nemici non perché hanno occupato la Palestina. Sarebbero nostri nemici anche se non avessero occupato niente", o più succintamente che "noi tratteremmo gli Ebrei come nostri nemici anche se ci restituissero la Palestina perché essi sono infedeli" Wael Al- Zarrad, clerico palestinese alla tv Al-Aqsa il 28/02/08.
Potrete gustarvi il modo in cui insegnano ai bambini cose pacifiche e gentili come queste: "Il nostro sangue chiede vendetta contro di loro e si placherà solo con la loro distruzione, Allah lo vuole, perché essi hanno cercato di uccidere il nostro Profeta diverse volte" (Masoud Anwar, clerico egiziano alla tv Al-Rahma (Egitto) il 09/01/09) (tutte queste citazioni vengono da
qui, riprese poi da Emanuel Baroz)
Li vedrete rilanciare la calunnia del sangue, anzi potrete gustarvi un brano di un filmato in cui si vede proprio un gruppo di ebrei che taglia la gola a un bambino gentile per fare azzime col suo sangue. Li sentirete discutere sul fatto se i morti della Shoà siano 3 milioni come pretendono gli ebrei (e inutilmente qualcuno dice che no, gli ebrei dicono siano stati 6 milioni, la conduttrice tv dice che le sue ricerche mostrano che per gli ebrei i morti sono 3 milioni...), oppure più probabilmente 150 mila o piuttosto certamente appena 30 mila, il resto è propaganda. Soprattutto vedrete la scena indimenticabile di un fanatico imam o ulema o quel che è sbavare letteralmente per la gioia ed esaltarsi, producendo una sorta di telecronaca mentre scorrono le scene dei cadaveri di Auschwitz, dei deportati che stanno morendo di fame, delle uccisioni e delle umiliazioni, facendo un gran tifo per i tedeschi e promettendo che presto anche il bravo popolo arabo potrà fare come hanno fatto loro: una scena davvero indimenticabile.
Dovete assolutamente vedere queste sequenze, tutte tratte da pubbliche televisioni del mondo islamico, e vi prego: fatele girare. Solo così vi potrete perfettamente convincere – voi e i vostri amici - di quanto l'Islam sia una religione di pace, quanto lo stato di guerra in Medio Oriente sia colpa solo dell'entità sionista, come tutti dobbiamo assolutamente fidarci delle buone intenzioni dei bravi fedeli islamici. Solo così potrete capire quanto infondati siano i pregiudizi e le paranoie di chi pensa che l'Islam sia pericoloso non solo per Israele e gli ebrei, ma per l'Europa e il mondo. Guardate qui:
http://vimeo.com/16779150. E buona visione, con l'augurio di non vomitare.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Una sola parola, da parte mia, di commento: meditate.

barbara


11 settembre 2010

ALTRE DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

Nell'a­gosto del 931, nel corso della campagna estiva contro Amorium:

I musulmani entrarono nella piazza e vi trovarono grandi quantità di mercanzie e di viveri, di cui si impadronirono. Essi incendiaro­no tutti gli edifici costruiti dai nemici, poi penetrarono più in profondità nel territorio bizantino, abbandonandosi ai saccheggi, agli eccidi e alle devastazioni, e giunsero ad Ancyra, città oggi no­ta come Ankuriya [Ankara]. Tornarono indietro tranquillamente e senza aver incontrato la minima ostilità. Il valore dei prigionieri ammontava a 136.000 dinari.

Nel 1064 il sultano selgiuchide Alp Arslan (1063-1072) ricoprì di rovine la Georgia e l'Armenia, si diede ai massacri, «seminò ovunque morte e schiavitù», sterminò interi popoli e catturò in­numerevoli prigionieri. Tutta la popolazione maschile di Ani fu trucidata, e le donne e i bambini furono deportati. Nel XIII seco­lo i mamelucchi d'Egitto misero a ferro e fuoco il regno d'Armenia-Cilicia. Nella spedizione condotta nel 1266 dal sultano Bay-bars, a Sis furono sterminate 22.000 persone. Gli egiziani incen­diarono la città e saccheggiarono i dintorni, trascinando via come prigionieri gli abitanti di Adana, Ayas e Tarso:

I vincitori, essendo penetrati nella città di Sis, la distrussero da ci­ma a fondo. Rimasero in quel territorio per alcuni giorni, portando dappertutto carneficine e incendi, e rapendo un gran numero di prigionieri. Quindi l'emiro Ugan [Igan] si diresse verso il paese di Rum [Bisanzio], e l'emiro Kelaun [Qala'un] verso Masisah, Adnah, Aias e Tarsus [Masis, Adana, Ayas e Tarso]. Entrambi sgozzarono gli abitanti, catturarono molti prigionieri, distrussero numerose piazzeforti e diedero alle fiamme ogni cosa.

Durante la spedizione del 1268, i mamelucchi passarono a fil di spada tutti gli uomini di Antiochia, e catturarono tutte le don­ne e i ragazzi. La città divenne un cumulo di macerie e un deser­to. Nel corso della campagna del 1275, Baybars e le sue truppe si diedero ai massacri ovunque, e raccolsero un considerevole bottino. Mopsuestia fu incendiata e la sua popolazione stermina­ta; Sis venne di nuovo saccheggiata. Secondo il cronista siriaco Bar Hebraeus, 60.000 persone furono uccise e il numero di donne, ragazzi e bambini deportati come schiavi fu incalcolabile.
Nel contesto geografico oggetto di questo studio, i popoli ri­dotti in schiavitù erano per lo più cristiani, ma anche ebrei sia bi­zantini che europei. Intere famiglie, smembrate e dilaniate dalla lotteria della spartizione dei premi tra i soldati o della vendita di schiavi, venivano deportate in paesi lontani e ignoti. Quest'uma­nità prigioniera, costantemente incrementata dal jihad, si perdeva nella totalità indistinta del bottino, il fay’ musulmano. Individui atomizzati dal venir meno dei vincoli di solidarietà familiare, re­ligiosa e sociale provocato dalla schiavitù e dalla deportazione, i prigionieri andavano a ingrossare le file dei mawali (schiavi af­francati), che gremivano gli accampamenti militari arabi all'inizio della conquista. Questo aumento demografico, frutto dei bottini di guerra, diede il via al processo di urbanizzazione manifestato­si a partire dall'VIII secolo. I cronisti parlano di province e di intere città del dar al-islam svuotate dei loro abitanti.
Tuttavia non sarebbe giusto sottovalutare il ruolo storico di queste moltitudini rastrellate dal dar al-harb a opera degli eserciti islamici vincitori. Infatti sia i cristiani che gli ebrei, di provenienza rurale o urbana, prelevati dai paesi mediterranei e dall'Armenia - letterati, medici, architetti, artigiani, contadini, vescovi, monaci o rabbini - appartenevano tutti a civiltà superiori rispetto a quelle delle tribù arabe o turche. Fu grazie allo sfruttamento di questa «manodopera» servile che venne edificata la potenza militare ed economica dei califfi e si compì il processo di islamizzazione. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 148-149)

E stanno continuando. Credo che oggi sia il giorno più adatto per ricordare con chi abbiamo a che fare. Poi, per qualche informazione in più, vai a leggere anche uno e due e tre e quattro.


barbara


AGGIORNAMENTO: leggi oppure ascolta.


5 aprile 2010

PER QUALCUNO IL MATRIMONIO È PROMESSA DI ETERNO AMORE

Per qualcun altro è promessa di eterno odio e morte e distruzione.


(E vedere tanto odio in due occhi da bambina, fa impressione davvero)

barbara


16 marzo 2010

THE CIRCLE OF LIFE

A proposito di settimane del boicottaggio e giornate dell’odio e decenni della vendetta anche se non si sa bene di che e dintorni e affini e annessi e connessi.

Tu sei più forte di me ma io un pugno te lo do lo stesso perché ti odio. Ma non ti faccio molto male. Tu magari alzi il braccio per non prendere il mio pugno e non sei cristiano e non porgi l'altra guancia. Al decimo mio pugno ti stufi e mi rifili uno sganassone che mi fai un male bestia. Perdo qualche dente che mostro incazzato e un po' piangente alla telecamera politically correct a cui dico che sei cattivo cattivo. Se il mio dente è da latte fa ancora più impressione soprattutto al pubblico dello Zecchino d'Oro e delle telenovela.
Porto il dente in processione.
Dichiaro una giornata dell'odio.
Durante la giornata dell'odio ci riprovo e perdo un altro dente.
Ri-dichiaro un'altra giornata dell'odio.
Rimango così senza denti.
Smettiamo per un po' fino a quando i miei amici e i telespettatori mi danno un po' di soldi per comprare una dentiera nuova: alcuni lo fanno perché io possa mangiare, altri perché hanno bisogno di processioni.
Poi ricominciamo.
The circle of life direbbe il re leone.

Scritta un po’ più di nove anni fa dallo straordinario, insuperabile, mitico Toni. Come si suol dire: il tempo passa e neanche te ne accorgi che sia passato. Poi, sempre in tema, leggi anche questo.

barbara


16 febbraio 2010

VADO E POI TORNO

E quando torno spero di avere di nuovo tempo per postare regolarmente come prima. Nel frattempo vi do l'opportunità di recuperare un po' di arretrati andando a leggere

Ugo Volli 1
Ugo Volli 2
Ugo Volli 3
Ugo Volli 4
Ugo Volli 5
Ugo Volli 6



Mi raccomando, fate i bravi, non picchiatevi, non infilatevi le dita nel naso, non mangiate troppe caramelle che vi si rovinano i denti, e soprattutto non smettete di venire qui, che vi controllo, sappiatelo!

barbara


30 gennaio 2010

LETTERA APERTA AL SINDACO DI MALMÖ

Gentile signor Reepalu,
lei ha appena dichiarato al quotidiano Skanska Dagbladet, nella giornata della Memoria (pura coincidenza?), che, con l'aiuto della polizia municipale, lei è impegnato nella lotta contro il razzismo in qualunque forma si presenti. Sembrerebbe un modo corretto per celebrare il 27 gennaio. Ma ha poi aggiunto, a spiegazione del suo pensiero, "di non accettare né il sionismo, né l'antisemitismo ... in quanto estremismi che si vanno a situare sopra le altre forme di pensiero, che vengono pertanto considerate come inferiori".
Egregio signor Reepalu, è vero, dopo Durban 1 alcuni sciagurati hanno cominciato a ripetere che il sionismo è una forma di razzismo, ma è altrettanto vero che tanti altri, e particolarmente nella nostra Europa che, più di qualsiasi altra regione, ha conosciuto sulla propria carne il razzismo antisemita, si sono ribellati a simile affermazione.
Mi permetta di ricordarle, da italiano, quanto ha solennemente dichiarato il nostro Presidente Napolitano: “no all’antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo”.
Mi rendo conto che lei, essendo il sindaco di una città dalla storia antica, e con una popolazione islamica sempre più numerosa e anche, mi permetta di aggiungere, sempre più prepotente (pensi, per esempio, a quanto è successo quando, proprio nella sua Malmö, si incontrarono le squadre di tennis di Svezia e di Israele), cerchi di venire incontro alle richieste dei suoi cittadini. Ma non pensa di dover selezionare, in quanto primo cittadino, queste loro richieste? Non ritiene che sia insensato accettarle indiscriminatamente tutte?
Inoltre lei ha anche chiesto ai suoi concittadini di religione ebraica di "prendere le distanze" pubblicamente dalla politica israeliana. Egregio signor Reepalu, nella civile Svezia esiste ancora la libertà di pensiero? Lei che cosa ne pensa? O forse lei vuole, in tal modo, anticipare i programmi dei suoi concittadini islamici che, come dichiarano apertamente, quando avranno raggiunto la maggioranza (e quel giorno è sempre più vicino; molti dicono entro il 2049) sostituiranno le leggi della democrazia con quelle della sharia? In realtà già considerano la Svezia “il migliore stato islamico”, come ha recentemente dichiarato l’imam svedese Adly Abu Hajar. Vede, egregio signor Reepalu, quando verrà quel giorno anche lei sarà messo di fronte alla scelta tra abbandonare la sua attuale fede (non ricordo bene se lei è protestante o ateo; mi scusi, ma di persone come lei ne incontro sempre troppe in giro per l'Europa) per abbracciare l'Islam, o diventare un cittadino "inferiore" (oh, che combinazione: proprio la stessa parola che lei usa a proposito delle "forme di pensiero", come le ricordavo più sopra). Mi dica: ci ha già pensato? È pronto a questo passo?
Comunque, mi permetta un piccolo consiglio, signor Reepalu: in Spagna, tanti anni fa, alcuni ebrei, di fronte ad un dilemma analogo, scelsero di convertirsi mantenendo l'antica fede di nascosto. Erano i marrani. Ne ho conosciuto uno, tuttora marrano a distanza di 5 secoli. Se desidera glielo presento. Potrà farsi spiegare come si vivono simili situazioni e ricevere utili suggerimenti su come sopravvivere da minoranza dominata da una maggioranza ostile e malvagia.
Infine, non si stupisca, come fa lei, se i suoi concittadini ebrei si sentono così minacciati da non poter più vivere a Malmö. Prenda un bel libro di storia del 900; vi troverà la spiegazione di tutto.
Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

P.S. Mi permetta una domanda: che effetto le fanno quei saluti nazisti che si vedono durante i disordini nelle vie di Malmö, provocati sempre più frequentemente dagli islamici svedesi? Sa, a me, sinceramente provocano qualche crampo allo stomaco.



Del tutto casualmente è accaduto che anche la cartolina odierna abbia trattato lo stesso tema e, in gran parte, con gli stessi argomenti, ma poiché è anch’essa il solito piccolo capolavoro, vale la pena di leggerla. E poi andate anche a guardare questo. Se poi qualcuno ha voglia di dirci che siamo fissati, islamofobi, razzisti, si accomodi pure: è da tanto di quel tempo che siamo abituati ad essere circondati da branchi di cretini, che ormai ce ne siamo fatti una ragione.

barbara


5 gennaio 2010

PER VEDER FINIRE L’ERA DEI RAPPORTI GOLDSTONE

Prendere il toro per le corna

di Noah Pollak

Dal 1948 al 1973 i nemici di Israele hanno combattuto conflitti che per lo più si attenevano alle dottrine di guerra tradizionali. Le guerre avevano una data di inizio e di fine, i soldati indossavano uniformi, gli eserciti combattevano per conto di stati sovrani. Ogni volta, tuttavia, risultarono sconfitti, spesso in modo umiliante.
Dopo la guerra di Yom Kippur del 1973, gli Stati Uniti cercarono di interrompere l'incessante conflitto stringendo un'alleanza che garantiva a Israele un consistente vantaggio militare rispetto a qualunque aggressione regionale. Gli arabi capirono l'antifona: Egitto e Giordania finirono col chiedere la pace, e gli altri nemici di Israele da allora non hanno più lanciato una guerra convenzionale.
Ma non per questo quei nemici hanno cessato di guerreggiare. Oggi Siria e Iran - il cosiddetto "blocco della resistenza" - persegue una diversa strategia che consiste nell’incrementare le risorse delle milizie terroristiche che attaccano Israele al posto loro. Nonostante le sconfitte tattiche subite sul campo di battaglia da gruppi come Hamas e Hezbollah, la strategia nel suo complesso funziona. Essa permette a Siria e Iran di prendersi il "merito", in Medio Oriente, come quelli che osteggiano Israele senza rischiare ritorsioni sul loro suolo; separa la conflittualità continua da ogni possibile rischio per i loro regimi, diminuendo in questo modo il deterrente a continuare la guerra; costringe in combattimenti in aree densamente abitate da popolazione civile, compromettendo la superiorità militare delle Forze di Difesa israeliane e assicurandosi una cospicua dose di danni civili di cui mass-media e Ong - due soggetti che oggi tendono sempre più a coincidere - danno tutta la colpa a Israele, e non ai gruppi terroristi che scatenano le guerre.
E poi, cosa forse più importante, la strategia della "resistenza" crea un'inversione morale: sia nella guerra in Libano che in quella nella striscia di Gaza, agli occhi dei mass-media e dell'opinione pubblica Israele è stato tramutato da aggredito che combatte per difendersi in aggressore che commette atrocità. Se il massimo obiettivo, in guerra, è sconfiggere le forze armate nemiche, bisogna dare atto a Siria e Iran d'aver messo in campo una strategia in grado di trasformare spesso la superiorità militare d'Israele in un handicap.
Oggi, molto tempo dopo che i combattimenti sono cessati, Israele è ancora fatto oggetto di una cinica campagna di vituperio internazionale per le ultime guerre combattute. Lamentarsi dei due pesi e due misure non serve: lo stato ebraico sarà sempre il bersaglio privilegiato di attivisti che sanno bene quanto sia più facile dare addosso a una società piccola, libera e autocritica - specie se abitata da cittadini che bramano l'approvazione del resto del mondo - piuttosto che battersi contro stati più forti o superpotenze. Il che è ancora più vero quando si può costringere Israele a combattere una guerra ogni pochi anni garantendo in questo modo ai suoi denigratori un costante rifornimento di "prove" della sua criminale cattiveria.
La nuova strategia di combattere per interposti gruppi terroristi, dotati della forza e del perfezionamento di eserciti regolari senza però i limiti e le responsabilità di quelli, sta dando frutti. L'obiettivo non è quello di sconfiggere Israele sul campo di battaglia, ma di condurre una guerra di usura che eroda la sua fiducia in se stesso, che ne metta in discussione la limpidezza morale, che lo trasformi in un paria tra i popoli democratici.
E tuttavia il successo di questo modello di guerra dipende da un fattore importante: dal fatto che Israele accetti di combattere sul terreno imposto da Siria e Iran. Molti sostengono che Israele ha ristabilito la sua deterrenza rispetto a Hamas e Hezbollah. Può darsi, ma è solo temporanea: lo testimoniano i missili, le granate e le munizioni da mortaio sulla nave Francop. Di più, Israele esercita la sua deterrenza solo sui quadri inferiori della gerarchia dei gruppi terroristi, che sono in grado di rinnovare i loro ranghi e le loro risorse molto più facilmente di quanto non faccia un regime statale. È difficile credere che negli anni a venire non vi sarà un altro conflitto con Hezbollah, che innescherà il solito ciclo di eventi perfettamente prevedibile: vittime civili in Libano, condanna di Israele, indagini farsa di Onu e Ong, peggioramento del senso di isolamento d'Israele, che renderà ancora più difficile arrivare alla pace.
Ma la situazione potrebbe essere ribaltata spostando l'obiettivo della controffensiva sugli stati che sponsorizzano Hamas e Hezbollah. Carl Von Clausewitz sosteneva che "una delle valutazioni più importanti" consiste nell'individuare "il centro di gravità delle forze nemiche", per attaccare lì dove l'attacco avrà più effetto. Combattendo a Gaza e in Libano, Israele attacca la periferia del nemico, non il suo centro di gravità, e le sue vittorie saranno sempre temporanee. Private, invece, di stato-padrino, Hamas e Hezbollah sarebbero ridotti all'ombra di se stessi: perderebbero gran parte delle loro armi, dei soldi, dell'addestramento, del supporto ideologico che li rende attori tanto potenti.
I modi per esercitare pressione contro il centro di gravità non devono necessariamente conformarsi ai metodi tradizionali: nulla esclude di contrastare l'asimmetria con l'asimmetria, o di perseguire nuove iniziative economiche e diplomatiche. Ma una cosa è certa: se Israele vuole veder finire l'era dei rapporti Goldstone e delle navi cariche di missili, deve spostare il mirino sulla sorgente del problema. La deterrenza non funzionerà mai se non includerà l'intero spettro dei nemici. (Jerusalem Post, 23 novembre 2009 - da israele.net).

Non per darmi arie, ma io questa cosa è da una vita che glielo dico, a Israele; il guaio è che Israele non mi ascolta. Ma se un giorno si decidesse ad ascoltarmi ...
Nel frattempo vediamo di recuperare qualche cartolina arretrata: uno, due, tre, quattro, cinque, sei.


barbara


26 dicembre 2009

ISRAELE, PER FAVORE, SPARISCI

di Jacques Tarnero

È un'idea che si sta facendo strada. Ormai viene espressa senza vergogna, protetta dall'apparente innocenza della sua domanda: «... e se la creazione dello Stato d'Israele fatta dall'Onu nel 1948 fosse stato un errore?» «E se per riparare un crimine l'Onu avesse contribuito a farne un altro?» Dopo sessant'anni di successi alterni, il progetto di far sparire questo Stato dalla carta geografica prende improvvisamente una nuova piega! «Per favore, facci il piacere di sparire! Sparisci, affinché la terra ritrovi la sua armonia!» È questo il messaggio esplicito, o sussurrato, o magari subliminale che a quanto pare si bisbiglia, si scrive o si pensa da diverse parti. È questo il messaggio indirizzato a Israele in modo sempre più insistente, mentre una voce molto più chiassosa annuncia che ben presto passerà all'azione e libererà la terra da questa sgradevole pustola. Il lavoro sporco dovrebbe essere fatto da un clone islamico di Hitler, grazie alla bomba atomica che sta tentando di fabbricare.
Nel frattempo in Occidente stanno preparandosi a tirare fuori i fazzoletti dopo che la bomba sarà esplosa su Tel Aviv, la città sionista per eccellenza, quella che non ha diritto di esistere. Anche se quasi tutto il mondo occidentale si trova d'accordo nel dire che Ahmadinejad non corrisponde ai canoni della buona creanza, nessuno osa guardare la cosa troppo da vicino. Come non si osa guardare troppo da vicino quell'altro eccentrico di Gheddafi, con la sua tenda, le sue amazzoni, i suoi dromedari e i suoi irragionevoli propositi. Il folclore orientale ha questo vantaggio: ai buoni spiriti progressisti ispira sempre un'indulgenza spregiativa, postcoloniale, mentre dovrebbe mettere in loro anche dello spavento. Nel presidente iraniano l'Occidente non riconosce un nuovo Hitler, ma un despota in salsa orientale che esagera un po' troppo. «Essere persiano» è un fatto divertente, mentre «essere ancora israeliano» è un fatto serio.
Ecco un paese grande come tre dipartimenti francesi che esaspera la terra intera con il suo spirito cattivo, la sua angusta rigidità. Tutti quelli che amano disquisire sulla Shoah s'inebriano delle loro proprie lacrime e aborriscono questo Stato che costruisce un muro (che orrore, un muro!) per imprigionarsi. Come sono commoventi gli ebrei quando sono battuti! Che bei libri sanno scrivere sulle loro peregrinazioni! Come sanno essere divertenti quando sono minacciati! Come sono intelligenti, sottili, deliziosamente nevrotici quando vivono in diaspora! Come sanno musicare bene, inventare, filosofare quando la fonte di pensiero è la loro dispersione, e come invece è grossolano, frusto e antipatico questo Stato!
«Come si può essere ebrei dopo Gaza?» chiede un'esperta (ebrea) di questa propagandistica posizione, senza che mai venga in mente una domanda parallela: «Come si può essere umani con Ahmadinejad?» Non ci siamo forse riempiti la bocca con i «mai più»? «Se il razzismo antisemita è condannabile, non è forse reazionario il "filosemitismo"?», domanda un altro esperto (ebreo) non meglio identificato. Non ci sarebbe forse un uso abusivo del termine "ebreo", un'appropriazione indebita di un sostantivo che, per essere considerato, avrebbe diritto soltanto a una posizione di attributo in un'economia intellettuale di sinistra, sostiene un nostalgico di Mao, esperto in questioni dell'amore?
Questo eterno «ritorno sulla questione ebraica», continuamente ripetuto, impastato, triturato, prepara qualcosa di diverso da un interrogativo posto alla condizione umana sulla questione ebraica. Incapaci di pensare il problema nelle categorie che sono sue proprie, per quanto «decostruite» nel corso della storia, i chierici cercano di cancellare la questione piuttosto che affrontarla. Il «segno ebreo» è accettato e preso in considerazione soltanto a condizione che resti nelle categorie che tradizionalmente gli sono state assegnate. E si onorano le vittime della Shoah soltanto per accanirsi poi contro i sopravvissuti che hanno avuto il torto di emigrare in Israele. La Shoahlatria si coniuga bene con la israelofobia più estrema, e per mettere in discussione la legittimità di Israele non è più necessario contestare la realtà del progetto nazista e la sua messa in atto, se è vero che Israele avrebbe il suo diritto ad esistere soltanto come riparazione della Shoah. Resta soltanto quel guitto del presidente iraniano a invitare dei negazionisti, perché ormai l'ultima moda consiste nell'aggiungere altre lacrime ai torrenti che già scorrono per affermare che i nuovi nazisti sono gli israeliani, e che, in quanto tali, il «regime sionista» da cui sono usciti deve essere annientato. Questo è il senso dell'equivalenza posta tra la stella di David e la croce uncinata, tanto che ormai viene usata in tutte le manifestazioni «anti-imperialiste». Che fortuna è stata per l'Onu e per il suo grottesco Consiglio dei diritti dell'uomo trovare un giudice ebreo per accusare Israele di crimini contro l'umanità!
Il problema quindi non è più la «questione ebraica», ma la sua trasformazione nella «questione sionista». Il problema sarebbe dunque costituito da quella strana enclave al limite del Mediterraneo, estranea all'ambiente circostante, che rifiuta di disciogliersi. Ma da quand'è che si chiede al presente di correggere la storia che ha generato quel presente? Si chiede al presidente del Brasile, il simpatico Lula, di restituire l'Amazzonia ai Nambikwara? Si chiede a Obama di restituire il Far West ai sioux e agli cheyenne? Si chiede agli arabi di restituire il Magreb ai berberi? I polacchi reclamano forse di ritornare all'ovest dell'Oder? E i tedeschi all'est? Milioni di persone nel mondo sono state spostate dalla storia, in Europa, in India, nel Pakistan. Quante centinaia di migliaia di ebrei sono fuggiti dai paesi arabi per trovare rifugio in Israele? O il popolo d'Israele è l'unico al mondo a veder messo in discussione il suo diritto a un'esistenza nazionale perché una cattiva fede planetaria non vuole capire che essere ebreo significa due cose, che corrispondono in pari tempo a un destino individuale e a un destino comunitario condiviso. Che cos'è che costituisce un popolo, se non l'idea condivisa di appartenergli? E si contesterebbe soltanto agli ebrei questo diritto nato dalla realtà della loro storia, e che una loro preghiera ricorda continuamente: «l'anno prossimo a Gerusalemme!» Che pacchia è per gli ossessionati di anti-israelismo che sia un altro ebreo israeliano a spiegare «come fu inventato il popolo ebraico»!
Ah! certo, la politica seguita dall'attuale governo israeliano non piace né alla riva sinistra né alla banlieu est, e tuttavia non è per questo che dovrebbe emendarsi, ma nel nome dell'interesse superiore del popolo d'Israele, cioè dell'interesse di coloro per i quali questo Stato fu fondato. Lo Stato degli ebrei potrà ancora chiamarsi "Israele" quando fra qualche anno la popolazione araba, considerando anche i territori controllati, sarà numericamente superiore a quella degli ebrei? Poiché non bisogna farsi alcuna illusione sulle buone intenzioni degli arabi, è urgente per Israele liberarsi di questi territori. E tutti quelli che sono disturbati da Israele si rassicurino: l'inquietudine del nome d'Israele li protegge, nonostante loro, perché quello che minaccia oggi Israele minaccia anche loro. E se le nostre libertà stanno ancora più o meno in piedi, è proprio perché Israele ne è il principale bastione. Credete davvero che senza Israele la terra starebbe meglio? O voi fratelli umani! Per non averlo capito, domani potrebbe essere troppo tardi!

(Association France-Israèl, 29 novembre 2009 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

Non condivido il suggerimento di lasciare i territori in un momento in cui sappiamo con certezza che ciò equivarrebbe a un suicidio, ma dell’analisi che precede condivido anche le virgole.



barbara


2 dicembre 2009

GAD LERNER E SUO PADRE

Me l'ero sentita ripetere tante volte, quella lamentela, fin dall'adolescenza. Sempre con le stesse identiche parole, e con un accento inconfondibile che suo­nava straniero perfino a me, rivelatore delle sue origini complicate. "Te credi essere tanto sapientone, yaani, ma lasci mettono piedi su testa, furbi di tuoi ami­ci si approfittano ma io più intelligente, iiio so, neanche puoi immaginare quali persone importanti danno retta a tuo padre, io contatto di grandi personalità e tu carne di mia carne non dai retta. Ach, quei disonesti che montano te, loro san­no bene gli affari che mi hanno rubato altrimenti sarei gran signore come i Stern, i Shammah, i Safra..."
quel­la tiritera farcita (sic! E meno male che lui invece l’italiano lo sa …) di improperi gutturali yiddish o aspirati in arabo.
L'incedere degli anni, appesantiti da dif­
ficoltà economiche e malattie, ha atte­nuato la sua acrimonia dirottandone le energie residue in un'ostinata, singolare ricerca di status.
Incuriosiva soprattutto i provinciali, quella sua verve di narratore esotico.
Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobatica­mente nella più totale inconsapevolezza.
Tuttora la sua conversazione tortuosa rie­
sce a stregare l'interlocutore nonostante, anzi, direi per merito anche degli strafal­cioni linguistici di cui è costellata. Mostra di saperla lunga su ogni argomento, sfog­gia credenziali altisonanti, dichiara di aver viaggiato in ogni dove. Una vita di succes­si che è l'esatto contrario di quella sfortu­nata che ha vissuto. Un tragitto dissemina­to di buche, il suo, come testimonia l'elo­quio maldestro tipico delle persone cresciute senza una lingua madre. Chi invidia questa specie particolare di poliglotti per il numero di lingue con cui sono in grado di arrangiarsi, sottovaluta quale vuoto con­cettuale e sentimentale provochi dentro di loro il pensare, il sognare, l'emozionarsi senza possederne davvero neppure una. Parlare tante lingue, ma tutte male perché la tua non esiste. Assaporò la dolcezza del Libano, il paese di latte e di miele, senza concludere gli studi all'Università Saint-Joseph di Beirut.
Alla ra­pida intesa tra Joseph Taragan ed Elias Lerner credo abbia giovato, in mancanza di un sensale professionista di matrimoni combinati, la comune appartenenza dei capifamiglia alla massoneria. Magari fosse stato in grado di approfittarne Moshé, pure lui iscritto alla Loggia! Neppure la tanto decantata influenza massonica riuscì a sostenerlo. (Estratti dal primo capitolo del suo ultimo libro, pubblicato su Shalom)

Ora, io capisco – oh se lo capisco – che si possa odiare un padre. Ma che dire di questo livore, che dire della meschinità di questi attacchi sotto la cintura, che dire di questo astio da acidità di stomaco? Che dire di questo irriverente sbeffeggiare un uomo ormai sull’orlo della tomba? Che dire di quest’opera di demolizione di una persona e di una personalità che arriva addirittura a investire anche i suoi interlocutori (se lo trovi interessante, allora sei un povero provincialotto)? E che dire di questo attaccare un uomo non per quello che ha fatto, non per le sue scelte, non per i suoi comportamenti, ma unicamente per ciò che è, ossia un ebreo mille volte dagli eventi sradicato e, a causa di tali sradicamenti, portatore di mille lacune, linguistiche e culturali? Non è, tutto questo, la caratteristica più peculiare del perfetto antisemita? Non parlerei però, in questo caso, del classico “ebreo che odia se stesso”, perché il Nostro in realtà è convinto di non essere affatto un ebreo come tutti gli altri, oh no: lui è un ebreo speciale, lui è il perfetto prototipo dell’ebreo buono mentre gli altri, ahiahiahiloro, sono ebrei cattivi. Talmente ebreo buono che quando Lapo Elkann ha dichiarato di volersi convertire, il Nostro si è sentito in diritto – o dovrei forse dire in dovere? – di dedicargli una lettera aperta in cui dispensargli a piene mani – lui! – consigli di ebreitudine. Usando, tra l’altro, l’abominevole espressione di taglietto per riferirsi alla circoncisione, termine che mai, in tutta la mia vita, avevo sentito usare da un ebreo. E arrivando, per concludere in gloria, a parlare del pisello di Lapo. Ora, non è che non si possa parlare di genitali, per carità, certo che se ne può parlare, ma non dei propri o di quelli dell’interlocutore! A meno che l’interlocutore non sia il proprio amante. E io, sinceramente, non so mica se Lapo avrebbe abbastanza stomaco da prendersi Gad Lerner come amante.

(Qui una recensione che, a differenza del ridicolo incensamento messo in atto da Shalom, inquadra in maniera oggettiva il personaggio e il libro)

barbara


25 ottobre 2009

NON SMETTEREMO DI DANZARE

Ovvero Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele

L’ho letto, e ora dovrei scriverne la recensione, ma non so se sarò in grado di farlo. Non so come cominciare e da dove cominciare. Non so se il mio vocabolario possieda le parole necessarie per raccontare un libro così bello. Così prezioso. Così puro.

I resti delle vittime, come le carcasse degli auto­bus distrutti negli attentati, finiscono in un cimitero dei ricordi a Kiryat Ata. Accanto alle carcasse dei pullman, sono custoditi gli oggetti mai reclamati dai parenti delle vittime, quaderni di scuo­la, berretti militari, libri, scarpe da ginnastica, videocassette, kippah di ogni colore, t-shirt, mostrine di ufficiali. Guardare questi poveri resti richiama alla memoria quelli custoditi nei campi di sterminio. Scarpe logore, bottiglie con etichette di Varsavia e Cracovia, biberon e protesi dentarie, libri di preghiera, documenti, fo­to di famiglia, occhiali, bambole senza braccia né testa.

Accade di piangere, leggendolo: di commozione e di dolore per le storie narrate, ma anche di commozione e di emozione per l’amore immenso che traspare da ogni frase, da ogni riga, da ogni parola, per la pietas che lo ha dettato e di cui è impregnato, dalla prima all’ultima parola. E si ritrova, nella cura, nell’attenzione, nella devozione con cui Meotti ha raccolto ogni frammento per ricomporre un nome, un volto, un carattere – una persona – la stessa cura, la stessa attenzione, la stessa devozione con cui i ragazzi di Zaka raccolgono ogni frammento di pelle, di carne, di sangue per ricomporre, per quanto è possibile, ciò che quelle creature erano state. E si intrecciano, nella narrazione, storie di terrorismo e storie di Shoah, non solo perché non di rado i protagonisti sono gli stessi, sopravvissuti a un progetto di sterminio per finire vittime dell’altro progetto di sterminio, ma anche perché, ditemi, che differenza c’è tra il prelevare un neonato ebreo da una casa europea per andarlo ad assassinare in un campo polacco e il penetrare in una casa israeliana per assassinare un neonato ebreo nella sua culla? Che differenza c’è tra lo sventrare una donna incinta ebrea in una via di un ghetto europeo e lo sventrare una donna incinta ebrea in una strada in Israele? Che differenza c’è tra il progetto di rendere judenrein una regione europea e il progetto di rendere judenrein una regione che si chiama Giudea? Esattamente lo stesso è l’obiettivo, ed esattamente lo stesso è il motore, ossia uno sconfinato odio antiebraico. Un odio talmente grande che quando i nazisti, a corto di treni, si sono trovati a dover scegliere tra l’usarli per portare truppe al fronte e usarli per deportare gli ebrei da sterminare, hanno scelto di perdere la guerra pur di sterminarne di più. Un odio talmente grande che quando i palestinesi si sono trovati a dover scegliere tra costruire uno stato di Palestina accompagnato da pace e prosperità e continuare a sterminare ebrei, hanno scelto di rinunciare allo stato, alla pace, alla prosperità per sé e per i propri figli per continuare a sterminare ebrei.
E concludo con le righe che chiudono il capitolo dedicato alla strage alle olimpiadi di Monaco.


Il giorno dopo la strage degli atleti, tutti gli israeliani presenti in Germania indossarono la kippah per piangere i morti, lo stes­so fecero gli atleti ebrei delle delegazioni francese, inglese e ame­ricana. L'ignobile, satanica decisione di non fermare tutto fu una bancarotta del senso morale, il segnale verde per le stragi future. Si ricominciò a distribuire ori e argenti imbrattati di sangue. La fe­sta olimpica era morta, ma si continuò a correre e correre e corre­re. I rabbini israeliani vennero ad avvolgere le bare nella bandie­ra con la stella di David. Quella notte a Francoforte furono di­strutte una cinquantina di tombe ebraiche. Nessun delegato ara­bo porse il proprio cordoglio a Israele. Nessuno. Il giorno dell'ar­rivo delle salme all'aeroporto di Lod, dove tre mesi prima altri 26 ebrei furono uccisi in un attentato, non ci furono fanfare ad acco­glierle. Solo il silenzio e un orgoglioso dolore. Li aspettava il gran­de Moshe Dayan, con l'aspetto di un kibutznik che aveva interrot­to il lavoro per piangere i suoi figli. C'era anche Yigal Allon, che a tredici anni già combatteva nell'esercito ebraico clandestino. Nessun negozio in tutto il paese era aperto, il popolo ebraico era unito nel suo dolore. Come sempre è stato nel corso della storia. La Tunisia si offrì di accogliere le salme dei terroristi, tutti volevano i resti dei terroristi. Ebbe la meglio la Libia. Alla sepoltura a Tripoli erano presenti gli ambasciatori di tutti i paesi arabi. Dove­vano celebrare il «matrimonio del martire». In Israele dominava un'altra atmosfera. Dopo aver recitato il kadish ebraico sulle tom­be, il popolo del Libro tornò a casa. Il giorno dopo si apriva il Ca­podanno ebraico, ma non c'era posto per la gioia. Quel nuovo an­no si aprì con il pensiero collettivo rivolto ai figli delle 11 vittime. Quei bambini erano, sono, il perché d'Israele.

E in queste righe c’è tutto il confronto fra due mondi. In queste righe c’è tutto ciò che ogni giorno sta davanti ai nostri occhi. Un mondo che, dal giorno della sua nascita, ha fatto della morte il proprio ideale, un mondo che coltiva il massacro, un mondo che adora gli assassini e ne ricerca i resti come reliquie da venerare con religiosa devozione. Un mondo che scende in piazza a ballare e cantare per festeggiare massacri di bambini. Un mondo con un libro sacro che ordina di ingannare, di torturare, di uccidere chiunque opponga resistenza al loro progetto di estendere il regno del terrore e della morte su tutta la terra. E un mondo che si raccoglie in silenzio intorno ai propri morti. Un mondo che raramente pronuncia parole di odio e di vendetta, neppure di fronte ai massacri più disumani. Un mondo che piange e soffre ma poi si rimbocca le maniche e riparte, perché nel loro Libro sta scritto E TU SCEGLIERAI LA VITA.

Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare, Lindau



(E poi, molto in tema, vai a vederti questo, con trascrizione anche in italiano per chi se la cava male con l’inglese)


barbara


17 ottobre 2009

C’È QUALCUNO CHE LO SA?

Ma perché per farmi andare bene un esame, o un colloquio di lavoro, o un incontro importante, bisogna che il lupo crepi? Cosa diavolo ha fatto di male il poveraccio? (lui nel frattempo si domanda perché diavolo dovremmo buttare l’intero ebraismo mondiale tra le fameliche fauci di Hamas, solo per far contento il triste e tristo Occidente autòfobo)



barbara


18 settembre 2009

UNA SCENA DI ODIO FUTILE E RIDICOLA

Cari amici, avrei tanto di cui parlare oggi: la sconfitta momentanea del censore antisemita Hosni che non è passato al primo turno alla direzione dell'Unesco, nonostante il vergognoso appoggio dell'Italia; la rinuncia di Chamberlain Obama alla difesa antimissile nell'Europa dell'Est, che ci lascia indifesi nei confronti dell'Iran (e della Russia); quella povera ragazza islamica sgozzata dal padre a Pordenone per aver amato un italiano e abbandonata anche dopo morta dalla madre; soprattutto il cordoglio per i ragazzi italiani vigliaccamente ammazzati dai terroristi in Afganistan...
Dovrei anche parlarvi di melagrane e di miele, perché questa sera è Rosh Hashanà, il capodanno ebraico - questo però lo faccio, tanti auguri a tutti i nostri lettori, non solo gli ebrei, un anno dolce e tranquillo, un anno senza terrorismo con la liberazione di Shalit e il disarmo iraniano, Shanà Tovà umetukà.
Ma sapete che io ho una passione sopra tutte le altre ed è per le mucche, animali miti e pazienti, non tanto sexy ma amichevoli, di cui ho già deplorato la caccia ad opera dei feroci toreri spagnoli dell'Unifil. Be', devo raccontarvi che per una volta non sono gli uomini dell'Onu a correre in aiuto degli islamici, ma viceversa.



E' accaduto in Malaysia, quando, come vedete qui sopra "a group of Muslim men gathered outside a state mosque and marched to a government office proudly carrying a cow's head as a symbol of protest while chanting the world-famous praise "Allahu akbar." [...] The Muslim group was against the construction of a Hindu temple in their district. "I challenge the state to go on with the temple construction. I guarantee bloodshed and the state will be held responsible. Allahu akbar!" said the group's spokesman. "With a temple in our area, we cannot function properly as Muslims. The temple would disrupt our daily activities," said another." [un gruppo di musulmani si è riunito di fronte alla moschea dello Stato e ha fatto un corteo fino all'ufficio del governo portando orgogliosamente una testa di mucca come simbolo della protesta e scandendo lo slogan "Allahu akbar." Il gruppo musulmano protestava per la costruzione di un tempio induista nel loro distretto: "Sfido lo stato a proseguire con la costruzione," ha detto il portavoce del gruppo. "Garantisco un bagno di sangue e lo stato ne sarà responsabile." Ha spiegato un altro "Con un tempio nella nostra area, non possiamo agire regolarmente come musulmani. Il tempio disturberebbe le nostre attività quotidiane"].
Non vi parlo qui di tolleranza o di democrazia, sarebbe inutile. Una cultura che sostanzialmente approva – così dicono i giornali – omicidi "d'onore" come quello di Pordenone e nei mesi scorsi tanti altri, non conosce il significato delle parole. Né discuto qui il rapporto dell'Islam con gli animali. Sapete che in Iran, fra le molte persecuzioni subite dalla comunità Baha'i una delle minori, ma sicuramente significativa sul piano simbolico vi è l'uccisione sistematica e spesso crudelmente realizzata dei loro cani, animali che i pacifici Baha'i amano come gli europei e che gli islamici detestano come i maiali, le scimmie... e gli ebrei. Voglio solo dirvi: guardate questa testa di un povero animale utile e mansueto portato in giro per schernire quelli che pensano che sia un simbolo della divinità: una scena di odio così futile e ridicola, che non si può sottrarsi all'impressione di una caricatura. Anche a prescindere dal grande terrorismo e dagli omicidi familiari, è questo spirito che ci stiamo portando in casa. Difeso da quelli che si proclamano "progressisti" e "di sinistra".
Ugo Volli

E naturalmente, oltre a condividere, come al solito, anche le virgole, mi associo a Ugo Volli anche nell’augurare a tutti i visitatori un cordialissimo Shanà tovà umetukà.

 

barbara


17 aprile 2009

MA PERCHÉ MAI DIROTTARE AEREI?

Perché impiegare un sacco di uomini, investire denaro, organizzare l’addestramento, rischiare di essere scoperti durante tutto il tempo necessario alla preparazione e avere in cambio nient’altro che qualche migliaio di morti quando si può fare molto ma molto ma molto meglio senza fatica, senza rischi e praticamente senza spese? Perché, ditemelo voi.

barbara


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24 novembre 2008

BRUTTA!

«Gesù santissimo, ma come ho fatto a partorirla?» esclamò mia madre. Guardò la foto e poi me. «Signore benedetto, come fa a essere così brutta? Brutta, brutta. Se non l’avessi fatta io giurerei che è una fregatura. Cristo santo, perché mi hai fatto nascere una scrofa? Guarda che naso, da dove l’ha preso? Non da me», dichiarò mia madre rispondendosi da sola. «Se avessi un naso del genere me ne taglierei metà.»

Una madre che odia la propria figlia e, perseguitandola col suo odio implacabile, ne trasforma la vita fin dalla più tenera infanzia in un incubo senza fine: umiliazioni senza fine; abusi senza fine; torture – fisiche e psicologiche – senza fine; sevizie, anche sessuali, senza fine. Le fa patire la fame, la deruba e naturalmente è cieca – ma sarà veramente solo cieca? – quando il suo uomo, o qualche altro uomo, infila le mani nelle mutande della bambina. Non è un romanzo dell’orrore bensì una storia vera, simile a molte – a troppe – altre storie vere (e ci si potrebbe chiedere per quale ragione una donna che, se pure dedica il proprio odio solo a Constance, non ama però neanche gli altri figli, scelga di metterne al mondo undici, ma questa è un’altra storia – o forse no).
Un avviso a chi si accinge a leggerlo: la lettura di questo libro è una raffica ininterrotta di calci allo stomaco. Di quelli – avete presente? – che tagliano il respiro e provocano il bisogno di vomitare. Però dovete leggerlo lo stesso: che si sappia, almeno, che cosa succede in giro per il mondo.

Constance Briscoe, Brutta!, Corbaccio



barbara


4 marzo 2008

E CI RISIAMO

Ripropongo un mio articoletto di sei anni fa. Ma potrei benissimo averlo scritto sei mesi fa, o sei giorni fa, o sei minuti fa. Purtroppo …

Era successo nel 1948. È successo di nuovo nel 1967. È tornato a succedere nel 1973: Israele viene attaccato. Non perché abbia fatto qualcosa da cui ci si debba difendere, non perché ne abbia fornito un qualche pretesto, no: Israele viene attaccato perché Israele delenda est. Viene attaccato e le prende (non dimentichiamo che la guerra del 1967 era stata preceduta da oltre 2000 incursioni armate in territorio israeliano; incursioni alle quali - ironia della storia - Israele non aveva mai risposto per non rischiare di far scoppiare una guerra). Israele le prende e l'Europa sta a guardare, il mondo sta a guardare, l'ONU sta a guardare. Poi Israele si rinfranca, si organizza, forse qualcuno comincia a pensare: "Se guerra dev'essere, ebbene, che guerra sia", e comincia a pestare di santa ragione, comincia a prendere il sopravvento ed ecco - miracolo! - improvvisamente l'Europa si accorge, il mondo si accorge, l'ONU si accorge che c'è una guerra in Medio Oriente, una guerra che, come tutte le guerre, è brutta sporca e cattiva, una guerra che giustamente ripugna alla nostra coscienza civile, una guerra che non possiamo stare a guardare indifferenti: dobbiamo intervenire, dobbiamo rimboccarci le maniche, dobbiamo fermarla. E la fermiamo, infatti, lasciando Israele non vincitore, i suoi nemici non sconfitti e pronti a ricominciare alla prossima occasione. E un anno e mezzo fa, puntuali, hanno ricominciato. Per un anno e mezzo il mondo, come da copione, è stato a guardare. Dopo un anno e mezzo di terrore, finalmente, Israele si è deciso a combattere sul serio e sta cominciando a prendere il sopravvento su chi lo vuole distruggere. E il mondo - immancabile miracolo - ha cominciato a mobilitarsi per fermare la guerra e impedire ancora una volta a Israele di avere ragione dei suoi nemici e garantirsi una volta per tutte il diritto all'esistenza. Poi, a missione compiuta, andremo a dormire soddisfatti per la buona azione compiuta. E fra due, o cinque, o dieci anni, torneremo a piangere per i poveri martiri, talmente disperati da non avere altro desiderio che di morire ammazzando più ebrei possibile. E a mobilitarci per fermare la prossima guerra. Ora e sempre nei secoli dei secoli, amen.

barbara


22 ottobre 2007

TAHAR BEN JELLOUN TRA ODIO E MENZOGNE

Comunicato Honest Reporting Italia 22 ottobre 2007

Tahar Ben Jelloun odia Israele, lo sappiamo. E questo, naturalmente, fa parte dei suoi sacri e inviolabili diritti. Quindi se dicesse cose come "odio Israele" o "Israele mi fa schifo" o addirittura "mi auguro che Israele scompaia", non avremmo alcunché da obiettare. Il fatto è che invece questo suo odio lo maschera da amore per la pace e lo condisce con volgari menzogne, e questo non fa affatto parte dei suoi inviolabili diritti. E pertanto abbiamo parecchio da obiettare. A partire dal titolo dell'articolo pubblicato sull'ultimo numero dell'Espresso, a pagina 19: "Abbattiamo quel muro". Quel muro - che per oltre il 90% del suo tracciato non è affatto muro - che è servito a ridurre drasticamente il numero di attentati terroristici; quel muro che è servito a ridurre drasticamente il numero di israeliani uccisi da terroristi palestinesi; quel muro che - apra bene le orecchie, signor Ben Jelloun - è di conseguenza servito anche a ridurre il numero di palestinesi uccisi dall'esercito israeliano: evidentemente la salvaguardia della vita dei palestinesi non è una priorità per il Nostro.
Tralasciamo l'esordio dell'articolo, una lunga, noiosa e melensa descrizione del suo amichevolissimo incontro con lo scrittore israeliano Amos Oz (e tralasceremo anche in seguito i continui richiami a quanto i due vadano d'amore e d'accordo e quanto si capiscano e quanto si intendano ecc. ecc.), ed entriamo direttamente in medias res.

[...] Ci siamo trovati d'accordo sul fatto che entrambi i popoli sono sfiancati dalla guerra, che intere generazioni di palestinesi e di israeliani sono nati in questo contesto brutale, orribile, e che non conoscono della vita altro se non la violenza e la guerra.
Solo con una robusta dose di malafede è possibile mettere le due cose sullo stesso piano: gli israeliani, che nel proprio atto di nascita hanno l'accettazione e i palestinesi, che nei propri statuti hanno il rifiuto, la negazione, il progetto di distruzione e di sterminio dell'altro; gli israeliani che nella quasi totalità educano i propri figli all'amore per la vita, propria e altrui, e i palestinesi che educano i propri all'amore per la morte; gli israeliani che da oltre sessant'anni non hanno cercato altro che pace e i palestinesi che non hanno cercato altro che guerra e terrorismo.


[...] Amos ha evocato il fanatismo di certi israeliani. Io ho parlato di Hamas che si avvale dell'Islam per portare avanti la propria lotta lacerando dall'interno l'Olp
Forse sarebbe il caso di informare il signor Ben Jelloun che gli israeliani fanatici - che esistono, certo - non hanno dietro di sé un esercito. E non hanno migliaia di tonnellate di armamento pesante. E non vanno farsi esplodere a Gaza o in Cisgiordania in bar ristoranti negozi mercati scuole autobus. E le rare volte che qualcuno di loro uccide qualche palestinese, gli israeliani non scendono per le strade in massa a festeggiare il lieto evento. E il governo li persegue e li sbatte in galera. Oltre a questo è forse il caso di aggiungere che Hamas non può lacerare l'Olp "dall'interno", dato che si è sempre proposto, fin dall'inizio, come "altro", rispetto all'Olp: ossia all'esterno.

e ho ricordato come Sharon, mirando a scatenare una guerra civile tra i palestinesi, abbia favorito l'emergere di Hamas.
innanzitutto ricordiamo che al momento della nascita di Hamas Sharon era ministro dell'industria e del commercio, posizione dalla quale difficilmente poteva avere molta voce in capitolo nelle questioni relative alla difesa; in secondo luogo potremmo avere qualche notizia sulle fonti che avrebbero rivelato che lo scopo di un eventuale sostegno ad Hamas sarebbe stato lo scatenamento della guerra civile?

[...] Resta il fatto che uno dei partner è forte e l'altro è debole. In genere, sta a quello forte tendere la mano a quello debole.
Cosa che Israele ha fatto un'infinità di volte. Ricevendone regolarmente in cambio - con le uniche eccezioni di Anwar al Sadat e di re Hussein, che erano realmente interessati alla pace - guerra e terrorismo, morte e distruzione. È forse per questo che Ben Jelloun vuole che Israele lo rifaccia?

[...] Meglio sarebbe essere modesti e chiedere semplicemente rispetto: rispetto per la storia, per le aspirazioni di un popolo senza patria dal 1948,
no, egregio signore, i palestinesi non sono "senza patria" dal 1948: i palestinesi non avevano una patria che sia poi stata rubata nel 1948 dai cattivi sionisti. I palestinesi non hanno mai avuto, nel corso della storia, una patria. Anche perché tutte le volte che hanno avuto la possibilità di averne una l'hanno sdegnosamente rifiutata, perfino quando la patria offerta era questa, su tutto il territorio del mandato britannico con cancellazione di ogni Stato ebraico, contenuta nel Libro Bianco inglese del 1939, rifiutata dal Gran Muftì e dal «Consiglio palestinese». (Suggeriamo ai nostri lettori di dare un'occhiata anche a questo filmato, estremamente utile a rinfrescare la memoria sui fatti realmente accaduti).

rispetto per una coesistenza che non sarà semplice, ma che è assolutamente necessaria. Altrimenti? Altrimenti si cascherà nello scenario peggiore, quello formulato dai cinici, che vuole che questa regione sia condannata alla guerra eterna.
Questo non è uno scenario formulato dai cinici: è una realtà messa in atto e tenacemente perseguita dai palestinesi e dagli stati arabi.


Se non è possibile vivere insieme, viviamo almeno separati in attesa che si plachi e sia bonificata questa situazione di vecchi rancori, odi, diffidenza e paure.
Ma guardi che questo è già stato fatto, signor Ben Jelloun: non gliel'hanno detto? Israele si è ritirata da Gaza, sono passati più di due anni. Israele si è separata dai palestinesi di Gaza affinché si placasse e si bonificasse quella situazione, e affinché i palestinesi potessero cominciare a costruire il loro stato. E lo sa che cosa è successo? Che i palestinesi hanno distrutto Gaza. Distrutto le serre, distrutto le coltivazioni, distrutto tutto. E sparano ogni giorno su Israele. E poi si fanno la guerra anche fra di loro, centinaia di morti, un'infinità di feriti, un autentico macello. Ma davvero non le hanno detto niente?

[...] "Siate coraggiosi, abbattete il muro!".
Ah, ecco, finalmente ci è arrivato: ciò che serve a salvare le vite degli israeliani va eliminato! E se ciò che salva le vite degli israeliani ha dimostrato di essere utile a risparmiare anche quelle dei palestinesi, fa niente: muoia Sansone con tutti i filistei! D'altra parte non era solito dirlo anche Arafat, che era pronto a sacrificare anche mille martiri bambini pur di giungere all'eliminazione di Israele? E non è da oltre sessant'anni che i fratelli arabi di Ben Jelloun usano i palestinesi come carne da cannone?

Perché quel muro, fisico, ma anche psicologico, è una vergogna che non ha fatto altro che esacerbare il conflitto.
No, caro signore: quel "muro" non ha fatto altro che salvare vite e a rendere il conflitto molto meno cruento. E questo lo sa anche lei perché è sotto gli occhi di tutti, e solo una spudoratezza senza limiti può indurre ad affermare il contrario.

Se tutto ciò fosse solo nelle mani di noi scrittori, da tempo in Palestina e in Israele regnerebbe la pace.
Non ne dubitiamo: se le scelte fossero nelle Sue mani da lungo tempo in Israele (e forse anche in Palestina) regnerebbe la pace. Eterna.

[...] Mentre dialoghiamo, un gruppo di soldati israeliani è penetrato nella Striscia di Gaza e ha ucciso due palestinesi sospettati di essere dei terroristi.
Mentre dialogava il signor Ben Jelloun si è un tantino dimenticato di alcune migliaia di razzi lanciati da Gaza su Israele; mentre dialogava il signor Ben Jelloun si è dimenticato di decine di israeliani uccisi da quei razzi; mentre dialogava il signor Ben Jelloun si è dimenticato di case e auto distrutte da quei razzi, si è dimenticato di un'intera città che da anni vive nel terrore a causa di quei razzi, si è dimenticato degli infiniti atti di guerra portati continuamente dalla striscia di Gaza in territorio israeliano. Tutto ciò che sa, il signor Ben Jelloun, è che un gruppo di soldati israeliani un bel giorno, così, senza un perché, si sono inventati di andare a fare un'incursione e di ammazzare due poveri cristi sospettati - si badi bene, solo sospettati - di essere terroristi.

Il linguaggio degli scrittori non ha niente a che vedere con quello dei militari. Purtroppo.
Purtroppo?

Proviamo a rinfrescare un po' la memoria al signor Ben Jelloun, scrivendogli a espresso@espressoedit.it.


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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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