.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 gennaio 2012

REGALIAMOCI UN RIPASSINO DI STORIA

Che ogni tanto fa bene: per chi la storia la sa ma gli manca qualche dettaglio; per chi la sapeva ma l’ha un po’ dimenticata; per chi più o meno la sa ma con tutte le menzogne che girano è un po’ frastornato; per chi non la sa ma la vorrebbe sapere; per chi l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva un’altra chimera.

Restituzione e pulizia etnica

Cari amici,
durante una discussione con un lettore di IC, non proprio d'accordo con la nostra linea, è emerso un argomento importante, che mi accorgo di non aver mai trattato a sufficienza. Cerco di esporvelo qui, perché mi sembra che non solo io non ne parli abbastanza, ma sia proprio rimosso.
Il fatto è questo. Durante le trattative, e la propaganda infinitamente ripetuta che praticano secondo la ricetta di Goebbels ("mentite, mentite, alla fine vi crederanno tutti"), i "moderati" dell'Autorità Palestinese ripetono che precondizione delle trattative (che hanno appena abbandonato di nuovo "definitivamente", lo sapevate?
http://www.haaretz.com/print-edition/news/palestinians-peace-negotiations-with-israel-have-ended-1.409229) la "restituzione" dei "territori occupati" da Israele nei "confini" del "67".
Ora, sappiamo tutti che non si tratta di "confini", ma di linee armistiziali, come gli stessi stati arabi vollero precisare esplicitamente negli accordi armistiziali del '49, evidentemente con l'idea di cercare presto la rivincita per cancellarli. E sappiamo anche che non sono del '67, ma del '49, non la premessa di una guerra di conquista di Israele, che non c'è mai stata, ma la conclusione di una durissima e sanguinosissima autodifesa contro la "guerra di sterminio e di massacro" (così definita dal segretario della Lega Araba d'allora, 'Abd al-Rahman 'Azzam Pascià: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele).
Ma vale la pena di concentrarsi sull'altro elemento propagandistico: "restituzione". Si restituisce una cosa a qualcuno che l'aveva. Ma fra il '49 e il '67 chi aveva quei territori era uno stato che si chiamava Transgiordania, ritagliato abusivamente dagli inglesi nel '22 dal mandato che era stato loro affidato dalla conferenza di San Remo allo scopo di realizzarvi "la patria nazionale ebraica" (Jewish National Home). La Transgiordania si annesse la "Cisgiordania" e si fece chiamare da allora Giordania. Ma anche se la maggioranza dei suoi cittadini è più o meno parente o ha origini analoghe a quelle degli arabi che vivono dall'altra parte del Giordano, ha sempre rifiutato, ora come cinquant'anni fa, di dichiararsi "stato palestinese". Sono "hashemiti", dicono, legati a origini arabe (il che è vero per la dinastia regnante) e alla cultura beduina. Hanno anche rinunciato a ogni pretesa sulla "Cisgiordania" e stanno cercando di togliere la cittadinanza ai "palestinesi", stanziati lì da sempre.
E allora perché "restituzione"? Perché sono arabi anche loro, com'erano arabi anche gli egiziani che occuparono Gaza nello stesso periodo, senza però annetterla. Si tratta dunque di "restituire" agli arabi una terra che come arabi non avevano più governato dal tempo delle Crociate (quando era passata di mano dal califfato di Baghdad, arabo benché lontano) ai Mammelucchi e poi agli ottomani, entrambe dinastie turche). La richiesta della "restituzione" getta dunque molte ombre sull'autonomia nazionale "palestinese". Quel che conta è un governo arabo o anche solo islamico - tant'è vero che i "palestinesi" non hanno mai fatto "resistenza" contro giordani ed egiziani, certamente occupanti e con minor titolo degli israeliani, visto che col mandato internazionale di Palestina non avevano a che spartire.
Ma c'è di più, qualcos'altro che la dirigenza "palestinese" rimpiange e cui vuole con tutte le sue forze ritornare. Durante l'occupazione giordana, la situazione era questa: nella "Cisgiordania" non c'erano ebrei, non uno solo, non era loro permesso neanche venire in visita alle tombe, tanto meno pregare nei luoghi sacri. In Israele invece gli arabi c'erano, stavano bene e crescevano. Insomma, la situazione ideale, la stessa che ora vorrebbe Abu Mazen: un territorio "judenrein" (per dirla coi nazisti) in mano agli arabi, se non ai palestinesi, e una Israele che sarebbe stata prima o poi "conquistata dal ventre delle donne", come si espresse Arafat, se non dalle armi. Perché non c'erano ebrei nella "Cisgiordania" occupata dai giordani? Perché erano stati cacciati a suo tempo dai Romani, dai bizantini, dagli Abbassidi, dai Crociati, dai Mammelucchi ecc. ? Tutte queste cacciate erano avvenute, ma gli ebrei non si erano mai del tutto staccati dalla loro terra (che più delle pianure costiere che formano buona parte dello stato di Israele erano state proprio le colline di Giudea e Samaria). Ci erano sempre ostinatamente tornati.
No, c'era stata un'altra cacciata, una vera e propria pulizia etnica, l'ultima (o nelle speranze di Abu Mazen e dei "pacifisti", la penultima). Quella realizzata dai Giordani (e dai loro "consiglieri" britannici che ne inquadravano l'esercito secondo le tipiche modalità colonialiste). Durante la Guerra d'Indipendenza i giordani "ripulirono" sistematicamente tutte le antichissime residenze ebraiche (Gerusalemme, Hebron ecc.) e naturalmente anche i numerosi insediamenti moderni, le fattorie e i villaggi (buona parte dei quali è stata di nuovo popolata dopo il '67 diventando nel gergo arabo e "pacifista" le "colonie"). Si trattò di un'azione molto violenta che comportò per esempio la distruzione di tutte le sinagoghe del quartiere ebraico di Gerusalemme, la devastazione di tutte le case ebraiche ecc. (http://www.zionism-israel.com/his/Hadassah_convoy_Massacre-4.htm)
Fu un caso? Il frutto delle cieche violenze della guerra? Niente affatto. Il colonnello Abdullah el Tell, comandante locale della Legione Araba giordana, ha descritto la distruzione del quartiere ebraico, nelle sue Memorie: "Le operazioni di distruzione calcolati furono messe in moto...  Sapevo che il quartiere ebraico era densamente popolato da ebrei... Ho iniziato, pertanto, il bombardamento del quartiere con mortai, attuando danni e distruzione... Solo quattro giorni dopo il nostro ingresso in Gerusalemme il quartiere ebraico era diventato il loro cimitero. Morte e distruzione regnavano su di esso... All'alba di venerdì 28 Maggio 1948, il quartiere ebraico emerse distrutto in una nera nuvola, una nuvola di morte e agonia..." Il comandante giordano riferì ai suoi superiori: "Per la prima volta in 1.000 anni, non un singolo Ebreo rimane nel quartiere ebraico. Non un singolo edificio rimane intatto. Questo renderà impossibile agli ebrei tornare qui" (http://www.israpundit.com/archives/38787). Insomma fu una vera e propria deliberata pulizia etnica. Guardate qui alcune foto: http://proisraelbaybloggers.blogspot.com/2011/11/ethnic-cleansing-of-jerusalem.html.
"Anche se solo il Pakistan e la Gran Bretagna riconobbero la sovranità di Hussein su quello che i media mondiali continauano a chiamare, secondo l'ottica giordana "West Bank" "Cisgiordania" e "Gerusalemme Est", la parte orientale di Gerusalemme e il resto di Giudea e Samaria fu oggetto di una vera e propria pulizia etnica dei suoi ebrei.
Ebrei vissero in tutte le parti di Gerusalemme da secoli, tutt'intorno al  Monte del Tempio, fino al 1948 quando i soldati di re Hussein ne uccisero molti e costretto il resto fuori. Per 19 anni il re Hussein di Giordania non solo ha reso la parte orientale di Gerusalemme (la sola su cui aveva potere, lo avrebbe fatto dappertutto se avesse potuto) "judenrein", ma ha sradicato i simboli ebraici. I cimiteri furono vandalizzati. Lapidi ebraiche furono utilizzate per strade e servizi igienici. 58 sinagoghe ebraiche nella Città vecchia distrutte o trasformate in stalle per cavalli. Il tentativo giordano di cancellare ogni traccia di presenza ebraica quasi riuscì, ma fu sconfitto dagli israeliani nel giugno del 1967." (http://www.palestinefacts.org/pf_independence_jerusalem.php). Per questo è sbagliato parlare di occupazione israeliana di Gerusalemme e bisogna capire che fu una liberazione.
Il paradosso vuole che i "nuovi storici" israeliani hanno attentamente analizzato ogni traccia di un presunto tentativo israeliano di fare pulizia etnica nel '48-49 dai territori su cui avevano potere (trovando tracce di qualche incidente, ma nulla di più, come provano le centinaia di migliaia di arabi che non accolsero l'appello degli eserciti arabi a fuggire dalle loro case e sono rimasti indisturbati da allora, moltiplicando numeri e ricchezza. E oggi i palestinesi e i loro amici all'Onu e nei giornali di sinistra accusano Israele di voler "giudeizzare" Gerusalemme. Ma la pulizia etnica giordana non è ricordata, né indagata dagli storici. E soprattutto non si parla del progetto "palestinese" di ripeterla sui territori che saranno loro assegnati e possibilmente su tutta Israele.
la questione delle "colonie" è tutta qui, un affare di pulizia etnica, la riproduzione oggi di quel che  avvenne in passato, di quel che progettava instancabilmente Amin Al Husseini, il muftì di Gerusalemme amico di Hitler (http://blogs.jpost.com/content/same-message-different-mufti-rhetoric-1940s-2012). Non dimentichiamolo, la restituzione della terra vuol dire per gli arabi la sua pulizia etnica.

Ugo Volli  (informazione corretta)

Sì, la questione è davvero tutta qui: i nuovi nazisti hanno tentato di portare a termine l’opera dei vecchi nazisti di Hitler, non ci sono riusciti, e allora stanno continuando a chiedere al mondo di aiutarli a farlo. E il mondo sta continuando a cercare il modo di farlo senza farsi notare troppo. Pare che Hitler abbia detto una volta: “Il mondo ci ringrazierà per avergli fatto il lavoro sporco”. Non si sbagliava.

barbara


20 novembre 2011

NATURA UMANA



barbara


23 maggio 2011

DOPO IL DISCORSO DI OBAMA

Giustizia e arrendevolezza

Mi sembra il momento giusto, dopo l’ennesimo tradimento di B. Hussein Obama, dopo l’ennesimo colpo basso, dopo l’ennesimo tentativo di mettere Israele nell’angolo, per rileggere questo articolo scritto da Ugo Volli qualche settimana fa.

Vi è un'antica illusione ebraica, secondo cui il modo per salvarci dall'odio e dalle persecuzioni sta nel "comportarsi bene" e nello stare alle regole dettate dagli altri. E' stata la convinzione di molti ebrei assimilati durante la Shoah: non è possibile che colpiscano chi ha minuziosamente aderito a valori, stili di vita, comportamenti uguali agli altri. Ma è stata forse anche la convinzione dei chassidim russi che ai tempi di Napoleone rifiutarono di accettare la libertà che veniva loro offerta per mantenere il proprio ruolo, inferiore sì, ma garantito nella società dell'Ancién Régime. Molto più indietro, è l'illusione di Ester, che esita a rompere le regole del serraglio reale e Mordechai deve ammonire a non pensare di salvarsi da sola. Oggi è l'illusione di chi pensa che se Israele finalmente si comporterà bene, se accetterà una "legge internazionale" che sul piano giuridico non ha basi, ma politicamente favorisce i palestinesi, poi sarà lasciato stare in pace dentro la "linea verde", per indifendibile che essa sia. Per le ragioni che verranno chiare nel seguito del discorso, si può chiamare quest'illusione "egocentrismo etico".

Quest'illusione ha molti difetti. In primo luogo non è mai realistica, è per l'appunto un'illusione, come hanno mostrato tutte le persecuzioni in cui i "bravi" ebrei conformisti sono stati ammazzati non meno degli straccioni e dei rivoltosi; e di recente i ritiri israeliani dal Libano e da Gaza, che non hanno affatto smorzato, ma hanno al contrario aumentato l'aggressività contro Israele sul terreno e nel resto del mondo.
Il secondo difetto si può chiamare la "tentazione etica". Chi è convinto che "comportandosi bene", rispettando le leggi" ecc. gli ebrei possano evitare o almeno moderare le persecuzioni, crede facilmente anche che il primo segno di questo "buon comportamento" sia l'universalismo, il trascurare gli interessi anche vitali del proprio popolo per assumere per sé il punto di vista dell'assoluto (o del Divino, che a me sembra una forma di idolatria), decidendo in perfetta solitudine, senza sentirsi responsabili per gli altri quel che è giusto e quel che è sbagliato. Gli universalisti usciti dall'ebraismo hanno sempre lasciato una grande scia di guai, che si chiamassero Gesù di Nazareth o Karl Marx.
Gli ebrei antisrealiani e filopalestinesi, che non mancano certo oggi, non sono mossi di solito da un semplice "odio di sé", ma dall'illusione di salvarsi da soli dai pericoli essendo "giusti", aderendo cioè al punto di vista e alle categorie di giudizio dei propri nemici. Un'ulteriore conseguenza di questa sindrome è la pretesa di insegnare a tutti (i propri fratelli ma anche gli altri) la loro giustizia, di porsi come maestri di etica universale, al di là della politica e della religione. Al massimo, come ha fatto il giudice Goldstone l'altro ieri, il solipsista etico, se vede che l'attacco alla vita del proprio popolo non serve, si scusa facilmente: si è sbagliato, dice, non aveva tutte le informazioni, è stato ingannato - ma resta sempre un difensore della giustizia universale e pertanto superiore a tutti gli altri. A questo modo di fare si congiunge una definizione dell'ebraismo in termini di etica, non di popolo o di religione: l'ebraismo non sarebbe una cultura, un'eredità, una popolazione, la continuità storica di una fede e neppure un certo rapporto con il divino, ma "l'etica". Che questo atteggiamento porti simpatia e comprensione, è tutto da dimostrare.
Il terzo difetto è quello capitale. Chi pensa di salvarsi comportandosi bene, naturalmente deve fare i conti con il fatto che non tutti nel popolo ebraico hanno la stessa idea del bene, gli stessi obiettivi e magari osano difendere i suoi diritti al di là dei limiti molto angusti di coloro che non appartengono al gruppo degli illuminati etici. Di conseguenza, il solipsista pensa e afferma che costoro non sono abbastanza etici, che non sono abbastanza buoni, che non si confanno alle leggi come dovrebbero, eccetera. Non sono persone che seguono un progetto politico diverso, o hanno altri ideali: sono peccatori, ingiusti, nemici dell'etica. Magari gli trova un nome spregiativo, o lo accetta dagli altri, per esempio li chiama "coloni".
La divisione del popolo ebraico fra buoni e cattivi è il risultato pressoché inevitabile del solipsismo etico. Per i chassidim erano perduti gli ebrei che cercavano un po' di libertà dalla Rivoluzione Francese; per i bravi borghesi assimilati che si consideravano tedeschi integrali "di religione mosaica", i guastafeste impresentabili erano gli eredi di quelli stessi chassidim. I sionisti sono stati demonizzati dagli uni e dagli altri, e così i combattenti clandestini contro l'occupazione inglese e la violenza araba in Eretz Israel. Oggi per buona parte della sinistra ebraica, a essere colpevoli sono i "coloni", che per loro certamente "rubano la terra ai palestinesi", dunque sono ladri, ribelli e quant'altro. E invece siamo tutti coloni, siamo tutti da sempre legati a una terra in cui continuiamo a immigrare, come ho provato ad argomentare la settimana scorsa. E siamo tutti responsabili gli uni per gli altri (“kol Israel arevim ze-là-zè”)
Io non credo affatto che Sergio Dalla Pergola sia uguale a quegli illusi che vanno a Bilin a tirare pietre contro il "muro", o cercano di espellere i proprietari ebrei dalle case di Sheik Jarrah, per il fatto che sotto il regime giordano erano state occupate da immigrati arabi – e poi si sentano giusti e moralmente superiori; non lo assimilo neppure a quegli scrittori e professori che hanno scoperto quanto sia comodo e redditizio fare la coscienza critica di Israele con i media internazionali, distribuendo condanne e invocando boicottaggi. So che il suo è un pensiero assai più lucido e razionale. E' ovvio che ci sono delle considerazioni strategiche dei rapporti di forza che potranno costringere Israele a evacuare parte degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria – anche se il risultato di simili operazioni in Cisgiordania, nel Libano meridionale e a Gaza non è stato proprio vantaggioso come ci si aspettava. (Prima o poi riusciremo a leggere un'analisi davvero critica degli accordi di Oslo da cui potremo ragionare sui pregi e sui difetti dell'intera strategia della cessione di territori in cambio di una pace che non vuol proprio arrivare.)
Ma il rifiuto del prof. Dalla Pergola di identificarsi con i "coloni", nel suo pezzo di giovedì scorso, è motivato proprio secondo gli stereotipi di cui ho parlato: in sostanza i "coloni" (tutti?) sarebbero disobbedienti alle leggi, avrebbero comportamenti disordinati di fronte alla polizia. Siamo sicuri che il problema sia questo? Non mi sembra che Israele sia un posto molto politicamente disciplinato, non credo che la propensione al reato di un abitante di Ariel sia maggiore di un cittadino di Tel Aviv o Petah Tiqva. Mi piacerebbe leggere delle statistiche.
Il punto è ovviamente politico e non moralistico o criminologico. I "coloni" rappresentano la spinta al ritorno all'"eredità" di Eretz Yisrael che è stata la missione del sionismo: alcuni sono più religiosi della media degli israeliani; ma non tutti. Essi comunque indicano con la loro presenza il precario e appassionato rapporto che tutto il popolo ebraico ha con la sua terra. Fa molto comodo illudersi che la ragione dell'odio arabo sia la loro "occupazione", quella del '67. In realtà "l'occupazione" che gli arabi voglio eliminare è quella del '48, la creazione di Israele, e magari anche più indietro, fino all'Yishuv, alla Prima Guerra Mondiale, alla Seconda Aliah.
L'abitante di Tel Aviv o Haifa che pensa di stare dalla parte del giusto e di scampare il conflitto dicendo di non essere un "colono" si illude, con tutte le conseguenze che ho elencato. Si può dire certamente che non si condivide il progetto degli insediamenti oltre la linea verde, che è meglio cedere quei territori. Ma senza disprezzare chi invece in quel progetto crede, senza trasformarlo in una questione di polizia. Avendo la giusta solidarietà per i "coloni" che sono oggi non le uniche ma le "privilegiate" vittime del terrorismo. E soprattutto assumendosi l'onere della prova di un altro progetto strategico quello del ritiro nelle linee del '49 con qualche scambio che difende Dalla Pergola. Un progetto che ha la sua razionalità, ma dipende pesantemente dall'idea di una volontà araba di trovare un compromesso con Israele e di una capacità del mondo occidentale di garantirlo. Entrambe premesse che oggi appaiono molto dubbie. Anche perché, che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no, agli occhi degli uomini di Hamas come di quelli di Fatah, dei fratelli musulmani che in Egitto hanno vinto e degli uomini di Al Qaida in Libia che stanno perdendo, come di centinaia di milioni di arabi buoni e cattivi, noi effettivamente siamo tutti coloni. Anzi Jahud, ebrei - e già solo per questo esseri inferiori che non possono essere giusti ma solo arrendevoli.

Ugo Volli


Inutile dire che ne condivido anche le virgole, e che ho trovato a dir poco penosa la reazione isterica di chi, in quasi settant’anni di vita, non ha mai imparato ad accettare una critica, o a tollerare che si mettano in discussione le sue Grandi Verità Assolute.

barbara


30 giugno 2010

IL PREGIUDIZIO ANTISEMITA

Un bell’articolo di Emanuele Ottolenghi di due anni fa. Che naturalmente non farà intendere chi non vuole intendere, ma che sicuramente aiuterà chi intende ad argomentare meglio le proprie posizioni.

Le Cinque Bugie su Israele

Come si stravolge la storia per demonizzare l'unica democrazia in Medioriente.

di Emanuele Ottolenghi

Il pregiudizio antisemita si è nutrito per secoli di menzogne che nella letteratura e nella credenza popolare erano considerate verità inappellabili. La propaganda antisraeliana si nutre similmente di bugie che, stravolgendo la storia e insinuando nefandezze, mirano a delegittimare e demonizzare Israele come un tempo si demonizzavano gli ebrei. Delle tante bugie dette e ridette fino a renderle incontestabili assiomi, se ne riportano di seguito cinque, con la necessaria rettifica storica a buon uso del lettore.

1) Il sionismo è un movimento razzista.
Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, e come tutti i movimenti di liberazione nazionale, è stato storicamente caratterizzato da una grande diversità di opinioni sulle modalità, i tempi e persino il luogo d'attuazione del suo programma, oltre che sulla natura e il carattere della futura società e Stato che aspirava a creare. Col tempo, la maggioranza dei sionisti sostenne il ritorno del popolo ebraico nell'antica terra d'Israele come la rivendicazione essenziale del movimento, ma fino al 1903 esistevano tra i sionisti anche coloro che sostenevano la necessità di creare uno Stato ebraico ovunque si rendesse disponibile un territorio e tra i luoghi considerati c'erano l'Africa Orientale (la cosiddetta Opzione Uganda), un'area costiera del Sinai nell'odierno Egitto, una provincia argentina e persino un territorio nel Nord-Est dell'Australia. La terra d'Israele prevalse per il profondo legame storico ed emotivo con il popolo ebraico. Ma in nessun caso il sionismo postulò che l'affermazione del proprio progetto nazionale dovesse avvenire a spese dei diritti degli arabi che vivevano in Palestina, proclamando invece la necessità di trovare una soluzione pacifica e forme di convivenza tra ebrei e arabi. Fino all'ultimo, la leadership sionista cercò un compromesso con la controparte araba, ma senza successo, e a ogni occasione furono i sionisti, piuttosto che gli arabi, ad accettare le soluzioni di compromesso territoriale e politico ripetutamente proposte dalla comunità internazionale: la spartizione della Palestina in due stati fu proposta dalla Commissione Peel nel 1937 e dall'Onu nel 1947, ma fu rifiutata dagli arabi (i sionisti accettarono entrambe le proposte), mentre l'idea di uno Stato binazionale fu proposta da due movimenti sionisti negli Anni Trenta e respinta dalla leadership araba.

2) La Palestina, come suggerisce il nome, è la terra dei palestinesi, che gli ebrei hanno usurpato.
In realtà il termine Palestina si riferiva, nell'antichità, solo a una stretta striscia litoranea di territorio che corrisponde circa con l'attuale Striscia di Gaza e che era così chiamata perchè abitata un tempo dai Filistei. Il nome del territorio su cui oggi sorge lo stato d'Israele e parte dei territori era la Giudea – tant'è vero che nelle monete commemorative della vittoria di Tito e Vespasiano sui rivoltosi ebrei nel 70 dC si legge "Iudaea capta est". Il termine Palestina segue l'occupazione romana e il tentativo di estirpare ogni focolaio di rivolta ebraico dopo la distruzione del Secondo Tempio, ma non assume mai un carattere politico fino alla creazione del mandato britannico sulla Palestina nel 1922, Mandato che ha come obbiettivo l'attuazione della Dichiarazione Balfour, ovvero la promessa del governo inglese di creare un territorio autonomo per gli ebrei. I confini attuali della terra contesa sono stati tracciati tra il 1918 e il 1922 e non riflettono una precedente realtà politica. In quanto ai palestinesi, non è mai esistito uno Stato, o un regno, o una provincia, o un califfato palestinese. Dalla conquista romana il territorio è passato ai bizantini, agli arabi, ai crociati, ai mammalucchi, ai turchi e agli inglesi. I confini sono cambiati mille volte e non esisteva, all'arrivo dei primi sionisti nella seconda metà dell'Ottocento, un'identità nazionale o una rivendicazione nazionale palestinese.

3) Il controllo israeliano di Gerusalemme minaccia la libertà religiosa e l'accesso ai luoghi sacri.
Pur costituendo la maggioranza dei residenti, gli ebrei – e gli israeliani dal 1948 al 1967 – non hanno avuto la sovranità dei luoghi santi fino al 1967, quando Israele conquistò la Città Vecchia di Gerusalemme, oltre che i luoghi santi cristiani e mussulmani in Cisgiordania. Solo a partire dal 1967 l'accesso pieno ai luoghi santi avviene in piena libertà e con la tutela dell'autonomia religiosa delle varie comunità, mentre prima del 1967, durante tutta la dominazione musulmana, importanti restrizioni avvenivano nei confronti dei non musulmani e per quasi vent'anni gli ebrei non ebbero alcun accesso a due delle quattro città sante dell'ebraismo.

4) Se Israele ponesse fine all'occupazione dei territori
palestinesi ci sarebbe la pace in Medio Oriente. Sarebbe bello fosse così semplice! Ma a parte il fatto che i problemi del Medio Oriente sono molteplici e nella maggior parte dei casi non hanno nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese: si pensi al genocidio in Darfur, all'oppressione di donne e omosessuali in Arabia Saudita, alla persecuzione contro i cristiani da parte del fondamentalismo islamico, al conflitto tra sciiti e sunniti, alle tensioni tra Iran e mondo arabo sunnita, alla povertà endemica della regione nonostante le ricchezze energetiche, al diniego di diritti nazionali da parte araba per curdi e berberi, e alla mancanza di libertà religiosa in tutta la regione salvo Israele. Il problema è il rifiuto dell'esistenza d'Israele da parte di una significativa parte del mondo arabo e dei palestinesi. In fondo, i territori oggetto del contendere Israele li ha conquistati nel 1967, ma dal 1948 al 1967 erano sotto dominio arabo eppure i palestinesi non li rivendicavano per loro e i regnanti arabi non si sognavano neanche di farne uno Stato per i palestinesi. Israele ha dimostrato più volte di volere la pace e di essere pronto a rinunce, sacrifici e compromessi. Non altrettanto si può dire da parte palestinese: se Hamas oggi rappresenta veramente la maggioranza dei palestinesi, con la sua retorica antisemita, la sua alleanza con l'Iran e il suo ricorso a terrorismo contro civili dentro Israele, dimostra come non si tratta solo di una disputa territoriale ma di un conflitto esistenziale.

5) L'unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di uno stato binazionale dove i due popoli condividono la stessa terra.
Ci sono quattro motivi per cui questo modello politico è un'utopia. Primo, perché le due nazioni difficilmente accetterebbero di vivere insieme in armonia condividendo potere e interessi. Costringere i due contendenti a una convivenza così difficile porterebbe a nuovi conflitti – si guardi alla ex-Yugoslavia – specie se si pensa al secondo motivo: le grandi differenze socioeconomiche e culturali. Gli israeliani guardano a occidente, sono integrati nell'economia occidentale e nella globalizzazione; sono una società laica e moderna, dinamica ed economicamente avanzata; dove le donne sono emancipate e la libertà sessuale, la mobilità sociale e la meritocrazia hanno preso piede fermamente; i palestinesi per contro sono ancora una società religiosa e tradizionale che vive principalmente di agricoltura e di manifattura, dove la cultura e i valori sociali sono tradizionali e tradizionalisti, e difficilmente tollererebbero le influenze del settore ebraico; mentre le strutture familiari e tribali sono ancora dominanti rispetto al merito e alla mobilità fondata sulle risorse economiche del singolo. Insomma, difficilmente le due società andrebbero d'accordo, e queste differenze portano al terzo motivo per cui lo stato binazionale è una cattiva idea: l'orientamento politico e culturale palestinese spingerebbe un futuro Stato in comune verso alleanze con il mondo arabo, in pieno contrasto con gli interessi del settore ebraico che sarebbero orientati verso l'America, l'Europa, l'India e l'estremo oriente. Ma la ragione che più di ogni altra rende l'idea improbabile è che uno Stato binazionale sarebbe antidemocratico perché la stragrande maggioranza di israeliani e palestinesi vuole – com'era vero settant'anni fa – uno Stato nazionale. Imporre una soluzione diversa violerebbe il diritto d'autodeterminazione dei popoli.

(Liberal, 14 maggio 2008 - da Informazione Corretta)

Lo sappiamo: l’odio continuerà a stravolgere i fatti. L’odio continuerà a stravolgere la storia. L’odio continuerà a stravolgere la realtà. Ma noi non ci arrenderemo. Noi non ci stancheremo di lottare. Noi non smetteremo, finché avremo vita, di gridare la verità.


barbara


20 giugno 2010

SO' GGIUDÌA, ME VONNO AMMAZZÀ

Un ricordo improvvisamente riemerso, una testimonianza sentita tanti anni fa.
Roma, 16 ottobre 1943. I tedeschi, dopo avere tranquillizzato gli ebrei con la farsa dei 50 chili di oro, hanno iniziato la razzia del ghetto che costerà la vita, in una botta sola, a oltre mille ebrei romani. Una donna veste frettolosamente i suoi tre bambini, scende in strada, col cuore in gola infila un vicolo dietro l’altro, riesce a uscire dal ghetto. Vede un taxi e ci si infila dentro, insieme ai bambini. Il tassista si gira e chiede: “Dove andiamo, signora?” La donna, disperata, risponde: “Ecchennesò, so’ ggiudìa, me vonno ammazzà”. Restano a guardarsi per un tempo infinito, non si sa chi dei due più terrorizzato. Poi, lentamente, il tassista si gira, accende il motore, innesta la marcia e si avvia. Li porta a casa sua, nelle due stanze in cui vive con la moglie e i due figli, e se li tiene lì, tutti e quattro, per tutti i lunghi mesi che ancora mancano alla liberazione, dividendo con loro lo scarso pane che, in tempi magri per tutti, riesce a guadagnare.
Ho deciso di mettere questa cosa, perché in tempi tanto amari, da tanti punti di vista, c’è bisogno, ogni tanto, di un raggio di luce.

barbara


9 gennaio 2010

ANDREA SCHIVO: SÌ, QUESTO È UN UOMO

Andrea Schivo, agente di custodia a San Vittore durante l'occupazione tedesca, pagò con la vita, in un campo di concentramento tedesco, il suo coraggio.
Il 26 marzo, lo Stato d'Israele ha attribuito alla sua memoria l'onorificenza di “Giusto tra le Nazioni”, la più alta fra quelle civili che lo Stato d'Israele assegna ai suoi eroi.
Questa è una storia che merita di essere raccontata. È la storia di Andrea Schivo, agente di custodia, alla cui memoria lo Stato di Israele ha tributato il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”.
È la storia di un uomo giusto, di un uomo che divenne eroe suo malgrado, perché i veri eroi sono proprio le persone comuni, le persone semplici che non aspirano a guadagnare un posto nella Storia con la “S” maiuscola.
“La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, cantava Francesco De Gregori in una bella canzone di qualche anno fa. La storia la fanno gli uomini, nel bene e nel male. Siamo tutti partecipi e responsabili, con le nostre azioni e le nostre omissioni, con il nostro coraggio e le nostre paure. La storia non si cancella e non si dimentica.
Andrea Schivo è l'antieroe per eccellenza, secondo una visione del mondo e della storia che identifica nei grandi condottieri, nei personaggi illustri e famosi, coloro che hanno cambiato il mondo. Andrea, ad un certo punto della sua vita, incontrò la Storia e non si tirò indietro.
Andrea Schivo era nato a Villanova d'Albenga il 17 luglio 1895 ed era un agente di custodia del carcere milanese di San Vittore. Erano gli anni drammatici del secondo conflitto mondiale, gli anni dell'antisemitismo e delle deportazioni di milioni di Ebrei che strappati dalle loro case, dopo le assurde leggi razziali del 1938, furono avviati nei campi di sterminio tedeschi.
Negli anni bui dell'occupazione tedesca nel carcere di San Vittore, separata dai detenuti comuni e dai politici, c'era una sezione che ospitava una categoria di persone la cui unica colpa era di essere ebrei. I tedeschi, infatti, requisirono alcuni raggi del carcere per destinarli ai detenuti politici e agli ebrei in attesa di essere deportati nei campi di concentramento. Uomini, donne e bambini, strappati dalle loro case, rastrellati per strada, scovati nei luoghi segreti dove trovavano riparo e dove ogni rumore, calpestio, respiro li metteva in allarme, perché ogni presenza umana avvertita poteva essere quella del carnefice che poneva fine alle loro vite.
Tra il 1943 e il ‘44 Andrea Schivo, sposato e padre di una bambina, era addetto proprio nel raggio che ospitava i prigionieri ebrei gestito direttamente dalle SS per conto del comando di Polizia di sicurezza germanico, che aveva la sua base di comando all'hotel Regina. Qui il feroce comandante Otto Koch conduceva gli interrogatori con metodi spietati, impiegando le più feroci tecniche di tortura. Altri luoghi in cui si svolgevano gli interrogatori erano lo stesso carcere di San Vittore e Villa Luzzatto in via Marenco. Schivo conosceva bene questi sistemi e la ferocia nazista nel punire chiunque fosse stato scoperto nel fornire aiuto agli ebrei, eppure la sua coscienza di uomo giusto gli diede il coraggio di sfidare il pensiero della morte a cui sicuramente sarebbe andato incontro se avessero scoperto che faceva da tramite tra gli ebrei prigionieri e le loro famiglie.
Sono state le figlie della detenuta Clara Cardosi, una delle persone aiutate da Schivo, Giuliana, Marisa e Gabriella, a testimoniare del coraggio e del sacrificio di Andrea che consegnava loro dei biglietti scritti dalla madre dopo l'arresto, mentre alla donna Andrea faceva giungere indumenti e cibo da parte della famiglia. Quanto dolore, ma quanta gioia nel ricevere quei biglietti sottratti al controllo dei carcerieri tedeschi, emozioni così descritte nella testimonianza delle tre sorelle “È impossibile dire con quale emozione riconoscevamo la sua calligrafia e leggendo quelle parole, con cui la mamma sempre forte cercava di tranquillizzarci sulla sua sorte, era come se ci fosse stata restituita la sua presenza e non l'avessimo completamente perduta. Nella prima settimana del giugno 1944 la mamma venne trasferita dal carcere di San Vittore a Milano al campo di smistamento di Fossoli, anticamera dei lager nazisti per poi essere deportata con l'ultimo convoglio partito da Fossoli il 1° agosto 1944 al Campo di sterminio di Auschwitz donde non fece più ritorno (…). Poco tempo dopo la traduzione di nostra madre da S. Vittore a Fossoli, Andrea Schivo era stato arrestato perché sorpreso ad aiutare gli ebrei del V raggio portando loro da mangiare e rinchiuso nella cella 108”.
Tra la fine di giugno e i primi di luglio del 1944, sul pavimento di una cella del V raggio di San Vittore, occupata da una famiglia di ebrei, i tedeschi rinvennero un osso di pollo, evidente resto di un pasto che non poteva certo essere stato servito dalla mensa del carcere. Apparve quindi chiaro agli aguzzini tedeschi sospettare di un agente di custodia che poteva aver fatto da staffetta con l'esterno. La famiglia di ebrei fu sottoposta a interrogatorio con tortura e confessò il nome di quell'angelo delle carceri che rispondeva al nome di Andrea Schivo. L'agente Schivo sapeva bene a quale rischio si esponeva portando aiuto agli ebrei prigionieri eppure non aveva esitato a mettere a rischio la propria vita, forse proprio impietosito da una bambina della famiglia ebrea che gli ricordava sua figlia. Andrea Schivo fu dunque scoperto, arrestato e trattenuto per un breve periodo a San Vittore, qualche giorno dopo fu deportato da Milano nel lager di Bolzano e da qui spostato nel campo di concentramento di Flossembürg.
L'arresto di Schivo, e il tragico epilogo della sua esistenza, furono riportati alla luce con la pubblicazione di un documento d'archivio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano, pubblicato nel gennaio 2005. Il documento era la testimonianza di diciannove agenti di custodia, colleghi di Schivo, che descrivevano le circostanze del suo arresto da parte della Polizia SS. Ecco la drammatica testimonianza “… cosicché l'agente Schivo dopo una breve permanenza in queste carceri non più come guardia ma come detenuto venne deportato in Germania dove ora abbiamo appreso per mezzo di un compagno dello stesso campo che l'agente Schivo Andrea è morto a seguito di maltrattamenti percosse e sevizie da parte della SS tedesca di sorveglianza, lasciando la famiglia addolorata e piena di miseria”. Andrea Schivo morirà, di stenti e maltrattamenti, il 9 gennaio 1945. [altre fonti riportano la data del 29 gennaio, ndb] Pochi giorni dopo, il 27 gennaio, l'Armata Rossa entrava nel campo di sterminio di Auschwitz.
L'episodio è ricordato dalle tre figlie di Clara Cardosi che, leggendo il documento, compresero immediatamente che quell'uomo di cui si parlava era l'uomo che aveva aiutato la loro mamma: “Andrea Schivo, di cui ancora non conoscevamo la drammatica sorte, era la guardia carceraria che ci fece avere le prime notizie della mamma dopo l'arresto. In quei giorni disperati a lui consegnavamo cibo e indumenti per la mamma e ricevevamo biglietti che ella nascostamente ci inviava durante la prigionia a San Vittore”. La signora Clara Cardosi, grazie all'aiuto di Schivo, riuscì a mantenere per un po' i rapporti con le figlie raccomandando loro di non esporre a troppi rischi il loro benefattore. Questo fino alla sua deportazione ad Auschwitz, dove fu subito avviata ai forni crematori.

La storia di Andrea Schivo negli archivi della CDEC

Luciana Laudi, collaboratrice della Fondazione CDEC, ricostruisce i fatti che hanno consentito all'Istituto per la Rimembranza dei Martiri e degli Eroi dell'Olocausto “Yad Vashem” di attribuire ad Andrea Schivo il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”. Eccone una sintesi.

Nell'archivio della Fondazione fu rinvenuto un foglio, datato 15 giugno 1945 (trovato tra le carte della Comunità israelitica versate nell'archivio nel 1996) che riportava la testimonianza sottoscritta da 19 agenti di custodia del carcere di San Vittore, che racconta con pochi cenni l'operato e il sacrificio di Andrea Schivo. La CDEC ebbe poi conferma della presenza di Andrea a Flossembürg dalla ANED (Associazione nazionale ex deportati). La notizia del ritrovamento della testimonianza degli agenti di custodia fu data dunque nel 1998 sul bollettino della CDEC e su Ha Keillah con la speranza che qualche lettore potesse ricordare qualcosa di quell'agente del carcere di San Vittore. Il 27 gennaio 2003, in occasione della Giornata della memoria e dell'inaugurazione di una mostra sulla Shoà a Palazzo Reale di Milano, la CDEC aveva allestito una sezione dedicata ai “Salvatori non ebrei”. Tra questi non compariva il nome di Schivo, la cui storia non era stata ancora documentata. La mostra fu visitata da una nipote di Schivo che, conoscendo la storia dello zio, si meravigliò di non trovare citato il suo nome e si rivolse agli organizzatori per raccontare la sua testimonianza. La donna ricordava di quest'uomo che era padre di famiglia, che adorava i bambini, ricordava di racconti familiari che parlavano di una moglie che cucinava il pollo. Il caso Schivo, quindi, ritornò alla CDEC che si attivò per trovare testimonianza da parte ebrea per tributare il giusto riconoscimento allo sconosciuto agente di custodia. La storia della nipote di Schivo fu raccontata dal settimanale Panorama e fu letta dalle sorelle Cardosi che riconobbero subito in quella descrizione l'agente di San Vittore che aveva fatto da tramite tra loro tre bambine e la mamma Clara detenuta a San Vittore. Fu così possibile per la Fondazione CDEC avviare la pratica perché lo Stato d'Israele, mediante Yad Vashem, riconoscesse Andrea Schivo “Giusto tra le Nazioni”. La decisione del riconoscimento è giunta il 13 dicembre 2006.
La consegna dell'onorificenza si è svolta il 27 marzo 2007 nel carcere milanese di San Vittore, alla presenza del Consigliere d'Ambasciata d'Israele a Roma, dott. Rami Hatan, dei familiari dei salvati e dei salvatori. La medaglia dell'onorificenza per Andrea Schivo è stata consegnata alla nipote Carla Arrigoni. (qui)

Perché, in mezzo a tanto lerciume che ci circonda, abbiamo bisogno di ricordare che esistono anche persone così. Perché chi, in nome dell’umanità, ha dato la vita, merita che noi diamo almeno un minuto del nostro tempo e il dono della memoria. Ricordiamo dunque, nel sessantacinquesimo anniversario della sua morte, un Uomo Giusto. Al ricordo di questo Giusto è dedicato anche un libro, dal significativo titolo “Questo è un uomo”.


Andrea Schivo con la moglie e la figlia

barbara


5 ottobre 2009

È L’ODIO PER ISRAELE CHE DEVE ESSERE SGOMBERATO

Perché gli insediamenti aiutano la pace

di Raphael Israeli

Uno degli assiomi del "processo di pace" è che gli insediamenti siano il principale "ostacolo alla pace", quasi che rimuovendoli si produrrebbe istantaneamente la pace sulla terra. È ben risaputo, invece, che prima del 1967 non c'erano insediamenti eppure non c'era pace, a meno che naturalmente non si considerino "insediamenti" anche i villaggi e le città all'interno di Israele pre-'67, visto che gli arabi consideravano anch'essi su "territorio occupato". Dunque il grande contributo dato dagli insediamenti è quello d'aver preso il posto delle città israeliane nella parte del "territorio occupato", con la considerevole eccezione di Hamas e di una buona parte del mondo arabo. Ecco perché la formula secondo cui rimuovere gli insediamenti equivarrebbe alla pace è infondata e ridicola.
L'approccio arabo fondato sul rifiuto totale di Israele non è mai dipeso dagli insediamenti su una particolare porzione del paese. Ciò che non sopportano è l'insediamento ebraico in generale sulla Terra d'Israele/Palestina. Basta dare una sfogliata ai libri di testo usati nelle scuole della "moderata" Autorità Palestinese per vedere che Haifa, Giaffa e persino Tel Aviv sono considerate città palestinesi, mentre Hamas ritiene che la terra waqf (bene islamico inalienabile) su tutta la Terra d'Israele/Palestina debba essere confiscata allo stato ebraico, che non ha alcun diritto alla terra né al di là, né al di qua della ex Linea Verde del 1949-'67.
Nel 2000 a Yasser Arafat venne offerto un ritiro israeliano dal 95% dei territori (Cisgiordania e striscia di Gaza) in cambio di un accordo che ponesse fine al conflitto. Rifiutò, perché non lo considerava un ritiro completo dalla Terra d'Israele/Palestina. Nonostante il tentativo di fare un ulteriore passo lasciando la striscia di Gaza (estate 2005), non solo congelando ma smantellandone tutti gli insediamenti, ciò che Israele ottenne in cambio fu altre aggressioni e distruzioni, qualcosa di assai diverso dalla pace che dovrebbe scaturire dalla rimozione del famoso "ostacolo". In altre parole, non solo gli arabi non considerano gli insediamenti più antichi di Israele diversi da quelli più recenti che "minacciano la pace", ma lo smantellamento di questi ultimi non ha fatto che innescare l'attacco contro i primi.
Oggi sappiamo che uno dei fattori che spinse Anwar Sadat a recarsi a Gerusalemme (per avviare la pace) fu la paura che gli insediamenti nella zona di Rafah e del Sinai, se non fossero stati sradicati, sarebbero cresciuti fino a diventare vere e proprie città che nessun accordo di pace avrebbe più potuto rimuovere. Siriani e palestinesi, invece, credevano di non aver nulla da perdere continuando a rifiutare il negoziato, giacché le "loro terre" stavano lì ad aspettarli, congelate nel tempo, fino a quando sarebbero riusciti cortesemente a strapparle a Israele, per poi continuare gli attacchi da quelle posizioni. Non riescono a capire che hanno perduto quelle terre a causa della loro aggressione, e che è immorale e suicida restituire a un aggressore le posizioni da cui potrebbe rinnovare la sua aggressione, giacché lasciare che se la cavi senza danno non fa che incoraggiarlo ad attaccare ancora. Vi può essere deterrenza solo una volta che l'aggressore ha pagato per la sua aggressione un prezzo tale da dissuaderlo dall'attaccare a capriccio. È quello che è successo alla Germania.
Sicché, fino a quando non vi sarà un accordo per una composizione definitiva del conflitto, solo le attività negli insediamenti ebraici possono costituire un sufficiente incentivo tale da spingere gli arabi, come Sadat, a darsi una mossa e cercare la pace, giacché più aspettano e più perdono terreno.
Sappiamo, dall'esempio di Gaza, che l'obiettivo degli arabi non era quello di rimuovere Israele da una preziosa porzione di terra, ma quello di sradicare gli ebrei e cacciarli dalla terra rimanente. E allora è meglio continuare con le costruzioni "per la pace" nelle comunità al di là dei confini, e parlare di sgombero solo quando vedremo nei nostri vicini autentici segni di una cultura di pace e buon vicinato, con la dovuta considerazione della nuova realtà sul terreno che cambierà tanto più, quanto meno gli arabi si affretteranno verso un accordo di pace. (Haaretz, 6 settembre 2009 - da israele.net)

Sono cose risapute, scontate, perfino banali, e tuttavia frequentemente – e spudoratamente - ignorate, negate, capovolte. Per questo non verranno mai abbastanza ripetute.
E poi come sempre lui, su un tema abbastanza vicino a quello trattato in questo articolo, e poi

MEMENTO: +35

barbara


19 giugno 2009

RICORDIAMO IL PREZIOSO CONTRIBUTO DELL’ISLAM ALLA NOSTRA CIVILTÀ

632 d. C. ..... Morte di Maometto (8 giugno).
632-34 …...... Conquista araba della Mesopotamia e della Palestina.
635 ............. Conquista araba di Damasco.
638 ............. Conquista araba di Gerusalemme.
642 ............. Conquista araba di Alessandria d'Egitto.
647 ............. Conquista araba della Tripolitania.
649 ............. Inizio delle guerre sul mare e conquista di Cipro.
652 ............. Prima spedizione contro la Sicilia.
667 ............. Occupazione araba di Calcedonia (Anatolia).
669 ............. Attacco a Siracusa.
670 ............. Attacco ai berberi e conquista del Maghreb.
674-680 ....... Primo assedio arabo di Costantinopoli.
698 ............. Gli arabi prendono Cartagine ai bizantini.
700 ............. Assalto arabo a Pantelleria.
704 ............. L'emiro Musa proclama la guerra santa nel Mediterraneo occidentale; infesta il Tirreno e assale la Sicilia.
710 ............. Attacco arabo a Cagliari.
711 ............. Sbarco arabo nella Spagna meridionale. Inizia la conquista della penisola iberica.
715-717 ....... Secondo assedio arabo di Costantinopoli.
720 ............. Attacco alle coste della Sicilia.
727-731........ Aggressioni alle coste della Sicilia.
738 ............. Liutprando sconfigge gli arabi ad Arles.
740 ............. Primo sbarco in Sicilia di un esercito saraceno.
753 ............. Ulteriore sbarco in Sicilia.
778 ............. Il giorno 8 settembre, Franchi e Longobardi sconfiggono gli arabi a Sabart, sui Pirenei.
806 ............. I mussulmani occupano Tyana, in Anatolia, e avanzano fino ad Ankara.
Ademaro, conte franco di Genova, combatte i saraceni in Corsica.
812-813 ....... I saraceni attaccano Lampedusa, la Sicilia, Ischia, Reggio Calabria, la Sardegna, la Corsica e Nizza.
819 ............. Nuovo attacco alla Sicilia.
827 ............. Il 14 giugno, sbarco in Sicilia di un esercito, per la conquista dell'isola.
829 ............. I saraceni sbarcano a Civitavecchia.
830 ............. I saraceni invadono la campagna romana e saccheggiano le basiliche di San Paolo e di San Pietro.
831 ............. A settembre, Palermo si arrende agli arabi.
838 ............. Attacco saraceno a Marsiglia.
839 ............. Incursioni saracene in Calabria. Sbarco e conquista di Taranto.
840 ............. Scontro navale, davanti a Taranto, tra saraceni e veneziani, che non riescono a fermare l'attacco. Saccheggio di Cherso, del Delta del Po e di Ancona.
841 ............. Gli arabi si spingono nel Quarnaro e distruggono la flotta veneziana all'isola di Sansego.
842 ............. Il 10 agosto Bari viene conquistata. Vengono saccheggiate le coste della Puglia e della Campania.
843 ............. L'emiro di Palermo scaccia i bizantini da Messina.
844 ............... I normanni sbarcano in Spagna e occupano Siviglia.
846 ............. Spedizioni saracene a Ponza e a Capo Miseno.
Il 23 agosto, gli arabi sbarcano alla foce del Tevere, assediano Ostia, saccheggiano nuovamente le basiliche di San Pietro e di San Paolo e l'entroterra fino a Subiaco, assediando poi Roma. Ritiratisi, depredano Terracina, Fondi, e assediano Gaeta.
849 ............. I saraceni saccheggiano Luni e Capo Teulada, in Sardegna.
850 ............. Attacco arabo contro Arles.
852-853 ....... Assalto alle coste calabresi e campane.
856 ............. Incursioni arabe a Isernia, Canosa, Capua e Teano.
859 ............. Gli arabi prendono Enna.
867 ............. Gli arabi saccheggiano il monastero di San Michele sul Gargano.
I saraceni occupano alcune città dalmate e assediano Ragusa. La flotta veneziana, guidata dal doge Orso, li insegue e li sbaraglia davanti a Taranto.
868 ............. Re Ludovico libera Matera, Venosa e parte della Calabria.
869 ............. Bande di saraceni invadono la Camargue.
870 ............. Gli arabi occupano Malta e saccheggiano Ravenna.
879 ............. Gli arabi prendono Taormina.
879 ............. I saraceni saccheggiano Teano, Caserta e la campagna romana.
881 ............. Il Papa scomunica il Vescovo di Napoli per la sua alleanza con i saraceni.
885 ............. I saraceni saccheggiano Montecassino e la Terra di Lavoro.
890 ............. I mori di Spagna attaccano la costa provenzale e stabiliscono una base a Frassineto (La Garde-Freinet).
898 ............. Saccheggio saraceno della Badia di Farfa.
912 ............. Incursione saracena all'Abbazia di Novalesa.
913 ............. Attacco alla Calabria.
914 ............. Gli arabi stabiliscono basi a Trevi e a Sutri.
916 ............. Incursione saracena nella Moriana (Savoia).
922 ............. Incursione e saccheggio di Taranto.
924 ............. Presa di Sant'Agata di Calabria.
925 ............. Incursioni saracene in tutta la Calabria, fino in terra d'Otranto; assedio e massacro di Oria.
929 ............. Saccheggio delle coste calabresi.
930 ............. Paestum viene saccheggiata.
934 ............. Assalto alla costa ligure.
935 ............. Saccheggio di Genova.
936 ............. Fallito attacco saraceno ad Acqui, difesa dal conte Aleramo.
940 ............. Incursione saracena al passo del San Bernardo.
950 ............. L'emiro di Palermo assale Reggio e Gerace e assedia Cassano Jonio.
952 ............. Gli arabi, alleati con Napoli, colonizzano la Calabria.
960 ............. San Bernardo da Mentone vince e insegue i saraceni in Val d'Aosta, fino a Vercelli.
965 ............. Gli arabi prendono Rametta, ultima roccaforte siciliana e in seguito sbarcano in Calabria.
969 ............. Saccheggi saraceni nell'Albesano.
977 ............. I saraceni prendono Reggio, Taranto, Otranto e Oria.
978 ............. I saraceni saccheggiano la Calabria.
981 ............. Ancora saccheggi in Calabria.
986 ............. I saraceni saccheggiano Gerace.
987 ............. I saraceni saccheggiano Cassano Jonio.
988 ............. Gli arabi prendono Cosenza e la terra di Bari.
991 ............. Presa di Taranto.
994 ............. Assedio e presa di Matera.
1002 ............ Incursioni a Benevento e nelle campagne napoletane, assedio di Capua.
1003 ............ Incursioni nell'entroterra di Taranto. Attacco a Lérins, in Provenza.
1009 ............ Il califfo Al-Hakim tenta di distruggere il Santo Sepolcro.
1029 ............ Saccheggio delle coste pugliesi.
1031 ............ Saccheggio di Cassano Jonio.
1047 ............ Incursione saracena a Lérins.
1071 ............ Gli arabi vincono la battaglia di Manazkert e iniziano la conquista dell'Anatolia.
1074 ............ Sbarco di saraceni tunisini a Nicotera, in Calabria.
1080 ............ I saraceni, al servizio dei normanni, saccheggiano Roma.
1086 ............ Gerusalemme cade in mano ai turchi.

1096 ........ Inizio della Prima crociata.
1122 ........ Scorreria saracena a Patti e a Siracusa.
1127 ........ Attacco a Catania e nuovo saccheggio di Siracusa.
1144 ........ L'atabeg di Mossul Zengi, con un colpo di mano, s'impadronisce di Edessa assumendo nel mondo islamico ruolo e fama di "difensore della fede".
1145 ........ Papa Eugenio III bandisce la seconda crociata. A causa dei contrasti interni si rivelerà inutile.
1187 .........Salah-ad-Din riconquista Gerusalemme.
1190 ........ Papa Clemente III organizza la terza crociata. Riccardo Cuor di Leone sconfigge per due volte Salah-ad-Din ma, sempre a causa dei dissensi interni alla coalizione, non poté liberare Gerusalemme. Concluse però una tregua di tre anni, che prevedeva garanzie per i pellegrini (1192).
1195-1204 ... Si susseguono diversi tentativi pressoché inutili di organizzare una quarta crociata. Anche in questo caso mancherà la necessaria coesione e le lotte interne la renderanno pressoché inutile.
1213 ........ Papa Innocenzo III tenta di bandire un'altra crociata che però non avrà luogo.
1217-1221 ... Quinta crociata.

Nel 1219 le cronache riportano la visita di Francesco d'Assisi al campo crociato. Francesco predirà la sconfitta a causa delle faziosità e delle divisioni interne. La Chiesa non riconoscerà la quinta crociata.
1221 ........ Fallisce la conquista de Il Cairo e anche la quinta crociata si risolve con un nulla di fatto.
1229 ........ Federico II accordatosi con il sultano d'Egitto al-Kamil (Trattato di Giaffa) ottiene Gerusalemme, Betlemme, Nazaret e alcune località costiere fra San Giovanni d'Acri e Giaffa e tra Giaffa e Gerusalemme; e conclude anche una tregua decennale.
1244 ........ I mussulmani riconquistano Gerusalemme.
1245 ........ Papa Innocenzo IV bandisce la settima crociata. Luigi IX, re di Francia, la organizza con le sue sole forze ma non riesce a conquistare Gerusalemme. Ulteriori tentativi si concluderanno nel 1270 con pochi esiti.
Dalla seconda metà del sec. XIV, la progressiva avanzata dei turchi ottomani verso il cuore dell'Europa ridiede una certa attualità alla crociata, intesa però in senso non di guerra santa per la riaffermazione del cristianesimo in Oriente, ma di guerra per la difesa dell'Occidente stesso dall'islamismo sulla via di sempre più ampie conquiste. Le crociate fallirono quanto al loro scopo originario, cioè la liberazione dei Luoghi Santi dai mussulmani.
Restano tuttavia un fenomeno storico di grande rilevanza non solo religiosa, ma politica, economico-sociale, culturale. Politicamente, impegnarono i mussulmani contenendone e ritardandone l'avanzata in Europa, e ciò permise lo sviluppo degli Stati centro-occidentali.

1308 ........ I turchi prendono Efeso e l’isola di Chio.
1326 ........ I turchi conquistano Brussa.
1329 ........ I turchi prendono Nicea (Urchan).
1330 ........ I turchi sconfiggono i bulgari, a Velbuzhd.
1337 ........ I turchi conquistano Nicomedia e si installano sul Mar di Marmara.
1356 ........ I turchi prendono Gallipoli, sul Mar di Marmara.
1371 ........ I turchi sconfiggono i serbi sulla Martz.
1382 ........ I turchi occupano Sofia.
1386 ........ I turchi occupano Nis, in Macedonia.
1423 ........ I turchi prendono il Peloponneso e la Morea.
1425 ........ Abbandono dell’isola di Montecristo a causa delle continue incursioni saracene.
1430 ........ I turchi prendono Tessalonica, la Macedonia, l’Epiro e la città di Giannina.

1453 ........ Maometto II prende Costantinopoli.
1455 ........ I turchi prendono Focea, Tasso e Imbro, nell’Egeo.
1458 ........ Maometto II conquista tutte le terre cristiane in Grecia, tranne le colonie veneziane. Dopo due anni di assedio, cade l’Acropoli di Atene.
1459 ........ La Serbia diventa provincia ottomana.
1460 ........ I turchi occupano tutto il Peloponneso.
1461 ........ Cade anche Trebisonda, ultimo Stato bizantino. I turchi occupano la colonia genovese di Salmastro.
1462 ........ Maometto II occupa la Valacchia. Prende Mitilene ai genovesi.
1465 ........ Costantinopoli diventa la capitale dell'impero ottomano. La cattedrale di Santa Sofia viene trasformata in moschea.
1470 ........ I turchi occupano la veneziana Negroponte.
1471 ........ Scorrerie ottomane in Carniola, in Istria, nel Monfalconese e nel Triestino.
1472 ........ Scorrerie ottomane in Croazia.
1473 ........ Scorrerie ottomane in Carniola e Carinzia.
1474 ........ Scorrerie ottomane in Croazia e Slavonia.
1475 ........ Incursioni turche in Stiria inferiore e Carniola. I turchi prendono Kaffa e tutta la Crimea ai Genovesi.
1476 ........ Incursioni turche in Carniola, Stiria, e in Istria, fino a Gorizia e Trieste.
1477 ........ Incursione in Friuli.
1478 ........ Scorreria in Carniola, Istria e Dalmazia.
1480-1481 ........ I turchi conquistano Otranto e ne massacrano la popolazione compiendo un'orribile strage.
1482 ........ Incursione ottomana in Istria e Carniola.
1483 ........ Incursione in Carniola. Annessione turca dell’Erzegovina.
1484 ........ Conquista turca dei porti sulla Moldava.
1493 ........ Scorrerie in Istria, Carniola e Carinzia.
1498-1499 ........ Scorrerie ottomane in Carniola, Istria e Carinzia.
1499 ........ Grande scorreria turca in Friuli, fino ai confini della Marca Trevigiana.
1511 ........ I turchi conquistano la Moldavia.
1516 ........ Saccheggio di Lavinio, sul litorale romano.
1521 ........ Suleiman II prende Belgrado.
1522 ........ I turchi prendono Rodi ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, che si trasferiscono a Malta, assumendo il nome di "Cavalieri di Malta".
1526 ........ Suleiman II sconfigge gli ungheresi a Mohàcs.
1528 ........ I turchi assoggettano il Montenegro.
1529 ........ Suleiman II intraprende il primo assedio di Vienna. Occupa la Georgia e l’Armenia.
1531 ........ Khaireddin saccheggia le coste dell’Andalusia.

1543 ........ Suleiman II conquista gran parte dell’Ungheria.
1551 ........ Dragut saccheggia Augusta, in Sicilia.
1554 ........ Dragut saccheggia Vieste.
1555 ........ Dragut assale Paola, in Calabria.
1556 ........ Ivan IV conquista Astrachan.
1558 ........ Dragut saccheggia Sorrento e Massa Lubrense.
1566 ........ Una flotta turca entra in Adriatico e bombarda Ortona e Vasto. I turchi prendono Chio ai genovesi.
1571 ........ Il 6 agosto, i turchi prendono Famagosta, ultimo caposaldo veneziano di Cipro. Il 7 ottobre, la flotta turca, guidata da Selim II, è sconfitta, a Lepanto, da quella cristiana.
1575-1600 ........ I pirati moreschi attaccano sistematicamente le coste della Catalogna, dell’Andalusia, della Linguadoca, della Provenza, della Sicilia e della Sardegna.
1582 ........ Saccheggio di Villanova-Monteleone in Sardegna.
1587 ........ Gli arabi attaccano Porto Vecchio, in Corsica.
1588 ........ Hassan Aghà saccheggia il litorale laziale e Pratica di Mare.
1591 ........ Il Pascià di Bosnia invade la Croazia austriaca.
1618-1672 ........ Gli arabi attaccano sistematicamente le coste siciliane.
1623 ........ Gli arabi saccheggiano Sperlonga.
1636 ........ Gli arabi occupano Solanto.
1647 ........ Gli arabi saccheggiano parte della Costa Azzurra.
1672 ........ I turchi attaccano la Polonia e conquistano la fortezza di Kamenez. Con il Trattato di Bucracz ottengono la Podolia.
1680 ........ I turchi saccheggiano Trani e Lecce.
1683 ........ I turchi assediano Vienna dal 14 luglio. L’imperatore Leopoldo I si allea con Giovanni Sobieski, re di Polonia. Vienna è liberata dall’esercito austro-polacco del duca Carlo Leopoldo V di Lorena, con la battaglia di Kalhenberg, del 12 settembre.
1703 ........ Ahmed III fa guerra a Pietro I e lo sconfigge sul Prut.
1708 ........ Algeri riprende Orano agli spagnoli.
1714 ........ I turchi saccheggiano la zona di Lecce.
1727 ........ I mussulmani saccheggiano San Felice al Circeo.
1741 ........ I Bey di Tunisi cacciano i genovesi dall’isola di Tabarca.
1754 ........ Saccheggio arabo di Montalto di Castro.
1780 ........ I mussulmani saccheggiano Castro, in Puglia.
1799 ........ Dopo la partenza di Napoleone, i turchi riprendono l’Egitto.
1915-1916 ........ Genocidio degli armeni da parte dei turchi.
1920-1922 ........ I turchi respingono il Trattato di Sèvres e cacciano i greci dall’Anatolia.
1923 ........ Con la Pace di Losanna, la Turchia si riprende la costa dell’Anatolia. È una vera pulizia etnica con la deportazione di intere popolazioni.
1928 ........ Hassan al-Banna fonda l’Associazione dei "Fratelli mussulmani".
1944 ........ Fondazione della "Lega degli Stati arabi" (Lega Araba dal 1945).
1948 ........ Proclamazione dello Stato di Israele.
1965 ........ Inizio di forti migrazioni maghrebine e turche nell’Europa occidentale.
1968 ........ Inizio del terrorismo di Al Fatah.
1974 ........ I turchi occupano la parte settentrionale di Cipro. Massacri effettuati dai Palestinesi in Alta Galilea.
1975 ........ Inizio dello sterminio dei cristiani maroniti del Libano.
1979 ........ Rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini, in Iran. Per anni rimase esiliato e al sicuro in Francia.
1980 ........ Aumento degli attentati islamici nel mondo. Primi disordini nei quartieri islamici in Europa.
1981 ........ Un terrorista turco attenta alla vita di papa Giovanni Paolo II (13 maggio).
1990 ........ Occupazione siriana del Libano. Il generale Michel Aoun si oppone tenacemente all’inglobamento del Libano nella "grande Siria". La debole politica occidentale lo porterà a cedere.
1991 ........ Inizio delle guerre nel Caucaso. Rivolte in Cecenia.
1991 ........ Inizio degli sbarchi clandestini di massa in Italia.
1992 ........ Formazione di uno stato islamico in Bosnia.
1993 ........ Primo attentato al "World Trade Center" di New York.
1996 ........ Numerosi attentati di Hamas, in Israele. Attentati anti-americani, in Arabia Saudita. I talebani prendono il potere in Afghanistan grazie all'appoggio politico-militare americano.
1998 ........ Rivolta anti-serba nel Kosovo. La Serbia, intervenuta in Kosovo, verrà successivamente attaccata da una coalizione occidentale, soprattutto dietro pressione degli USA. Si delinea più che mai l'assenza di una vera politica europea.
2001 ........ L’undici settembre il "World Trade Center" di New York viene completamente distrutto da una serie di attentati che appaiono sempre più controversi.
2003 ........ Operazione "Enduring Freedom". Guerre in Afghanistan e in Iraq. La dittatura di Saddam Hussein viene abbattuta. Strage contro gli italiani a Nassiriya, in Iraq (12 novembre).
2004 ........ Numerosi attentati in Iraq. Stragi a Madrid (11 marzo) con 190 morti, e a Beslan (3 settembre): oltre 300 le vittime, per lo più bambini, vilmente assassinati in Ossezia del Nord. Strage di Taba, in Egitto (8 ottobre). Numerosi altri attentati in tutto il mondo.

2005 ........ Numerosi Attentati in Iraq. Strage nella metropolitana e negli autobus londinesi (7 luglio): oltre cinquanta morti e centinaia di feriti. L'attentato avviene in contemporanea con l'assemblea del G8 in Scozia.
Il 23 luglio seguono gli attentati di Sharm El-Sheik con oltre 60 morti e decine di feriti. Attentato a Bali (Indonesia) il 1° ottobre (23 morti e 150 feriti). Dal 27 ottobre al 16 novembre: violenze e rivolte delle comunità immigrate nelle periferie di Parigi e di altre città. L'8 novembre il governo impone misure d'emergenza, tra cui il coprifuoco. Due le vittime, circa 4.500 arrestati, oltre 10.000 le auto incendiate, distrutti 200 edifici pubblici.

Il 9 novembre ad Amman (Giordania) tre attentati suicidi in tre alberghi frequentati da turisti provocano 60 morti e oltre 90 feriti. Il 10 novembre Al Qaeda rivendica la paternità degli attentati.

Sperare e credere che questo lungo elenco si fermi è semplicemente da folli, semmai può solo che peggiorare, visto che stanno insistentemente cercando di ottenere il controllo di armi di distruzione di massa da usare nascostamente da noi.
Invece di parlare di razzismo, xenofobia, discriminazione, gli occidentali farebbero bene a pensare alla loro pelle e a quella dei loro familiari e concittadini.

Ma né la storia, né la cronaca, a quanto pare, riescono a insegnare alcunché.

barbara


16 giugno 2009

NICHOLAS WINTON

Sapete chi era? No? Beh, niente paura: ci sono qui io apposta per questo, no?

Nicholas Winton, esempio di umanità, compie 100 anni.

di Baruch Tenembaum*

Nel 1938 Nicholas Winton, nato il 19 maggio del 1909, lavorava come impiegato alla Borsa Valori, nella località inglese di Maidenhead, Berkshire.
Qualche giorno prima del Natale di quell’anno, Winton stava ultimando i dettagli di un viaggio di vacanza in Svizzera. Era giovane, guadagnava bene e poteva permetterselo. Ma una semplice telefonata mandò a monte il suo programma di sciare sulle Alpi. Una telefonata che avrebbe cambiato il corso della sua vita per sempre.
Il suo amico Martin Blake, che lavorava in un comitato di soccorso per rifugiati adulti della Cecoslovacchia, parzialmente invasa dal Terzo Reich, gli chiedeva aiuto.
Winton andò per contro proprio a Praga; prese alloggio all’albergo Sroubeck in Piazza Venceslao, e in capo a qualche giorno di lavoro insieme al suo amico si rese conto che non c’erano piani specifici per salvare le vite dei bambini.
Immediatamente prese contatto con il Refugee Children's Movement (RCM) di Londra, movimento che riuniva ebrei, quaccheri e diversi gruppi di cristiani. La missione di questa organizzazione era di trovare l’alloggiamento e il denaro che il governo britannico pretendeva come garanzia per approvare l’ingresso di rifugiati europei perseguitati dal nazismo in virtù di una legge approvata qualche settimana prima del viaggio di Winton in Cecoslovacchia.
Il 21 novembre 1938, poco dopo il pogrom della Notte dei cristalli, la Camera dei Comuni del Regno Unito aveva approvato una misura che permetteva di accogliere rifugiati minori di diciassette anni a patto che avessero un luogo in cui alloggiare e che depositassero cinquanta sterline (all’incirca 1500 dollari di oggi) per bambino come garanzia per il pagamento del viaggio di ritorno in caso di rientro del rifugiato nel paese d’origine.
Nel giro di nove mesi Winton riuscì a evacuare dalla stazione Wilson di Praga 669 bambini in otto treni diretti a Londra. Fra loro si trovava Karel Reisz, diventato poi regista, autore della premiata pellicola “L’amante del tenente francese”. Oggi si ritiene che siano più di 5000 quelli che vengono chiamati “i bambini Winton”, discendenti di quelli salvati da Nicholas.
Un nono treno con 250 bambini doveva partire il 3 settembre del 1939, se non fosse stato che proprio quel giorno il Regno Unito dichiarò guerra alla Germania. Il treno non lasciò la stazione e i bambini non riapparvero mai più. “Avevamo 250 famiglie che aspettavano i bambini alla stazione di Liverpool Street di Londra. Se il treno fosse partito un giorno prima sarebbe riuscito a compiere il suo tragitto”, raccontò Winton.
Per più di cinque decenni Nicholas Winton non rivelò a nessuno la sua impresa. La storia divenne pubblica quando sua moglie Greta scoprì nella soffitta della sua casa una valigetta che conteneva liste di bambini salvati e lettere dei loro genitori.
Dopo sei decenni la Corona Britannica riconobbe l’azione umanitaria di questo grande uomo, conferendogli il titolo di Cavaliere della Corona. “Ho mantenuto segreto ciò che ho fatto anche con la mia famiglia, e non ne parlerò con nessuno fino a quando non verrà dato l’annuncio ufficiale”, commentò Winton quando seppe che il suo nome figurava nella lista delle onorificenze che la regina pubblica alla fine di ogni anno.
Nicholas Winton compie 100 anni. È un ottimo momento per ricordarlo e celebrarlo.
-------
*Baruch Tenembaum è il fondatore della Fondazione Raoul Wallenberg, una ONG educativa creata in Argentina (traduzione mia)

The International Raoul Wallenberg Foundation, http://www.raoulwallenberg.net

Tutti conosciamo la vicenda della “Fuga degli angeli”; forse non tutti sanno invece che dietro a questo miracolo c’è un uomo solo, con la sua caparbia volontà di fare quanto in suo potere per salvare degli esseri umani. Ognuno, nelle situazioni che il destino, il caso, la vita, la Provvidenza – ognuno gli dia il nome che preferisce – gli pone di fronte, reagisce a modo suo: chi dice poverini che pena, chi dice sono ebrei quindi cazzi loro, chi dà una volenterosa e solerte mano al carnefice, e chi alza le chiappe. Nicholas Winton si è rimboccato le maniche e ne ha salvati centinaia, che oggi sono diventati migliaia, a dimostrazione concreta del detto talmudico “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Rendiamo dunque onore a Nicholas Winton, e che la sua storia sia di esempio a tutti noi.


Nicholas Winton nel 1939 con uno dei bambini da lui salvati


Arrivo a Londra di un carico di bambini Cechi nel 1939


Nicholas Winton oggi


barbara


1 giugno 2009

INSH’ALLAH

di S. Adamo

Una vecchia e bellissima canzone, riemersa dai meandri della memoria e ripescata nelle maglie della rete. Godetevela tutta! (clic)


Ho visto l'oriente nel suo scrigno
con la luna per bandiera
ed intendevo in qualche verso
cantare al mondo il suo splendore

Ma quando ho visto Gerusalemme
piccolo fiore sulla roccia
ho sentito come un requiem
quando a parlargli mi inchinai

E mentre tu bianca chiesetta
sussurri pace sulla terra
si strappa il cielo come un velo
scoprendo un popolo che piange

La strada porta alla fontana
vorresti riempire il tuo secchio
meglio fermarti Maria Maddalena
oggi il tuo corpo non vale l'acqua
Inch'Allah Inch'Allah
se Dio vuole Inch'Allah

L'ulivo piange la sua ombra
sua dolce sposa dolce amica
che riposa sulle rovine
prigioniera in terra nemica

Sul filo spinato con amore
la farfalla ammira la rosa
la gente è così scervellata
che la ripudia se mai posa

Dio del inferno Dio del cielo
tu che governi tutto il mondo
su questa terra d'Israele
ci sono bimbi che tremano
Inch'Allah Inch'Allah
se Dio vuole Inch'Allah

Le donne cadono sotto il tuono
domani il sangue sarà lavato
la strada è fatta di coraggio
una donna per una pietra

Ma sì ho visto Gerusalemme
piccolo fiore sulla roccia
e sento sempre come un requiem
quando a parlagli mi ritrovo

Requiem per sei milioni d'anime
che non hanno mausoleo di marmo
e che malgrado la sabbia infame
han fatto crescere sei milioni d'alberi
Inch'Allah Inch'Allah
se Dio vuole Inch'Allah


Come si può comprendere da alcune immagini (il filo spinato, l’ulivo separato dalla propria ombra che si trova in terra nemica), la canzone è stata scritta al tempo in cui Gerusalemme era divisa in due, a causa dell’occupazione illegale da parte della Giordania (occupazione e illegalità per le quali mai abbiamo sentito proteste o boicottaggi o risoluzioni di condanna). Anche qui, come in ogni luogo su cui musulmani hanno messo le mani, sinagoghe e cimiteri ebraici sono stati immediatamente devastati, le pietre tombali sono state usate per costruire latrine, a nessun ebreo al mondo è più stato consentito, per tutta la durata dell’occupazione, l’accesso ai luoghi santi ebraici fra cui il kotel – il cosiddetto muro del pianto – liberato insieme a tutto il resto della parte est nel giugno del 1967. L’intera Gerusalemme est è stata ridotta, durante l’occupazione, a un borgo di campagna, senza neppure la ricchezza di un ufficio postale. Sì, lo so, queste cose le ho dette un miliardo di volte, ma meglio una in più che una in meno, visto che così difficile è il ricordo e così facile l’oblio, soprattutto quando è sostenuto da robuste dosi di malafede.



barbara


17 novembre 2008

PANCHEN LAMA OSTAGGIO DI PECHINO

                                                             

L
a pubblicazione di quest'opera molto documentata viene op­portunamente a ricordare, a quanti l'avessero già dimenticata, la sorte iniqua toccata a un bambino di soli otto anni.
Infatti, al di là del suo interesse storico, questo libro, che nar­ra l'evoluzione dei due più importanti lignaggi di maestri spiri­tuali del Tibet, quello dei Dalai Lama e quello dei Panchen La­ma, vuole giustamente stigmatizzare l'intollerabile situazione in cui versa un fanciullo, attualmente tenuto prigioniero per moti­vi politici il cui fine è l'annientamento della civiltà e della cul­tura tibetane.
La vicenda di questo bambino rivela un gran numero di pa­radossi.
Innanzi tutto si scopre che uno Stato ateo, la Cina comuni­sta, si proclama unico competente nella scelta e nella nomina dei «Buddha viventi». Sia chiaro, non si tratta di una brusca con­versione dei signori di Pechino ai valori dello spirito. L'intento è al contrario quello di sradicare dal Tibet il buddhismo, consi­derato inscindibile dal «separatismo», o almeno di controllar­lo. Per questo motivo, Pechino, con una terminologia da Rivo­luzione Culturale, proclama di voler «schiacciare la testa del ser­pente», vale a dire quella del supremo capo spirituale e tempo­rale tibetano, il Dalai Lama.
Riassumiamo i fatti così come sono elencati in quest'opera, che punto per punto smentisce la versione cinese opponendovi la verità dei tibetani.
Nel 1989, il decimo Panchen Lama, seconda autorità del buddhismo tibetano, muore. Immediatamente inizia la ricerca del suo successore (il bambino in cui si sarebbe reincarnato secondo la credenza propria del buddhismo)... con la «benedizio­ne» di Pechino. La posta è alta: è in gioco l'avvenire stesso del Tibet, perché il Panchen Lama dovrà a sua volta designare e poi educare il successore dell'attuale Dalai Lama.
Il 14 maggio 1995, quest'ultimo, conformemente ai suoi do­veri e seguendo rituali plurisecolari, riconosce come undicesi­mo Panchen Lama un ragazzino di sei anni originario di una povera famiglia nomade, Gedhun Choekyi Nyima. La Cina, non potendo accettare l'intervento di una persona cui nega ormai ogni competenza spirituale, rapisce il bambino con i suoi famigliari e, dopo una finta estrazione a sorte in un'urna d'oro, insedia in sua vece un altro bambino della stessa età e dello stesso villag­gio. Da quel giorno nessuno ha più visto né sentito il piccolo Gedhun.
Parallelamente, una dura campagna di persecuzione religio­sa (ipocritamente chiamata «rieducazione») si abbatte ancora una volta sul Tibet e sui monasteri. Le foto del Dalai Lama vengo­no proibite, e i monaci sono obbligati ad accettare come Panchen Lama il bambino scelto da Pechino e a rinnegare definitivamente l'autorità spirituale del Dalai Lama. Arresti, chiusure di mona­steri, morti, fughe, esili... Le conseguenze, purtroppo, sono no­te. Sono le stesse da molto tempo.
Secondo paradosso, il silenzio dell'Occidente. Il paese più po­poloso della Terra, membro permanente del Consiglio di sicu­rezza delle Nazioni Unite, firmatario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e della Convenzione internaziona­le dei diritti del fanciullo, fa sparire sotto gli occhi del mondo un piccolo di sei anni senza che alcuna protesta ufficiale si levi. Ci rifiutiamo di credere che la paura della Cina o gli interessi commerciali si siano interamente sostituiti ai più elementari doveri umani, alle più semplici virtù e al rispetto che si deve al­la persona umana. Sarà allora che questa vicenda è troppo com­plessa, troppo estranea alla nostra sensibilità?
Se anche così fosse, oltre al fatto che ogni cultura e ogni au­tentica spiritualità sono degne di rispetto, oltre al fatto che me­ritano tanto più la nostra attenzione in quanto vittime di un ter­ribile genocidio, un aspetto fondamentale dovrebbe imporsi su tutti gli altri. Protagonista di questa storia è un bambino la cui sola colpa è essere nato; un bambino che ha già vissuto più di due anni della sua breve esistenza sequestrato dai cinesi; un bam­bino privato della sua infanzia che, a causa di una pretesa ra­gion di Stato, è diventato «il più giovane prigioniero politico del mondo». Questa sola definizione dovrebbe essere sufficien­te a suscitare l'indignazione generale.
Tanto più che questo bambino, il cui silenzio ci soffoca, ha qualcosa di importantissimo da dirci.
Ci dice che attraverso lui è possibile leggere la storia di tutti i bambini oppressi della Terra.
Come pretendere, infatti, di far rispettare il diritto interna­zionale, come sperare di far progredire i valori fondamentali del­la morale riguardo a questi milioni di bambini che, ovunque, so­no sfruttati, percossi, violentati, uccisi, se non si è capaci di occuparsi subito del più conosciuto tra loro, vittima di un evi­dente e grossolano terrorismo di Stato? Questo non è solo un dramma individuale, è un caso esemplare, una questione di cre­dibilità in cui viene sollecitata la nostra responsabilità di «te­stimoni». (dalla prefazione)

Undici anni sono passati da quando è stato scritto questo libro e tredici da quando il piccolo Panchen Lama è stato rapito; fra cinque mesi Gedhun compirà vent’anni, e nessuno ancora sa dove sia.
Assolutamente da leggere questa mirabile ricostruzione della storia del Tibet e della tragedia che lo attanaglia – anche perché almeno tre quarti delle informazioni che vi si trovano sono del tutto sconosciute anche ai più informati tra di noi.

Gilles van Gradsdorff – Edgar Tag, Panchen Lama ostaggio di Pechino, Sperling & Kupfer



barbara


25 ottobre 2008

E QUESTA È UN’ALTRA COSA CHE NON CAPISCO

Occupare scuole e università è interruzione di pubblico servizio sì o no? (Naturalmente sappiamo tutti perfettamente che la risposta è sì).
L’interruzione di pubblico servizio è reato sì o no? (Naturalmente sappiamo tutti perfettamente che la risposta è sì).
L’impedimento a svolgere le lezioni nelle scuole e nelle università, oltre che interruzione di pubblico servizio e, conseguentemente, reato, è anche una violazione del diritto allo studio – costituzionalmente garantito – di chi vorrebbe studiare sì o no? (Naturalmente sappiamo tutti perfettamente che la risposta è sì).
Ora, le cose che non capisco sono due, e precisamente:
a) perché diavolo quando viene commesso un reato e violato un diritto non si dovrebbe fare intervenire la polizia per ripristinare la legalità e garantire i diritti violati?
b) perché diavolo dobbiamo essere governati da un coglione che prima promette di ripristinare la legalità e poi invece si caga sotto e si precipita a fare marcia indietro?

Non ci si stupisca, poi, se la gente diventa sempre più forcaiola quando i più elementari diritti vengono impunemente violati, quando si vive in uno stato in cui la certezza della pena è stata sostituita dalla certezza dell’impunità, in cui può tranquillamente accadere che i “dimostranti” vandalizzino le scuole in cui si è scelto di lavorare, che presidi e rettori calino le braghe di fronte a delinquenti e prevaricatori “per non avere guai”, in cui è possibile che dei “tifosi” assaltino un treno e scaraventino giù i viaggiatori che avevano pagato il biglietto e non succede niente, in cui come nella giungla, vige la legge del più forte, ossia del più delinquente.

barbara


6 ottobre 2008

LA VOCE CHE RICORDA

                                 

Prefazione del XIV Dalai Lama
Questo libro è una commovente testimonianza della sof­ferenza e dell'eroismo del popolo tibetano. In particolare, è la storia di Ama Adhe, che passò ventisette anni della sua vita nelle prigioni cinesi. Lei e i membri della sua fa­miglia furono imprigionati per aver partecipato al movi­mento di resistenza tibetano sorto nei primi anni Cinquan­ta. Sono persone come loro che hanno conferito alla lotta tibetana la forza e la durata che la contraddistinguono.
Sono felice che la vicenda di Ama Adhe possa essere co­nosciuta e che lei sia sopravvissuta per raccontarla. La sua è la storia di tutti i tibetani che hanno sofferto sotto l'oc­cupazione comunista cinese. È anche la storia delle donne tibetane che si sono sacrificate e hanno partecipato quan­to gli uomini alla lotta per la giustizia e la libertà. Come sostiene lei stessa, la sua è «la voce che ricorda i molti che non sono sopravvissuti».
Sono convinto che i lettori di questo libro si renderan­no conto della reale dimensione delle sofferenze del popo­lo tibetano e dei tentativi che sono stati fatti per cancella­re la sua cultura e la sua identità. Spero dunque che tale consapevolezza possa far nascere, almeno in qualcuno, il desiderio di sostenere la giusta causa del popolo tibetano.

TENZIN GYATSO
Sua Santità il XIV Dalai Lama

                                                       ……………………………………………..

[…] Nella primavera del 1990, quando tornai a Dharamsala, il funzionario per i diritti umani del governo tibetano in esilio, Ngawang Drakmargyapon, mi presentò a una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto: Adhe Tapontsang.
Sin dal primo incontro, ci sentimmo unite da un grande affetto e da un inesplicabile legame che si approfondì con il passare degli anni. Adhe ora mi considera la sua figlia adottiva. Da parte mia, io mi rivolgo a lei con il termine affettuoso e rispettoso di «Ama», madre, come lei viene chiamata in tutta la comunità tibetana. In quel primo in­contro mi chiese di scrivere la sua storia senza fretta, con particolare attenzione ai dettagli che mi avrebbe riferito. Non si trattava solo di descrivere le ferite della sua terra assediata, ma anche di salvare dall'oblio i preziosi ricordi di quella antica cultura che aveva avuto modo di conosce­re prima dell'arresto. Commossa dalla forza e dall'integri­tà che emanavano dalla sua persona e dalla terribile storia, mi sono impegnata a farne un resoconto scritto, che partisse dalla sua infanzia idilliaca, attraversasse la lunga prigionia e le torture fino al momento del rilascio.
Durante le prime interviste, Ama Adhe e io sedevamo su due letti in un'austera stanza nel centro di accoglienza dei rifugiati di Dharamsala, insieme con il funzionario per i diritti umani Ngawang, che ci faceva da interprete. A mano a mano che la storia procedeva, ascoltavo attonita. Quando parlava della sua giovinezza, Ama Adhe chiudeva gli occhi e il suo volto si trasformava in quello di una bambina ridente e spensierata. Quando invece ricordava le sue incredibili sofferenze, il volto non tradiva alcuna emozione. Io facevo fatica a mantenere lo stesso distacco quando, per esempio, mi mostrava un dito straziato dall'inserimento di bastoncini di bambù sotto le unghie.
Nel corso delle interviste, le uniche volte in cui Ama Adhe pianse furono quelle in cui tornava con la memoria alla sofferenza degli altri, i numerosi membri della sua famiglia, gli amici e gli estranei delle cui torture e orribili morti era stata testimone.
Il tono neutro con cui Ama Adhe racconta le sue terrificanti esperienze è a tratti quasi sconcertante. Tuttavia il lettore deve capire che questo atteggiamento riflette la lingua e la cultura tibetana. È stato spesso notato dagli stranieri che i tibetani non amano parlare della loro vita con accenti drammatici o tragici. Questo forse dipende dal fatto che soffermarsi sulle proprie sventure personali significa essere concentrati su se stessi, cosa poco apprezzata nella prospettiva buddista di cui è permeata l'intera società tibetana. Può darsi che proprio questo atteggiamento impersonale, che riscontriamo nel tono straordinariamente pacato e fermo di Ama Adhe, sia quello che le ha permesso di sopravvivere agli eventi terribili riferiti in questo libro.

Al di là di ciò che sappiamo. Al di là di ciò che pensiamo. Al di là di ogni nostra più sfrenata fantasia. Il Tibet raccontato dal di dentro, da chi l’occupazione l’ha vissuta sulla propria pelle e nella propria carne, oltre che nella propria anima. Vicende inimmaginabili anche per chi si ritiene informato, raccontate senza retorica, senza enfasi, senza odio e senza rabbia, neppure quando rievoca episodi come l’esecuzione del cognato di fronte a lei, a pochi centimetri di distanza, coi brandelli di cervello che le schizzano addosso. E con questa sua narrazione pacata sciorina davanti a noi il sistematico annientamento di una cultura, di una civiltà, di una lingua, di un popolo, condotto con spietata determinazione giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, in un crescendo che dà le vertigini. «Ho fede che non esista sulla Terra nulla di più potente della verità. E presto o tardi la verità deve essere conosciuta». Sono le ultime parole di Ama Adhe, e le condivido totalmente: per questo sono qui a scriverne. E dunque tu adesso vai a comprarti il libro e te lo leggi. Subito. E non voglio sentire storie. (E qui puoi sentire la sua voce)

Ama Adhe, La voce che ricorda, Sperling&Kupfer Editori



barbara


3 ottobre 2008

E NON DIMENTICHIAMO IL TIBET

                                                    

dove si soffre e si muore.



barbara


16 agosto 2008

SUITE FRANCESE

Un’idea grandiosa: una sequenza di cinque libri, un immenso affresco di un evento storico ancora in divenire, ossia la seconda guerra mondiale, l’invasione e l’occupazione tedesca, la miseria morale di parte non piccola della nazione francese – senza troppe differenze fra popolo, borghesia e aristocrazia – e la piaga del più abietto collaborazionismo. Un quadro vivo e spietato, a tratti addirittura epico – ma la storia incalza, il destino incombe, Auschwitz è alle porte, e di libri ha il tempo di scriverne solo due.
Singolare destino, quello di questa donna, intrisa dei peggiori pregiudizi antisemiti (capelli crespi, naso adunco, mano molle, dita e unghie a uncino, colorito scuro, giallo o olivastro, occhi neri, ravvicinati e melliflui, corporatura gracile, guance livide, denti irregolari, narici mobili, sete di guadagno, isteria, atavica abilità nel vendere e comprare paccottiglia, fare traffico di valuta, improvvisarsi commessi viaggiatori, rappresentanti di finti merletti o munizioni di contrabbando, gentaglia ebrea, bisogno quasi selvaggio di ottenere le cose desiderate, disprezzo cieco per ciò che possono pensare gli altri, insolenza ebraica) e che tuttavia, consapevole che ciò le potrà costare la deportazione e la vita, non esita a qualificarsi come persona “di razza ebraica”. E come tale conclude la sua breve vita in una camera a gas.
Singolare anche la sua scrittura, in un francese così ricco, brillante, cristallino – nonostante sia da pochi anni immigrata dalla Bielorussia, in fuga dalla rivoluzione – da indurre i suoi primi editori a sospettare che si tratti di un prestanome per qualche scrittore famoso desideroso di pubblicare qualcosa in incognito. Ed è una scrittura veramente magistrale che, unita a una sublime perfidia, rende la sua opera assolutamente meritevole di essere letta.

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi



barbara


23 maggio 2008

UN MODO COME UN ALTRO PER RICORDARE IL TIBET



che da quasi sessant’anni sta vivendo una tragedia come poche altre al mondo, che da quasi sessant’anni sta vivendo un’infame occupazione e repressione e persecuzione dei propri abitanti nell’indifferenza pressoché totale dell’opinione pubblica, dei mass media, dei politici, dell’Onu, di Amnesty International.
(E, vista la data, ricordiamo anche lui)

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo.


20 febbraio 2008

PERCHÉ IL TERRORISMO?

Riporto alcuni brani da un’analisi di Daniela Santus, tratta dalla sua risposta a una lettera del prof. Angelo D’Orsi che reclamava con forza un boicottaggio a 360° di Israele – e questa è nuova: vero che non l’avevate mai sentita?). Analisi basata sulla sua profonda conoscenza della storia e delle dinamiche che muovono le vicende israelo-palestinesi, che condivido e sottoscrivo in toto.

Lo stato palestinese avrebbe potuto nascere nel 1948, ma non è stato voluto dagli stati arabi; avrebbe potuto nascere all'indomani della prima guerra arabo-israeliana e fino al 1967, ma non è stato voluto da Egitto e Giordania (che occupavano quei territori); avrebbe potuto nascere nel 2000, ma non è stato voluto da Arafat che ha preferito spendere l'arma del terrorismo per ottenere di più...avrebbe persino potuto incominciare ad esistere a Gaza dopo lo sgombero di tutti i coloni nell'estate di un anno fa, ma non è stato voluto da chi ha continuato a credere che il terrorismo pagasse di più.

La maggior parte degli israeliani oggi è convinta, e giustamente, che senza spartizione del territorio l’esistenza futura d’Israele è a rischio. Hizbullah e Hamas hanno attaccato la capacità di Israele di districarsi dall’occupazione. E, almeno per il momento, ci sono riusciti.
Molti si sono scandalizzati quando il primo ministro israeliano Ehud Olmert, nel bel mezzo dei combattimenti in Libano, ha dichiarato che questa guerra doveva aprire la strada al suo piano di convergenza (concentrare gli insediamenti di Cisgiordania in pochi grandi blocchi a ridosso della Linea Verde). Forse non era pratico dirlo, ma il concetto era serio. Se Israele avesse ottenuto una netta vittoria, se fosse riuscito a eliminare la minaccia dei missili, avrebbe aperto la strada all’attuazione del piano di ritiro unilaterale dal primo Ministro definito, appunto, “convergenza”.
Gli israeliani non sono abituati a pensare ai loro nemici in questi termini, ma è un fatto che questa volta gli estremisti islamici non combattevano "contro" l’occupazione: combattevano piuttosto per perpetuare l’occupazione.
Basta ricapitolare la sequenza dei fatti: Israele firmò gli Accordi di Oslo nel settembre 1993 perché la maggior parte degli israeliani era giunta alla conclusione che l’occupazione metteva in pericolo il futuro del paese. Arafat, nel 2000, fece naufragare la spartizione del territorio. Gli israeliani ne dedussero che non c’era modo di porre fine all’occupazione attraverso un accordo e si mossero per porvi fine lo stesso, ma senza accordo. E’ così che è nato il concetto di "ritiro unilaterale".
Ora gli estremisti islamici hanno trovato il modo di impedire anche questa strada verso la spartizione. Su entrambi i fronti dove Israele si è ritirato unilateralmente (sud del Libano e striscia di Gaza), hanno iniziato a tormentarlo coi lanci di missili e razzi, costringendolo a invadere di nuovo proprio le aree da cui si era ritirato. Non appare strano?
Sia la sinistra che la destra israeliane, a quanto pare, non hanno compreso le intenzioni palestinesi e quest’ultimo round di violenze ne é l’amara conferma. La sinistra credeva che i palestinesi avessero optato per la pace e per la spartizione della terra e che fossero pronti a rinunciare al sogno di tutta la Palestina, una Palestina “liberata” da ogni presenza ebraica. Il che si è rivelato non vero.
La destra credeva che i palestinesi non avrebbero mai rinunciato al sogno di “liberare” tutta la Palestina, il che si è rivelato vero. Ma non ha capito la loro tattica. I falchi della destra, infatti, erano convinti che i palestinesi perseguissero una tattica “a fette di salame”: se gli si darà un piccolo stato in Cisgiordania e Gaza, lo useranno per continuare a combattere e ottenere tutto il resto. Questa valutazione si è rivelata errata.

Gli estremisti palestinesi sono invece convinti, come è convinta la sinistra israeliana già da parecchi anni, che l’occupazione metta a rischio l’esistenza stessa di Israele: perché lo isola a livello internazionale, lo lacera all’interno, lo espone al terrorismo, unisce gli arabi contro di esso e, infine, perché porterà al crollo dello stato ebraico in una maggioranza araba fra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Sulla base di queste (esatte) valutazioni, gli estremisti palestinesi agiscono coerentemente per impedire la spartizione. La spartizione li priverebbe delle più efficaci armi a loro disposizione contro Israele.
Anche Arafat lo aveva capito bene, e per questo nel 2000 fece saltare l’accordo offertogli dall’allora primo ministro israeliano Ehud Barak a Camp David e a Taba. Hamas e Hizbullah lo capirono ancora prima di Arafat e si attivarono per bloccare il processo di pace e impedire la spartizione territoriale fin dai primi anni ’90. Ai loro occhi la Conferenza di Madrid del 1991 fu l’inizio di una china pericolosa e pertanto misero in campo tutti i mezzi che potevano per impedire qualunque progresso del processo di Oslo (“l’Accordo del Tradimento”, nel linguaggio di Hamas). Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah, non esitò a invocare l’assassinio di Arafat quando questi si avviò sulla strada della spartizione (allora nessuno sapeva che non sarebbe mai arrivato ad attuarla veramente).
A quanto pare, sia Hamas che Hizbullah sono attori politici assai realisti, quando si tratta di definire la tattica. I loro obiettivi millenaristici saranno anche illusori, ma i mezzi che usano contro Israele sono perfettamente razionali. Entrambi sapevano che attacchi missilistici dalle aree che Israele aveva sgomberato avrebbero bloccato ulteriori futuri ritiri. Entrambi capivano bene ciò che Ehud Olmert aveva spiegato in modo così eloquente agli israeliani prima delle elezioni: che la sopravvivenza di Israele dipende da confini stabili internazionalmente riconosciuti in un territorio dove gli ebrei siano una chiara maggioranza. Il che significa porre fine all’occupazione.
Sulla base di questa logica Hamas e Hizbullah hanno deliberatamente puntato a ostacolare il ritiro unilaterale, per impedire che finisse l’occupazione e per bloccare la strada di Israele verso confini stabili e internazionalmente riconosciuti. Sotto questo aspetto, la loro recente campagna missilistica è stato un successo. Se Israele avesse vinto questa guerra, ora la strada sarebbe aperta verso la fine dell’occupazione. Ma non è andata così. (Torino, settembre 2006; grazie a Liberali per Israele)

Che le cose stiano esattamente così, è chiaro come il sole. Basta solo non chiudere gli occhi per evitare di vederlo.


barbara


10 settembre 2007

SAHARAWI, FIGLI DI UN DIO MINORE



La pista
ripida corre tra colline spaccate. Sobbalza per ore la jeep rovente, lanciata verso le dune tremanti di un rosso che annienta l'ocra delle distese di fossili. Ho dovuto arrivare fino a Dakhla, il campo profughi saharawi più lontano dall'aeroporto di Tindouf, sudovest dell'Algeria, per ricevere una lezione di giornalismo secca e lucida. Me la impartisce Maima Mahmud Nayem, direttrice della scuola delle donne, mentre allieve di ogni età avvolte nelle melfah azzurre e gialle imparano l’inglese, lo spagnolo, l'informatica e la fotografia, materie che schiaffeggiano l'immobilità di questo deserto a 50 gradi. Maima ha 34 anni, un'aria dolce e impaziente. Si è laureata in ingegneria a Cuba, il paese che con Libia, Algeria e Spagna offre più borse di studio a questi eterni profughi. Mi spiega che le ragazze al computer costruiscono un blog su internet per comunicare oltre il loro asfissiante destino. Poi Maima esplode. «A voi
giornalisti non importa niente di noi. Cercate storie morbose, di poveracci che si ammazzano per un pezzo di pane, e i Saharawi non sono così. Da noi non esiste analfabetismo né violenza domestica. Il nostro Islam valorizza le donne, libere ed emancipate. Venite a guardarci come fossimo leoni in gabbia e intanto mantenete i funzionari dell'Onu che stanno qui dal '91 senza aver mosso un dito». Incasso. Avanzo un'unica, deprimente ipotesi: «Forse non si parla di voi perché non vi fate saltare in aria».
La rabbia che trasfigura Maima è il sentimento più ostinato e palpabile nei campi profughi attorno a Tindouf, geometriche distese di tende e baracche che il popolo saharawi abita da oltre trent’anni, nutrito dagli aiuti internazionali. La loro è una decolonizzazione incompiuta: vivevano nel Sahara Occidentale, la regione a sud del Marocco che nelle mappe resta tratteggiata come una dannata no man's land. Era una colonia della Spagna, che nel 1975 la cede a Marocco e Mauritania in cambio dello sfruttamento dei suoi fosfati e del mare pescoso. Accordo illegittimo: l'Onu e la Corte dell'Aia avevano sancito il diritto dei Saharawi a decidere la loro indipendenza con un referendum. Invece vengono cacciati dai coloni marocchini e da bombe al napalm. Duecentomila marciano nel deserto fino all'Algeria, che li accoglie come rifugiati. Altri rimangono nel Sahara Occidentale, oppressi e incarcerati fino a oggi se inneggiano alla Rasd, la Repubblica araba saharawi democratica fondata nel ‘76 dai Saharawi in esilio. Il suo braccio armato, il Fronte Polisario, fa guerra al Marocco (la Mauritania si ritira subito) fino al '91: nomadi a dorso di cammello tengono testa all'esercito di Rabat, abbattono
aerei a colpi di kalashnikov e riconquistano la striscia orientale del loro territorio, deserto verde di acacie e carrubi. A lungo il Marocco nega il sangue versato in questo spicchio di nulla, ma i Saharawi collezionano documenti dei soldati avversari e ogni relitto di missili, mine e carri armati, per farne un museo a cielo aperto che resta una toccante testimonianza di dramma e pietà.
Dal '91 l’Onu, con la missione Minurso, controlla che i nemici non si riarmino. La tregua doveva preludere al referendum sul Sahara Occidentale, ma tutto stagna da allora: i piani di pace cadono nel vuoto, i rigurgiti di violenza del 2OO5 fanno parlare do intifada nel deserto. Il Marocco non cede il Sahara Occidentale, ricco anche di petrolio, e propone un’autonomia sotto la propria sovranità. I Saharawi non ci stanno, chiedono il referendum. Quest'anno sono ripartite le trattative mediate dall’Onu, subito chiuse a pedine ferme: l’ultimo incontro del 10 agosto a New York ha visto una maggiore rigidità di Rabat e prodotto solo l'ennesimo rinvio. Nessuna potenza occidentale preme sul Marocco, irrinunciabile alleato nel Maghreb contro il terrorismo islamico, alimentando la tensione con l'Algeria che appoggia la Rasd.
L'ultima polveriera d'Africa: ecco come appare il deserto roccioso, suggestivo solo al tramonto, dove i rifugiati saharawi governano un efficiente Stato in esilio. Hanno un presidente della Repubblica, Mohammed Abdelaziz, sempre rieletto dal '75; ministeri, Parlamento e divisioni amministrative. La Rasd fa parte dell'Unione Africana - il Marocco ne è uscito per questo - è riconosciuta da 78 paesi (ma non da Usa e Ue) e ha ambasciatori sparsi per il globo, compresa l'Italia. È l'unico caso al mondo di autogestione degli aiuti umanitari: una società di sabbia, popolata da poliglotti e laureati che sognano il mare del Sahara Occidentale. Ogni profugo vi ha lasciato una madre, un fratello, un figlio. «Nel '75 avevo otto anni» racconta Mohammed Yeslem, ambasciatore saharawi ad Algeri. «Mi sono incamminato nel deserto con mio zio pensando che non avrei visto i miei genitori solo per qualche settimana. Sono 32 anni».
Nell'afa paralizzante di lenti pomeriggi, i profughi si concedono solenni riti del tè porgendo tre bicchieri: amaro come la vita, dolce come l'amore, soave come la morte. Nessuno crede più nell'Onu: è la guerra ad aleggiare tra sguardi e parole. «Siamo giocattoli della comunità internazionale» esplode Ardati Muhammed, trent'anni, che nel centro culturale di Dakhla cerca in Internet notizie sul Sahara occupato. Ne trapelano poche: la polizia marocchina espelle i giornalisti, arresta i manifestanti e il 4 agosto ha sequestrato l'auto al giudice italiano Nicola Quatrano, consulente dei Saharawi. «Non abbiamo soldi per comprare esplosivi» aggiunge Ardati «ma se la nostra testa si surriscalda, stai certa che li troveremo». La moglie del presidente della Rasd, Hadija Hamdi, usa toni più moderati in un francese impeccabile: «Investiamo in istruzione» mi dice nella piazza polverosa del campo "27 febbraio”. «Abbiamo creato biblioteche e centri culturali, e incoraggiamo le donne alla partecipazione politica nell'attesa di riavere la nostra terra».
I Saharawi stanno ripopolando le strisce di frontiera, quelle che corrono lungo i 2.700 chilometri del muro di sabbia, cemento e filo spinato eretto dal Marocco per separarli dal Sahara Occidentale. Solo i berretti blu della Minurso vi passano attraverso. Noi lo guardiamo a distanza: il terreno rigurgita di mine marocchine e i cammelli saltano in aria a grappoli. Si passa di qui per l'avamposto militare di Tifariti, zona-tampone controllata dall'Onu e scelta per ospitare il referendum, se mai avverrà. Capolinea mistico e tragico, un deserto dei Tartari dove i nemici si scrutano immobili e la caserma è una labirintica madrasa bianca che sembra un quadro di De Chirico, appena le ombre s'allungano. I militari saharawi arrostiscono fegato di cammello e non cessano di addestrarsi. «Siamo stanchi di una pace inutile» confessa il comandante Brahim Beidella «il nostro ideale ci rende più forti del nemico». Pochi passi più in là, nella tenda della Minurso con tv satellitare e aria condizionata, un capitano italiano si lascia sfuggire: «Se marocchini e saharawi si riarmeranno, noi saremo gli ultimi a saperlo». (Emanuela Zuccalà, L’Espresso)

Giusto per non dimenticare che ci sono anche questi, come già ricordato qui (a proposito, che cosa ha decretato il tribunale internazionale dell’Aja per questi
2.700 chilometri di muro di sabbia, cemento e filo spinato eretto dal Marocco per separarli dal Sahara Occidentale? Quali iniziative sono state prese dagli attivisti per i diritti umani? Quali mobilitazioni sono state organizzate dalle Donne in nero? Così, giusto per curiosità …)


rifugiati saharawi

barbara

sfoglia     dicembre        febbraio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA