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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 gennaio 2012

REGALIAMOCI UN RIPASSINO DI STORIA

Che ogni tanto fa bene: per chi la storia la sa ma gli manca qualche dettaglio; per chi la sapeva ma l’ha un po’ dimenticata; per chi più o meno la sa ma con tutte le menzogne che girano è un po’ frastornato; per chi non la sa ma la vorrebbe sapere; per chi l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva un’altra chimera.

Restituzione e pulizia etnica

Cari amici,
durante una discussione con un lettore di IC, non proprio d'accordo con la nostra linea, è emerso un argomento importante, che mi accorgo di non aver mai trattato a sufficienza. Cerco di esporvelo qui, perché mi sembra che non solo io non ne parli abbastanza, ma sia proprio rimosso.
Il fatto è questo. Durante le trattative, e la propaganda infinitamente ripetuta che praticano secondo la ricetta di Goebbels ("mentite, mentite, alla fine vi crederanno tutti"), i "moderati" dell'Autorità Palestinese ripetono che precondizione delle trattative (che hanno appena abbandonato di nuovo "definitivamente", lo sapevate?
http://www.haaretz.com/print-edition/news/palestinians-peace-negotiations-with-israel-have-ended-1.409229) la "restituzione" dei "territori occupati" da Israele nei "confini" del "67".
Ora, sappiamo tutti che non si tratta di "confini", ma di linee armistiziali, come gli stessi stati arabi vollero precisare esplicitamente negli accordi armistiziali del '49, evidentemente con l'idea di cercare presto la rivincita per cancellarli. E sappiamo anche che non sono del '67, ma del '49, non la premessa di una guerra di conquista di Israele, che non c'è mai stata, ma la conclusione di una durissima e sanguinosissima autodifesa contro la "guerra di sterminio e di massacro" (così definita dal segretario della Lega Araba d'allora, 'Abd al-Rahman 'Azzam Pascià: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele).
Ma vale la pena di concentrarsi sull'altro elemento propagandistico: "restituzione". Si restituisce una cosa a qualcuno che l'aveva. Ma fra il '49 e il '67 chi aveva quei territori era uno stato che si chiamava Transgiordania, ritagliato abusivamente dagli inglesi nel '22 dal mandato che era stato loro affidato dalla conferenza di San Remo allo scopo di realizzarvi "la patria nazionale ebraica" (Jewish National Home). La Transgiordania si annesse la "Cisgiordania" e si fece chiamare da allora Giordania. Ma anche se la maggioranza dei suoi cittadini è più o meno parente o ha origini analoghe a quelle degli arabi che vivono dall'altra parte del Giordano, ha sempre rifiutato, ora come cinquant'anni fa, di dichiararsi "stato palestinese". Sono "hashemiti", dicono, legati a origini arabe (il che è vero per la dinastia regnante) e alla cultura beduina. Hanno anche rinunciato a ogni pretesa sulla "Cisgiordania" e stanno cercando di togliere la cittadinanza ai "palestinesi", stanziati lì da sempre.
E allora perché "restituzione"? Perché sono arabi anche loro, com'erano arabi anche gli egiziani che occuparono Gaza nello stesso periodo, senza però annetterla. Si tratta dunque di "restituire" agli arabi una terra che come arabi non avevano più governato dal tempo delle Crociate (quando era passata di mano dal califfato di Baghdad, arabo benché lontano) ai Mammelucchi e poi agli ottomani, entrambe dinastie turche). La richiesta della "restituzione" getta dunque molte ombre sull'autonomia nazionale "palestinese". Quel che conta è un governo arabo o anche solo islamico - tant'è vero che i "palestinesi" non hanno mai fatto "resistenza" contro giordani ed egiziani, certamente occupanti e con minor titolo degli israeliani, visto che col mandato internazionale di Palestina non avevano a che spartire.
Ma c'è di più, qualcos'altro che la dirigenza "palestinese" rimpiange e cui vuole con tutte le sue forze ritornare. Durante l'occupazione giordana, la situazione era questa: nella "Cisgiordania" non c'erano ebrei, non uno solo, non era loro permesso neanche venire in visita alle tombe, tanto meno pregare nei luoghi sacri. In Israele invece gli arabi c'erano, stavano bene e crescevano. Insomma, la situazione ideale, la stessa che ora vorrebbe Abu Mazen: un territorio "judenrein" (per dirla coi nazisti) in mano agli arabi, se non ai palestinesi, e una Israele che sarebbe stata prima o poi "conquistata dal ventre delle donne", come si espresse Arafat, se non dalle armi. Perché non c'erano ebrei nella "Cisgiordania" occupata dai giordani? Perché erano stati cacciati a suo tempo dai Romani, dai bizantini, dagli Abbassidi, dai Crociati, dai Mammelucchi ecc. ? Tutte queste cacciate erano avvenute, ma gli ebrei non si erano mai del tutto staccati dalla loro terra (che più delle pianure costiere che formano buona parte dello stato di Israele erano state proprio le colline di Giudea e Samaria). Ci erano sempre ostinatamente tornati.
No, c'era stata un'altra cacciata, una vera e propria pulizia etnica, l'ultima (o nelle speranze di Abu Mazen e dei "pacifisti", la penultima). Quella realizzata dai Giordani (e dai loro "consiglieri" britannici che ne inquadravano l'esercito secondo le tipiche modalità colonialiste). Durante la Guerra d'Indipendenza i giordani "ripulirono" sistematicamente tutte le antichissime residenze ebraiche (Gerusalemme, Hebron ecc.) e naturalmente anche i numerosi insediamenti moderni, le fattorie e i villaggi (buona parte dei quali è stata di nuovo popolata dopo il '67 diventando nel gergo arabo e "pacifista" le "colonie"). Si trattò di un'azione molto violenta che comportò per esempio la distruzione di tutte le sinagoghe del quartiere ebraico di Gerusalemme, la devastazione di tutte le case ebraiche ecc. (http://www.zionism-israel.com/his/Hadassah_convoy_Massacre-4.htm)
Fu un caso? Il frutto delle cieche violenze della guerra? Niente affatto. Il colonnello Abdullah el Tell, comandante locale della Legione Araba giordana, ha descritto la distruzione del quartiere ebraico, nelle sue Memorie: "Le operazioni di distruzione calcolati furono messe in moto...  Sapevo che il quartiere ebraico era densamente popolato da ebrei... Ho iniziato, pertanto, il bombardamento del quartiere con mortai, attuando danni e distruzione... Solo quattro giorni dopo il nostro ingresso in Gerusalemme il quartiere ebraico era diventato il loro cimitero. Morte e distruzione regnavano su di esso... All'alba di venerdì 28 Maggio 1948, il quartiere ebraico emerse distrutto in una nera nuvola, una nuvola di morte e agonia..." Il comandante giordano riferì ai suoi superiori: "Per la prima volta in 1.000 anni, non un singolo Ebreo rimane nel quartiere ebraico. Non un singolo edificio rimane intatto. Questo renderà impossibile agli ebrei tornare qui" (http://www.israpundit.com/archives/38787). Insomma fu una vera e propria deliberata pulizia etnica. Guardate qui alcune foto: http://proisraelbaybloggers.blogspot.com/2011/11/ethnic-cleansing-of-jerusalem.html.
"Anche se solo il Pakistan e la Gran Bretagna riconobbero la sovranità di Hussein su quello che i media mondiali continauano a chiamare, secondo l'ottica giordana "West Bank" "Cisgiordania" e "Gerusalemme Est", la parte orientale di Gerusalemme e il resto di Giudea e Samaria fu oggetto di una vera e propria pulizia etnica dei suoi ebrei.
Ebrei vissero in tutte le parti di Gerusalemme da secoli, tutt'intorno al  Monte del Tempio, fino al 1948 quando i soldati di re Hussein ne uccisero molti e costretto il resto fuori. Per 19 anni il re Hussein di Giordania non solo ha reso la parte orientale di Gerusalemme (la sola su cui aveva potere, lo avrebbe fatto dappertutto se avesse potuto) "judenrein", ma ha sradicato i simboli ebraici. I cimiteri furono vandalizzati. Lapidi ebraiche furono utilizzate per strade e servizi igienici. 58 sinagoghe ebraiche nella Città vecchia distrutte o trasformate in stalle per cavalli. Il tentativo giordano di cancellare ogni traccia di presenza ebraica quasi riuscì, ma fu sconfitto dagli israeliani nel giugno del 1967." (http://www.palestinefacts.org/pf_independence_jerusalem.php). Per questo è sbagliato parlare di occupazione israeliana di Gerusalemme e bisogna capire che fu una liberazione.
Il paradosso vuole che i "nuovi storici" israeliani hanno attentamente analizzato ogni traccia di un presunto tentativo israeliano di fare pulizia etnica nel '48-49 dai territori su cui avevano potere (trovando tracce di qualche incidente, ma nulla di più, come provano le centinaia di migliaia di arabi che non accolsero l'appello degli eserciti arabi a fuggire dalle loro case e sono rimasti indisturbati da allora, moltiplicando numeri e ricchezza. E oggi i palestinesi e i loro amici all'Onu e nei giornali di sinistra accusano Israele di voler "giudeizzare" Gerusalemme. Ma la pulizia etnica giordana non è ricordata, né indagata dagli storici. E soprattutto non si parla del progetto "palestinese" di ripeterla sui territori che saranno loro assegnati e possibilmente su tutta Israele.
la questione delle "colonie" è tutta qui, un affare di pulizia etnica, la riproduzione oggi di quel che  avvenne in passato, di quel che progettava instancabilmente Amin Al Husseini, il muftì di Gerusalemme amico di Hitler (http://blogs.jpost.com/content/same-message-different-mufti-rhetoric-1940s-2012). Non dimentichiamolo, la restituzione della terra vuol dire per gli arabi la sua pulizia etnica.

Ugo Volli  (informazione corretta)

Sì, la questione è davvero tutta qui: i nuovi nazisti hanno tentato di portare a termine l’opera dei vecchi nazisti di Hitler, non ci sono riusciti, e allora stanno continuando a chiedere al mondo di aiutarli a farlo. E il mondo sta continuando a cercare il modo di farlo senza farsi notare troppo. Pare che Hitler abbia detto una volta: “Il mondo ci ringrazierà per avergli fatto il lavoro sporco”. Non si sbagliava.

barbara


13 novembre 2011

È PERICOLOSO ILLUDERSI

Mia madre, che lasciò Konin da ragazza per trasferirsi a Berlino con i suoi zii, non dimenticò mai quanto fosse diverso l’atteggiamento degli ebrei tedeschi nei confronti del loro Paese. Suo cugino Siegfried, che le era più o meno coetaneo, ogni giorno sedeva al pianoforte e suonava l’inno nazionale: Deutschland über Alles. «Vedi, - diceva a mia madre – io posso farlo perché sono tedesco. Tu no: tu sei una Ostjüdin, un’ebrea dell’Est». Pochi anni dopo Siegfried sarebbe stato massacrato di botte dalla Gestapo e costretto a fuggire dalla Germania senza un soldo.
Theo Richmond, Konin, pp. 257-58.

Le illusioni sono pericolose.
È pericoloso illudersi che stia arrivando la primavera quando in realtà sono in arrivo piogge torrenziali che, se ci troveranno impreparati, rischiano di sommergere tutto.
È pericoloso illudersi che basti una mano tesa per ammorbidire l’avversario, quando quello sta solo aspettando il momento più propizio per tagliarla.
È pericoloso illudersi che questo o quel partito sia amico, quando in realtà sta facendo comunella con i tuoi peggiori nemici.
È pericoloso illudersi che la notte dei cristalli sia roba vecchia di oltre settant’anni, quando invece risale ad appena quattro giorni fa.
È pericoloso illudersi, perché quando ti illudi abbassi le difese, ed è quello il momento che il tuo nemico sta aspettando, per colpirti con più facilità e più a fondo. E se qualcuno, avendo completamente dimenticato la storia, si illude che agli ebrei buoni toccherà una sorte migliore che agli ebrei cattivi, beh, prima o poi sarà costretto a sbattere il naso contro il muro della realtà.


barbara


9 novembre 2011

C’È REDENZIONE AL MALE ASSOLUTO?

Forse sì. A volte sì. Indubitabilmente sì. Guardare per credere.



barbara


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


3 luglio 2011

LE NAVI GRIGIE

di Jack Cohen

Ero seduto sulla veranda del ristorante del Mini-Golf a Netanya, ammirando il tramonto sul mar Mediterraneo. Era bellissimo, non una nave in vista, l'ampio orizzonte libero del mare che si estende a perdita d'occhio. Ha portato alla mente due cose.
Mi ricordo un racconto breve di Amos Oz che ho letto una volta, intitolato "Le navi grigie" o qualcosa del genere.
Ogni giorno un vecchio a Tel Aviv si alza presto e va sulla riva del mare a guardare verso l'orizzonte. Qualcuno gli chiede perché fa una cosa del genere e lui risponde: "Sto aspettando l'arrivo delle navi grigie". Naturalmente, le "navi grigie" rappresentano il timore che tutti abbiamo del male lontano dei nazisti tedeschi, o degli Inglesi o di tutti gli altri, che navigano verso il nostro piccolo Stato indipendente cercando di farci fuori.
Stavo pensando che non ci sono imbarcazioni all'orizzonte. Ad eccezione della flottiglia, che sta ora facendo la sua strada dalla Grecia verso le nostre coste. Oh sì, puntano verso Gaza. Ma senza dubbio sono le repliche delle "navi grigie", sono i suoi sostituti, che dal cosiddetto mondo civilizzato piombano su di noi per dirci che cosa fare, che cosa è morale. E noi avremmo bisogno del vostro consiglio, dopo quello che ci avete fatto? È pieno di autocompiaciuti presuntuosi "utili idioti" che cercano di darci una lezione morale. Che cosa ne sanno loro, dei terroristi di Hamas che lanciano razzi sui nostri figli? Che cosa ne sanno loro, dei teppisti di Hamas che lanciano giù dai tetti gli uomini di Fatah? Che cosa ne sanno loro, dell'odio per gli Ebrei inculcato nei loro figli nelle scuole dell'Unrwa?
Così le "navi grigie" stanno cominciando a venire. Quando ho lasciato il ristorante, sono stato attratto un attimo dalla visione del nuovo edificio che s'impenna di fronte al ristorante. È di 30 piani e ha la forma di una scalinata con una torre in cima. Sembra un'enorme nave grigia. Ho avuto l'improvvisa immagine dei due gruppi di imbarcazioni, l'edificio grigio e la flotta, impegnati in battaglia l'uno contro l'altro. Abbiamo piantato radici profonde nella nostra terra, quando i pionieri giunsero qui non c'era nulla. Il villaggio di Uhm Khaled si trovava vicino all'ufficio postale principale che oggi è di fronte al centro commerciale Sharon. Lo sceicco ha venduto la terra ai sionisti dicendo loro "Vi abbiamo aspettati centinaia di anni per restituirvela." Allora c'era solo sabbia, mare e cielo. Ora c'è una metropoli movimentata di circa 200.000 persone. E adesso quegli intrusi hanno pure il coraggio di mettere in discussione il nostro diritto di esistere, noi che abbiamo sviluppato il terreno e costruito le città e quelli di noi che sono seguiti. Così, portate pure avanti le vostre "navi grigie", la vostra flottiglia di odio.

Noi siamo qui! (Traduzione di Fulvio del Deo)

Quel “Noi siamo qui” pare che qualcuno abbia difficoltà a comprenderlo, e da decenni sta tentando di annullarlo. Ci si sono rotti le corna, gli è costato migliaia di morti e decine di miliardi di dollari e ancora non se ne sono fatti una ragione. Ma, lo capiscano o no, se ne facciano una ragione o no, resta comunque il fatto, incancellabile, che NOI SIAMO QUI. (Tu invece vai anche qua)

               

barbara


16 giugno 2011

JORGE SEMPRÚN

Ho saputo solo adesso, con vergognoso ritardo, che ci è venuto a mancare un grande. Credo che queste poche parole di David Bidussa siano quelle giuste per ricordarlo.

Ci mancherà Jorge Semprun, deceduto a Parigi la settimana scorsa. Penso soprattutto a “Il grande viaggio”, un libro che ci ha costretto a ragionare su un passaggio esistenziale della vita dei milioni di uomini e donne passati dalla libertà al “campo”. Fino a prima di quel piccolo libretto di Semprun tutto finiva al momento dell'arresto e tutto cominciava al momento dell'ingresso nel campo. Il viaggio era una terra di nessuno, senza storia. Semprun ci ha costretto a scavare in  quella “terra di nessuno” e a prestare attenzione a quel tempo e a quell’esperienza in cui prendono forma i lineamenti antropologici del campo prima di entrarvi, senza che ci sia stato ancora il tempo di diventare sommersi o salvati.

Ho letto i suoi libri, e credo che li dovrebbero leggere tutti. E ho letto le sue sconvolgenti, e sconvolgentemente vere, parole scritte per la morte di Primo Levi: “Primo Levi, morto ad Auschwitz quarant’anni dopo”.



barbara


21 maggio 2011

MBÈ, COS’HAI DA GUARDARE?



E voi invece guardate qui.

barbara


5 novembre 2010

PIO XII – QUALCHE UTILE INFORMAZIONE SUPPLEMENTARE

Pio XII: Sotto il cielo (nero) di Roma

Ogni chiesa ha i suoi chierichetti. Assistono il prete durante la messa, portano il secchiello dell’acqua benedetta e i santini per i fedeli. O, meglio ancora, per gli infedeli. Se ne trovano a tutte le età, anche se sono per lo più ragazzi allevati nelle parrocchie con corsi per catecumeni. Si distinguono perché hanno un contegno, uno stile comunicativo, che lo stesso esercizio del chierichetto obbliga ad avere. Toni persuasivi, quasi da confessori, voce bassa e sicurezza per le proprie verità. Sono espressioni, direbbe Foucault, del potere che deforma e rende gli uomini a sua immagine e somiglianza.
Un esempio di chierichetto in una messa televisiva solenne è il solito Bruno Vespa con il suo “Porta a Porta”. Imperversa da tempi immemorabili su Rai Uno tutte le sere tra il lunedì e il giovedì, in seconda serata. Come le febbri malariche endemiche che si presentavano a intermittenza e che gli antichi, non sapendo come definire, chiamavano terzane maligne e quartane.
Giovedì 28 ottobre, il tema era il film in due parti “Sotto il cielo di Roma” che andrà in onda, appunto nella parrocchia di Rai Uno, domenica 31 ottobre e lunedì 1° novembre, in prima serata.
I conteggi l’hanno fatta da padrone tra il surreale e l’osceno. Va’ be’, dicevano i sacerdoti della sacra audience televisiva, saranno pure stati deportati mille ebrei romani tra il 16 e il 18 ottobre 1943, finiti qualche giorno dopo nelle camere a gas del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ma, diciamocelo, il principe romano Eugenio Pacelli, passato alla storia come papa Pio XII, in fondo ne ha salvati più di quattromila in conventi e monasteri, nei mesi dell’occupazione tedesca.
Bisognava vederli Paolo Mieli, presidente della Rcs libri, e l’inossidabile Bruno, inforcare gli occhialini da vista per spiegare al popolo numeri e statistiche. Certo, il buon Pacelli ha fatto opera di carità, non c’è dubbio. Se n’è stato zitto zitto nelle sue stanze del palazzo apostolico in quei giorni tragici, mentre sotto le sue finestre scorrevano le fila interminabili di ebrei prelevati dalle loro case romane come animali e condotti ai vagoni ferroviari per avviarli verso la morte. E se Pio XII avesse alzato la voce, hanno aggiunto, altre migliaia di inermi cittadini sarebbero stati cacciati a calci e pugni dentro i carri bestiame della stazione Tiburtina. Non vi è dubbio.
Bella storia ci raccontano Vespa, Mieli e gli altri ospiti presenti in studio. Bel servizio pubblico ci rende la Tv di Stato. Quasi che la disputa fosse sull’odio o l’amore che Pacelli provava nei confronti del popolo eletto. Una sciocchezza, questa dell’avversione atavica verso gli ebrei da parte del Vaticano, grande quanto il cupolone di San Pietro.
I documenti ci offrono scenari diversi. Sono carte che abbiamo raccolto negli ultimi tre anni negli archivi nazionali britannici di Kew Gardens, non lontano da Londra. È stato un lavoro metodico, di scavo tra le migliaia di rapporti del Foreign Office e del German Foreign Ministry (Ministero degli Esteri tedesco), sequestrati dalle truppe alleate a Berlino nel 1945 e copiati uno per uno a Londra e a Washington negli anni successivi. Un patrimonio di inestimabile valore costituito da milioni e milioni di documenti. Nel nostro Archivio di Partinico, in via Catania 3, ne conserviamo varie centinaia riguardanti, appunto, le attività di Pacelli nei primi anni del conflitto.
“Con la sconfitta della Russia, risulterebbe quanto meno inevitabile il forte indebolimento dell’influenza bolscevica nel mondo.” Così si esprime un membro della Curia romana dinanzi all’ambasciatore germanico presso la Santa Sede, il 24 giugno 1941. Sono passate appena quarantotto ore dall’attacco di Hitler contro l’Unione sovietica. “Si è temuto che il bolscevismo emergesse come potenza europea e che, anzi, rimanesse incolume a livello planetario fino alla fine del conflitto.” Peccato che il tentativo di indebolire il bolscevismo sia costato la vita a trenta milioni di persone sul fronte orientale. E meno male che la Chiesa cattolica romana si manifesta come apostolica.
Ma la santa pietà non finisce qui. Il 12 luglio 1941, il ministero degli Esteri tedesco redige un corposo documento segreto intitolato “Rapporto sulle attività del Papa”. Le informazioni provengono da un “confidente attendibile” che, qualche settimana prima, ha appreso di un colloquio animato tra il rappresentante statunitense in Vaticano, Harold Tittman, e Pacelli. Tittman chiede al pontefice ragguagli sull’eccessiva tolleranza della Santa Sede nei confronti dei dittatori. Pacelli risponde piccato: “Gli Stati Uniti dovrebbero comprendere la posizione del Vaticano. Il conflitto russo-tedesco sta per cominciare. Il Vaticano farà di tutto per accelerarne lo scoppio e per convincere Hitler ad agire, con la promessa di un sostegno morale. La Germania dovrebbe sconfiggere la Russia, ma si indebolirebbe a tal punto che, nei suoi confronti, si potrebbe procedere [da parte degli Usa e della Gran Bretagna] in maniera totalmente diversa.”
In buona sostanza, il papa cerca di far credere a Tittman che l’appoggio del Vaticano a Hitler è una strategia sottile che ha un duplice scopo: la sconfitta dell’Urss, con il conseguente annientamento del bolscevismo, e l’inevitabile indebolimento della Germania nazista che, seppur vittoriosa, sarebbe costretta, obtorto collo, a trovare un accordo geopolitico con gli Usa e la Gran Bretagna. Un’idea, questa, abbastanza diffusa all’epoca. Anche negli Usa, se è vero che il futuro presidente americano John F. Kennedy lo scriveva nei suoi articoli.
Il 10 dicembre 1942 Picot, un funzionario del ministero degli Esteri tedesco, invia all’ambasciata presso la Santa Sede in Roma, una nota confidenziale. Vi si afferma che il rappresentante di Roosevelt in Vaticano, Myron Taylor, si è incontrato con il papa per discutere un eventuale negoziato di pace tra le potenze belligeranti. Pacelli se ne esce con una frase agghiacciante. I governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, a suo parere, “non sarebbero in grado di opporsi sufficientemente alla pressione dei partiti comunisti. In maniera inevitabile, un’ulteriore espansione del bolscevismo in Inghilterra e in America, porterebbe il Vaticano ad avvicinarsi alle potenze dell’Asse, che diverrebbero un bastione contro il bolscevismo e con le quali la Chiesa potrebbe sicuramente stabilire un’intesa dopo la guerra.
Il 23 febbraio 1943, von Bargen, un diplomatico tedesco con sede a Bruxelles, invia a Berlino una nota segreta. Vi si legge di un colloquio avvenuto qualche settimana prima a Roma tra il cardinale francese Suchard e Pacelli. Secondo lo spionaggio nazista “il papa è turbato dai successi militari dei russi e dalla possibilità di un crollo della Germania, che aprirebbe la strada al bolscevismo in Europa. [...] Il papa è angosciato innanzitutto dalla minaccia bolscevica.
Meno di un mese dopo, un diplomatico tedesco presso la Santa Sede, Erdmannsdorff, riferisce a Berlino su un colloquio avvenuto ai primi di marzo tra Pacelli e il cardinale americano Spellman. A poco servono le rassicurazioni di quest’ultimo sul “pericolo bolscevico”, un prodotto della propaganda tedesca. Leggiamo: “Spellman, come già Myron Taylor, ha ricevuto da Roosevelt l’incarico primario di tranquillizzare il papa sul fatto che il governo sovietico non mira a bolscevizzare l’Europa. Tuttavia, gli ambienti vaticani più influenti ritengono, come in passato, che la Russia non ha rinunciato ai suoi piani di bolscevizzazione del mondo.”
In luglio, l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weiszaecker, riferisce a Berlino di aver illustrato al papa “l’impegno tedesco contro il bolscevismo”. E aggiunge: “Il colloquio, che è durato mezz’ora, è stato sostenuto dal papa in maniera apparentemente pacata. Ma il suo fervore spirituale si è infiammato quando è stata affrontata la questione della lotta contro il bolscevismo, riconoscendo che, su questo tema, gli interessi sono comuni.”
Il 3 settembre 1943, von Weiszaecker scrive: “Un vescovo della Curia mi ha confidato che secondo il papa, per il futuro della Chiesa cattolica è assolutamente necessario un Reich tedesco forte. E da una trascrizione attendibile di un colloquio sostenuto da un pubblicista politico italiano con il papa, apprendo che questi, ad una domanda sul popolo tedesco, ha così risposto: ‘E’ un grande popolo. Nella lotta contro il bolscevismo, ha versato il suo sangue non solo a beneficio dei suoi alleati, ma anche dei suoi attuali nemici. Non posso pensare che il fronte russo finisca per essere travolto’ [dall’Armata rossa].”
L’8 ottobre lo stesso ambasciatore tedesco annota che “l’aspetto più inequivocabile della politica estera vaticana è oggettivamente l’avversione al bolscevismo. [...] Come minimo, la Curia desidera che la Germania sia forte e unita, una barriera contro la Russia sovietica”. E continua: “Il papa è dell’opinione che per il momento non sia possibile intraprendere colloqui di pace. Su questo punto, ora, la politica papale non vede altro sostegno contro il bolscevismo che non sia quello tedesco.”
L’Office of Strategic Services statunitense, alla fine del 1943, redige un documento segreto sulla situazione nella Santa Sede al 13 dicembre 1943. Apprendiamo, così, che durante un colloquio con von Weiszaecker, Pacelli si è così espresso:
“Il papa si augura che i nazisti mantengano le posizioni militari sul fronte russo e spera che la pace arrivi il prima possibile. In caso contrario, il comunismo sarà l’unico vincitore in grado di emergere dalla devastazione bellica. Egli sogna l’unione delle antiche nazioni civilizzate dell’Occidente per isolare il bolscevismo a Oriente. così come fece papa Innocenzo XI, che unificò il continente [l’Europa] contro i musulmani e liberò Budapest e Vienna.”
In un rapporto inviato da Kaltenbrunner, responsabile della Sipo e dell’Sd, a von Ribbentrop, ministro degli Esteri germanico, il 16 dicembre 1943, leggiamo, tra l’altro, che “il papa ha infine affrontato il tema del pericolo bolscevico su scala mondiale, lasciando intendere che fino a questo momento soltanto il nazionalsocialismo ha rappresentato una roccaforte contro il bolscevismo”.
Ce n’è abbastanza per tirare una prima valutazione sulla politica di Pio XII nei confronti di ciò che accade sullo scacchiere internazionale nei primi anni del conflitto.
Il papa valuta le forze in campo e opera una scelta preferenziale tra quelle in grado di assicurare al cattolicesimo il predominio sul laicismo. Sono forze che nella sua schematizzazione ideologica si oppongono, in primis, al comunismo. Ma anche all’ateismo, al liberismo, al capitalismo, alla democrazia partecipativa a suffragio universale. Aspetti tutti che esplicitano le molteplici forme della contemporaneità, così come emergono lungo il corso della prima metà del Novecento e da cui si svilupperanno le strategie di consenso di Giovanni Paolo II e del suo ideologo Joseph Ratzinger.
Il tema del “silenzio” di Pio XII sull’Olocausto, ovvero del perché in sei anni di guerra Pacelli non denunciò mai apertamente la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, è la diretta conseguenza di un’impostazione storiografica errata e, quindi, fuorviante. È un falso problema.
Poteva mai Pacelli condannare apertamente il nazismo, se egli vedeva in questo (a differenza del suo predecessore Pio XI) il regime che, per primo, avrebbe liberato l’Europa e il mondo dal comunismo sovietico? E cioè dalla creatura più bestiale e demoniaca che il Novecento avesse mai partorito?
Naturalmente, nella fiction televisiva, di tutto questo non c’è traccia alcuna. Ci troviamo di fronte, tanto per cambiare, alle solite forme della propaganda occulta di antica memoria. Per quanto si tratti di un prodotto ineccepibile sotto il profilo tecnico, l’impressione che se ne ricava, stando alle anticipazioni, è di un’opera, scusate la parola grossa, pavoliniana. E meno male che, secondo Fabrizio Del Noce, direttore di Rai Fiction, la Rai si è affidata a una “commissione di storici importante”. Chissà, allora, cosa sarebbe successo se la Tv che noi finanziamo ne avesse fatto a meno.
Dice bene Corrado Augias su “la Repubblica” del 15 ottobre scorso: “Lo scopo della fiction è tratteggiare al meglio una figura preparandola alla santità. Non è da sceneggiati come questo che si può pretendere una sia pur approssimativa verità storica.”

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, qui.

Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella del silenzio dovuto a prudenza.
Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella della diplomazia al lavoro dietro le quinte.
Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella di un papa Pacelli intento a salvare quanti più ebrei possibile.
E poi prenditi ancora due minuti per andare a leggere questo.


barbara


21 ottobre 2010

LAILA TOV, BOKER TOV

Sognare

Come tutte le tarde sere della sua vita che comincia ad attardarsi, a un quarto a mezzanotte Il Tizio della Sera è a letto e sta per addormentarsi. Prima di dormire, fa il solito gioco dell'invenzione in modo di piombare nel sonno. Con la testa abbandonata sul cuscino, lui lascia andar via i pensieri come se fossero cavalli rimasti senza briglia. Gira la testa e c'è la pace da trentanni, la gira ancora ed è una pace dappertutto. Si mette di fianco e sono finite le guerre-placate le tensioni, ed è un'altra la faccia del mondo. Si gratta un piede e cerimonie festeggiano il compiuto ritorno alla pace. Dal buio vede riunioni di reduci dall'Afghanistan, reduci dalle intifade, reduci dalle guerre in Libano. Fa scrocchiare le giunture sotto le lenzuola e ci sono convegni di vegliardi che a stento si ricordano come fosse la Prima Guerra del Golfo. Gira di nuovo la testa sul cuscino e in una città d'Italia c'è una riunione di vecchi antisionisti, si soffia il naso e quelli sono in un pub - e questa sì che è un'idea, e ora si divertirà. Sì sì, proprio bene. Spenge la luce sul comodino e nel pub c'è la musica di Wagner. Starnutisce perché la mattina ha preso freddo e i veterani brindano con la birra e la birra trabocca dai boccali e hanno le gote rosse come in un'illustrazione. Lo stomaco brontola e gli occhi di quelle carogne brillano di commozione, e ora gli sfessati si sarebbero dissolti senza sapere che sarebbero scomparsi perché ora lui si sarebbe addormentato. E ormai sta per addormentarsi, e uno con la birra si alza in mezzo alla tavolata. È fra le teste dei reduci e pronuncia le parole di un brindisi: "A quando riducemmo la Storia a un colabrodo". E c'è un applauso, e ci sono fischi di approvazione. Nel buio della camera da letto, Il Tizio della Sera fa un ruttino e quelli della tavolata si girano per vedere chi è stato. Si alza un altro veterano con un boccale traboccante in mano, e vorrebbe brindare, e comincerebbe un brindisi. Da sotto le coperte, il Tizio fa una pernacchia moderatamente lunga, e nella tavolata si fa silenzio. Qualcuno di quelli urla: "Chi è stato?". Altri si alzano in piedi, e hanno i volti congestionati e allontanano bruscamente la sedia dal tavolo. Uno con la faccia sfregiata e l'elmetto tira fuori dall'impermeabile una vecchia pistola tedesca. La punta verso il letto, preme il grilletto. Il Tizio si sfiora la fronte e dalla pistola esce uno schizzo d'acqua. Lo sfregiato guarda stupito la pistola. Il Tizio della Sera non conosce mezze misure. "Adesso basta - tuona - a letto". Dalla tavolata, quelli protestano. "Non abbiamo sonno, è presto". Mugugnano. "Aspetta un pochino". Il Tizio è irremovibile: "Ragazzi, a letto e senza discussioni". Il proprietario del pub ha un lungo grembiale e si mette le mani sui fianchi: "Si chiudeeee". Nel locale, si fa buio. Prima di addormentarsi, in camera da letto spunta la voce di uno di loro. "Laila tov". Un attore della compagnia dei sogni. Laila tov, ragazzi. Almeno la notte, come ci si diverte.

Il Tizio della Sera

Già, la notte. Sognando. Fantasticando (mamma mia, caro Tizio della Sera, che favola triste che hai inventato stavolta, triste da lasciare il mal di stomaco!). Perché poi la notte finisce e comincia un nuovo giorno e il sogno finisce e tocca affrontare di nuovo la realtà. Quella di cui parla Ugo Volli.



Cari amici rassegnamoci, siamo un corpo estraneo corrosivo. Lo dice un arcivescovo e bisogna credergli

Ci sono delle parole che portano in sé il loro destino, ben al di là del significato letterale. Propagandare la "democrazia sostanziale" contro quella formale, significa appoggiare una dittatura comunista; chiedere un "socialismo nazionale" implica una simpatia per il nazismo; volere la "rivoluzione permanente" è segno di trotzkismo. Un cristiano che vuol ritornare alla Scrittura è probabilmente un riformato, uno che cita la Tradizione con la maiuscola un cattolico, probabilmente di destra. E se qualcuno dice che gli ebrei sono un "corpo estraneo" nel popolo, chi vi viene in mente? Hitler, naturalmente, il Mussolini dell'ultimo decennio esplicitamente razzista, di recente Ahamdinedjad.
Bene, leggete ora questa cronaca della "Stampa", sempre dal solito sinodo dei vescovi cattolici del Medio Oriente
(http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=196&ID_articolo=997&ID_sezione=396&sezione=): Medio oriente, “non assimilato”. Ecco la terminologia nazista che spunta fuori. Vi sembra un caso? Una sfortunata coincidenza? Continuate con me la lettura: "La situazione del Medio Oriente oggi è come un organo vivente che ha subito un trapianto che non riesce ad assimilare e che non ha avuto specialisti che lo curassero. Come ultima risorsa l'Oriente arabo musulmano ha guardato alla Chiesa credendo, come dentro di sé pensa, che sia capace di ottenergli giustizia. Non è stato così. È deluso, ha paura. La sua fiducia si è trasformata in frustrazione. È caduto in una crisi profonda. Il corpo estraneo, non assimilato, lo corrode e gli impedisce di occuparsi del suo stato generale e del suo sviluppo”. Il corpo non è solo estraneo, dunque, ma "corrode" e naturalmente "non è assimilato". Ah, i perfidi giudei, che non vogliono assimilarsi! Che corrodono! Povero Medio Oriente corroso da questi estranei non assimilati! Del resto lo diceva anche il Mein Kampf (Parte II, capitolo 5) che gli ebrei corrodono le nazioni (l'imbianchino parlava del comunismo, ma il sionismo, lo sappiamo non è dammeno). Che peccato che non ci sia l'Inquisizione in Medio Oriente! È questa, no, il rogo degli ebrei praticato dell'Inquisizione e poi imitato da Hitler, che sarebbe una perfetta "ultima risorsa"! Non corroderebbero più, non sarebbero più estranei...
Ma purtroppo no... "Il Medio Oriente musulmano, dice Farhat, nella sua schiacciante maggioranza è in crisi. “Non può farsi giustizia. Non trova alleati né sul piano umano né sul piano politico, meno ancora sul piano scientifico. È frustrato. Si rivolta. La sua frustrazione ha avuto come effetto le rivoluzioni, il radicalismo, le guerre, il terrore e l'appello (da'wat) al ritorno agli insegnamenti radicali (salafiyyah)." Fa bene dunque il Sinodo a dire che l'"integralismo" (cioè in buon italiano il terrorismo) è colpa dell'occupazione (cioè di Israele). Ma non sono colpa degli ebrei solo le giuste violenze che essi subiscono, perché in questo caso, naturalmente, alla Chiesa non potrebbe importare granché. No: "Volendo farsi giustizia da solo il radicalismo ricorre alla violenza. Crede di fare più scalpore se si attacca ai corpi costituiti. Il più accessibile e il più fragile è la Chiesa. Non conoscendo la nozione di gratuità, esso accusa i cristiani di avere dei pensieri nascosti di proselitismo, di essere complici delle potenze imperialiste”. E per carità, i cristiani non hanno affatto pensieri di proselitismo, né nascosti né no, e non sono affatto solidali con l'Occidente, come dire "compici delle potenze
imperialiste". "È per questo, afferma Farhat, che “dall'Iraq alla Turchia, al Pakistan fino all'India, le vittime si sono moltiplicate. Si tratta sempre di innocenti e di servitori volontari: monsignor Luigi Padovese e don Andrea Santoro in Turchia, l'avvocato assassinato con la sua famiglia in Pakistan, monsignor Claveri e e i religiosi e le religiose in Algeria, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli innocenti, assassinati durante la guerra del Libano. Si tratta di facili prede”. Prede che naturalmente sono colpa, in definitiva dell'imperialismo e del "corpo estraneo". Questo sì che è ragionare. Dall'Iraq alla Turchia al Pakistan la colpa è degli ebrei. Corpo estraneo. Non assimilati. Che corrodono. E provocano violenza.
Siete un po' sconvolti? Io sì, davvero... Pensavo che dai tempi di Padre Gemelli e della complicità di certe parti del mondo cattolico con il razzismo nazisfascita, fosse passata molta acqua sotto i ponti. E invece no, eccoli qua. Voi dite: sarà un pazzo isolato, un fanatico. E invece no. Ecco un pezzo di biografia ufficiosa che ho trovato in rete: "L'arcivescovo Edmond Y. Farhat è nato a Ain Kfaa nel 1933; nominato vescovo nell'agosto 1989 con i seguenti incarichi contemporanei: pro-nunzio in Algeria e Tunisia e delegato apostolico in Libia; consacrato vescovo nell'ottobre dello stesso anno da papa Giovanni Paolo II; nel 1995 è stato trasferito come nunzio in Slovenia assolvendo l'incarico contemporaneamente di nunzio in Macedonia; nel 2001 trasferito in Turchia come nunzio ha assolto incarico anche per il Tukmenistan; nel 1995 è stato di nuovo trasferito come nunzio in Austria a Vienna dove si è fermato fino alla pensione naturale a 75 anni nel gennaio 2009." Insomma, un diplomatico, uno che sa come misurare le parole. E che quando dice qualcosa, per esempio "corpo estraneo" "non assimilato" "corrosivo" sa benissimo quel che vuol dire. E a proposito, avete sentito di qualche reazione vaticana, della volontà di distanziarsi se non altro da questo linguaggio? Io no. Forse c'è stata (ne dubito), ma nessuno ne ha parlato. Anche perché la stampa italiana, con l'eccezione di questo pezzo neanche tanto in evidenza sulla Stampa, ha preferito ignorare la faccenda. È molto più facile prendersela con Moffa e con Ciarrapico... ma quando queste cose le dice un arcivescovo... in pieno Sinodo... come diceva Manzoni: tagliare e sopire, sopire e tagliare.

Ugo Volli (pubblicato in Informazione Corretta)

Ci sono due tipi di corpi estranei: i tumori benigni e i tumori maligni. I tumori benigni sono estranei ma non corrodono. I nazisti, che non erano diplomatici, dicevano che gli ebrei sono un cancro. Oggi la parola cancro non è molto amata, e si preferisce sostituirla con qualche locuzione: male incurabile, un brutto male, neoplasia, formazione neoplastica; l’arcivescovo, che è un diplomatico di professione, dice che sono un corpo estraneo che corrode. Immagino che le uniche terapie possibili siano l’estirpazione chirurgica, o un massiccio bombardamento di radiazioni. O il dissolvimento tramite chemioterapia.
Laila tov, Tizio della Sera. Boker tov, Ugo Volli. Behatzlachah a tutti noi.

  
Questo è il Tizio della Sera. Gli ho messo un po' di nebbia     Questo invece sapete chi è
sulla faccia perché non si riconosca troppo


barbara


16 ottobre 2010

LA MAPPA DELL’INFERNO

«Il soldato di Cristo uccide sentendosi moralmente al sicuro: egli è lo strumento di Dio per punire i felloni e per difendere i giusti. Invero quando egli uccide un fellone, non commette omicidio, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi ebrei, miscredenti e musulmani».
St. Bernard de Clairvaux – 1145 (Omelia a Ugo de Payns, Exortations aux Templiers)

«Per rispetto alla vita umana, si deve asportare un cancro o una cancrena; per rispetto alla stirpe, occorre asportare ebrei, zingari, asociali che ne sono il cancro e la cancrena e che lo porterebbero alla morte: per questo benemerito è chi opera questa asportazione e benedetto da Dio e dagli uomini».
H. Himmler (Tagebuch)


Chi e quando, il prossimo?



Queste due citazioni e questo interrogativo sono riportati nella prima pagina del libro La mappa dell’inferno – Tutti i luoghi di detenzione nazisti 1933-1945 (SugarCo) di Gustavo Ottolenghi. Seguono centocinquanta pagine fitte fitte: è l’elenco dei luoghi di detenzione. Noi quanti ne conosciamo? Cinque? Dieci? Sono molte migliaia, invece, e in questi inferni sono passati milioni di persone. Qualcuno è tornato. Molti altri, milioni di altri, no. Fra questi, gli oltre mille ebrei romani deportati all’alba del 16 ottobre 1943 nella razzia del ghetto (ricordata anche qui, qui e qui). Era sabato, come quest’anno, e non è casuale: spesso, per le loro mattanze, i nazisti sceglievano la sacra ricorrenza di shabbat o altre importanti ricorrenze religiose, abitudine conservata dai nazisti di oggi nelle loro mattanze in Israele.
Ricordiamoli, i nostri connazionali ebrei del 16 ottobre, e onoriamo la loro memoria offrendo il nostro appoggio e la nostra solidarietà agli ebrei che oggi combattono per rimanere vivi (e a tutti coloro che, per essersi schierati dalla loro parte, stanno subendo un osceno linciaggio mediatico – e speriamo che almeno rimanga solo mediatico).

barbara


17 agosto 2010

NON VA BENE

                         

“Non va bene” ha detto, e con pochi, rapidi colpi del piede ha demolito il castello di sabbia. “Ma mamma... ma perché?” Talmente stupito, talmente incapace di capire, da non riuscire neppure ad essere arrabbiato mentre, con le lacrime che gli luccicavano negli occhi, guardava sconfortato quella devastazione. “Perché non andava bene”. “Ma l’avevo fatto io!” Non andava bene”. “Ma era mio!” “Non andava bene”.
Mi è tornato alla mente il mio orto. Quando arrivava la primavera veniva su mio padre e provvedeva: vangava, sarchiava, concimava, rastrellava, faceva le aiuole, seminava, copriva. Faceva tutto lui. “Perché tu non sei capace”. Un anno è successo che non stava bene e non è potuto venire, e l’orto finalmente ho potuto farlo io. Vangato sarchiato concimato rastrellato fatto le aiuole seminato coperto. Innaffiato. Legato i pomodori quando hanno cominciato a crescere. Eccetera. Quell’anno l’orto – sarà stato un caso, per carità – è venuto meglio degli altri anni. Poi in luglio io sono andata al mare e loro sono venuti a casa mia, a far vacanze in montagna. Quando sono tornata a fine mese ho trovato l’orto devastato. “Cosa hai fatto?!” “Ho vangato su tutto”. “Come hai vangato su tutto? Perché?” “Non andava bene”. “Come non andava bene? Era pieno di verdure!!” “Erano troppo fitte, non potevano venire su bene. Ho vangato su tutto e ho riseminato”. Non sapeva, il signor sotuttoio, nonostante venisse dalla campagna, che le cose non si possono seminare quando capita, e se le semini fuori stagione non viene niente. Infatti non è cresciuto un grammo di verdura. Allora, idea geniale, compra le piantine e le pianta. Ignorando che anche per la messa a dimora ci sono i suoi tempi. In breve, quell’anno di verdura del mio orto non ne ho mangiata.
E mi chiedo, una volta di più, quale strana perversione spinga così tanti genitori a distruggere i propri figli. O, se non si azzardano a distruggerli materialmente per paura della galera, a distruggerli simbolicamente distruggendo le loro opere.
(Sempre in tema di distruzioni, qui)

barbara


9 agosto 2010

LA RAFLE DU VEL’ D’HIV’

È avvenuto in un caldo giorno di luglio di sessantotto anni fa. Ricordiamolo.

Parigi, il rastrellamento del velodromo d’inverno

di Levia Messina

Uno degli episodi più tristi e vergognosi della storia francese porta la data del 16 luglio 1942 e il nome di Rafle du Vel’ d’hiv’, rastrellamento del velodromo d’inverno di Parigi.
In quel giorno, alle quattro del mattino, ebbe inizio un’operazione di polizia militare che portò all’arresto di 12884 ebrei: 4051 bambini, 5802 donne e 3031 uomini.
Alcuni arrestati, i single e i coniugi senza figli, furono inviati subito al campo di transito di Drancy, campo di concentramento a nord della capitale francese, nel quale erano alloggiati i prigionieri prima di essere deportati in Germania o in Polonia.
Altri, la maggioranza, compresi tutti i bambini, furono rinchiusi per giorni nel Velodromo d’inverno, ecco l’origine del nome di quel tristissimo giorno.
All’orrore delle deportazioni e del Nazismo in sé, si aggiunge l’orrore delle condizioni in cui dovettero non vivere, bensì cercare di sopravvivere i 7000 internati.
All’interno della costruzione, nulla era stato preparato per il loro arrivo, tutti erano stipati con meno di un metro quadrato a disposizione di ciascuno.
Le pochissime persone che, in qualità di assistenti sociali, poterono entrare a portare un misero sollievo a quei disperati, parlano di condizioni disumane sotto ogni aspetto.
Cibo scarsissimo, per non dire nullo (soltanto il terzo giorno furono distribuiti 70 grammi di pane e una tazza di brodo a testa).
Assenza di toilette, con le logiche e orribili conseguenze.
Temperature insopportabili dovute all’unione tra il mese di luglio, l’elevatissimo numero di persone e la chiusura totale di porte e finestre. Odori nauseabondi. Malori, svenimenti, parti e aborti.
Dopo alcuni giorni, le vittime della Rafle furono deportate nei campi di Drancy e Beaune-la-Rolande e, successivamente, in Germania. Su 12884 persone, soltanto 811 fecero ritorno.
E, nel 1995, a cinquant’anni dalla fine della guerra, il Presidente francese Chirac riconobbe la responsabilità della Francia nella Shoah. (qui)

Perché non basta un giorno della memoria per ricordare. E non basta piangere sugli ebrei morti per guadagnarsi il diritto di sputare su quelli vivi.











barbara


2 agosto 2010

LETTERA APERTA A MAHMOUD ABBAS

Gentile presidente Mahmoud Abbas, nom de guerre Abu Mazen, giusto per non rischiare di dimenticare che lei è un uomo di pace (anche se, mi permetta di dirlo, essendo abituato a trattare con persone più o meno "normali", l'avere a che fare con identità e personalità multiple mi mette un tantino a disagio), ho appreso con grande interesse (sì, lo confermo, davvero grande interesse) che lei, in qualità di Presidente dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato che, qualora venisse creato uno Stato palestinese nelle regioni di Giudea e Samaria, i cittadini israeliani “non vi potranno mettere piede”. Ha anche aggiunto che “nessun militare ebreo” potrà far parte di forze internazionali che eventualmente dovessero stazionare nelle terre dello stato palestinese. Ed infine, leggo ancora, lei ha dichiarato anche che nessun cittadino israeliano potrà vivere nello stato che lei si augura di presiedere in un prossimo futuro.
Uno stato Judenrein.
Ed ora le spiego le ragioni del grande interesse che queste Sue affermazioni mi hanno suscitato.
Ho sempre saputo ed affermato che le persone più vicine ai suoi ideali politici e culturali sono strettamente legate agli ideali nazisti di Hitler e del di lui amico Gran Muftì Haji Amin al Husseini; molti, tuttavia, non davano ascolto a questa mia opinione anche a causa del lungo tempo trascorso da quegli avvenimenti - ai quali Lei, peraltro, ha ritenuto di dover dedicare la Sua tesi di laurea allo scopo di sminuirne la portata e negarne la gravità.
Ora, e la ringrazio, lei mi dà la dimostrazione che quanto io ho sempre sostenuto è assolutamente vero ed attuale.
Grazie, signor Presidente
Emanuel Segre Amar

Nota aggiuntiva per i lettori: d’ora in poi le lettere aperte di Emanuel Segre Amar le potrete leggere solo qui, in quanto Sua Santità il Reggitore Supremo delle sorti di Informazione Corretta, dopo averle sfrattate dalla home page e relegate nello sgabuzzino delle lettere, ha definitivamente e irrevocabilmente licenziato l’autore delle suddette lettere. Mi auguro che qualcuno voglia, leggendole qui, raccoglierle e diffonderle ulteriormente per dare loro la visibilità che meritano. Colgo l’occasione, visto che di Palestina stiamo parlando, per invitarvi a dare un’occhiata a questa particolarmente ricca documentazione sulla spaventosa crisi umanitaria in atto a Gaza, determinata dal feroce assedio da parte del perfido giudeo.
(Rivado, ma stavolta torno presto, e per consolarvi della mia assenza vi offro un invito all’opera)


barbara


20 giugno 2010

SO' GGIUDÌA, ME VONNO AMMAZZÀ

Un ricordo improvvisamente riemerso, una testimonianza sentita tanti anni fa.
Roma, 16 ottobre 1943. I tedeschi, dopo avere tranquillizzato gli ebrei con la farsa dei 50 chili di oro, hanno iniziato la razzia del ghetto che costerà la vita, in una botta sola, a oltre mille ebrei romani. Una donna veste frettolosamente i suoi tre bambini, scende in strada, col cuore in gola infila un vicolo dietro l’altro, riesce a uscire dal ghetto. Vede un taxi e ci si infila dentro, insieme ai bambini. Il tassista si gira e chiede: “Dove andiamo, signora?” La donna, disperata, risponde: “Ecchennesò, so’ ggiudìa, me vonno ammazzà”. Restano a guardarsi per un tempo infinito, non si sa chi dei due più terrorizzato. Poi, lentamente, il tassista si gira, accende il motore, innesta la marcia e si avvia. Li porta a casa sua, nelle due stanze in cui vive con la moglie e i due figli, e se li tiene lì, tutti e quattro, per tutti i lunghi mesi che ancora mancano alla liberazione, dividendo con loro lo scarso pane che, in tempi magri per tutti, riesce a guadagnare.
Ho deciso di mettere questa cosa, perché in tempi tanto amari, da tanti punti di vista, c’è bisogno, ogni tanto, di un raggio di luce.

barbara


13 giugno 2010

QUANDO L’OBIETTIVO È LA PACE

Ho conservato questo bellissimo articolo scritto qualche giorno fa da Alessandro Schwed, che mi sembra il miglior commento all’imperativo categorico uscito dalla nave dei pacifisti, ossia coloro che operano per la pace.

"Tornatevene ad Auschwitz"

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante. È la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? È in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale. E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. È dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati. L’audio di “Go back to Auschwitz” è emerso pochi giorni dopo che l’universale condanna a Gerusalemme si era distesa sul mondo come un’immensa coperta mediatica, da polo a polo. Ma “Go back to Auschwitz” non è divenuto informazione per far sapere chi fossero in realtà i pacifisti della Marmara. “Go back to Auschwitz” è come un documento-audio senza volume, o meglio ha un volume che riescono a sentire gli ebrei e le persone di buona volontà: da una parte la frase “Go back to Auschwitz” non ha la forza di essere sentita nella sua mostruosa evidenza antiumana, e così risalire la china dello scoop di Israele stragista; dall’altra quella stessa frase pesca silenziosamente nella palude del mondo, dove si nasconde, voluttuoso, il desiderio della fine ebraica. “Go back to Auschwitz” è uno spot genocida sparato col silenziatore. Pubblicità nazista che si fa largo con tatto paradossale in mezzo a un consenso che non ne parla ma lo lascia diffondere, vendendo a Eurabia l’arrivo di una seconda possibile Shoah. “Stiamo tornando – recita in modo subliminale lo spot – e abbiamo la soluzione – finale”. Il punto non è che i media non hanno rivelato l’approccio nazi-islamico in puro stile Ahmadinejad, e neanche che dopo l’indiscriminata levata di scudi contro Israele a niente sono valse le foto e i video nella rete dove si vedono i soldati israeliani che si calano con una corda, linciati con sbarre e bastoni, chiusi in una cella, i denti rotti e buttati fuori bordo – e si capisce la violenza debordante della reazione militare. Il punto è che i media sono stati entusiasticamente favorevoli a gridare alla strage degli innocenti, che è così ebraica, e se tale effetto virtuale si vanificasse, sarebbe una delusione come un gol della vittoria bellissimo in moviola e poi annullato per fuorigioco. In ogni caso, impressiona come nel mondo dell’immagine la parola torni a essere potente ogni volta che accanto a “morte” si scrive “esercito israeliano”. La morte è scandalo indigeribile, e ancor meno digeribile è la morte di uomini raccontati come inermi pacifisti. Ma che ghiottoneria è la morte procurata da un esercito di ebrei – ha scritto il Tizio della Sera su Moked, portale delle Comunità ebraiche italiane. Nessun network si è sentito di sciupare lo scoop antiebraico, dando importanza al fatto che i “pacifisti” non fossero affatto inermi, ma tutta gente addestrata. Martiri che da tempo si preparavano; genieri della provocazione, all’opera per una gigantesca trappola da lanciare fra le gambe degli israeliani. I quali da anni perdono tutte le grandi battaglie mediatiche per l’oggettivo pregiudizio che opera nei loro confronti di ebrei vivi; ben altra cosa, rispetto ai sei milioni di ebrei morti, plasmabili facilmente dall’ipocrisia di chi a loro è interessato solamente come elemento tattico-ideologico, variante della guerra antifascista. E di fatti, c’è quel mondo “antifascista” che spende i 27 di gennaio non parlando della Shoah, ma della guerra partigiana di cui sarebbe logico e onorevole parlare il 25 aprile. E ora che vengono fuori le notizie su chi fossero gli eroi della nave turca che il mondo ha cantato per dodici ore, anche se adesso la canzone si è strozzata in gola; ora che circolano silenziosi dubbi su chi fossero davvero i pacifisti, se fossero pacifisti, e come si sono comportati i pacifisti – è ora che nessuno è interessato a diramare le notizie. Come se notizie autentiche sui pacifisti siano elementi antispettacolari che la tv si guarda dal diffondere perché deludenti e portatrici di depressione. Ad esempio, non ha avuto rilievo una piccola notizia del 3 giugno sul Corriere della Sera fiorentino: il 26 aprile, Mariano Mingarelli, presidente dell’associazione dell’amicizia filopalestinese, si è dimesso dall’agenzia di stampa Infopal (filo Palestina), per gli eccessi di antisemitismo di alcuni intellettuali al suo interno. In una sorta di bonaccia universale della democrazia, durante la quale tutto è inerte prima del maremoto, i media non gridano la vera e nuova identità sinistro-destra dei pacifisti italiani, tornati trionfalmente a Fiumicino come decine di Ulisse a Itaca. Invece di uno sciopero generale per lo scandalo della menzogna, c’è un silenzio generale per imbavagliare la verità: come se quanto è successo alla Coop fosse stato una mera sbadataggine. Si guardi alla semplicità disarmante, e come armata, con cui una dirigente della Cgil ha dichiarato in tv che la Cgil, il più grande sindacato italiano, è con la Palestina – dunque Hamas, il jihad, il mondo che nega la Shoah e vuole vaporizzare Israele. E a sostegno unilaterale dei pacifisti, troverete lo sdegno del Colle che aveva messo in guardia dai pericoli dell’antisionismo antisemita e poi è caduto sulla buccia di banana della disinformazia pacifista; così come è apparso sonnacchiosamente dalla parte del pacifismo turco, il Partito democratico, appisolato nella sua eterna controra. E se ciò non costituisce novità, quante volte la linea del Pd su Israele, dalla guerra in Libano alle passeggiate con Hezbollah sul corso di Beirut, è sprofondata con un oplà nel terzomondismo. Ma lo strafalcione è stato commesso, e va detto che è proprio qui e ora, nell’approccio acefalo con la flottiglia semiturca della pace, che si salda l’alleanza passiva tra sinistra e fondamentalismo, evocando i nove morti come una sorta di Fosse Ardeatine dove gli israeliani sono quelli della rappresaglia nazista. Dunque, passando davanti al ghetto: “Nazisti”. Addio Storia, patrimonio gramsciano, addio memoria di come il mondo arabo fu alleato al nazismo – asini! È in questa facilità di adesione allo hitlerismo, nell’antigiudaismo, nei pogrom arabi di sempre, nei lamenti di Maimonide per le piaghe del popolo ebraico sotto il tallone degli sceicchi, che si trova la continuità con Ahmadinejad, col negazionismo, con l’idea di un nuovo Olocausto, con il successo editoriale nel mondo arabo del libello sui sette savi di Sion. Il giorno dopo l’attacco israeliano, la sola novità possibile era che l’attacco israeliano fosse una reazione scomposta e politicamente sciagurata a una trappola preparata da un gruppo islamista con simpatie hitleriane. Ma la verità di un giorno dopo è lenta per il Pubblico all’ascolto: il Pubblico vuole le emozioni, non la verità storica. E poi, il vecchio continente soffre di un’antica incontinenza antigiudaica. Solidarizza con il nazi-islamismo: uno, ha paura dei missili di Teheran e del prezzo del petrolio; due, la scena davanti a Gaza illuminava in modo fantastico gli ebrei proprio mentre erano colpevoli. Se gli israeliani sono finiti in trappola, non sarà l’Europa a dirlo. Non succederà certo in Europa, quanto in questi giorni propongono gli studenti israeliani, che qualcuno organizzi una flottiglia di pace per Shalit; come non c’è mai stato un corteo bipartisan contro gli insediamenti e i razzi di Hezbollah sull’alta Galilea; una campagna di sinistra contro i pogrom nei paesi arabi; nessun titolo di giornale dopo il linciaggio dei due soldati israeliani, le cui interiora furono esibite dagli abitanti di un villaggio palestinese, danzando gioiosi davanti alle telecamere. Nessuna piazza della sinistra europea è stata piena per i morti di kamikaze di Haifa e Gerusalemme; nessun lenzuolo è stato steso alla finestra per le quotidiane aggressioni subite dagli ebrei francesi, in fuga da quella nazione nel più esteso disinteresse europeo; nessuna fiaccolata bertinottiana ha mai sfilato contro le liste di proscrizione antiebraica stilate nelle università d’Europa; nessuna guerriglia si è mai accesa sotto l’ambasciata di Teheran, per il negazionismo della Shoah e la volontà di cancellare Israele dalla geografia; nessun grido è stato sentito contro le limitazioni delle libertà religiose in medio oriente – perché la religione è l’oppio dei popoli; nessun dibattito è stato lanciato contro il revisionismo della storia israeliana, ridotta a cartone animato per analfabeti. Per tutto questo, mai sdegno. L’improvvido plauso della folla dei marciatori di Assisi con quelli che dicono “Go back to Auschwitz” è un maggio parigino alla rovescia, un cupo inverno perenne; è rivelare che allora la Resistenza fu antifascista e non amorosamente filoebraica; che tutti furono intorno a Primo Levi ma non con Primo Levi; che la pace è una bandiera egualitaria dove tutti, ma tutti, possono insultare gli ebrei e auspicare che tornino ad Auschwitz. La novità autentica di questo capovolgimento della realtà è che 65 anni dopo la liberazione di Auschwitz, quando gli esterrefatti soldati sovietici si trovarono davanti al più grande mattatoio della Storia, gli eredi politici dell’Ottobre, che proprio contro il nazismo ha speso decine di milioni di morti, ora stanno licenziosamente con chi dice la cinica battuta da western di second’ordine “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz – per il comunismo e la libertà. Sotto la sfacciata luce del Male, da Londra a Roma una sinistra pacifista si fa comandare come un povero ciuco. Domani, potrebbe gridare di ricondurre il popolo ebraico ad Auschwitz e che ognuno di noi rechi al collo il cartello “Nazista”, con la esse della svastica. Il punto è come sia potuto avvenire tale allucinato capovolgimento della realtà. Di sicuro, sappiamo che la sinistra adesso è destra razzista, e che in greco capovolgimento si dice katastrophè.

Avevo in mente un paio di cose da aggiungere, ma dopo averlo riletto mi sono resa conto che non posso: anche una sola parola aggiunta rischierebbe di sporcare questo purissimo cristallo.

barbara


2 giugno 2010

IL VALORE DELLA MEMORIA

Ho trovato interessante, bella e utile questa lettera pubblicata ieri su Informazione Corretta, che propongo per un valido spunto di riflessione.

Il villaggio era pieno di cadaveri.
In un cortile c’erano un gruppo di donne (armene) ancora vive.
I soldati (turchi) si divertivano a frustarle.
Poi uno ebbe l’idea di prendere un tamburo e farle danzare.
«Danzate, donne, danzate quando sentite il tamburo».
Urlavano i soldati mentre le fruste schioccavano sulle schiene di quelle poverette, lacerandole.
«Scoprite il seno e danzate. Danzate finché siete vive».
Urlavano i soldati.
Uno di loro è andato a prendere una tanica di cherosene e l’ha versato addosso alle ragazze.
«Danzate urlavano tutti, danzate fino a che siete vive e sentite questo aroma più dolce di ogni profumo.»
Poi hanno appiccato il fuoco. I poveri corpi si sono contorti fino alla morte.
E io, ora, io che sto raccontando questo, come potrò mai, ditemi, levarmi quei poveri corpi dagli occhi?
Racconto di una testimone tedesca, Isola di Hectamar, Turchia, 1915

Siamo venuti a finire il lavoro.
Ex ufficiali delle SS, istruttori dell’esercito Egiziano, 1967 (Guerra dei sei giorni)

Noi vi sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri.
Yassir Arafat ( Algeri 1985).

I palestinesi come i tedeschi sotto Hitler sono un popolo genocida e criminale. Ci sono due teorie: la prima è che i tedeschi sono un popolo genocida di successo mentre i palestinesi sono un popolo genocida sfigato e fantozziano. La seconda teoria è che i tedeschi siano un popolo genocida sfigato e fantozziano che per riuscire e eseguire un genocidio parziale si siano massacrati, hanno distrutto la loro nazione, l’hanno fatta seppellire sotto le bombe, si sono fatti 6 milioni di morti tra militari e civili, hanno perso una guerra mondiale, sono stati spaccati in due con la metà orientale occupata, oooops, pardon, fraternamente aiutata dai sovietici, che erano carini e simpatici e i loro amichetti si chiamavano Stasi.
Mentre i palestinesi sono un poplo genocida di grandissimo genio e successo, che con pochissima spesa, una manciata di morti, un miscuglio geniale di protervia e vittimismo ha portato la vigliaccheria del mondo a livelli di antisemitismo ben superiori a quelli dell’epoca hitleriana, la gente (immonda) ama i palestinesi che ufficialmente ballano per strada dopo aver assassinato scientemente dei bambini, si prepara l’olocausto nucleare del popolo israeliano da parte della simpatica nazione chiamata Iran, quella dove Khomeini ha fatto bruciare 80.000 libri, ammazzare un milione e qualcosa di persone.
Che gli è successo ai palestinesi? Gli hanno violentato le madri? E dopo avergiele violentate gliele hanno bruciate con il cherosene? No, quelli che hanno subito questo erano gli armeni, eppure non esiste un terrorismo armeno.
Gli hanno impiccato i bambini dopo averli usati per infettargli la tbc?
No quelli che hanno subito questo erano gli ebrei, eppure gli ebrei non hanno distrutto le metropolitane di Berlino e Roma per saldare i conti.
Che diavolo gli hanno fatto ai mostruosi palestinesi di così terribile da giustificare che questo popolo osceno e crudele balli per strada per festeggiare dei bambini bruciati vivi e insegni ai propri stessi bambini il sogno di morire come terrorista suicida?
Il popolo di Gaza esige il diritto di sterminate gli ebrei.
Nel frattempo gli tirano i missili quassam, poverini, sono poveri e questo giustifica tutto. Se i palestinesi portassero i loro smunti deretani fino a un tavolo della pace e si impegnassero a non fare la guerra, a non lanciare missili quassam il blocco verrebbe tolto immediatamente e questi infernali babbei sarebbero anche riempiti di quattrini, ma no, i palestinesi devono avere il diritto di tirare i missili qassam e non subire embarghi, perchè perdio, per questi crudeli criminali che hanno insanguinato il mondo, incluso il mio paese, e che lo stanno portando alla guerra nucleare, massacrare gli ebrei deve essere un diritto riconosciuto.
Allora questo è il riassunto di quello che è successo: un popolo bravo in genocidi, il migliore, quelli che hanno massacrato gli armeni, non si sono scusati non hanno chiesto perdono, anzi dicono che sono tutte balle sono andati a soccorrere un popolo di aspiranti genoci, fino ad ora non ci sono riusciti.
Erano armati fino ai denti i bravi pacifisti, che è sinonimo di filoterroristi e la marina israeliana li ha fermati limitandosi a venti morti perché gli israeliani sono dei grandi.
Viva Isarele. Che Israele viva, perchè se qualcosa succedesse ancora al popolo di Israele, allora vorrebbe veramente dire che il mondo ha perso la sua decenza.
Ma non succederà. Solo contro un miliardi di musulmani che lo vogliono distruggere, il popolo di Israele continua a vivere.

Hanno cercato di distruggere Israele
:

i filistei: scomparsi
gli assiri: scomparsi
i babilonesi: scomparsi
gli egizi: sconfitti
Impero romano di occidente: scomparso
impero romano d'oriente: scomparso
impero ottomano: scomparso
nazismo: sconfitto
unione sovietica: scomparsa

E se i prossimi della lista si mettessero a fare altro?
Occuparsi del benessere delle loro case? E se i palestinesi e al fatah facessero delle costituzioni che non abbiano l'assassinio di Israele come articolo 1? Delle costituzioni che dedichino qualche articolo, ora non ce ne è nemmeno uno, al benessere dei loro figli? E se il mondo libero facesse il tifo per questo, pretendendo dai palestinesi una cultura di pace?

sdm, sionista

Ecco, ve la lascio così, senza apporre commenti. Aggiungo solo l’invito a leggere le odierne riflessioni di Ugo Volli e a guardare questo straordinario video, segnalato da lui, per vedere come è fatto un eroe vero.
Concludo dicendo che ho appena sentito alla radio che gli “attivisti” italiani sono stati liberati: peccato.


barbara


7 maggio 2010

INTERAMENTE DEDICATO AL TIZIO DELLA SERA

La sensibilità

Da un certo numero di anni la Germania sta facendo i conti con il suo passato nazista. Vi sono musei e importanti segni nella nuova architettura urbana, esistono dipartimenti universitari che si occupano della fenomenologia della catastrofe ebraica. C'è una pubblicistica che va dalla narrativa, alla saggistica, all'indagine giornalistica. Infine ci sono atti di amicizia verso Israele da parte del governo nazionale. Ma a ben guardare, esiste una sottile linea di silenzio su come fossero i tedeschi in quegli anni. Una barriera invisibile impedisce l'accesso al loro interno umano. Non sappiamo cosa in quegli anni orridi la gente avesse dentro. Ed esiste un silenzio ancora maggiore su cosa sentano oggi i tedeschi di questo passato genocida. Ad uno scrittore che si informava con operatori culturali tedeschi circa la possibilità di realizzare una fiction satirica sul nazismo, è stato spiegato che questo potrebbe avvenire solo con una piccola produzione e con personale artistico prettamente ebraico: attori e regista, ad esempio. I canali generalisti tedeschi, è stato spiegato educatamente a bassa voce, non si impegnerebbero mai in una satira televisiva sul nazismo. La motivazione risiede nel fatto che la nazione si offenderebbe. A riguardo, c'è molta sensibilità. E questo, commuove.

Il Tizio della Sera


La grande nuvola

I colloqui indiretti tra Israele e Palestina sono già una noia. Se ne presagisce l'amara inutilità. L'ossequio al loro svolgimento è legato al fatto di soddisfare il gusto etico-estetico di Obama, la sua idea tenue, quasi fanciullesca, di una democrazia planetaria poggiata sul carattere tenace degli uomini di buona volontà. E' questa la politica estera della più grande potenza mondiale. Noia nella noia, la stampa rovescia su Israele le solite accuse precostituite. La struttura ricorda quella dei tormentoni del varietà, che sono in pratica i ritornelli comici di uno spettacolo, quelli che danno il segnale quasi meccanico della risata: il pubblico ride e vuol dire che, come un buon motore, il tormentone funziona. Qui il tormentone sono i titoli dei giornali. Le parole proclamano didascalicamente che gli ebrei hanno torto; allora il pubblico dello spettacolo crede di avere delle idee, e dice compiaciuto: Israele ha torto, e porca miseria, io penso. Perché i giornali vellicano la vanità umana, inseguendola nei suoi atroci scantinati. Prendiamo il caso del quartiere di Gerusalemme est di cui parlano tutti i media perché Israele vuole costruirvi e perché alla stampa serve sempre un buon tormentone su Israele. Nessuno, come abbiamo detto in altre occasioni, conosce l'antica storia ebraica del quartiere, ma tutti sono pronti a riconoscere la lesione procurata al diritto palestinese. Attraverso il fantastico tormentone del quartiere est tutti possono capire con facilità che Israele ha torto. Negli uffici, molti giocano al ministro degli esteri e spiegano il M.O. ai colleghi. Ci sono aziende in cui all'ora di pranzo l'80 per cento degli impiegati aprono il pacchetto con il panino al tonno e maionese, e il 50 per cento di loro sono ministri degli esteri con delega su Israele e il tonno e capperi. Poi il tormentone svanirà, qualcuno farà notare che l'argomentazione del quartiere est di Gerusalemme era inconsistente. Poco importa, i media faranno spalluccia. Diranno: è inutile riparlarne. C'è invece un più grande tormento. L'immensa nuvola nera che non se ne va dai cieli della Storia. L'antisemitismo.

Il Tizio della Sera


Dichiarazione ufficiale

Tizio della Sera, ti amo.
Per quella sofferenza che non sempre l'ironia riesce a velare.
Per quell'ironia che spesso riesce a sdrammatizzare una sofferenza antica di millenni.
Per il sorriso che, in mezzo a tanta sofferenza, quasi sempre riesci a strappare.
Per la passione che traspare da ogni tua parola.
Per l'intelligenza che accompagna la passione.
Per le stupende perle, che ormai sono collana lunghissima, che continuamente ci regali.
Per il mistero che ti avvolge.
Per quella nostra Fiorentina che ho cominciato ad amare mezzo secolo fa e, anche se il tifo non lo faccio più da un pezzo, non ho mai smesso del tutto.

barbara

Poi, se c’è ancora qualche pellegrino vagabondo sperduto che non sia venuto a conoscenza dell’appello di Fiamma Nirenstein in risposta all’oscenità di jcall, è caldamente invitato (che in realtà è un eufemismo, perché se non lo fate vi meno) ad andare a leggerlo e firmarlo qui. Per leggere l’ultima meravigliosa cartolina dovete invece cliccare qui.

                          

barbara


25 aprile 2010

AUTODIFESA

Da un paio di giorni sto malissimo: tosse convulsa violentissima, miliardi di aghi in gola, mastodontico raffreddore, testa che scoppia, pressione impazzita … Forse è a causa di tutti questi malanni che stanotte ho fatto uno di quei brutti sogni in cui si passa da una situazione all’altra, una peggiore dell’altra, e più si tenta di uscirne e più ci si infogna fino a non riuscire più a intravvedere una via d’uscita. Poi, quando sono arrivata proprio al fondo del fondo, e la castrofe totale ormai si profilava come inevitabile, mi sono detta: meno male che tanto è un sogno e poi mi sveglio! E poi mi sono chiesta: e chi te lo dice che è solo un sogno? E mi sono risposta: semplice, basta verificarlo. E mi sono messa a fare tutte quelle cose che sogno spesso di fare e che in sogno mi riescono benissimo senza la minima difficoltà, e che nella vita reale invece mi sono impossibili, e ad ogni cosa provata e riuscita agevolmente mi ripetevo trionfalmente: visto? È un sogno! Poi ti svegli ed è tutto finito.
Beh, nonostante i malanni e gli acciacchi e i solori, è stata una nottata discretamente confortante. (Molto meno confortante è leggere questo, ma in fin dei conti certe cose è sempre meglio saperle che ignorarle)

barbara


30 gennaio 2010

LETTERA APERTA AL SINDACO DI MALMÖ

Gentile signor Reepalu,
lei ha appena dichiarato al quotidiano Skanska Dagbladet, nella giornata della Memoria (pura coincidenza?), che, con l'aiuto della polizia municipale, lei è impegnato nella lotta contro il razzismo in qualunque forma si presenti. Sembrerebbe un modo corretto per celebrare il 27 gennaio. Ma ha poi aggiunto, a spiegazione del suo pensiero, "di non accettare né il sionismo, né l'antisemitismo ... in quanto estremismi che si vanno a situare sopra le altre forme di pensiero, che vengono pertanto considerate come inferiori".
Egregio signor Reepalu, è vero, dopo Durban 1 alcuni sciagurati hanno cominciato a ripetere che il sionismo è una forma di razzismo, ma è altrettanto vero che tanti altri, e particolarmente nella nostra Europa che, più di qualsiasi altra regione, ha conosciuto sulla propria carne il razzismo antisemita, si sono ribellati a simile affermazione.
Mi permetta di ricordarle, da italiano, quanto ha solennemente dichiarato il nostro Presidente Napolitano: “no all’antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo”.
Mi rendo conto che lei, essendo il sindaco di una città dalla storia antica, e con una popolazione islamica sempre più numerosa e anche, mi permetta di aggiungere, sempre più prepotente (pensi, per esempio, a quanto è successo quando, proprio nella sua Malmö, si incontrarono le squadre di tennis di Svezia e di Israele), cerchi di venire incontro alle richieste dei suoi cittadini. Ma non pensa di dover selezionare, in quanto primo cittadino, queste loro richieste? Non ritiene che sia insensato accettarle indiscriminatamente tutte?
Inoltre lei ha anche chiesto ai suoi concittadini di religione ebraica di "prendere le distanze" pubblicamente dalla politica israeliana. Egregio signor Reepalu, nella civile Svezia esiste ancora la libertà di pensiero? Lei che cosa ne pensa? O forse lei vuole, in tal modo, anticipare i programmi dei suoi concittadini islamici che, come dichiarano apertamente, quando avranno raggiunto la maggioranza (e quel giorno è sempre più vicino; molti dicono entro il 2049) sostituiranno le leggi della democrazia con quelle della sharia? In realtà già considerano la Svezia “il migliore stato islamico”, come ha recentemente dichiarato l’imam svedese Adly Abu Hajar. Vede, egregio signor Reepalu, quando verrà quel giorno anche lei sarà messo di fronte alla scelta tra abbandonare la sua attuale fede (non ricordo bene se lei è protestante o ateo; mi scusi, ma di persone come lei ne incontro sempre troppe in giro per l'Europa) per abbracciare l'Islam, o diventare un cittadino "inferiore" (oh, che combinazione: proprio la stessa parola che lei usa a proposito delle "forme di pensiero", come le ricordavo più sopra). Mi dica: ci ha già pensato? È pronto a questo passo?
Comunque, mi permetta un piccolo consiglio, signor Reepalu: in Spagna, tanti anni fa, alcuni ebrei, di fronte ad un dilemma analogo, scelsero di convertirsi mantenendo l'antica fede di nascosto. Erano i marrani. Ne ho conosciuto uno, tuttora marrano a distanza di 5 secoli. Se desidera glielo presento. Potrà farsi spiegare come si vivono simili situazioni e ricevere utili suggerimenti su come sopravvivere da minoranza dominata da una maggioranza ostile e malvagia.
Infine, non si stupisca, come fa lei, se i suoi concittadini ebrei si sentono così minacciati da non poter più vivere a Malmö. Prenda un bel libro di storia del 900; vi troverà la spiegazione di tutto.
Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

P.S. Mi permetta una domanda: che effetto le fanno quei saluti nazisti che si vedono durante i disordini nelle vie di Malmö, provocati sempre più frequentemente dagli islamici svedesi? Sa, a me, sinceramente provocano qualche crampo allo stomaco.



Del tutto casualmente è accaduto che anche la cartolina odierna abbia trattato lo stesso tema e, in gran parte, con gli stessi argomenti, ma poiché è anch’essa il solito piccolo capolavoro, vale la pena di leggerla. E poi andate anche a guardare questo. Se poi qualcuno ha voglia di dirci che siamo fissati, islamofobi, razzisti, si accomodi pure: è da tanto di quel tempo che siamo abituati ad essere circondati da branchi di cretini, che ormai ce ne siamo fatti una ragione.

barbara


19 dicembre 2009

PERCHÉ IL MALE TORNA SEMPRE (2)



Era il titolo di un post che avevo fatto circa due anni fa. Mi è tornato in mente questa mattina, quando ho letto: “C’erano i cani ieri ad Auschwitz”. Il male torna sempre, perché noi non facciamo niente – o, nel migliore dei casi, non facciamo abbastanza – per impedire che ritorni. Il male torna sempre perché che palle, e basta con sto olocausto. Il male torna sempre perché che palle sti ebrei come se avessero sofferto solo loro. Il male torna sempre perché io non sono antisemita, è solo che. Il male torna sempre perché io comunque cosa c’entro? Il male torna sempre perché la potentissima lobby ebraica. Il male torna sempre perché le vittime di ieri sono diventate i carnefici di oggi. Il male torna sempre perché gli ebrei che hanno in mano la finanza e l’informazione. Il male torna sempre perché ...
C’erano i cani ieri ad Auschwitz, e brividi corrono lungo la schiena, perché il male torna sempre, lo sappiamo benissimo che torna sempre. E continuerà a tornare, fino a quando non ci decideremo a far sì che il fatidico mai più smetta di essere un progetto di vita solo per gli ebrei, e per tutti gli altri nient’altro che due parole di cui riempirsi la bocca e farsi belli nel giorno della memoria.


La selezione, disegno di Simon Wiesenthal


Il bagno, disegno di Simon Wiesenthal


Il crematorio, disegno di Simon Wiesenthal

E per dare il nostro piccolo contributo a conoscere il male per far sì che non ritorni, recuperiamo gli arretrati uno, due, tre e quattro.

barbara


4 dicembre 2009

OBSESSION

Credo valga la pena di dedicare un po’ di tempo alla visione di questo documento, e poi digerirlo, e poi assimilarlo, e poi farlo diventare parte di noi: forse non è ancora troppo tardi per far sì che quel famoso “mai più” non resti solo una voce nell’aria. Forse non è ancora troppo tardi per sperare che esista ancora una possibilità di salvezza. Solo, un’importante avvertenza: le anime delicate e gli stomaci deboli si tengano pronti a chiudere, di quando in quando, rapidamente gli occhi: alcune scene presenti nel video non sono per loro.

http://www.radicalislam.org/obsession.php?utm_source=Haaretz&utm_medium=300x250&utm_term=OBS&utm_campaign=OBS_Haaretz_300x250

E poi, non del tutto fuori tema, questo.

barbara


12 settembre 2009

VERSO SUD GUARDANDO A NORD

Fuggire da Kishinev, riparare in Argentina, mettere al mondo un figlio e quasi subito dover scappare di nuovo, per sfuggire all’antisemitismo del peronismo filonazista. Riparare negli Stati Uniti e da lì fuggire nuovamente per scampare, comunisti, alla caccia alle streghe del maccartismo. Trovare rifugio in Cile, cercare, in questo doppio, triplo, quadruplo esilio, una propria identità sempre in bilico fra lingua inglese e lingua spagnola, fra un ebraismo non vissuto e tuttavia sentito e un ambiente, che è il proprio, all’ebraismo del tutto estraneo. E infine, unico fra i bersagli designati, sopravvivere per puro caso, per un errore, per una casuale sostituzione, per un tratto di penna tracciato da chissà chi, al drammatico golpe di Pinochet. Assistere da testimone impotente alla distruzione di un intero mondo, all’annientamento della giustizia, della legge, della dignità umana, alla morte di chi era caro – e ancora una fuga, ancora un esilio, ancora uno straniamento, ancora un giro di spirale in questo cerchio che chissà se mai si chiuderà …

                                                     

Da leggere perché è un libro bellissimo. Da leggere per ricordare una tragedia che non abbiamo il diritto di dimenticare, perché troppe persone ancora la stanno vivendo, dolorosamente, sulla propria pelle. Da leggere perché l’ebreo errante non è una pittoresca leggenda, ma una drammatica realtà.

Ariel Dorfman, Verso sud guardando a nord, Guanda



(E poi, decisamente in tema, lui)


barbara


26 giugno 2009

PUNTO DI VISTA TEDESCO SULL’ISLAM

Di Emanuel Tanay, psichiatra noto e rispettato

05/06/09 www.nuitdorient.com

Un amico tedesco appartiene a una famiglia aristocratica, che prima della seconda guerra mondiale possedeva numerose fabbriche e grandi proprietà. Quando gli si chiedeva quanti tedeschi fossero dei veri nazisti, rispondeva: “Pochi erano dei veri nazisti, ma molti erano felici che la Germania avesse riacquistato l’antico orgoglio, e molti di più erano troppo occupati per darsene cura. Io ero tra coloro che pensavano che i nazisti fossero una manica di pazzi. Così la maggioranza si è semplicemente seduta e ha lasciato che le cose accadessero. Così, prima che ce ne rendessimo conto, si sono impadroniti di noi, e abbiamo perso il controllo, ed è arrivata la fine del mondo. La mia famiglia ha perso tutto, io sono finito in un campo di concentramento e gli alleati hanno distrutto le nostre fabbriche”.
“Esperti” e “specialisti” continuano a ripeterci che l’islam è una religione di pace, che la grande maggioranza dei musulmani non vuole altro che vivere in pace. Sebbene questa affermazione possa indubbiamente essere vera, è del tutto irrilevante. È fuffa insensata, intesa a farci sentire meglio e a ridimensionare lo spettro dei fanatici scatenati in tutto il globo in nome dell’islam.
Il fatto è che sono i fanatici a dominare l’islam in questo momento.
Sono i fanatici che marciano.
Sono i fanatici i responsabili di ognuna delle 50 guerre che si combattono in tutto il mondo.
Sono i fanatici che assassinano sistematicamente i cristiani o i gruppi tribali attraverso tutta l’Africa e stanno gradualmente invadendo l’intero continente con la loro onda islamica.
Sono i fanatici che bombardano, decapitano, assassinano, compiono i delitti d’onore.
Sono i fanatici che si impadroniscono delle moschee, una dopo l’altra.
Sono i fanatici che zelantemente diffondono l’uso di lapidare e impiccare donne stuprate e omosessuali.
Sono i fanatici che insegnano ai loro figli a uccidere e a diventare terroristi suicidi.
La dura realtà che possiamo verificare è che la maggioranza pacifica, la “maggioranza silenziosa”, è intimidita ed emarginata.
La Russia comunista era composta di russi che volevano solo vivere in pace, e tuttavia i comunisti russi furono responsabili dell’uccisione di circa 20 milioni di persone. La maggioranza pacifica era irrilevante.
L’enorme popolazione della Cina era altrettanto pacifica, ma i comunisti cinesi sono riusciti a uccidere l’incredibile numero di 70 milioni di persone.
Prima della seconda guerra mondiale il giapponese medio non era un sadico guerrafondaio. E tuttavia il Giappone nel suo percorso attraverso il Sudest asiatico ha ucciso e massacrato in un’orgia di assassinio che ha incluso l’uccisione sistematica di 12 milioni di civili cinesi, la maggior parte uccisi con spade, pale e baionette.
E chi può dimenticare il Ruanda, finito in un mattatoio. Non si potrebbe dire che la maggioranza dei ruandesi erano “amanti della pace”?
Le lezioni della storia sono spesso incredibilmente semplici e dirette. Ciononostante ai nostri “ragionatori” manchiamo spesso di opporre il punto più semplice e basilare: i musulmani amanti della pace, col loro silenzio si sono resi irrilevanti. I musulmani amanti della pace diventeranno i nostri nemici se non si decideranno a farsi sentire, perché come il mio amico tedesco, un giorno si sveglieranno e troveranno che i fanatici avranno preso possesso di loro, e la fine del mondo sarà cominciata.
Gli amanti della pace tedeschi, giapponesi, cinesi, russi, ruandesi, serbi, afghani, iracheni, palestinesi, somali, nigeriani, algerini e tanti altri sono morti perché la maggioranza pacifica non si è fatta sentire fino a quando non è stato troppo tardi.
Quanto a noi che stiamo a guardare ciò che succede, dobbiamo prestare attenzione all’unico gruppo che conta: i fanatici che minacciano il nostro stile di vita.
Infine, chiunque dubiti della serietà della faccenda e cancelli questo messaggio senza inoltrarlo, sta contribuendo a quella passività che permette al problema di espandersi. E dunque, fate un piccolo sforzo e mandatelo avanti e avanti e avanti! Speriamo che migliaia di persone, in tutto il mondo, lo leggano e riflettano e a loro volta lo mandino avanti – prima che sia troppo tardi. (traduzione mia)

Che la storia non appresa è destinata a ripetersi lo sappiamo tutti, vero? E tuttavia continuiamo a fare finta di non saperlo. O a fare finta che non sia vero. O a fare finta di essere più furbi di quelli che ci hanno preceduti e che noi no, noi non finiremo inchiappettati come loro. E invece sì che ci inchiappetteranno, eccome se lo faranno, se continueremo a restare a novanta gradi ad aspettare l’onda.
Di argomento se non identico almeno affine si occupa anche oggi Ugo Volli nell’odierna cartolina.


barbara


16 giugno 2009

NICHOLAS WINTON

Sapete chi era? No? Beh, niente paura: ci sono qui io apposta per questo, no?

Nicholas Winton, esempio di umanità, compie 100 anni.

di Baruch Tenembaum*

Nel 1938 Nicholas Winton, nato il 19 maggio del 1909, lavorava come impiegato alla Borsa Valori, nella località inglese di Maidenhead, Berkshire.
Qualche giorno prima del Natale di quell’anno, Winton stava ultimando i dettagli di un viaggio di vacanza in Svizzera. Era giovane, guadagnava bene e poteva permetterselo. Ma una semplice telefonata mandò a monte il suo programma di sciare sulle Alpi. Una telefonata che avrebbe cambiato il corso della sua vita per sempre.
Il suo amico Martin Blake, che lavorava in un comitato di soccorso per rifugiati adulti della Cecoslovacchia, parzialmente invasa dal Terzo Reich, gli chiedeva aiuto.
Winton andò per contro proprio a Praga; prese alloggio all’albergo Sroubeck in Piazza Venceslao, e in capo a qualche giorno di lavoro insieme al suo amico si rese conto che non c’erano piani specifici per salvare le vite dei bambini.
Immediatamente prese contatto con il Refugee Children's Movement (RCM) di Londra, movimento che riuniva ebrei, quaccheri e diversi gruppi di cristiani. La missione di questa organizzazione era di trovare l’alloggiamento e il denaro che il governo britannico pretendeva come garanzia per approvare l’ingresso di rifugiati europei perseguitati dal nazismo in virtù di una legge approvata qualche settimana prima del viaggio di Winton in Cecoslovacchia.
Il 21 novembre 1938, poco dopo il pogrom della Notte dei cristalli, la Camera dei Comuni del Regno Unito aveva approvato una misura che permetteva di accogliere rifugiati minori di diciassette anni a patto che avessero un luogo in cui alloggiare e che depositassero cinquanta sterline (all’incirca 1500 dollari di oggi) per bambino come garanzia per il pagamento del viaggio di ritorno in caso di rientro del rifugiato nel paese d’origine.
Nel giro di nove mesi Winton riuscì a evacuare dalla stazione Wilson di Praga 669 bambini in otto treni diretti a Londra. Fra loro si trovava Karel Reisz, diventato poi regista, autore della premiata pellicola “L’amante del tenente francese”. Oggi si ritiene che siano più di 5000 quelli che vengono chiamati “i bambini Winton”, discendenti di quelli salvati da Nicholas.
Un nono treno con 250 bambini doveva partire il 3 settembre del 1939, se non fosse stato che proprio quel giorno il Regno Unito dichiarò guerra alla Germania. Il treno non lasciò la stazione e i bambini non riapparvero mai più. “Avevamo 250 famiglie che aspettavano i bambini alla stazione di Liverpool Street di Londra. Se il treno fosse partito un giorno prima sarebbe riuscito a compiere il suo tragitto”, raccontò Winton.
Per più di cinque decenni Nicholas Winton non rivelò a nessuno la sua impresa. La storia divenne pubblica quando sua moglie Greta scoprì nella soffitta della sua casa una valigetta che conteneva liste di bambini salvati e lettere dei loro genitori.
Dopo sei decenni la Corona Britannica riconobbe l’azione umanitaria di questo grande uomo, conferendogli il titolo di Cavaliere della Corona. “Ho mantenuto segreto ciò che ho fatto anche con la mia famiglia, e non ne parlerò con nessuno fino a quando non verrà dato l’annuncio ufficiale”, commentò Winton quando seppe che il suo nome figurava nella lista delle onorificenze che la regina pubblica alla fine di ogni anno.
Nicholas Winton compie 100 anni. È un ottimo momento per ricordarlo e celebrarlo.
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*Baruch Tenembaum è il fondatore della Fondazione Raoul Wallenberg, una ONG educativa creata in Argentina (traduzione mia)

The International Raoul Wallenberg Foundation, http://www.raoulwallenberg.net

Tutti conosciamo la vicenda della “Fuga degli angeli”; forse non tutti sanno invece che dietro a questo miracolo c’è un uomo solo, con la sua caparbia volontà di fare quanto in suo potere per salvare degli esseri umani. Ognuno, nelle situazioni che il destino, il caso, la vita, la Provvidenza – ognuno gli dia il nome che preferisce – gli pone di fronte, reagisce a modo suo: chi dice poverini che pena, chi dice sono ebrei quindi cazzi loro, chi dà una volenterosa e solerte mano al carnefice, e chi alza le chiappe. Nicholas Winton si è rimboccato le maniche e ne ha salvati centinaia, che oggi sono diventati migliaia, a dimostrazione concreta del detto talmudico “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Rendiamo dunque onore a Nicholas Winton, e che la sua storia sia di esempio a tutti noi.


Nicholas Winton nel 1939 con uno dei bambini da lui salvati


Arrivo a Londra di un carico di bambini Cechi nel 1939


Nicholas Winton oggi


barbara


3 giugno 2009

SAGGEZZA

Quando rientrai in casa, la stanza dalla quale ero uscito si presentava pressoché vuota. C'era solo un signore molto an­ziano - forse c'era stato anche prima, silenzioso e senza dare nell'occhio - probabilmente un nonno; sembrava uno di quei vecchi ebrei dipinti da Rembrandt, aveva una barbetta rada e appuntita, il volto pieno di rughe, era seduto in poltrona e fu­mava tranquillo la sua pipa, con aria visibilmente meditabon­da. Gli altri dovevano essersi trasferiti in un punto diverso del­la vasta casa. Stavo per chiedere di loro, ma il vecchio mi pre­cedette e mi rivolse la parola, fissandomi con i piccoli occhi chiari e profondi.
«Lei non è ebreo, vero?» domandò. E quando gli ebbi spie­gato che avevo solo accompagnato un amico ebreo, disse in to­no molto autorevole: «È bello che Lei stia dalla parte del Suo amico!». Mi sentii imbarazzato e balbettai qualcosa, ma provai un vero sconcerto quando lui proseguì: «Un atteggiamento saggio, il Suo. Lo capisce?».
Sembrava godere del mio imbarazzo, aspirò meticolosa­mente il fumo della pipa e con voce vecchia e rugginosa ma piena di forza proclamò: «Gli ebrei supereranno tutto questo. Lei non crede? Non abbia timore, lo supereranno. Già altri sono venuti, che avrebbero voluto sterminarli. Ma gli ebrei hanno superato tutto. Supereranno anche questo. E poi ricorderanno. Lei conosce Nabucodonosor?».
«Il Nabucodonosor della Bibbia?» chiesi incredulo.
«Proprio lui», disse il nonno guardandomi con i piccoli oc­chi chiari nei quali lampeggiava una scintilla di ironia. «Vole­va sterminare gli ebrei, ed era un uomo più grande del vostro Hitler, e il suo regno era un regno più grande del Reich te­desco. E allora gli ebrei erano più giovani, più giovani e più deboli, avevano poca storia alle loro spalle. E lui era un grand'uomo, il re Nabucodonosor, un uomo saggio e un uo­mo crudele.» Parlava lentamente, come se stesse predicando, si compiaceva del suo discorso, tra una parola e l'altra aspira­va il fumo della pipa a lungo e con insistenza. Io lo ascoltavo cortesemente.
«Eppure non c'è riuscito, il re Nabucodonosor», proseguì. «Con tutta la sua grandezza e tutta la sua saggezza e tutta la sua crudeltà non c'è riuscito. Ed è così dimenticato che se lo nomino Lei sorride. Solo gli ebrei si ricordano ancora di lui. E loro sono ancora qui e vivono; sono ancora vivi e vegeti. Adesso arriva il signor Hitler e di nuovo vuole sterminarli. Be', non ci riuscirà il signor Hitler, nemmeno lui. Non mi crede?».
«Spero che Lei abbia ragione», dissi sommessamente.
«Voglio rivelarLe qualcosa», disse. «Un piccolo stratagem­ma, uno stratagemma di Dio, se vuole. Tutti gli uomini che perseguitano gli ebrei hanno sfortuna. Perché mai è così? Io lo so? No, non lo so. È così.»
Mentre nella mia testa cercavo esempi e controprove tratti dalla storia, lui proseguì: «Guardi il re Nabucodonosor. Era un grande, nella sua epoca, un re dei re, un uomo veramente grande. Ma da vecchio impazzì, girava carponi sui prati come una mucca e brucava erba: con i denti, come una mucca». Si interruppe e buttò fuori il fumo, poi sul suo volto apparve un sottile sorriso, un sorriso di intimo piacere che gli accese ne­gli occhi molte luci, come se un'idea tanto divertente quanto gradevole lo riscaldasse dall'interno. «Forse», disse, «forse un giorno anche il signor Hitler girerà carponi per i prati e bru­cherà erba come una mucca. Lei è giovane, forse farà in tem­po a vederlo. Io no.» E d'improvviso cominciò a ridere dav­vero senza più trattenersi, una risata silenziosa lo scosse sem­pre più, finché inghiottì il fumo e prese a tossire.
Sebastian Haffner, Storia di un tedesco, Garzanti

Capito, amico Hussein Obama? Fare la riverenzina di fronte al tuo re non ti servirà.
Capito, amico Cremonesi? Leccare il posteriore ai terroristi non ti servirà.
Capito amici antiimperialisti e feccia varia mista? Vendervi alla lobby del petrolio non vi servirà.
Finirete tutti carponi sui prati a brucare erba come mucche. Non avete scampo: la storia è contro di voi.


barbara


25 maggio 2009

IL VESTITO BELLO

La lettura era tratta dal libro “Racconti della resistenza europea” di Lucia Tumiati. Raccontava di un ghetto che non viene nominato, ma che dovrebbe essere quello di Varsavia, dei bambini che vivono tutti raccolti nella scuola perché i loro genitori non ci sono più, della vecchia maestra Tamara che deve badare a tutti loro, degli spari per strada perché questa volta gli ebrei hanno deciso di non farsi prendere vivi e di morire come vogliono loro e non come vogliono gli altri, del soldato tedesco che ad un certo punto si affaccia alla finestra e dice che devono andare. E la maestra, prima di metterli in fila, ogni bambino piccolo per mano a uno più grande, ordina loro di mettersi il vestito bello. Ci speravo ma non ci contavo troppo, quando ho fatto la domanda: “Perché, secondo voi, gli fa mettere il vestito bello?” Ci speravo ma non ci contavo, e invece uno ha alzato la mano e lo ha detto: “Per morire con dignità”.
Mi sono commossa. (Meditate che questo è stato)

    

   



 

     
     
                                                  

barbara


8 maggio 2009

NON È LA LORO FESTA

Così ha affermato Oswald Ellecosta, vicesindaco di Bolzano, esponente della Südtiroler Volkspartei, partito alleato del PD: “Il 25 aprile non è la nostra festa”. La loro festa, ha detto, sarebbe caso mai il 9 settembre, data in cui sono stati liberati dall’esercito tedesco. In provincia si è ovviamente scatenato un autentico terremoto, e al sindaco Luigi Spagnolli è stata chiesta una presa di posizione. E lui lo ha fatto. Il vicesindaco è stato frainteso, ha spiegato – ebbene sì, di questi tempi in Italia “si porta” il fraintendimento, come i pantaloni a vita bassa, non solo nei paraggi di Berlusconi ma anche dalla parte opposta – e deve essere assolutamente chiaro che si prendono esplicitamente le distanze dal nazismo e da tutto ciò che esso rappresenta. Ciò che il vicesindaco intendeva dire, ha precisato, è semplicemente che l’Alto Adige è stato oppresso dal fascismo e che l’esercito tedesco lo ha liberato da tale oppressione: chiaro, no?
Per chiarire ulteriormente la situazione sarebbe poi magari il caso di aggiungere che il partito nazista in Alto Adige raccoglieva il 90% dei consensi; che durante la guerra la regione è stata una specie di piccola Polonia, con caccia all’ebreo casa per casa, con la gente che andava dalla Gestapo a dire guardate che quello ha i documenti falsi, esibisce un nome ariano ma in realtà è ebreo, andate a vedere quella cantina, c’è un ebreo nascosto lì. Al punto che una comunità di migliaia di persone si è ridotta a poche decine di superstiti. C’era un campo di concentramento, a Bolzano, e decine di campi satelliti in tutti i paesi, da cui i contadini prelevavano a piene mani lavoratori schiavi. Adesso abbiamo le bande di naziskin, periodicamente visitati dai nazisti tedeschi che vengono a istruirli e addestrarli militarmente, e tante altre cose che qui si vivono da sempre ma che il “mondo” sembra scoprire solo adesso.

        

                      

barbara


9 gennaio 2009

RICORDA QUALCOSA?

Alla fine di marzo i nazisti si sentirono abbastanza forti per dare l'avvio al primo atto della loro vera rivoluzione, quella che non è diretta contro una determinata carta costituziona­le, ma contro i fondamenti della convivenza umana sulla ter­ra, e che, se non viene contrastata, è ancora ben lontana dall'aver raggiunto il proprio acme. Il suo primo, timido atto fu il boicottaggio degli ebrei del 1° aprile 1933.
Venne deciso la domenica precedente da Hitler e Goebbels sull'Obersalzberg, tra tè e biscotti. Lunedì i giornali titolarono, con curiosa ironia, «Annunciata azione di massa». A partire da sabato 1° aprile, si leggeva, tutti i negozi ebrei dovevano essere boicottati. Sentinelle delle SA si sarebbero schierate davanti agli esercizi impedendo che qualcuno vi entrasse. Nello stesso modo si dovevano boicottare i medici e gli avvocati ebrei. Pat­tuglie di SA avrebbero controllato che in studi e ambulatori si effettuasse il boicottaggio.
Dalle motivazioni di questo provvedimento si può misurare il progresso che i nazisti avevano compiuto in un mese. La leg­genda del progettato putsch comunista, raccontata per abro­gare la costituzione e le libertà civili, era stata una storiella co­munque ben costruita, che teneva d'occhio la credibilità; anzi, si era ritenuto necessario mettere assieme una specie di prova visibile dando fuoco al Reichstag. La motivazione del boicot­taggio degli ebrei, al contrario, era un'offesa impudente e una presa in giro di coloro dai quali si pretendeva che si comportassero come se ci credessero davvero. Infatti il boicottaggio degli ebrei doveva essere organizzato come misura di difesa e di ritorsione contro le false notizie di atrocità che avvenivano nella nuova Germania, prive di ogni fondamento, capziosa­mente diffuse all'estero dagli ebrei tedeschi. Ecco, questo era il motivo.
Nei giorni seguenti vennero disposti altri provvedimenti in­tegrativi (alcuni di essi furono poi attenuati, per il momento): tutti i negozi «ariani» dovevano licenziare i loro impiegati ebrei. E dovevano farlo pure tutti i negozi ebrei, che erano ob­bligati a pagare salari e stipendi ai loro impiegati «ariani» an­che durante la chiusura dovuta al boicottaggio. I proprietari di negozi ebrei dovevano ritirarsi dall'attività e trovare gesto­ri «ariani». Eccetera.
Contemporaneamente iniziò una grande «campagna di informazione» contro gli ebrei. Con volantini, manifesti e adu­nate di massa i tedeschi furono illuminati sul fatto che se fino ad allora avevano considerato gli ebrei esseri umani erano in­corsi in un errore. In realtà gli ebrei erano una «sottospecie» umana, quasi degli animali, ma con le caratteristiche di demo­ni. Quali conseguenze se ne potevano trarre, per il momento non veniva detto. Comunque, come grido di battaglia e parola d'ordine fu consigliato «Crepa giudeo!». A capo del boicottaggio venne designato un uomo di cui la maggior parie dei tede­schi lesse allora il nome per la prima volta: Julius Streicher.
Tutto questo suscitò qualcosa che dai tedeschi, dopo le ul­time quattro settimane, non ci si sarebbe più aspettati: sgo­mento generalizzato. Un borbottio di disapprovazione, soffo­cato ma udibile, corse attraverso il paese. I nazisti intuirono di aver fatto un passo troppo lungo, per il momento, e dopo il 1° aprile annullarono una parte dei provvedimenti. Ma non sen­za prima lasciare che lo sgomento totale producesse i suoi ef­fetti. Nel frattempo, sappiamo a quante delle loro reali inten­zioni abbiano rinunciato.
La cosa strana e deprimente fu senza dubbio che, al di là dell'immediata sensazione di sgomento, questo primo gran­dioso annuncio di una nuova idea criminosa scatenò in tutta la Germania un'ondata di dibattili e discussioni... ma non sulla questione dell'antisemitismo, bensì sulla «questione ebraica». Un giochetto che da allora ai nazisti è riuscito per molte altre «questioni», anche su scala internazionale: mentre minacciava­no qualcuno di morte pubblicamente - un paese, un popolo, un gruppo umano - riuscivano a far sì che di colpo venisse messo in discussione da tutti non il loro diritto all'esistenza, ma quello di quel qualcuno.
Improvvisamente ognuno si sentì obbligato e autorizzato a formarsi un'opinione sugli ebrei e ad esporla. Si operarono sottili distinzioni tra gli ebrei «rispettabili» e gli altri; se alcuni, per così dire a giustificazione degli ebrei - giustificazione per cosa? contro cosa? - portavano gli esempi delle loro prestazio­ni in campo scientifico, artistico, medico, altri rinfacciavano loro proprio questo: avrebbero «inforestierito» la scienza, l'ar­te, la medicina. Soprattutto divenne rapidamente consuetudine generale e popolare quella di mettere in conto agli ebrei l'esercizio di professioni rispettabili e intellettualmente rilevanti come se fosse un crimine o quanto meno una mancanza di tatto. A chi difendeva gli ebrei si rimproverava, aggrottando la fronte, che insomma gli ebrei, in modo decisamente riprove­vole, erano presenti in proporzione notevole tra i medici, gli avvocati, i giornalisti ecc. Ci si dilettava particolarmente nel risolvere la «questione ebraica» con calcoli percentuali. Si inda­gava se la quota di ebrei nel numero di membri del partito co­munista non fosse troppo alta, e quella nel numero dei caduti della guerra mondiale forse troppo bassa. (Davvero, ho assi­stito anche a questo, da parte di un uomo che si annoverava tra i «ceti colti» e aveva un titolo di dottore. Mi dimostrò con la massima serietà che, considerando il numero complessivo degli ebrei tedeschi, i 12.000 caduti nella guerra mondiale era­no proporzionalmente inferiori rispetto alla corrispondente cifra dei caduti ariani, e da qui deduceva «una certa giustifi­cazione» dell'antisemitismo nazista.) (Sebastian Haffner, Storia di un tedesco, Garzanti, pp. 113-116; libro scritto nel 1939).

Davvero preziosa, la lezione dei nazisti. Talmente preziosa che è stata ripresa al cento per cento, e ciò che era allora accaduto per il popolo ebraico, avviene ora per lo stato ebraico: non la legittimità di chi ne persegue la distruzione, viene messa in discussione, bensì quella della sua esistenza. Historia magistra vitae? Sì, certo, peccato solo che i maestri più gettonati siano regolarmente quelli dalle mani più lorde di sangue. E fra le colpe che maggiormente si imputano agli ebrei, continua ad esserci quella di morire troppo poco – magari da quelli stessi che il 27 gennaio si commuovano e gli scappa anche la lacrimuccia: gente che ama talmente tanto commemorare l’olocausto da prodigarsi con tutte le proprie forze per poterne, un giorno, commemorare due.


barbara

AGGIORNAMENTO: corri a leggere questo.


15 dicembre 2008

STORIA DI UN TEDESCO

La storia che qui si vuole raccontare ha per argomento una specie di duello.
Si tratta di un duello impari tra due avversari molto diversi: tra uno stato oltremodo potente, forte e brutale, e un piccolo privato cittadino, anonimo e sconosciuto. Il duello non si svol­ge su quello che viene comunemente considerato il campo del­la politica; il privato cittadino non è in alcun modo un politico, né tanto meno un congiurato, un «nemico dello stato». Viene a trovarsi continuamente ed esclusivamente sulla difensiva. Non desidera altro se non proteggere ciò che, a torto o a ragione, considera la propria personalità, la propria vita e la propria pri­vata onorabilità. Tutto questo viene costantemente aggredito dallo stato in cui vive e col quale ha a che fare, con mezzi estremamente brutali, anche se abbastanza grossolani.
Tra terribili minacce, questo stato pretende che il suddetto privato cittadino abbandoni i suoi amici, lasci le sue ragazze, rinunci alle proprie idee, accetti idee imposte, saluti in modo diverso da come è abituato, mangi e beva cose diverse da quel­le che gli piacciono, impieghi il tempo libero in occupazioni che detesta, metta la propria persona a disposizione di avven­ture che rifiuta, rinneghi il proprio passato e il proprio Io, e, cosa fondamentale, mostri costantemente nei riguardi di tut­to questo il massimo entusiasmo e la massima riconoscenza.
Il privato cittadino non vuole. È poco preparato all'aggres­sione di cui è vittima, non è un eroe nato, e tanto meno un martire. È semplicemente un uomo qualunque, con le sue molte debolezze, e in più è il prodotto di un'epoca insidiosa: però non vuole. E allora si impegna nel duello... senza entu­siasmo, quasi facendo spallucce; ma con la tacita determina­zione di non cedere. Ovviamente è molto più debole del suo avversario, ma senza dubbio più flessibile. Si vedrà come ese­gue manovre diversive, si scansa, poi esegue un affondo im­provviso, come si tiene in equilibrio ed evita per un pelo le stoccate pericolose. Si dovrà convenire che nel complesso, per un uomo qualunque senza particolari tendenze all'eroismo o al martirio, resiste davvero valorosamente. Ma poi si vedrà co­me alla fine sia costretto a interrompere il combattimento o, se si vuole, a trasferirlo su un piano diverso.
Lo stato è il Reich tedesco, il privato cittadino sono io. La competizione tra di noi, come ogni competizione, può essere interessante da osservare. (Spero che sarà interessante!)

Impressionante – è l’unico aggettivo che viene in mente – la lucidità dell’analisi che troviamo in questo libro, scritto nel 1939, delle vicende che hanno travolto la Germania nel primo dopoguerra fino all’avvento del nazismo. Impressionante la chiarezza di idee di questo ragazzo che è riuscito a non farsene travolgere, nonostante “incidenti di percorso” come questo:

Intanto
un'uniforme bruna si avvicinò fermandosi davanti a me. «Lei è ariano?». Prima di poter riflettere, avevo già risposto «Sì». Un'occhiata indagatrice al mio naso, e quello si ritirò. Ma io avvampai. Con qualche secondo di ritardo avvertii la mortificazione, la sconfitta. Avevo detto «sì»! Certo, io ero «ariano», se il problema era questo. Non avevo mentito. Avevo permesso che accadesse qualcosa di molto peggio. Quale umiliazione chiarire puntualmente su richiesta di estranei che io ero ariano, cosa alla quale tra l'altro non attribuivo alcuna importanza. Che vergogna ottenere di essere lasciato in pace dietro le mie pratiche in questo modo! Colto alla sprovvista, anche adesso! Fallito alla prima prova! Mi sarei preso a schiaffi.

Lettura importante anche per capire come mai una nazione in cui alle elezioni del 1933, nonostante le intimidazioni, nonostante gli assassini, nonostante le violenze di ogni sorta perpetrate dai gruppuscoli nazisti, nonostante tutto questo la maggioranza della popolazione NON aveva votato per Hitler e il suo partito, pochi mesi dopo fosse praticamente tutta entusiasticamente nazista. Noi ce lo siamo sempre chiesti: Haffner, ora, ce lo spiega nel modo più chiaro.

Sebastian Haffner, Storia di un tedesco, Garzanti



barbara


26 settembre 2008

BASSANO, 26 SETTEMBRE 1944

Ecco il boia di Bassano



Si chiama Karl Franz Tausch, ha 85 anni, vive in una villetta a Langen, in Assia. È autore di una delle più orribili stragi naziste: 31 giovani impiccati agli alberi del corso centrale di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944. Lui e gli altri responsabili, tedeschi e italiani, non sono mai stati processati



L'immagine rimarrà indelebile nella storia degli eccidi nazisti in Italia. La foto ritrae trentuno corpi di giovani senza vita che penzolano dagli alberi del lungo viale di Bassano del Grappa. Un impiccato per ogni albero, con i piedi, per alcuni, a pochi centimetri dal suolo.



Appesi a piante che appaiono dei grandi funghi.



Le mani legate dietro, davanti, sul petto, un cartello con la scritta "bandito". Lasciati lì, appesi per venti lunghe ore in segno di spregio e per terrorizzare la popolazione.



Italiani che impiccano italiani al comando di un vicebrigadiere delle SS, Karl Franz Tausch. Una crudeltà consumata a Bassano del Grappa il 26 settembre 1944.
Il boia nella villa a schiera Difficile che anche il "boia tedesco", com'era chiamato Tausch dalla popolazione, abbia scordato quell'immagine a più di 60 anni dal massacro. Sicuramente ci ha convissuto, nella comodità di una villetta a schiera immersa nel verde della cittadina di Langen in Assia, a una trentina di chilometri da Francoforte sul Meno e a meno di 15 da Darmstadt. Basso di statura, poco più di un metro e sessanta centimetri, un fisico appesantito dagli anni, ma ancora estremamente lucido e in forze. Compirà 86 anni il 9 ottobre: è nato nel 1922 a Olmütz, oggi Olomouc, Repubblica Ceca. È dunque un tedesco che proviene dai Sudeti della Moravia, territorio invaso da Hitler nel '39. La casa non si raggiunge direttamente in auto, si trova in un vialetto fra alte siepi, appartata, nascosta anche al poco traffico che scorre a meno di cinquanta metri. Tausch ha lo sguardo fisso, gli occhi imperscrutabili, l'atteggiamento aggressivo. Il tono è di chi è abituato a imporsi. Sulla porta è appesa una streghetta in
stoffa rossa come portafortuna. Sopra due grossi fari da cantiere edile per illuminare l'ingresso, sul retro il giardino curato e in ordine con una vecchia altalena. Dentro casa, una signora di servizio che lo aiuta. Tausch è intento a svuotare l'immondizia nel suo cassonetto, veste una maglietta blu e pantaloni da ginnastica, dal vialetto lo fotografiamo. Alla prima foto gli scappa quasi un sorriso, è sorpreso, poi cerca di evitare l'obiettivo e infine viene avanti ostile. Chiede se abbiamo la licenza, vuole impossessarsi della macchina fotografica. Per tre volte ripetiamo se è possibile parlare con lui e arriva sempre un no secco, duro, inappellabile. Nemmeno vuol sapere di che cosa si tratta. Sprizza rabbia dagli occhi, un ghigno prepotente, strattona, spinge, tira con forza la giacca. Se avesse qualcosa in mano lo userebbe contro di noi. La scena dura pochi minuti. Con gli anni questi ex nazisti allentano la guardia, si sentono più sicuri, pensano di avercela fatta, di essere sfuggiti alla giustizia. Ma sono sempre diffidenti verso chiunque. Il loro passato è una prova che non può essere cancellata. Sull'elenco telefonico di Langen compare un solo Tausch, senza nome di battesimo e indirizzo. Forse una piccola precauzione?
La giustizia distratta Non ha mai pagato il conto con la giustizia per i suoi trascorsi da criminale di guerra. È grazie ad un interrogatorio della magistratura tedesca negli anni Sessanta, in cui compare il suo nome, che arriviamo a lui. È in quella occasione che dichiara la sua residenza a Langen. Un interrogatorio che ora Tausch maledirà. Langen quasi scompare dentro un'immensa pianura che si perde all'orizzonte. Una cittadina con poco più di 36 mila abitanti, il piccolo centro storico racchiuso attorno alla chiesa, domina la parte nuova. E tantissimo verde. Anche il municipio è nuovissimo, governato dal socialdemocratico Frieder Gebhardt, eletto pochi mesi fa. È probabile che a Langen nessuno conosca i trascorsi di questo ex nazista. Eppure in Italia molti conoscevano il massacro di Bassano, c'erano documenti e testimonianze con nomi e cognomi dei nazisti, ma non si è mai voluto risalire ai responsabili per oltre sessant'anni, fino a poche settimane fa quando è stata ufficialmente aperta un'inchiesta dal procuratore militare di Padova, Sergio Dini. Tuttavia molti documenti sono spariti, come sostiene la storica Sonia Residori. Ma il Centro Simon Wiesenthal e lo storico Carlo Gentile, esperto di stragi naziste e consulente di diversi tribunali militari, erano sicuri: Karl Tausch è ancora vivo.
Specializzato nell'antiguerriglia Karl Franz Tausch non ha ancora compiuto 22 anni il giorno degli omicidi: al suo compleanno mancano appena due settimane. È vicebrigadiere delle SS e fa parte del Kommando di Herbert Andorfer, tenente delle SS di stanza a Roncegno in Trentino, mentre Tausch è distaccato a Bassano. Andorfer è un austriaco di Linz, arrivato in Italia nel '43. Il "Kommando Andorfer" è specializzato nell'antiguerriglia. È il tenente che dà l'ordine di uccidere i civili e partigiani, ma chi organizza, detta le modalità, fa eseguire e dà materialmente l'ordine è il boia Tausch. In quei giorni di settembre del '44 è in corso nei paesi del circondario del Grappa, nel Vicentino, una rappresaglia: in codice "Operazione Piave". L'ordine, arrivato dall'alto comando tedesco in Italia, è di uccidere trenta persone per ogni paese attorno al massiccio del Grappa.
L'inganno nazista Però partigiani e molti civili scappano alle prime avvisaglie. E allora Andorfer escogita un micidiale piano per eseguire lo stesso il massacro. Fa affiggere manifesti sui muri dei paesi, promettendo che chi si presenterà spontaneamente avrà salva la vita e lavorerà per l'Organizzazione Todt (civili addetti a lavori militari) o entrerà nella Flak (la contraerea). Ignare del progetto criminale, sono le persone influenti dei paesi come maestri, sindaci e sacerdoti e le stesse madri che invitano i propri figli e i giovani a presentarsi. "L'Operazione Piave" è iniziata da alcuni giorni e il 26 settembre «andavo come sempre a pattinare davanti alla chiesa Delle Grazie di Bassano», ricorda l'avvocato Mario Della Palma, che allora aveva 13 anni. «Ho visto arrivare il camion con questi ragazzi con le mani legate dietro, con loro due soldati tedeschi ». Sul lungo vialone della città c'era silenzio. «Il camion si ferma, ho visto il primo buttato giù, cioè appeso e impiccato e me ne sono andato» impaurito. Prima di venire giustiziati, ai trentuno è praticata un'iniezione per stordirli. Vengono appesi agli alberi di tre vie della città. I cappi sono pezzi di cavi telefonici, le teste vi sono infilate da ragazzini fascisti fra i 16 e i 17 anni delle ex Fiamme bianche, inquadrati nei reparti della Flak. La cima dei cappi è collegata a una lunga fune legata al camion. Il boia Tausch coordina l'esecuzione, dice come mettere il cappio poi dà l'ordine al camion di accelerare. Il camion parte e il cappio si stringe attorno al collo dei trentuno condannati. Chi non muore subito viene preso per le gambe e strattonato con colpi verso il basso da questi giovani fascisti. È quasi mezzanotte quando cala la morte. Fra gli impiccati c'è un uomo con problemi mentali; un ragazzo, Cesare, di 17 anni che si trova sul Grappa per curarsi dalla broncopolmonite; un altro, Giovan Battista, ha appena compiuto 16 anni, mentre il fratello, Giuseppe di 18, è stato fucilato due giorni prima; e un maestro elementare di Mirandola. Un ragazzo di 15 anni viene invece fucilato poco prima alla caserma Reatto, dove sono fatti confluire i prigionieri. Nel plotone di esecuzione c'è un ragazzino di appena 12 anni. Quasi tutti i prigionieri si sono presentati spontaneamente. La caserma si trova adiacente agli uffici di Tausch. Si dice che i carnefici abbiano poi festeggiato all'albergo Al Cardellino e al Caffè Centrale. Forse a bere e a cantare c'è pure Tausch. L'Operazione Piave si svolge dal 20 al 28 settembre, al termine si contano i morti: 264, solo 30 in combattimento. Lo strazio di padri e madri che hanno chiesto ai loro figli di presentarsi spontaneamente ai nazisti è pari a quello dei corpi appesi. E non tutti i corpi vengono ritrovati, alcuni pare siano finiti in fosse comuni e mai trovati.
Il boia ha precedenti Tausch ha una vera passione per gli omicidi. Il 5 gennaio 1945, sempre nel Vicentino, partecipa all'uccisione di tre persone, questa volta sono partigiani. Chi fa il nome di Karl Tausch come il boia tedesco? È l'onorevole Quirino Borin, sindaco di Bassano che prima di morire parla del graduato nazista. Borin conosce molto bene Tausch per essere stato trattenuto a lungo nell'ufficio del Kommando Andorfer proprio da Tausch. Anche lui indica il tedesco sul luogo della strage e sul camion. Che Tausch facesse parte del "Kommando Andorfer" è stato accertato dallo storico Carlo Gentile. La presenza del nazista a Bassano è confermata pure da documenti italiani. Le ultime prove sulla colpevolezza del "Kommando Andorfer" sono state trovate negli archivi di Londra da tre storici: Lorenzo Capovilla, Federico Maistrello e Sonia Residori dell'Istituto per la Storia della Resistenza della Marca Trevigiana e di Vicenza e dell'istituto di Vicenza E. Gallo. È una dichiarazione del '46 di Alfredo Perillo, detenuto, ufficiale di collegamento della Rsi con i tedeschi durante la guerra, nella quale scrive che «l'ordine dell'impiccagione venne dato dal tenente Andorfer ». Il documento non fu mai trasmesso alla giustizia italiana: solo ora è stato consegnato dai tre storici al procuratore militare di Padova Sergio Dini, che ha aperto ufficialmente un'inchiesta a carico di Karl Tausch e Herbert Andorfer. Tuttavia da luglio la procura militare di Padova è stata soppressa e tutte le inchieste sono passate a quella di Verona. La giustizia dimenticherà per la seconda volta il massacro di Bassano? (Paolo Tessadri, L’Espresso, 24 luglio 2008)



Adesso qualcuno ci viene a raccontare che è ora di riabilitare la repubblica di Salò. Di commemorare le vittime di entrambe le parti. Di rispettare le scelte “magari sbagliate” ma compiute in buona fede per l’onore della patria di tanti bravi ragazzi. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a combattere gli infami. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a tenere viva la memoria della barbarie che ha invaso l’Italia e il mondo intero. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a ricordare che leggi razziali e alleanza con la Germania nazista e la guerra (LE guerre, per la precisione: Libia Spagna Etiopia Albania guerra mondiale) non sono stati errori del fascismo bensì l’essenza stessa del fascismo. E sia maledetto chi osa dimenticare.


barbara

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