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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


9 febbraio 2012

PARLIAMO DI MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Per quei frequentatori del mio blog che non sono nella mia mailing list e non hanno quindi già avuto modo di leggerlo, propongo questo prezioso articolo di Silvana De Mari, medico, sulle mutilazioni genitali femminili. Ci sono cose che anche le persone più informate spesso ignorano. Non tutti, forse, sanno, che mutilazioni genitali non significa solo assenza di piacere sessuale: significa, sempre, pesantissime limitazioni alla conduzione di una vita normale e significa, non di rado morte. E molti, forse, ignorano che le mutilazioni genitali femminili, lungi dal regredire nel mondo, sono anzi in espansione, imposte con la forza anche là dove la tradizione non le aveva mai conosciute. In nome dell’islam. Per favore, leggete e diffondete questo articolo.

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La verità vi renderà liberi. Giovanni 8:31,32
Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. George Orwell.


Questo articolo è molto crudo e contiene immagini che un bambino non dovrebbe vedere, ma ancora di più contiene immagini che un bambino non dovrebbe subire. Ci sono migliaia, milioni di uomini e donne nati nell'islam che sono contrari a qualsiasi tipo di mutilazione sessuale, che ne sono desolati, che ne sono nauseati. Stiamo dalla loro parte.


La verità ci renderà liberi, non il politicamente corretto, qualcosa dove prima si decide cosa “è giusto”, poi si lima e si aggiusta, fino a che la realtà da raccontare riesce a entrare nel contenitore. Perché se è vero che la verità ci renderà liberi, è valido anche che la menzogna ci inchioderà alla schiavitù, quindi facciamoci un pensierino quando sacrifichiamo la verità al politicamente corretto. Potremmo pagarne il conto. E potrebbe essere un conto atroce.
Questo articolo è un approccio politicamente scorretto sulle Mutilazioni Genitali Femminili. E possiamo usare l’acronimo mgf, quando ne parliamo, così risparmiamo qualche sillaba, io a scrivere e voi a leggere, e con queste tre lettere ingentiliamo, il suono diventa emmegieffe potrebbe essere la marca di qualche cosa, un qualche apparecchietto elettronico per ascoltare musica, è un suono dove le urla e la vergogna non risuonano, dove gli avvoltoi scompaiono nel candore asettico della carta stampata.
Questo articolo tratta di mgf. E della necessità etica di fermarle. Non esiste relativismo che possa giustificare la tortura di un bambino.

Sono un chirurgo e ho lavorato anche un Etiopia. Ho visto per la prima volta un’infibulazione all’ospedale di Bushulo, in Etiopia. Le sale operatorie erano sale operatorie african style, vale a dire un unico stanzone con quattro lettini e grandi finestre chiuse da zanzariere. A causa della infibulazione rifatta dopo il parto, una giovane donna non riusciva più ad espellere il sangue mestruale. Era stato lasciato un orifizio, ma la suppurazione che era seguita aveva causato un edema, in altre parole un gonfiore ai tessuti, e l’edema aveva chiuso l’orifizio. Il sangue mestruale non potendo defluire era rimasto a stagnare trasformando la vagina in una sacca piena di sangue, che a causa della presenza di batteri era “marcito”, la vagina era diventata una boccia che premendo sulla vescica le impediva di svuotarsi e la vescica era diventata enorme. La pressione nella vescica era aumentata, perciò i reni non riuscivano a lavorare e si stavano distruggendo. La vescica diventata, a sua volta, una boccia enorme, premendo sull’intestino aveva causato un blocco intestinale. Io dovevo svuotare la vagina e la vescica. La cosa più urgente era mettere un catetere che drenasse l’urina, ma in quel disastro di tessuti cicatriziali martoriati e suppuranti era impossibile capire dove fosse l’uretra quindi avevo svuotato la vescica passando per via addominale: si infila un grosso ago attaccato a un tubicino nella vescica attraverso la parete addominale. Una volta svuotata la vescica, reni e intestino avrebbero ricominciato a funzionare. A quel punto avevo svuotato la vagina riaprendo per l’ennesima volta la vulva di quella povera donna. Era uscito il sangue, nerastro, infetto, con un odore nauseabondo e a quel punto gli avvoltoi attirati dall’odore di morte erano venuti a sbattere contro le zanzariere. La donna sarebbe morta da lì a poco per infezioni urinarie ricorrenti e insufficienza renale. Aveva dieci anni meno di me ed era stata condannata a morte, non da un cancro, non da nemici che l’avevano aggredita, ma dalla “sua civiltà”. Mentre cercavo di evacuare il più possibile di quella roba nerastra, gli avvoltoi alle mie spalle si avventavano contro le zanzariere, pazzi per quell’odore di morto, di putrefatto, che invece veniva da ventre vivo di una donna. Questa foto è stata scattata quel giorno: è sottoesposta perché non ho usato il flash, ma si vede il finestrone con l’avvoltoio. [continua]


barbara

 


4 febbraio 2012

AM ISRAEL CHAI VE CHAIAM

IL POPOLO D’ISRAELE VIVE E VIVRÀ

Accadeva una volta, in tempi barbari e selvaggi, che chi si metteva in viaggio corresse il rischio di incontrare dei predoni: assaltavano, costoro, carrozze e diligenze, carovane e viaggiatori isolati, per depredare i malcapitati di denaro e gioielli.
Accade ancora oggi, in talune contrade, che bande di predoni si appostino per dare l’assalto ad auto di passaggio. Non vogliono però, questi moderni predoni, impadronirsi di beni materiali, bensì conquistare qualcosa di molto più elevato: il Paradiso. Il Paradiso, per chi non lo sapesse, si guadagna uccidendo ebrei. Le contrade in questione, naturalmente, si trovano in Terra d’Israele.
Il 23 settembre 2011 una banda di questi predoni spirituali e idealisti assaliva l’auto di Asher Palmer, uccidendo lui e il figlio Yonatan, di un anno.


                         

Puah, la moglie di Asher, era incinta di cinque mesi. Ora Michael Craig Palmer, padre di Asher e nonno di Yonatan, ci informa che Puah ha dato alla luce un maschietto, di nome Orit. E si continua così come è sempre stato: loro producono morte, il popolo d’Israele produce vita. E non smetterà di danzare. Mazl tov, piccolo Orit, benvenuto al mondo.

barbara

ERRATA CORRIGE: Mi si informa che Orit è un nome femminile. Nel testo inglese non era precisato: l'autore del testo aveva evidentemente dato per scontato che ogni lettore lo sapesse, mentre io avevo dato per scontato che a riempire il vuoto lasciato dal piccolo Yonatan fosse arrivato un fratellino.


5 novembre 2011

I FIGLI DI OSLO

Grazie Rabin. Grazie Peres. Grazie a tutti voi, gentili colombe, che avete venduto il sangue dei vostri figli in cambio di un premio Nobel o di un titolo sui giornali.



barbara


11 maggio 2011

BELLISSIME IMMAGINI DA MARTE









Troppa fantasia? Guarda un po' qui.

barbara


2 maggio 2011

OGGI È UN GRANDE GIORNO

In agosto tornammo in Arabia Saudita. Un giorno, per sfuggire al caldo soffocante, alcuni fratelli Bin Laden organizzarono una gita alla casa di villeggiatura della famiglia, situata a Taef, in montagna, a circa due ore d'auto da Jeddah. Costruita negli anni Cinquanta o Sessanta, la casa era enorme e dozzinale, ma lassù faceva un po' più fresco. Ed era una variante alla solita routine. Noi donne ci sistemammo nell'ala femminile, con i bambini.
La mia piccola Najia aveva pochi mesi, come Abdallah, il figlio che Osama aveva avuto da Najwah, la giovane siriana nipote della madre di lui.
Il bambino di Osama pianse per ore. Aveva sete. Najwah tentava di dargli l'acqua con un cucchiaino, ma il bambino era troppo piccolo per bere in quel modo. Offrii a Najwah il biberon dal quale la mia bambina succhiava acqua tutto il giorno.
«Prendilo, Abdallah ha sete» dissi. Ma lei, nonostante stesse per scoppiare in lacrime, rifiutò il biberon. «Non vuole l’acqua» continuava a ripetere. «Non vuole usare il cucchiaio.»
Fu Om Yeslam a spiegarmi che Osama non voleva che il bambino usasse il biberon. La povera Najwah non poteva opporsi. Era infelice e impotente, una figura patetica, così giovane, con quel bambino in braccio che piangeva disperato. Io non credevo ai miei occhi.
Il caldo era spaventoso, intorno ai quaranta gradi. Un neonato si disidrata in poche ore a quelle temperature. Non riuscivo a credere che si potesse far soffrire il proprio figlio per qualche ridicolo dogma su una tettarella di gomma. Non potevo stare a guardare senza fare nulla.
Sicuramente Yeslam poteva intervenire. Purtroppo, io non ero autorizzata ad andare da lui per pregarlo di intercedere: in quanto cognata non potevo entrate nella, zona maschile a viso scoperto. Però una sorella, cresciuta senza velo tra i fratelli, aveva il permesso di farlo. Quindi pregai una delle sorelle di Yeslam di andare a chiamarlo. Quando arrivò, lo aggredii. «Di' a tuo fratello che suo figlio sta male. Il bambino deve bere dal biberon. Non può continuare a piangere.» Yeslam tornò scuotendo il capo. «È inutile. Osama è fatto così.»
Ero esterrefatta. Nel viaggio di ritorno non riuscivo a pensare ad altro. Osama poteva disporre a suo piacimento della moglie e del figlio: questo era un dato di fatto. Sua moglie non osava disubbidirgli: anche questo era un dato di fatto. Peggio ancora, nessuno avrebbe avuto l'ardire di intervenire. Persino Yeslam pareva condividere il principio che faceva di Osama il padrone assoluto della sua famiglia. La forza e l'autorità che avevo tanto ammirato in mio marito cominciarono a dileguarsi nell’incandescente aria del deserto.
Mentre Yeslam guidava in direzione di Jeddah, io stringevo i pugni e guardavo dal finestrino il mondo squallido che mi circondava. Mi sentivo mancare l’aria sotto il velo.
Sono sicura che Osama non intendeva nuocere al figlio, ma per lui la sofferenza del bambino contava meno di un principio che probabilmente si fondava su un verso del Corano. La famiglia era intimidita dal suo zelo religioso. Nessuno lo avrebbe mai criticato. Per i Bin Laden, come per molti sauditi, il rispetto delle norme religiose non è mai eccessivo. (Carmen Bin Laden, Il velo strappato, pp. 86-88)

Ieri, 27 di Nissan, era Yom haShoah: tutto Israele alle 10 in punto si è fermato per due minuti al suono delle sirene per ricordare i sei milioni di ebrei annientati – con molte complicità – dalla furia nazista. Sei milioni di ebrei sono stati annientati ma non è stato annientato l’ebraismo che, anzi, è più vivo che mai e continua ad offrire al mondo cultura e scienza e tecnologia e arte e spettacolo e molto altro ancora. Totalmente annientato è stato invece il nazismo, a partire dal suo profeta, così come fin dalla notte dei tempi sono stati annientati tutti coloro che hanno tentato di annientare gli ebrei.
Oggi è stato il turno di un altro profeta dello sterminio, ebraico innanzitutto, ma estendibile e spesso esteso anche a tutti coloro che non si uniformano al suo delirio di morte. È stato eliminato Osama Bin Laden, e possiamo considerarlo come un supremo atto di giustizia universale. Cambierà concretamente qualcosa? Non lo so. La rete terroristica si è talmente estesa e ramificata che sicuramente non finirà con la sua morte. Ma d’altra parte è un fatto che il terrorismo in generale e il terrorismo islamico in particolare si nutre di simboli, al punto che una vera o presunta profanazione del Corano è ritenuta motivo sufficiente per uccidere decine di persone del tutto estranee ai fatti in questione, e devastare e distruggere senza limiti. E Osama Bin Laden, con la sua dichiarazione di guerra al mondo intero, era indubbiamente un simbolo dei più potenti. Qualunque direzione possano prendere adesso gli eventi, una cosa comunque possiamo dire con certezza: oggi il mondo è un posto migliore.

barbara


7 aprile 2011

CHI VUOLE DAVVERO LA PACE



in quel di Palestina, finisce male



molto male.



(E in un sito filo palestinese ho letto che “Secondo le prime ricostruzioni un commando lo ha freddato come in un regolamento di conti. Le prime voci, in città, parlano di estremisti palestinesi. L’unica certezza, per ora, è la morte di uomo che ha fatto della cultura la sua arma di resistenza.”. Chissà, forse aveva messo gli occhi addosso alla moglie del vicino di casa e quello si è vendicato...)

barbara


25 gennaio 2011

NON CI POSSO CREDERE

Talmente veloce che non ho avuto neppure il tempo di accorgermi che non lo si vedeva più in giro. Ancora all’ultima nevicata l’ho trovato, uscendo per andare a scuola, che spalava la neve dalla rampa del garage.
Oggi, quando al ritorno da scuola ho visto l’epigrafe sulla porta del condominio, ho pensato alla madre di quella di sopra, che ha più di novant’anni. O a quello di sotto, che anni fa ha avuto un arresto cardiaco; si è incredibilmente ripreso, cammina, parla, ma si muove come una marionetta cui si sia spezzato qualche filo, e i suoi occhi hanno l’innocenza di un bambino che ancora non ha visto il mondo. E invece era il mio vicino preferito. E davvero, non riesco a capacitarmene.

barbara


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21 novembre 2010

DIALOGO DIALOGO DIALOGO

Perché la pace – lo sappiamo perfettamente, visto che il mondo intero continua a ricordarcelo – si fa con i nemici, e quindi giustamente il mondo intero mette in atto tutte le proprie risorse per indurre Israele a dialogare con questi soggetti, ad accordarsi con questi soggetti, ad offrire tutto l’offibile, compreso il proprio deretano e quello dei propri figli, per arrivare alla pace con questi soggetti che sono, per l’appunto, i nemici ossia coloro con cui, per definizione, bisogna fare la pace (scusate, ma repetita iuvant, così mi hanno insegnato).

Un documento fondamentale che dimostra come l'Islam sia religione di pace e la pace possibile subito

Cari amici, questa è una cartolina per stomaci forti. Non a causa di ciò che vi scriverò io, ma per quel che vi inviterò a vedere: l'illustrazione della cartolina, diciamo così, che in realtà è un video, anche lunghino, perché dura una ventina di minuti. E però val proprio la pena di guardarlo tutto, perché ci troverete la summa del pensiero islamico sugli ebrei. Lo trovate qui:
http://vimeo.com/16779150. Vedrete un bel gruppetto di clerici musulmani, con barbone, palandrane e tutti gli accessori del caso, spiegare che "gli ebrei soffrono di disordini mentali, perché sono ladri e aggressori, un ladro o un aggressore che prende una proprietà o una terra sviluppa disordini psicologici e spasimi di coscienza, perché ha preso qualcosa che non è suo. Loro (gli Ebrei) vogliono presentarsi al mondo come se avessero dei diritti, ma di fatto sono batteri estranei, microbi senza uguali nel mondo. Non sono io che dico questo, è il Corano stesso che dice che non hanno uguali nel mondo" (così Abdallah Jarbù, ministro di Hamas per gli affari religiosi alla tv Al-Aqsa (Gaza) il 28/02/10). Ovvero che "i più grandi nemici dei mussulmani – dopo Satana – sono gli Ebrei. Chi ha detto questo? Allah lo ha fatto" (Dr. Hassan Hanizzadeh, commentatore iraniano, Jaam-E Jam2 tv (Iran) il 20/12/05)
Li sentirete dichiarare che anche "Se gli Ebrei ci restituissero la Palestina cominceremmo ad amarli? Certamente no. Non li ameremo mai. Assolutamente no. Le vostre convinzioni sugli Ebrei devono essere che essi sono infedeli e essi sono nemici. Sono nemici non perché hanno occupato la Palestina. Sarebbero nostri nemici anche se non avessero occupato niente", o più succintamente che "noi tratteremmo gli Ebrei come nostri nemici anche se ci restituissero la Palestina perché essi sono infedeli" Wael Al- Zarrad, clerico palestinese alla tv Al-Aqsa il 28/02/08.
Potrete gustarvi il modo in cui insegnano ai bambini cose pacifiche e gentili come queste: "Il nostro sangue chiede vendetta contro di loro e si placherà solo con la loro distruzione, Allah lo vuole, perché essi hanno cercato di uccidere il nostro Profeta diverse volte" (Masoud Anwar, clerico egiziano alla tv Al-Rahma (Egitto) il 09/01/09) (tutte queste citazioni vengono da
qui, riprese poi da Emanuel Baroz)
Li vedrete rilanciare la calunnia del sangue, anzi potrete gustarvi un brano di un filmato in cui si vede proprio un gruppo di ebrei che taglia la gola a un bambino gentile per fare azzime col suo sangue. Li sentirete discutere sul fatto se i morti della Shoà siano 3 milioni come pretendono gli ebrei (e inutilmente qualcuno dice che no, gli ebrei dicono siano stati 6 milioni, la conduttrice tv dice che le sue ricerche mostrano che per gli ebrei i morti sono 3 milioni...), oppure più probabilmente 150 mila o piuttosto certamente appena 30 mila, il resto è propaganda. Soprattutto vedrete la scena indimenticabile di un fanatico imam o ulema o quel che è sbavare letteralmente per la gioia ed esaltarsi, producendo una sorta di telecronaca mentre scorrono le scene dei cadaveri di Auschwitz, dei deportati che stanno morendo di fame, delle uccisioni e delle umiliazioni, facendo un gran tifo per i tedeschi e promettendo che presto anche il bravo popolo arabo potrà fare come hanno fatto loro: una scena davvero indimenticabile.
Dovete assolutamente vedere queste sequenze, tutte tratte da pubbliche televisioni del mondo islamico, e vi prego: fatele girare. Solo così vi potrete perfettamente convincere – voi e i vostri amici - di quanto l'Islam sia una religione di pace, quanto lo stato di guerra in Medio Oriente sia colpa solo dell'entità sionista, come tutti dobbiamo assolutamente fidarci delle buone intenzioni dei bravi fedeli islamici. Solo così potrete capire quanto infondati siano i pregiudizi e le paranoie di chi pensa che l'Islam sia pericoloso non solo per Israele e gli ebrei, ma per l'Europa e il mondo. Guardate qui:
http://vimeo.com/16779150. E buona visione, con l'augurio di non vomitare.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Una sola parola, da parte mia, di commento: meditate.

barbara


8 novembre 2010

ODORE DI POLVERE

Vapore che si leva dai corpi nudi. Mani che si agitano con rapidi movimenti ritmici. I raggi di sole penetrano attra­verso due aperture sul soffitto conferendo a sederi, seni e cosce una luminosità pittorica. Nella stanza calda i corpi si intravedono appena, fino a che l'occhio non si abitua a questa magica luce. I volti hanno un'espressione di gran­de concentrazione. Questo non è divertimento, ma duro lavoro.
In due grandi sale, donne sdraiate, sedute o in piedi, stro­finano. Strofinano se stesse, le altre o i loro bambini. Alcu­ne sembrano uscite da un quadro di Rubens, altre sono tan­to scheletriche da avere le costole sporgenti. Con grandi guanti di canapa fatti a mano si sfregano a vicenda schiena, braccia e gambe. Grattano via dai piedi la pelle dura con la pietra pomice. Le madri strofinano le fìglie in età da marito osservandone attentamente il corpo. Non passerà molto tempo prima che queste ragazzine con un accenno di seno si trasformino in madri che allattano. Ci sono esili adole­scenti con profondi segni sulla pelle per aver messo al mon­do dei figli quando il corpo non era ancora maturo per far­lo. Quasi tutte le donne presentano ampie smagliature sul­l'addome dovute ai parti precoci e frequenti.
I bambini gridano e strillano, per la paura o per la gioia. Quelli che sono già stati strigliati e sciacquati giocano con i catini per l'acqua, altri urlano dal dolore e sgambettano come pesci che guizzano nella rete. Qui a nessuno viene messo un panno sugli occhi per evitare che il sapone, colando, li faccia bruciare. Col guanto di canapa le mam­me sfregano i sudici corpi color marrone scuro dei loro bambini fino a farli diventare di un rosso chiaro. Fare il bagno e lavarsi è una battaglia che i piccoli, nelle mani salde delle madri, hanno perso già in partenza.
Leila si strofina via rotolini di sporco e pelle morta. A forza di fregare, si toglie striscioline nere che rimangono nel guanto o cadono sul pavimento. Sono passate molte settimane dall'ultima volta che si è lavata a dovere e parecchi mesi da quando è andata allo hammam. A casa l'acqua c'è raramente e lei non vede il motivo di doversi lavare troppo spesso, tanto ci si sporca subito di nuovo.
Ma oggi è andata allo hammam con la mamma e le cugi­ne. Leila e le sue cugine, come tutte le giovani non ancora sposate, sono particolarmente vergognose e dunque sono rimaste in mutande e reggiseno. Il guanto di canapa evita queste zone, ma braccia, cosce, polpacci, schiena e collo subiscono un duro trattamento. Gocce di acqua e di sudore si mescolano sui loro volti, mentre strofinano, sfregano e grattano: tanto più forte, tanto più pulito.
[...]

Mentre si striglia e cicala con le cugine, Leila lancia a trat­ti rapide occhiate alla madre per assicurarsi che vada tut­to bene. Questa giovane di diciannove anni ha un corpo da adolescente, una via di mezzo tra quello di una ragaz­zina e quello di una donna fatta. Tutti nella famiglia Khan sono sul rotondetto, come vogliono i canoni afgani. Il grasso e l'olio che versano generosamente sulle pietanze influiscono sulla corporatura: frittelle, patate a pezzi che gocciolano grasso, carne ovina in salsa d'olio speziato. La carnagione di lei è pallida e priva di difetti, morbida come il culetto di un bambino. Il colorito del volto sfuma dal bianco al giallognolo al nero-grigio. Il tipo di vita che conduce si riflette in questa pelle da bambina, che non prende mai il sole, e nelle mani ruvide e consunte da vec­chia. Per molto tempo Leila si era sentita debole e mala­ticcia, poi si era finalmente decisa ad andare dal medico. Le aveva detto che necessitava di sole, vitamina D.
Alquanto paradossalmente, Kabul è una delle città più
soleggiate al mondo. Posta a 1800 metri di altezza sul livello del mare, quasi tutti i giorni dell'anno vi splende il sole: spacca la brulla terra, desertifica quelli che un tem­po erano stati fertili giardini e brucia la pelle dei bambini. Ma Leila il sole non lo vede. Là sotto, nell'appartamento a piano terra di Mikrorayan, non splende mai, e nemme­no dietro al burka. Non un solo, piccolo raggio salutare riesce a penetrare attraverso le maglie della griglia. Sola­mente quando va a trovare la sorella maggiore Mariam, che ha un cortile sul retro della sua casa in campagna, lascia che il sole le scaldi la pelle. Di rado, però, le capita di avere tempo per andarci.
Leila è quella che in famiglia si alza per prima e si corica per ultima. Con sottili rametti accende il fuoco nel for­no del soggiorno, mentre quelli che ci dormono russano ancora, poi accende quello del bagno e fa bollire l'acqua per cucinare, fare il bucato e lavare le stoviglie. È ancora buio quando riempie di acqua bottiglie, paioli e vasi. La corrente elettrica non c'è mai a quest'ora, così Leila si è dovuta abituare a muoversi nell'oscurità andando a tasto­ni. Di tanto in tanto si porta dietro una piccola lampada. Poi prepara il tè: dev'essere tassativamente pronto alle sei e mezzo, l'ora in cui gli uomini della casa si svegliano, altrimenti sono guai. Quando usa l'acqua di una brocca, Leila torna subito a riempirla. Fino a che ne arriva, è meglio approfittarne: non si può mai sapere quando ne interromperanno l'erogazione, a volte capita dopo un'o­ra, a volte dopo due.
[...]
Sbattere di porte e colpi sulle pareti. È come se nelle poche camere, nel corridoio e nella stanza da bagno fosse in corso una guerra. I figli di Sultan litigano, strillano e piangono. Sultan se ne sta quasi sempre per conto proprio, a bere il tè e fare colazione in compagnia della seconda moglie. Sonya si occupa di lui, Leila di tutto il resto. Riempie di acqua i catini, tira fuori i vestiti, versa il tè, frigge le uova, va a prendere il pane, pulisce le scarpe. I cinque uomini di casa devono andare al lavoro.
Con grande riluttanza, aiuta i suoi tre nipoti - Mansur, Eqbal e Aimal - a prepararsi per uscire. Da loro non ci si deve aspettare mai un grazie, mai un piccolo aiuto. "Ragazzacci maleducati", sibila Leila tra sé quando i tre, di pochi anni più giovani di lei, le ordinano di fare questo e quello.
"Non c'è latte? Ti avevo detto di comprarlo!" inveisce Mansur aggiungendo: "Parassita che non sei altro!" E se lei brontola, lui ha sempre pronta la stessa micidiale risposta: "Sta' zitta, donna!" Non si fa scrupoli ad alzare le mani e colpirla sullo stomaco o sulla schiena. "Questa non è casa tua, è casa mia! " le dice con voce dura. Nem­meno Leila la sente come la propria casa, ma come quella di Sultan, dei suoi figli e della sua seconda moglie. Lei, Bulbula, Bibi Gul e Yunus sentono tutti di non essere i benvenuti nella famiglia. Ma andarsene non è certo un'al­ternativa possibile: dividere una famiglia è uno scandalo. Oltretutto sono dei buoni servitori, Leila almeno lo è di sicuro.
[...]
Dopo il caos mattutino, quando Sultan e i suoi figli sono usciti, la ragazza può finalmente tirare un sospiro di sollievo, bere il tè e fare colazione. Poi ci sono da pulire le camere, la prima volta nell'arco della giornata. La ragazza procede china, con uno scopettino di paglia in mano, e spazza, spazza, spazza spostandosi di stanza in stanza. La maggior parte della polvere si solleva, svolazza qua e là e si posa di nuovo sul pavimento alle sue spalle. L'odore di polvere non lascia mai l'appartamento. Della polvere Leila non si libererà mai, si è posata sui suoi movimenti, sul suo corpo, sui suoi pensieri. Ma briciole di pane, residui di carta e rifiuti riesce a raccoglierli. Spaz­za le stanze diverse volte al giorno: dato che tutto lì si svolge sul pavimento, si sporca rapidamente.
È questa polvere di sporcizia che ora sta cercando di strofinare via dal suo corpo, è questa che si toglie di dos­so fregando e formando spessi rotolini. È la polvere che si incolla alla sua vita.
"Pensate se avessi una casa da spazzare solo una volta al giorno, una casa che si mantiene pulita per un'intera giornata, in modo da non essere costretta a scopare di nuovo prima della mattina successiva", dice Leila sospi­rando alle sue cugine. Loro annuiscono: in quanto ragaz­ze più giovani della famiglia, vivono anche loro la sua stessa vita.
Leila ha portato con sé alcuni capi di biancheria intima che vuole lavare nello hammam. Di solito il bucato lo fa su una panchetta accanto alla latrina del bagno, nella stanza semibuia. Si prepara diversi catini: uno con il sapo­ne, uno senza, uno per i capi colorati, uno per quelli chia­ri. In queste bacinelle lava lenzuola, tappeti, asciugamani e vestiti di tutti i membri della famiglia. Li strofina e li torce, poi li mette ad asciugare, compito arduo, soprat­tutto in inverno. Sono state tese delle corde davanti alle palazzine, ma capita spesso che qualcuno rubi i panni stesi, perciò Leila lì non ce li vuole lasciare, a meno che qual­cuno dei bambini non sia disposto a tenerli d'occhio fino a che non sono asciutti. In alternativa li appende stretti uno all'altro sui fili tesi sul piccolo balcone. Su questo ter­razzino di appena un paio di metri quadrati ci sono gene­ri alimentari e cianfrusaglie, una cassa di patate, un cesto di cipolle, uno di aglio, un grosso sacco di riso, cartoni, scarpe vecchie, alcuni stracci e altri oggetti che nessuno ha il coraggio di buttare via perché forse un giorno potrebbero servire a qualcuno.
A casa Leila indossa vecchi maglioni pelosi e con le frange, camicie tutte macchiate e gonne che strisciano per terra e raccolgono lo sporco che lei non è riuscita a spaz­zare via. Ai piedi porta logori sandali in plastica e sul capo un piccolo foulard. L'unica cosa che dà un po' di luce sono i grandi orecchini dorati e i lucidi braccialetti.
[...]
L'acqua inizia a raffreddarsi. I bambini che ancora non sono stati completamente lavati strillano più forte che mai. Presto non rimarrà che acqua fredda nello hammam fino a poco prima pieno di vapore. Le donne lasciano il bagno e a mano a mano che se ne vanno lo sporco diven­ta visibile. Negli angoli ci sono gusci d'uovo e mele mar­ce. Sul pavimento sono rimaste strisce di sporcizia: nello hammam le donne portano gli stessi sandali di plastica che usano sui sentieri di campagna, nei bagni all'aperto e nei cortili sul retro delle loro abitazioni.
Bibi Gul si trascina fuori, con Leila e le sue cugine al seguito. È il momento di rivestirsi. Nessuna ha portato un cambio, si rimettono tutte addosso gli stessi abiti con cui sono arrivate. Alla fine si adagiano il burka sui capelli appena lavati. Il burka con il suo inconfondibile odore: ognuno ne possiede uno proprio e caratteristico, dato che poca aria riesce a penetrare attraverso la stoffa. Il burka di Bibi Gul ha lo stesso lezzo che esala da lei: alito di vec­chia frammisto a fiori dolciastri e una punta di acidulo. Leila sa di sudore giovane e puzzo di cibo. A dire il vero tutti i burka della famiglia Khan sono impregnati di puz­zo di cibo, perché li tengono appesi a un chiodo davanti alla cucina. Sotto il burka e gli altri vestiti, adesso, le don­ne sono linde e profumate, ma perché il sapone verde e lo shampoo rosa abbiano la meglio si prospetta una dura battaglia. Tra breve riacquisteranno il loro odore, il burka glielo ricaccia addosso, odore di vecchia schiava, odore di giovane schiava.
Bibi Gul procede davanti a tutte, per una volta tanto sono le tre ragazze a rimanere indietro. Camminano una accanto all'altra, ridacchiando sommessamente. In una strada quasi deserta si alzano il burka sopra la testa: tanto lì in giro ci sono solo bambini e cani. Il vento fresco fa bene alla pelle ancora madida di sudore, ma non è certo aria buona. Le strade secondarie e i vicoli di Kabul puzzano di immondizia e di fogna. Un sudicio canaletto di scolo costeggia la strada di terra battuta tra le casupole in argilla. Ma le ragazze non si accorgono nemmeno del tanfo che ne fuoriesce, né della polvere che, a poco a poco, si appiccica alla pelle otturandone i pori. Si godono i raggi del sole e ridono. All'improvviso sbuca fuori un uomo in bicicletta.
"Copritevi, ragazze! Sono tutto un ardore! " grida supe­randole. Le tre si guardano e scoppiano in una risata per la sua divertente mimica facciale, ma quando pedalando ritorna verso di loro, si abbassano il burka.
"Quando il re farà ritorno, non indosserò più il burka, mai più", afferma Leila fattasi di colpo seria. "Perché allora vivremo in un Paese in pace."
"Non tornerà mai", replica la cugina, velata anche lei.
"Si dice che ritornerà questa primavera", ribatte Leila.
Fino a quel momento, comunque, è meglio andare in giro coperte, tanto più adesso che le tre ragazze sono da sole.
Completamente da sola Leila non va da nessuna parte. Non sta bene che una giovane esca senza essere accompa­gnata. Chi può sapere con certezza dove è diretta? Maga­ri ha intenzione di incontrarsi con qualcuno, magari sta andando a peccare. Nemmeno al mercato della verdura, che dista solo alcuni minuti a piedi da casa, Leila ci va da sola. Come minimo si porta dietro un bambino del vici­nato. Oppure chiede a uno di loro di svolgere per lei la commissione. "Da sola" è un concetto che non esiste per lei. Mai e in nessun posto le è capitato di stare da sola. Non è mai stata da sola nell'appartamento, non è mai andata da sola da nessuna parte, non è mai rimasta da sola in nessun posto, non ha mai dormito da sola. Ogni singola notte l'ha trascorsa sulla stuoia accanto alla madre, Leila non sa cosa significhi essere da sola, ma non le manca neanche. L'unica cosa che potrebbe desiderare è un po' più di tranquillità e un po' meno da fare.
[...]
Leila deve andare in cucina a preparare la cena. [...]
Sbuccia le cipolle e questo le fa scendere lacrime amare lungo le guance. Di lacrime vere ne piange poche: ha rimosso desideri, nostalgie e delusioni. Il profumo fresco del sapone dello hammam è svanito già da un pezzo. L'olio della padella le schizza sui capelli diffondendo un odore acre. Le ruvide mani sof­frono quando il succo di peperoncino penetra attraverso la pelle screpolata.
[...]
Verso mezzanot­
te sono tutti sdraiati sulle loro stuoie. Tutti tranne una. Leila è in cucina alla luce di una candela. Domani Sultan vuole avere cibo fatto in casa da portarsi al lavoro. Frigge un pollo nell'olio, cuoce il riso, prepara una salsa di verdure. Nel frattempo lava le stoviglie. La fiamma del­la candela le illumina il volto. Ha grandi occhiaie scure. Quando le pietanze sono cotte, toglie le pentole dai for­nelli, le avvolge in grandi panni annodandoli saldamente di modo che i coperchi non cadano quando Sultan e i suoi figli le prenderanno l'indomani. Si lava via l'olio dal­le dita e va a coricarsi con indosso gli stessi vestiti che ha portato tutto il giorno. Srotola la sua stuoia, si distende sopra una coperta e dorme fino a che, poche ore dopo, il mullah non la sveglia e inizia così una nuova giornata al suono di "Allahu akbar - Dio è grande".
Ancora una giornata con lo stesso odore e lo stesso sapore di tutte le altre. Polvere. (Il libraio di Kabul, pp.189-207)

Non aggiungo parole di commento a questa stupenda pagina. L’unica cosa che aggiungo è l’invito a leggere la cartolina di oggi dell’imprescindibile Ugo Volli notevolmente in tema (e magari, se vi avanza qualche minuto, anche l’ulteriore scambio con la sua severa bacchettatrice), e poi, imperativo categorico, vedere questo video, che in Francia è stato censurato, motivo per cui invito chiunque passi di qui a diffonderlo il più possibile.


barbara


11 settembre 2010

ALTRE DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

Nell'a­gosto del 931, nel corso della campagna estiva contro Amorium:

I musulmani entrarono nella piazza e vi trovarono grandi quantità di mercanzie e di viveri, di cui si impadronirono. Essi incendiaro­no tutti gli edifici costruiti dai nemici, poi penetrarono più in profondità nel territorio bizantino, abbandonandosi ai saccheggi, agli eccidi e alle devastazioni, e giunsero ad Ancyra, città oggi no­ta come Ankuriya [Ankara]. Tornarono indietro tranquillamente e senza aver incontrato la minima ostilità. Il valore dei prigionieri ammontava a 136.000 dinari.

Nel 1064 il sultano selgiuchide Alp Arslan (1063-1072) ricoprì di rovine la Georgia e l'Armenia, si diede ai massacri, «seminò ovunque morte e schiavitù», sterminò interi popoli e catturò in­numerevoli prigionieri. Tutta la popolazione maschile di Ani fu trucidata, e le donne e i bambini furono deportati. Nel XIII seco­lo i mamelucchi d'Egitto misero a ferro e fuoco il regno d'Armenia-Cilicia. Nella spedizione condotta nel 1266 dal sultano Bay-bars, a Sis furono sterminate 22.000 persone. Gli egiziani incen­diarono la città e saccheggiarono i dintorni, trascinando via come prigionieri gli abitanti di Adana, Ayas e Tarso:

I vincitori, essendo penetrati nella città di Sis, la distrussero da ci­ma a fondo. Rimasero in quel territorio per alcuni giorni, portando dappertutto carneficine e incendi, e rapendo un gran numero di prigionieri. Quindi l'emiro Ugan [Igan] si diresse verso il paese di Rum [Bisanzio], e l'emiro Kelaun [Qala'un] verso Masisah, Adnah, Aias e Tarsus [Masis, Adana, Ayas e Tarso]. Entrambi sgozzarono gli abitanti, catturarono molti prigionieri, distrussero numerose piazzeforti e diedero alle fiamme ogni cosa.

Durante la spedizione del 1268, i mamelucchi passarono a fil di spada tutti gli uomini di Antiochia, e catturarono tutte le don­ne e i ragazzi. La città divenne un cumulo di macerie e un deser­to. Nel corso della campagna del 1275, Baybars e le sue truppe si diedero ai massacri ovunque, e raccolsero un considerevole bottino. Mopsuestia fu incendiata e la sua popolazione stermina­ta; Sis venne di nuovo saccheggiata. Secondo il cronista siriaco Bar Hebraeus, 60.000 persone furono uccise e il numero di donne, ragazzi e bambini deportati come schiavi fu incalcolabile.
Nel contesto geografico oggetto di questo studio, i popoli ri­dotti in schiavitù erano per lo più cristiani, ma anche ebrei sia bi­zantini che europei. Intere famiglie, smembrate e dilaniate dalla lotteria della spartizione dei premi tra i soldati o della vendita di schiavi, venivano deportate in paesi lontani e ignoti. Quest'uma­nità prigioniera, costantemente incrementata dal jihad, si perdeva nella totalità indistinta del bottino, il fay’ musulmano. Individui atomizzati dal venir meno dei vincoli di solidarietà familiare, re­ligiosa e sociale provocato dalla schiavitù e dalla deportazione, i prigionieri andavano a ingrossare le file dei mawali (schiavi af­francati), che gremivano gli accampamenti militari arabi all'inizio della conquista. Questo aumento demografico, frutto dei bottini di guerra, diede il via al processo di urbanizzazione manifestato­si a partire dall'VIII secolo. I cronisti parlano di province e di intere città del dar al-islam svuotate dei loro abitanti.
Tuttavia non sarebbe giusto sottovalutare il ruolo storico di queste moltitudini rastrellate dal dar al-harb a opera degli eserciti islamici vincitori. Infatti sia i cristiani che gli ebrei, di provenienza rurale o urbana, prelevati dai paesi mediterranei e dall'Armenia - letterati, medici, architetti, artigiani, contadini, vescovi, monaci o rabbini - appartenevano tutti a civiltà superiori rispetto a quelle delle tribù arabe o turche. Fu grazie allo sfruttamento di questa «manodopera» servile che venne edificata la potenza militare ed economica dei califfi e si compì il processo di islamizzazione. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 148-149)

E stanno continuando. Credo che oggi sia il giorno più adatto per ricordare con chi abbiamo a che fare. Poi, per qualche informazione in più, vai a leggere anche uno e due e tre e quattro.


barbara


AGGIORNAMENTO: leggi oppure ascolta.


11 settembre 2010

NOVE ANNI FA

Quando a Manhattan non si vide più il cielo.


3 giugno 2010

L’ANTICA SAGGEZZA DEL TIZIO DELLA SERA

La pasticceria del mondo

La morte è uno scandalo, la morte violenta uno scandalo anche peggiore, la morte dei giovani un'ingiustizia atroce che nessuno può sopportare - la morte procurata da un esercito di ebrei, ghiottoneria generale.

Il Tizio della Sera

Ghiottoneria sulla quale branchi di sciacalli famelici eccitati dall’odore del sangue fanno a gara a chi sbrana di più.

barbara


5 aprile 2010

PER QUALCUNO IL MATRIMONIO È PROMESSA DI ETERNO AMORE

Per qualcun altro è promessa di eterno odio e morte e distruzione.


(E vedere tanto odio in due occhi da bambina, fa impressione davvero)

barbara


22 novembre 2009

SABBIA

Nient'altro che sabbia ...



barbara


12 giugno 2009

PARLIAMO DI EBREI E DI PALESTINESI

                             

e di Shoah e di attualità. Oggi Anna Frank avrebbe compiuto 80 anni. Mia madre ne ha cinque di più, ed è ancora qui. Anna no, perché lei era ebrea. E tante brave persone ne piangono il triste destino, la deportazione, le privazioni, le sofferenze, la fame, la malattia e infine la morte, a sedici anni ancora da compiere. Le stesse persone, almeno in parte, che stanno poi dalla parte di coloro di cui parla la tristissima cartolina di Ugo Volli di oggi. Leggiamola.


Cari amici, questa è una cartolina triste e (realmente) filopalestinese. Voglio chiedervi di portare con me il lutto di un ragazzino palestinese di tredici anni, ucciso l'altro giorno a Kalkilya, sulle colline del West Bank di fronte a Tel Aviv. Il nome del ragazzino è Raed Wael Sawalha. E' stato ucciso e prima ferocemente torturato perché accusato di essere "collaboratore" di Israele. I palestinesi ammazzati per questa ragione sono stati centinaia negli scorsi anni; è dal 1936, ben prima della naqbah che gli islamisti hanno autorizzato chiunque ad ammazzare chi venda terra agli ebrei (e questa è ancora una legge dell'Autorità Palestinese) e questo è già un segno sufficiente della volontà palestinese di fare la pace con Israele. Ma Raed Wael Sawalha aveva tredici anni. Tredici anni. Che collaborazione, che tradimento può commettere un tredicenne che abita in un paesone qualunque? Raccontare ai "criminali sionisti occupanti" di come giocano a pallone i suoi amici? O magari flirtare con una "puttana ebrea"? C'è di peggio. Sapete chi ha ucciso e torturato Raed Wael Sawalha? E' stata la sua famiglia, incluso il padre e lo zio. Capite: il padre di un ragazzo tredicenne, con la complicità di tutta la famiglia, tortura a morte proprio figlio per aver "collaborato" con Israele! E' della volontà di pace di questa gente che Israele deve fidarsi, secondo le anime belle da Obama fino agli scout della parrocchia all'angolo....

Ugo Volli

PS: Su quanti giornali avete letto la storia di Raed Wael Sawalha? Ne hanno parlato i grandi amici della Palestina, Michele Giorgio, Umberto de Giovannangeli, Ugo Tramballi, e anche gli umanitari come Moni Ovadia? Ci ha indagato una commissione diritti umani dell'Onu? Andrà ai funerali la (per fortuna ex) vice-presidente del Parlamento Europeo, Luisa Morgantini? O credono anche loro che la vita di un ragazzo ucciso come "collaborazionista" è meno importante di quella di un "martire" che si fa esplodere in mezzo alla gente di una pizzeria?

PPS: C'è un altro ragazzo che non ha tredici anni, ma poco più di venti, prigioniero da tre anni dei palestinesi, si chiama Gilad Shalit. Catturato in territorio israeliano e tenuto prigioniero DA TRE ANNI senza il minimo diritto, senza aver mai ricevuto una visita della Croce Rossa, senza il trattamento garantito ai prigionieri di guerra, in condizioni terribili. Chiediamo tutti la liberazione di Shalit.

Ricordarsi di Gilad non è molto di moda, non è “in”, non fa acquisire benemerenze, né politiche, né sociali. Per fortuna ci ha pensato almeno un gruppetto di bambini, che gli ha dedicato questo lavoro (e grazie al preziosissimo amico che me lo ha fatto conoscere).

barbara


25 aprile 2009

OH, QUANTO È DOLCE

il profumo della jihad!
(dura circa mezz’ora, ma vi consiglio caldamente di guardarlo tutto)





barbara


17 aprile 2009

MA PERCHÉ MAI DIROTTARE AEREI?

Perché impiegare un sacco di uomini, investire denaro, organizzare l’addestramento, rischiare di essere scoperti durante tutto il tempo necessario alla preparazione e avere in cambio nient’altro che qualche migliaio di morti quando si può fare molto ma molto ma molto meglio senza fatica, senza rischi e praticamente senza spese? Perché, ditemelo voi.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 17/4/2009 alle 16:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa


18 novembre 2007

ANCORA

un piccolo ricordo dedicato ad Andrea. E lo guardo e riguardo, e ogni volta mi sconvolge vedere questo scheletro ricoperto di pelle con gli abiti appesi intorno, questo collo da pulcino perso nel colletto della camicia, e vedere poi quel sorriso, e il calore che ne promana, e la serenità che ne scaturisce, a pochi giorni dalla morte, e questo amore immenso per la sua donna, e per la vita, e per tutto e per tutti, questa riconoscenza per ogni attimo in più che gli viene concesso ... Quale lezione, Andrea, quale straordinaria lezione hai dato a tutti noi



barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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