.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 giugno 2011

JORGE SEMPRÚN

Ho saputo solo adesso, con vergognoso ritardo, che ci è venuto a mancare un grande. Credo che queste poche parole di David Bidussa siano quelle giuste per ricordarlo.

Ci mancherà Jorge Semprun, deceduto a Parigi la settimana scorsa. Penso soprattutto a “Il grande viaggio”, un libro che ci ha costretto a ragionare su un passaggio esistenziale della vita dei milioni di uomini e donne passati dalla libertà al “campo”. Fino a prima di quel piccolo libretto di Semprun tutto finiva al momento dell'arresto e tutto cominciava al momento dell'ingresso nel campo. Il viaggio era una terra di nessuno, senza storia. Semprun ci ha costretto a scavare in  quella “terra di nessuno” e a prestare attenzione a quel tempo e a quell’esperienza in cui prendono forma i lineamenti antropologici del campo prima di entrarvi, senza che ci sia stato ancora il tempo di diventare sommersi o salvati.

Ho letto i suoi libri, e credo che li dovrebbero leggere tutti. E ho letto le sue sconvolgenti, e sconvolgentemente vere, parole scritte per la morte di Primo Levi: “Primo Levi, morto ad Auschwitz quarant’anni dopo”.



barbara


20 novembre 2010

KONIN

Se già prima della guerra – quando in città erano quasi tremila – si erano sentiti vulnerabili, figuriamoci adesso che non erano più di una trentina. I polacchi li avevano accolti con battute del tipo: «Quanti ebrei che tornano indietro!» La comunità ebraica era stata sterminata, eppure i sopravvissuti avevano l’impressione di essere ancora troppi per i polacchi. «Ma com’è che i tedeschi non hanno incenerito anche te?»

“La città che vive altrove” è il sottotitolo di questo libro: perché lì, di ebrei, non ne è rimasto nessuno. Quelli che ancora esistono, degli abitanti ebrei di questo tipico shtetl dell’Europa orientale, sono i discendenti di coloro che sono scampati allo sterminio emigrando prima, come l’autore, e i pochissimi sopravvissuti alla deportazione. Ed è presso queste persone che Theo Richmond compie il suo pellegrinaggio della memoria – simile, sotto molti aspetti, a quello di Daniel Mendelsohn – alla ricerca dei frammenti di quel mondo scomparso, alla ricerca di volti e voci e ricordi e immagini. Alla ricerca di un mondo che è stato cancellato, per ridare vita a ciò che è stato annientato. Con l’irrimediabile rimpianto di essere arrivato, come gli dice uno dei suoi interlocutori, con venticinque anni di ritardo: troppo tardi per riempire tutte le lacune, troppo tardi per recuperare tutte le tessere del mosaico, e tuttavia ancora in tempo, per nostra fortuna, per offrirci un grandioso affresco miracolosamente sottratto all’oblio. Con pazienza. Con perizia. Con infinito amore.

Dove sono finite oggi tutte queste persone? «Passate a miglior vita» risponde lapidario Joe. Ogni speranza di riscoprire le tracce di altri suoi concittadini, di altre memorie da saccheggiare, sembra svanire. Poi ci ripensa e tira fuori due nomi, uno del figlio di un macellaio di Konin che viveva vicino a Londra, per quanto ne sapeva lui; l'altro di un uomo più anziano che, «se è ancora vivo», dovrebbe abitare a Hove, sulla costa meridionale. Joe però non mi sa dare né gli indirizzi né i numeri di telefono.
Gli indizi erano vaghi, eppure riuscii a rintracciare Henry, il figlio del macellaio, sopravvissuto a Mauthausen. E lui mi mandò a Ilford da Izzy, un suo coetaneo di Konin sopravvissuto ad Auschwitz, e da un sarto ottantenne che confezionava ancora gli abiti su misura a Whitechapel. Trovai il vecchio di Hove, che a Konin faceva il calzolaio ed era stato invitato alla circoncisione del figlio del macellaio. Lui ricordava, ancora bambina a Konin, una bibliotecaria di Pinner e lei mi indicò il figlio di un ricco possidente, che abitava ad Harrow ma era nato nella tenuta di famiglia, sulle sponde della Warta. Il figlio del possidente m'indirizzò a Edgware, da una vecchia signora discendente di una delle famiglie intellettuali di Konin, e lei mi accompagnò a sud di Londra da sua nipote, figlia di uno scultore di Konin, con uno zio attivista rivoluzionario del Bund che era scappato da Konin nel 1905, con la polizia segreta zarista alle calcagna. Fu l'inizio.

Settecento e passa pagine, e si leggono in un soffio.

Theo Richmond, Konin, Instar Libri




barbara


2 giugno 2010

IL VALORE DELLA MEMORIA

Ho trovato interessante, bella e utile questa lettera pubblicata ieri su Informazione Corretta, che propongo per un valido spunto di riflessione.

Il villaggio era pieno di cadaveri.
In un cortile c’erano un gruppo di donne (armene) ancora vive.
I soldati (turchi) si divertivano a frustarle.
Poi uno ebbe l’idea di prendere un tamburo e farle danzare.
«Danzate, donne, danzate quando sentite il tamburo».
Urlavano i soldati mentre le fruste schioccavano sulle schiene di quelle poverette, lacerandole.
«Scoprite il seno e danzate. Danzate finché siete vive».
Urlavano i soldati.
Uno di loro è andato a prendere una tanica di cherosene e l’ha versato addosso alle ragazze.
«Danzate urlavano tutti, danzate fino a che siete vive e sentite questo aroma più dolce di ogni profumo.»
Poi hanno appiccato il fuoco. I poveri corpi si sono contorti fino alla morte.
E io, ora, io che sto raccontando questo, come potrò mai, ditemi, levarmi quei poveri corpi dagli occhi?
Racconto di una testimone tedesca, Isola di Hectamar, Turchia, 1915

Siamo venuti a finire il lavoro.
Ex ufficiali delle SS, istruttori dell’esercito Egiziano, 1967 (Guerra dei sei giorni)

Noi vi sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri.
Yassir Arafat ( Algeri 1985).

I palestinesi come i tedeschi sotto Hitler sono un popolo genocida e criminale. Ci sono due teorie: la prima è che i tedeschi sono un popolo genocida di successo mentre i palestinesi sono un popolo genocida sfigato e fantozziano. La seconda teoria è che i tedeschi siano un popolo genocida sfigato e fantozziano che per riuscire e eseguire un genocidio parziale si siano massacrati, hanno distrutto la loro nazione, l’hanno fatta seppellire sotto le bombe, si sono fatti 6 milioni di morti tra militari e civili, hanno perso una guerra mondiale, sono stati spaccati in due con la metà orientale occupata, oooops, pardon, fraternamente aiutata dai sovietici, che erano carini e simpatici e i loro amichetti si chiamavano Stasi.
Mentre i palestinesi sono un poplo genocida di grandissimo genio e successo, che con pochissima spesa, una manciata di morti, un miscuglio geniale di protervia e vittimismo ha portato la vigliaccheria del mondo a livelli di antisemitismo ben superiori a quelli dell’epoca hitleriana, la gente (immonda) ama i palestinesi che ufficialmente ballano per strada dopo aver assassinato scientemente dei bambini, si prepara l’olocausto nucleare del popolo israeliano da parte della simpatica nazione chiamata Iran, quella dove Khomeini ha fatto bruciare 80.000 libri, ammazzare un milione e qualcosa di persone.
Che gli è successo ai palestinesi? Gli hanno violentato le madri? E dopo avergiele violentate gliele hanno bruciate con il cherosene? No, quelli che hanno subito questo erano gli armeni, eppure non esiste un terrorismo armeno.
Gli hanno impiccato i bambini dopo averli usati per infettargli la tbc?
No quelli che hanno subito questo erano gli ebrei, eppure gli ebrei non hanno distrutto le metropolitane di Berlino e Roma per saldare i conti.
Che diavolo gli hanno fatto ai mostruosi palestinesi di così terribile da giustificare che questo popolo osceno e crudele balli per strada per festeggiare dei bambini bruciati vivi e insegni ai propri stessi bambini il sogno di morire come terrorista suicida?
Il popolo di Gaza esige il diritto di sterminate gli ebrei.
Nel frattempo gli tirano i missili quassam, poverini, sono poveri e questo giustifica tutto. Se i palestinesi portassero i loro smunti deretani fino a un tavolo della pace e si impegnassero a non fare la guerra, a non lanciare missili quassam il blocco verrebbe tolto immediatamente e questi infernali babbei sarebbero anche riempiti di quattrini, ma no, i palestinesi devono avere il diritto di tirare i missili qassam e non subire embarghi, perchè perdio, per questi crudeli criminali che hanno insanguinato il mondo, incluso il mio paese, e che lo stanno portando alla guerra nucleare, massacrare gli ebrei deve essere un diritto riconosciuto.
Allora questo è il riassunto di quello che è successo: un popolo bravo in genocidi, il migliore, quelli che hanno massacrato gli armeni, non si sono scusati non hanno chiesto perdono, anzi dicono che sono tutte balle sono andati a soccorrere un popolo di aspiranti genoci, fino ad ora non ci sono riusciti.
Erano armati fino ai denti i bravi pacifisti, che è sinonimo di filoterroristi e la marina israeliana li ha fermati limitandosi a venti morti perché gli israeliani sono dei grandi.
Viva Isarele. Che Israele viva, perchè se qualcosa succedesse ancora al popolo di Israele, allora vorrebbe veramente dire che il mondo ha perso la sua decenza.
Ma non succederà. Solo contro un miliardi di musulmani che lo vogliono distruggere, il popolo di Israele continua a vivere.

Hanno cercato di distruggere Israele
:

i filistei: scomparsi
gli assiri: scomparsi
i babilonesi: scomparsi
gli egizi: sconfitti
Impero romano di occidente: scomparso
impero romano d'oriente: scomparso
impero ottomano: scomparso
nazismo: sconfitto
unione sovietica: scomparsa

E se i prossimi della lista si mettessero a fare altro?
Occuparsi del benessere delle loro case? E se i palestinesi e al fatah facessero delle costituzioni che non abbiano l'assassinio di Israele come articolo 1? Delle costituzioni che dedichino qualche articolo, ora non ce ne è nemmeno uno, al benessere dei loro figli? E se il mondo libero facesse il tifo per questo, pretendendo dai palestinesi una cultura di pace?

sdm, sionista

Ecco, ve la lascio così, senza apporre commenti. Aggiungo solo l’invito a leggere le odierne riflessioni di Ugo Volli e a guardare questo straordinario video, segnalato da lui, per vedere come è fatto un eroe vero.
Concludo dicendo che ho appena sentito alla radio che gli “attivisti” italiani sono stati liberati: peccato.


barbara


28 gennaio 2010

OGGI PARLO DI CALCIO

Con le parole del grande Gian Antonio Stella


Weisz e l'occasione che il calcio ha perso


Nel derby non c' è stato un minuto per ricordare il tecnico morto ad Auschwitz

Peccato. Poteva essere l'occasione giusta, il derby, perché l'Inter ricordasse la tragedia di uno dei suoi allenatori più grandi. Perché la partita con il Milan era proprio alla vigilia del Giorno della Memoria, celebrato oggi. Perché da mesi è in corso un'indecente offensiva razzista contro Mario Balottelli. Perché, infine, si giocava nello stadio intitolato a Pepin Meazza, il più famoso dei fuoriclasse scoperti dall'uomo straordinario di cui stiamo parlando: l'ebreo Árpád Weisz, morto ad Auschwitz nel 1944 dopo essere sopravvissuto qualche anno allo sterminio della moglie e dei due figli. Bastava un minuto di silenzio. Solo un minuto di silenzio. Macché. Ancora una volta, nonostante la sempre più ammorbante spazzatura negazionista quotidianamente rovesciata in internet suggerisse la necessità di un forte gesto simbolico, non solo la Lega, la Figc, il mondo del calcio in generale (che si limita nel ricordo da pochi anni all'organizzazione di un torneo giovanile a Roma...) ma anche l'Inter multietnica di Massimo Moratti hanno totalmente dimenticato quel pezzo del loro passato. Non era uno qualunque, Árpád Weisz. Intendiamoci, l'infamia del suo assassinio sarebbe stata uguale se fosse stato un mediocre «mister» di una mediocre squadretta di mediocri dilettanti. Ma Árpád Weisz, ungherese, giocatore del Padova, dell'Inter e della nazionale magiara prima di appendere le scarpette al chiodo, fu un grande. Che non solo scoprì eccezionali talenti come appunto Giuseppe Meazza, ma vinse tre scudetti negli anni d'oro del calcio italiano: uno nella stagione 1929-30 con l'Inter (allora Ambrosiana) e due, nel 1935-36 e nel 1936-37, col Bologna. Altra società che di nuovo si è scordata di lui nonostante Weisz l'avesse portata nel '37 a vincere a Parigi quella che allora era una specie di Coppa dei Campioni, la Coppa dell'Esposizione, stracciando per 4 a 1 in finale i «maestri» inglesi del Chelsea. Era ai vertici del calcio italiano e non solo, Árpád Weisz, quando vennero varate nel 1938 le leggi razziali fasciste. Anche per aver scritto con Aldo Molinari un famoso manuale, «Il Giuoco del calcio», con la prefazione di Vittorio Pozzo. Eppure, quando l'anno dopo il trionfo europeo fu costretto ad andarsene dal Bologna, sparì nel nulla come spariscono i pali e le reti e le strisce bianche dei campi quando, dopo le partite in notturna, un clic dell'interruttore spegne i fari. Così come, contemporaneamente, si spegnevano i fari sulle più celebri cantanti dell'epoca, Alexandrina, Judith e Kathrina Leschan, il Trio Lescano, loro stesse «colpevoli» di essere ebree. Eppure lo sanno, Moratti e Abete e Beretta e tutti quanti, quale fu il destino di Árpád Weisz. Lo sanno almeno da quando un paio di anni fa, il direttore del Guerin sportivo Matteo Marani raccontò la sua tragedia nel libro «Dallo scudetto ad Auschwitz» (Aliberti). Era così difficile fare, di questi tempi, un piccolo sforzo di memoria?

Stella Gian Antonio



Già, la memoria si onora solo quando se ne possono ricavare credenziali politiche, o altri utili dividendi. Qualche altra notizia su Árpád Weisz qui, dove ho anche rubato la foto.

barbara


21 gennaio 2010

I VOLTI DELLA MEMORIA

Gli articoli di Gian Antonio Stella sono sempre stupendi. Qualche volta sono anche qualcosa di più che stupendi.Questa è una di quelle volte.

L’ossario digitale dei bimbi ebrei. Rastrellati in 288, uno solo tornò

C'è un ossario digitale di bambini ebrei, da questa mattina, online: le foto di Fiorella e Samuele, Roberto e Giuditta e tutti gli altri piccoli, coi fiocchi tra le trecce e il triciclo e il vestito da marinaretto, scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz. Dal solo ghetto di Roma ne portarono via 288: quelli che passarono per il camino furono 287. E intanto gli opuscoli del Terzo Reich incoraggiavano le mamme germaniche: «Offrite un bambino al Führer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il Paese dei bambini».
Ferma il respiro, rileggere quelle righe propagandistiche della dispensa «Vittoria delle armi, vittoria del bambino» o i proclami nel «Mein Kampf» di Adolf Hitler («Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione») mentre riaffiorano su internet quelle immagini di piccola felicità familiare e domestica. Per questo, 66 anni dopo la retata del 16 ottobre 1943 e dieci dopo l’istituzione nel 2000 del Giorno della Memoria, il Cdec, il Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, ha deciso di metterle on line.
È sulla rete, inondata di pattume razzista, che si trovano migliaia di rimandi a siti che strillano «L’olocausto, una bufala di cui liberarsi» e «Il diario di Anna Frank: una frode» o arrivano a sostenere che ad Auschwitz c’era una piscina «usata dagli ufficiali delle SS per guarire i pazienti». È sulla rete che siti multilingue di fanatici sedicenti cattolici («Holywar»: guerra santa) si spingono a indire un «giorno della memoria» per ricordare «l’olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei». È sulla rete che sono approdate canzoni naziskin come quella dei «Denti di lupo» che urlano «quelle vecchie storie / sui campi di sterminio / abbiamo prove certe / son false e non realtà» e «Terra d’Israele, terra maledetta! / I popoli d’Europa, reclamano vendetta!» e ancora «Salteranno in aria le vostre sinagoghe / uccideremo tutti i rabbini con le toghe...». Ed è sulla rete, perciò, che doveva essere eretto questa specie di sacrario virtuale che ci ricorda come l’ecatombe successe solo una manciata di decenni fa. Un battere di ciglia, nella storia dell’uomo.
Sono le fotografie che i parenti scampati al genocidio consegnarono via via, a partire dalla liberazione di Roma, al Comitato Ricerche Deportati Ebrei che tentava in quegli anni di ricostruire il destino degli italiani marchiati dal fascismo con la stella gialla e mandati a morire nei lager: «Questa è mia sorella Rachele...» «Questo è mio fratello Elio con sua moglie...» «Questi sono i miei nipotini Donato e Riccardo...» Quelli del Crde raccoglievano le immagini, le pinzavano su un cartoncino azzurro, ci scrivevano i nomi e inserivano le schede al loro posto, negli archivi dell’orrore.
Furono rarissimi, ad avere la fortuna di veder tornare un loro caro. Dei 1023 ebrei rastrellati quel maledetto «sabato nero» dell’ottobre ’43, rientrarono vivi a Roma solo in 17. E tra questi, come dicevamo, solo un bambino dei 288 che erano stati portati via. Una strage degli innocenti. Uguale in tutta l’Italia. Il dato più sconvolgente della strage, scrivono appunto Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne «Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini», è «l’altissimo numero delle vittime più giovani, dei bambini e dei ragazzi ebrei: complessivamente i morti, da zero e 20 anni, ammontano a 1541». Di questi, i figlioletti con pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115.
Fatta salva una mostra organizzata a Milano per ricordare la Liberazione, le foto di quei piccoli, accanto a quelle di distinti signori con il panciotto come Enrico Loewy, floride matrone come Lucia Levi, ragazze nel fiore della bellezza come Laura Romanelli, famigliole intere come quella di Benedetto Bondì, sono rimaste per anni e anni dentro un faldone dell’archivio del Cdec.
Riaprire oggi quel faldone, per far vedere a tutti i volti di quegli italiani schiacciati sotto il tallone dai nazi-fascisti, non è solo un recupero della memoria. Restituire a quegli ebrei una faccia, un nome, un cognome, qualche briciola di storia personale, come già aveva fatto ad esempio ne «Il libro della memoria — Gli ebrei deportati dall’Italia» quella Liliana Picciotto di cui è in uscita «L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944», vuol dire strappare ciascuno di loro all’umiliazione supplementare. L’essere stati uccisi come anonimi. Riconoscibili l’uno dall’altro, come il bestiame, solo per i numeri marchiati a fuoco sul braccio.
Ed ecco il passato restituirci bambini, bambini, bambini. Come Fiorella Anticoli, che aveva due anni e due grandi nastri bianchi tra i boccoli.
Graziella Calò, che in piedi su una sedia pianta le manine sul tavolo per non cadere. Olimpia Carpi, infagottata in un cappottino bianco. E Massimo De Angeli che dall’alto dei suoi quattro o cinque anni bacia il fratellino Carlo appena nato. E poi Costanza e Franca ed Enrica il giorno che andarono al mare a giocare col tamburello sulla battigia. E Sandro e Mara Sonnino, un po’ intimoriti dalla macchina fotografica mentre la mamma Ida sprizza felicità.
Sono 413, gli ebrei delle foto messe in rete all’indirizzo www.cdec.it/voltidellamemoria/. Quelli tornati vivi furono due: Ferdinando Nemes e Piero Terracina. Tutti gli altri, assassinati. Buona parte lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, come il 23 ottobre 1943 la romana Clelia Frascati e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali, Samuele, aveva meno di sei mesi. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata», ha scritto ne «La notte» lo scrittore e premio nobel Elie Wiesel, «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede».
Sono in troppi, ad aver fretta di dimenticare. O voler voltar pagina senza riflettere su quello che è successo. A rovesciare tutte le colpe sui nazisti. Quelle foto, due giorni dopo l’amaro riconoscimento del Papa su quanti restarono indifferenti, ci ricordano come andò. E magari è il caso di rileggere, insieme, qualche passo di quel libro di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. «I bimbi ebrei sono anche vittime di una ulteriore piaga che infuria nei mesi dell’occupazione nazista, quella della delazione: secondo la sentenza emessa dalla corte di assise di Roma nel luglio 1947, un gruppo di sei spie italiane che agiscono nella capitale vendono i bambini ebrei a mille lire l’uno e i militi italiani si distinguono in dare loro la caccia, come l’appuntato dei carabinieri che arresta nel febbraio 1944 a La Spezia Adriana Revere, di nove anni...».

E poiché, come purtroppo sappiamo fin troppo bene, l’antisemitismo non è nato col Mein Kampf e non è rimasto sepolto fra le ceneri di Auschwitz, Ugo volli ci ricorda che ai giorni nostri succede anche questo.








Foto pubblicate qui.


barbara


12 gennaio 2010

IL MIDRASH DIMENTICATO

 "Sorse un nuovo re in Egitto che non aveva conosciuto Giuseppe", così inizia il libro di Shemot. Dovrebbe essere un nuovo re nel senso letterale ma il midrash suppone anche che possa essere stato lo stesso re che si era dimenticato del bene fatto da Giuseppe. Sembra strano ma non lo è affatto. Nel Tempio Maggiore di Roma all'entrata a destra c'è una solenne lapide che ricorda la visita alla Sinagoga di Vittorio Emanuele III, lo stesso che qualche anno dopo avrebbe firmato le leggi razziste. Quando decisero di mettere la lapide forse furono i nostri che si dimenticarono il midrash del re d'Egitto. Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma



Brutto affare, quando la memoria fa difetto ... Meno male che abbiamo sempre fra di noi qualcuno che non perde mai né la memoria, né la grinta (grazie, grande Ugo!), uno e due.

barbara


16 novembre 2008

QUELLA NOTTE DI DELIRIO E DI ODIO: ANCORA UN TASSELLO

La notte dei cristalli

di Elena Lattes

Domenica scorsa [10 novembre] si è commemorato l'anniversario della Notte dei Cristalli, la famigerata Kristallnacht (che Angela Merkel vorrebbe rinominare più giustamente come la Notte dei pogrom). Se ne è parlato anche in Italia e molte sono le fotografie che ritraggono alcuni di quelle tragiche ore.
Ma non è comune trovare un articolo come quello comparso sempre domenica sul sito online del quotidiano israeliano Yediot Aharonot che raccoglie alcune testimonianze dirette e che evidenziano che oltre ad una massiccia partecipazione da parte della popolazione (che non fu quindi ignara spettatrice) questo fu uno degli anelli di quella catena che cominciò con la propaganda denigratoria e diffamatoria e finì nei campi di sterminio, nelle camere a gas e nei forni crematori.
Ecco cosa scrive Ynet.com. Il corrispondente da Berlino del London Daily Telegraph scrisse il 10 novembre: "La marmaglia ha regnato a Berlino durante tutto il pomeriggio e la sera orde di hooligans hanno indulgiato in un'orgia di distruzione. Ho visto molte esplosioni di antisemitismo in Germania durante gli ultimi cinque anni, ma mai niente di nauseante come questo. L'odio razziale e l'isteria sembra aver preso il totale controllo di persone che in altre circostanze si comportano normalmente. Ho visto donne vestite alla moda applaudire e gridare allegramente, mentre madri rispettabili della classe media prendevano in braccio i loro bimbi per vedere il "divertente" spettacolo.
Questo è soltanto uno dei tanti articoli comparsi sulla stampa internazionale dopo le aggressioni naziste del 9 e 10 novembre del 1938 in tutta l'Austria e Germania, durante quel che venne definito poi come la "Notte dei cristalli" Durante l'orgia devastatrice furono uccisi almeno 96 ebrei, 1300 sinagoghe e 7500 negozi distrutti, numerosissimi cimiteri e scuole vandalizzati. 30mila ebrei furono arrestati e deportati.
I tedeschi e gli austriaci ne furono testimoni e in molti casi parteciparono ai pogrom. Non potevano affermare, come hanno fatto dopo la guerra, di non essere a conoscenza delle persecuzioni.

Michael Bruce, un inglese non ebreo, fornì questa testimonianza diretta della Kristallnacht: "Scendemmo di corsa in strada. Era affollata di persone che correvano verso la sinagoga vicina, urlando e gesticolando con rabbia. Ci aggregammo. Quando arrivammo ci fermammo e dalla rabbia rimanemmo in silenzio, a fianco della massa, le fiamme cominciarono ad alzarsi da una delle estremità dell'edificio. Fu l'inizio di un giubilo selvaggio. La folla si avvicinò e mani avide strapparono sedie e manufatti in legno dalla costruzione per alimentare il fuoco".
Bruce poi vide un gruppo di persone andare verso un grande magazzino dove erano impilati cubi di granito per riparare le strade. "Giovani, uomini e donne, ululando in delirio, scagliarono i blocchi verso le finestre e le porte chiuse. In pochi minuti le porte cedettero e la folla urlando e sgomitando, si accalcò dentro per saccheggiare e depredare".
Una parte di essa successivamente si avviò verso la periferia. Bruce la seguì e vide ciò che descrisse come "una delle esibizioni di bestialità più folli a cui abbia mai assistito". Gli sciacalli entrarono in un ospedale per bambini ebrei. "In pochi minuti le finestre furono in frantumi e le porte forzate. Quando arrivammo i maiali stavano gettando dalle finestre i piccoli con i piedi nudi e in camicia da notte. Le infermiere, i dottori e gli assistenti furono presi a calci e picchiati dai capi della folla, molti dei quali erano donne".

Inge Berner come ogni giorno andò a Berlino a lavorare: "Di fronte c'era una pasticceria. Guardai fuori e vidi che la finestra del negozio era rotta, le persone stavano prendendo le cose mentre l'anziana coppia proprietaria tremante stava semplicemente seduta. Pensai: "Cosa sta succedendo"? Il bibliotecario venne e mi disse "Sarebbe meglio se andassi a casa. Stanno uccidendo gli ebrei in tutta la città".
Cosa successe alla civiltà tedesca? Nel villaggio di Kehl, che si trova subito dopo il ponte per Strasburgo, gli ebrei furono costretti a marciare lungo le strade mentre venivano percossi, insultati, ricevendo sputi dai concittadini. Lungo la corsa tra le due file di picchiatori, furono costretti a cantare "Noi abbiamo tradito la madrepatria tedesca. Siamo responsabili per l'assassinio di Parigi".

Norbert Wollheim sentì che le sinagoghe stavano bruciando in tutta la capitale. "Non potevo crederci. Andai alla sinagoga dove celebrai la mia maggiorità religiosa e dove sposai, e vidi le fiamme provenienti dal tetto, dalla cupola di quel bell'edificio. Le autopompe erano lì, ma i pompieri non facevano niente, proteggevano soltanto le costruzioni accanto. Ancora non posso crederci.
Pensai che potesse essere una sola, così andai alla sinagoga centrale a Berlino Ovest e anche quella stava bruciando e in parte era già un rudere. Pensai: 'Questa è la gente con cui sei cresciuto, questi sono i poeti e i pensatori'. Cosa era successo alla civile Germania? C'era anche un gruppetto che fece dei pessimi commenti. Era contento, diceva: "Gli ebrei se lo sono meritato" e così via. Questo fu il vero shock della mia vita. Lo vidi, ma non lo digerii, né intellettualmente, né emotivamente".

Hans Waizner aveva soltanto 9 anni ma ricorda di esser stato costretto a trasferirsi dalla sua casa a Vienna a quella di sua nonna. Lui e sua madre, si trovavano su un camioncino pieno dei loro averi e videro i negozi degli ebrei che erano stati vandalizzati. Quando raggiunsero la strada dove abitava la nonna videro una folla che gettava i libri da una scuola ebraica in strada e li stava bruciando: "La mia memoria più vivida della Kristallnacht riguarda il nostro carretto che correva tra i ciottoli lungo le colonne di fumo proveniente dai libri religiosi. Non lo dimenticherò mai".

Michael Lucas viveva a Hoengen dove una piccola comunità ebraica aveva costruito una sinagoga su un prato di sua proprietà che si trovava di fronte alla sua casa. Una folla si avvicinò urlando: "abbasso gli ebrei". Michael guardò con orrore, mentre la gente rompeva l'Arca santa e gettava i rotoli della Torah (Pentateuco), come se fossero delle palle prima di buttarli fuori dalla porta nella strada fangosa. I bambini pestavano le pergamene mentre altri le strappavano a pezzi e rubavano i fregi in argento che ricoprivano i rotoli. Secondo suo nipote, Lucas, tentò di correre fuori, ma sua moglie lo trattenne temendo che la marmaglia lo uccidesse. "Si appoggiò al muro, le lacrime gli scendevano sul viso come fosse un bambino".
Se tutti i dettagli non furono subito disponibili, le testimonianze del pogrom, come quella sul Telegraph, comparvero su molte testate internazionali. Circa mille editoriali, la maggior parte critici verso la Germania, furono scritti da giornalisti che non si erano fatti ingannare dalla propaganda nazista, secondo la quale le violenze erano scoppiate spontaneamente. Solo alcuni giornali, tuttavia, collegarono le violenze alle farneticazioni antisemite dei nazisti. (Agenzia Radicale, 12 novembre 2008)



Perché nessun albero può dare fiori, né frutti, né foglie da regalarci un po’ di ombra, se non ha radici salde e forti, ben piantate nella terra. E le nostre radici sono la memoria.

                      

barbara


25 gennaio 2008

MONI OVADIA – FINALMENTE!

Riprendo dal blog di Deborah Fait, via Nichisus.

Con il permesso dell'autore riporto quanto segue:
Cara Deborah
il 24 gennaio (domani ) il presidente della Camera Bertinotti folgorato ( purtroppo solo virtualmente) sulla via di Gerusalemme ha invitato( bonta sua) alcuni sopravvissuti ai campi di sterminio di Auscwitz alla giornata della memoria, che si commemorera' nella Sala della Lupa a Montecitorio.

Con la partecipazione straordinaria (adesso ti verra' da vomitare) di Moni Ovadia.
Alcuni ex sopravvissuti tra cui mio padre hanno declinato l'invito piu' o meno educatamente adducendo alla loro assenza il vero ed unico motivo : Moni Ovadia !!
Ti spedisco la copia della sua lettera e ti abbraccio affettuosamente augurandoti di mantenere sempre la grinta e la forza che ti ha reso il punto di riferimento di chi ama Israele.
A.S.

---------------------------------
Spettabile Presidente
On.le Fausto Bertinotti
Camera dei Deputati

Oggetto: invito del 24 gennaio 2008 per ricorrenza del Giorno della Memoria

Egregio Onorevole F. Bertinotti

Nel ringraziarLa per l’invito rivolto a noi, pochi ed ultimi sopravvissuti all’inferno dei campi di sterminio nazisti, colpevoli solo di appartenere alla fede ebraica, mi vedo mio malgrado costretto a declinare il suo invito. La mia decisione e’ motivata dalla presenza di Moni Ovadia, “il sedicente ebreo” che da anni al pari di tanti ottusi antisemiti, coi paraocchi,
critica unilateralmente qualsiasi iniziativa politica diplomatica o militare dello Stato di Israele, del suo Governo, del suo Primo Ministro, e del suo esercito, anche se viene presa per legittima difesa, e senza MAI condannare la controparte.
Ovadia, continua a sfruttare professionalmente le disgrazie e le sofferenze del popolo ebraico, rendendo i suoi atteggiamenti antisionisti ed antiisraeliani, disgustosi, rivoltanti e moralmente inaccettabili per ebrei e non ebrei.
Che il suo comportamento sia dettato da profonde convinzioni ideologiche, da un genuino e personale antisionismo o da personali interessi professionali, per chi ha vissuto l’orrore di Auschwitz per non rinnegare la propria appartenenza religiosa non fa alcuna differenza. Portare acqua al mulino di chi odia Israele; unico stato democratico del Medio Oriente e’
deprecabile sotto ogni profilo ,….. in special modo se lo fa un ebreo.
Al contrario di quanto da lui pubblicamente dichiarato noi grideremo sempre : W Israele !! e, la sosterremo e la difenderemo con tutte le nostre( poche) forze. Questo e’ cio’ che abbiamo insegnato ai nostri figli ed ai nostri nipoti. NOI SOPRAVVISSUTI, il nostro essere ebrei, lo
portiamo ancora marchiato sulla pelle del nostro braccio a testimonianza di quanto Moni Ovadia insulta e offende quotidianamente.

Roma 22 Gennaio 2008

La ringrazio per l’attenzione
Romeo Rubino Salmonì reduce da Auschwitz
Matricola A 15810
------------------------------------------
NA: HO SAPUTO OR ORA CHE ALTRI DUE SOPRAVVISSUTI HANNO DECLINATO L'INVITO.

C’è stato un tempo in cui Moni Ovadia si vantava pubblicamente di godere del privilegio della mia amicizia. Poi è iniziata quest’ultima guerra terroristica nell’ennesimo tentativo di annientare Israele, e allora ha rivelato la sua vera natura. È seguita una lunga serie di violenti litigi, e che io non capisco, e che io non rifletto, e che io non so e che io non mi rendo conto e che io non ragiono, e che lui non si spiega come una donna della mia intelligenza non arrivi a capire che (il fatto è che Moni Ovadia ha sempre nutrito una sconfinata ammirazione per la mia intelligenza, la mia cultura, e le mie gambe, e non riusciva a darsi pace che io stessi dalla parte del nemico, ossia di Israele), e che i palestinesi hanno ragione perché sono esasperati, e che io non ho il diritto di dire che Arafat non è in buona fede se non ci ho mai parlato a quattr’occhi (sic!), e che a lui del Muro del Pianto non gliene frega un cazzo, e che il peccato originale è stata l’occupazione (quando ho replicato che il peccato originale che ha dato origine a tutto è stato il rifiuto di Israele da parte degli arabi ha risposto che quelle sono storie vecchie e che non ha senso andarle a rivangare) e che Israele la deve finire, e che gli arabi hanno un’altra cultura e quindi noi dobbiamo capire e che ... Poi è arrivato il momento in cui ha scritto che non solo Arafat non è un terrorista e che chi lo dice è pazzo, ma che è anche un democratico, ed è arrivato il momento in cui, per portare acqua al mulino della propaganda filopalestinese e antiisraeliana è arrivato a manipolare e falsificare le Sacre Scritture, ed è arrivato il momento in cui in teatro ha inneggiato al rabbino ultraortodosso Weiss che auspica la distruzione di Israele – e quando io ho divulgato la notizia ha minacciato di denunciarmi ... Ora, finalmente, un po’ di giustizia.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. israele memoria deportati moni ovadia

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 25/1/2008 alle 18:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (28) | Versione per la stampa


4 gennaio 2008

GATTI E ALTRO

È stata la prima cosa che ho notato, arrivando in Israele: centinaia di migliaia di milioni di miliardi di gatti, grassi e rubicondi, allegri e sfaccendati, pigri e vagabondi, padroni assoluti dello spazio e del tempo. Giuro, mai visto una tale ammucchiata di gatti tutti insieme, a Tel Aviv come a Gerusalemme, ad Arad come ad Acco, dappertutto. La seconda – ma quasi in contemporanea – cosa che ho notato, sono state le macchine: non ne ho vista una, in otto giorni di permanenza, che non fosse ammaccata o strisciata. E allora ho capito che tutte le lettere che ho letto che dicono che il vero problema di Israele non è il terrorismo bensì il traffico, sono sì, naturalmente, esagerate e paradossali, ma mica proprio tanto.
Ho visto anche un po’ di muro, in due tratti in cui è proprio muro e non rete metallica: tratti in cui prima sparavano sulle auto in transito ma adesso, grazie al muro, non ci sparano più, e mi sono sentita molto tranquilla – come mi sono sentita per tutto il viaggio, del resto.
Yad Vashem no invece, non l’ho visto. Ero indecisa fin dall’inizio; poi, ad Acco, mi hanno portata in un kibbutz costruito dai sopravvissuti del ghetto di Varsavia, che hanno pensato che fosse più utile costruire uno strumento di vita per i vivi che un memoriale per i morti. Poi però hanno costruito anche un piccolo memoriale della Shoah. L’edificio dedicato ai bambini non l’ho neanche toccato; di quello dedicato agli adulti ho visto un terzo, poi ho chiesto di uscire, perché ero arrivata emotivamente al limite. E in quel momento ho deciso che non sarei andata a Yad Vashem, perché non sono in grado di affrontarlo. (prima o poi troverò qualcuno che mi porti a sviluppare le foto, e allora vi mostrerò un po’ di roba)

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Israele gatti traffico memoria

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 4/1/2008 alle 21:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


13 dicembre 2007

AD AUSCHWITZ C’ERA LA NEVE

e il fumo saliva lento



Così, perché è sempre il momento giusto per ricordare.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui, grazie a lei.

AGGIORNAMENTO 2: se poi considerate che dai commenti a un post come questo ho dovuto cancellare ben sedici escrementi ...


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. memoria auschwitz

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 13/12/2007 alle 0:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa


7 ottobre 2007

RICERCA DI IDENTITÀ

Provate a chiudere gli occhi e a pensare: non so chi sono. Non so sa dove vengo. Non so chi era mio padre e chi era mia madre. C’è gente così.

Nata da madre ignota


a cura di Claude Bensoussan

L'unico legame che mi ricollega alla mia identità occupa un posto enorme nella mia memoria, ma in realtà è ben riposto.
Mia nonna mi accarezza il viso e i capelli con le sue mani, cercando così di fare conoscenza con me, la figlia di Fleurette. È cieca, e i suoi diti inquisitori, fini e leggeri, mi procurano una deliziosa sensazione di benessere. Parla una lingua arcana, a me sconosciuta: l'yiddish. Lunghe cantilene e bisbigli talvolta appena udibili in cui vorrei discernere dei nomi: quelli dei miei, mio padre e mia madre.
Ero orfana, e mia nonna era l'unica che avrebbe potuto dirli. Ma ormai nulla di comprensibile usciva più da quelle labbra esangui, dal suo viso incavato dalla vecchiaia e dalla mancanza di speranza, se non quelle parole di yiddish, che oggi mi sono così familiari per avervi cercato il nome di mia madre. Enigmatica, quella vecchia donna silenziosa cercava una traccia vivente dei suoi figli morti in deportazione nel toccare, accarezzare una bambina di tre anni, la cui testa poggiava docilmente sulle sue ginocchia. Complicità intensa di due esseri femminili, ciascuna ad un estremo della scala della vita, con in mezzo quel gran buco nero spalancato dei pogrom e della Shoah, quei morti, quella mancanza di un linguaggio comune. Non eravamo in grado di rievocare, e quella cecità impediva di verificare che, sì, ero proprio la figlia di Fleurette. Ma sapeva almeno chi era mio padre?
Ha portato il segreto nella tomba...
Alla mia nascita, Fleurette mi aveva messo un nome al di sopra di ogni sospetto di ebraicità: Cristiane. E quanto al padre era ricorsa a un falso, aveva pagato per denunciarmi al Comune come segue: "Christiane Delaporte, nata da madre ignota. Padre: Gaston Delaporte." Solo la scienza ai nostri giorni può riuscire a rendere plausibile una simile assurdità. Ma è grazie a questa enorme menzogna, che faceva marameo al regime di Vichy, che sono sopravvissuta. Mia madre ha avuto appena il tempo di affidarmi alla mia grande nutrice, Maguite, prima di essere deportata, e poi gasata, ad Auschwitz.
Fu dunque sua sorella, Louise, che venne a prendermi dopo la liberazione (dopo tre anni!) per consegnarmi all'esplorazione delle mani di una nonna.
Ma la deliziosa parentesi di questa parentela ritrovata si chiuse subito sui miei sogni di bambina. Né Louise, estenuata da anni di campo di concentramento, né Gaston, di cui non si trovò mai la traccia, né gli altri fratelli e sorelle di mia madre che erano probabilmente occupati a cercare di sopravvivere e a contare i loro morti, poterono o vollero prendersi cura di me. La piccola Delaporte visse i primi anni della sua vita in campagna, ad aiutare la sua nutrice Maguite ad occuparsi dei bambini che aveva in custodia. Punto. Andava alla scuola del paese con la vettura del lattaio. Punto. È tutto quello che rimane di quella parte della mia identità: francese, cattolica, orfana di guerra.
Ma la mia vita si capovolse di nuovo quando mia zia Louise mi presentò agli Z. Avevo sei anni.
Arrivarono una domenica, come se sbarcassero da un altro pianeta. Io non vedevo che lei: Maroussia. Non avevo mai visto una donna così bella e così elegante.
Indossava una lunga veste blu a pois bianchi, largamente scollata, che le conferiva una silhouette di fata, e un cappello col velo che donava al suo viso sconosciuto un soprappiù di mistero.
La mia prima domanda fu: "Perché porta una tendina davanti al viso?" Il che li fece ridere.
Ci mettemmo un anno a fare conoscenza. Erano subentrati finanziariamente alla mia povera zia per sostenere le mie spese, fino al giorno che, stanchi di tergiversare sul mio avvenire, mi inclusero nella loro vita. Mi installarono nel loro salotto su un letto improvvisato fatto da due poltrone messe l'una davanti all'altra. E nella buona e nella cattiva sorte iniziammo la nostra vita comune.
Erano ebrei russi, parlavano russo tra di loro e con i loro amici, ed ebbi immediatamente l'impressione di essere l'oggetto di una cospirazione, di essere caduta in mano a degli stranieri, ma non di quelli buoni. Vi chiedo: che cosa ha il russo in comune con l'yiddish?
Mio padre era fiero di me perché i miei risultati scolastici erano promettenti. Maroussia, al contrario, disperava di fare della piccola paesana che io ero una bambina borghese della buona società. Continuavo a gettare via le scarpette di vernice che si ostinava a farmi infilare, con una rabbia che possono capire soltanto quelli che non hanno portato altro che zoccoli e galosce. E urlavo al vedere la testa ridicola che mi facevano i parrucchieri, a cui insistevano a mandarmi per farmi tagliare i capelli, o, peggio, per arricciarli, per migliorare il mio aspetto. Mi sentivo male davanti a questa trasformazione del mio essere e, con l'aiuto anche della meningite, divenni un incubo vivente.
La rottura con la mia precedente vita di orfana a casa di Maguite fu dolorosa perché improvvisa e totale. Di nascosto quindi le scrissi delle lettere che restarono tutte senza risposta. Molto più tardi seppi che aveva cercato di rivedermi, ma forse non riuscì a superare il muro che separa le classi paesane da quelle della borghesia.
Quanto a mia nonna, ero risoluta ad andarla a vedere di nascosto. Una vera spedizione attraverso i dedali di un metrò pieno di insidie per una bambina in fuga. Non volevo la sostituzione di mia madre con una falsa madre. Volevo preservare la magia dell'evocazione di Fleurette, scomparsa ma ben viva ancora nel fondo del mio cuore.
Ho cambiato cognome. Christiane, sono rimasta. Bastarda, perché di famiglia ebraica russa, agghindata con un nome da cristiani. Saprò un giorno chi era mio padre?
In questo la mia immaginazione era feconda:
Christian von Braun, un pilota tedesco, caduto sul fronte russo poco prima della mia nascita, che avrebbe avuto amori tormentati con Fleurette. Voci, dicerie, ma era verosimile. O magari un povero ebreo polacco del Marais, anche lui deportato, e che Fleurette non aveva avuto il tempo di sposare.
A che pro? Mi avevano tagliato, senza che me ne rendessi conto, da tutta una famiglia (mia nonna era fuggita davanti ai pogrom di Russia e di Ucraina con tutti i suoi marmocchi) per appiccicarmi un'altra identità falsa, quella lì, con un passato di borghesia russa in cui non mi riconoscevo.
Ho finito per sottomettermi. Ma ho perduto la mia ebraicità, se il ricordo di una carezza di nonna al suono dell'yiddish e la memoria di Fleurette possono da soli qualificare questa faccia della mia identità.

Assimilata
Dalla scuola al liceo, dal liceo all'università, ho corso il rischio di dimenticare tutto. La laicità faceva il suo cammino. Poi, arrivò il momento in cui volli conoscere Israele. Gerusalemme risvegliò tutta la mia mistica ebraica. È là che avrebbe dovuto formarsi l'unica strada con avvenire per "il figlio dell'olocausto". Ma il tempo aveva tessuto dei legami che papà Pouchkine delimitava autoritariamente nello spazio parigino. Rinunciai. Ero figlia unica.
I miei genitori adottivi, di cui avevo imparato ad ascoltare le ultime parole, morirono di vecchiaia. Liberata soltanto allora dal peso di quella filiazione, a questo punto tardivo della mia vita mi sono decisa a fare delle ricerche sul mio lato materno. Tutti quelli che ho incontrato non avevano saputo niente dei miei e del mio album di famiglia fantasma.
Serge Klarsfeld mi ha permesso, grazie al suo schedario, di aggiungere date e cifre alla breve vita di Fleurette. La sua foto, ritrovata tra le poche carte che la zia Louise mi ha lasciato, uno o due braccialetti che le appartenevano, fanno ormai parte dei miei oggetti familiari.
Ho vissuto una doppia dissimulazione: una prima volta sotto una falsa identità, perché il mio diritto a vivere come bambina ebrea era quasi zero. E una seconda volta, ma in forma anche più sottile, una dissimulazione voluta dai miei genitori adottivi, che di proposito ruppero tutti i miei legami con un passato che giudicavano indesiderabile.
È un problema questo per l'affermazione di sé? Sì, è qualcosa che destabilizza. Il senso di appartenenza è fondamentale per il riconoscimento di sé. Credo che il mio vissuto di paesana m'ha dato un forte attaccamento alla natura e un'inclinazione all'ecologia, il mio vissuto di ebrea russa una passione per il folclore, l'arte, la storia e il divenire geopolitico della Russia, il mio vissuto di bambina deportata una ribellione contro tutti gli attentati al diritto d'esistere dei bambini di tutte le razze e di tutte le religioni, e un'accresciuta avversione contro gli effetti devastanti dell'antisemitismo e del razzismo in tutti gli uomini.

Iana Zbar

(Guysen Israël News, 23 febbraio 2005 - trad. www.ilvangelo.org)

Non solo morte, non solo camere a gas, non solo fucilazioni di massa: anche cose così si è lasciata dietro la Shoah: ricordiamolo. (Perché oggi? Perché oggi è il giorno della Memoria. Ogni giorno è un giorno della Memoria)



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Shoah Auschwitz memoria ebrei

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 7/10/2007 alle 1:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


31 agosto 2007

NOVANT’ANNI FA LA RIVOLTA CONTRO I RINCARI DEL PANE. UN MASSACRO DIMENTICATO

Talmente dimenticato che non ne avevo mai sentito parlare. Per fortuna abbiamo il buon Gian Antonio Stella che, oltre a denunciare gli osceni sprechi e ruberie perpetrati da amministratori e governanti, ci aiuta anche a recuperare storie dimenticate o ignorate come questa.


Nel 1917 il popolo di Torino si ribellò, l'esercito intervenne, ci furono 60 morti


«Troppi rincari per il pane: sciopero». Fa un certo effetto, in queste torride giornate di fine agosto, leggere certi titoli d'agenzia. Proprio in questi giorni cade un anniversario sfuggito praticamente a tutti. Quello della tragica sommossa per il pane scoppiata a Torino nel 1917. Sommossa che, nei sogni confusi dei rivoltosi, avrebbe dovuto segnare l'inizio di una rivoluzione simile a quella sovietica di pochi mesi prima, con la ribellione delle truppe che, stanche dalla «guerra imperialista», avrebbero dovuto unirsi «affratellandosi» agli insorti. E che finì invece in un bagno di sangue: sessanta morti. Dei quali una decina di militari e una cinquantina di operai, ragazzi, massaie. La più vecchia si chiamava Maria Labbà e aveva (età avanzatissima, allora) 72 anni. Il più giovane si chiamava Mario Penasso, faceva il meccanico e di anni ne aveva 16: «Quando la nostra barricata cominciò ad andare in pezzi sotto i colpi della cavalleria, ci disperdemmo per via Nizza sotto la pioggia dei proiettili delle mitragliatrici - avrebbe scritto nelle sue memorie Celestino Canteri -. Davanti alla farmacia Tetti Frè ci riparammo in un portone. Penazzo non entrò. Suo fratello era lungo e disteso dall'altra parte della strada. Penazzo lo chiamava, chino su di lui. Continuò a chiamarlo senza avere il coraggio di toccarlo. Il fratello non rispondeva, non si muoveva. Penazzo piangeva e continuava a chiamarlo incurante dei proiettili che picchiavano sulle pietre. Da sotto il corpo e sulla schiena di suo fratello si allargava una macchia di sangue che sembrava non finire mai». Era cominciato tutto poco dopo Ferragosto quando, in quella Torino in cui stavano crescendo leader come Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca, Luigi Longo, mentre i principali esponenti socialisti erano fuori città (solo Giacinto Menotti Serrati si precipitò da Milano, ma per rientrare il giorno dopo), la crisi di produzione di pane si fece più acuta. «E' incominciato il processo ideale del regime - scriveva il 18 agosto Gramsci -, è incominciata la sua dichiarazione di fallimento, esso ha perduto la fiducia istintiva e pecorile degli indifferenti, perché ha chiuso troppi sportelli. Ha socchiuso ora un altro sportello: quello della vita, la bocca del forno, la porta del magazzino granario. Lo chiuderà del tutto? La domanda angosciosa si propaga nelle lunghe file di donne che fanno la coda alle cinque del mattino dinanzi alle panetterie». La mattina di mercoledì 22 agosto, ricordano Angelo Castrovilli e Carmelo Seminara, «il pane mancava praticamente in tutte le panetterie. Una delegazione della Barriera di Milano fu ricevuta dal Sindaco, barone Leopoldo Usseglio. Lo stesso giorno si ebbero i primi scioperi (...) e nelle vie attorno al municipio si verificarono i primi incidenti e i primi saccheggi di negozi». Gli scontri andarono avanti fino a domenica. Barricate, trattative, scontri con l'esercito, tentativi di assalto ai palazzi di quella che era stata la prima capitale d' Italia, «espropri» nelle salumerie e in vari negozi di armi. Inutili tentativi di accordo alternati alla voglia di dare una dura lezione ai bolscevichi nostrani anche attraverso l'arresto di un po’ di leader sindacali moderati che, come avrebbe scritto molti anni dopo Renzo Del Carria con bellicoso spirito sessantottino, avrebbe aggravato le cose: «La folla operaia, rimasta ora senza dirigenti riformisti-borghesi, può finalmente esprimere il suo odio di classe contro la guerra in maniera aperta». Finì, come si diceva, in una carneficina. Dimenticata e rimossa come tante altre. Un peccato: studiare ciò che accadde allora, le ragioni e i torti, avrebbe aiutato a capire meglio. Che ce ne facciamo, di una storia piena di buchi? (Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 29 agosto 2007)

Pare che si stia diventando degli autentici specialisti, in effetti, di Storia e di storie piene di buchi. Cerchiamo allora di cominciare a riempirne qualcuno per cercare, come ci invita Gian Antonio Stella, di capire meglio.


barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Torino 1917 rivolta massacro memoria

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 31/8/2007 alle 14:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
sfoglia     maggio        luglio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA