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Diario


25 marzo 2011

UN PO’ DI TIZIO DELLA SERA

di cui sono rimasta vergognosamente in arretrato, per cui adesso vi scodello un po’ di roba recuperata.


L'ingorgo

Il fatto è, pensa il Tizio alla finestra mangiando i taralli salati di zia Marghitta, che la Storia sta ancora facendo le sue domande e noi vorremmo già avere le nostre risposte. E' quasi sera e dal davanzale guarda il serpeggiare del viale. Col crepuscolo, sfuggono i pini e le macchine incolonnate che vanno avanti a sussulti. Mastica i taralli. Da giorni e giorni ci sono parole incolonnate e brividi surriscaldati. Se poi Gheddafi vince, se il popolo perde la libertà o se finalmente  la conquista; se la loro libertà e quella conquistata al Cairo non fossero quello che intendiamo noi, lo vedi che hanno riammazzato i cristiani; pensa proprio  "la loro libertà" e un poco si vergogna, perché la libertà è di tutti e gli dispiace essere così guardingo.
Giù per l'esofago un altro tarallo dal pacco di quelli piccanti: se sia giusto pensare che la libertà, sgranocchia il Tizio, percorra solo le strade che dice il telegiornale; e se dietro la gigantesca turbolenza che non cessa, ci sia davvero Al Quaeda e il Manigoldo dice la verità; e come sia, si domanda il Tizio bevendo dal bicchiere appannato un sorso di struggente coca ghiacciata, e come sia  la verità eventualmente detta dal Manigoldo, e come sia bere la coca deliziosa mentre a poche centinaia di chilometri i mig vecchi ma efficaci bombardano le città; se sia possibile che un tiranno sia meno carogna di altre carogne e in che strettoia siamo finiti. E se la libertà di un popolo possa avere colore, o l'esigenza di pensare senza essere frenati sia da considerare superiore a qualsiasi ideologia ed è giusto proteggere questa esigenza dei popoli, e se a proteggerla ci sia il rischio che un giorno questa tolleranza si ritorca contro l'Occidente, gli Ebrei, i Cristiani, l'Europa, l'Italia solitaria davanti all'Africa e contro il Tizio alla finestra che mangia i taralli - e così i taralli vengono proibiti per sempre. O potrebbe succedere che l'ondata della libertà araba cambi il nostro tempo in un tempo nuovo, di inesplorate possibilità.
E' buio. Nel viale, gli autobus e le auto hanno le luci accese. Ah, sapere già tutto.  

Il Tizio della Sera


Questioni di stile

Lo stilista John Galliano, celebre per le creazioni con Dior, e ora per l'antisemitismo che ha creato in un bar sotto Dior, è divenuto altresì celebre per il suo immediato licenziamento avvenuto qualche piano sopra il bar, negli uffici di Dior, e per la rapidità estrema delle sue scuse agli ebrei, e probabilmente a Dior, forse nell'ascensore di Dior.
Dopo avere negato di avere mai detto le frasi antisemite nel bar sotto Dior che frequenta tutti giorni, litro dopo litro, ha chiesto subito scusa per le frasi antisemite dette nel bar sotto Dior. Ci si domanda come faccia uno stilista a mancare così tanto di stile. Forse è il suo stile. In ogni caso, gli rivolgiamo l'estremo saluto. Addior.

Il Tizio della Sera



Cinema 

Il tempo si riavvolge come una vecchia pellicola e riparte il film. La fermata degli autobus, barelle che passano, Gerusalemme. Lo sguardo si appunta su chi è vivo: un hassid è uguale ad altri hassidim; un giovane con la barba incolta urla a un poliziotto, il poliziotto non fa niente; un infermiere si muove con calma tra le lamiere contorte, come in un familiare spazio domestico: al posto dei mobili, macerie.    
La vita è bella?   

Il Tizio della Sera

Non aggiungo commenti. Non posso farne, non ho parole per farli quando c’è chi massacra per il gusto di massacrare,



quando vedo, come troppe volte ho visto, ripartire l’inarrestabile escalation di violenza, di missili lanciati, di innocenti assassinati, di attacchi terroristici,che lasciano sul terreno morti



e feriti,  e al di là della linea di confine freneticamente festeggiare, come documenta questa foto presa dal Palestine Time



(e se andate qui potete trovare l’articolo in arabo, che in google translate vi spiegherà quanta ragione hanno di festeggiare, visto che da così tanto tempo i poverini erano digiuni di un bell’attentato su un autobus). No, non farò commenti. Mi limito a invitarvi, se ve la cavate con l’inglese, a leggere questo e a dedicare alle vittime, rubandola al dolcissimo Giulio Meotti, questa musica sublime.


barbara


3 marzo 2011

C’ERA UNA VOLTA L’IMPERO OTTOMANO

Molti giornalisti, sia inviati che opinionisti, scrivono in qualità di "esperti di Medio Oriente", e come tali stilano diagnosi e formulano prognosi. Ma come non dico un luminare della medicina, ma anche un'infermiera principiante neodiplomata sa perfettamente, nessuna diagnosi, né tanto meno prognosi sono possibili se prima non si è proceduto ad una accurata anamnesi del paziente. Nel caso specifico: studio della storia. Ed è proprio in questo campo che le lacune dei nostri "esperti" si manifestano in tutta la loro sconsolata e sconsolante dimensione. Ed è per tentare di riempire tali lacune che ci accingiamo a scrivere questo breve articolo, cominciando dal principio.

E dunque...

C'era una volta l'impero ottomano. Che non era il paradiso in terra, no, nessuno oserebbe sostenere una simile assurdità: era un regime autocratico, ampiamente corrotto, in cui i non musulmani vivevano come dhimmi, cittadini di serie B con notevoli limitazioni nei propri diritti e nelle proprie libertà. Ma che nel corso dei secoli aveva raggiunto un suo equilibrio, in cui le sue diverse componenti, le sue diverse etnie, le sue diverse culture, avevano raggiunto un modus vivendi più o meno accettabile.
Poi scoppiò la I guerra mondiale, e il mondo cambiò faccia. In particolare, cadde il millenario impero asburgico e cadde l'impero ottomano: si sbriciolarono, entrambi, dando vita a una miriade di nuove realtà. Dalla dissoluzione dell'impero asburgico nacquero vari stati nazionali, perlopiù sostanzialmente omogenei (con l'eccezione della Jugoslavia, accozzaglia di popoli appiccicati a forza e immediatamente tornati a separarsi, in alcuni casi in modo sanguinoso, non appena venne meno la morsa di ferro comunista, e della Cecoslovacchia, che si divise invece pacificamente), che conservano ancora oggi l'assetto di allora.
Non così andarono le cose per l'impero ottomano: sulle sue spoglie si gettarono immediatamente le mani fameliche di Francia e Gran Bretagna prima ancora che la guerra fosse conclusa (accordi Sykes-Picot, 1916), che si spartirono la torta facendo nascere dal nulla realtà nazionali senza alcuna base storica (Giordania, Iraq, Kuwait), dividendo etnie che stavano insieme dalla notte dei tempi, costringendone altre, dalla notte dei tempi diverse e ostili, alla convivenza forzata in uno stato tracciato sulla carta con matita e righello. Stati artificiali, regimi del tutto estranei alla storia e alla cultura delle popolazioni cui venivano imposti, a volte addirittura governanti stranieri, come nel caso dell'hashemita Abdallah detronizzato dall'Arabia, per il quale la Gran Bretagna ritagliò un pezzo di Palestina, ne fece uno stato nuovo di zecca, la Giordania - per la quale si dovette addirittura inventare un nome prendendolo dal fiume che ne segnava il confine, tanto era inesistente da ogni punto di vista - e glielo regalò (e, per inciso, tale stato divenne istantaneamente il primo stato completamente judenrein della storia moderna).
Le conseguenze? Le abbiamo sotto gli occhi. Difficile immaginare che qualcuno possa sentire come "patria" un'entità disegnata sulla carta. Difficile immaginare che qualcuno possa provare devozione per un governo imposto. Il grande califfato, certo, si è dissolto a causa della propria fragilità strutturale, è imploso perché era marcio fino al midollo, non per colpa dei nemici esterni, ma questo, i suoi orfani, non hanno avuto modo di comprenderlo: a causa dell'ingordigia dissennata di Francia e Inghilterra (si può essere ingordi assennati? Forse, o forse no; in ogni caso non lo sono state le due potenze in questione), gli orfani dell'impero ottomano non hanno avuto la possibilità di elaborare il lutto, e l'unico loro desiderio è di ridare vita a ciò che hanno perso: un impero potentissimo che godeva della considerazione e del rispetto del mondo intero.
Questa è la realtà che dovrebbero prendere in considerazione i tanti che cercano di capire dove sta andando il Medio Oriente: qui è dove vuole arrivare il progetto delle menti islamiche più "raffinate": un nuovo califfato, dove l'islam possa finalmente regnare sovrano, portando ovunque la "sua" pace (ed eliminando tutti i nemici dell'islam, quelli del sabato e quelli della domenica, oltre a quelli di un venerdì troppo tiepido - piccolo particolare da tenere sempre ben presente). Qualcuno lo dice chiaramente (Bin Laden, Hamas, Hezbollah e, anche se in modo apparentemente più sfumato, la dirigenza dei Fratelli Musulmani), altri non lo dicono, ma agiscono per arrivare allo stesso risultato (gli imam iraniani), altri ci pensano ma non lasciano trasparire il loro pensiero (Erdogan). Il disegno sembra essere oggi comune a tutti loro, e si intrecciano perfino accordi di vario genere per arrivare alla meta che comunque sarà, sì, comune, ma non poi sotto il controllo di tutti loro. Vogliono fare il cammino insieme per un momento, come il corano insegna loro, finché domineranno tutte le terre, finché avranno spazzato via quegli stati artificiali che la storia ha dimostrato non avere alcun senso logico, e poi si combatteranno tra di loro per essere LA potenza dominante. Prima o poi si dovrà decidere se sarà l'Iran sciita o Al Qaeda o il novello imperatore ottomano a dover dominare il mondo. E saranno nuove, spaventose guerre. Se vogliamo non arrivare a questo, dobbiamo capire, fin da oggi, che questo potrebbe essere il disegno di alcune potenze e, di conseguenza, preparare un piano che preveda un nuovo ordine che sostituisca quello che non ha più ragione di esistere, ma che possa essere a vantaggio di tutti i popoli.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


12 febbraio 2011

QUELLA BUFFONATA DELL’OCCUPAZIONE

Mentre continuano i disordini in Egitto, e mentre le giravolte della politica americana fanno pensare che qualcosa di molto importante si sia rotto nella capacità cognitiva e strategica dell'Amministrazione, viene in mente un piccolo fatto assolutamente autentico che aiuta un poco a capire le sensibilità delle parti in Medio Oriente. In una tranquilla giornata a Hebron in Cisgiordania - circa negli anni '80 - una camionetta dell'esercito israeliano stava svolgendo un normale lavoro di pattugliamento nelle strade della città occupata. A bordo, al comando di un sergente, il guidatore e due soldati semplici, tutti di un reggimento della riserva. Il sergente aveva dato l'ordine di montare il mitra pesante su una fiancata, con il cinturone dei proiettili ben visibile accanto ma fuori dalla canna, per evitare che un sobbalzo dell'automezzo potesse far partire un colpo a vuoto causando una tragedia. A un certo punto si avvicina un palestinese locale e puntando il mitra col dito dice: "Il vostro esercito israeliano, il famoso Zahal, fa ridere. Quando qui a Hebron, prima del 1967, c'erano i Giordani della Legione Araba, i proiettili li tenevano dentro il mitra, non fuori. E quando c'era bisogno, sparavano sulla folla senza preavviso. Quello sì era un esercito, non quella buffonata della vostra occupazione". (Sergio Della Pergola su Moked)

Chi conosce davvero qualcosa del mondo arabo, queste cose le sa perfettamente: sa quali sono i principi e i valori della cultura araba, sa che cosa l’arabo rispetta e che cosa disprezza, sa quali sono le cose giuste da fare e quali assolutamente evitare. Poi ci sono i dilettanti della politica, i saltimbanchi da circhetto di periferia che si improvvisano attori del Metropolitan, e tendono sorridenti la mano a chi non aspettava altro. Per mozzargliela. E, cosa che ci riguarda più da vicino, per mozzare poi anche un bel po’ di teste intorno.

barbara


22 novembre 2009

LA PACE IN MEDIO ORIENTE PARTE DAL RISPETTO

di Ronald S. Lauder, presidente del Congresso mondiale ebraico
Pubblicato il 26.08.09, Opinioni su Israele


Nota per Obama: I palestinesi non hanno ancora riconosciuto lo stato ebraico

Più di un presidente americano ha cercato di portare la pace in Medio Oriente, e più di uno ha fallito. Così, nell’illustrare il suo prospetto per una soluzione globale al conflitto di Israele con i palestinesi e con il mondo arabo in generale, l'amministrazione Obama farebbe bene a prendere nota di alcuni potenziali insidie.
Regola n. 1: rispettare la sovranità degli alleati democratici. Quando persone libere in una democrazia esprimono le proprie preferenze, gli Stati Uniti dovrebbero rispettare le loro opinioni. L'attuale amministrazione non deve cercare di imporre idee ad alleati come Israele.

Riconoscimento e rispetto reciproci - L'amministrazione farebbe bene a tener conto del continuo rifiuto palestinese di riconoscere Israele come Stato-nazione del popolo ebraico. Questa non è una questione banale. Una soluzione a lungo termine può essere forgiata solo sulla base del reciproco riconoscimento e rispetto. Negare l'essenza stessa del progetto sionista – ricostruire l’antica patria del popolo ebraico - significa rimettere in discussione la serietà del proprio impegno per la pace. È una triste realtà dell’approccio palestinese al processo di pace che il rifiuto della patria degli ebrei non è semplicemente contenuta nell’apertamente anti-semita leadership di Hamas. Si tratta di una convinzione diffusa in tutto lo spettro delle opinioni palestinese. Questa è una realtà con cui si devono fare i conti.

Rifiuto arabo - La leadership di oggi non deve mai dimenticare che il cuore delle cause storiche del conflitto è il costante rifiuto dell’esistenza di Israele da parte del mondo arabo.
La soluzione dei due Stati è stata accettata dalla leadership israeliana dell’epoca pre-naionale, guidata da David Ben-Gurion nel 1947, quando approvò il piano di spartizione delle Nazioni Unite contenute nella Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale. Gli arabi la respinsero categoricamente.
Come Segretario di Stato Hillary Clinton lo sa fin troppo bene, il piano di pace del presidente Bill Clinton nel 2000 naufragò a causa del rifiuto palestinese dello stato ebraico, anche quando Israele, ancora una volta, accettò il loro diritto ad avere uno Stato.
È pericoloso negoziare con i terroristi - anche recenti esperienze in Europa offrono lezioni sui pericoli di negoziare con i terroristi. Per tutto lo scorso anno funzionari di Gran Bretagna, Francia e l'Unione europea ha avuto colloqui con funzionari dell’"ala politica" di Hezbollah nel tentativo di ottenere che il gruppo terroristico moderasse il suo comportamento.
Hezbollah è senza dubbio grato per la legittimità che questi incontri gli hanno conferito, ma non sta deponendo le armi. Infatti, secondo un recente rapporto dal Times di Londra, il gruppo ha accumulato 40.000 razzi nei pressi della frontiera israeliana.

Non sopravvalutare gli insediamenti - Per essere sicuri, dobbiamo avere la speranza. Gli accordi di pace con Egitto e Giordania sono modelli utili. Tuttavia i recenti rifiuti opposti da Giordania, Kuwait e Arabia Saudita agli sforzi da parte dell'amministrazione Obama per promuovere un atteggiamento più conciliante nei confronti di Israele offrono un forte invito a tenere presente che coloro che hanno iniziato questo conflitto possono non essere ancora disposti a concluderlo, qualunque sia la loro retorica tesa a far credere il contrario.
E poi ci sono gli insediamenti. Indubbiamente, questa è una questione complessa. Tuttavia, l’amministrazione deve guardarsi dall’enfatizzarli. Tra persone di buona volontà si possono fare compromessi sugli insediamenti, come Israele ha dimostrato nel recente passato. Ma nessun compromesso può essere fatto sul diritto di Israele ad esistere entro confini sicuri, indisturbati da parte di gruppi terroristici o minacciati da parte di Stati belligeranti.

Strategia senza ambiguità - Ecco perché una strategia chiara per spiegare con precisione come Hamas e Hezbollah possono essere disarmati e in che modo all'Iran può essere impedito di acquisire armi nucleari è di fondamentale importanza per qualsiasi piano di pace.
L'amministrazione deve anche fare attenzione a non lasciare che gli avversari di Israele usino la questione degli insediamenti come comoda scusa per non fare, da parte loro, alcuna mossa. Gli insediamenti contano, ma non vanno al cuore di questo conflitto pluridecennale.
Fare la pace in Medio Oriente è un compito non invidiabile. È anche una vocazione nobile. Per avere successo occorrerà pazienza e forza d'animo. Ci vorrà inoltre una capacità di stare al di sopra della mischia, di vedere i problemi per quello che sono, e il coraggio di confrontarsi con loro alla loro radice. (Traduzione mia)

E davvero non si potrebbe trovare accompagnamento migliore di questo articolo di tre mesi fa per la cartolina odierna – nella speranza che possa risvegliare qualche riflessione, se non nei poveretti vittime di quella terribile patologia psichiatrica che va sotto il nome di antisemitismo, almeno nei sani di mente.


barbara


21 settembre 2007

CAMBIARE MUSICA

da un articolo di Guy Bechor

Abbiamo continuato a cantare le nostre canzoni di pace per così tanti anni che forse, a un certo punto, abbiamo semplicemente smesso di pensare. Abbiamo creduto così tanto alle parole di quelle canzoni, che avevamo scritto da soli, che abbiamo perso il contato con la realtà del Medio Oriente finché quella realtà, con tutti i suoi trucchi e le sue furbizie, ha fatto un uso cinico delle nostre canzoni e dei nostri sogni. Abbiamo creduto così tanto alle nostre canzoni da arrivare a pensare che la pace fosse a portata di mano se solo l'avessimo voluto.
I nemici della pace, guidati dalla Siria, hanno saputo approfittare della nostra ingenuità. Damasco ne ha fatto una scelta sistematica: ogni volta che si trovano in difficoltà, i leader del suo regime puntano il dito accusatore contro Israele e proclamano: Israele non è veramente interessato alla pace. E noi, storditi dalle nostre canzoni di pace, iniziamo a balbettare. E i siriani gridano: Lo vedete? Sono senza parole.
In che senso balbettiamo? Nel senso che, non capendo i trucchi dei siriani, poniamo condizioni per l'avvio dei colloqui, chiediamo il disarmo di Hezbollah, che la Siria accetti questo o quello. In questo modo il nostro messaggio non appare convincente, mentre i siriani ne escono vincenti. E la colpa dello stallo ricade sempre su Israele.
Per questo, sarebbe ora di cambiar politica a 180 gradi. La prossima volta che la Siria ci accusa, come fa sempre, di non volere la pace, anziché balbettare dobbiamo prendere nettamente posizione, dicendo chiaro e forte qual è la nostra nuova posizione.
È vero. Non vogliamo "fare la pace" con questo regime siriano. Non vogliamo avere nessun rapporto, certamente non rapporti accomodanti, con la feroce tirannia della minoranza alawita. La Siria è uno dei nostri vicini più importanti e cruciali. Quando diventerà un paese democratico, quando capirà il significato della pace e lascerà cadere le sue pretese territoriali che gli servono per tenere aperto il conflitto, allora potremo avere relazioni pacifiche.
Ma con l'attuale regime – responsabile del massacro di migliaia di siriani a Hama nel 1982, delle torture e uccisioni di detenuti nella prigione di Tadmor, dell'omicidio di decine di politici e leader libanesi, della violenta campagna anti-israeliana e anti-ebraica che dura da anni e anni, dell'attentato mortale contro il primo ministro libanese – con un regime come questo non siamo interessati ad instaurare nessuna forma di dialogo.
Gli osservatori, in Israele, continuano a domandarsi se sia arrivato il momento della pace con la Siria. Sono fissati con la questione del quando: quando ci sarà la pace con la Siria? E non si interrogano sulla sostanza: vogliamo davvero "fare la pace" con questo regime siriano? Possibile che la parola "pace" induca una sorta di riflesso pavloviano negli israeliani? Siamo automi? Non possiamo esercitare senso critico sulla qualità di questa "pace"? Non abbiamo fiducia in noi stessi? Non abbiamo dignità?
I siriani sarebbero messi in imbarazzo da una siffatta posizione israeliana, perché contestandola attirerebbero l'attenzione sull'elenco dei loro crimini e dei loro fallimenti. In effetti, qui sta il paradosso: se affermiamo di volere la pace, il regime alawita di Damasco ci può attaccare; se diciamo semplicemente che la pace con quel regime non ci interessa, deve rinunciare al bluff.
Con un'ultima osservazione. La Siria non ha rapporti pacifici con nessuno dei suoi vicini arabi. Al massimo i rapporti coi suoi vicini vanno dalla aperta ostilità all'avversione reciproca: variano da ostili a gelidi i rapporti della Siria con il Libano, la Giordania, la Turchia, l'Iraq, l'Egitto, l'Arabia Saudita, l'Autorità Palestinese e così via. Perché mai dovrebbero essere pacifici quelli con Israele? Forse è tempo che iniziamo a capire quanto siano irragionevoli certe nostre convinzioni.
(YnetNews, 30 agosto 2007 - ripreso da israele.net)

Bene, abbiamo tirato il fiato a sufficienza: adesso è ora di tornare alle cose serie, come questo articolo molto politically incorrect che ha il raro coraggio di dire chiaro e tondo come stanno le cose.


barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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