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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


7 febbraio 2012

E RIPARLIAMO DELLA SIRIA

07-02-2012
Trecento morti in un week-end, e neanche una parola di protesta

Di Eliezer Yaari

Più di trecento persone sono state uccise, in Siria, lo scorso fine settimana, dalle forze del loro stesso governo: uccise dal fuoco di tank, obici e cannoni. Le loro case sono state distrutte, a centinaia sono ancora sepolti sotto le macerie. C’è una lunga scia di sangue dietro a questi numeri, immagini traballanti di bambini gettati dalle finestre, il filmato preso col cellulare di un uomo che cammina, si sente un colpo, e l’uomo cade al suolo.

Più di trecento persone. Ed è successo dopo giorni e giorni di cifre più “modeste”: solo 15 o 35 o 58 morti al giorno. E succede qui a due passi, appena al di là del confine, a un’ora di auto da Kiryat Shmona. Un despota fascista fuori controllo sta massacrando la propria gente. Uno può dire, beh, è da settimane che i commentatori vanno dicendo che finirà da un momento all’altro, ed è stato convocato il Consiglio di Sicurezza: com’è che ti viene in mente adesso? In fondo è una faccenda interna di arabi che uccidono altri arabi: sei diventato improvvisamente un cuore tenero? […]

La verità è che da settimane scrivo di questo, cercando di suscitare l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani. Personalmente, ho dedicato i miei migliori anni e tutte le mie energie a crearle e sostenerle, nella convinzione che i diritti umani non si possono dividere: non è lecito discriminare una donna che deve partorire perché è araba, non è lecito discriminare uno scolaro etiope perché ha la pelle scura, non è lecito tacere ignobili atti tirannici solo perché avvengono nei paesi arabi a due passi da noi. Gli stati non devono rimanere in silenzio davanti a un massacro, figuriamoci le organizzazioni per i diritti umani. Ma le risposte che ricevo sono elusivi mugugni del tipo: “è compito di Amnesty International”, oppure: “guarda, il mondo sta reagendo e noi facciamo parte del mondo”. Nell’ambiente in cui opero sin dagli anni ’90 vi sono molte organizzazioni arabe. Nelle scorse settimane le ho chiamate. Si calcola che in Siria siano state assassinate fra le cinque e le diecimila persone, ho detto loro. E ho chiesto: com’è che davanti alle immagini delle file di corpi senza vita, in tutti questi mesi non c’è stata una sola manifestazione di protesta contro un tale massacro? Qualcosa di paragonabile almeno alle manifestazioni degli arabi israeliani per la Giornata della Terra o per la Giornata della Nakba. […]

In tutti questi anni, diversi parlamentari arabi israeliani sono andati in Siria a cercare i favori del despota siriano che oggi sta massacrando la sua gente. Si sono seduti con il capo dei killer abbeverandosi ad ogni sua parola; e dopo tutto questo, non si ode una sola voce fra loro che si levi per dire “Basta spargimenti di sangue!”. Forse stanno protestando e sono io che non ho udito le proteste. È possibile: non leggo la stampa araba. Ma non dovrebbe essere un dibattito interno, da tenersi a porte chiuse: tutta la popolazione israeliana dovrebbe esserne messa a parte. So che non è facile essere minoranza araba in Israele e uscirsene pubblicamente contro qualcuno del mondo arabo. Ma ci sono dei limiti: trecento morti ammazzati, migliaia di feriti in un solo fine settimana, e neanche una piccola manifestazione nella piazza centrale di Nazareth o di Shfaram? Vale così poco il sangue degli arabi? Ricordo nell’ottobre 2000, quando tredici arabi israeliani persero la vita in violentissimi scontri con le forze di sicurezza: l’intero paese tremò sotto le enormi manifestazioni nelle regioni di Galilea e Wadi Ara, vi furono sit-in, commissioni d’inchiesta, condanne, discorsi infuocati.

Ed eccoci qui, nei giorni della “primavera” trasformata in un agghiacciante inverno, e tutto quello che sento è il parlamentare arabo-israeliano più popolare fra il pubblico ebraico, Ahmed Tibi, che sale sul podio per leggere, con insolito fervore, un pistolotto circa un parlamentare razzista e un po’ svitato della lista Yisrael Beiteinu. Che sagacia! Che coraggio! Ahmed Tibi sa bene che si tratta di chiacchiere oziose e di un diversivo, giacché nel giorno stesso del suo fervorino altri arabi venivano massacrati a decine: e non dai cattivi ebrei, ma dalle mani della loro stessa gente. Eppure non si odono proteste. Né lui né nessun altro leader della società civile arabo-israeliana è salito sul podio per aggiungere la propria voce alla richiesta del mondo che si ponga fine alle uccisioni: nessun cantante ha intonato canzoni, nessun giornalista ha deplorato, nessuna parlamentare si è imbarcata su nessuna flottiglia, mentre i politici continuavano a farsi intervistare nei talk show.

Forse nell’intimo vi sono vergogna, dolore, rassegnazione. Forse. Ma tutto quello che noi sentiamo è il silenzio: l’immenso, oscuro silenzio che consente lo spargimento di sangue di bambini siriani. Perché è proibito intromettersi nelle questioni interne di un assassino come Bashar Assad.


Ma è un silenzio che riecheggerà per molti anni a venire.

(Da: Ha’aretz, 6.2,12 - traduzione
http://www.israele.net/articolo,3353.htm)


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Dove siete oggi, voi che avete l'abitudine di inondare le piazze del mondo ogniqualvolta Israele reagisce contro la furia omicida dei suoi nemici?

Dove siete oggi, voi che che sapete elencare a memoria tutte le risoluzioni dell'ONU contro Israele? Dove siete oggi, che quella stessa Onu rimane muta e complice? Dove siete oggi, che i sogni di libertà della gioventù araba vengono annegati nel sangue?

Dove siete oggi, mentre i media ci informano di massacri con decine di migliaia di morti innocenti?

Dove siete oggi, voi? Ve ne state al calduccio delle vostre case.

Voi siete quelli che hanno avuto sempre la lacrima pronta per i "poveri palestinesi", sempre disposti a giustificare ogni orrore commesso da quegli aguzzini di Hamas, di Fatah, di Hezbollah, che sono la peggiore feccia di tutto il mondo arabo.

Oggi comincio a capire chi siete. Siete i Nuovi Crociati: i Crociati in poltrona, quelli che senza muovere un dito godono della morte degli "infedeli". Siete quelli che odiano tanto l'idea che gli Ebrei possano avere pace, quanto quella che gli Arabi possano avere libertà e democrazia.

Adesso che ho scoperto il vostro gioco, oltre a provare per voi il ribrezzo di sempre, provo vero orrore.

 

Fulvio Del Deo

 

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In realtà non abbiamo affatto bisogno di chiederci dove sono tutti costoro, perché sappiamo benissimo che i buoni di professione sono intensamente occupati in cose molto ma molto ma molto più importanti di queste.

barbara


28 gennaio 2012

OGGI 84 UCCISI IN SIRIA

Ecco cos’era tutto quel casino sulle strade, grida, proteste, bandiere siriane bruciate, richieste di boicottaggio, invocazioni all’Onu per una risoluzione di condanna, sit-in davanti ai consolati, urla di insulti, promesse di vendetta: quello era!

barbara


3 agosto 2011

LA SPOSA BELLA

È vergognoso trovare bello un romanzo che fa il tifo per Franco? Sì, certo che lo è, e infatti me ne vergogno un sacco. Però è bello lo stesso, e non ci posso fare niente. Bello e intenso. Bello e profondo. Bello e appassionato. Bello e intriso di quella moralità essenziale e assoluta che a volte capita di trovare in chi ha perso la fede.
È parecchio vecchio, questo libro (l’ho comprato, non so quando, a una bancarella di libri usati per 2000 lire, e ha in copertina la foto dell’edizione precedente che ha in copertina la foto dell’edizione precedente), sicuramente più vecchio di molti di coloro che stanno leggendo queste righe, e tuttavia non ha perso un grammo della sua freschezza (poi volendo si potrebbe aggiungere che se le efferatezze dei franchisti non possono che suscitare orrore, non sono davvero state da meno le efferatezze dei rossi – e magari, chissà, forse i franchisti non sarebbero riusciti a vincere e a mettere in atto quasi un quarantennio di dittatura, se i rossi si fossero dedicati a combattere i fascisti invece che dedicare ogni propria energia, a far fuori i rossi di un rosso un po’ diverso dal loro, secondo le direttive di Stalin -- così come in Germania si erano preoccupati di combattere più i socialdemocratici che i nazisti, rendendosi così fortemente responsabili della vittoria nazista, con tutto ciò che ne è conseguito -- e non è certo un caso se tanti ex comunisti sono diventati tali combattendo, da comunisti, nella guerra di Spagna, dove hanno avuto il privilegio di vedere, fra i primi in Europa, il comunismo reale all’opera).

Bruce Marshall, La sposa bella, Longanesi

barbara


10 aprile 2011

IL PROGRAMMA

L'islamismo però non si limita allo stadio del rifiuto: esso accoglie in sé le sofferenze e le speranze dei popoli. Perciò si autoproclama la via della redenzione di una umma corrotta dall'Occidente. I popoli musulmani - esso insegna - conosceranno di nuovo la gloria se ripristineranno nel nostro tempo le istituzioni che furono elaborate nel VII secolo e che li condussero al potere. Un potere che si fondava sul jihad, l'annessione di terre, il bottino derivante dalle vittorie, il saccheggio a danno delle civiltà vinte e lo sfruttamento delle enormi riserve di schiavi e manodopera provenienti dalle Indie, dall'Africa, dall'Oriente e dall'Europa. E così il rigetto dell'Occidente e la nostalgia di una potenza edificata sulla guerra e sulle conquiste contribuiscono a fare dell’islamismo il veicolo e il pilastro del jihad.
Il programma politico della corrente integralista è ben noto. Essa predica il ritorno alla shari'a in tutti gli Stati musulmani. Questo primo stadio permetterà l'accorpamento delle leadership politica e militare e il ripristino della mentalità ghazi. Solo allora potrà essere intrapreso lo stadio successivo nonché finale, articolato nelle seguenti fasi: conquista del mondo e instaurazione della supremazia universale della legge islamica, distruzione delle civiltà dell'epoca preislamica (jahiliyya) non musulmane e imposizione della dhimma ai popoli del dar al-harb, riconquistato e quindi ridivenuto dar al-islam. La corrente islamista legittima la sua ideologia sulla base del passato: in effetti le epoche gloriose dell'islam furono proprio quelle legate alle due ondate (araba e turca) di conquiste. Non fu certo nella sua culla - l'Arabia, popolata esclusivamente da arabi musulmani - né a La Mecca o a Me
dina, che rifulse in tutto il suo splendore la civiltà islamica. Essa brillò soltanto nelle terre della dhimmitudine, nei periodi in cui i dhimmi costituivano ancora delle maggioranze soggette a conquistatori musulmani numericamente inferiori. Sotto gli arabi, infatti, essa raggiunse il suo apogeo nell'Oriente cristiano e in Spagna, ma lo stesso fenomeno si verificò sotto i turchi: non fu nell'Asia centrale che i selgiuchidi e gli ottomani fondarono un impero prestigioso, ma in Anatolia e nei Balcani, dove assoggettarono le popolazioni ortodosse. Oggi i popoli musulmani, i quali – tranne che nei paesi petroliferi - sono tra i più poveri del pianeta, sono affascinati dalle ricchezze dell'Europa e dell'America tanto quanto un tempo i nomadi dell'Arabia e del Turkestan erano attratti dalle fiorenti e raffinate città dell'Oriente prearabo e di Bisanzio. In effetti il movimento integralista non nasconde affatto la sua intenzione di islamizzare l'Occidente. La sua propaganda, contenuta negli opuscoli in vendita nei centri islamici europei, ne chiarisce gli scopi e i mezzi, che includono il proselitismo, le conversioni, i matrimoni con donne indigene e soprattutto l’immigrazione. Ricordando che i musulmani partirono sempre minoritari nei paesi conquistati (o, per usare il loro termine, «liberati») prima di divenire la maggioranza, gli ideologi del movimento considerano l'insediamento islamico in Europa e negli Stati Uniti come la grande occasione dell’islam.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 299-300)

Funziona così. Funzionava così un millennio e mezzo fa e funziona così oggi. L’unica differenza è che oggi hanno armi molto più potenti.







barbara


27 agosto 2010

DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

La Palestina fu devastata e saccheggiata. Poi gli arabi passa­rono in Cilicia, facendo prigionieri i suoi abitanti e deportandoli. Quindi Mu'awiya inviò Habib ibn Maslama in Armenia, all'epo­ca dilaniata dalle contese tra i vari satrapi. Per suo ordine la po­polazione di Euchaita (sul fiume Halys) fu passata a fil di spada; quelli che riuscirono a farla franca furono ridotti in schiavitù. Secondo i cronisti armeni gli arabi, dopo aver decimato gli abitanti dell'Assiria e costretto molte persone ad abbracciare l'islamismo, «entrarono nel distretto di Daron [a sud-ovest del lago Van], che saccheggiarono e in cui versarono fiumi di sangue. Pretesero il pagamento di tributi e si fecero consegnare donne e bambini». Nel 642 presero la città di Dvitt e annientarono la popolazione a colpi di spada. Poi «gli ismailiti ripresero la via per la quale erano venuti, trascinandosi dietro una moltitudine di prigionieri: in tutto 35.000». L'anno seguente, secondo lo stesso cronista, gli arabi invasero di nuovo l'Armenia, «portando con sé lo stermi­nio, la rovina e la schiavitù».
Fermatosi in Cappadocia, Mu'awiya saccheggiò tutta la regio­ne, catturò molti uomini e fece un grosso bottino. Poi condusse le sue truppe a devastare l'intera zona di Amorium. Anche Cipro fu razziata e depredata (649); quindi Mu'awiya si diresse verso la capitale Costanza (Salamina), su cui stabilì il suo dominio con un «grande massacro». Il saccheggio dell'isola si ripeté una se­conda volta.
Nel Nord Africa gli arabi fecero migliaia di prigionieri e accu­mularono un ricco bottino. Mentre le piazzeforti resistevano, «i musulmani erano impegnati a percorrere in lungo e in largo e de­vastare il paese sguarnito». Tripoli fu saccheggiata nel 643, Cartagine fu interamente distrutta e rasa al suolo, e la maggior parte dei suoi abitanti venne uccisa. Gli arabi misero a ferro e fuoco il Maghreb, ma ci volle più di un secolo perché riuscissero a pacifi­carlo e a venire a capo della resistenza berbera.
Le guerre proseguirono per mare e per terra sotto i successori di Mu'awiya. Le truppe arabe saccheggiarono l'Anatolia con ri­petute incursioni; le chiese furono incendiate e profanate, e tutti gli abitanti di Pergamo, di Sardi e di altre città furono fatti prigionieri. I centri greci di Gangres e Nicea furono distrutti. Le cro­nache cristiane del tempo parlano di intere regioni devastate, di villaggi rasi al suolo, di città incendiate, saccheggiate e annienta­te le cui popolazioni furono integralmente ridotte in schiavitù.
Come si può constatare, non sempre gli abitanti delle città ven­nero risparmiati: spesso subirono il massacro o la schiavitù, sem­pre accompagnata dalla deportazione. Fu il caso dei cristiani di Aleppo, Antiochia, Ctesifonte, Euchaita, Costanza, Pathos (nell'i­sola di Cipro), Pergamo, Sardi, Germanicea (Kahramanmarafl) e Samosata, per citare solo alcuni esempi. Durante l'ultimo tentati­vo degli omayyadi di sottomettere Costantinopoli (717), l'esercito arabo comandato da Maslama effettuò una manovra a tenaglia dal mare e da terra, e devastò l'intera regione prospiciente la capitale.
L'obbligo religioso di combattere i cristiani comportava uno stato di guerra permanente che quattro volte all'anno - in in­verno, in primavera, in estate e in autunno - si traduceva nel­l'organizzazione di razzie (ghazwa). Queste consistevano talora in brevi incursioni a scopo di saccheggio nei villaggi harbi limi­trofi, al fine di accumulare bottino, rubare il bestiame e decima­re gli abitanti del villaggio con la schiavitù. Altre spedizioni, guidate dal califfo in persona, richiedevano preparativi militari consistenti. Le province venivano devastate e incendiate, le città saccheggiate e distrutte, gli abitanti massacrati o deportati. I pri­mi califfi abbasidi, alla testa delle loro truppe di arabi e schiavi turchi, continuarono a dirigere personalmente i raid contro l'A­natolia bizantina e l'Armenia. Durante il sacco di Amorium (838), consegnata agli arabi da un traditore musulmano, il ca­liffo al-Mu'tasim fece passare a fil di spada 4000 abitanti; le don­ne e i bambini furono portati via e venduti come schiavi, men­tre i prigionieri greci che non potevano essere deportati furono finiti sul posto. Una rivolta scoppiata fra loro fu punita con lo sterminio di 6000 greci.
Nonostante la frammentazione dell'Impero arabo in emirati o province semiautonome, le razzie compiute in nome del califfo per accumulare bottino e schiavi proseguirono, con alterne fortu­ne, nel corso dei secoli. Negli anni 939-940 Sayf al-dawla, celebre per le sue guerre contro gli infedeli, devastò Mush, in Armenia, e l'intera regione di Coloneia con i villaggi circostanti. Negli anni 953-954 incendiò la zona di Melitene, catturando parte dei suoi abitanti. Due anni più tardi partì «per il territorio greco e vi compì un'incursione, nel corso della quale si spinse fino a Harsan [Armenia] e a Sariha, prese molte fortezze, fece prigionieri di am­bo i sessi e costellò il suolo greco di massacri, incendi e devasta­zioni». Nel 957 Sayf al-dawla incendiò le città della Cappadocia e la regione di Hisn Ziyàd (Kharput) in Armenia, riducendo in schiavitù le donne e i bambini. L'emigrazione dei nomadi turk­meni segnò la ripresa del jihad arabo. Nell'XI secolo: «L'Impero dei turchi si era esteso fino alla Mesopotamia, alla Siria, alla Pale­stina [...]; i turchi e gli arabi erano fusi come un unico popolo». Per quanto riguarda la parte occidentale del dar al-islam, la Spagna, conquistata nel 712, divenne per secoli il teatro per anto­nomasia del jihad. Qui le ondate di immigrati islamici, arabi e ber­beri si erano appropriate dei feudi coltivati dagli abitanti del luo­go, tollerati, in base alle circostanze della conquista, in veste di tributari o di schiavi. Ma le diverse tribù arabe che conducevano una vita nomade al Sud (kalb), o al Nord e al centro dell'Arabia (qays), emigrate nel Maghreb e quindi in Spagna, si erano acca­parrate le terre migliori, relegando i berberi nelle regioni montuose.
Queste ondate successive di immigrati, provenienti dall'Ara­bia e dai territori conquistati - Mesopotamia, Siria, Palestina -, una volta insediatesi stabilmente in Spagna iniziarono a terroriz­zare la Provenza. Risalendo fino ad Avignone, devastarono la val­le del Rodano con ripetute razzie. Nel 793 i sobborghi di Narbona vennero incendiati e la sua periferia saccheggiata. Gli appel­li al jihad attiravano orde di fanatici che affluivano in massa nei ribat (conventi-fortezze) di cui erano costellate le frontiere ispano-islamiche, e da cui partivano i saccheggi delle città e gli in­cendi delle aree rurali. Nel 981 la città di Zamora (Regno di Leon) e le campagne circostanti subirono la devastazione e la de­portazione di 4000 prigionieri. Quattro anni dopo, anche Barcel­lona fu incendiata e quasi tutti i suoi abitanti furono trucidati o ridotti in schiavitù; Coimbra, conquistata nel 987, rimase un de­serto per molti anni; Leon fu demolita e le zone rurali limitrofe furono devastate dai raid e dagli incendi. Nel 997 Santiago di Compostela fu saccheggiata e rasa al suolo. Tre anni più tardi, le truppe islamiche misero a ferro e fuoco la Castiglia, e la popola­zione catturata durante queste spedizioni fu deportata e ridotta in schiavitù. Le invasioni degli almoravidi e degli almohadi (XI-XIII secolo), dinastie berbere del Maghreb, segnarono la ri­presa della guerra santa. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.54-57)

E da allora non hanno mai smesso. Nel 1929 venne il massacro di Hebron, di cui possiamo vedere gli effetti in questo straordinario filmato inedito dell’archivio Spielberg (chi sentisse il bisogno di una rinfrescata può andare a rileggere qui e qui). E adesso, per completare l’opera, vogliono costruire il monumento alla jihad a Ground Zero – anche se qualcuno ha finalmente capito che l’idea di costruire una moschea lì, in realtà, non è altro che il frutto dell’ennesimo complotto sionista...


barbara


16 gennaio 2010

COME FU CHE IL MONDO ARABO DIVENNE IL MONDO ARABO

e che qualcuno ebbe modo di inventare la leggenda di una Palestina da sempre araba, musulmana e, soprattutto “palestinese”.

L'espansione terrestre


Verso il 633 le armate arabe, composte da tribù nomadi origi­narie dello Yemen, del Hijaz e di altre regioni dell'Arabia, inva­sero la Babilonia e la Siria. La conquista, scaglionata lungo circa un decennio, comportò alcuni decisivi scontri armati, ma soprat­tutto una serie di razzie e saccheggi a danno dei villaggi e delle campagne. La vittoria finale fu facilitata dall'intervento a fianco dei conquistatori delle tribù arabe che da circa due secoli si erano infiltrate, e talora stabilmente insediate, presso i confini mesopotamici e siro-palestinesi dell'Arabia. Queste tribù, alcune delle quali si erano convertite al cristianesimo, optando o per il nestorianesimo o per il monofisismo a seconda che fossero stanziate in territorio persiano o bizantino, in qualità di vassalle di questi Im­peri si assumevano il compito di difenderne le frontiere e di pro­teggerne le città e i villaggi dai saccheggi dei beduini, che condu­cevano un'esistenza nomadica nei deserti limitrofi.
Recentemente, l'analisi di questa migrazione delle tribù arabe e del loro insediamento nei territori persiano e bizantino ha in­dotto alcuni storici a sostituire la teoria di una conquista islamica fulminea con quella di un processo graduale spalmato su due se­coli: la costante penetrazione del mondo arabo nomade nei paesi caratterizzati da una civiltà stanziale. La disgregazione degli Im­peri persiano e bizantino e il crollo delle loro strutture difensive permisero alle tribù nomadi, unificate dall'islam, di invaderne le campagne e di reclutare per i loro raid, tra gli arabi insediati ai margini della Mesopotamia e della Siria, preziosi aiutanti che ben conoscevano la topografia di quelle regioni.
Alla morte del Profeta, il califfo Abu Bakr organizzò l'invasio­ne della Siria, un progetto che era già stato elaborato da Mao­metto. Radunò le tribù nomadi del Hijaz, del Najd e dello Yemen, e raccomandò ad Abu 'Ubayda, responsabile delle operazioni nel Golan (Palestina), di razziare le campagne ma di astenersi dall'assalire le città, non disponendo di adeguati armamenti.
Così, nella spedizione del 634 l'intera regione di Gaza sino a Ce­sarea fu saccheggiata e devastata. Quattromila contadini - cristiani, ebrei e samaritani -, che avevano difeso le loro terre, furono massacrati. I villaggi del Negev furono depredati da 'Amr ibn al-'As, mentre gli arabi si riversavano nelle campagne, tagliavano le co­municazioni e rendevano pericolosi gli spostamenti. Le città, tra cui Gerusalemme, Gaza, Giaffa, Cesarea, Nablus e Beit She'an, rimaste isolate, chiusero le loro porte. Nella sua omelia natalizia del 634 il patriarca di Gerusalemme Sofronio deplorava l'impossibilità di re­carsi a Betlemme come di consueto poiché i cristiani erano tratte­nuti con la forza a Gerusalemme, «trattenuti non da legami fisici, ma incatenati e paralizzati dal terrore dei saraceni», la cui «spada fe­roce, barbara e grondante sangue» li teneva prigionieri in città.
In Siria i ghassanidi, tribù araba monofisita, si schierarono con i musulmani. Sofronio, nell'omelia pronunciata in occasione dell'E­pifania del 636, si lamentava delle chiese e dei monasteri distrutti, delle città saccheggiate, dei villaggi dati alle fiamme dai nomadi che percorrevano in lungo e in largo il paese, e in una lettera del 636 a Sergio, patriarca di Costantinopoli, menzionava le devastazioni compiute dagli arabi. Nel 639 morirono migliaia di persone, vittime della carestia e della peste conseguenti alle distruzioni. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.48-51)

[…] Le fonti, in particolare quelle siriache e armene, ma anche quelle arabe, ci forniscono preziose informazioni sul processo di degrado delle regioni rurali dell'Impero arabo. Ne emerge che il calo demogra­fico dei popoli dhimmi, il regresso dell'agricoltura, l'abbandono delle campagne e dei villaggi e la progressiva desertificazione di province che, nel periodo preislamico, erano densamente popola­te e fertili, sono tutti fenomeni legati all'immigrazione delle tribù nomadi arabe, berbere (Spagna) e, più tardi, turkmene.
L'avanzata dei nomadi generò insicurezza, spopolamento e ca­restie. Nel 750, nella parte nord-occidentale della Spagna, le razzie dei berberi, l'incendio delle colture e la riduzione in schiavitù de­gli abitanti causarono una carestia tale che i conquistatori dovet­tero tornare nel Maghreb. Nello stesso periodo Palestina e Siria, soggette a una forte colonizzazione araba essendo Damasco sede del califfato omayyade, erano impoverite dalle epidemie conse­guenti alle carestie. Già intorno al 700 i villaggi un tempo fiorenti del Negev erano scomparsi, e alla fine dell'VIII secolo la popola­zione aveva abbandonato la maggior parte delle regioni comprese tra il Sud di Gaza e Hebron per rifugiarsi a Nord, lasciando die­tro di sé chiese e sinagoghe distrutte. Le stesse piaghe - brigan­taggio, guerre tribali, epidemie e carestie - afflissero la Mesopotamia sotto l'ultimo califfo omayyade Marwan II (744-750).

Ecco la spada degli arabi <rivolta> contro di loro; ecco una furia predatoria tale che è impossibile uscire senza essere saccheggiati e spogliati dei propri beni; ecco la carestia che infuria all'interno e al­l'esterno. Se qualcuno entra in casa, vi incontra la fame e la peste; se esce fuori, gli corrono incontro la spada e la prigionia. Ovunque non vi sono che crudele oppressione, dolore straziante, sofferenza e turbamento. (Ivi, p. 140)

Ecco, un po’ di Storia (rigorosamente documentata: andate a leggere il libro e troverete tutte le fonti) che dovrebbe aiutare a sfatare un po’ di leggende: non per i soliti noti imbottiti di propaganda filo terrorista della lobby del petrolio, ma per qualche disinformato in buona fede, se ancora ne esistono, potrà essere di qualche utilità. E anche lui proprio oggi tratta lo stesso tema, quindi correte a leggerlo.

barbara


25 ottobre 2009

NON SMETTEREMO DI DANZARE

Ovvero Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele

L’ho letto, e ora dovrei scriverne la recensione, ma non so se sarò in grado di farlo. Non so come cominciare e da dove cominciare. Non so se il mio vocabolario possieda le parole necessarie per raccontare un libro così bello. Così prezioso. Così puro.

I resti delle vittime, come le carcasse degli auto­bus distrutti negli attentati, finiscono in un cimitero dei ricordi a Kiryat Ata. Accanto alle carcasse dei pullman, sono custoditi gli oggetti mai reclamati dai parenti delle vittime, quaderni di scuo­la, berretti militari, libri, scarpe da ginnastica, videocassette, kippah di ogni colore, t-shirt, mostrine di ufficiali. Guardare questi poveri resti richiama alla memoria quelli custoditi nei campi di sterminio. Scarpe logore, bottiglie con etichette di Varsavia e Cracovia, biberon e protesi dentarie, libri di preghiera, documenti, fo­to di famiglia, occhiali, bambole senza braccia né testa.

Accade di piangere, leggendolo: di commozione e di dolore per le storie narrate, ma anche di commozione e di emozione per l’amore immenso che traspare da ogni frase, da ogni riga, da ogni parola, per la pietas che lo ha dettato e di cui è impregnato, dalla prima all’ultima parola. E si ritrova, nella cura, nell’attenzione, nella devozione con cui Meotti ha raccolto ogni frammento per ricomporre un nome, un volto, un carattere – una persona – la stessa cura, la stessa attenzione, la stessa devozione con cui i ragazzi di Zaka raccolgono ogni frammento di pelle, di carne, di sangue per ricomporre, per quanto è possibile, ciò che quelle creature erano state. E si intrecciano, nella narrazione, storie di terrorismo e storie di Shoah, non solo perché non di rado i protagonisti sono gli stessi, sopravvissuti a un progetto di sterminio per finire vittime dell’altro progetto di sterminio, ma anche perché, ditemi, che differenza c’è tra il prelevare un neonato ebreo da una casa europea per andarlo ad assassinare in un campo polacco e il penetrare in una casa israeliana per assassinare un neonato ebreo nella sua culla? Che differenza c’è tra lo sventrare una donna incinta ebrea in una via di un ghetto europeo e lo sventrare una donna incinta ebrea in una strada in Israele? Che differenza c’è tra il progetto di rendere judenrein una regione europea e il progetto di rendere judenrein una regione che si chiama Giudea? Esattamente lo stesso è l’obiettivo, ed esattamente lo stesso è il motore, ossia uno sconfinato odio antiebraico. Un odio talmente grande che quando i nazisti, a corto di treni, si sono trovati a dover scegliere tra l’usarli per portare truppe al fronte e usarli per deportare gli ebrei da sterminare, hanno scelto di perdere la guerra pur di sterminarne di più. Un odio talmente grande che quando i palestinesi si sono trovati a dover scegliere tra costruire uno stato di Palestina accompagnato da pace e prosperità e continuare a sterminare ebrei, hanno scelto di rinunciare allo stato, alla pace, alla prosperità per sé e per i propri figli per continuare a sterminare ebrei.
E concludo con le righe che chiudono il capitolo dedicato alla strage alle olimpiadi di Monaco.


Il giorno dopo la strage degli atleti, tutti gli israeliani presenti in Germania indossarono la kippah per piangere i morti, lo stes­so fecero gli atleti ebrei delle delegazioni francese, inglese e ame­ricana. L'ignobile, satanica decisione di non fermare tutto fu una bancarotta del senso morale, il segnale verde per le stragi future. Si ricominciò a distribuire ori e argenti imbrattati di sangue. La fe­sta olimpica era morta, ma si continuò a correre e correre e corre­re. I rabbini israeliani vennero ad avvolgere le bare nella bandie­ra con la stella di David. Quella notte a Francoforte furono di­strutte una cinquantina di tombe ebraiche. Nessun delegato ara­bo porse il proprio cordoglio a Israele. Nessuno. Il giorno dell'ar­rivo delle salme all'aeroporto di Lod, dove tre mesi prima altri 26 ebrei furono uccisi in un attentato, non ci furono fanfare ad acco­glierle. Solo il silenzio e un orgoglioso dolore. Li aspettava il gran­de Moshe Dayan, con l'aspetto di un kibutznik che aveva interrot­to il lavoro per piangere i suoi figli. C'era anche Yigal Allon, che a tredici anni già combatteva nell'esercito ebraico clandestino. Nessun negozio in tutto il paese era aperto, il popolo ebraico era unito nel suo dolore. Come sempre è stato nel corso della storia. La Tunisia si offrì di accogliere le salme dei terroristi, tutti volevano i resti dei terroristi. Ebbe la meglio la Libia. Alla sepoltura a Tripoli erano presenti gli ambasciatori di tutti i paesi arabi. Dove­vano celebrare il «matrimonio del martire». In Israele dominava un'altra atmosfera. Dopo aver recitato il kadish ebraico sulle tom­be, il popolo del Libro tornò a casa. Il giorno dopo si apriva il Ca­podanno ebraico, ma non c'era posto per la gioia. Quel nuovo an­no si aprì con il pensiero collettivo rivolto ai figli delle 11 vittime. Quei bambini erano, sono, il perché d'Israele.

E in queste righe c’è tutto il confronto fra due mondi. In queste righe c’è tutto ciò che ogni giorno sta davanti ai nostri occhi. Un mondo che, dal giorno della sua nascita, ha fatto della morte il proprio ideale, un mondo che coltiva il massacro, un mondo che adora gli assassini e ne ricerca i resti come reliquie da venerare con religiosa devozione. Un mondo che scende in piazza a ballare e cantare per festeggiare massacri di bambini. Un mondo con un libro sacro che ordina di ingannare, di torturare, di uccidere chiunque opponga resistenza al loro progetto di estendere il regno del terrore e della morte su tutta la terra. E un mondo che si raccoglie in silenzio intorno ai propri morti. Un mondo che raramente pronuncia parole di odio e di vendetta, neppure di fronte ai massacri più disumani. Un mondo che piange e soffre ma poi si rimbocca le maniche e riparte, perché nel loro Libro sta scritto E TU SCEGLIERAI LA VITA.

Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare, Lindau



(E poi, molto in tema, vai a vederti questo, con trascrizione anche in italiano per chi se la cava male con l’inglese)


barbara


12 settembre 2009

VERSO SUD GUARDANDO A NORD

Fuggire da Kishinev, riparare in Argentina, mettere al mondo un figlio e quasi subito dover scappare di nuovo, per sfuggire all’antisemitismo del peronismo filonazista. Riparare negli Stati Uniti e da lì fuggire nuovamente per scampare, comunisti, alla caccia alle streghe del maccartismo. Trovare rifugio in Cile, cercare, in questo doppio, triplo, quadruplo esilio, una propria identità sempre in bilico fra lingua inglese e lingua spagnola, fra un ebraismo non vissuto e tuttavia sentito e un ambiente, che è il proprio, all’ebraismo del tutto estraneo. E infine, unico fra i bersagli designati, sopravvivere per puro caso, per un errore, per una casuale sostituzione, per un tratto di penna tracciato da chissà chi, al drammatico golpe di Pinochet. Assistere da testimone impotente alla distruzione di un intero mondo, all’annientamento della giustizia, della legge, della dignità umana, alla morte di chi era caro – e ancora una fuga, ancora un esilio, ancora uno straniamento, ancora un giro di spirale in questo cerchio che chissà se mai si chiuderà …

                                                     

Da leggere perché è un libro bellissimo. Da leggere per ricordare una tragedia che non abbiamo il diritto di dimenticare, perché troppe persone ancora la stanno vivendo, dolorosamente, sulla propria pelle. Da leggere perché l’ebreo errante non è una pittoresca leggenda, ma una drammatica realtà.

Ariel Dorfman, Verso sud guardando a nord, Guanda



(E poi, decisamente in tema, lui)


barbara


4 agosto 2009

APPELLO DI “LILIT” DALL’IRAN

Cara Barbara, perdonami se mi intrufolo nel tuo blog con questo commento proprio in queste belle e pigre giornate di un Agosto italiano. Neanche le mie più care amiche sarebbero disposte ad ascoltarmi in questi giorni.
Ma abbiamo un disperato bisogno di aiuto. So che da un lato potete fare molto, anche solo con il vostro "essere a conoscenza", e so anche che per voi in pratica è impossibile fare qualcosa. Ti prego di prendere questo mio commento come un confuso tentativo di domandare semplicemente la cosa più naturale del mondo in questi casi: AIUTO!
Signore e Signori mi sento impotente e basterebbe solo che questa sofferenza venisse capita nella sua essenza. Questa è una lotta che riguarda i valori per cui voi stessi in occidente avete lottato molti anni fa, questi valori sono tutto ciò che vi ha permesso di essere quello che oggi siete! E tutto quello che sarete domani se riuscite a mantenerli questi valori.
Scrivo solo ora dopo tanto silenzio perché i miei connazionali in questi ultimi tempi sono riusciti in pieno a coprire le notizie, rischiando la vita. Ma oggi, 3 Agosto 2009, ho sentito, visto e letto: IL SILENZIO MEDIATICO! Ovunque!
Oggi, a Teheran ho visto occhi spalancati, sguardi che urlavano impotenza e rabbia. Non sapevo però ancora, cosa stesse accadendo in altri quartieri. Cara Barbara, il Sangue, gli Arresti e i Mostri hanno invaso i luoghi e il polso delle proteste, in migliaia (non esagero) armati fino ai denti.
Credo di dover scrivere a questo punto. Siamo disarmati, e i ragazzi si stanno in pratica suicidando.
Infine ti chiedo qualcosa di più concreto, vorrei riaprire il mio blog e gentilmente se tu, mia cara, o i tuoi gentili lettori mi potete dire se corro il rischio di essere rintracciata attraverso l'IP dai post! E altrimenti come potrei fare per evitarlo!
Tutti quelli che conosco e quelli che incontro per caso, appena sanno che sono un'italiana di adozione mi chiedono di RINGRAZIARVI IMMENSAMENTE! Per quello che ha fatto la città di Firenze, e per tutto il supporto durante le manifestazioni e per averci permesso di dire la nostra nelle vostre piazze! Grazie Italia, di cuore.
Lilit

Lilit carissima, ci credi che sto piangendo di commozione e di emozione? Non immagini quante email ti ho inviato per sapere se eri viva, se stavi bene, e mi tornavano tutte indietro! Non immagini quante volte mi sono chiesta con angoscia che cosa ne fosse di te in quell’inferno che si stava scatenando, in quell’orgia di violenza e di sangue! E non immagini quale sollievo sto provando nel constatare che sei viva.
Per quanto riguarda la tua domanda, non credo che tu possa essere rintracciata dall’IP, ma dato che in questo campo sono un’analfabeta pressoché totale, giro a mia volta la domanda a chi ne sa più di me. Nel caso ci fosse qualche rischio, credo che la cosa migliore sia che tu mi mandi i tuoi pezzi per email e io li metterò nel mio blog, e sicuramente altri amici li riprenderanno. L’importante è che tu possa, in un modo o nell’altro, far sentire la tua voce. L’importante è che da quell’inferno riescano ad uscire notizie vere. L’importante è che gli assassini non possano godere, oltre che dell’impunità, anche del beneficio del silenzio.
A presto, carissima, e che il Cielo protegga te e tutti gli innocenti di quel tuo bellissimo e martoriato Paese.


barbara

AGGIORNAMENTO

4 agosto 2009
Il regime di Ahmadinejad ritira fuori il Gran Torturatore
Lo specialista della tortura “illimitata” era caduto in disgrazia dieci anni fa, ma ora è tornato al lavoro

Si fa chiamare di volta in volta Abbasi, Kanguri, Kangevari, Amoli e Azadeh. Di certo, forse, c’è soltanto il nome, Javad. Ma la sua flessibilità si ferma alla scelta delle generalità. Mano sicura e ideali granitici, Javad è un torturatore tutto d’un pezzo di quelli che non conoscono cedimenti né improvvide empatie. In questa burrascosa estate iraniana il suo nome viaggia come un presagio funereo sulle bocche dei prigionieri. Il metodo Javad non conosce fallimenti. Mohammed Khatami l’ha descritto come “un sistema di tortura medievale”. Lui preferisce ricordare il suo motto: “Prima o poi la verità emerge” e armato di questa convinzione ha trionfato dove i suoi predecessori hanno fallito. Tra le sue mani, “prima o poi” sono crollati 007, mullah e ribelli. Nessun temperamento, neanche il più coriaceo, sembra in grado di resistergli.
Le confessioni si moltiplicano e la stella di Javad brilla nel Pantheon degli esempi di fedeltà rivoluzionaria. Questa è la sua seconda grande occasione e il torturatore modello non ha alcuna intenzione di giocare male le sue carte. Il suo primo grande exploit risale a dieci anni fa. Nel 1998 l’Iran fu scosso da una serie di omicidi seriali che colpirono artisti, giornalisti e intellettuali, “contro-rivoluzionari di velluto” agli occhi del regime. La brutalità degli assassinii costrinse il regime a una farsesca caccia ai colpevoli. Said Emami (anche noto come Eslami) fu il capro espiatorio. Ingegnere aerospaziale laureato all’università dell’Oklahoma, nei primi anni Ottanta diventò un agente della Repubblica islamica. Al ministero dell’Intelligence occupò la poltrona di direttore del dipartimento Usa-Europa, fu analista di controspionaggio e negli anni di Khatami consigliere per la Sicurezza nazionale. Per fargli ammettere di essere la mente dietro gli omicidi serviva un uomo capace di piegarlo, qualcuno che conoscesse i suoi tic e le sue paure, uno come lui, più forte di lui. Javad non ebbe dubbi a prestarsi all’impresa. Emami e quattro suoi colleghi ammisero tutti gli addebiti, i legami con i nemici esterni e le pratiche sessuali deviate. Khamenei ne fu molto soddisfatto. Con l’eliminazione delle mele marce il buon nome del ministero e del regime poteva essere recuperato. Nel frattempo Emami morì in carcere. Suicidio si disse. “Nonostante i nostri sforzi per garantire la sua sicurezza ha ingerito una bottiglia di disinfettante nel bagno” spiegò un inquirente. Lo 007 cattivo se ne era andato insieme ai suoi segreti. Ma piuttosto che contentarsi dei suoi successi, Javad fu sopraffatto dal furore giustizialista. Per avvalorare le sue indagini prelevò da casa la moglie di Emami, Fahimeh Dori Noghoorani e la sottopose al metodo Javad. I reni della signora collassarono e fu ricoverata all’ospedale di Baghiolah. Dal centro di detenzione del ministero dell’Intelligence fuoriuscì un video molto crudo che documentava le fasi principali dell’interrogatorio della moglie di Emami. Copie della cassetta furono inviate al Parlamento e alle altre agenzie di sicurezza iraniane. Il responsabile della diffusione del video si difese dall’accusa di avere manipolato le immagini: il filmato era cruento, ma le torture di Javad potevano essere ancora più spinte, nessuna eccezione per le indiziate di sesso femminile. Fu la pietra dello scandalo. Gli amici di Emami al ministero si mobilitarono, i riformisti lo condannarono, i conservatori lo abbandonarono.
Nel bel mezzo della tempesta Javad pubblicò un documento lungo 80 pagine in cui descriveva le pratiche con cui aveva estorto le confessioni. Khatami insorse e persino l’Ayatollah Shahroudi certamente non un uomo dalla commozione facile, pretese la testa di Javad. Sembrava la fine di una carriera perfetta. Poi è arrivata l’era Ahmadinejad e il destino è tornato a sorridere al teorico della “tortura illimitata”. Uscito da un grigio purgatorio al ministero del Commercio, sotto l’ala protettiva di Ahmad Salek, rappresentante di Khamenei all’Ufficio per la sicurezza e le informazioni dei pasdaran (e membro del “comitato indipendente” scelto dal Consiglio dei guardiani per il riconteggio parziale dei voti), Javad è tornato a fare quel che gli riesce meglio.


Mentre i suoi ex colleghi navigavano tra mezze verità e timidi farfugliamenti, Javad ha ottenuto dichiarazioni inequivocabili. E’ stato lui ad assicurare al regime le “rivelazioni” di Mostafa Tajzadeh, Behzad Nabavi, Feizollah Arabsorkhi, Mohsen Aminzadeh e Abdollah Ramezan. Parole su parole che appesantiscono i faldoni dell’accusa documentano “la natura esterna della macchinazione responsabile dei disordini post elettorali”. Un trionfo che lo ripaga dalla lunga pausa nelle retrovie e lo rilancia tra i più affidabili difensori dell’ortodossia rivoluzionaria. Del resto quando, a sua volta inquisito gli fu chiesto di giustificare la sua metodologia, lui rispose: “Quando il leader dice che questi assassinii sono certamente opera di agenti stranieri, è evidente che il mio dovere religioso è dimostrare la verità già svelata dal rahbar, persuadere i colpevoli ad ammettere i loro crimini con qualsiasi mezzo”. E ammise candidamente: “ Sì picchiammo duro quando servì, non ci saremmo fermati prima di ottenere un’ammissione, non avremmo mai potuto ottenere una confessione contraria all’intuizione della Guida Suprema”. Tanta devozione inorgoglisce Khamenei, ma preoccupa non pochi conservatori. Javad ha molti nemici dai giorni dell’interrogatorio a Said Emami. Al ministero, la seconda ascesa di Javad è vissuta con profondo fastidio se non addirittura con inquietudine.
L’entusiasmo con cui ha determinato la fine del collega ha sconvolto molti falchi. C’è chi considera Emami un “martire”e medita vendetta contro il traditore. Alcuni insider dicono al Foglio che il fatto che la presenza di Javad nella stanza della tortura “squalifica le confessioni, apparirà tutto ridicolo e questo è un danno per il sistema ”. Ma i conservatori non sono mai stati più divisi. Finché Javad continuerà a interpretare i sogni di Khamenei il suo futuro sarà al sicuro.

di Tatiana Boutourline

(grazie a Stella per la segnalazione)


25 giugno 2009

A PROPOSITO DI IRAN E AFFINI

oggi è il vostro giorno fortunato, perché vi regalo due piccioni con una fava, questo


e questo.

barbara


3 giugno 2009

RINFRESCHIAMO UN PO’ LA MEMORIA

Così, giusto per non perdere il vizio …

Anno 537: Editto di Giustiniano che priva gli ebrei dell'eguaglianza civile e della libertà religiosa;
Anno 613: I Persiani occupano Gerusalemme;
Anno 624: Maometto muove guerra agli ebrei che non riesce a convertire all'Islam;
Anno 629: Battesimi forzati ed espulsione degli ebrei di Francia sotto il regno di Re Dagoberto;
Anno 637: Il Califfo Omau si impossessa di Gerusalemme;
Anno 694: Tutti gli ebrei di Spagna vengono ridotti in schiavitù;
Anno 1070: I Selgiuchidi prendono Gerusalemme;
Anno 1096: Prima Crociata e massacro delle comunità ebraiche in Europa;
Anno 1099: Goffredo di Buglione si impossessa di Gerusalemme e gli ebrei vengono cacciati;
Anno 1113: Primo pogrom a Kiev, in Russia;
Anno 1144: prima accusa di assassini rituali;
Anno 1147: Seconda Crociata;
Anno 1148: Massacri di ebrei ad opera degli Almoadi in Spagna. Luigi VII di Francia arriva a Gerusalemme;
Anno 1182-1198: Filippo Augusto mette al bando gli ebrei di Francia;
Anno 1187: Saladino prende Gerusalemme;
Anno 1189: Massacro degli ebrei in Inghilterra;
Anno 1204: Quarta Crociata;
Anno 1215: Il Papa Innocenzo III inventa un "distintivo" per gli ebrei;
Anno 1228: Federico II di Germania entra in Gerusalemme;
Anno 1244: I Turchi occupano Gerusalemme e si organizza una nuova Crociata; Anno 1254: in Francia banditi gli ebrei;
Anno 1290: Espulsione degli ebrei dall'Inghilterra;
Anno 1320: Crociata dei "Pastorelli" in Francia;
Anno 1330-1338: massacri di ebrei in Germania;
Anno 1391: Massacro di ebrei a Siviglia e battesimi forzati in Spagna;
Anno 1394: Ultima cacciata degli ebrei di Francia per opera di Carlo VI;
Anno 1421: Espulsione degli ebrei da Vienna;
Anno 1481: Nasce l'Inquisizione in Spagna;
Anno 1492: Espulsione degli ebrei dalla Spagna;
Anno 1495: Espulsione degli ebrei dalla Lituania;
Anno 1498: Espulsione degli ebrei dal Portogallo;
Anno 1516: creazione del Primo Ghetto a Venezia;
Anno 1532: Opuscolo di Martin Lutero prima pro e poi contro gli ebrei;
Anno 1553: Il Papa dei cattolici brucia il Talmud a Roma;
Anno 1653-1656: Massacri di ebrei in Germania, Polonia, Ucraina e Austria;
Anno 1670: Espulsione degli ebrei da Vienna;
Anno 1764: Fine della autonomia delle Comunità ebraiche in Polonia;
Anno 1768: Pogrom in Polonia;
Anno 1815: Inizio in tutta l'Europa della reazione contro il movimento d'emancipazione degli ebrei;
Anno 1827: Lo zar Nicola I ordina la conversione forzata dei fanciulli ebrei;
Anno 1866: Pogrom di Jassy in Romania e gli ebrei diventano stranieri;
Anno 1870: Pogrom in Romania;
Anno 1883: Pogrom in Russia;
Anno 1891: Espulsione degli ebrei da Mosca;
Anno 1894: In Francia l'affaire Dreyfus;
Anno 1903: Pogrom di Kiscinev;
Anno 1905: In Russia pogrom di ottobre;
Anno 1918-1921: pogrom in Russia e pubblicazione dei falsi "Protocolli dei Savi di Sion";
Anno 1933: Arrivo al potere in Germania di Hitler ed inizia la lotta di annientamento agli ebrei;
Anno 1936-1940: legislazione antisemita e persecuzioni in Romania, Italia e Austria;
Anno 1939-1945: Seconda guerra mondiale: massacro nazista di 6 milioni di ebrei;
Anno 1943: Rivolta del ghetto di Varsavia e annientamento generale.


Oggi, invece ...



barbara


16 gennaio 2009

QUALCHE DOMANDINA FACILE FACILE

De Pilar Rahola. Barcelona

¿Por qué no vemos manifestaciones en París, o en Londres, o en Barcelona en contra de las dictaduras islámicas? ¿Por qué no lo hacen contra la dictadura birmana? ¿Por qué no hay manifestaciones, en contra de la esclavitud de millones de mujeres, que viven sin ningún amparo legal? ¿Por qué no se manifiestan en contra del uso de niños bombas, en los conflictos donde el Islam está implicado? ¿Por qué no ha liderado nunca la lucha a favor de las víctimas de la terrible dictadura islámica de Sudan? ¿Por qué nunca se ha conmovido por las víctimas de los actos de terrorismo en Israel? ¿Por qué no considera la lucha contra el fanatismo islámico, una de sus causas principales? ¿Por qué no defiende el derecho de Israel a defenderse y a existir? ¿Por qué confunde la defensa de la causa palestina, con la justificación del terrorismo palestino? Y la pregunta del millón, ¿por qué la izquierda europea, y globalmente toda la izquierda, solo está obsesionada en luchar contra dos de las democracias más sólidas del planeta, Estados Unidos e Israel, y no contra las peores dictaduras? Las dos democracias más sólidas, y las que han sufrido los atentados más sangrantes del terrorismo mundial. Y la izquierda no está preocupada por ello.

Y finalmente, el concepto de compromiso con la libertad. Oigo esa expresión en todos los foros propalestinos europeos. '¡Estamos a favor de la libertad de los pueblos!', dicen con ardor. No es cierto. Nunca les ha preocupado la libertad de los ciudadanos de Siria, de Irán, del Yemen, de Sudan, etc... Y nunca les ha preocupado la libertad destruida de los palestinos que viven bajo el extremismo islámico de Hamás. Solo les preocupa usar el concepto de libertad palestina, como misil contra la libertad israelí.

Una terrible consecuencia se deriva de estas dos patologías ideológicas: la Manipulación periodística. Finalmente, no es menor el daño que hace la mayoría de la prensa internacional. Sobre el conflicto árabe-israelí NO SE INFORMA, SE HACE PROPAGANDA. La mayoría de la prensa, cuando informa sobre Israel, vulnera todos los principios del código deontológico del periodismo. Y así, cualquier acto de defensa de Israel se convierte en una masacre y cualquier enfrentamiento, en un genocidio. Se han dicho tantas barbaridades, que a Israel ya no se la puede acusar de nada peor. En paralelo, esa misma prensa nunca habla de la ingerencia de Irán o Siria a favor de la violencia contra Israel; de la inculcación del fanatismo en los niños; de la corrupción generalizada en Palestina. Y cuando habla de víctimas, eleva a la categoría de tragedia a cualquier víctima palestina, y camufla, esconde o desprecia a las víctimas judías.
Acabo con un apunte sobre la izquierda española. Muchos son los ejemplos que ilustran el antiisraelismo y el antiamericanismo que definen el ADN de la izquierda global española. Por ejemplo, un partido de izquierdas acaba de expulsar a un militante, porqué ha creado una web de defensa de Israel. Cito frases de la expulsión: 'Nuestros amigos son los pueblos de Irán, Libia y Venezuela, oprimidos por el imperialismo. Y no un estado nazi como el de Israel'. Otro ejemplo, la alcaldesa socialista de Ciempozuelos cambió el día de la Shoá, por el día de la Nakba palestina, despreciando, así, a más de 6 millones de europeos judíos asesinados. O en mi ciudad, Barcelona, el ayuntamiento socialista ha decidido celebrar, durante el 60 aniversario del Estado de Israel, una semana de 'solidaridad con el pueblo palestino'. Para ilustrarlo, invitó a Leila Khaled, famosa terrorista de los años 70, actual líder del Frente de Liberación de Palestina, que es una organización considerada terrorista por la Unión Europea, y que defiende el uso de las bombas contra Israel. Y etcétera. Este pensamiento global, que forma parte de lo políticamente correcto, impregna también el discurso del presidente Zapatero. Su política exterior cae en todos los tópicos de la izquierda lunática y, respecto a Oriente Medio, su actitud es inequívocamente pro-árabe. Estoy en condiciones de asegurar que, en privado, Zapatero considera a Israel culpable del conflicto, y la política del ministro Moratinos va en esa dirección. El hecho de que el presidente se pusiera una Kefia palestina, en plena guerra del Líbano, no es una casualidad. Es un símbolo. España ha sufrido el atentado islamista más grave de Europa, y 'Al Andalús' está en el punto de mira de todo el terrorismo islámico. Como escribí hace tiempo, 'nos mataron con celulares vía satélite, conectados con la Edad Media'. Y, sin embargo, la izquierda española está entre las más antiisraelíes del planeta.
¡Y dice ser antiisraelí por solidaridad! Esta es la locura que quiero denunciar con esta conferencia.

CONCLUSIÓN.
No soy judía, estoy vinculada ideológicamente a la izquierda y soy periodista. ¿Por qué no soy antiisraelí, como la mayoría de mis colegas? Porqué, como no judía, tengo la responsabilidad histórica de luchar contra el odio a los judíos, y, en la actualidad, contra el odio a su patria, Israel. La lucha contra el antisemitismo no es cosa de judíos, es obligación de los no judíos. Como periodista, estoy obligada a buscar la verdad, más allá de los prejuicios, las mentiras y las manipulaciones. Y sobre Israel no se dice la verdad. Y como persona de izquierdas, que ama el progreso, estoy obligada a defender la libertad, la cultura, la convivencia, la educación cívica de los niños, todos los principios que las Tablas de La Ley convirtieron en principios universales.
Principios que el islamismo fundamentalista destruye sistemáticamente. Es decir, como no judía, periodista y de izquierdas tengo un triple compromiso moral con Israel.
Porqué, si Israel fuera derrotada, serían derrotadas la modernidad, la cultura y la libertad.pat.,pat,

La lucha de Israel, aunque el mundo no quiera saber es la lucha del mundo !!!!

E ora aggiungo qualche domandina io:
- Giordania, 1970, Settembre nero, da 10.000 a 20.000 palestinesi uccisi ad opera dell’esercito giordano in poche settimane. Nessuna protesta: perché?
- Libano, 1982-1986, molte migliaia di palestinesi uccisi da palestinesi di fazioni rivali e da cristiani maroniti nella guerra dei campi. Nessuna protesta: perché?
- Libano, 2007, centinaia di palestinesi uccisi dall’esercito libanese. Nessuna protesta: perché?
- Gaza, 2007, centinaia di palestinesi, fra cui molti bambini, uccisi dagli uomini di Hamas. Nessuna protesta: perché?
- Poi magari, volendo: Siria, da 30.000 a 100.000 – a seconda delle fonti – arabi uccisi e oltre 100.000 espulsi a Hama dall’esercito siriano. Nessuna protesta: perché?


barbara


3 ottobre 2008

E NON DIMENTICHIAMO IL TIBET

                                                    

dove si soffre e si muore.



barbara


2 ottobre 2008

CON L’ETIOPIA ABBIAMO PAZIENTATO QUARANT’ANNI, ORA BASTA

Adesso vi racconto una storia, volete sentirla? No? Vabbè, peggio per voi, tanto ve la beccate lo stesso. C’era dunque una volta un coglione, che adesso la sua nipotina attricetta fallita prestata alla politica se ne va in giro a dire ah come aveva ragione mio nonno a diffidare della grandeur francese e invece no, non è vero niente, suo nonno non diffidava affatto della grandeur francese, lui ne era invidioso fradicio, questa è la verità, e nel tentativo di emularla, la grandeur francese, ha distrutto una nazione, ma non è questa la storia che voglio raccontarvi, o meglio sì, la storia è questa, ma io ve la voglio raccontare da un altro punto di vista, e dunque sedetevi e aspettate, che adesso arriva.
C’era dunque una volta, oltre al suddetto coglione, un ente preposto alle pensioni. Era stato dotato di un cospicuo capitale, ed era stato messo in mano ad un gruppetto di amministratori – miracolo più unico che raro – abilissimi e onesti. Questi signori avevano accortamente investito i capitali, cosicché le pensioni potevano essere pagate con i frutti resi dagli investimenti, senza intaccare la base del capitale stesso, e i contributi versati dai lavoratori, non essendo necessari al pagamento delle pensioni, andavano a loro volta ad aggiungersi al capitale, che in tal modo continuava ad aumentare. Ebbene, che cosa ti va a capitare un bel giorno? Va a capitare che il coglione di cui sopra decide che con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni ora basta. Per via del fatto che quarant’anni prima l’Italia aveva tentato di colonizzare l’Etiopia – e a questo proposito c’è da precisare una cosa che nelle nostre storielle di colonialismo all’acqua di rose che troviamo nei libri di scuola e non solo è un po’ difficile da trovare, e la cosa è che l’idea di partenza era, semplicemente, di mandare gli italiani ad abitare lì, solo che a quelli che avevano deciso di colonizzare quell’area nessuno aveva detto che lì ci vivevano già gli etiopi. Quando hanno scoperto che quella terra non era vuota, hanno leggermente cambiato il programma, e il nuovo programma è diventato: prima fase, sterminio totale degli abitanti dell’Etiopia, seconda fase, loro sostituzione con gli italiani. Peccato, per loro, che si fossero dimenticati di domandare agli etiopi se erano d’accordo, e gli etiopi non lo erano e ad Adua, nel ’96, con le truppe del negus Menelik II, li hanno pestati di santa ragione.



Ecco. Passati quarant’anni – trentanove e mezzo per la precisione – il coglione semprelui decide che è arrivato il momento di riscattare l’onore della patria, e dà il via alla guerra d’Etiopia. Era il 2 ottobre 1935, e questo è il motivo per cui questa storia ve la state beccando proprio oggi e non ieri o dopodomani. Parte dunque la guerra che, essendo combattuta dalla civiltà contro i selvaggi, doveva essere una semplice passeggiata, ma in realtà le cose sono andate in modo un tantino diverso. Nonostante l’uso massiccio del gas che veniva irrorato su campi fiumi laghi pozzi sorgenti prati pascoli, senza risparmio e senza pietà; nonostante – contrariamente al detto “ a nemico che fugge ponti d’oro” – l’uso di inseguire i nemici in rotta per sterminarli fino all’ultimo uomo; nonostante la sistematica violazione degli impegni presi e della parola data, per poter uccidere più persone possibile; nonostante il sistematico bombardamento delle ambulanze per impedire il soccorso dei feriti in modo che anche questi morissero; nonostante la strage di Addis Abeba – quattromila morti secondo le stime più prudenti e fino a trentamila secondo alcune fonti, in pochi giorni, le persone chiuse nelle capanne cui veniva poi dato fuoco, esattamente come i nazisti con gli ebrei nell’Europa dell’est, la caccia all’uomo strada per strada, sotto l’attenta regia di Graziani, che un anno dopo avrebbe firmato il Manifesto per la razza -; nonostante con questi sistemi sia stato sterminato un quarto della popolazione etiope; nonostante tutto questo la vittoria non è stata affatto rapida e non è mai stata completa: le postazioni italiane erano ridotte a fortezze isolate, e tutto intorno fioriva la guerriglia. E dunque, per sostenere le spese di questa guerra infinita, costata quaranta miliardi di lire del tempo in cui si cantava se potessi avere mille lire al mese – e mille lire al mese per la stragrande maggioranza degli italiani erano pura utopia (mio padre nel ’37 ne guadagnava 300) - Mussolini ha dato fondo alle casse del ministero della guerra. E quando lì non c’è più stata una lira ha dato fondo alle casse del ministero degli esteri. E quando i soldi sono finiti anche lì, ha dato fondo a tutte le casse su cui è riuscito a mettere le mani. Comprese quelle dell’ente pensioni. Da allora l’ente pensioni non ha più avuto un capitale di riserva. Da allora le pensioni devono essere pagate con i contributi versati dai lavoratori. E dato che l’inflazione avanza, i prezzi aumentano, la vita si allunga, i lavoratori diminuiscono perché la gente ad un certo momento ha cominciato a fare meno figli, succede, inevitabilmente, che i contributi dei lavoratori non bastano a pagare le pensioni, e di conseguenza siamo nella merda fino al collo. Per via del fatto che un coglione un bel giorno si è svegliato con la luna di traverso e ha deciso che con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni ora basta.



(Se qualcuno, spinto da inestinguibile amor di patria o da indefettibile fede fascista o da congenita sfiducia nella mia persona, dovesse nutrire qualche dubbio sulla mia ricostruzione dei fatti o su qualcuno dei dettagli esposti, lo invito caldamente a leggere i libri di Angelo Del Boca sulle nostre guerre coloniali: lì non è semplicemente raccontato, bensì rigorosamente documentato. Io li ho letti 17 anni fa – e non avrei dovuto leggere perché ero a letto con una commozione cerebrale di quelle proprio toste che quasi non ero in grado di connettere e per andare in bagno dovevo appoggiarmi ai muri se no cadevo, ma l’ho fatto ugualmente, e non me ne pento. Sono parecchie migliaia di pagine, ma vale davvero la pena di affrontarle).



barbara

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