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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


7 febbraio 2011

E QUATTRO (16)

Con quella faccia un po’ così 



quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo infilato le zampe nel mar Morto... Solo quelle perché è stata una sosta breve, ma come resistere al richiamo di quell’acqua tutta speciale, all’incanto della sua levigatezza, alla seduzione del suo profumo, alla poesia della sua sussurrante frescura... Ed eccomi là, dunque, in quella luce unica, con quella faccia un po’ così, con quell’espressione un po’ imbambolata, un po’ trasognata, un po’ stordita, un po’ svagata, con la sensazione di essere leggera come una piuma dopo aver tolto scarpe e calze e rimboccato la gonna e camminato avanti e indietro, immersa ma come sospesa, galleggiante, anzi veleggiante, virante, come un aliante...
E visto che sto parlando di acqua, devo aggiungere che proprio durante la nostra visita abbiamo avuto la gioia di vedere la Terra d’Israele finalmente benedetta dal dono della pioggia, che non è sempre stata così, no: l’abbiamo vista anche dolce e benefica baciare la terra e profumare di fresco l’aria e sfumare i contorni dei paesaggi, così:











barbara


8 gennaio 2009

AGGIUNGO UN’OLIVETTA E UN PAIO DI BAGIGI

E dunque la nostra eroina è lì, alle quattro e mezza di mattina, in piedi ormai da quasi ventiquattr’ore, tredici delle quali trascorse in aeroporto, stravolta dalla stanchezza e dal sonno, confusa, smarrita, nelle mani di un losco figuro: che cosa succederà dunque adesso? Ma è chiaro ragazzi: quando la situazione si fa brutta davvero e la tragedia incombe, ARRIVANO I NOSTRI! Ed è arrivata infatti una poliziotta, probabilmente in agguato proprio per sventare questo genere di truffe. Non l’avevo vista arrivare, per cui è sembrata proprio cadere come la manna dal cielo, ha agguantato il tizio e si è messa a fargli domande su domande, e io mi sono accinta a scendere dall’auto. Lui ha detto: “Sit down”, e allora sono scesa più in fretta. Ha ripetuto sit down, e a questo punto (sit down lo dici a tua sorella, se è disposta a farselo dire, brutto pezzo di merda) gli ho ordinato con tutta la mia residua energia di ridarmi la valigia, che aveva già caricato nel bagagliaio. Poi c’è stata tutta una scena che adesso non sto a descrivere, con lei che incalza, lui che, come se non bastasse, tenta di indurmi a sostenere le sue balle, io che completo lo smascheramento, e insomma alla fine sono stata portata in salvo dalla poliziotta che prima ha chiamato la centrale dei taxi per chiedere il prezzo normale per il mar Morto, che è risultato molto inferiore a quello che mi aveva chiesto il losco figuro – e naturalmente non è detto che poi lo spennamento sarebbe finito lì - e poi ha provveduto a trovarmi un taxi regolare. E così finalmente alle cinque si parte verso il mar Morto. Dopo trecento metri abbiamo forato. Segue svuotamento del bagagliaio perché il vano della ruota di scorta e degli attrezzi si trova di sotto, segue cambiamento della ruota sotto pioggia battente, segue viaggio tutto sotto la pioggia, durante il quale mi sono addormentata e ogni tanto mi svegliavo, vedevo l’asfalto della strada e dicevo ah, stiamo già atterrando. Infine siamo arrivati al mar Morto, verso le sette e mezza di mattina: cielo nuvoloso, vento, qualche spruzzatina di pioggia.
Poi, comunque, il viaggio è andato tutto benissimo, a parte la rovinosa – ma molto molto spettacolare, dovete credermi – caduta dentro l’autobus l’ultima sera.
Ma questa è un’altra storia.

barbara


7 gennaio 2009

DUE SALATINI E UN APERITIVO

in attesa del pasto vero, che arriverà, naturalmente, ma richiede un po’ di preparazione.
Dunque, il 23 pomeriggio, subito dopo la scuola, sono andata a Milano, dove ho dormito, e la mattina dopo sono andata all’aeroporto, con qualche apprensione, naturalmente. E invece il mio volo Alitalia era lì che faceva bella mostra di sé sul cartellone. Per sicurezza alla consegna della valigia chiedo all’operatrice, che mi conferma che è tutto regolare. Faccio qualche giro, passo al controllo bagagli a mano, vado alla sala d’imbarco … e a dieci minuti dall’ora prevista per il decollo veniamo informati che “per motivi operativi” il volo è stato cancellato. Ma niente paura, ci dicono, perché una parte di noi riuscirà a trovare posto sul volo serale della ElAl; gli altri partiranno il giorno dopo. Io sono tra i fortunati che riescono a partire la sera, e la fila per i controlli viene allietata dalla comparsa di un tizio che avevo già notato la mattina: un fighetta braghetta-bianca, chiappetta-moscia, ray ban ventiquattr’ore su ventiquattro, ciuffotto malandrino sulla fronte, passo saltellante di chi è abituato a camminare con scarpe da ginnastica molto molleggiate, percorre la fila con aria leggermente smarrita e poi, col classico accento del bauscia chiede: “Ma … c’è solo questa fila quii?” Noi lo guardiamo un po’ come un marziano: di imbarchi su ElAl per Tel Aviv nell’immediato futuro ce n’è uno, quante file dovrebbero esserci? E lui: “No, è perché noi siamo in bisness, e allora pensavo …” Spero che la sghignazzata gli sia arrivata forte e chiara. Vabbè, con un’ora di ritardo perché l’aereo è lo stesso che aveva fatto anche il volo della mattina, finalmente, dopo tredici ore di aeroporto, parto. A Tel Aviv mi era stato segnalato un servizio per i trasporti, sia con auto privata che collettiva, a prezzi ragionevoli, che si trova in aeroporto, funzionante 24 ore su 24. E dunque alle quattro di mattina, passato come al solito il controllo praticamente senza controlli – sì, certo, è perché il Mossad mi conosce e sa che di me si può fidare – attraverso la sala della fontana, prendo la scala mobile con valigia zaino borsa gigante e borsa-dispensa, arrivo su e vedo il banco in questione: spento e vuoto. Chiedo all’impiegata della Hertz, che è in funzione, mi dice che l’ufficio principale è giù, vado giù, armi e bagagli, non vedo nessun ufficio, né principale né di altro genere, chiedo all’ufficio informazioni, mi dicono che è di sopra, torno di sopra, aspetto un quarto d’ora, e alla fine mi rassegno a ridiscendere, esausta per sonno e stanchezza, confusa per non avere trovato ciò che ero sicura di trovare, smarrita perché non so cosa fare, per cercarmi un qualche mezzo di trasporto che mi porti al mar Morto. Ed è allora che vengo adescata da un tassista illegale, che con l’occhio allenato ha individuato a colpo sicuro la preda perfetta. Ancora, nonostante tutto, con mezza briciola di lucidità da rendermi conto che ci sono troppe cose che non quadrano, ancora, nonostante tutto, con mezza briciola di energia per opporre resistenza, ma troppo sfinita per riuscire a resistere fino in fondo. (continua)

barbara


13 maggio 2008

HO VISTO COSE 5

Naturalmente – e chi mi conosce sicuramente non avrà difficoltà a capire perché dico “naturalmente” – il quarto giorno mi sono beccata una bella sinusite. E siccome mi ero portata dietro gli antibiotici ma non il cortisone, me la sono dovuta sostanzialmente tenere. Colpita e affondata, insomma. Ed è stato per cause direttamente o indirettamente collegate a questa circostanza che alla fine mi sono ritrovata a fare 51 ore senza dormire – ma si sa, noi vecchie carampane abbiamo la scorza dura, e si regge a questo e altro. Gli ultimi giorni, comunque, li ho dedicati alla pesca miracolosa, e questi sono i risultati



                                                        

(sì, lo vedo, sono ancora mezzi vuoti. Vorrà dire che dovrò per forza tornare per provvedere)
Poi l’ultimo giorno è venuto a prendermi il mio solito – ormai personale – tassista, che mi ha portata a fare un bellissimo giro: ho visto l’oasi di Ein Gedi e i panorami mozzafiato che già vi ho fatto vedere. E i palmeti da cui escono i meravigliosi datteri israeliani.



E una autentica rarità, uno di quei miracoli che solo la Terra d’Israele sa produrre: questa splendida piscina naturale nei pressi di Gerusalemme



piena di un’acqua della quale non si conosce la provenienza. Esce da una fessura nella roccia, ma nessuno è ancora riuscito a capire da dove arrivi. Dalla piscina poi defluisce in questo ruscello;







periodicamente accade che si svuoti e rimanga vuota per alcune decine di minuti, poi l’acqua riprende a fluire e la piscina si riempie di nuovo, e nessuno sa perché. Ragazzi e ragazze ci sguazzano dentro allegramente: alcuni entrando morbidi da in fondo alla scala, altri tuffandosi dall’alto. Ci vanno, in particolare, gli studenti della vicina Yeshivà: bellissimi in mutande da bagno, peot e kippà.



E questa è un’altra delle cose belle dalla Terra d’Israele: le kippot. Uomini, ragazzi, bambini, tanti, tanti davvero, con la kippà. E quando vedo una kippà io mi commuovo, cosa ci devo fare.
E poi via, verso Gerusalemme,



le costruzioni di Maale Adumin in lontananza,



una sbirciatina su un matrimonio musulmano,



e infine l’arrivo a casa dell’amica Sharon, dalla quale ho passato l’ultima serata, in cui la cena di Shabbat si è combinata con il festeggiamento, un po’ in ritardo, del suo compleanno. Splendida serata in cinque - iniziata con la benedizione delle luci, fatta da me, e del vino, fatta da Sharon e Dafna - chiacchierata un po’ in italiano, un po’ in inglese, un po’ in ebraico, tedesco, francese, russo, yiddish, e condita dall’ottima cena preparata da Sharon, cuoca eccezionale.
Poi abbiamo ciondolato fino alle quattro di mattina, quando è passato a prendermi lo sherut che mi ha portata all’aeroporto. Fine del viaggio. Ma tornerò, oh se tornerò!

barbara


11 maggio 2008

BREATHLESS 4











barbara


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27 aprile 2008

BREATHLESS 3











barbara


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24 aprile 2008

BREATHLESS 2











barbara


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22 aprile 2008

BREATHLESS













barbara


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19 aprile 2008

HO VISTO COSE (4)

E pensare che non era neanche cominciato tanto bene, questo viaggio: si era inaugurato, infatti, con la perdita della coincidenza. Un piccolo disguido in internet mi aveva fatto credere di avere 14 minuti, e invece ne avevo esattamente cinque. Con la valigia grande da tirare giù dal treno e arrivare al sottopassaggio e trascinarmela giù per la scala e poi il sottopassaggio e poi su per la scala con lo zaino sulla schiena e la borsa della macchina fotografica sulla spalla e la mia borsona gigante e il bastone e non un cane a cui sia venuta l’idea di darmi una mano e insomma mi sono vista il treno partire sotto il naso. Poi però è andato tutto bene, niente terzo grado all’aeroporto ma solo una piacevolissima chiacchierata con un tipo tanto tanto tanto figo, volo tranquillo, arrivo gradevole, a cominciare dalla vista che ho potuto godere dalla mia finestra, in albergo.









Qualche problema l’ho avuto, la mattina dopo, a trovare il modo di stendermi sull’asciugamano in spiaggia con le mie zampe molto poco flessibili ma alla fine ci sono riuscita, anche se in maniera un tantino goffa. Molto più problematico è stato rialzarmi, impresa per la quale ho dovuto seriamente studiare ed elaborare tutta una strategia; in conclusione è venuto fuori che l’unico sistema era di mettermi inverecondamente a pecorina e compiere poi da lì tutta una serie di manovre, se possibile ancora più invereconde. Ma se quello che conta è il risultato, posso senz’altro dire che sono fiera di me e delle mie invenzioni.
E non parlerò del sale della spiaggia e del fondo del mare che mi ha martoriato le piante dei piedi; non parlerò del meraviglioso caldo che mi accompagnava mentre qui, a casa mia, nevicava e si andava sotto zero e del bel tempo costante mentre qui capitava di tutto; non parlerò delle quattro piscine e delle dozzine di dolci, uno più bello e buono dell’altro, che l’albergo offriva. Dirò solo due parole sul mio arrivo, quando sono scesa dal taxi e mi sono accinta a prendere su valigia e zaino e borsa e macchina fotografica e bastone, con un certo impaccio, mentre un tizio vicino all’entrata dell’albergo stava lì a guardarmi e alla fine ha detto: “Ma guardi che può entrare a chiedere che la aiutino” e io mi chiedevo: e perché diavolo non ci pensa lui, a darmi una mano? Poi, dopo un momento, ho capito: lui era quel tizio che di mestiere fa quello che, in caso di necessità, muore al posto mio. E non si può distrarre ad aiutare turiste handicappate a prendere su i bagagli, perché il caso di necessità può presentarsi in qualunque momento, e naturalmente non dà preavvisi. E lui deve essere lì pronto. E – naturalmente - mi sono commossa.

barbara


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17 aprile 2008

HO VISTO COSE (3)

E ho visto il terribile vento del deserto, quello che sposta le dune e cancella le piste e confonde le rotte e condanna inesorabilmente gli incauti che lo sfidano senza rispetto; quello che piega le palme e ti stordisce e ti acceca e non ti lascia avanzare; quello che solleva nuvole di sabbia sufficienti a coprire il mare e spegnere le rassicuranti e ammiccanti luci di Giordania.



E ho visto un mucchietto di passeri – i passeri più piccoli mai visti in vita mia – contendere un pezzo di pitta a una banda di arroganti colombi e venirne respinti a spintonate e tornare all’attacco, infilarsi nei pertugi tra un colombo e l’altro, saltare sulla pitta, riuscire a strapparne un bel pezzetto prima di venire nuovamente buttati fuori e ancora una volta ripartire all’attacco, instancabilmente, senza mai lasciarsi scoraggiare dal fatto di dover fronteggiare un avversario tanto più grande di loro.
E ho camminato in un viale di palme di notte, accompagnata dal frinire delle cicale – quanto era che non le sentivo, in queste nostre lande inquinate e inospitali! – e le narici sfiorate dal sentore aromatico e lieve del fango del mar Morto e la pelle sfiorata dall’aria calda e leggera, qualche auto, qualche passante, silenzio e pace.
E ho fatto l’esperienza – ne avevo letto, ma quale differenza tra il leggere e il vivere! – di montagne e valli senza eco: luogo unico al mondo, la depressione del mar Morto, si grida, e risponde solo il silenzio più assoluto. Nessuna eco, nessun ritorno, solo la pace assoluta.
E mi sono dondolata nell’acqua, senza peso, con la pelle resa seta da quell’acqua magica, me ne sono fatta accarezzare e coccolare e baciare e viziare, in una bolla senza spazio e senza tempo. Senza, per un momento, umane miserie.
E ho visto l’accoglienza riservatami dal mar Morto, la notte del mio arrivo: sì, questo hanno fatto, pensate un po’; e non venitemi a dire che è stata una pura e semplice coincidenza: non ci credo neanche morta (e abbiate pazienza per la qualità: sono cinque secondi di esposizione a mano libera, e anche i cinque secondi li ho decisi a naso, ché fare foto non è il mio mestiere, e meno che mai in notturna):







Devo dirlo? Sì, mi sono (quasi quasi) commossa.

barbara


16 aprile 2008

HO VISTO COSE (2)

E ho sentito una babele di lingue, ma su tutte dominava il russo, anche più dell’ebraico. Molti fortunatamente parlavano anche l’inglese, ma non tutti. Non per esempio Tania, la massaggiatrice terapeutica che mi lavorava i fasci muscolari e le articolazioni – ma con una specialissima predilezione per il culo, che mi massaggiava con l’olio caldo con particolare intensità ed energia, salendo ogni tanto con le ginocchia sul lettino, a volte dalla parte della testa, a volte dalla parte dei piedi, creando aggrovigliamenti sulla cui innocenza un eventuale ignaro spettatore che fosse entrato all’improvviso difficilmente avrebbe scommesso cinque lire. E non lo parlava la bellissima etiope che mi rifaceva la camera: parlava solo ebraico, e di conseguenza non sono mai riuscita a trovare il modo di farle capire che nel letto, per coprirmi, volevo un lenzuolo.
E poi ho visto arabi: centinaia di migliaia di milioni di miliardi di arabi, sciami di arabi, maree di arabi, nel mio albergo e in tutti gli altri, pieno di arabi dappertutto. Le donne alcune con preziosi broccati di seta, altre con palandrane lerce luride bisunte, ma tutte, tranne una, rigorosamente velate. Gli uomini alcuni con la tunica candida e quella particolare specie di keffiya bianca fissata con due anelli neri intorno alla testa che portano normalmente nella penisola araba, altri con il camicione grigio, un paio in maniche di camicia; la maggior parte con una moglie ma qualcuno con due. Una volta ne ho addirittura visto uno che si portava da solo il piatto con il cibo al tavolo, mentre la moglie portava solo il proprio. Arrivati loro, si è finito di dormire perché per tutta la notte dalle loro camere arrivavano strepitamenti e televisioni a tutto volume. Non sto dicendo che tutti gli arabi siano incivili o che solo loro siano incivili, per carità, però è un fatto che a sbraitare e a tenere la televisione a tutto volume per tutta la notte erano solo loro. Così come con nessun altro mi era mai capitato, in tutta la mia vita, di vedere qualcuno pretendere di entrare nell’ascensore senza lasciar prima uscire chi ci sta dentro – se non per educazione, almeno per praticità. E dato che io ero davanti alla porta perché dovevo, appunto, uscire, e in due nell’apertura di un ascensore non ci si sta, sono stata scaraventata in un angolo con una violenta spintonata. Comunque ho finalmente capito perché fra gli arabi l’aspettativa di vita è inferiore a quella degli europei e di altri popoli: schiattano a forza di ingozzarsi nella maniera più inverosimile che abbia mai visto. Magari con un uso, non di rado, alquanto approssimativo delle posate. In spiaggia ci andavano poco o niente, più che altro stazionavano nel salone dell’albergo – uomini e donne rigorosamente separati – dalla mattina alla sera, salvo brevi uscite delle donne, che tornavano poi cariche di gigantesche borse piene di creme oli sali fanghi unguenti maschere …
E ho visto mutilati, tanti tanti mutilati, orrendi moncherini maciullati portati con immensa dignità, non esibiti e tuttavia non nascosti, semplicemente tenuti con la naturalezza con cui si tiene ciò che fa parte della normale quotidianità. Con visi sorridenti. Sereni. Solari. E mi sono commossa.


aspettando l'alba 1


aspettando l'alba 2


aspettando l'alba 3 (tanto con gli arabi in circolazione non è che ci fosse molto altro da fare ...)

barbara


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13 aprile 2008

HO VISTO COSE CHE VOI UMANI

avete già visto prima di me almeno un miliardo di volte, lo so, ma non me ne frega niente e ve le racconto lo stesso. E se non vi interessano tanto peggio per voi: dovevate pensarci prima; adesso siete qui e ve le beccate.
Ho visto gente, tanto per cominciare (no, non “visto gente fatto cose”: il viaggio me lo sono pagato col mio stipendio). L’ebreo ortodosso tutto impalandranato, per esempio, adescato alla fermata dell’autobus perché mi risolvesse un problema del quale da sola non riuscivo a venire a capo. E me lo ha risolto, naturalmente.
E la tipa arrivata sulla spiaggia con addosso una camicia da notte bianca lunga fino al polpaccio a fiorellini azzurri e una giacca nera senza maniche. Si è tolta la giacca ed è entrata in acqua in camicia da notte facendosi il segno della croce (avrà mica confuso il mar Morto col Giordano?).
E la musulmana spudorata che giunta sulla riva si è inverecondamente liberata del chador ed è andata a fare il bagno coperta da nient’altro che da un paio di pantaloni verdi che le lasciavano scoperte quasi tutte le caviglie e una maglia nera che lasciava vedere almeno mezzo collo.
E quella che è entrata in acqua con addosso una sottoveste nera a mezza coscia e in mano un ombrello nero aperto.
E il tipo che mi ha invitata ad andare alla sua tenda per parlare insieme, bere qualcosa insieme, mangiare insieme … Per essere più convincente mi ha anche offerto un olio speciale col quale prendere il sole senza scottarsi (io non mi scotto mai, neanche all’equatore, ma non gliel’ho detto per non fare troppo pesare la mia superiorità sui comuni mortali).
E ho visto gente comprare nei negozi del mar Morto buste di fanghi del mar Morto e spalmarsene tutto il corpo e a volte anche la faccia (un po’ come andare a far vacanze in un agriturismo e per la colazione andarsi a comprare al vicino supermercato del latte liofilizzato – ricavato beninteso dal latte delle vacche dell’agriturismo). E poi, spesso, farsi fotografare in posa col fango addosso.
E la coppia islamicamente corretta: lei con gonna lunga fino ai piedi, blusa, giacca chiusa fino al collo, hijab, lui in mutande da bagno. Però poi, mentre lui sguazzava allegramente in acqua, si è concessa di portare una sedia sulla riva e scoprire interamente i piedi per metterli a bagno.
E lo strano gruppo che un giorno si è accampato a un metro dal mio asciugamano: due donne giovani, una di mezza età, due uomini giovani e un bambino. Aspetto indiano-zingaresco le donne, indiano e basta gli uomini. Lingua inglese, anche parlando tra di loro, molto disinvolto i più giovani, fluido ma con accento la donna più anziana. Le donne gonne zingaresche lunghe a molti strati; le due più giovani con uno strano hijab che scendeva come una mantella fino ai gomiti, la più anziana coi capelli liberi, neri, folti, bellissimi. Uno degli uomini invece se ne stava lì con l’uccellone in vetrina nella braga bianca, sottile, bagnata (e diciamolo una buona volta: ma saranno poco brutti i cazzi in vetrina, e tanto più inestetici quanto più cospicui?) La scena più esilarante si è vista quando le donne sono andate coi piedi in acqua e poi, per lavarli dal sale, sono andate sotto la doccia, dovendo conciliare l’esigenza di non mostrare le gambe con quella di non bagnare troppo le gonne. La conclusione, ovviamente, è stata che sono state costrette a scoprirsi fin sopra il ginocchio e si sono infradiciate le gonne fino a mezza coscia.
E due ragazzini che arrivano alla mia fetta di spiaggia. Sono stanchi e accaldati; prendono due sedie, le mettono all’ombra di un gazebo e si siedono a riposare un momento. Se ne stanno lì seduti per un po’, appoggiati allo schienale, le gambe divaricate, rilassati. Parlano, sorridono. Sono giovani. Sono belli. Sono dolcissimi. Uguali a tanti altri ragazzini, a parte il mitra delicatamente posato sulle ginocchia: loro sono quelli che pattugliano la spiaggia e la percorrono avanti e indietro, indietro e avanti e ancora avanti e indietro. Per proteggerci. Per proteggermi. E mi sono commossa.

barbara


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12 gennaio 2008

LUOGHI 3

A Gerusalemme ho visto anche, appena arrivata, una manifestazione



organizzata per mantenere viva l’attenzione sui tre soldati rapiti: Gilad Shalit, 19 anni, nelle mani di Hamas da giugno 2006;



Ehud Goldwasser 32 anni e Eldad Regev 26, rapiti nel luglio 2006 da Hezbollah.

                                     

La manifestazione si tiene due volte al mese, di venerdì mattina, e alla sua conclusione vengono distribuiti fra i presenti dei palloncini bianchi e azzurri, che vengono poi liberati.



Fra questi, c’è anche il mio.
A Gerusalemme ero arrivata da Arad, dove persone fino a un momento prima sconosciute mi hanno offerto la più generosa ospitalità e mi hanno portata a vedere i panorami mozzafiato del deserto di Giudea,



i villaggi beduini,


il mar Morto,


il monumento ai soldati caduti nella guerra di indipendenza,


Masada.


Mi ha chiamata Sandra, mentre stavo vedendo queste cose, ed ero talmente emozionata che quasi non riuscivo a parlare. Poi, mentre stavo fotografando i soldati israeliani, mi è arrivato sul cellulare un messaggio, che mi informava che ero entrata nello spazio telefonico giordano – misteri della telefonia mobile e di chissà che altro ancora …
Poi, sulla via per Gerusalemme, il mio taxi è stato fermato a un posto di blocco e, nonostante la targa israeliana e l’aspetto inconfondibilmente sabra del tassista, è stato controllato il mio passaporto e perquisito il bagagliaio e la cosa, unita ai brevi tratti di muro che costeggiavano la strada, mi ha dato un grande senso di sicurezza, così come me lo ha dato, due giorni dopo, il vigilante che all’ingresso del ristorante ha ispezionato la mia borsa. E anche questa, credo, è una specifica caratteristica di Israele: anche nel mezzo della bufera, ti fa sentire sicuro. segue

barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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