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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


23 novembre 2011

PINKI KUNDU

Pinki Kundu è una ragazza indiana di tredici anni. È affetta da una malattia cronica, e viene curata in uno degli ospedali di Madre Teresa.



barbara


25 gennaio 2011

NON CI POSSO CREDERE

Talmente veloce che non ho avuto neppure il tempo di accorgermi che non lo si vedeva più in giro. Ancora all’ultima nevicata l’ho trovato, uscendo per andare a scuola, che spalava la neve dalla rampa del garage.
Oggi, quando al ritorno da scuola ho visto l’epigrafe sulla porta del condominio, ho pensato alla madre di quella di sopra, che ha più di novant’anni. O a quello di sotto, che anni fa ha avuto un arresto cardiaco; si è incredibilmente ripreso, cammina, parla, ma si muove come una marionetta cui si sia spezzato qualche filo, e i suoi occhi hanno l’innocenza di un bambino che ancora non ha visto il mondo. E invece era il mio vicino preferito. E davvero, non riesco a capacitarmene.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 25/1/2011 alle 18:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


30 giugno 2010

COME SI FA A FARE SANTO UN PAPA

Se per caso avete l’impressione che mi stia accingendo a raccontarvi una barzelletta, ricredetevi: quella che sto per raccontarvi è una storia assolutamente vera. E spero che la apprezzerete, dato che si tratta di un clamoroso scoop in anteprima mondiale assoluta. Purtroppo non mi è consentito fare nomi, di nessun genere, ma credo che mi conosciate abbastanza da sapere che non parlo mai a vanvera, ed essere quindi certi che di quanto sto per dire vi potete fidare.
Succede dunque che a una signora, che accusa determinati disturbi, viene diagnosticata una certa malattia. Una brutta, di quelle che non lasciano scampo. La signora, però, non perde la speranza, e per prima cosa chiede la grazia della guarigione al papa, da poco mancato, per seconda cosa si reca in un noto ospedale del nord, dove spera di trovare cure migliori di quelle su cui può contare chez soi. Il primario la visita, e si rende subito conto che la diagnosi è errata. Successive verifiche confermano che la patologia di cui soffre la signora non è quella inizialmente diagnosticata. Così, ricevendo le cure adatte al male di cui soffre, la signora guarisce. Il primario, però – Disattenzione? Superficialità? Menefreghismo? Calcolo? E chi potrà mai saperlo? – non corregge la diagnosi riportata nella cartella clinica, e così risulta agli atti che la signora, affetta da patologia non curabile, esce dall’ospedale “miracolosamente” guarita. Ossia: il papa morto ha fatto il miracolo richiesto, e quindi ha tutte le carte in regola per essere proclamato santo.
Adesso il primario è stato chiamato a testimoniare nel processo di beatificazione di Giovanni Paolo II, e ha di fronte a sé due possibilità: o confessare che sapeva che la malattia non era quella ma non ha detto niente, ovvero fare la figura del peracottaro, oppure confermare il miracolo e aprirsi la strada a una sfolgorante carriera.
Che cosa sceglierà? (No, niente posteri: basterà aspettare solo un pochino, e la sentenza la conosceremo anche noi).

barbara


1 dicembre 2009

NOTA A MARGINE

Da quando è iniziata la cosiddetta emergenza per la cosiddetta micidialissima influenza maiala destinata a far concorrenza alla Spagnola che ha fatto venti milioni di morti, continua a incalzare la raccomandazione: ai primi sintomi restate a casa. Appena cominciate a non sentirvi bene restate a casa. Se avete il sospetto di star covando un’influenza restate a casa, non andate al lavoro, non andate a scuola, cercate di limitare il più possibile la diffusione del virus …
Il fatto è che grazie al decreto antifancazzisti, ogni giorno di assenza per malattia mi costa cinquanta euro di trattenuta per i primi dieci giorni – e dieci giorni coprono l’intera durata di almeno il 90% delle assenze per malattia. E io, con 500 euro in meno nello stipendio, a mangiare tutti i giorni non ci arrivo. Il risultato di tutto questo è che già da una settimana stavo malissimo, ma non avendo la certezza che si trattasse di un inizio di malattia e non invece di un, sia pure forte ed estremamente fastidioso, banale raffreddore accompagnato da mal di gola e aggravato da un’estrema stanchezza, per un’intera settimana ho continuato a trascinarmi a scuola. E a sparpagliare in giro schifezze di ogni sorta. Che sono, sì, di influenza accostumata e morigerata, ma pur sempre di microbi e bestie varie portatrici di malattie si tratta. E come me, per ovvie ragioni, si stanno comportando la quasi totalità dei miei colleghi.
Quindi se alla fine della stagione dovesse risultare che quest’anno è stato effettivamente battuto ogni record precedente nel numero delle persone che si sono ammalate, sappiamo chi dobbiamo ringraziare.

Qui, a parziale consolazione, si parla invece di una buona notizia per l’umanità intera.

barbara


12 settembre 2007

LEI PARLA

Da alcune settimane sto lavorando parecchie ore al giorno a preparare materiale per a scuola. Il lavoro è consistito, nella sua prima fase, nello sfogliare centinaia di riviste, conservate a questo scopo, e ritagliarne tutte le immagini che possono essere utili. È stato così che mi è capitato tra le mani, in un Espresso di metà giugno, questo articolo di Sabina Minardi che a suo tempo mi era sfuggito. Io ho pianto come una fontana, e adesso piangete anche voi.

Sogniamo un viaggio dall'altra parte del mondo. Una casa sul mare. Una vincita milionaria. Mai un bicchiere d'acqua fresca.
In casi neppure troppo rari, il desiderio più forte di Laetitia Bohn-Derrien è stato poter bere un bicchiere d'acqua. Il corpo ardeva. La testa urlava. Ma non riusciva a dirlo. Vedeva gli sguardi degli altri, dolci e comprensivi, poggiati su di lei. Ma quelle attenzioni non servivano a idratarla. Allora, nel suo cervello cominciava la battaglia: tra insistere con gli occhi nella supplica: «Aiuto, datemi un filo d'acqua". O lasciarsi morire.
Laetitia Bohn-Derrien, colpita a 33 anni dalla sindrome locked-in, vissuta per mesi "chiusa dentro", cosciente ma intrappolata in un corpo immobile, natura morta esposta ai camici bianchi, ha deciso di combattere per riprendersi la vita. E la sua storia, che in Francia l'ha fatta battezzare "la miraculée", negli Stati Uniti l'ha trasformata in "the Case", e ovunque ha destato stupore per un recupero inspiegabile in termini solo medici, arriva in Italia, edita da Corbaccio, con il titolo delle prime parole pronunciate dopo il buio: "lo parlo". Fino al 9 novembre del 1999 era una trafelata donna in carriera: un marito, una casa a Reims, due bambini piccoli e soldi a sufficienza per viziarli, otto anni di lavoro a fianco di monsieur Yves Saint-Laurent, un incarico nelle relazioni pubbliche dell'azienda Boehringer-Ingelheirn. Sportiva, né alcol ne anomalie cardiache, né sovrappeso né colesterolo, giusto qualche sigaretta per replicare allo stress: sveglia alle 7, a letto a mezzanotte, in giro continuamente per il mondo. Ultimo volo: Atlanta, congresso dell'American Heart Association. È lì che Laetitia è colpita da un'emicrania, da uno strambo dolore che dalla testa si irradia al viso, le assale le mandibole, le immobilizza gli zigomi: un ictus. Così violento da provocarle una lesione del tronco cerebrale. «È come se un'estetista mi avesse coperto di una maschera che indurisce. Sono la sorella di Robocop. Sto morendo?». Sopravvive, invece. Ma i muscoli non rispondono più al cervello. «Fui presa da terrore isterico. Mandavo grida che udivo solo io. Ero diventata muta, paralizzata. Senza una spiegazione». Perché della locked-in si sa quasi niente: neppure quanti ne siano colpiti. In Francia sarebbero 400-500, nel mondo circa 4000, ma si sospetta che molti siano derubricati tra i pazienti in stato vegetativo. Il precedente più noto è quello del caporedattore della rivista francese "Elle", Jean-Dominique Bauby, colpito da locked-in nel 1995 e morto nel 1997, a 44 anni. La sua vicenda è raccontata nel libro "Lo scafandro e la farfalla" (caso editoriale pubblicato in Italia da Tea), dettato, lettera per lettera con la palpebra sinistra (Julian Schnabel ne ha appena fatto un film, premiato a Cannes per la regia). «Solo gli occhi permettono di cogliere disperazione, allegria, comprensione», scrive Bohn-Derrien. Sui suoi si concentra una tribù: medici ultraspecializzati, madri che delle parole non sanno che farsene comunque, padri che le fanno preparare il primo pasto semiliquido da uno chef famoso. E l'esperienza trasforma tutti: dalla collega che molla le responsabilità e va a vivere in campagna alla zia ecologista che manda finalmente al diavolo la centrale nucleare per cui lavora. Certo, la fatica è tanta: battaglie amministrative, costi proibitivi. Il dolore che si riaffaccia. Lo sconforto dei figli per una madre che non tornerà più come prima. Ma che intanto può riabbracciarli. E sta affrontando la sua ricostruzione. «Ho vissuto feste, flirt, viaggi, il pianto di un neonato, la carriera professionale, le maratone dei saldi. Non sono una handicappata che dispera di conoscere
un
bacio, l'amore, l’orgasmo». Sa di cosa sta parlando. E cosa vuole riprendersi. Ha creato la Handiconsulting, che si occupa del collocamento di persone invalide. E non solo oggi parla: ma canta pure. Ultima passione pervenuta: "Les amants d'un jour” di Edith Piaf.

E adesso che io ho fatto il lavoro di tirarvelo giù, voi fate almeno quello di leggervi il libro.



barbara

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