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Diario


3 novembre 2011

PER L’INEFFABILE SERGIO ROMANO

"Caro lettore..."

Il livore antisraeliano, come si sa, può assumere infinite forme: dall’odio urlato e omicida, da “bava alla bocca”, alle più sfumate manifestazioni di leggera avversione, sospetto, perplessità, passando per tutta l’infinita gamma dei sentimenti umani. E quella del se, quanto, in quali casi, nei vari tipi di ostilità (o di non amicizia) si celino atteggiamenti antisemiti, è una vecchia, tediosa e insolubile questione.
Ma certamente, fra gli infiniti modelli di antipatizzanti, un posto speciale merita Sergio Romano. Colto, affabile, pacato, dialettico, Romano non si arrabbia mai, non alza mai il tono della voce, neanche se qualcuno gli versa una bottiglia di birra sulla testa. Nelle sue argomentazioni c’è sempre un po’ di comprensione per tutti, anche per i “cattivi”, le cui azioni vanno sempre contestualizzate, inquadrate, storicizzate, bilanciate con le immancabili mancanze dei “buoni”, che Romano, più saggio e più equilibrato di re Salomone, ricorda con doverosa pignoleria. Romano sarebbe stato un notaio perfetto, un arbitro di calcio insuperabile, un papa eccezionale, davvero ecumenico, universale.
L’unico caso in cui la perfettissima, calibratissima equidistanza di Romano viene meno, è quando gli capita di argomentare su uno dei suoi temi preferiti, ovverosia Israele. Non solo l’Israele Stato, indipendente dal 1948, ma anche i suoi lontani precedenti, fin dagli albori del sionismo, nonché i legami tra Israele e il mondo esterno, le opinioni di chiunque parli, scriva o pensi di Israele. Non che, in questi casi, Romano perda la sua proverbiale calma. Questo mai, per carità. Solo che, quando si tratta di Israele, Romano non cerca (o forse lo cerca, ma non lo trova?) il benché minimo argomento a favore dello Stato ebraico, sia pure addotto per lenirne minimamente le terribili colpe. Israele, i suoi fondatori, cittadini, sostenitori, giustificatori ecc., hanno sempre, immancabilmente torto. Sempre.
Qualche volta, Romano, magnanimo, ospita nella sua rubrica di lettere sul Corriere della Sera il timido tentativo di protesta da parte di qualche lettore insoddisfatto (l’ultimo, per esempio, Franco Cohen, lo scorso 15 settembre), per riservare al malcapitato il trattamento che merita: “Caro Cohen (Romano chiama sempre ‘cari’ i suoi lettori, è davvero molto buono, o forse sono tutti amici suoi, boh…) …temo di avere opinioni diverse dalle sue”. E giù montagne di dati, cifre, documenti, statistiche, prove inoppugnabili, atte a distruggere qualsiasi avversario. Abilissimo nell’accostare argomenti di diversa provenienza, specializzato nell’estrapolare giudizi critici su Israele da parte di commentatori ebrei (è molto facile trovarli, e poi valgono di più, non è vero?) Romano usa la penna come un fioretto, con l’eleganza e la freddezza del più abile dei moschettieri. Come Mohammed Alì, “vola come una farfalla, punge come una vespa”. L’avversario è al tappeto, Israele ha torto.
Romano è talmente bravo che ha convinto anche me. Israele ha torto, ma, se avessi il coraggio di scrivergli una lettera, ci sarebbe una cosa, una sola, che non mi è chiara, e che vorrei chiedergli. “Signor Romano, è vero, i sionisti compirono un sopruso, e poi gli israeliani si sono sempre comportati male, sotto tutti i governi, in pace e in guerra, sui campi di battaglia come al bowling, al bar, sulla spiaggia. Ma come è possibile che un intero popolo, da qualsiasi parte del mondo provenga, qualsiasi cosa faccia, di generazione in generazione, faccia sempre male? Neanche di un singolo mostro si potrebbe mai dire una cosa del genere: Hitler, Stalin, Gengis Kahn, qualche volta avranno pagato il dovuto al loro barbiere, non avranno barato nel giocare a carte, non avranno buttato le cartacce per strada. Come mai con Israele, e solo con Israele, si è realizzato l’insondabile mistero del ‘torto perenne’?”
Ma è una domanda che non gli rivolgerò. Non gli scriverò, non solo per non essere da lui massacrato sul ring, ma, soprattutto, per non sentirmi chiamare “caro Lucrezi”.

Francesco Lucrezi, storico

Amo e stimo e ammiro immensamente Francesco Lucrezi. Non dico proprio come il Tizio della Sera, però tanto sì. E condivido praticamente tutto quello che scrive. E lo condivido anche in questo caso, e i motivi per i quali non scrive e non scriverà a Sergio Romano sono esattamente gli stessi per cui non gli scrivo e non gli scriverò io.

                                  

barbara


2 dicembre 2009

GAD LERNER E SUO PADRE

Me l'ero sentita ripetere tante volte, quella lamentela, fin dall'adolescenza. Sempre con le stesse identiche parole, e con un accento inconfondibile che suo­nava straniero perfino a me, rivelatore delle sue origini complicate. "Te credi essere tanto sapientone, yaani, ma lasci mettono piedi su testa, furbi di tuoi ami­ci si approfittano ma io più intelligente, iiio so, neanche puoi immaginare quali persone importanti danno retta a tuo padre, io contatto di grandi personalità e tu carne di mia carne non dai retta. Ach, quei disonesti che montano te, loro san­no bene gli affari che mi hanno rubato altrimenti sarei gran signore come i Stern, i Shammah, i Safra..."
quel­la tiritera farcita (sic! E meno male che lui invece l’italiano lo sa …) di improperi gutturali yiddish o aspirati in arabo.
L'incedere degli anni, appesantiti da dif­
ficoltà economiche e malattie, ha atte­nuato la sua acrimonia dirottandone le energie residue in un'ostinata, singolare ricerca di status.
Incuriosiva soprattutto i provinciali, quella sua verve di narratore esotico.
Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobatica­mente nella più totale inconsapevolezza.
Tuttora la sua conversazione tortuosa rie­
sce a stregare l'interlocutore nonostante, anzi, direi per merito anche degli strafal­cioni linguistici di cui è costellata. Mostra di saperla lunga su ogni argomento, sfog­gia credenziali altisonanti, dichiara di aver viaggiato in ogni dove. Una vita di succes­si che è l'esatto contrario di quella sfortu­nata che ha vissuto. Un tragitto dissemina­to di buche, il suo, come testimonia l'elo­quio maldestro tipico delle persone cresciute senza una lingua madre. Chi invidia questa specie particolare di poliglotti per il numero di lingue con cui sono in grado di arrangiarsi, sottovaluta quale vuoto con­cettuale e sentimentale provochi dentro di loro il pensare, il sognare, l'emozionarsi senza possederne davvero neppure una. Parlare tante lingue, ma tutte male perché la tua non esiste. Assaporò la dolcezza del Libano, il paese di latte e di miele, senza concludere gli studi all'Università Saint-Joseph di Beirut.
Alla ra­pida intesa tra Joseph Taragan ed Elias Lerner credo abbia giovato, in mancanza di un sensale professionista di matrimoni combinati, la comune appartenenza dei capifamiglia alla massoneria. Magari fosse stato in grado di approfittarne Moshé, pure lui iscritto alla Loggia! Neppure la tanto decantata influenza massonica riuscì a sostenerlo. (Estratti dal primo capitolo del suo ultimo libro, pubblicato su Shalom)

Ora, io capisco – oh se lo capisco – che si possa odiare un padre. Ma che dire di questo livore, che dire della meschinità di questi attacchi sotto la cintura, che dire di questo astio da acidità di stomaco? Che dire di questo irriverente sbeffeggiare un uomo ormai sull’orlo della tomba? Che dire di quest’opera di demolizione di una persona e di una personalità che arriva addirittura a investire anche i suoi interlocutori (se lo trovi interessante, allora sei un povero provincialotto)? E che dire di questo attaccare un uomo non per quello che ha fatto, non per le sue scelte, non per i suoi comportamenti, ma unicamente per ciò che è, ossia un ebreo mille volte dagli eventi sradicato e, a causa di tali sradicamenti, portatore di mille lacune, linguistiche e culturali? Non è, tutto questo, la caratteristica più peculiare del perfetto antisemita? Non parlerei però, in questo caso, del classico “ebreo che odia se stesso”, perché il Nostro in realtà è convinto di non essere affatto un ebreo come tutti gli altri, oh no: lui è un ebreo speciale, lui è il perfetto prototipo dell’ebreo buono mentre gli altri, ahiahiahiloro, sono ebrei cattivi. Talmente ebreo buono che quando Lapo Elkann ha dichiarato di volersi convertire, il Nostro si è sentito in diritto – o dovrei forse dire in dovere? – di dedicargli una lettera aperta in cui dispensargli a piene mani – lui! – consigli di ebreitudine. Usando, tra l’altro, l’abominevole espressione di taglietto per riferirsi alla circoncisione, termine che mai, in tutta la mia vita, avevo sentito usare da un ebreo. E arrivando, per concludere in gloria, a parlare del pisello di Lapo. Ora, non è che non si possa parlare di genitali, per carità, certo che se ne può parlare, ma non dei propri o di quelli dell’interlocutore! A meno che l’interlocutore non sia il proprio amante. E io, sinceramente, non so mica se Lapo avrebbe abbastanza stomaco da prendersi Gad Lerner come amante.

(Qui una recensione che, a differenza del ridicolo incensamento messo in atto da Shalom, inquadra in maniera oggettiva il personaggio e il libro)

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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