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Diario


31 marzo 2011

IL TIZIO DELLA SERA SI DOMANDA

E quando il Tizio della Sera comincia a domandarsi, faremmo bene a prestare attenzione, perché tutti noi siamo chiamati a rispondere. O almeno a provarci.

Lo scrittore e il prigioniero

Il Tizio della Sera si domanda se quando uno scrittore manda in forma privata il suo romanzo con la storia della nazione a cui appartiene a un nemico prigioniero, stia spedendo in segreto il romanzo a un nemico e tradisca la propria nazione; oppure, spedendo sottovoce il romanzo, abbia cercato di scegliere la forma privata del dialogo, e volesse mostrare al prigioniero che contiene il nemico come siano le persone che tenta di uccidere, lo Stato che non riconosce. E così facendo, lo scrittore non si limiti a sapere dal giornale che il nemico è prigioniero, ma ora che il nemico è prigioniero, lo scrittore faccia il suo mestiere di uomo; scelga di non rinunciare, proprio col nemico, alle proprie prerogative umane; illustri la storia, lo spirito, la civiltà, la morale, la cultura della propria nazione. Faccia vedere al nemico che le persone della propria nazione non sono come le persone del nemico che mandano i propri compagni a scannare una famiglia nel buio di un villaggio, ma nel buio di un carcere faccia arrivare loro un libro da leggere. Se il romanzo fosse arrivato a destinazione e fosse stato letto, la persona dello scrittore avrebbe mostrato al nemico che vive nel corpo del prigioniero che i nemici sono persone e c'è un'universalità del mondo.
Che male c'è, nel bene? 

Il Tizio della Sera


Quando è uscita la notizia, da più parti si sono levati alti lai, da più parti si è gridato al tradimento, da più parti si è condannato il fatto che lo scrittore avesse “dedicato” il proprio libro a un assassino. Io e qualcun altro ci siamo guardati in faccia perplessi: dedicato? Tradito? Ma non è affatto questo che ha fatto. E dunque, che il Sublime Tizio della Sera la pensi esattamente come me, non può che farmi piacere.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 31/3/2011 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


2 dicembre 2009

GAD LERNER E SUO PADRE

Me l'ero sentita ripetere tante volte, quella lamentela, fin dall'adolescenza. Sempre con le stesse identiche parole, e con un accento inconfondibile che suo­nava straniero perfino a me, rivelatore delle sue origini complicate. "Te credi essere tanto sapientone, yaani, ma lasci mettono piedi su testa, furbi di tuoi ami­ci si approfittano ma io più intelligente, iiio so, neanche puoi immaginare quali persone importanti danno retta a tuo padre, io contatto di grandi personalità e tu carne di mia carne non dai retta. Ach, quei disonesti che montano te, loro san­no bene gli affari che mi hanno rubato altrimenti sarei gran signore come i Stern, i Shammah, i Safra..."
quel­la tiritera farcita (sic! E meno male che lui invece l’italiano lo sa …) di improperi gutturali yiddish o aspirati in arabo.
L'incedere degli anni, appesantiti da dif­
ficoltà economiche e malattie, ha atte­nuato la sua acrimonia dirottandone le energie residue in un'ostinata, singolare ricerca di status.
Incuriosiva soprattutto i provinciali, quella sua verve di narratore esotico.
Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobatica­mente nella più totale inconsapevolezza.
Tuttora la sua conversazione tortuosa rie­
sce a stregare l'interlocutore nonostante, anzi, direi per merito anche degli strafal­cioni linguistici di cui è costellata. Mostra di saperla lunga su ogni argomento, sfog­gia credenziali altisonanti, dichiara di aver viaggiato in ogni dove. Una vita di succes­si che è l'esatto contrario di quella sfortu­nata che ha vissuto. Un tragitto dissemina­to di buche, il suo, come testimonia l'elo­quio maldestro tipico delle persone cresciute senza una lingua madre. Chi invidia questa specie particolare di poliglotti per il numero di lingue con cui sono in grado di arrangiarsi, sottovaluta quale vuoto con­cettuale e sentimentale provochi dentro di loro il pensare, il sognare, l'emozionarsi senza possederne davvero neppure una. Parlare tante lingue, ma tutte male perché la tua non esiste. Assaporò la dolcezza del Libano, il paese di latte e di miele, senza concludere gli studi all'Università Saint-Joseph di Beirut.
Alla ra­pida intesa tra Joseph Taragan ed Elias Lerner credo abbia giovato, in mancanza di un sensale professionista di matrimoni combinati, la comune appartenenza dei capifamiglia alla massoneria. Magari fosse stato in grado di approfittarne Moshé, pure lui iscritto alla Loggia! Neppure la tanto decantata influenza massonica riuscì a sostenerlo. (Estratti dal primo capitolo del suo ultimo libro, pubblicato su Shalom)

Ora, io capisco – oh se lo capisco – che si possa odiare un padre. Ma che dire di questo livore, che dire della meschinità di questi attacchi sotto la cintura, che dire di questo astio da acidità di stomaco? Che dire di questo irriverente sbeffeggiare un uomo ormai sull’orlo della tomba? Che dire di quest’opera di demolizione di una persona e di una personalità che arriva addirittura a investire anche i suoi interlocutori (se lo trovi interessante, allora sei un povero provincialotto)? E che dire di questo attaccare un uomo non per quello che ha fatto, non per le sue scelte, non per i suoi comportamenti, ma unicamente per ciò che è, ossia un ebreo mille volte dagli eventi sradicato e, a causa di tali sradicamenti, portatore di mille lacune, linguistiche e culturali? Non è, tutto questo, la caratteristica più peculiare del perfetto antisemita? Non parlerei però, in questo caso, del classico “ebreo che odia se stesso”, perché il Nostro in realtà è convinto di non essere affatto un ebreo come tutti gli altri, oh no: lui è un ebreo speciale, lui è il perfetto prototipo dell’ebreo buono mentre gli altri, ahiahiahiloro, sono ebrei cattivi. Talmente ebreo buono che quando Lapo Elkann ha dichiarato di volersi convertire, il Nostro si è sentito in diritto – o dovrei forse dire in dovere? – di dedicargli una lettera aperta in cui dispensargli a piene mani – lui! – consigli di ebreitudine. Usando, tra l’altro, l’abominevole espressione di taglietto per riferirsi alla circoncisione, termine che mai, in tutta la mia vita, avevo sentito usare da un ebreo. E arrivando, per concludere in gloria, a parlare del pisello di Lapo. Ora, non è che non si possa parlare di genitali, per carità, certo che se ne può parlare, ma non dei propri o di quelli dell’interlocutore! A meno che l’interlocutore non sia il proprio amante. E io, sinceramente, non so mica se Lapo avrebbe abbastanza stomaco da prendersi Gad Lerner come amante.

(Qui una recensione che, a differenza del ridicolo incensamento messo in atto da Shalom, inquadra in maniera oggettiva il personaggio e il libro)

barbara

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