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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 settembre 2011

STRUMENTO SCIENTIFICO

Non ricordo dove l’ho letto (la sezione di “giudaica” nel mio studio occupa interamente una parete di oltre cinque metri, dal pavimento al soffitto), però vi garantisco che l’ho letto, e non solo l’ho letto, ma ho anche visto la foto.
Si tratta di questo. In base alle leggi razziali cominciate a emanare nel settembre del 1938, oltre che dalle scuole gli ebrei venivano allontanati anche da tutti i posti “sensibili”. Come si riconoscevano gli ebrei? Dal cognome, naturalmente. Però. Però succede che con tutti gli ebrei che i buoni cristiani nel corso dei secoli si sono affaticati a condurre sulla retta via, ci sono in giro per il mondo un sacco di persone che hanno cognomi ebraici ma che ebrei non sono affatto, da generazioni ormai, addirittura da secoli. Come fare allora, per questi poveri diavoli, per dimostrare di non essere ebrei? Semplice: si presenta un certificato di battesimo. Però. Però succede che a un certo momento scoppia la seconda guerra mondiale. Succede che dopo nove mesi e qualcosa di neutralità il signor Mussolini decide che un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria l’ora delle decisioni irrevocabili (urla acclamazioni vivissime guerra guerra), succede che tra attacchi all’insegna dell’improvvisazione e alleanze e disalleanze il suddetto signor Mussolini combina un bel po’ di pasticci – non parlo qui dei crimini che quelli sono tutt’altro, e decisamente poco adatti al tono di cazzeggio che sto qui usando – e insomma ad un certo momento inizia l’occupazione tedesca e iniziano i bombardamenti alleati. E allora succede che ogni tanto spunta fuori uno con un cognome ebraico che dice no guardate io sono cristianissimo cattolicissimo battezzatissimo solo che il certificato di battesimo non ve lo posso mostrare perché la chiesa in cui sono stato battezzato è stata bombardata e i documenti sono andati tutti distrutti. Che fare allora? Rischiare di discriminare ingiustamente una persona onesta come se fosse ebreo? Rischiare di lasciare al suo posto un ebreo come se fosse una persona onesta? Mai non fia! È stato a questo punto che quei geni – perché lo sanno tutti che la razza ebraica è una razza inferiore mentre la razza italica –- che esiste, sì signori, altroché se esiste! –- è una razza superiorissima e dunque lì germogliano geni ogni due per tre – mettono a punto lo strumento scientifico che determinerà inequivocabilmente se uno è ebreo o no: il misuratore del naso. Che sarebbe una roba più o meno tipo morsetto da falegname, che misura con precisione assoluta la lunghezza del naso e zac! il perfido giudeo è smascherato e le sue menzogne non se le beve più nessuno.
Mi è tornato in mente guardando le foto del matrimonio e pensando, per associazione, a buona parte degli ebrei che conosco: con uno strumento così scientificamente preciso e infallibile, ho idea, in mezzo a tutte quelle carrettate di ebrei l’unica a finire in trappola sarei io.

barbara


24 settembre 2010

UNA COSA DA NIENTE

Il nostro strepitoso Mario Pacifici ritorna a noi con questa nuova perla, il racconto “Una cosa da niente”, parte della raccolta “Una cosa da niente e altri racconti” sulle leggi razziali fasciste, con il quale ha vinto il primo premio del concorso indetto dal Festival della Letteratura Ebraica del 2008.

COME avrebbe più tardi puntigliosamente annotato nel suo verbale di notifica ed accertamento, il maresciallo Moretti si presentò alla porta degli Efrati alle 13,15 del giorno 14 Marzo 1941.
A quell’ora la famiglia era in tavola, gli spaghetti fumavano nei piatti e mentre la mamma ancora sfaccendava tra tinello e cucina, David, il figlio tredicenne, si esibiva, fra un boccone e l’altro, nell’imitazione del professore di matematica.
Per quanto inusuale, considerato l’orario, il suono del campanello non turbò l’atmosfera della tavola.
Quando la porta si aprì, il maresciallo si trovò di fronte una donna giovane e ben vestita, con indosso un ruvido grembiale da cucina. Aveva le mani bagnate, notò, e se le asciugava, senza darlo a vedere, strofinandole sui fianchi. Sembrava allarmata dalla vista della divisa.
“Polizia,” biascicò Moretti, portando la mano alla visiera del cappello, “cerchiamo Efrati Isacco, fu Giuseppe. È in casa?”
La donna annuì intimidita. Squadrava l’intruso senza simpatia e manteneva la porta socchiusa.
“Nino, vieni, è per te,” chiamò ad alta voce.
Il marito la raggiunse dal tinello, interrogandola con gli occhi.
“La polizia,” sussurrò lei.
Efrati spalancò la porta e fece entrare in casa il poliziotto, mentre un piantone rimaneva in attesa sul pianerottolo.
“Cercate me, maresciallo?”
“Sissignore,” rispose Moretti con un’espressione bonaria, “ma vi prego, dite a vostra moglie di non agitarsi, che è una cosa da niente. Una notifica, un breve accertamento. Nulla di serio.”
Parlava con un forte accento napoletano, e sembrava davvero imbarazzato dall’apprensione della donna.
Efrati annuì, prendendo per mano sua moglie.
“Lo senti, Esterina? Non ti preoccupare, dai, che ci penso io qui. Tu, piuttosto, vedi che David finisca di mangiare.”
Attese che la moglie si chiudesse la porta alle spalle prima di fare accomodare il poliziotto su una delle due poltrone che costituivano lo scarno arredamento dell’ingresso.
“Allora, maresciallo. Qual è il problema?”
“Nessun problema, per l’amor di Dio. Ve l’ho detto, è un accertamento, una cosa da niente. Dunque vediamo, voi siete…” consultò l’incartamento che aveva in mano, “…Efrati Isacco, fu Giuseppe, cittadino italiano di razza ebraica.”
Efrati allargò le braccia con un cenno di assenso.
“Per servirvi, maresciallo.”
“Bene, signor Efrati. Devo notificarvi che, come cittadino di razza ebraica, siete inibito alla detenzione di apparecchiature radio riceventi. È vostro dovere denunciare l’eventuale possesso di tali apparecchiature e mettere le stesse a disposizione dell’autorità preposta all’espletamento dell’atto di sequestro, previsto dal regio decreto del...”
“So già tutto maresciallo. I giornali li leggo. Forse, però, vi sfugge che io ho già denunciato il possesso della mia radio, e che per facilitarvi il lavoro ve l’ho addirittura portata in questura. Se mi attendete un attimo, vi prendo il verbale di sequestro.”
“Non c’è bisogno, signor Efrati, per carità, vi credo. E poi sta tutto segnato qui, nel vostro incartamento.”
Fece scorrere rapidamente i fogli finché trovò quel che cercava.
“Ecco vedete, è qui. Verbale di sequestro, eccetera, eccetera… ecco: apparecchio radio ricevente, di medie dimensioni, in bachelite rosso granata, marca Marelli. In data, vediamo… sì, in data 7 marzo 1941.”
“Come vi dicevo, maresciallo, la settimana scorsa.”
“Sissignore, non c’è niente da dire. Effettivamente, riguardo all’apparecchio Marelli è tutto a posto. Il problema, semmai, è che a quanto risulta dal vostro incartamento, avete dimenticato di denunciare…” Scorse di nuovo l’incartamento. “Madonna mia, con tutte queste carte… Eppure l’ho visto poco fa… Eccolo, eccolo... Apparecchio marca Siemens, modello RG 40. Acquistato in data 31 ottobre 1940 presso la ditta Alati, in via 4 Novembre, per l’importo… Beh, l’importo non ci interessa…”
Squadrò l’ebreo con aria indulgente.
“Questo ce lo siamo dimenticati, non è vero?”
Efrati era interdetto.
“Ma voi come fate a saperlo?”
“Madonna mia, signor Efrati. Siamo la Polizia. Se non le sappiamo noi le cose, chi deve saperle?”
“Eh già! In effetti, se non le sapete voi… In ogni modo le cose non stanno proprio in quel modo. C’è un errore… o meglio un equivoco…”
Il maresciallo Moretti annuì comprensivo.
“Un equivoco, dite. E va bene. Sono qui per questo. Voi me lo chiarite e tutto è risolto.”
Efrati sospirò a disagio.
“La questione, maresciallo è che non so nemmeno io se lo si possa definire un apparecchio. È piuttosto un pezzo di arredamento. Un mobile, diciamo così, che arreda la parete del tinello. Nello stipo in basso ci teniamo i liquori, come fosse… un mobile bar, diciamo…”
Il poliziotto lo fissò con una smorfia sarcastica.
“Io sono comprensivo, Efrati. Ma voi non mi dovete coglionare, perché altrimenti mi costringete, mio malgrado, a diventare rigido. E allora tutto si complica e nascono i problemi. Sono certo che mi capite.”
Sotto il tono bonario della voce, ora Efrati avvertiva una vena di minaccia.
“Avete ragione,” si affrettò a correggersi, “mi sono espresso male, ma non volevo farmi gioco di voi. Il fatto è che effettivamente ha l’aria di un mobile. E d’altro canto più che una radio è soprattutto un grammofono. Noi in effetti ci ascoltiamo solo i dischi.”
Il maresciallo tornò a sfogliare le carte e quando trovò ciò che cercava puntò il dito su una parola.
“Qui c’è scritto: radiogrammofono. Radio…” ripeté spiccando le sillabe e mimando con le mani la separazione, “…grammofono.”
Fissò l’ebreo, quasi si aspettasse di dover rintuzzare qualche altra risibile eccezione, ma Efrati ormai taceva, incapace di trovare un qualunque appiglio per sostenere una causa che sapeva, comunque, persa in partenza.
Il maresciallo trasse dalle sue carte un modulo ciclostilato e cominciò a stilarlo in silenzio.
“È il verbale di sequestro?” chiese Efrati rassegnato.
Moretti annuì, senza interrompersi.
“Sentite maresciallo, vi parlo come un padre. Voi lo sapete qual è la nostra condizione. Mio figlio è stato cacciato dalla scuola pubblica ed ha perso tutti i suoi amici, tutti i suoi compagni. Poi ha visto sua madre cacciata dal ministero dov’era impiegata. Sa perfettamente che io mi arrangio come posso. Che insegno cultura ebraica alla nostra scuola, tanto per sbarcare il lunario, perché ho dovuto cedere, per motivi razziali, la mia agenzia di viaggi. Avete un idea di come possa vivere un ragazzino una situazione del genere? Quell’apparecchio per lui è importante. Rappresenta un ultimo ancoraggio ad una realtà e ad un mondo che sente estranei e da cui si sente respinto. Ve lo chiedo come un padre, maresciallo, e Dio sa se mi pesa umiliarmi in questo modo. Aiutatemi. Fatelo per mio figlio.”
Moretti lasciò cadere le carte sulle ginocchia e si passò una mano fra i capelli. Guardava l’ebreo con un’espressione del tutto solidale.
“Come faccio, Efrati, ditemelo voi? Non sono io che faccio le leggi. Io le devo solo fare applicare.”
Sospirò, scuotendo il capo.
“Vorrei potervi aiutare, credetemi. Ma sono comandato. Devo rendere conto di ogni cosa ai miei superiori.”
Efrati non si dette per vinto. Anzi gli sembrava di cogliere nelle parole del poliziotto un principio di cedimento.
“Santo cielo, maresciallo, si tratta solo di chiudere un occhio. Dite che non l’avete trovato l’apparecchio. Che l’avevo venduto nel frattempo. Non mettete mica in pericolo la Nazione lasciando che un ragazzino ascolti un po’ di musica.”
Moretti sorrise.
“Voi la fate facile Efrati, solo perché non sapete come funziona la burocrazia. Quando una pratica è istruita non c’è più niente che la possa arrestare. È come se avesse una sua vita autonoma che la costringe a correre lungo un binario obbligato. Adempimenti. Verifiche. Sopralluoghi. La volete insabbiare? Dovete mettere d’accordo un mucchio di gente, chiedere favori, dare spiegazioni. E poi, statene sicuro, quella salta di nuovo fuori nel momento meno opportuno, magari come arma di una faida interna. Date retta ad uno che ne ha viste di tutti i colori. Quando una pratica ha preso il via…”
Lasciò la frase in sospeso, ma intanto, agitando una mano sottolineava quanto ineluttabile fosse il corso degli eventi burocratici.
Efrati annuì rassegnato, e si accasciò senza argomenti sulla poltrona.
Il maresciallo aveva ripreso in mano le sue carte, ma teneva la stilografica lontana dai fogli. Continuava a tergiversare come se stesse riflettendo ad una qualche possibile soluzione.
“Statemi a sentire,” disse alla fine, “io adesso compilo il verbale di sequestro e nel verbale stesso vi nomino custode dell’apparecchio fino all’effettiva presa di possesso da parte degli organi preposti. Questo lo posso fare e lo faccio volentieri. Ad occhio e croce passeranno dieci, quindici, forse perfino venti giorni prima che vengano a ritirarlo. Così voi avrete tutto il tempo di spiegare la situazione al ragazzo e di fargliela accettare poco per volta. Di farlo abituare all’idea…”
Efrati non seguì il consiglio.
Appena uscito il maresciallo, chiamò suo figlio e gli raccontò per filo e per segno che cosa fosse successo.
“Non è giusto,” protestò David cercando di non cedere al pianto.
“Lo so che non è giusto. Ma ci sono le leggi razziali, te l’ho spiegato…”
“Non mi importa delle leggi. Quel grammofono è mio. Non hanno il diritto di rubarmelo.”
Il padre assentì, arruffandogli i capelli.
“Hai ragione, amore mio. Ma siamo ebrei, non te lo dimenticare. Tutta la nostra storia è costellata di ingiustizie. La schiavitù in Egitto, la cacciata dalla Spagna, i ghetti, i pogrom. Abbiamo subito ogni genere di persecuzione, ma non ci siamo mai arresi.”
Ora fissava il figlio negli occhi, stringendolo per le spalle. “Non lo faremo nemmeno oggi, non è vero David?”
Il ragazzino scosse la testa.
“Dobbiamo essere forti David. Io lo so che è un brutto momento, per te come per tutti noi. Ma passerà, non temere. Kadosh Baruchù ci ha sempre protetti e continuerà a farlo, perché noi siamo il Suo popolo.”
David assentiva, ma senza molta convinzione.
Continuava a pensare al suo apparecchio e a quella gente che sarebbe venuta a portarselo via.
Ora le lacrime gli annebbiavano la vista.
“Va bene David, hai ragione. È una grande ingiustizia e se vuoi piangere, lo puoi fare. C’è una cosa però che ti dovrebbe consolare. Kadosh Baruchù sa riconoscere i malvagi e non lascia impunite le loro azioni.”
David adesso singhiozzava silenziosamente.
“Te lo ricordi quante piaghe ha mandato Dio al Faraone?”
“Dieci,” sussurrò il ragazzino, asciugandosi le lacrime col dorso della mano.
“E chi è finito sulle forche erette da Aman per impiccare gli ebrei di Babilonia?”
“Aman e tutti i suoi complici.”
“E allora David, vanne sicuro. Se Kadosh Baruchù ha avuto ragione della crudeltà del Faraone e ha fatto giustizia di Aman, di certo saprà come punire anche il Gran Buffone ed il Re Nanerottolo.”
David sorrise suo malgrado, sentendo il padre usare a voce alta quegli epiteti che generalmente sussurrava, raccomandando a lui di non usarli mai, per nessun motivo al mondo.
“È così, David. Verrà il giorno che quei due pagheranno per tutte le loro malefatte. E quel giorno, stanne certo, Kadosh Baruchù gli presenterà anche il conto del tuo radiogrammofono.”
David annuì, ma certo la prospettiva di una lontana giustizia non cancellava l’infelicità di quella perdita imminente.
Il padre lo abbracciò stretto e d’improvviso un’idea gli baluginò per la mente.
“Stammi a sentire…,” gli sussurrò nell’orecchio.
David annuiva mentre il padre parlava e, a poco a poco, la sua espressione si aprì in un sorriso malizioso.
Il maresciallo Moretti tornò quindici giorni più tardi, accompagnato da una squadra di facchini ed Efrati lo accolse sulla porta con suo figlio che lo stringeva per mano.
“È tutto pronto maresciallo, accomodatevi, vi faccio strada.”
Lo guidò per il corridoio, fino alla porta del salotto.
Quando si accese la luce, il poliziotto rimase impietrito, senza parole.
I mobili e i tappeti erano stati rimossi e tutto il pavimento era occupato da viti, bulloni, manopole, lampade, tiranti, valvole, ingranaggi, supporti, fili elettrici, interruttori.
Il radiogrammofono era stato smontato fin nelle sue parti più esigue e giaceva lì in terra, spezzato, sezionato, segato, ridotto in frantumi mentre ognuno dei suoi minuti frammenti era stato disposto sul pavimento in un ordine maniacale e incomprensibile, fatto di linee contorte ed interrotte.
“Volevamo vedere come era fatto dentro,” spiegò Efrati, stringendo forte la mano di David, “ma poi non siamo più stati capaci di rimontarlo. I pezzi, comunque, ci sono tutti, potete controllare.”
“Capisco,” mormorò Moretti che in realtà non capiva affatto.
Certo, se avesse conosciuto l’ebraico, quel garbuglio di linee e quegli astrusi ghirigori sul pavimento non avrebbero avuto misteri.
Beyad chazakah,” c’era scritto in caratteri ebraici, “con mano potente.
Così Dio aveva colpito il Faraone in Egitto.

Mario Pacifici


Da parte mia, solo due parole: grazie Mario.

barbara


12 gennaio 2010

IL MIDRASH DIMENTICATO

 "Sorse un nuovo re in Egitto che non aveva conosciuto Giuseppe", così inizia il libro di Shemot. Dovrebbe essere un nuovo re nel senso letterale ma il midrash suppone anche che possa essere stato lo stesso re che si era dimenticato del bene fatto da Giuseppe. Sembra strano ma non lo è affatto. Nel Tempio Maggiore di Roma all'entrata a destra c'è una solenne lapide che ricorda la visita alla Sinagoga di Vittorio Emanuele III, lo stesso che qualche anno dopo avrebbe firmato le leggi razziste. Quando decisero di mettere la lapide forse furono i nostri che si dimenticarono il midrash del re d'Egitto. Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma



Brutto affare, quando la memoria fa difetto ... Meno male che abbiamo sempre fra di noi qualcuno che non perde mai né la memoria, né la grinta (grazie, grande Ugo!), uno e due.

barbara


12 gennaio 2009

La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere

(Seconda parte)

Di PIERO DELL’OLIVO e BARBARA MELLA

Nel primo articolo abbiamo esposto, con l’ausilio di numerose citazioni, alcune qualificate prese di posizione antiebraiche della Chiesa Cattolica, affidate alla rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, nei cinquant’anni che hanno preceduto le leggi razziali del 1938. Lo spunto di attualità che ci ha mosso è la recente polemica che ha visto opposti il Vaticano e Gianfranco Fini, nella quale la Santa Sede ha negato di avere mostrato, a suo tempo, un atteggiamento morbido e di sostanziale connivenza nei confronti delle leggi razziali del Fascismo, sostenendo al contrario di esservisi opposta.

Nel primo articolo si è documentato un organico corpus di scritti, apparsi su La Civiltà Cattolica nel 1889, improntati a un antisemitismo estremamente virulento. Successivamente, e fino al 1937, queste posizioni sono state ribadite, salvo una presa di distanza dall’emergente razzismo nazista. La Chiesa concordava sulla pericolosità degli ebrei, ma non sul razzismo “biologico”, e propendeva per soluzioni non violente del “problema”. Nel presente articolo daremo più spazio alle repliche del Regime, senza le quali si perderebbe il senso degli scritti di parte cattolica.

Siamo così arrivati al 1938. Entra in campo Mussolini in persona, che, senza firmarlo, produce (Informazione diplomatica del 17 febbraio) un testo poi passato ai giornali: «il governo fascista [non pensava] di adottare misure politiche, economiche e morali contrarie agli ebrei, in quanto tali»; ma di «far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risultasse sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità».
E, puntuale (marzo 1938) La Civiltà Cattolica riprendeva, avallandola, la tesi di Mussolini della sproporzione tra posizioni di potere detenute da ebrei e la loro incidenza percentuale sulla popolazione italiana. «La fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo era la vera e profonda causa che rendeva il giudaismo un fomite di disordini e un pericolo permanente per il mondo». Il rimedio era il solito: «la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o di distinzione conveniente ai nostri tempi».
Con l’estate del 1938, la situazione inizia a precipitare. E’ del luglio il “Manifesto della razza”, redatto da 10 professori universitari di discipline medico-sociali (alcuni dei quali dopo la guerra riapparvero sull’opposto versante politico). I dieci punti, che avevano pretese di contenuto scientifico, terminavano con la conclusione che «il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Il documento, avallato da Achille Starace, non faceva che “italianizzare” il razzismo nazista.
E’ a questo punto che anche il Papa entra in gioco personalmente, parlando prima di “una forma di vera apostasia”, e, qualche giorno dopo, nominando espressamente il razzismo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, separatistico». Il termine “separatismo”, che ricorre spesso nei testi cattolici di quei giorni, significa qualcosa di contrapposto a “ricongiungimento”. In pratica, si condanna una ideologia che nega la condizione di pecorelle smarrite degli ebrei, ossia la possibilità di conversione degli ebrei stessi. Non a caso, Pio XI attribuisce queste tesi a un appiattimento dei fascisti sulle tesi naziste: «ci si poteva chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia avesse bisogno di andare ad imitare la Germania ».
Mussolini rispose con le parole e i fatti. Le parole furono: «Sappiate, e ognun sappia, che anche sulla questione della razza, noi tireremo diritto. Dire che il Fascismo ha imitato qualcosa o qualcuno è semplicemente assurdo». I fatti: il 4 agosto venne emesso il primo provvedimento limitativo dell’ammissione degli ebrei alle scuole italiane. Sempre in agosto, la palla passava al “Regime Fascista”, il quotidiano di Farinacci, che pubblicò una lunga serie di citazioni da fonti cattoliche, tesa a dimostrare che il nascente razzismo fascista era allineato ai dettami della Chiesa. Il Regime Fascista pubblicò, fra l’altro, ampi stralci dagli articoli de “La Civiltà Cattolica” del 1889 [vedi articolo precedente] contrapponendoli alle recenti parole di Pio XI: «Noi ci accorgiamo, alla fine di questo studio vigoroso [quello della Civiltà Cattolica, ndr], che gli Stati e le società moderne, e persino le più sane e coraggiose nazioni d’Europa, l’Italia e la Germania, hanno molto da imparare dai padri della Compagnia di Gesù. E confessiamo che il fascismo è molto inferiore, sia nei propositi, sia nell’esecuzione, al rigore della Civiltà cattolica. Ma confessiamo anche lo stupore doloroso e lo sdegno che ci assalgono quando ci poniamo a considerare questa leale e generosa battaglia dei sapienti e irreprensibili gesuiti, di fronte all’atteggiamento di altri cattolici». E “gli altri cattolici” erano… nientemeno che il Papa: «Se non fossimo cattolici, oggi avremmo accettate con entusiasmo le parole del Santo Padre, così come le hanno accettate e comunisti e massoni e socialisti e giudei e protestanti, che sono i nemici conclamati della Chiesa. »
Il Vaticano si era così messo nella difficile situazione di farsi dare lezioni di dottrina da Farinacci, notissimo ateo, massone e mangiapreti, a meno di smentire la Compagnia di Gesù. Cosa che non fece mai. Anzi, la prima difesa fu affidata alla stessa Civiltà cattolica del 9 settembre, che difese la campagna del 1889, «ispirata dallo spettacolo dell’invadenza e prepotenza giudaica». Vista la scarsa efficacia di questa difesa, intervenne l’ Osservatore romano rimarcando che le frasi rievocate «non sapeva con quale efficacia ed opportunità, all’indomani della caritatevole parola del Santo Padre », non avevano più il valore del momento in cui erano state scritte, perché «risalivano a tempi in cui costumi ed istituzioni non potevano costituire base di confronto alcuno con la vita privata e pubblica dei giorni nostri. (…) Non in nome del principio razzista, così come si dichiara di intenderlo ed applicarlo nel 1938, ma di un principio puramente spirituale contro ogni pericolo per la fede e la civiltà che ad esso si ispirava: cioè contro l’ebraismo, come contro il maomettanesimo, il protestantesimo, il settarismo e contro il comunismo». Mentre l’Osservatore Romano così si divincolava, la rivista dei gesuiti cercava di marcare le distanze: l’antigiudaismo dei nazisti e dei bolscevichi non discendeva da alcuna considerazione religiosa, «anzi era agevolato dall’odio o avversione generale di tali partiti contro ogni religione positiva, anche l’ebraica ». E, difendendo gli articoli del 1889, non ne smentiva una virgola: «Non negheremo però che la forma e lo stile, più che la sostanza del pensiero, possano, dopo quasi cinquant’anni, apparire di qualche acerbità».
Mentre la Chiesa era ridotta a difendersi, il governo agiva. Il Consiglio dei ministri del 2 settembre approvò un decreto «per la difesa della razza nella scuola fascista», col quale tutti gli ebrei, allievi ed insegnanti, furono espulsi dalle scuole pubbliche e private. L’art. 6 stabiliva anche che doveva considerarsi di razza ebraica colui che era nato da geni¬tori entrambi di razza ebraica, «anche se professasse religione diversa da quella ebraica».
Pio XI, ovviamente, non era contento. Ecco le sue dichiarazioni di risposta: «no, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo» « l’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti». Queste dichiarazioni, che sono portate spesso da ambienti cattolici a prova della avversione del Papa alle leggi razziali, sono però da leggersi unitamente a quest’altra frase, contenuta nello stesso discorso: «Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi». Chi aveva “diritto di difendersi” era, beninteso, il regime fascista, non gli ebrei.
Il Duce, comunque, non la prese bene: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio a suggestioni - dichiarò - sono dei poveri deficienti». Il Papa fece finta di niente, e Mussolini tirò effettivamente diritto, facendo approvare al Gran Consiglio del 6 ottobre la “Carta della Razza”. E, un mese dopo, i famigerati decreti-legge.
Dopo l’approvazione delle leggi razziste, il governo fascista si attendeva una forte reazione dal Vaticano. Per questo, principalmente, aveva messo in atto il precedente fuoco di sbarramento. La reazione fu, invece, straordinariamente morbida, e focalizzata su un unico punto, che in chiave di diritti umani può apparire marginale: l’articolo 6, che proibiva anche ai ministri del culto, sotto pena di ammenda, di celebrare i matrimoni misti. L’Osservatore romano del 14 novembre 1938 lamentò che, con le disposizioni riguardanti i matrimoni misti, si fosse violato unilateralmente il Concordato: «Il vulnus inflitto al Concordato è innegabile. Ed è tanto più doloroso in quanto la Santa Sede non solo si è creduta in dovere di far pervenire tempestivamente le sue osservazioni, ma, da parte sua, ha fatto il possibile per evitare la cosa. La stessa Augusta Persona del Santo Padre è direttamente intervenuta con due paterni Autografi: uno diretto al Capo del Governo, l’altro al Re e Imperatore. Ciò nonostante le nuove disposizioni legislative sono state emanate senza intesa con la Santa Sede: la quale si è sentita, con suo vivo rammarico, in dovere di presentare le sue rimostranze, come sappiamo che ha già fatto».
Di fronte a proteste così deboli e circoscritte, non può stupire che il decreto fosse promulgato senza modifiche (19 novembre). La questione non fu più sollevata dal Vaticano in forma pubblica, se non il 24 dicembre, quando, rivolgendosi al Sacro Collegio, Pio XI ricordò che era la vigilia del decennale della Conciliazione. «Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone -diciamo il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo».
Queste parole non aspre verso l’«incomparabile ministro» indeboliscono molto la successiva protesta, incorporata nello stesso discorso, per «l’offesa e la ferita inferta al Suo Concordato, e proprio in ciò che andava a toccare il Santo Matrimonio, che per ogni cattolico è tutto dire». E, dopo quell’occasione, non ne parlò più, né lo fece il suo successore. (Papa Ratti sarebbe morto il 10 febbraio successivo).
A conferma dell’ottima metabolizzazione dei decreti da parte del mondo cattolico, già il 9 gennaio, Padre Agostino Gemelli, francescano e rettore magnifico dell’Università Cattolica, così si esprimeva in un pubblico discorso riportato dalla stampa: «Superato il dissidio fra la Chiesa e lo Stato per merito dell’immortale Pio XI e del Duce d’Italia, che un’alta e augusta voce aveva chiamato impareggiabile, messi da parte gli idoli che rappresentavano la importazione di dottrine non conformi alla tradizione italiana», il popolo italiano era finalmente divenuto di nuovo uno: «uno di schiatta, di ideali. Il merito, lo si deve riconoscere, va a Benito Mussolini, che dopo aver superato e vinto in sé i dissidi dovuti a quelle ideologie, condusse gli italiani a fare altrettanto». Gli strali di Padre Gemelli erano evidentemente rivolti al marxismo. Tuttavia, ce n’era anche per gli ebrei: «Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo ». Se la sono voluta, diceva in sostanza il caritatevole frate. E, con questa frase di un sacerdote particolarmente vicino a Papa Pio XI, si chiude la questione. Le leggi razziali c’erano, e mai più la Chiesa avrebbe trovato a ridire.
Anche il boccone indigesto dei matrimoni misti era velocemente digerito. Il 15 gennaio 1939, l’Osservatore Romano ospitava l’omelia dell’allora vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che così disinvoltamente si esprimeva: «Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici ». Una specie di pietra tombale sulla questione.
Negli anni successivi, le leggi razziali sembrarono piacere sempre di più alla Chiesa e alle sue rinnovate gerarchie. Tanto che, dopo il 25 luglio 1943, il Vaticano, per mezzo del gesuita Tacchi Venturi (uno degli artefici del Concordato) si adoperò perché il governo Badoglio, intento alla delegificazione post-fascista, non abrogasse in toto i famigerati decreti, ma solo quelle parti che erano sgradite alla Santa Sede: tre punti che riguardavano i matrimoni misti e gli ebrei convertiti. Il 29 agosto 1943, Padre Tacchi Venturi riferì al Segretario di Stato di essere stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve, chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma aveva respinto le loro suppliche: preparando la petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni –scrive Tacchi Venturi- «mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto […]guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali ndr] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma ».
Le leggi razziali sarebbero poi state abrogate dopo l’8 settembre 1943, in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani. Protestanti, come ognun sa.

barbara


23 dicembre 2008

La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere

(Prima parte)



Di PIERO DELL’OLIVO e BARBARA MELLA
Presentiamo un’antologia di scritti tratti da pubblicazioni ufficiali della Chiesa Cattolica, nei 50 anni che hanno preceduto le leggi razziali del regime fascista. Nessuno di questi scritti, ad oggi, è stato sconfessato da fonti ufficiali vaticane.

Il corpo principale degli articoli della Civiltà Cattolica del 1889 è stato addirittura ripubblicato dal regime negli anni 1937-38, per provare la consonanza delle leggi razziali in fieri con la dottrina cattolica.
Dopo la salita al potere del nazismo (1933) fonti cattoliche hanno teso a distinguere la posizione della Chiesa dalla dottrina razzista tedesca. In sostanza, la Chiesa, oltre a condannare “gli eccessi”, ossia le violenze fisiche contro gli ebrei, contestava il razzismo “biologico”, che investiva anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo, e, più in generale, l’afflato di neopaganesimo connaturato con il nazismo. Non c’era, invece, sostanziale differenza di giudizio per quanto riguardava gli ebrei non convertiti.

Nel 1889, La Civiltà Cattolica, organo dei gesuiti, pubblica una serie di articoli violentemente antisemiti, successivamente raccolti in un volume. Per cominciare, ecco alcune definizioni di carattere antropologico, riferite a quella razza, che, per le sue immondizie, facea schifo sino ai romani de’ Cesari:
« …Il codice morale dei giudei li autorizza a tutte le infamie: allo spergiuro, all’usura, al furto a danno dei cristiani…
…Che poi questo fior di dottrina morale, abbracciante altre turpitudini, nelle quali ci asteniamo di lordare la penna, non sia predicata a’ sordi, lo sperimentano tutte le popolazioni che dalla compagnia di questa razza sono infestate…
…I delitti caratteristici dei giudei sono gli scrocchi, il falso, l’usura, la captazione, il fallimento doloso, il contrabbando, la falsa moneta, la concussione, la frode e l’inganno sotto ogni forma e con ogni specie di aggravanti.»
La ragione principale delle persecuzioni, inflitte nei secoli al popolo ebraico, sta quindi nella « sua cupidigia insaziabile di straricchire con l’usura, di prepotere con le perfidie e di dominare, tutto invadendo e tutto usurpando, quanto gli è possibile, negli Stati »
L’Italia tutta era «divenuta un regno di ebrei, che avevano saputo gab­bare la moltitudine dei grulli, spacciandosi pe’ più sfega­tati ” patrioti ” della penisola » E «il peggio è che, in grazia dell’eguaglianza civile, della quale il giudaismo è ora in possesso per quasi tutta Europa, la massima parte dei delitti che si commettono da’ giudei, per una via o per un’altra, passa impunita, se pure non ha il premio di nastri e croci da cavaliere, o di titoli baronali»
Il problema giudaico è quindi tutt’uno con quello dei diritti dell’uomo e delle libertà civili. Il tutto nasce dall’apertura dei ghetti:
I « princìpi moderni », ossia i così detti « diritti dell’uomo », furono inventati da’ giudei, per fare che i popoli e i Governi si disarmassero nella difesa contro il giudaismo, e moltiplicassero a vantaggio di questo le armi nell’offesa. Acquistata la più assoluta libertà civile e la patria in tutto coi cristiani e coi nazionali, si aperse agli ebrei la diga che prima li conteneva, ed essi, qual torrente devastatore, in breve penetrarono dappertutto e scaltramente di ogni cosa si impossessarono: l’oro, il commercio, le borse, le cariche più elevate nell’amministrazione politica, nell’esercito e nella diplomazia, l’insegnamento pubblico, la stampa, tutto cadde in mano loro
E come dimenticare la diabolica Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, origine di ogni crimine?
«Dal 1° maggio 1789, giorno in cui si divinizzarono i «diritti dell’uomo», a puro pro de’ giudei, sino al 20 settembre 1870, in cui colle bombe si espugnò Roma e vi si fece prigioniero il Papato, le congiure, i tumulti, le ribellioni, gli assassinamenti, le stragi, le guerre, i fatti così detti « rivoluzionarii », sortirono sempre e da per tutto il medesimo esito, di accrescere l’opulenza agli ebrei e di deprimere e opprimere la civiltà cristiana.
(…)La « libertà » che si è preteso di collocare sul trono, in onta al vero Dio e al suo Cristo, è stata unica­mente in utile degli ebrei.(…) Da tanto spasimo di libertà, di eguaglianza e di fraternità è venuto fuori il dispotismo delle oligarchie tiranniche, a cui si riducono gli Stati ammodernati: e chi guardi dentro scorgerà che sono oligarchie di giudei, o di massoni, vili mancipii de’ giudei. »

La complicità dei protagonisti del Risorgimento era, naturalmente, manifesta: «Colla Sinagoga trescava il Mazzini, i frutti de’ cui amori al Campidoglio di Roma non sono ignoti. Colla Sinagoga il Garibaldi, colla Sinagoga il Cavour, colla Sinagoga il Farini, colla Sinagoga il Depretis »
Non solo il male, ma anche i rimedi erano indicati da La Civiltà Cattolica. Naturalmente, bisognava estirpare alle radici l’origine del male:
«Finché son tenuti in auge gl’insidiosi « diritti dell’uomo », promulgati nel 1789, e gli Statuti parlamentari, come oggi si praticano, non vi è umana speranza di liberazione cristiana dal giogo ebraico-massonico che spossa e perverte le popola­zioni. »
Oltre a questi rimedi “politici”, anche la confisca dei beni era assai ben vista: «Che la confisca sia giusta, chi può dubitarne? La maggior parte de’ tesori che i giudei posseggono, è roba di malo acquisto: colla frode, coll’usura, colle truffe l’hanno messa insieme; e se non si pone un termine allo scandaloso loro accumulamento, fra poche decine d’anni, quasi tutto il capitale mobile ed immobile de’ cristiani sarà preda loro».
E qui inizia un lungo cammino dialettico, che si protrarrà per 50 anni, sulla legislazione più opportuna da mettere in atto: in tutti i paesi cattolici, ma soprattutto in Italia La soluzione saggia, «conciliatrice de’ diritti dei popoli cristiani colla carità e giustizia dovuta agli ebrei » era quella di «tornare indietro e rifare la strada che si era sbagliata. Se non si rimettono gli ebrei al posto loro, con leggi umane e cristiane sì, ma di eccezione, che tolgan loro «l’uguaglianza civile», a cui non hanno diritto, che anzi è perniciosa non meno ad essi che ai cristiani, non si farà nulla o si farà ben poco, dato che l’esperimento di molti secoli e quello che facciamo ora ha dimostrato e dimostra che la « parità dei diritti » coi cristiani, concessa loro negli Stati cristiani, ha per effetto l’oppressione dei cristiani per fatto loro, o i loro eccidii per parte dei cristiani; ne scende di conseguenza che il solo modo di accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani è quello di regolarlo con leggi sane, che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai cristiani di offendere quello degli ebrei» Non si può immaginare un prologo migliore ai decreti del 1938: e infatti il fascismo ne fece, come vedremo, ampio uso.
Meglio di tutto, naturalmente, sarebbe la conversione dei giudei, che «farebbe riversare in vantaggio della Chiesa le immense ricchezze, che il giudaismo possiede e la sconfinata influenza ch’esso quasi da per tutto ora esercita. Ma, aggiunge la Civiltà Cattolica, si tratta di soluzione di troppo lenta attuazione: mentre, per le nazioni cattoliche, «gli ebrei mo­derni sono il flagello della giustizia di Dio; e (…) tutto il dolce del liberalismo finisce per attirarle fra le strette della vorace piovra del giudaismo. »
Nei primi decenni del secolo XX, La Civiltà Cattolica ritorna più volte sul tema, rivendicando la bontà e la preveggenza delle tesi precocemente svolte nel 1889. Per esempio, nel 1928:
«Resta il pericolo[giudaico] incalzante ogni giorno di più; ed è merito riconosciuto del nostro periodico - possiamo dirlo con sincerità - di averlo costantemente denunciato fin dalle origini e a mano a mano documentatone, con buone prove di ragioni e di fatti, la frequente e innegabile alleanza con la massoneria, la carboneria o altre sètte congreghe, camuffate in apparenza di patriottiche, ma in verità, fluttuanti, o intese di proposito al sovvertimento, quantunque mai confessato, della società contemporanea, religiosa e civile. »
Il fatto nuovo degli anni ’30 è l’avvento al potere in Germania del Partito Nazionalsocialista. Sull’antisemitismo nazista la Chiesa è costretta ad alcuni distinguo, sempre affidati alla Civiltà Cattolica (1934): nel commentare alcuni scritti nazisti, si concorda sull’«esistenza e la gravità del pericolo ebraico», tanto che «non neghiamo che anche costoro [i nazisti ndr] apparirebbero scusabili, e forse pure degni di encomio, se la loro posizione politica contenessero dentro i limiti di una tollerabile resistenza ai maneggi dei partiti e delle organizzazioni giudaiche». Ciò che non andava bene alla Civiltà Cattolica era il «neopaganesimo» degli scrittori nazisti e la loro «costante pertinacia a voler travolgere nelle stesse accuse mosse al giudaismo chi meno avrebbero dovuto: i Papi, i cattolici, anzi il cattolicismo in quanto tale» Insomma: se la prendessero i nazisti con gli ebrei, e lasciassero in pace i cattolici.
Ciò puntualizzato, l’organo dei gesuiti poteva tornare a ribadire i suoi vecchi stereotipi, avvicinandosi al contempo alla propaganda fascista in tema di demoplutogiudaicocrazie. Per esempio (1936): «I giudei sono ricchi, ma d’una ricchezza differente da quella degli altri uomini, la quale, anziché far loro temere il comunismo, ne fa loro sperare guadagno. Essi sono capi­talisti nel senso moderno della parola, cioè speculatori e traf­ficatori di denaro […]. Il loro prototipo è il banchiere. Tutta la sua proprietà reale si riduce, insomma, ad un cassetto e ad un portafoglio. In questo cassetto ed in questo portafo­glio il banchiere mette il denaro, che gli si porta senz’altra garanzia che la fiducia di cui gode, e ne cava il denaro, che gli si domanda e che egli presta, ma con garanzie del tutto solide e reali. A questo solo, gesto e alla relativa scrit­tura si riduce tutto il suo lavoro».
E il tema del comunismo (qui chiamato internazionalismo, « di crea­zione giudaica ») affiora sempre più spesso, a fare da puntello politico a una visione che era stata soprattutto religiosa: «Per conquistare il dominio del mondo, il giudaismo si serve delle due potenze più efficaci di dominazione del mondo: l’una materiale, l’oro, che è al presente il padrone suprema del mondo, e l’altra ideale, l’internazionalismo. Quanto all’oro, già lo ha in massima parte in mano. Gli resta da accaparrarsi l’internazionalismo».
Il quale internazionalismo va, d’altra parte, a braccetto col capitalismo giudaico: «Sia o non sia consapevole l’ordinamento del capitalismo giudaico prima dell’impoverimento dei non giudei e poi dell’asservimento del mondo, resta sempre il fatto, noto a tutti, dell’aspirazione dell’anima giudaica al messianismo temporalistico della dominazione del mondo, sia per mezzo dell’oro, sia per mezzo della rivoluzione mondiale comunista, comunque si voglia spiegare la connessione del capitalismo con lo spirito rivoluzionario nell’anima giudaica. E resta parimente chiaro ed evidente che questa mentalità giudaica è un pericolo permanente per il mondo, sino a quando rimane tale. » Riconosciuta questa attitudine giudaica come incorreggibile, la Civiltà Cattolica, sempre nel 1937, concludeva che essa attitudine «si poteva soltanto tenerla a freno con il “ghetto”, cioè con restrizioni giuridiche e coercitive, senza persecuzioni, in modo adatto ai nostri tempi»
Vista la data in cui queste proposte venivano formulate, non riusciamo a immaginare un miglior puntello per le leggi razziali del 1938. E i fascisti concordavano, come vedremo nella prossima e ultima puntata.
(1 – Continua)


17 dicembre 2008

FINI NON CONOSCE LA STORIA!

Così ha dichiarato padre Giovanni Sale, di “Civiltà Cattolica”.

DISCRIMINAZIONI SOAVI

Da Critica liberale n. 120


di Felice Mill Colorni


Nei giorni immediatamente successivi al 25 luglio 1943 il governo Badoglio procedeva allo smantellamento di gran parte delle leggi e delle strutture portanti del regime fascista. Si salvarono però le leggi di discriminazione razziale contro gli ebrei. Omissione stupefacente, dato che la politica antisemita del fascismo non era mai stata altrettanto popolare né aveva goduto dello stesso consenso di massa di cui aveva fruito il regime negli “anni del consenso”.
La principale ragione di quell’omissione è ampiamente nota agli storici, ma non all’opinione pubblica anche qualificata ed informata, quell’opinione pubblica cui, esibendo un analfabetismo civile che sfida il grottesco, la maggior parte dei giornalisti e dei politici italiani vorrebbe far credere che la Chiesa cattolica sia stata per secoli antesignana e paladina dell’affermazione dei diritti umani e della “dignità della persona umana”, anche indipendentemente dalle appartenenze religiose.
La mancata tempestiva abrogazione delle leggi razziali fu dovuta principalmente all’intervento del Vaticano, tramite il padre Pietro Tacchi Venturi, uno dei più eminenti gesuiti del tempo, già grande tessitore della “conciliazione” fra Papato e Italia fascista, e intellettuale cattolico così autorevole e qualificato da essere stato imposto a Gentile nella redazione dell’Enciclopedia italiana come ufficioso controllore e supervisore cattolico.
Nella sua veste di rappresentante non ufficiale del Vaticano presso il governo italiano, il 10 agosto 1943 Tacchi Venturi «scrisse al Segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Luigi Maglione. Suggeriva di cogliere l’occasione del rovesciamento del vecchio regime per ottenere un cambiamento delle leggi razziali. Ma quello che aveva in mente l’inviato del Vaticano non era il cambiamento delle leggi antiebraiche. Anzi, rispecchiando le preoccupazioni di Pio XI di cinque anni prima*, proponeva che il Vaticano prendesse l’iniziativa di espungere solamente le clausole che discriminavano gli ebrei convertiti al cattolicesimo. Il 18 agosto il cardinale Maglione rispose con entusiasmo a questa proposta, presumibilmente dopo averne discusso con Pio XII. Disse a padre Tacchi Venturi di fare il possibile per ottenere tre cambiamenti nelle leggi razziali: primo, le famiglie formate da coppie costituite da cattolici di nascita ed ebrei convertiti al cattolicesimo dovevano d’ora in poi essere considerate pienamente “ariane”; secondo, gli individui che si accingevano a diventare cattolici all’epoca in cui le leggi razziali erano entrate in vigore (1938) ed erano stati successivamente battezzati dovevano essere considerati cattolici e non ebrei; terzo, i matrimoni celebrati fin dal 1938 tra cattolici di nascita e cattolici che fossero nati ebrei dovevano essere considerati validi dal punto di vista legale. Il 29 agosto padre Tacchi Venturi riferì di nuovo al Segretario di Stato. Dall’epoca della sua ultima lettera era stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma, come riferiva l’inviato del Vaticano, aveva respinto le loro suppliche. Preparando la sua petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni, “mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto [...] guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma”. [Questa la ricostruzione di David I. Kertzer, I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell’ascesa dell’anti-semitismo moderno, Rizzoli, pp. 302 ss., tondo mio; ma l’episodio non è controverso].
In conseguenza di questo passo della Santa Sede, le leggi razziali fasciste contro gli ebrei non furono abrogate per un atto di volontà autonoma dello Stato italiano all’indomani della caduta del fascismo, ma solo più tardi, e in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani.
I «principii e le tradizioni della Chiesa cattolica» cui faceva riferimento Tacchi Venturi nella sua lettera, venivano da lontano. Come scrive lo storico Giovanni Miccoli, «vi è, preesistente e decisiva, l’idea che una legislazione speciale rappresentava un progresso, un passo avanti, rispetto all’egualitarismo giuridico dell’età liberale, e che quelle legislazioni speciali, opportunamente corrette, potevano costituire anch’esse una tappa per cancellare i disordini creati da una concezione falsa e pericolosa di libertà e di uguaglianza.» [Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2000, tondo mio].
In un libro di sei anni fa, che non ha avuto la risonanza che avrebbe meritato, Ruggero Taradel e Barbara Raggi hanno ricostruito questo coerente e ininterrotto atteggiamento della Chiesa cattolica ufficiale attraverso la vicenda di un secolo di storia di quell’organo ufficioso della Santa Sede che era ed è la “Civiltà cattolica” [La segregazione amichevole. “La Civiltà Cattolica” e la questione ebraica 1850-1945, Roma, Editori Riuniti, 2000].
“Segregazione amichevole”, discriminazione “soave” (come allora scrivevano i padri gesuiti) e senza più persecuzione, riproposizione di pregiudizi e stereotipi secolari anche se questi possono essere presi a pretesto per attacchi violenti o per istigazione all’odio sociale da parte di imprenditori politici razzisti e populisti, contemporaneo e un po’ ipocrita riconoscimento della necessità di rispettare (e tutelare dalla violenza così stimolata) individui ancora oggetto di pregiudizi diffusi, purché non pretendano però parità di diritti: tutto questo ricorda qualcosa di maggiormente legato all’attualità?
Quel che non si fa più con gli ebrei è esattamente quel che la Chiesa cattolica e i politici a lei maggiormente asserviti dicono, propongono e interdicono oggi per gli omosessuali.
Gli italiani vivono, da anni, sotto una campana mediatica che fa loro apparire normale quel che in una democrazia liberale normale non è. E come tutti i popoli che hanno vissuto esperienze analoghe, non si accorgono di ragionare secondo quel che la campana suggerisce. L’Italia è ormai, con Austria e Irlanda, il solo paese dell’Europa occidentale a non garantire alcuna tutela giuridica alle coppie gay. E perfino una proposta ultramoderata e ben lontana dal riconoscere la parità di diritti, come quella del pacs, è motivo di opposizioni isteriche, e di “amarezza” anche nel centrosinistra.
Anche a voler essere indulgenti con chi deve fare i conti con il peso di una storia millenaria, che differenza concettuale c’è fra la discriminazione sulla base della “razza” e la discriminazione sulla base di altre caratteristiche ascritte dell’identità individuale? (2-3-2006) qui

*Discorso al Sacro Collegio 24/12/1938

"Occorre appena dire, ma pur diciamo ad alta voce, che, dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle eccelse persone - cioè il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - cui si deve se l'opera tanto importante, e tanto benefica, ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo".

Molto altro ancora si potrebbe dire, ma per il momento, forse, potrà bastare.

barbara


10 settembre 2008

E I SARDI?

EMILIO LUSSU

Sardegna, Ebrei e “razza italiana”

In “Giustizia e libertà”

n.38 30 novembre 1938 pag.3

Le Journal des Débats pubblica, tra il serio ed il faceto, uno scrit­to in cui si attribuisce a Mussolini il proposito di relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani. Con i tempi che corrono, queste cose vanno prese sempre sul serio. Come sardo, nato in Sardegna e rappresen­tante di sardi, io mi considero direttamente interessato.
Il decalogo della razza bandisce non solo gli ebrei, ma anche sardi dalla «razza italiana». È quindi logico che il Regime abbini la nostra sorte.
Il comandamento IV del decalogo dice: «La popolazione dell'Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana. Questa popola­zione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra Penisola». Siccome la Sardegna non fa parte della Penisola ma è un'isola, l'af­fermazione suesposta non tocca i sardi né punto né poco.
Nel comandamento V è detto: «Per l'Italia nelle sue grandi li­nee la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa». Che s'intende qui per Italia? Italia peninsulare, co­me afferma il comandamento IV, oppure Italia in generale e quin­di anche insulare? Nel primo caso, ogni discussione è oziosa. Nel secondo caso, la Sardegna è rimasta razzialmente quella che era mille anni fa: non ariana.
Secondo il decalogo, pertanto, i sardi non sono mai stati e non sono di razza ariana.
Questa conclusione, che è la conclusione logica ricavata dal ma­nifesto razzistico, deve essere giudicata offensiva da quei pionieri della scienza antropologica ed etnografica che, essendo sardi di pu­ra e incontaminata razza sarda, hanno redatto o firmato il docu­mento, scientificamente convinti di appartenere alla razza ariana. È il caso del prof. L. Busincu, firmatario del manifesto, e dei dottori Zonchello, Cao, Pintus, Maxia e Pirodda, i quali hanno dato pub­blica adesione al manifesto, attraverso la lettera che il prof. Castaldi, direttore dell'Istituto di Anatomia Umana Normale presso l'Università di Cagliari, ha inviata al ministro della Cultura Popolare. E, se non faccio involontario errore, sono portato a ritenere che lo stesso professor Castaldi abbia nelle vene tre quarti di sangue sardo e solo un quarto di sangue ariano.
Vero è che il comandamento IX del decalogo introduce e, nello stesso tempo, elimina un dubbio, quando dice: «Dei semiti, che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della patria nulla in generale è rimasto».
Come sarebbe a dire? E la Sardegna che è? E i sardi che sono? Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo anda­re fino in fondo. Noi non l'avremmo posta per primi, ma tant'è: poi­ché ci siamo, ci vogliamo stare. È tempo che anche noi sardi ci pro­clamiamo francamente razzisti.
Dei semiti, in Sardegna è rimasto parecchio, e in generale e in particolare. Noi ci teniamo e non molliamo d'un millimetro, do­vessimo tutti farci misurare l'indice cefalico da una commissione speciale della Società delle Nazioni.
Noi abbiamo il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani. Che fa il prof. Taramelli, diventato senatore del Regno per meriti scientifici e fa­scisti? Non parla? E che ha egli mai fatto in quarant'anni, se non rigirarci, noi sardi, da tutte le parti e ritrovarci tutti semitici? E che eravamo noi fino alla seconda guerra punica? L'eroe nazionale sar­do della Resistenza a Roma, Amsicora, era un sardo-cartaginese, semitico al cento per cento.
Roma repubblicana e imperiale ci ha fatto a pezzi, proprio come fa adesso Roma fascista, ma noi restiamo sempre quello che siamo: semitici. Noi ci riconosciamo tutti fra di noi, in qualunque parte del mondo ci troviamo: a Roma, a Parigi o a New York. Purché, benin­teso, non vi siano arabi o ebrei. Noi non conosciamo la noia, il cui nome non esiste neppure nella nostra lingua, talmente c'è rimasto profondo il ricordo del deserto, il cui orizzonte appaga pienamente lo sguardo e i sogni d'un solitario in Arabia o in Africa. E basta una melopea cantata in Logudoro, a Bengasi o a Aden perché ci sentia­mo tutti incantati e legati alla primitiva vita degli avi comuni.
E le migliaia di Nuraghe, monumenti di una gran civiltà sarda prei­storica, che coronano ancora i punti strategici dell'isola, nemmeno il decalogo razzista potrebbe attribuire ad ariani. Chi erano i loro co­struttori? Invasori scandinavi o guerrieri del Sud mediterraneo?
Civiltà ariana passi (anche gli ebrei italiani sono a civiltà aria­na), ma non razza ariana. Ohibò! il solo nome ci irrita e può tra­scinarci ai più gravi eccessi.
Sulle nostre terre non sono passati né cimbri né teutoni, né ger­mani né celti, né goti o visigoti, né longobardi né franchi, né nor­manni né tedeschi né austriaci. Neppure greci, se non quelli dell'Impero bizantino, e solo burocrati che non avevano sufficiente fortuna per comprarsi una carica a Bisanzio. E i Vandali vi han fatto un'appa­rizione fugace, senza neppure aver avuto il tempo di consumarvi un paio di sandali. Pisani e genovesi, che hanno scorrazzato per la Corsica in lun­go e in largo, in Sardegna non hanno mai avuto fissa dimora, paghi di vendere le loro mercanzie sulla costa, senza confondersi con gli abitanti. I pochi castelli pisani sembra fossero stati appositamente preparati da furieri d'alloggio aragonesi. Aragonesi e spagnoli vi hanno vissuto da feudatari, son pochi armati, sempre paventando agguati e imboscate, importando tutto dalla madre-patria, uomini e spose. In due secoli di vita comune con il Piemonte e con l'Italia ariani, sono stati celebrati in Sardegna matrimoni misti meno di quanto se ne possano combinare, in un anno a Torino o a Genova.
Noi siamo rimasti semitici.
Basta un nonnulla per commuoverci, semiticamente, e far par­lare in noi la voce del sangue. Il racconto della distruzione di Cartagine ci stringe il cuore come la notizia di un disastro familiare recente. E non v'è un sardo dabbene che, leggendo Virgilio, non si intene­risca per la dolce bontà con cui la nostra Didone, semitica, accolse ospitale quel furfante e vagabondo di Enea, ariano. E non senta odio per l'avventuriero fedifrago che, abbandonata la generosa regina, ebbe dagli dei non pene ma premi. I figli di Enea compensano be­ne i doni della pia regina...
Noi reclamiamo rispetto per i nostri padri e per il nostro sangue. Fino al decalogo razzistico del luglio scorso, di scienziati che ab­biano messo in dubbio la nostra origine semitica, ve ne è stato uno solo: il prof. Lidio Cipriani, docente di Antropologia all'Università di Firenze. Egli ha sostenuto la nostra origine mongolica. I sardi al­tro non sarebbero che i resti di un popolo mongolico, disperso da in­vasori implacabili, e di cui non si trovano tracce, oltre che in Sardegna, che in una parte staccata del Giappone del Nord. La distanza è un po' forte, come ognuno può controllare sulla carta geografica.
Speravamo che il prof. Cipriani correggesse le sue congetture e c'imparentasse con i cinesi, ché di giapponesi non vogliamo senti­re parlare; ma quando lo abbiamo visto, improvvisamente, in testa ai firmatari del decalogo razzistico, ci son sorti nuovi dubbi sull'essenza della sua autorità scientifica.
Possiamo pertanto considerare chiuso il breve incidente mon­golico e ritenerci ancora semitici puri.
Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani venga­no a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno ac­colti da fratelli. La famiglia semitica uscirà rafforzata da questa nuo­va fusione. Semitici con semitici, ariani con ariani.
Mussolini va lodato per tale iniziativa. Anche perché rivela, ver­so noi sardi, un mutato atteggiamento.
Nel 1930, davanti a un giornalista e uomo politico francese che gli aveva fatto visita, pronunziò parole e propositi ostili contro l'i­sola fascisticamente malfida, e affermò che avrebbe distrutto la no­stra razza, colonizzandoci con migliaia di famiglie importate da al­tre regioni d'Italia. Egli mantenne la parola e popolò le bonifiche sarde di migliaia di romagnoli e di emiliani.
Ma, a difesa della razza sarda, vigilavano impavide le zanzare, di pura razza semitica. L'immigrazione ariana è stata devastata dal­la malaria e ora non ne rimane in piedi che qualche raro esempla­re superstite.
Con gli ebrei, sarà un'altra questione. Essi saranno i benvenuti per noi e per le zanzare fedeli, le quali saranno, con loro, miti e di­screte come lo sono con noi.
Sardi ed ebrei c'intenderemo in un attimo. Come ci eravamo in­tesi con gli ebrei che l'imperatore Tiberio aveva relegato nell'isola e che Filippo II di Spagna scacciò in massa. Quello fu un gran lut­to per noi.
Ben vengano ora, aumentati di numero. Che razza magnifica uscirà dall' incrocio dei due rami!
Per quanto federalista e autonomista, io sono per la fusione dei sardi e degli ebrei. In Sardegna, niente patti federali. I matrimoni misti si faranno spontanei e la Sardegna sarà messa in comune. E quando saremo ben cementati, chiederemo che ci sia concesso il di­ritto di disporre della nostra sorte. L'Europa non vorrà negare a noi quanto è stato accordato ai Sudeti. Una Repubblica Sarda indipen­dente sarà la consacrazione di questo nuovo stato di fatto. Il presi­dente, almeno il primo, mi pare giusto debba essere un sardo, ma il vice-presidente dovrà essere un ebreo. Modigliani può contare sul nostro appoggio che gli sarà dato lealmente. Penso che do­vremmo respingere la garanzia delle grandi potenze mediterranee e svilupparci e difenderci da noi stessi. Se gli ebrei d'Europa e d'America vorranno accordarci la decima parte di quanto hanno speso in Palestina, è certo che la Sardegna diventerà, in cinquant' anni, una delle regioni più ricche e deliziose del mondo, la cui cultura non avrà riscontro che in poche nazioni avanzate.
Ciò non toglie che i nostri rapporti non possano essere buoni, ini­zialmente, anche con l'Italia ariana; ma, da pari a pari. Vi sarà uno scambio di prodotti, e noi potremo, data la ricchezza delle nostre sa­line, rifornire l'Italia ariana, specie di sale, ché ne ha tanto bisogno. Naturalmente, non accoglieremo tutti gli ebrei italiani. Ve ne so­no parecchi che, per noi, valgono gli ariani autentici. Il prof. Del Vecchio, per esempio, noi non lo vogliamo. E vi saranno parecchi ariani di razza italiana che noi terremo a fare semitici onorari. Problemi tutti che risolveremo presto e facilmente.
V'è la questione del re-imperatore che, come si sa, ha fatto la sua fortuna come re di Sardegna. Si ha l'impressione che il deca­logo razzistico sia stato compilato anche per lui. Non esiste infatti nessuna famiglia, in Italia, meno italiana della famiglia reale: essa non appartiene più alla razza italiana pura. Di origine gallica, i ma­trimoni misti l'hanno corrotta a tal punto che il sangue straniero vi è in predominio palese. E il principe ereditario, figlio di una mon­tenegrina è sposato con una belgo-tedesca; una principessa con un tedesco, e un'altra con uno slavo-bulgaro. Ariani ma non italiani. La futura Repubblica Sarda sarà magnanime anche col re di Sardegna. Lo accolse l'isola, fuggiasco dall'invasione giacobina, lo accoglierà ancora una volta, profugo dal dominio ariano-italico. L'isola dell'Asinara gli sarà concessa in usufrutto fino all'ultimo dei suoi discendenti. E potrà tenervi corte, liberamente, a suo piacere.

Ci sia concesso ora dare uno sguardo all'avvenire, sì ricco di promesse, in mezzo a tanti disastri presenti. Noi vediamo già gli ebreo-sardi dominare il Mediterraneo: una talassocrazia di scelta razza semitica, sui solchi delle vele fenicie. Dopo Mosè, Giosuè e i Maccabei, gli ebrei non conobbero glorie militari. Ma la Sardegna è una stirpe guerriera. Dalla fusione, scaturirà un popolo scientifi­camente audace, che non avrà nulla da invidiare ai figli di Romolo e ai granatieri di Pomerania. Sarà l'ora dei Vichinghi del Sud. Sarà l'ora dell'arrembaggio. E verrà la resa dei conti. La razza ariana ­italica avrà parecchie gatte da pelare con noi. Dalla Sardegna, par­tirà la crociata per la riconquista dell'Italia perduta.
E sarà una crociata con la croce. Cristo era ebreo, e la critica sto­rica non dà per certo che fossero ebrei i suoi persecutori. Giuda pa­re fosse un levantino, ariano dunque, fuggito in Palestina per debi­ti. Chi trascinò Cristo al patibolo non fu re Erode, semitico, ma il proconsole romano, ariano. Erode comandava in Galilea, come og­gi il bey comanda a Tunisi. Il destino pose fino da allora l'antago­nismo, che è universale, fra Cesare ariano e Cristo semitico. Questo è il senso dell'opposizione fra razza ariana e razza semitica. Nel conflitto, chiusi gli occhi su inezie e quisquilie, noi siamo per Cristo.
Crociata con la croce dunque. Croce solida e dritta, non ritorta come lo scorpione della croce gammata. Croce, impugnata come una spada. E giù botte da orbo.

Purtroppo non ricordo chi mi ha mandato questo strepitoso pezzo, parecchio tempo fa: se è qualcuno che gira da queste parti, colgo l’occasione per ringraziarlo/a pubblicamente.

barbara


7 settembre 2008

SETTANT’ANNI FA (2)

 REGIO DECRETO LEGGE n. 1381

del 7 Settembre 1938

PROVVEDIMENTI NEI CONFRONTI DEGLI EBREI STRANIERI

Ritenuta la necessità urgente ed assoluta di provvedere;
Visto l'Articolo 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n. 100;
Sentito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Duce, Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro Segretario di Stato per l'interno;

Abbiamo decretato e decretiamo:

Articolo 1.

Dalla data di pubblicazione del presente decreto-legge è vietato agli stranieri ebrei di fissare stabile dimore nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo.

Articolo 2.

Agli effetti del presente decreto-legge è considerato ebreo colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.

Articolo 3.

Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte a stranieri ebrei posteriormente al 1° gennaio 1919 s'intendono ad ogni effetto revocate.

Articolo 4.

Gli stranieri ebrei che, alla data di pubblicazione del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo e che vi abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1° gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia e dei Possedimenti dell'Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto. Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno espulsi dal Regno a norma dell'Articolo 150 del testo unico delle leggi di P.S., previa l'applicazione delle pene stabilite dalla legge.

Articolo 5.

Le controversie che potessero sorgere nell'applicazione del presente decreto-legge saranno risolte, caso per caso, con decreto del Ministro per l'interno, emesso di concerto con i Ministri eventualmente interessati.

Tale decreto non è soggetto ad alcun gravame né in via amministrativa, né in via giurisdizionale. Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e sarà presentato al Parlamento per la conversione in legge. Il Duce, Ministro per l'interno, proponente, è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.

Ordiniamo

che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 7 Settembre 1938-Anno XVI

************

All’interno del già delirante fatto di inventarsi una razza ebraica e, addirittura, una razza italica; al di là della mostruosità di privare dei cittadini italiani della cittadinanza italiana, c’è l’ulteriore delirio, l’ulteriore mostruosità della situazione di Trieste e del Trentino-Alto Adige. Queste terre erano state annesse all’Italia con la conclusione della prima guerra mondiale, e tale situazione fu ufficialmente codificata nel Trattato di Versailles, nel giugno del 1919. Ciò significa che a partire da tale data i cittadini, prima austriaci, di Trieste e del Trentino-Alto Adige, diventano cittadini italiani. Adesso, con questi articoli delle leggi razziali – la cui messa a punto con ampliamenti e aggiunte e precisazioni e rettifiche, là dove erano state inizialmente formulate in modo troppo morbido, proseguì fino al 1944 (sì, con una guerra ormai persa e una nazione in ginocchio e gli angloamericani in casa e bombardamenti quotidiani, ci si preoccupava ancora di vietare agli ebrei di raccogliere lana da materassi o di allevare piccioni viaggiatori o di fare i facchini) – vengono privati della cittadinanza italiana tutti gli ebrei che l’avevano acquisita posteriormente al 1° gennaio 1919, fra i quali rientrano tutti gli abitanti delle suddette aree; vale a dire che dei cittadini che NON erano venuti in Italia bensì l’Italia era andata in casa loro, che NON avevano chiesto di diventare cittadini italiani bensì la cittadinanza italiana era stata loro imposta d’autorità, ora vengono privati di tale cittadinanza senza, peraltro, avere la possibilità di acquisirne o riacquisirne un’altra.

PER NON DIMENTICARE

barbara


7 giugno 2008

LUNGO VIAGGIO ATTRAVERSO IL PREGIUDIZIO

Noi ebrei italiani siamo diversi – mi diceva mio padre -, non ci distinguiamo dagli altri cittadini italiani: abbiamo fatto l’Italia insieme con gli altri italiani, abbiamo fatto le guerre del Risorgimento, abbiamo fatto la guerra del 1915-18. Cavour aveva un segretario ebreo, il barone Artom; Daniele Manin, che ha guidato l’insurrezione di Venezia nel 1849, era ebreo. Queste cose che capitano agli ebrei degli altri paesi, in Italia non possono succedere. Dobbiamo ringraziare il Re Carlo Alberto, che ci ha tirati fuori dal ghetto.

Si sbagliava. Era il marzo del 1938 quando il padre di Guido Fubini esprimeva queste certezze: sono bastati pochi mesi a travolgere, oltre alle certezze, tutte intere le loro vite e quelle di decine di migliaia di ebrei italiani. Il pregiudizio è naturalmente quello antiebraico, e il viaggio attraverso di esso è lungo una vita intera, dato che ancora oggi, come purtroppo abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, è tutt’altro che sconfitto. E attraverso quel pregiudizio che ha segnato tutta intera la sua vita, dalle leggi razziali alle deportazioni al nuovo (nuovo?) antisemitismo che prende a pretesto l’esistenza di Israele, Fubini ci accompagna per mano: vale la pena di seguirlo.

Guido Fubini, Lungo viaggio attraverso il pregiudizio, Rosenberg & Sellier



barbara


16 febbraio 2008

GLI EBREI SONO RICCHI

Ecco il testo parziale o integrale di alcuni decreti di confisca pervenuti alla Commis­sione presieduta da Tina Anselmi.

28 marzo '44. Il Capo della Provincia di Vicenza decreta la confisca dei seguenti beni di proprietà dell'ebreo Simcha Schaechetr, da Montecchio Maggiore: 1 paio zoccoli vecchi di legno, 1 vestaglia da camera, 1 giacca pelliccia fuori uso, 1 sacco di tela, 9 paia di calze da uomo di cotone usate, 8 paia di calze da donna in seta usate, alcuni stracci vec­chi usati. Detti beni passano in gestione all'Egeli».

25 gennaio '44. Il Capo della Provincia di Brescia decreta il sequestro dei seguenti beni di proprietà dell'ebreo Arditi Davide, residente a Gavardo: 1 paio occhiali cerchiati oro, 1 ferro da stiro, 2 carte annonarie per zucchero, grassi e sapone, 2 carte annonarie di ve­stiario, 5 materassi di lana, 8 federe, 1 vestaglia da camera da donna, 3 tappetini scendi­letto, 5 libri di soggetto religioso ebraico, 4 paia di mutande da uomo, 1 scatola conte­nente oggetti da toletta, 1 borsa a rete contenente piccoli gomitoli di lana, 4 piccoli sac­chetti porta pettini, 1 piccolo pacchetto di uncinetti ed aghi per le calze, 1 termometro per febbre, 1 schiaccianoci, 1 canna di legno per stendere la pasta (per fare tagliatelle), 2 me­stoli piccoli, 2 scola-pasta, 2 pettini...».

16 marzo '44. Il Capo della Provincia di Pavia. Decreta la confisca a favore dello Stato della pensione n. 3.507.165 intestata a Guastalla Ester di razza ebraica, vedova di ex Commissario di PS. Partita ammontante a:L. 9.264 annue lorde; caroviveri L. 780; assegno tem­poraneo di guerra L. 2.775 annue».

10 marzo '44. Il Capo della Provincia di Vene­zia. Ritenuto che la ditta Brandes Oreste fu Riccardo è di razza ebraica, dispone la confisca a favore dei seguenti beni: Polizza assicurazioni in Buoni del Tesoro 4%.. 4 paia calze rammenda­te. 4 paia calze bambino. 2 bicchieri. 2 spazzole vestiti. 1 cucchiaino piccolo bambino...».

16 marzo '44. Il Capo della Provincia di Brescia. Visto che la signora Ascoli Elisa, vedova Levi, appartenente a razza ebraica, è proprietaria di un mulino e 7 piò bresciani di terre­no in Comune di Borgo San Giacomo, decreta: la confisca a favore dello Stato dei suddetti immobili, distinti in mappa... e trasferiti per la gestione e il successivo realizzo all'Egeli».

27 marzo '44. Il Capo della Provincia di Modena. Confisca dei seguenti beni apparte­nenti a Pincherle Maurizio, residente a Bologna: Casa civile ad uso abitazione, in Comune di Montese. Appezzamento di terreno coltivato ad orto adiacente al fabbricato. Tutti gli arredi e suppellettili, come da inventario: 8 quadri alle pareti, 2 coperte per stirare, 1 paio di pantofole, 1 portacarta igienica, 1 portafiori rotto, 2 corna di bue, 1 portasapone, 2 cati­nelle di terra, 1 mattarello, 1 mestolo di rame, 1 coperchio, 1 ramaiolo d'alluminio, 1 pa­della, 1 mazzo carte da gioco, 1 cesta contenente pacchi di lettere, 1 scala a pioli, 2 lampa­dine rotte, 1 rastrello, 3 bandiere tricolori italiane, 1 cassetta da gioco a birilli...».

Ancora un paio di espropri a questi sporchi capitalisti ebrei, e vincevamo la guerra, garantito.


barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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