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Diario


2 agosto 2010

LETTERA APERTA A MAHMOUD ABBAS

Gentile presidente Mahmoud Abbas, nom de guerre Abu Mazen, giusto per non rischiare di dimenticare che lei è un uomo di pace (anche se, mi permetta di dirlo, essendo abituato a trattare con persone più o meno "normali", l'avere a che fare con identità e personalità multiple mi mette un tantino a disagio), ho appreso con grande interesse (sì, lo confermo, davvero grande interesse) che lei, in qualità di Presidente dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato che, qualora venisse creato uno Stato palestinese nelle regioni di Giudea e Samaria, i cittadini israeliani “non vi potranno mettere piede”. Ha anche aggiunto che “nessun militare ebreo” potrà far parte di forze internazionali che eventualmente dovessero stazionare nelle terre dello stato palestinese. Ed infine, leggo ancora, lei ha dichiarato anche che nessun cittadino israeliano potrà vivere nello stato che lei si augura di presiedere in un prossimo futuro.
Uno stato Judenrein.
Ed ora le spiego le ragioni del grande interesse che queste Sue affermazioni mi hanno suscitato.
Ho sempre saputo ed affermato che le persone più vicine ai suoi ideali politici e culturali sono strettamente legate agli ideali nazisti di Hitler e del di lui amico Gran Muftì Haji Amin al Husseini; molti, tuttavia, non davano ascolto a questa mia opinione anche a causa del lungo tempo trascorso da quegli avvenimenti - ai quali Lei, peraltro, ha ritenuto di dover dedicare la Sua tesi di laurea allo scopo di sminuirne la portata e negarne la gravità.
Ora, e la ringrazio, lei mi dà la dimostrazione che quanto io ho sempre sostenuto è assolutamente vero ed attuale.
Grazie, signor Presidente
Emanuel Segre Amar

Nota aggiuntiva per i lettori: d’ora in poi le lettere aperte di Emanuel Segre Amar le potrete leggere solo qui, in quanto Sua Santità il Reggitore Supremo delle sorti di Informazione Corretta, dopo averle sfrattate dalla home page e relegate nello sgabuzzino delle lettere, ha definitivamente e irrevocabilmente licenziato l’autore delle suddette lettere. Mi auguro che qualcuno voglia, leggendole qui, raccoglierle e diffonderle ulteriormente per dare loro la visibilità che meritano. Colgo l’occasione, visto che di Palestina stiamo parlando, per invitarvi a dare un’occhiata a questa particolarmente ricca documentazione sulla spaventosa crisi umanitaria in atto a Gaza, determinata dal feroce assedio da parte del perfido giudeo.
(Rivado, ma stavolta torno presto, e per consolarvi della mia assenza vi offro un invito all’opera)


barbara


11 giugno 2010

QUELLO CHE DAVVERO INTERESSA AGLI AMICI DEI PALESTINESI

La distruzione di Israele per gradi

di Marcello Cicchese

Dopo l'«assalto» di Israele alla flottiglia dei «pacifisti» e il successivo «massacro» compiuto dai militari israeliani (così hanno presentato le cose molti giornali), da diverse parti è stato sollevato il timore (o la speranza) di una terza intifada palestinese. Il semplice fatto di far balenare questa possibilità tende a far credere che la seconda intifada sia stata uno scoppio incontenibile di rabbia popolare prodotta dalla «disperazione» in cui sono stati fatti piombare i poveri palestinesi. E se la disperazione aumenta - si pensa - è chiaro che il fatto potrebbe ripetersi e aggravarsi.
Ma le cose non stanno così, per il semplice fatto che la disperazione non c'entra niente con tutto quello che è avvenuto e sta avvenendo nei territori palestinesi. L'interpretazione autentica di quello che avrebbe voluto essere l'intifada del 2001 fu fornita in prima persona dall'allora autorevolissimo ministro palestinese per le questioni su Gerusalemme, Faysal al-Husseini. In un suo discorso tenuto a Beirut nel marzo 2001 (ved. Notizie su Israele 1), questo raffinato esponente dell'aristocrazia palestinese aveva pazientemente esposto ai libanesi anti-israeliani - che forse erano un po' troppo precipitosi nella loro ira contro lo Stato ebraico - una lezione accademica il cui titolo avrebbe potuto essere «La distruzione di Israele per gradi». Il sistema da usare per ottenere lo scopo deve prevedere - secondo la lezione - una sapiente alternanza di atti di finta pace con atti di vera guerra. Con la finta pace degli accordi di Oslo, di cui era stato uno degli artefici, e sotto il governo di Ehud Barak, diversi "tabù" israeliani erano stati infranti e alcuni importanti risultati raggiunti: la legittimazione giuridica dell'OLP, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi del 1949, la messa in discussione di Gerusalemme come "unica e indivisibile capitale di Israele". L'elezione di Ariel Sharon a capo del governo minacciava di vanificare i risultati ottenuti con la finta pace e quindi era giunto il momento di passare ad atti di vera guerra. Ecco uno stralcio della sua lezione di strategia terroristica:

«Noi siamo convinti che gli scontri in Gerusalemme scuoteranno il mondo dall'Indonesia al Marocco. E questo sarà un segno per gli USA, che saranno costretti a capire che il loro appoggio a Israele distruggerà la stabilità in tutta la regione. Ci troviamo davanti a una battaglia, e a questa adesso ci stiamo preparando. Non dobbiamo permettere che Sharon abbia successo sulla questione della sicurezza, perché questo significherebbe la nostra sconfitta politica.»

Dunque nessuna incontenibile rabbia popolare era alla base della seconda intifada, ma un preciso calcolo politico mirante a ottenere il coinvolgimento internazionale contro Israele, a cominciare dagli Stati Uniti. A distanza di nove anni si può dire senza ombra di dubbio che quella intifada è fallita e che Israele ha vinto la sua battaglia.
Non ci sarà dunque una terza intifada simile alla seconda per il semplice fatto che gli organizzatori hanno capito che ormai la cosa non funziona. Ci sarà invece, anzi è già cominciata e continuerà a tempo indeterminato, una terza intifada diversa nella tattica dalla precedente, ma del tutto uguale nell'obiettivo finale: la distruzione di Israele attraverso il coinvolgimento della comunità internazionale. Gli attentati suicidi presentati come atti di disperazione popolare, oltre che essere sempre più difficili da eseguire per le fastidiose ed efficaci contromisure israeliane, non commuovono più molto il mondo, anche perché qualcuno ha cominciato a temere che possano essere esportati anche in casa propria. E anche il tema delle crudeli sofferenze imposte ai poveri palestinesi dal «muro dell’apartheid» è stato ormai ampiamente sfruttato senza ottenere risultati apprezzabili.
A qualche degno epigono del compianto (dai palestinesi) Faysal al-Husseini deve allora essere venuta in mente la brillante idea di valorizzare il tema dell'«assedio a Gaza», e la cosa sta ottenendo risultati davvero incoraggianti per gli ideatori. Il termine «occupazione» non può più essere applicato a una Gaza ormai «judenrein», cioè totalmente purificata da ogni contaminazione ebraica (ma guai a parlare di antisemitismo quando si nomina Hamas). Il termine «assedio» invece è ricco di suggestive risonanze. L'assedio classico tende a far capitolare il nemico per fame, e chi non si commuoverebbe al pensiero dei poveri palestinesi fatti morire d'inedia dagli spietati ebrei? Per la precisione si dovrebbe parlare di israeliani, e nelle dichiarazioni ufficiali questo si fa, ma nello stesso tempo si fa in modo che qualche arabo-israeliano alzi la sua voce di dissenso, come è avvenuto con la presenza di una deputata araba-israeliana tra i «liberatori» della flottiglia turca. Quindi è chiaro che se gli arabi-israeliani si dissociano, quelli che restano non possono che essere ebrei.
La plateale discesa in campo della Turchia, supportata dal plauso dell'Iran, rappresenta poi il vero capolavoro di questa nuova impresa. A farsi avanti non è più una delle nemiche storiche di Israele, cioè una di quelle nazioni che hanno già preso sonore sberle dal nemico che volevano distruggere, ma una nazione islamica «moderata», amica fino ad ora di Israele. Anche lei vuole portare aiuti umanitari a Gaza, e guai a dire che i palestinesi da quelle parti non stanno poi così male. I palestinesi DEVONO stare male, perché devono essere per il mondo la rappresentazione plastica della malvagità degli ebrei che occupano lembi della sacra terra islamica. E' questa la loro vocazione storica. Benessere dei palestinesi e Stato d'Israele non possono, non devono coesistere.
Chissà se un giorno i palestinesi capiranno che del loro benessere e dello Stato di Palestina a molti loro amici non interessa proprio niente. Quello che a loro interessa è la sparizione di Israele. Questo non avverrà, ma il tentativo di ottenerlo continuerà a produrre lutti e sofferenze. A cominciare dai palestinesi. (Notizie su Israele 487, 8 giugno 2010)

Desidero cogliere l’occasione per ringraziare Marcello Cicchese per il prezioso lavoro che da anni indefessamente svolge al servizio dell’informazione e della verità. Aggiungo poi due link, uno e due, per una migliore comprensione di ciò che è realmente accaduto nelle acque davanti a Gaza. Infine qui e qui qualche altra informazione relativa agli obiettivi palestinesi. 
Shabbat shalom a tutti.


barbara

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