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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


10 maggio 2011

KABUL? RIYAD? TEHERAN?



No: Londra, venerdì scorso. Sono quelli che per le anime belle dobbiamo sforzarci di integrare e se non si integrano siamo noi che abbiamo mancato in qualche cosa. Quelli che per le anime belle tutte le religioni sono uguali e tutte le culture hanno pari dignità e meritano rispetto. Quelli per cui le anime belle imbastiscono storielle su padri con tre figli un po’ diversi l’uno dall’altro ma tutti e tre belli e buoni e cari e sommamente amati. Quelli che sgozzano in nome di Dio quando i cristiani hanno smesso di farlo da almeno tre secoli e mezzo. Quelli che lapidano le adultere quando gli ebrei hanno smesso da un buon paio di millenni. Quelli. In casa nostra.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui il video.


6 maggio 2011

FILOSOFIA

Credo che questo sia il momento più appropriato per rispolverare questo vecchio post:



barbara


24 aprile 2011

RICORDIAMO IL GENOCIDIO ARMENO

iniziato (quello “grande”) il 24 aprile 1915 

             

I convogli si spostavano a piedi per percorsi interminabili lungo territori accidentati, nel corso dei quali la penuria d'acqua, di cibo e di riparo notturno acuiva le sofferenze dei deportati. Per tutto il cammino le schiere di donne e di bambini erano in balia degli stupri, dei furti, della crudeltà dei briganti, dei predoni oppure degli abitanti dei villaggi, a cui si aggiungevano i loro accompagnatori, esclusivamente musulmani. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro. In alcuni casi, le donne potevano sottrarsi alla morte o alla schiavitù insieme ai loro figli mediante la conversione all'islam, ratificata dal matrimonio immediato con un musulmano. Coloro che sopravvivevano alle torture del tragitto - la fame, la sete, lo sfinimento, gli stupri - giungevano a Dayr al-Zur. Informate in anticipo dell'arrivo dei convogli, le tribù arabe e curde, insieme ai contadini musulmani, li aspettavano per arrecare loro gli ultimi oltraggi. I cadaveri venivano abbandonati nel deserto.
Il genocidio degli armeni fu il normale esito di una politica insita nella struttura politico-religiosa della dhimmitudine. Questo processo di annientamento fisico ai danni di una nazione ribelle aveva già fatto la sua comparsa durante le rivolte dei cristiani slavi e greci, che si salvarono dallo sterminio collettivo solo grazie agli interventi europei, interventi effettuati talora a malincuore. Il genocidio degli armeni fu un jihad. Nessun raya, infatti, vi prese parte. Nonostante la disapprovazione di molti turchi e arabi musulmani, e il loro rifiuto a collaborare al crimine, questi massacri furono perpetrati unicamente dai cittadini islamici, ed essi soli beneficiarono del bottino: i beni delle vittime, le loro abitazioni, i loro campi - assegnati ai muhajirun -, le donne e i bambini, spartiti e ridotti in schiavitù. L’eliminazione dei maschi dai dodici anni in su è conforme alle prescrizioni del jihad e all'età regolamentare per il pagamento della jizya. Le quattro tappe dello sterminio - deportazioni, riduzioni in schiavitù, conversioni forzate ed eccidi - riproducono le condizioni storiche del jihad, applicate a partire dal VII secolo in tutto il dar al-harb. Cronache di provenienze diverse, soprattutto di autori islamici, descrivono minuziosamente l'organizzazione del massacro dei vinti e le deportazioni dei prigionieri, le cui marce forzate al seguito degli eserciti infliggevano loro le stesse sofferenze provate dagli armeni nel XX secolo.
Questa politica non era un episodio isolato. Essa rientrava in una strategia difensiva finalizzata a mantenere sotto la giurisdizione islamica un territorio conquistato con la guerra e ad annientare i nazionalismi dhimmi. Perciò la tragedia armena fu accompagnata dallo sterminio dei cristiani giacobiti e nestoriani della valle dell'Eufrate, nel Nord della Siria. Nel mese di settembre del 1915, a Musa Dagh (Jabal Musa, Presso Antiochia), tra i 4000 e i 5000 armeni, accerchiati dai turchi e dagli arabi, furono imbarcati in extremis su alcune navi francesi. Ma le autorità inglesi e francesi, temendo l'ostilità delle popolazioni islamiche, si rifiutarono di lasciarle sbarcare in Egitto, a Rodi, a Cipro, in Marocco e in Tunisia. Alla fine l'Alto Commissario inglese d'Egitto accettò il loro sbarco provvisorio ad Alessandria.
Il concorso di tutte queste circostanze dimostra che il genocidio degli armeni fu un affaire esclusivamente musulmano, nelle finalità come nell'attuazione, e che nessuna fase di tale piano vide coinvolte le comunità raya. Al contrario, i rapporti pervenuti agli Alleati sugli eccidi erano di provenienza cristiana ed ebraico-ottomana. Sul fronte internazionale, poi, l'Austria e la Germania, alleate della Turchia, non furono esenti da responsabilità. In che misura i racconti di coloro che avevano preso parte a quei massacri influenzarono Hitler? Circa vent'anni più tardi, il 22 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il Führer comunicava ai comandanti in capo dei suoi eserciti riuniti a Obersalzberg:

Perciò, per il momento ho inviato a Est solo le mie unità di teste di Morto [Totenkopfverbände], con l'ordine di uccidere senza alcuna pietà né compassione tutti gli uomini, le donne e i bambini di razza o di lingua polacca. Oggigiorno chi parla ancora dello sterminio degli armeni? (Wer redet heute noch der Vernichtung der Armenier?)

(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.266-268)



Come già ricordato, recentemente, qui, il genocidio armeno è stato un’azione di jihad, perpetrata da musulmani contro non musulmani per adempiere all’obbligo coranico di islamizzare tutta la terra. Guerra, quella degli islamici contro gli “infedeli”, che continua indefessa e implacabile, e anche oggi ha mietuto le sue vittime – e a provvedere materialmente alla mietitura sono stati coloro che il mondo intero vorrebbe imporre a Israele come affidabili interlocutori di pace.
Sterminio di cristiani, sterminio di ebrei, sterminio di musulmani che vorrebbero pensare con la propria testa e non con quella di un assassino pedofilo vissuto un millennio e mezzo fa. Stermini regolarmente accompagnati da un indifferente silenzio. Ma io non tacerò. Io non mi stancherò di ricordare e denunciare perché, come dice Elie Wiesel, “Il
silenzio non aiuta mai la vittima, il silenzio aiuta sempre l'aggressore” e io, a differenza dei pacifisti di professione, non starò mai dalla parte dell’aggressore. E non smetterò di ricordare che siamo nati in libertà, e nessuno di noi ha il diritto di arrendersi, senza combattere, a chi questa libertà ce la vuole rubare.


barbara


10 aprile 2011

IL PROGRAMMA

L'islamismo però non si limita allo stadio del rifiuto: esso accoglie in sé le sofferenze e le speranze dei popoli. Perciò si autoproclama la via della redenzione di una umma corrotta dall'Occidente. I popoli musulmani - esso insegna - conosceranno di nuovo la gloria se ripristineranno nel nostro tempo le istituzioni che furono elaborate nel VII secolo e che li condussero al potere. Un potere che si fondava sul jihad, l'annessione di terre, il bottino derivante dalle vittorie, il saccheggio a danno delle civiltà vinte e lo sfruttamento delle enormi riserve di schiavi e manodopera provenienti dalle Indie, dall'Africa, dall'Oriente e dall'Europa. E così il rigetto dell'Occidente e la nostalgia di una potenza edificata sulla guerra e sulle conquiste contribuiscono a fare dell’islamismo il veicolo e il pilastro del jihad.
Il programma politico della corrente integralista è ben noto. Essa predica il ritorno alla shari'a in tutti gli Stati musulmani. Questo primo stadio permetterà l'accorpamento delle leadership politica e militare e il ripristino della mentalità ghazi. Solo allora potrà essere intrapreso lo stadio successivo nonché finale, articolato nelle seguenti fasi: conquista del mondo e instaurazione della supremazia universale della legge islamica, distruzione delle civiltà dell'epoca preislamica (jahiliyya) non musulmane e imposizione della dhimma ai popoli del dar al-harb, riconquistato e quindi ridivenuto dar al-islam. La corrente islamista legittima la sua ideologia sulla base del passato: in effetti le epoche gloriose dell'islam furono proprio quelle legate alle due ondate (araba e turca) di conquiste. Non fu certo nella sua culla - l'Arabia, popolata esclusivamente da arabi musulmani - né a La Mecca o a Me
dina, che rifulse in tutto il suo splendore la civiltà islamica. Essa brillò soltanto nelle terre della dhimmitudine, nei periodi in cui i dhimmi costituivano ancora delle maggioranze soggette a conquistatori musulmani numericamente inferiori. Sotto gli arabi, infatti, essa raggiunse il suo apogeo nell'Oriente cristiano e in Spagna, ma lo stesso fenomeno si verificò sotto i turchi: non fu nell'Asia centrale che i selgiuchidi e gli ottomani fondarono un impero prestigioso, ma in Anatolia e nei Balcani, dove assoggettarono le popolazioni ortodosse. Oggi i popoli musulmani, i quali – tranne che nei paesi petroliferi - sono tra i più poveri del pianeta, sono affascinati dalle ricchezze dell'Europa e dell'America tanto quanto un tempo i nomadi dell'Arabia e del Turkestan erano attratti dalle fiorenti e raffinate città dell'Oriente prearabo e di Bisanzio. In effetti il movimento integralista non nasconde affatto la sua intenzione di islamizzare l'Occidente. La sua propaganda, contenuta negli opuscoli in vendita nei centri islamici europei, ne chiarisce gli scopi e i mezzi, che includono il proselitismo, le conversioni, i matrimoni con donne indigene e soprattutto l’immigrazione. Ricordando che i musulmani partirono sempre minoritari nei paesi conquistati (o, per usare il loro termine, «liberati») prima di divenire la maggioranza, gli ideologi del movimento considerano l'insediamento islamico in Europa e negli Stati Uniti come la grande occasione dell’islam.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 299-300)

Funziona così. Funzionava così un millennio e mezzo fa e funziona così oggi. L’unica differenza è che oggi hanno armi molto più potenti.







barbara


20 marzo 2011

IL VILLAGGIO DI ITAMAR



Questo è il villaggio di Itamar, teatro dell’ultima mattanza di ebrei: esseri che non qualifico, perché nessuna lingua possiede aggettivi atti a qualificarli, dediti ai sacrifici umani in onore di un dio di morte e di un “profeta” assassino e pedofilo, hanno sterminato la famiglia Fogel, sgozzando o pugnalando al cuore padre, madre, un bambino di undici anni, uno di quattro e una neonata di tre mesi. Scarsissima l’attenzione dedicata dai mass media a questo orrendo massacro, e quella poca, spesso, vergognosamente distorta. Quest’altra notizia invece è stata proprio ignorata del tutto, e per questo ve la faccio leggere io.

Forze di Difesa israeliane e paramedici del posto hanno contribuito a salvare la vita di una donna palestinese e della sua neonata, mercoledì, nell’insediamento dove si trovavano anche dei parenti della famiglia Fogel in lutto per i cinque membri della famiglia ferocemente assassinati la scorsa settimana.
Proprio nelle ore in cui il capo di stato maggiore israeliano Benny Gantz arrivava a Neve Tzuf per porgere le sue condoglianze, un taxista palestinese sopraggiungeva di corsa all’ingresso della comunità. All’interno, soldati e paramedici trovavano una palestinese poco più che ventenne in avanzato travaglio: il cordone ombelicale era avvolto attorno al collo della piccola nascitura mettendo a rischio la vita sia della madre che della figlia. Il rapido intervento dei paramedici dell’insediamento e dei militari in servizio nella zona hanno salvato la vita di entrambe, suscitando grande emozione in un luogo dove la gente è ancora prostrata per il massacro a sangue freddo della famiglia Fogel.
Il caporale Haim Levin, di 19 anni, paramedico in servizio nelle Forze di Difesa israeliane, è stato il primo membro della squadra medica ad arrivare sul posto, e racconta la scena: “Quando sono arrivato ho visto una donna coperta da una coperta, dentro a un minivan giallo palestinese. Mi sono avvicinato e ho visto la testa e la parte alta del corpo della bambina. Il cordone ombelicale era attorno al collo della piccola, che era grigia e non si muoveva. Ho rimosso il cordone dal collo e allo stesso tempo ho chiesto ai paramedici di preparare il kit di rianimazione per neonati. Ho pizzicato la piccola per vedere se reagiva e lei ha iniziato a strillare”. La squadra di paramedici si è presa cura anche della madre che a quel punto, dice Levin, era in buone condizioni generali.
Nel frattempo accorreva la conducente d’ambulanza Orly Shlomo. “Abbiamo affiancato il paramedico militare – racconta – e lo abbiamo aiutato a recidere il cordone ombelicale. Senza il trattamento medico, il feto e la madre avrebbero corso un serio pericolo. È stato toccante, ma non ho potuto fare a meno di pensare che a pochi metri da lì c’erano persone in lutto per un altro bambino, che è stato assassinato. Ero commossa nel vedere il viso della neonata, ma pensavo anche al viso del bambini uccisi”.
Gadi Amitun, che guida la squadra del Magen David Adom (Stella Rossa di Davide) di Neve Tzuf, spiega che non è la prima volta che gli abitanti dell’insediamento aiutano palestinesi in difficoltà. “Sanno che abbiamo un team medico ben preparato – dice – e quando capita un incidente o un infortunio arrivano, e noi li aiutiamo”.
Il paramedico ricorda che il giorno del massacro della famiglia Fogel gli abitanti dell’insediamento hanno visto festeggiamenti e fuochi d’artificio nei vicini villaggi palestinesi, ma aggiunge che, indipendentemente da tutto, la squadra medica locale è impegnata ad aiutare chiunque abbia bisogno. “Due anni fa – racconta – ci siamo dati da fare per curare un terrorista che aveva cercato di piazzare un ordigno ed era stato ferito dai soldati”.
Palestinesi del vicino villaggio di Nabi Salah, insieme alla neo nonna, si sono riuniti attorno alla squadra paramedica e non potevano nascondere la loro gioia. “Ci hanno ringraziato e ci hanno detto che hanno chiamato la bambina Jude – dice il caporale Levin – Sono volontario del Magen David Adom da quando avevo 15 anni e questa è la prima volta che assisto un parto. È stata una sensazione incredibile tenere fra le braccia quella bambina appena nata, e sapere che in questo posto così complicato abbiamo fatto qualcosa di buono”.
(Da: YnetNews, 17.3.11)


Haim Levin con la neonata

Con la speranza che la mamma della neonata salvata non se ne esca, come la palestinese cui gli israeliani avevano salvato da morte sicura il figlio neonato qualche mese fa, a dire che spera tanto che da grande diventi un martire e vada in paradiso facendo fuori una bella carrettata di ebrei. (Già, perché solo in Israele...)


barbara


27 febbraio 2011

IL SALAFISMO IN DIECI DOMANDE

Perché la prima cosa da fare, se si vuole almeno sperare di poter sopravvivere, è conoscere il nemico.

Di Mohamed Sifaoui, giornalista e coautore con Philippe Bercovici di «Ben Laden dévoilé, la BD-attentat contre Al-Qaïda», Editions 12 Bis. È autore anche di «Pourquoi l’islamisme séduit-il?», Editions Armand Colin.

06/11/2009

Mentre si parla di velo integrale, di salafismo, di religioni e di identità nazionale, bisogna preoccuparsi della presenza in Francia di un movimento fondamentalista musulmano che molti definiscono estremista?


1. Chi sono i salafiti?

Il salafismo deriva dalla parola araba salaf, che significa letteralmente «i predecessori». Si parla di essalaf essalah, i «pii predecessori» per indicare i primi compagni del profeta Maometto. Oggi i salafiti li prendono come modelli e invocano un ritorno a «l’islam delle origini» ripulito dalla bidaa, dalle «biasimevoli innovazioni» che secondo loro pervertono la religione. Rifiutano pertanto tutte le influenze occidentali, tutte le idee umanistiche e i principi filosofici come la democrazia o la laicità. È la scuola di pensiero hanbalita, fondata dall’imam Ahmed ibn Hanbal (780-855) nel IX secolo che ha dato vita all’ideologia salafita. Due discepoli di questa dottrina, l'imam ibn Taymiya (1263-1328) e Mohamed ibn Abdelwahab (1703-1792), ne diventeranno in seguito i due riferimenti ideologici. Abdelwahab, fondatore del dogma wahhabita oltre che cofondatore della monarchia saudita, darà vita a questo «salafismo missionario» (oggetto della nostra inchiesta) diffuso dei nostri giorni: disuguaglianza fra uomini e donne, diritto penale basato sulle punizioni fisiche, rigorismo nei rapporti sociali, rifiuto dei diritti umani. Drogato a colpi di petrodollari, questo salafismo si è progressivamente diffuso in tutto il mondo.
Nel XX secolo questo pensiero salafita si politicizza e contemporaneamente si «riforma» sotto l’impulso dei Fratelli musulmani, una confraternita integralista fondata in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna (1906-1949). I Fratelli non esitano a creare partiti e a impegnarsi nella vita politica e associativa. Pur essendovi divergenze dottrinali con i sostenitori del wahabismo, non sono certo dei «progressisti»: anch’essi predicano l’applicazione della sharia (la legge coranica) e l’instaurazione di repubbliche islamiche. I Fratelli musulmani, chiamati talvolta «salafiti in giacca e cravatta» sono rappresentati in Francia dall’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (UOIF). Partigiani di una reislamizzazione «dolce», sono apparentemente più «aperti» dei «salafiti in barba e djellaba».
Altri salafiti, detti jihadisti, preferiscono la lotta. La loro dottrina è oggi seguita da una nebulosa come al-Qaida. Chiamati anche takfiri (quelli che praticano la scomunica), questi adepti della guerra santa hanno gli stessi riferimenti ideologici degli altri.


2. Che cosa vogliono?

Benché minoritari nel mondo musulmano, i salafiti hanno una grande visibilità grazie all’attivismo sfrenato dei loro militanti e altri ideologi. Il pensiero salafita oggi controlla molte moschee e gran parte della letteratura musulmana. Trattandosi dell’Occidente, fanno appello anche al comunitarismo, nella speranza di reislamizzare i membri della comunità musulmana e convertire il maggior numero possibile di persone sedotte da un’ideologia politico-religiosa incompatibile con i valori universali. Perciò, contrariamente a certe fantasie degli ambienti di estrema destra, l’obiettivo principale dei salafiti non è l’islamizzazione dell’Europa, bensì la realizzazione di condizioni che permettano loro di praticare la loro visione dell’islam così come lo intendono loro anche se questo è in contrasto con lo spirito dei Lumi. I Fratelli musulmani, da parte loro, desiderano formare un gruppo di pressione in grado di influire sui dibattiti nazionali e internazionali, e vogliono costituire una forza lobbistica capace di far nascere un «voto musulmano».


3. Quanti sono in Francia?

È difficile conoscere esattamente il numero dei salafiti presenti in Francia (e in Europa). Se ne può tuttavia avere un’idea sapendo che solo il 10% dei 5 milioni di musulmani della Francia sono praticanti e frequentano regolarmente le 1900 moschee e sale di preghiera. Coloro che hanno incentrato la propria vita sul luogo di culto rappresentano una forte minoranza fra i praticanti, ma danno l’impressione di essere maggioritari grazie al loro attivismo, ai loro incitamenti, alla loro presenza sulla rete, al loro abbigliamento ostentatamente islamico e attraverso il loro impegno nell’azione sociale nei quartieri. I salafiti hanno così mostrato il loro peso reale in occasione delle manifestazioni contro la legge che vieta i simboli religiosi a scuola. Un altro elemento di valutazione viene dagli incontri annuali di Bourget organizzati dall’UOIF, questa filiale francese del pensiero dei Fratelli musulmani, che fatica a raccogliere più di 20 000 persone, anche se pretende il contrario.
Ci saranno una cinquantina di moschee o di luoghi di preghiera tenuti dai seguaci del wahabismo saudita e del pensiero salafita dedito al proselitismo, e poche di più dirette dell’UOIF, che però non rappresentano che un terzo dei musulmani praticanti nelle istituzioni del Consiglio francese del culto musulmano (CFCM).
Le moschee salafite wahabite sono spesso insediate nel cuore di quartieri popolari. Ce ne sono nella regione parigina, in particolare a Sartrouville, Argenteuil o Gennevilliers, nella regione di Lione, al nord, così come a Marsiglia o Besançon. Ma se ne trovano anche nella Parigi «intra-muros», nel cuore dei quartieri di Belleville e di Barbès.


4. Chi finanzia la propagazione del salafismo?

Oltre all’Arabia Saudita che, attraverso la Lega islamica mondiale, da molto tempo finanzia questa ideologia, molti mecenati arabi del golfo Persico donano milioni di euro all’anno per diffondere nel mondo «il vero islam», come amano definire il salafismo. In Francia molte moschee sono state costruite con fondi provenienti dalle monarchie arabe e dalla Lega islamica mondiale: le moschee di Evry e di Mantes-la-Jolie, per esempio. L’Arabia Saudita diffonde il salafismo formando migliaia di studenti sauditi o stranieri nelle sue università di Riyad, della Mecca e di Medina. Questo salafismo «missionario» è stato diffuso anche tramite le scuole coraniche pachistane, soprattutto quella di Karachi, che insegna il pensiero detto deobandi, una versione indo-pakistana del salafismo, che ha partorito i famosi talebani. Quanto ai Fratelli musulmani, hanno a lungo goduto dell’aiuto dei sauditi, che hanno permesso l’apertura in Europa del Centro islamico di Ginevra, fondato da Said Ramadan (padre di Tariq Ramadan e genero di Hasan al-Banna). E quando degli islamisti tunisini e l’attivista libanese Feisal Mawlawi creano l’UOIF, all’inizio degli anni 80, l’organizzazione avrà a disposizione numerosi contributi provenienti dagli Emirati arabi uniti. Oggi l’UOIF riceverebbe, secondo le diverse stime, fra il 30 e il 60% dei suoi finanziamenti da Paesi o personalità arabe. Le associazioni legate all’UOIF derivano una parte del loro denaro dalla certificazione halal, un commercio che promuovono intensamente, tanto è redditizio.


5. Chi sono i loro ideologi?

Fra i contemporanei ci sono appartenenti ai Fratelli musulmani come Sayyid Qutb (1906-1966) o Youssouf al-Qaradawi, che non smette di giustificare gli attentati suicidi e l’instaurazione della sharia. Sebbene lo neghi, Tariq Ramadan, che talvolta si lascia compiacentemente attribuire il titolo di teologo, è in realtà un ideologo del pensiero salafita dei Fratelli musulmani. Non esita a fustigare il wahabismo saudita, ma questo non fa di lui un progressista o un liberale, né un riformatore. I suoi riferimenti ideologici restano i fondatori del pensiero dei Fratelli e i teorici che lo hanno sofisticato per farne uno strumento di lotta politico-ideologica, e poi il nonno Hasan al Banna, per il quale nutre un’ammirazione senza pari, o ancora il pakistano Abu al-Ala al-Mawdoudi (1903-1979). Tariq Ramadan si è specializzato nell’utilizzo di codici di linguaggio e di scrittura occidentali per propagare il pensioero dei Fratelli, e ha saputo adattare i suoi discorsi alle opinioni pubbliche europee. Ciò che propone è una versione del salafismo solo apparentemente più «dolce».
Altri «pensatori» sauditi hanno provveduto a diffondere il salafismo in tutto il mondo. È il caso dello sceicco Ibn Baz (1909-1999), che ha sempre predicato un islam puro e duro. Il saudita Salih bin Fawzan al-Fawzan è «apprezzato» dai salafiti europei : egli raccomanda ai suoi adepti di non «assomigliare ai miscredenti in ciò che li caratterizza». È di quelli che incitano le donne a portare il velo integrale, rifiutando persino il velo classico che permette di vedere il viso delle donne. Un altro guru molto ascoltato dai salafiti è lo sceicco Mohamed ibn Saleh al-Otheimine che vieta, tra l’altro, di «fare gli auguri ai miscredenti [soprattutto ebrei e cristiani] durante le loro feste religiose». Infine lo sceicco Nacereddine al-Albani (1914-1999), un ideologo albano-siriano, ha prodotto un florilegio di fatwa (editti religiosi) assolutamente integralisti, e soprattutto ha vietato l’uso della televisione e della radio.


6. Quali sono i loro canali mediatici?

Mentre alcuni ideologi vietano la televisione, altri raccomandano che sia usata unicamente per diffondere l’islam. È il caso, per esempio, di varie catene satellitari arabe che danno molto spazio a questi salafiti che predicano «la buona parola» sia verso le società musulmane che verso l’Occidente. I predicatori si avvicendano nelle catene che, dal Qatar all’Egitto e passando per gli Emirati, fanno a gara nel giocare sulle nozioni di lecito e illecito tanto care a Youssouf al-Qaradawi. Una volta la settimana egli anima il programma Al-Sharia oua Al-Hayat » (la sharia e la vita) sulla piattaforma della catena al-Jezira, nel corso del quale tratta di tutte le questioni d’attualità, talvolta con inaudita violenza. Detto questo, internet è diventato il mezzo principale per veicolare le idee salafite, sia quelle dei Fratelli musulmani che quelle degli wahabiti e persino quelle degli jihadisti. I siti e i forum si contano a centinaia e, anche lì, vengono affrontati tutti gli argomenti. Attualmente molti salafiti tentano di mobilitarsi sulla rete contro un’eventuale legge sul velo integrale. Mobilitazione che ha il suo prolungamento sul web 2.0 e soprattutto sulle reti sociali come Facebook, che raccoglie decine di profili che rivendicano chiaramente questa ideologia. Infine, le molte librerie indicate come musulmane diffondono in realtà l’ideologia salafita. È il caso di al-Tawhid à Lyon, che diffonde la letteratura dei fratelli Ramadan e quella degli studiosi della fratellanza, o di altri negozi che propongono le opere degli ideologi sauditi.


7. Il salafismo è compatibile con la repubblica?

I salafiti sono contro la mescolanza, rifiutano le minoranze religiose e sessuali, incoraggiano il comunitarismo, non riconoscono i valori di fraternità al di fuori della umma (la nazione islamica) e rifiutano qualunque nozione di libertà che contraddica la loro visione dell’islam. I testi salafiti mostrano l’abisso che separa questa ideologia totalitaria dai principi repubblicani. Lo sceicco Otheimine, per esempio, raccomanda alle donne musulmane di non lasciare la propria casa che in caso di necessità e con «l’autorizzazione del marito o del tutore». E precisa: «La donna è libera in casa propria, si reca in tutte le stanze della casa e lavora eseguendo i compiti domestici». E «Che queste donne temano Allah e abbandonino le propagande occidentali corruttrici!» Un altro sceicco, Salih bin Fawzan al-Fawzan, sostenitore del velo integrale, ha affermato in una delle sue fatwa che «il viso della donna è uneawrah (parte da nascondere) e che è obbligatorio coprirlo». Per lui «è la parte della massima tentazione». E lo stesso accade per altri principi fondamentali che costituiscono l’identità repubblicana e laica della Francia. Il salafismo, per esempio, non accetta la libertà di coscienza. Cerca di indottrinare e convertire i non musulmani, ma rifiuta categoricamente che un musulmano possa rinnegare l’islam per un’altra religione. Il responsabile di tale apostasia deve essere, secondo loro, condannato a morte. E come la libertà di espressione e di opinione, anche la critica dei dogmi e della religione è vietata.


8. Il salafismo è violento?

Le diverse correnti salafite rappresentano differenti livelli di pericolosità. I jihadisti o i takfiri predicano la jihad e dunque le azioni terroristiche. In questi ultimi anni molti di loro sono stati arrestati e condannati per reati «di associazione per delinquere connessa a impresa terroristica». Ma sulla questione della violenza sono molto più riservati. Questi fondamentalisti missionari preferiscono di solito riaffermare la loro fede e talvolta considerano che date le divergenze esistenti fra i «teologi» a proposito della jihad, non è permesso impegnarsi su questa strada. Tuttavia rappresentano un pericolo per la convivenza, e la loro visione dell’islam è incompatibile con le regole di una società laica e democratica. In effetti tutti i salafiti, compresi quelli che affermano il contrario, rifiutano la laicità. Non ci può essere, secondo i loro ideologi, separazione fra la chiesa e lo stato, dato che per loro «l’islam è un sistema completo che deve governare tutta la vita del musulmano». Idem per la democrazia, considerata come un’eresia in quanto consacra il principio della sovranità del popolo, mentre essi ritengono che «la sovranità spetta a Dio e a Dio soltanto».
I Fratelli musulmani ufficialmente affermano di accettare questi due valori. Il cosiddetto salafismo riformista che essi incarnano partecipa, in effetti, al gioco democratico quando si tratta di elezioni. È il caso dei Fratelli musulmani egiziani o dell’Hamas palestinese. Detto questo, essi strumentalizzano la democrazia nella speranza di impadronirsi del potere, e non la considerano certo come un sistema che consacra tutte le uguaglianze e tutte le libertà.



9. Il velo è un obbligo islamico?

All’indomani della rivoluzione iraniana nel 1979, il velo è diventato, nell’immaginario collettivo, il simbolo dell’oppressione della donna e soprattutto della militanza politica. Da un punto di vista teologico, i salafiti ne fanno una vera e propria ossessione, benché esistano solo due versetti coranici che, in maniera poco esplicita, evocano il velo senza determinarne la forma esatta: «O Profeta! Di’ alle tue mogli e alle tue figlie e alle donne dei credenti di posare su di loro i loro grandi veli: così saranno riconosciute subito ed eviteranno di essere offese. Dio è Indulgente e Misericordioso.» (sura 33, versetto 59) ; e «E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi, di conservare la castità, di mostrare dei loro ornamenti solo quelli esterni e di posare un velo sui loro petti; e di mostrare i loro ornamenti solo ai loro mariti, o ai loro padri, o ai padri dei loro mariti, o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle donne musulmane, o agli schiavi di loro proprietà, o ai servi maschi impotenti, o ai ragazzi impuberi che ignorano tutto delle parti nascoste delle donne. E che non battano i piedi così che si scorgano i loro ornamenti nascosti. E pentitevi davanti a Dio, o credenti, affinché possiate prosperare.» (sura 24, versetto 31)
Per i sostenitori della interpretazione letterale, questi versetti sarebbero «chiari» ed esigerebbero l’uso del velo o del niqab, ma per molti studiosi e razionalisti musulmani, l’uso del velo non è un obbligo. Gamal al-Banna, fratello del fondatore dei Fratelli musulmani, ritiene che ai nostri giorni il velo non sia più valido dato che questi versetti si rivolgevano a donne che vivevano in un tempo in cui tutte le donne, da Medina ad Atene, erano velate. D’altra parte molte musulmane, in Tunisia o in Turchia, anche ferventi praticanti, lo mettono solo durante la preghiera; altre, più anziane, lo portano per tradizione o per pudore. Recentemente lo sceicco di al-Azhar, il grande istituto di teologia del Cairo, ha dichiarato che l’uso del velo integrale dipende da «una tradizione e non dal culto». Lo sceicco Khaled Bentounès, guida spirituale del sufismo magrebino, ha affermato che «si è fatto del velo uno strumento ideologico per avere uno stereotipo di donna modello», denunciando così questa uniforme dell’ideologia salafita. In ogni caso il ritorno del velo, sotto i suoi diversi aspetti, coincide con l’avvento del salafismo contemporaneo.


10. È applicabile una legge contro il velo integrale?

La questione è attualmente in fase di dibattito. La commissione d’inchiesta parlamentare darà il suo parere nel gennaio 2010. Al momento si stanno ascoltando varie associazioni e personalità della società civile. Forse sarebbe stato meglio creare una vera commissione d’inchiesta per meglio conoscere l’ideologia salafita e il suo ancoraggio nella società francese. In caso di approvazione di una legge, da oggi al momento della Sua applicazione bisognerebbe riflettere. Ci troviamo di fronte a una situazione sensibilmente diversa da quella che aveva prevalso durante la polemica sul velo a scuola, poiché il divieto di quest’altro «simbolo» dell’islamismo fu applicato dai responsabili degli istituti scolastici. Il rispetto di una misura volta a vietare il velo integrale dovrà questa volta essere assicurato dalla forza pubblica, che dovrà multare o arrestare le eventuali recalcitranti. E ce ne saranno! E bisognerebbe inoltre avere la certezza che questa legge, una volta promulgata, verrà applicata anche durante l’estate, quando le mogli e le figlie e le domestiche dei ricchi principi sauditi o del Qatar passeggeranno sugli Champs-Elysées. (Traduzione mia)

A questo testo, chiaro quanto basta da non avere bisogno di commenti, voglio aggiungere solo un’annotazione relativa a uno dei versetti sull’uso del velo: notate che fra coloro di fronte ai quali la donna può liberamente mostrare i suoi “ornamenti” – e ognuno intenda il termine come crede – oltre ai parenti stretti, alle donne musulmane e ai servitori impotenti, sono indicati anche gli schiavi: così come neppure la più pudica di noi avrebbe problemi ad esporre i propri “ornamenti” in presenza del criceto o del canarino, così sarebbe semplicemente assurdo provare sentimenti di pudore in presenza di uno schiavo, come se questo fosse un essere umano.


barbara


14 novembre 2010

QUALCHE INFORMAZIONE SUL JIHAD

Ieri…

Scopo del jihad è sottomettere tutti i popoli della Terra alla leg­ge di Allah, rivelata dal suo profeta Maometto. L'umanità è divi­sa in due gruppi: musulmani e non musulmani. I primi costitui­scono la comunità islamica o umma, che possiede i territori del dar al-islam, retti dalla legge islamica, mentre i non musulmani sono gli harbi, ossia i «cittadini del dar al-harb» o «territorio della guer­ra», designato in tal modo perché è destinato a passare sotto la giurisdizione islamica o con la guerra (harb), o attraverso la con­versione dei suoi abitanti. Secondo il giureconsulto Ibn Taymiyya (XIV secolo), i possedimenti dei non musulmani spettano di di­ritto ai soli adepti della vera religione. Pertanto il jihad costituisce il mezzo grazie al quale si realizza la restituzione ai musulmani dei beni illegalmente usurpati dai non musulmani. Ecco perché all'interno del dar al-harb ogni atto di guerra è lecito ed esente da riprovazione.
In quanto guerra permanente, il jihad esclude la nozione di pa­ce ma prevede delle tregue temporanee legate alle contingenze politiche (muhadana). Queste tregue, che non devono mai durare più di dieci anni, possono essere revocate unilateralmente dall'imam, previa notifica all'avversario. Anche in tale contesto è il jihad a regolare le modalità dei trattati con il dar al-harb, contem­plando uno stadio intermedio di non guerra o di vassallaggio. La guerra santa, considerata dai dotti dell'islam uno dei pilastri del­la fede, è obbligatoria per tutti i musulmani, i quali devono con­tribuirvi, a seconda delle loro possibilità, con la propria persona, i propri beni o i propri scritti.
Il jihad può essere combattuto con mezzi militari, come av­venne all'epoca della grande espansione araba (VII-VIII secolo), continuata più tardi in Europa dai turchi islamizzati. La tattica di guerra prevede ripetuti assalti alle frontiere del dar al-harb da parte di truppe irregolari, incendi di villaggi, rapimenti di ostaggi, saccheggi e massacri, il tutto al fine di cacciare gli abi­tanti e facilitare l'avanzata dell'esercito tramite progressivi sconfinamenti territoriali. Le modalità di spartizione del bottino sono regolate da rivelazioni coraniche in base alle quali un quinto di esso spetta al detentore dell'autorità spirituale e poli­tica (l'imam o il califfo).
Il jihad può essere condotto anche con mezzi pacifici, quali il proselitismo, la propaganda e la corruzione: quest'ultima consi­ste nell'elargire gratifiche destinate a coloro di cui si desidera «conquistare il cuore» (ta'lif al-qulub). Il harbi, in quanto abitante del territorio della guerra, è un nemico che non può avventurar­si impunemente nelle terre dell'islam, in cui, secondo la legge religiosa, ogni musulmano è autorizzato a versare il suo sangue e a impadronirsi dei suoi beni. Tuttavia la sua sicurezza può essere garantita dall'aman, una protezione temporanea che può essergli accordata da qualunque «credente» di entrambi i sessi.
Quando una porzione del dar al-harb, in seguito alla vittoria, diventa dar al-islam, i suoi abitanti (harbi) sono considerati prigio­nieri di guerra. L'imam, in base alle circostanze in cui è avvenuta la conquista, può condannarli al massacro, alla schiavitù, all'esi­lio, oppure trattare con i loro rappresentanti e concedere loro un patto di protezione (dhimma), che conferisce loro lo status di tri­butari (dhimmi). Poiché la condizione di dhimmi è il diretto risul­tato del jihad, essa è legata al contratto che sospende l'originario diritto del vincitore sui vinti, in cambio dell'accettazione da par­te di questi ultimi del pagamento di un tributo e della loro sotto­missione all'islam, secondo l'esempio degli accordi stipulati dal Profeta con gli ebrei e i cristiani da lui sconfitti. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.40-41)

E oggi…

"Ascolta Geert, non è uno scherzo"

Cari amici, volete leggere una bella poesia? Bella bella, poeticamente e politicamente significativa? Ve la regalo, eccola:

"Pim Fortuyn ha parlato dei musulmani, È stato abbattuto.
Theo van Gogh, ha parlato dei musulmani, È stato abbattuto.
Chi è il prossimo…? (…)
preparo un attacco contro Geert Wilders.
E questo con PAROLE. /Ti trovo orribile. Sarai strangolato.
Tutti quelli (…) che parlano dei musulmani si fanno uccidere. [...]
Geert preferisci saltare dal tetto, o preferisci ricevere delle pallottole nel corpo?
Non sono un terrorista, sono un rapper innocente.
Questo è un avvertimento!
Vuoi restare in vita?
Allora devi ritirare ciò che hai detto […]
Ascolta Geert, non è uno scherzo, la notte scorsa ho sognato che ti tagliavo la testa."

Come forse avete capito, il destinatario di questa alta composizione poetica è Geert Wilders, il leader del terzo partito olandese, il politico europeo più impegnato nella resistenza a Eurabia. L'autore invece si fa chiamare Mosheb, e ama farsi fotografare con una moschea alle spalle. Non è solo poeta ma anche cantante, insomma un rapper. Potete sentire la sua bellissima canzone qui: http://www.youtube.com/watch?v=177Yg34YKyA. Vedrete com'è soave; notate gli scoppi d'arma da fuoco e la lunga spranga maneggiata dal cantante: dettagli artistici di grande effetto, che aiutano il realismo del testo.
Come sapete, Wilders nei mesi scorsi è andato sotto processo per diffamazione dell'Islam. Purtroppo il suo processo è saltato, perché qualche maligno è riuscito a dimostrare che il presidente del tribunale ce l'aveva con lui per ragioni ideologiche. Del tutto ingiustamente anche il poetico Mosheb è stato processato. Eppure l'arte non si processa ... salvo che parli male di Maometto e dell'Islam, naturalmente. Chi avrebbe osato, in Italia, dopo l'omicidio Moro, condannare un cantante che avesse innocentemente incitato a uccidere dopo Moro anche Andreotti, o Berlinguer? Ricordate che in Olanda gli islamisti hanno ammazzato Pim Fortuyn e Theo Van Gogh, hanno costretto alla clandestinità e alla fuga negli Stati Uniti Ayaan Hirsi Ali, deputata somala di origini islamiche che si era ribellata alla sua oppressione. Dunque si poteva ben pensare che il tribunale se la prendesse con il povero Mosheb.
E infatti, dovete sapere che il tribunale l'anno scorso gli aveva inflitto una dura condanna: tre mesi di prigione e 80 ore di servizio sociale con la condizionale, insomma più o meno quel che nel rigoroso paese dei canali si prende per una sosta vietata. (http://islamizationwatch.blogspot.com/2009/12/dutch-islamic-rapper-convicted-of.html) Ma l'altro giorno è intervenuta la corte d'appello, che trionfalmente ha assolto il buon Mosheb, dicendo che il suo video è forse sì un tantino eccessivo, ma solo per quegli spari che vi si sentono, e però non si può sapere chi li abbia inseriti nell'audio, mentre la canzone rientra nella sfera della libertà di opinione, non si può proprio condannare. (http://www.unaviaxoriana.it/cgi-bin/uvpo/index.cgi?action=viewnews&id=4805). Che sentenza salomonica! La prossima volta che avete voglia di fare una minaccia di morte a qualcuno, mi raccomando, andate a farla in Olanda, così sarete al sicuro! Come sarebbe bello vivere in quel civilissimo paese, dove se uno è contrario all'immigrazione selvaggia e ai costumi oppressivi islamici e qualcuno incita ad ammazzarlo, non c'è niente di male, ma se costui dice che l'Islam incita ad uccidere gli infedeli lo processano... Per molti sensi Eurabia è ancora lontana, ma stiamo tranquilli, c'è la legge che (non solo) in Olanda lotta insieme a lei.
Ugo Volli (Informazione Corretta)

Ecco, al tempo del Profeta - la pace sia su di Lui e magari un po’ anche sulle bambine stuprate da Lui e, in Suo nome e in Suo onore, dai Suoi seguaci – i rapper non c’erano, però la musica, in un millennio e mezzo, non è cambiata neanche un po’. Ieri, con quella musica, hanno arabizzato e islamizzato tutto il nord Africa e tutto il Medio Oriente, pezzi di Europa e varie frange qua e là; oggi, con quella stessa musica, stanno completando l’opera. E noi ci difendiamo mettendoci a 90°.

barbara


29 settembre 2010

LA STRADA DI SMIRNE

Qua sì che faccio proprio una recensione coi fiocchi, continuavo a dirmi mentre lo leggevo. Poi ho finito di leggerlo, ho preso penna e quaderno e... niente, non mi veniva niente. Non per il panico da pagina bianca, no: scrivo testi di ogni sorta da quando avevo sette anni, e non ho davvero mai saputo che cosa fosse. No, il motivo era un altro: era l’eccesso. Era l’affollarsi disordinato di troppe sensazioni, troppe emozioni, troppa sofferenza che si accavallavano – che tuttora si accavallano – le une sulle altre, finendo per ostruire l’uscita. E tuttavia non posso rinunciare a scriverne, non posso rinunciare a farvi conoscere questo nuovo capolavoro di Antonia Arslan, che prosegue la storia narrata in La masseria delle allodole: troppo poco, ancora oggi, si sa di questo primo genocidio programmato della storia, troppo silenzio continua, ancora oggi, ad avvolgere lo sterminio sistematico dei cristiani di Turchia allo scopo di renderla islamicamente pura (anche sui greci si è abbattuta, in quegli anni, la scure della pulizia etnica. La sapevate, voi, la strage dei greci? Io no).
Storie di morte e storie di vita, troviamo in questo bellissimo libro, storie di vigliaccheria e storie di coraggio estremo, di abiezione e di redenzione. E di quella volontà di sopravvivere che sa compiere persino dei miracoli. Leggerlo, è un imperativo categorico.

Antonia Arslan, La strada di Smirne, BUR



barbara


8 aprile 2010

E ADESSO PARLIAMO UN PO’ DI EBREI E DINTORNI

Con amici così, chi ha bisogno di nemici?

Siamo "permalosi", ci manda a dire il vescovo di Cerreto Sannita Michele De Rosa il quale, partendo dallo scivolone di padre Cantalamessa che citando un "amico ebreo" aveva azzardato un paragone tra antisemitismo ed i presunti attacchi in corso nei confronti del Papa, si produce poi in un vero e proprio sfogo nel quale sembra confessare di non poterne più delle pretese di questi ebrei : ''Preghiamo perché si convertano e non va bene, abbiamo tolto l'espressione 'perfidi giudei', e non va bene, papa Benedetto XVI ha cambiato la preghiera del Venerdì Santo nella messa tridentina, e non va bene. Bisogna sempre chiedere scusa ogni volta, mi sembra ci sia una reazione esagerata''.
"...Capisco che abbiano sofferto con l'Olocausto, ma non possono farne una bandiera...", è un'altra "perla" del De Rosa pensiero.
Il Vescovo De Rosa è membro della Commissione CEI per l'ecumenismo e il dialogo e, a parte lo stress che pare aver accumulato, mi conferma ancora una volta la saggezza di un detto americano che spesso mi viene ricordato : "con amici così, chi ha bisogno di nemici?!".
Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Eh già, Israele ha per amico Obama, che non vede l’ora di svenderlo al miglior offerente, anzi, a un offerente qualsiasi, senza neanche provare a impuntarsi sul prezzo. E gli ebrei tutti hanno per amico Sue Eminenza Reverendissima Monsignor Michele De Rosa, vescovo di Cerreto Sannita, talmente buono che arriva perfino a capire – aprite bene le orecchie perché questa è forte davvero – che abbiano “sofferto con l’Olocausto”, e non è certo colpa sua se quelli se ne approfittano e con questo olocausto stanno spaccando i marroni al mondo intero. E ci sta molto bene, per restare in tema, la perla odierna, l’ennesima, dello strepitoso Tizio della Sera.

Meglio mai che tardi

Sessantamila anziani che hanno sofferto le persecuzioni dei ghetti riceveranno un vitalizio dal governo tedesco. Considerata l'attesa di vita di questi sessantamila ebrei, la notizia ridefinisce in modo drastico il significato della parola vitalizio.

Il Tizio della Sera

E poi, certo, visto che oltretutto si è nominato Obama, non può mancare lui.

barbara


22 marzo 2010

GUIDA (ITALIANA) ALLA GUERRA SANTA

Così il sito di un gruppo musulmano nel nostro Paese esalta l’esempio dei kamikaze

di GIAN ANTONIO STELLA

«L’allenamento militare è un obbligo islamico e non una opzione» per «ogni sano, maschio, maturo musulmano, che sia ricco o povero, che stia studiando o lavorando, sia che viva in un Paese musulmano o non-musulmano».
Proprio nei giorni in cui l’Occidente scosso dal massacro di New York tende la mano al mondo islamico riconoscendo l’abisso che c’è tra quanti si riconoscono nel Corano della pace e della tolleranza e quanti vi cercano parole di odio, un sito Internet italiano semina messaggi di minacciosa ambiguità. Si chiama «Islam Jihad Italia» (www.islamitalia.it), si vanta d’essere «il portale dei musulmani» nostrani, è il più visitato dai navigatori sia per AltaVista sia per Google ed è l’organo on-line dell’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). Un movimento che, spiega il libro «Islam, Italia» di Magdi Allam e Roberto Gritti, è minoritario nel panorama nazionale, ha il segretario nel convertito Hamza Roberto Piccardo e si riconosce nei Fratelli Musulmani.
I fratelli musulmani sono l’ala più dura e pura di quel fronte che punta apertamente a islamizzare l’Europa e l’Italia galleggiando sfuggente: né con Bin Laden, né contro Bin Laden. Con ripetuti ammiccamenti a tutte le jihad sparse per i continenti.
C’è tutto, nel sito. L’irrisione strafottente a un signore che chiede perché gli islamici rivendichino qui il diritto a convertire i cattolici quando non è permesso il contrario in Arabia: «Il paragone non è valido perché l’Arabia Saudita è uno Stato a regime islamico. L’Italia non è così, dunque non si può parlare di reciprocità: si tratta di una repubblica fondata sul lavoro e non sul Corano o sulla Bibbia!». La prescrizione alle donne a non uscire senza essere accompagnate da marito, fratello o figlio.
L’approvazione del processo ai cristiani accusati di proselitismo a Kabul: «È logico che ciò che è legale da noi può non esserlo in altri Stati». L’invito a finanziare la guerra santa dei talebani.
Per «Islam Jihad Italia» (le tre parole sono in bianco, rosso e verde) l’Afghanistan è in realtà «l’unico Paese nel mondo nel quale Allah ha riacceso il Jihad nel 20° secolo», dove «gli eruditi Islamici vivono vite semplici» e hanno «implementato con successo la Shariah», la legge islamica, «riportando la legge e l’ordine». Di più: quello di Kabul è «l’unico governo musulmano che si è rifiutato di prostrarsi sotto la pressione dei nemici di Allah». Tanto che la soluzione di «tutte le calamità» islamiche della Terra, dalla Palestina alla Cecenia, dal Kashmir alle Filippine e all’Indonesia, non sarà «niente se l’unico gruppo di Musulmani che si è alzato e ha implementato la Shariah dovesse cadere».
La parte più sconcertante del sito però, destinata ad accendere la polemica e sollevare le dissociazioni delle organizzazioni islamiche più responsabili, è quella che con un link si richiama alla guerra santa in Cecenia. E non tanto per le foto raggelanti di soldati russi mutilati per rappresaglia. Quanto perché la Cecenia è il punto di partenza per mettere a fuoco due temi generali: la liceità del suicidio dei kamikaze maomettani e la necessità che tutti i musulmani si allenino alla jihad poiché «chiunque muore senza avere combattuto in battaglia, e senza avere il sincero desiderio nel suo cuor di combattere in battaglia, muore su di un ramo di ipocrisia».
Sia chiaro: il movimento coordinato da Piccardo (che come tutti i Fratelli Musulmani ha stretto un patto di obbedienza, la bayaa, che si basa, come spiega Allam, «sull’accettazione da parte dell’adepto a prestare obbedienza al proprio capo spirituale considerandola pari all’obbedienza al profeta Maometto e quindi pari a Dio») ha detto subito parole di censura sull’attentato a New York. È vero che ha dato spazio all’ipotesi che a fare la strage siano stati gli israeliani: «Solo loro han ricavato guadagno da tutto ciò che è successo. (...) La gente americana, generalmente, è beatamente inconsapevole della macchinazione israeliana, è condotta dal naso dei media che è dominato dagli ebrei». Ma la presa di distanza c’è stata. E va registrata.
La teorizzazione del suicidio nel nome di Allah, però, è resa esplicita con parole che vanno oltre il conflitto ceceno e non lasciano margini a dubbi e distinguo. Spiega infatti il sito, sotto il titolo «Giudizio Islamico Circa la Permissibilità di Operazioni di Martirio», che «il nome "operazioni di suicidio" usato da alcuni è inaccurato, infatti questo nome è stato scelto dagli Ebrei al fine di scoraggiare la gente da tali imprese» poiché «non c’è alcun’altra tecnica che diffonda così tanto terrore nei loro cuori». L’obiettivo, spiega Islam Jihad Italia, cantando il sacrificio della cecena Hawa Barayev, «una delle poche donne il cui nome sarà registrato nella storia», è chiaro: «Cercare il martirio. Infliggere perdite sul nemico. Incoraggiare i Musulmani ad attaccare. Demoralizzare il nemico, mostrando loro che se un uomo può fare ciò, allora cosa è capace di fare la totalità!».
L’importante, precisano tutti i saggi, è non morire inutilmente: «Se, ad ogni modo, egli sa che non infliggerà alcune perdite al nemico, non è permissibile per lui di attaccarli, in quanto non contribuirebbe al rafforzamento della religione». Allora il suicidio torna a essere un peccato perché non porta «alcun beneficio ai Musulmani». Ma se i «miscredenti» destinati a saltare per aria sono tanti, allora Allah sarà misericordioso: «Purché ottenga qualche cosa, come uccidere, ferire o sconfiggere il nemico».
Vale per l’Afghanistan, la Cecenia, la Palestina o il mondo intero? Rispondono le pagine on-line dedicate al tema: «Come posso allenarmi per Jihad ». Dove la parola, dopo le seccate precisazioni intorno al «vero significato» che sarebbe quello di «combattimento interiore», assume un senso differente. Più vicino alle idee bellicose di Bin Laden che a quelle degli islamici sinceramente moderati e tolleranti che costituiscono la grande maggioranza del panorama italiano e internazionale.
L’interpretazione del versetto (8.60: «Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete (raccogliere) e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah...») è affidata a «Sahih Muslim», cioè l’«opera omnia genuina di Muslim», uno dei grandi interpreti del Corano. Ed è secca: «La forza è sparare, la forza è sparare, la forza è sparare». Precisa tuttavia il sito che a tanto si arriverà dopo. Prima c’è l’allenamento. Corse. Flessioni. Iscrizioni a «club che insegnano armi come il combattimento con la spada o il coltello». Fino ad arrivare all’«addestramento su armi da fuoco». Spiegazioni in dettaglio: «In alcuni Stati degli Usa o Sud Africa, è perfettamente legale per componenti del pubblico di possedere certi tipi di armi da fuoco. Se vivete in tali Paesi, ottenete un fucile d’assalto legalmente, preferibilmente AK-47 o variazioni, imparate come usarlo appropriatamente...».
Corriere della Sera 20/9/2001

Tutto noto, tutto documentato, tutto esplicitamente dichiarato nero su bianco già quasi dieci anni fa. E qualcuno ancora si affanna a dimostrare che saremmo noi gli esaltati, che saremmo noi i visionari, che saremmo noi i fissati.
Nel frattempo, tanto per restare tra fissati, andate a leggere anche questo e questo.


barbara


4 dicembre 2009

OBSESSION

Credo valga la pena di dedicare un po’ di tempo alla visione di questo documento, e poi digerirlo, e poi assimilarlo, e poi farlo diventare parte di noi: forse non è ancora troppo tardi per far sì che quel famoso “mai più” non resti solo una voce nell’aria. Forse non è ancora troppo tardi per sperare che esista ancora una possibilità di salvezza. Solo, un’importante avvertenza: le anime delicate e gli stomaci deboli si tengano pronti a chiudere, di quando in quando, rapidamente gli occhi: alcune scene presenti nel video non sono per loro.

http://www.radicalislam.org/obsession.php?utm_source=Haaretz&utm_medium=300x250&utm_term=OBS&utm_campaign=OBS_Haaretz_300x250

E poi, non del tutto fuori tema, questo.

barbara


11 novembre 2009

CHI SEGNALA IL PERICOLO DISTURBA PIÙ DEL PERICOLO

Quando gli Occidentali smetteranno di “occidentalizzare” i concetti islamici?

di Raymond Ibrahim

Recentemente, Cathy Lynn Grossman di USA Today ha scritto un articolo sulla zakat musulmana, in cui mi ha citato, definendomi come un “critico dell’islàm”. Ha proseguito poi con un successivo articolo, intitolato: “Un critico mette in dubbio scopi e fini della beneficenza islamica”, in cui discuteva le mie opinioni sulla zakat.
Anche se apprezzo l’iniziativa della Sig.na Grossman, quello che maggiormente qui mi interessa è che la sua risposta è il tipico esempio del problema che ho originariamente sottolineato nel mio articolo “Il lato oscuro della Zakat: la beneficenza islamica nel suo contesto”, per il quale la Sig.na Grossman mi rimprovera aspramente.
Ho scritto: “Sia riguardo a ciò che viene insegnato agli scolari Americani dai loro insegnanti, che riguardo a ciò che viene raccontato agli Americani dai loro Presidenti, oggi concetti specifici unicamente dell’islàm sono quasi sempre “occidentalizzati”. Che sia il risultato di ingenuità, arroganza o vera e propria ipocrisia, questo fenomeno ha provocato errori di comprensione (purtroppo estremamente diffusi), che hanno impedito agli Americani di capire obiettivamente alcune delle più preoccupanti dottrine dell’islàm”.
Mi pare quindi piuttosto paradossale che tutto l’articolo della Sig.na Grossman sia una evidente testimonianza di questo fenomeno. Tanto per cominciare, anche se ho indicato che ai musulmani, in realtà, è vietato destinare la zakat ai non musulmani, la sua frase iniziale cocciutamente descrive la zakat come “una prescrizione ad essere caritatevoli”. Sicuramente una “beneficenza” che discrimina in base alla religione non può certo essere considerata così “caritatevole”, una parola che in un contesto occidentale, denota una beneficenza universale.
La Sig.na Grossman ha pure deciso che i musulmani impegnati nell’attività indicata da quella frase islamica “senza tempo” fi sabil Allah – letteralmente “sulla via di Allah” – possono essere definiti come “chiunque, dai seminaristi, agli imam, ai missionari”; mentre, al contrario, io lo interpreto presumibilmente “come un via di rifornimento di jihadisti violenti”.
D’accodo, opinioni diverse. Ma sfortunatamente quando si tratta del significato della terminologia islamica, né la sua opinione né la mia, valgono molto; quello che conta è esclusivamente sapere come le più autorevoli scuole di giurisprudenza islamica (in particolare le quattro madhahib) hanno interpretato la frase fi sabil Allah. E le deliberazioni giuridiche islamiche in merito affermano chiaramente che fi sabil Allah è un sinonimo del concetto di jihad violenta.
Per esempio, nella sua sezione sulla zakat l’edizione in Arabo e Inglese del testo legale, 'Umdat as-Salik, traduce fi sabil Allah come “coloro che combattono per Allah”. Nell’indice, vicino alla voce fi sabil Allah, si legge semplicemente “Vedi: jihad”.
A proposito della zakat, il seguente episodio, tratto dalla storia islamica, chiarisce ulteriormente il problema: dopo la morte di Maometto, nel 632, molte tribù Arabe, pur considerandosi ancora musulmane, rifiutarono di pagare la zakat, di cui la maggior parte era usata per finanziare le operazioni militari. Abu Bakr, il primo Califfo “ben guidato”, reagì scatenando le Guerre dell’Apostasia, che costarono la vita di decine di migliaia di Arabi. In questo conteso, né l’uso della zakat, né la brutale risposta di Abu Bakr, sembrano molto “caritatevoli”. (Chi ha mai sentito che si uccidono persone perché non sono state abbastanza “caritatevoli”?)
Come risultato, lo stesso canone della legge islamica (la sharia) che chiaramente vieta ai musulmani di dare la zakat (assistenza economico-finanziaria) ai non musulmani, promuove la sua elargizione a coloro che noi definiamo “jihadisti”. Questo è un semplice dato di fatto, ribadito più e più volte – non una mia opinione, né qualcosa “aperta all’interpretazione”.
Gli interrogativi finali della Sig.na Grossman sono ulteriormente indicativi della diffusa tendenza di ri-modellare concetti musulmani con termini occidentali. Chiede al lettore: “Ritieni che i credenti sostengano coloro che sono ’sulla via di Allah’ in un senso religioso, così come i Cristiani sostengono i missionari nella diffusione del Vangelo? O lo interpreti come un codice per propositi nefandi?”.
A parte il fatto che – ahimè! ancora una volta! – ciò che ciascuno di noi “pensa” è totalmente irrilevante, queste domande confermano la troppo diffusa incapacità di trascendere le nozioni di bene e male, profondamente radicate nella propria cultura, attribuendo loro una origine universale. Perché, proprio come la sensibilità occidentale della Sig.na Grossman la informa che la zakat, che riguarda elargire del denaro, deve sempre essere “caritatevole”, allo stesso modo queste stesse nozioni la informano che il finanziamento della violenza, jihadista o di altro tipo, deve essere sempre “nefasto”.
Ancora, si potrebbe sorprendere nello scoprire che uomini come Osama bin Laden in realtà considerano la loro jihad – sì, la jihad, con tutta la morte e la distruzione conseguenti – come un atto di altruismo, come un mezzo orribile per uno scopo benefico (vedi Corano 2:216), cioè, l’instaurazione della legge islamica da un capo all’altro del mondo (che è, tra l’altro, un dovere musulmano). Uno dei più rinomati ecclesiastici musulmani, un eroe per i jihadisti odierni, Ibn Taymiyya, ha scritto diffusamente sulla jihad, descrivendola come la più alta espressione di “amore”. E, comunque, non sembra una scommessa troppo rischiosa ritenere che molti musulmani sarebbero più propensi ad accettare le sue opinioni, cioè le sue “fatwe”, piuttosto che le estemporanee idee della Sig.na Grossman.
La morale? I benpensanti (Americani o Occidentali) farebbero bene a smettere di interpretare antiche dottrine musulmane – dalla jihad alla zakat – secondo le loro conoscenze epistemologiche occidentali, mentre invece dovrebbero basarsi sui classici giudizi della tradizione islamica, come chiaramente formulati dalle sue autorevoli scuole di giurisprudenza. Il che, dopo tutto, è quello che fanno i musulmani.

Post Scriptum: Come spesso accade, ho recentemente trasmesso gran parte di quanto precede alla Sig.na Grossman, e lei ha risposto in un altro articolo, il cui succo è che, solo perché una religione insegna qualcosa, ciò non significa che i suoi fedeli lo mettano in pratica. Scrive:
Non ostante la legge Giudaica sia chiarissima sulle regole dietetiche, molti Ebrei non mangiano cibi kosher. Benché varie confessioni Cristiane chiaramente dicano che Cristo è essenziale per la salvezza, molti ritengono che le persone buone andranno in paradiso, a prescindere dalla loro fede o dalla sua mancanza.
Così, distinguiamo tra gli insegnamenti delle varie religioni (che sono spesso obbiettivi e accertabili) e le pratiche reali di coloro che affermano di seguirli. La tacita supposizione della Sig.na Grossman, pertanto, sembra essere che, anche se la legge islamica prescrive la jihad e la necessità di finanziarla, molti musulmani non lo fanno.
Sfortunatamente, anche se fosse vero, questa convinzione non sembra molto consolante: sono bastati diciannove musulmani per commettere l’orribile impresa dell’11 Settembre!

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Middle East Forum e autore di “The Al Qaeda Reader”, traduzioni di testi religiosi e propagandistici. (traduzione di Paolo Mantellini, qui)

Che è, applicato ad altro ambito ma con la stessa pregnanza, esattamente la stessa cosa che dice lui.


barbara


2 novembre 2009

TUTTO CIÒ CHE NON SAPPIAMO SULLA BENEFICENZA MUSULMANA

Grazie alla traduzione del solito prezioso Paolo Mantellini

Il lato oscuro della Zakat
La “beneficenza” musulmana nel suo contesto


di Raymond Ibrahim
Sia riguardo a ciò che viene insegnato agli scolari Americani dai loro insegnanti, che riguardo a ciò che viene raccontato agli Americani dai loro Presidenti, oggi concetti specifici unicamente dell’islàm sono quasi sempre “occidentalizzati”. Che sia il risultato di ingenuità, arroganza o vera e propria ipocrisia, questo fenomeno ha provocato errori di comprensione (purtroppo estremamente diffusi), che hanno impedito agli Americani di capire obiettivamente alcune delle più preoccupanti dottrine dell’islàm.
Un tipico libro di testo per la scuola media, ad esempio, insegna che “la jihad rappresenta la lotta dell’essere umano per vincere le difficoltà e compiere azioni gradite a Dio. I musulmani si sforzano di affrontare in modo positivo le difficoltà personali così come le sfide del mondo. Per esempio, dovrebbero impegnarsi per diventare persone migliori, per riformare la società o per correggere le ingiustizie”.
A rigor di termini, in complesso, questo è vero. Tuttavia, non spiegando cosa significa “essere persone migliori, riformare la società o correggere le ingiustizie” – in un’ottica prettamente islamica, in confronto con l’ottica occidentale – il libro di testo consente che gli studenti ricorrano alle proprie (fuorvianti) interpretazioni.
Ma la realtà è questa: per l’islàm, uccidere alcuni “malviventi”, come gli apostati o gli omosessuali, è un modo di “correggere le ingiustizie”; rovesciare gli ordinamenti costituzionali stabiliti dagli uomini (come quello degli Stati Uniti) e sostituirli con le regole stabilite dalla sharia, e sottomettere le donne e i non musulmani, sono modi di “riformare la società”. Coloro che impongono tutto ciò, sono, in effetti, “le persone migliori” – infatti, secondo il Corano essi sono “la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini, raccomandando le buone consuetudini e vietando ciò che è riprovevole [3:110]”, cioè governando secondo la sharia.
Lo stesso succede per il concetto islamico di zakat, una parola spesso tradotta come “beneficenza, carità o elemosina”. Ma siamo sicuri che la zakat sia proprio questo – una semplice attività caritatevole musulmana per nutrire e vestire i bisognosi, come troppo spesso si intende con la parola “beneficenza”?
Sembra che Barak Hussein Obama, Presidente degli Stati Uniti, la pensi così – o, considerando le sue origini, ritenga che così la pensino gli altri – considerando la sua recente dichiarazione al mondo musulmano che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi. Ecco perché mi impegno a collaborare con i musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.
E così Obama considera un concetto prettamente islamico come una generica indicazione alla “beneficenza”. Questa considerazione è giustificata? Come per tutti i concetti islamici, per prima cosa bisogna esaminare gli aspetti legali della zakat per comprenderne esattamente il significato profondo. Etimologicamente collegata al concetto di “purezza”, la zakat – pagare una quota della propria ricchezza a beneficiari specificamente stabiliti – è un modo per purificarsi, così come lo è la preghiera (Corano 9:103).
Il problema, tuttavia, nasce con la definizione di chi ha titolo per ricevere questa “beneficenza” obbligatoria. La maggioranza delle scuole di giurisprudenza musulmana concorda nel definire otto possibili categorie di beneficiari – una delle quali è proprio la categoria di coloro che lottano “sulla via di Allah”, cioè coloro che si impegna nella jihad, i “jihadisti”, noti anche come “terroristi”.
In verità, sostenere finanziariamente i jihadisti è una forma riconosciuta di jihad – jihad al-mal; anche la quasi totalità dei numerosi Versetti bellicosi del Corano (come, ad esempio 9:20, 9:41, 49:15, 61:10-11) sottolineano l’importanza preminente della necessità di finanziare la jihad rispetto al mero combattere in essa, perché combattere con le proprie sostanze spesso precede il combattere con la propria persona. Ben noti islamisti – dal jihadista internazionale Osama bin Laden all’autorevole ecclesiastico Sheikh al-Qaradawi – sono ben consci di questo ed esortano regolarmente i musulmani a finanziare la jihad mediante la zakat.
Ancora più rivelatore della peculiare natura islamica della zakat è il fatto che ai musulmani è in realtà vietato donare questa “beneficenza” ai non musulmani (come, per esempio, la grande maggioranza degli “infedeli” Americani). Le Organizzazioni musulmane di “beneficenza” che operano sul suolo Americano, pertanto, non sono assolutamente comparabili, ad esempio, con “L’esercito della salvezza”, una organizzazione benefica cristiana, la cui opera si estende a tutti, senza discriminazioni di “età, sesso, colore o religione”. Nell’islàm, invece, la religione è uno dei principali criteri per ricevere la “beneficenza” – sorvolando sulla possibilità di ottenere uguaglianza sociale.
Da quanto precede, si può meglio comprendere la recriminazione di Obama che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi”, una dichiarazione che, senza volerlo, implica che la zakat Americana sia stata usata in realtà per finanziare la jihad. Dopo tutto, questi fastidiosi “regolamenti” a cui Obama allude, sembra che siano in relazione all’attento esame, presumibilmente “eccessivo”, a cui le “organizzazioni benefiche” musulmane sono state sottoposte da parte delle forze di sicurezza. Ma questo esame è la diretta conseguenza del fatto che, in verità, le organizzazioni benefiche musulmane in America hanno finanziato la jihad sia all’interno che all’estero.
Alla luce di tutto questo, quello che in realtà rimane da capire è come, in pratica, Obama ritenga di “collaborare coi musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Middle East Forum e autore di “The Al Qaeda Reader”, traduzioni di testi religiosi e propagandistici. (qui)

Perché le leggende buoniste sull’islam sono tante, e non sarà mai abbastanza l’opera di demistificazione di tali leggende. Anche perché a girare bendati si finisce, prima o poi, per finire a precipizio nel burrone.
E un altro discorso molto serio lo trovate qui.


barbara


25 aprile 2009

OH, QUANTO È DOLCE

il profumo della jihad!
(dura circa mezz’ora, ma vi consiglio caldamente di guardarlo tutto)





barbara


25 febbraio 2008

RISO AMARO

Ero appena sceso dal palcoscenico, contento che il pubblico capisse l’inglese, quando un giovane, identificandosi come un “devoto” musulmano, mi si avvicinò e mi fece una domanda.
“Perché ti prendi gioco di 72 vergini?”, chiese, rosso di rabbia.
“Io non mi prendo gioco di 72 vergini”, risposi.
“Sì, invece”, insistette, usando la parola “haram”, che in arabo significa “peccato”.
“No. Mi prendo gioco dell’idea che uno possa uccidere sua sorella se uno sconosciuto la accusa di aver dormito con qualcuno, ma è giusto divertirsi con 72 vergini se si muore per una buona causa”.
Questo lo rese solo più agitato. Mi spiegò che, secondo la sua religione, quelli che si sacrificano per una giusta causa potranno godersi la bellezza del paradiso oltre a 72 vergini.
Era esattamente il tipo di logica che mi ha portato al cabaret. Il cabaret negli Stati Uniti è un’industria, uno stile di umorismo che è alquanto diverso da quello cui la maggior parte della gente è abituata in Medio Oriente.
Sia palestinesi che ebrei sono dotati di umorismo, naturalmente. Ma non fa male averne ancora di più. L’umorismo è l’arma più potente che una persona possa usare per sconfiggere l’odio, superare l’animosità e calmare l’ira.
Di solito.
Se riuscite a far sorridere una persona arrabbiata, avete vinto.
Di fronte a questa nobile lotta, decisi che non avrei rinunciato. Riprovai a raccontargli la storiella, nel caso che non capisse bene l’inglese e credesse che mi stessi prendendo gioco di 72 storioni, un gustoso pesce che non è mai stato causa di conflitti fra arabi ed ebrei, per quanto mi risulta. Beh, a ben vedere, ci fu quell’incidente durante le Crociate…
Comunque, ricominciai, solo per lui.
“Sembra che a quell’americano che voleva far esplodere un aereo con le sue scarpe, Richard Reid, fossero state promesse 72 vergini. Ovviamente, non parlava l’arabo. Non è come l’inglese. L’arabo si legge da destra a sinistra. Dunque non si tratta di 72 vergini, ma di una vergine che ha 72 anni…e la promettono a tutti”.
Ancora niente sorriso. Ma non rinunciai.
“Parliamoci chiaro. Proprio quello che ho sempre voluto. 72 vergini. A che scopo? In modo da poter essere respinto 72 volte quando arrivo in paradiso? Non è la mia idea di divertimento”.
Nemmeno un sorrisetto.
“Ascolta – ho continuato – Se vuoi veramente farmi felice, tieniti le 72 vergini e dammi una bella prostituta che lavora solo da una settimana… questa è la mia idea di una vera ricompensa”.
A questo punto cominciò a strillare, in arabo. E benché i miei genitori siano palestinesi, non capivo nulla. Così rimasi fermo lì, annuendo.
Infine, lo interruppi.
“Vuoi dire che è giusto insozzare 72 vergini? Non le devo sposare? Non devo prendermene cura? Va molto oltre il limite legale di quattro. Ma non posso invece avere una prostituta?”
C’è gente davvero priva di senso dell’umorismo.
Io so per certo, però, che la maggior parte dei palestinesi è provvista di senso dell’umorismo. La vera tragedia è che palestinesi e israeliani sono soggetti a grossi cambiamenti d’umore. Siamo tra la gente più emotiva del mondo. Un giorno ci amiamo, e quello successivo ci ammazziamo.
Come Arafat e Barak che si davano pacche sulla schiena all’ingresso di Camp David e cercavano letteralmente di uccidersi il giorno dopo.
Il miglior modo di metter fine al conflitto è metter fine alla rabbia. È facile odiare uno sconosciuto. È difficile odiare un amico. Niente costruisce un’amicizia più dell’umorismo.
Se possiamo ridere insieme, so che possiamo vivere insieme.
OK. Forse il severo jihadista che mi ha affrontato dopo lo spettacolo non era pronto a diventare subito mio amico.
Ma ero certo che non sarebbe stato diverso se fossimo stati seduti insieme a mangiare dello storione.
A volte, bisogna solo guardare al di là della rabbia. (Da: YnetNews, 19.05.05, grazie alla segnalazione e traduzione di Israele.net)



Nella foto: Ray Hanania, palestinese-americano, giornalista e cabarettista, cresciuto a Chicago. Si è battuto per i diritti dei palestinesi, sostenendo nello stesso tempo la ricerca di un compromesso pacifico. Viene da una famiglia cristiana: suo padre è di Gerusalemme, sua madre di Betlemme. Moglie e figli sono ebrei. È il fondatore di “Comedy for Peace”, che spera di portare spettacoli comici palestinesi ed israeliani insieme in Israele e Palestina

Una volta ogni manciatina di anni decido di riordinare la posta, e quando lo faccio succede sempre che salta fuori qualche sorpresa. Come questo articolo di due anni e mezzo fa.

barbara

AGGIORNAMENTO: correre subito tutti a leggere questo splendido post, arrivato via Eugenio.


2 agosto 2007

COSÌ HAMAS EDUCA I BAMBINI PALESTINESI A UCCIDERE GLI EBREI

Tutte cose che sappiamo da sempre, ma un piccolo promemoria ogni tanto fa sempre bene.

Queste sono alcune delle poesie jihadiste propagate negli anni scorsi dalla televisione palestinese.

"Madre amatissima, sii felice del mio sangue",
"Quanto è dolce la shahada, com'è dolce il profumo del martirio, vado senza lacrime, senza paura, seguitemi",
"Con la tua morte hai portato vita alla nostra volontà",
"Con gioia morirò da martire",
"Milioni di Shahids in marcia per Gerusalemme",
"Porterò la mia anima sul palmo della mano e la getterò nell'abisso della distruzione".

Hamas ha sviluppato una pedagogia dell'annientamento ebraico, dove i figli di Israele sono ritratti come "cani" da abbattere con il martirio. Questa sanguinaria propaganda che spinge i bambini a immolarsi contro Israele, si è recentemente incarnata in due programmi di grande successo: il topo Farfur e l'ape Nahal. I terroristi che fanno strage di israeliani devono essere indicati come eroi e modelli per la società, e questa è la seconda componente dell'opera di creazione di terroristi suicidi fatta dall'Autorità palestinese. Nella società palestinese non sembrano esistere eroi e modelli più grandi dei terroristi suicidi. Campi estivi per bambini vengono intitolati a Wafa Idris e Ayyat Al Achras, terroriste suicide. Eventi sportivi vengono normalmente intitolati a terroristi suicidi, come quel campionato di calcio per quattordicenni cui è stato dato il nome di un terrorista che quattro anni fa massacrò 31 israeliani nell'attentato di Pasqua al Park Hotel di Netanya. Recentemente il ministero della Cultura dell'Autorità Palestinese ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata a Hanadi Jaradat, la terrorista che fece strage di 21 israeliani, ebrei e arabi, in un ristorante di Haifa.
Tornando ai due nuovi personaggi, Farfur è un topolino che insegna ai bambini a uccidere gli ebrei. L'emittente di Hamas Al Aqsa due settimane fa ha trasmesso l'ultima puntata di una serie che ha per protagonista il pupazzo Farfur. Nell'ultimo sketch, questo topolino viene picchiato a morte da un funzionario israeliano che vuole acquistare la terra palestinese contro la sua volontà. Il nonno di Farfur affida al nipote dei documenti dicendogli che "provano che la terra è nostra", la magica terra "coperta di fiori, ulivi e palme", occupata "nel 1948 dagli sporchi, criminali ebrei saccheggiatori". Farfur chiede: "Che terra, nonno?". Risposta: "La terra si chiama Tel Al Rabi, ma gli ebrei la chiamano Tel Aviv da quando l'hanno occupata". Il nonno consegna a Farfur "la chiave che userai quando la terra sarà riconquistata". Nella scena dopo compare il funzionario israeliano che interroga Farfur: "Abbiamo saputo che tuo nonno ti ha affidato le chiavi e i documenti della terra. Farfur, vogliamo comprare la tua terra, ti daremo un sacco di soldi e ci prenderemo i documenti". "No – risponde Farfur – noi non siamo gente che vende la propria terra a dei terroristi". "Farfur, dammi i documenti", insiste l'attore. "No, non ve li darò, non ve li darò", grida il pupazzo. L'attore picchia Farfur gridando: "Dammi i documenti". Farfur, sotto i colpi, continua a gridare: "Non li darò a degli odiosi terroristi, a dei criminali". Continua a picchiarlo, mentre Farfur grida "basta, basta!". Una bambina di nome Sara, che conduce il programma da studio, commenta: "Miei piccoli amici abbiamo perduto il nostro amatissimo amico Farfur. È diventato martire difendendo la sua terra. È diventato martire per mano di criminali e assassini che uccidono bambini innocenti". Chiama Shaimaa, ha tre anni. Sara chiede: "Hai visto, gli ebrei hanno fatto morire Farfur come un martire. Che cosa vorreste dire agli ebrei?". La voce della bimba al telefono risponde: "Non ci piacciono gli ebrei perché sono cani, li combatteremo". Sara interviene con tono sarcastico. "Ma no, Shaimaa. Gli ebrei sono buoni, gli ebrei sono nostri amici e noi giochiamo con loro, non è così?". La piccola ascoltatrice: "Hanno ucciso Farfur!". Sara sorride: "Hai ragione, Shaimaa, gli ebrei sono criminali e nemici, dobbiamo buttarli fuori dalla nostra terra".
Morto Farfur per mano degli ebrei perfidi, il nuovo protagonista della tv di Hamas è un'ape di nome Nahul e si è presentata alla conduttrice del programma dicendo d'essere il cugino di Farfur e di voler "continuare sulla strada di Farfur… la strada del martirio, dei guerrieri della jihad". "In suo nome ci prenderemo la nostra vendetta sui nemici di Allah, sugli assassini di profeti…". La stessa conduttrice, Sara, dice: "E tu chi sei? Da dove vieni?". L'ape Nahul: "Sono Nahul. Voglio essere con te in ogni puntata di 'Pionieri di domani', proprio come Farfur. Voglio continuare sulla strada di Farfur, la strada dell'islam, la strada dell'eroismo, la strada del martirio, la strada dei mujahiddin della jihad. Io e i miei amici seguiremo le orme di Farfur. E in suo nome ci prenderemo la vendetta sui nemici di Allah, sugli assassini dei profeti, sugli assassini di bambini, fino a quando libereremo Al-Aqsa dalla loro sozzura. Noi abbiamo fede in Allah". Il mufti di Gerusalemme nominato dall'Autorità Palestinese, Ikram Sabri, ebbe a dire che "più giovane è il martire, più viene ammirato, ed è per questo che le madri gridano di gioia alla notizia della sua morte. Il martire è invidiato perché gli angeli in cielo lo accompagnano alle sue nozze". Hamas negli anni scorsi aveva dedicato una canzone, accompagnata da un video, a Wafa Idris, che fece strage nel centro di Gerusalemme, la prima donna kamikaze: "Sorella mia Wafa, battito del cuore orgoglioso, bocciolo che era in terra e oggi è in cielo, sorella mia che hai scelto la Shahada, con la tua morte hai portato vita alla nostra volontà". Segue il coro "Allah Akbar, o Palestina degli arabi, Allah Akbar". Il ministero della Cultura dell'Autorità Palestinese di Arafat pubblicò il suo Libro del Mese, una raccolta di poesie in onore della terrorista suicida Hanadi Jaradat responsabile dell'assassinio di 21 israeliani innocenti. Il libro è stato distribuito come supplemento speciale del quotidiano Al-Ayyam. La raccolta comprende una poesia che celebra l'attentato terrorista della Jaradat definendolo "la meta più alta". La poesia è dedicata a Hanadi Jaradat, definita "Rosa della Palestina, Iris del Carmelo, Martire di Allah". La sera di sabato 4 ottobre 2003 la Jaradat si fece esplodere nel ristorante Maxim di Haifa uccidendo 21 israeliani, sia ebrei che arabi, compresi quattro bambini. Più di sessanta i feriti e mutilati. L'attentato venne rivendicato dalla Jihad Islamica. La poesia biasima la nazione araba perché ignora la jihad:

"Dov'è la nazione araba?
Gli eserciti si sono nascosti
non rimane nulla sul campo…
non il suono della jihad
tutti loro, nell'ora della decisione
si sono arresi, obbediscono al nemico…
O Hanadi! O Hanadi!
La vendetta chiama!…
La bandiera della nazione non sventola sui campi della jihad".

La poesia si conclude quando la terrorista prende l'iniziativa:

"Oh, Hanadi! O Hanadi!
Fa' tremare la terra sotto i piedi del nemico!
Fallo esplodere!
Hanadi disse: Sono le mie nozze,
sono le nozze di Hanadi
il giorno in cui la morte come martire per Allah diviene la meta più alta
che libera la mia terra".

Un anno fa la televisione palestinese ha ricominciato a trasmettere un videoclip in cui si vede il piccolo Mohammed al Dura, simbolo della cattiveria israeliana che uccide i bambini palestinesi, che invita i ragazzini palestinesi ad immolarsi per condividere con lui i piaceri del paradiso dei "martiri" bambini. Il Palestinian Media Watch ricorda che la compagna di indottrinamento messa in onda nel 2002-2003 dalla televisione palestinese fu tanto efficace che, a quell'epoca, il 70-80 per cento dei ragazzini palestinesi intervistati in tre diversi sondaggi dichiarava di voler morire da "martire". Solo nel marzo scorso ne vedemmo un altro. "Tu ami la mamma, vero? Dov'è adesso?". "In paradiso". "Che cosa ha fatto?". "Ha scelto il martirio". "Ha ucciso degli ebrei? Quanti ne ha uccisi?". È un'intervista trasmessa dalla televisione Al Aqsa, controllata da Hamas nella Striscia di Gaza. I due bambini sono figli di Rim Riashi, che il 4 gennaio del 2004 si è fatta saltare al valico di Erez uccidendo cinque israeliani. L'intervistatore incalza Mohammed: "Quanti ne ha uccisi?". Il piccolo, cinque anni, fa vedere le dita: "Così...". "Quanti sono?". "Cinque".
Nel 2001 un videoclip prodotto dal ministero per l'Informazione dell'Autorità Palestinese invitò i bambini a diventare martiri. Nel video si vede sempre al-Dura che giunge in un paradiso fatto di spiagge, cascate e ruote panoramiche da luna park. Al-Dura si rivolge ai bambini palestinesi dicendo: "Non vi dico addio, vi dico di seguire i miei passi". Dopo di che si vedono bambini e bambine palestinesi che lasciano i giocattoli e impugnano le pietre. Intanto, la canzone di sottofondo recita: "Come è buono il profumo dei martiri, come è buono l'odore della terra, della terra arricchita dal sangue, il sangue che sgorga da un giovane corpo".
Nel giugno del 2002 ne andò in onda un altro. Intervistatore: "Pensi che il martirio sia bello?". Wala: "Il martirio è molto, molto bello. Cosa potrebbe esserci di meglio che andare in Paradiso?". Ancora l'intervistatore: "E cosa è meglio: pace e pieni diritti per il popolo palestinese o il martirio?". Wala: "Il martirio! Otterrò i miei diritti dopo essere divenuta martire! Noi vogliamo restare ragazzi per sempre!".
Recentemente la televisione di Hamas ha mandato in onda un video della figlia di quattro anni della terrorista suicida Rim Riyashi che canta alla sua mamma e giura di seguire le sue orme. Il programma per bambini della TV Al Aqsa mostra un'attrice bambina che impersona il ruolo della figlia che osserva Riyashi mentre prepara la bomba e chiede a sua madre: "Mamma, che cosa porti in braccio invece di me?". La bambina poi guarda alla TV un'altra scena che presenta la morte della mamma mentre compie la sua missione suicida, e capisce che sua madre stava portando una bomba. "Solo adesso capisco che cosa per te era più prezioso di noi..." canta guardando la bomba. Nonostante senta la mancanza della mamma, giura di seguire le sue orme. Il video finisce con la bambina che apre il cassetto della madre e tira fuori i candelotti di esplosivo che la madre aveva lasciato lì.
(Giulio Menotti, il Velino, 23 luglio 2007)

Martiri per disperazione? Non siamo ridicoli, per favore.
(No, non ho dimenticato che data è oggi, ma ho deciso che non voglio)


barbara


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27 giugno 2007

ACH, QUESTI PALESTINESI SCONOSCENTI!

Da chi è stata abitata Gaza nel corso della storia? Possiamo trovare qualche ragguaglio in Wikipedia:

Nel 145 a.C. Gaza fu conquistata da Gionata l'Asmoneo (fratello di Giuda il Maccabeo). A partire da quel momento ci fu una prospera comunità ebraica a Gaza fino a quando il governatore romano Gavinio non la espulse nel 61 d.C., nel quadro della prima guerra fra Ebrei e Romani. Ai tempi della Mishnah e del Talmud, a Gaza si ricostituì una fiorente e grande comunità ebraica, tanto che su uno dei pilastri della Grande Moschea di Gaza c'era una scritta in Greco che diceva "Hananiah bar Yaakov" (un nome ebraico), con una menorah scolpita sopra. Questa colonna era in realtà originariamente parte di una sinagoga costruita in era bizantina, poi distrutta in una data sconosciuta e riusata come parte della maestosa Chiesa di San Giovanni il Battista, costruita dai Crociati. Quando i Crociati furono cacciati, la chiesa fu adibita a Moschea dai Saraceni. Durante l'intifada, in una data imprecisata tra il 1987 e il 1993, una scala molto alta ed una impalcatura furono eretti appoggiandosi alla colonna e l'incisione fu cancellata. Le rovine di una antica sinagoga, costruita intorno al 500 d.C., sono stati poi scoperti vicino al molo di Gaza City.
Gaza fu occupata dagli arabi negli anni successivi al 630, dopo un assedio durante il quale la popolazione ebraica contribuì a difendere la città, insieme alla guarnigione bizantina.
Ritenuta il luogo di sepoltura del bisnonno di Maometto, la città divenne un importante centro islamico.
Nel dodicesimo secolo, Gaza fu presa dai Crociati cristiani; ritornò sotto controllo musulmano nel 1187. La città fu conquistata dagli Ottomani nel sedicesimo secolo fino alla Prima Guerra mondiale, quando cadde nelle mani degli inglesi.

E vediamo che cosa scrive invece il “giornalista” Alan Johnston:

Non solo i Greci sono passati di qui. Anche i Faraoni dell'antico Egitto, i Persiani, i Romani, i Crociati, i Turchi, gli Inglesi e molti altri hanno lasciato la propria impronta su Gaza.(Grazie al mitico Toni per la segnalazione e al prezioso Paolo T per la traduzione)

E gli ebrei? Niente, spariti. Cancellati per far piacere ai suoi padroni. E quelli che cosa fanno per ricompensare tanto leccaculismo? Lo rapiscono, pensa un po’. Lo tengono prigioniero per mesi. Fanno sapere che lo faranno saltare in aria se qualcuno tenterà di liberarlo. Qualcuno continua ad essere convinto che a nutrire il coccodrillo ci si guadagni il macabro privilegio di farsi mangiare per ultimi, ma a quanto pare non sempre funziona.
Nel frattempo hanno anche trasmesso un video in cui si mostra che Gilad Shalit, prigioniero da un anno, è ancora vivo. E a questo punto temo per la sua sorte molto più di quanto avessi temuto finora. Vi ricordate Eliahu Asheri? Aveva 18 anni. Lo avevano rapito mentre faceva autostop più o meno negli stessi giorni di Gilad. Sono andati avanti per giorni e giorni a dire se lo rivolete vivo dovete fare questo, se non fate quest’altro ve lo ammazziamo. Poi si è saputo che lo avevano ammazzato subito, il primo giorno. È il loro stile: scegliere quanto vi è di più efferato. Optare per le modalità che più provocano sofferenza. Spero tanto che presto, a liberazione avvenuta, possiate venirmi a dire hai visto testa di cazzo quante puttanate hai scritto? Lo spero, perché la speranza è l’ultima a morire. Lo spero davvero tanto ma proprio tanto …

E tanto per restare in tema, andatevi anche a guardare come si fa a garantirsi una intera generazione di terroristi, e poi andate a guardarvi come si festeggia a Gaza la fine dell’asilo prima delle vacanze estive (grazie a Daniela Santus via Liberali per Israele), e poi già che ci siete andate a leggere anche questo (qui il video). Prima però assicuratevi di avere una sufficiente scorta di Maalox in casa.

barbara

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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