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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 febbraio 2012

COSÌ DISSE ALLAH

E per servirli circoleranno tra loro giovanetti simili a perle nascoste.
Corano 52: 24 (Il Monte).


 

Li compenserà del loro perseverare con il Giardino e la seta. Adagiati su alti divani, non dovranno subire né il sole, né il freddo pungente. Le sue ombre li copriranno e i suoi frutti penderanno a portata di mano. Verranno serviti da un vassoio d'argento e coppe di cristallo, di cristallo e d'argento, convenientemente riempite. E berranno colà, da una coppa contenente una mistura di zenzero, [attinta] da una fonte di quel luogo chiamata Salsabil.Saranno serviti da fanciulli di eterna giovinezza: vedendoli, ti sembreranno perle sparse. Quando lo vedrai, vedrai delizia e un vasto regno. Indosseranno abiti verdi di seta finissima e broccato. Saranno ornati con bracciali d'argento e il loro Signore darà loro una bevanda purissima. In verità questo vi sarà concesso in ricompensa e il vostro sforzo sarà riconosciuto.
Corano 76:12-22 (L’Uomo).

 

L'omosessualità nelle leggi delle moderne nazioni islamiche

I rapporti omosessuali portano ufficialmente alla pena di morte in sette nazioni islamiche:  Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia, Somaliland e Yemen. Precedentemente si applicava la pena di morte per aver preso parte a rapporti omosessuali anche in Afghanistan, quando i Talebani erano al potere. La situazione legale degli Emirati Arabi Uniti non è chiara. In molte nazioni musulmane, come il Bahrain, il Qatar, l’Algeria e le Maldive, l’omosessualità è punita con il carcere, con pene pecuniarie, o pene corporali. In alcuni nazioni a maggioranza musulmana, come la Turchia, la Giordania, l’Egitto, o il Mali, i rapporti omosessuali non sono specificatamente proibiti dalla legge. In Egitto uomini apertamente gay sono stati oppressi perché vanno contro le leggi della moralità pubblica.
In Arabia Saudita, la pena più alta riservata agli omosessuali è l’esecuzione pubblica, ma più frequenti sono altre pene (ad esempio pene pecuniarie, incarcerazione, frustate...). Le retate contro gli omosessuali sono in genere organizzate per reprimere l'immigrazione clandestina.
La nazione che ha il più alto numero di esecuzioni capitali di omosessuali è l’Iran. Dalla rivoluzione islamica in Iran, il governo iraniano ha mandato a morte più di 4000 persone accusate di rapporti omosessuali. In Afghanistan dopo la caduta dei Talebani dal potere, l’omosessualità, che prima era un crimine che prevedeva la pena di morte, diventò punibile con sanzioni monetarie e incarcerazione. (qui)

 

Grazie ad Aldo per la segnalazione.

barbara


17 febbraio 2012

BISPENSIERO E ISLAM

Come il relativismo spiana la strada al totalitarismo

" Nel tuo diario scrivesti che libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente.".
"Sì."
"E se il Partito dice che due più due fa cinque, allora quanto fa?"

Con queste parole il torturatore O' Brien inculca a Winston Smith, il protagonista del capolavoro di George Orwell 1984, il concetto di bispensiero.
Oggi questo termine ci ricorda appunto il maestro indiscusso della fantapolitica, forse in assoluto l'autore più imponente del Novecento, ma non ci sembra avere alcun riscontro con la realtà dei fatti né ci sembra che lo possa mai acquisire. Non è così: a ben vedere l'esperienza ci dimostra proprio il contrario, non solo il ricordo dei totalitarismi più brutali e pervasivi della storia, ma anche, in una certa misura, la realtà che viviamo nelle democrazie occidentali.
Il meccanismo del bispensiero è al medesimo tempo contorto ed immediato nel suo spaventoso automatismo. Un individuo assiste ad un evento, ne è testimone, conosce una determinata realtà derivata da fatti per lui inconfutabili. D'un tratto la comunità in cui vive afferma che quella realtà non esiste, distrugge i documenti e le prove materiali dei fatti che il soggetto in questione ricorda in virtù di quanto ha visto, udito o appreso. Si dirà che, nonostante tutto, niente e nessuno possa sottrarre all'individuo la sua memoria. Al contrario: è proprio a questo punto che interviene il bispensiero. Sarebbe semplicistico e fuorviante affermare che l'individuo si limiti a mentire, a negare l'evidenza al fine di evitare la persecuzione e di ingraziarsi il favore della sua comunità pur sovvenendosi perfettamente di quanto viene negato. Il soggetto non mente: egli crede, sa che le cose sono andate diversamente rispetto a quanto sapeva anche solo il giorno prima. Ciò non significa che crede di essersi sbagliato perché sa anche di aver sempre saputo quella che ora considera la verità. Egli sa ciò che tutti gli altri naturalmente sanno. Il meccanismo mentale cui va incontro è complesso perché presuppone due momenti: un primo momento in cui ci si dimentica di ciò che si sapeva in precedenza e un secondo in cui si acquisisce la conoscenza di ciò che si sa allo stato attuale. Per farlo il soggetto non si limita a dimenticare, cosa che porterebbe ad una non conoscenza, ma compie una vera e propria ricostruzione di una realtà alternativa, attività necessariamente consapevole in quanto coincidente con le istruzioni impartite dalla comunità che lo circonda, e subito dopo si dimentica della stessa operazione effettuata. Il risultato è una convinzione cieca e assoluta nelle menzogne professate e l'assenza di ogni possibile rimorso di carattere morale. È una questione di allenamento: una volta ripetuta più volte l'operazione il processo diventa automatico e indolore, ogni remora mentale o morale svanisce, il soggetto acquisisce il controllo totale della sua mente e lo pone a disposizione della collettività. Tramite il bispensiero l'individuo può arrivare a negare l'evidenza, può accettare e professare a sua volta nozioni che contrastano con la sua logica, col suo buonsenso e con la sua stessa esperienza. Basta che gli si dica in cosa credere.

"Sei lento a imparare, Winston" disse O'Brien, con dolcezza.
"Ma come posso fare a meno…" borbottò Winston "come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro.".
"Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno.".

Il bispensiero altro non è che l'estrema applicazione pratica del relativismo novecentesco, contrapposto al realismo gnoseologico che ha dominato la mentalità occidentale dai Greci fino al XIX secolo. Per l'uomo del Novecento non esiste una realtà strutturata ed autonoma al di fuori di sé. Per i realisti l'uomo può percepire e conoscere questa realtà tramite i suoi sensi e, una volta apprese le sue regole, può accettarle e sfruttarle a suo favore, ma non può pensare di modificarle. Viceversa per i relativisti non esiste realtà al di fuori di quella creata dal pensiero umano. Ammesso che la realtà creata dal singolo uomo è destinata a perire con esso l'unica possibile verità che sia eterna ed immutabile è quella creata e accettata dalla collettività.

"Se io credo di volare, Winston, e tu credi che io voli, io volo davvero."
"Il singolo è solo una cellula. La verità non è nella mente del singolo, ma in quella del Partito, che è collettiva ed immortale.".

Se questa realtà è immortale è anche immutabile? Così come la collettività crea la realtà, la può disfare e ricreare a suo piacimento, ma ognuna delle realtà che crea è eterna perché come tale viene pensata.
Jean-Pierre Vernant in Mito e pensiero presso i Greci (Einaudi 2001) sottolinea come per i Greci, i primi realisti gnoseologici, Mnemosyne, ovvero la Memoria, fosse una dea degna del massimo culto. Questo soprattutto nella società arcaica, ben prima che Aristotele la declassasse a semplice funzione mentale, in un tempo in cui all'oralità era affidato il ricordo del passato e in cui il rapsodo, l'aedo, il poeta era visto come un privilegiato dagli dei, un essere superiore. Il poeta per gli antichi non ha ricordi sbiaditi, grazie ad un superlativo esercizio della memoria riporta vivide alla sua mente le immagini del passato, del presente e anche del futuro. Egli può avere memoria dell'aldilà e del suo ritorno nel mondo, può espiare le colpe di tutte le sue vite precedenti e rompere il ciclo tirannico dell'Essere. La Memoria permette così di conquistare l'eternità superando la paura ancestrale di ogni essere umano: la soggezione al mutamento, al dolore e alla morte. L'analisi di Vernant trova riscontro, fra gli altri, nella filosofia di Empedocle ("io fui fanciullo e fanciulla, fui muto pesce del mare"), di Pitagora, per gli adepti del quale la memoria aveva proprio la funzione di espiazione e fuga descritta, di Platone, che racconta come anche l'ultimo degli schiavi possa, tramite l'anamnesi, sovvenirsi delle idee eterne ed immortali che gli hanno fatto compagnia nel mondo dell'Iperuranio, dal quale ogni uomo proviene. Nel mondo rovesciato di 1984, in cui il relativismo spiana la via al totalitarismo, non la memoria bensì l'oblio esercita la funzione di garantire l'immortalità, non al singolo uomo, bensì alla collettività, al Partito.

"Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.".

Che cosa ha però il bispensiero a che fare con il nostro mondo? Qualche tempo fa mi è stato segnalato un numero di una rivista femminile settimanale, A, pubblicata da Rizzoli-Corriere della Sera, del 3 settembre 2009. Un giornale femminile di gossip e moda non è per definizione una raccolta di saggi e articoli dal contenuto particolarmente brillante, innovativo e trasgressivo. Si può dire, con buona approssimazione, che se un articolo capita su un settimanale del genere deve per forza riflettere la dottrina comune del popolino incolto e pigramente appiattito su posizioni intellettuali mediocri e ripetitive, l'equivalente di ciò che un tempo era rappresentato dai panegirici del Duce e della sua presunta lungimiranza. In una delle prime pagine era pubblicata, con tutti gli onori e con tanto di foto dell'autrice, una lettera indirizzata al direttore da una lettrice dal titolo E se alla fine tanga e burkini fossero la stessa cosa? La lettrice descriveva una sua giornata in piscina traendone alcune conclusioni, brillanti quanto quelle che avrebbe potuto ponderare un vaso da fiori. Raccontava di aver provato ammirazione per due giovani donne musulmane, che descriveva come belle e, dato che rappresenta per le lettrici di quel giornale la qualità in assoluto più meritevole, snelle. Le due indossano un costume da bagno che ricorda uno chador, comunemente chiamato con un nome che denota leggerezza, per non dire stupidità, e pessimo gusto in chi lo ha coniato: burkini. Alle splendide ragazze che "sembrano delle nuotatrici con la supertuta indossata ai Campionati del mondo di Roma" la lettrice contrappone un'immagine descritta con disprezzo. "Poco lontano- scrive - spiaggiata come una megattera, c'è una signora italiana ispirata dal Vanna Marchi style. I suoi cinquant'anni abbondanti trovano insufficiente rifugio in un tanga marrone, che lotta intrepido contro la straripante cellulite". Le islamiche, belle, snelle e anche pudiche, si qualificano così come l'essere superiore per eccellenza, quello che in altri tempi sarebbe stato l'ariano alto, biondo e muscoloso, mentre la signora italiana è non troppo implicitamente presentata come il simbolo di un'abiezione morale e di una stupidità arrogante e grottesca che si riflette anche sul piano fisico, come un tempo (ma in realtà sempre di più anche oggi) l'ebreo gobbo dal naso adunco e bitorzoluto e dal ghigno malefico. La lettera si chiude con una conclusione mellifluamente buonista, che appare conciliante ma che è in verità il punto più insidioso del pezzo: "Aspettando l'autobus per tornare a casa ho pensato all'orchessa - notare l'uso dei termini - in tanga e alle ragazze in burkini. Forse sono solo la dimostrazione che esistono modi molto diversi per sentirsi liberi. Anzi libere".
Ecco che compare, sommesso eppure devastante nei suoi effetti, il bispensiero. Quest'ultima considerazione della lettrice della rivista non è un'osservazione innocua e non è isolata, come si evince dalla posizione che le è stata riservata sul settimanale e dall'assenza di contestazioni in merito. Il fenomeno non è limitato a quella rivista, ma è riscontrabile sempre più frequentemente in vari articoli, interviste di donne convertite all'Islam (come qualche anno fa la moglie dell'ex Imam di Carmagnola), trasmissioni, talk-show, telegiornali. Grazie al bispensiero la realtà viene ribaltata e nessuno si oppone. Al contrario, tutti professano allegramente la stessa tesi, forti del sostegno della collettività, del Partito. Un barbaro strumento di oppressione della donna, quale è il velo, burqa, niqab, hijab o chador che sia, è esaltato come simbolo di libertà. È irragionevole ritenere che qualcuno nel pieno uso delle sue facoltà mentali possa avere una simile convinzione. Il fatto che questa signora lo credesse davvero e fosse anche intimamente orgogliosa dell'espressione del suo aberrante parere denota l'uso del bispensiero. Così la realtà viene negata e rimpiazzata col suo esatto opposto, come nei più ridicoli e terrificanti slogan orwelliani:

"la guerra è pace"
"la libertà è schiavitù"
"l'ignoranza è forza"

e, aggiungiamo,

"il velo è libertà"

Valerio Salvatori
20 settembre 2009

Niente da aggiungere.
Shabbat shalom  


barbara


15 febbraio 2012

PARLIAMO DI VELI

Senza reazioni di pancia, unicamente da un punto di vista medico-scientifico.

La razza umana si è evoluta al sole. La luce solare è il più importante integratore, la più straordinaria medicina che la natura abbia messo a disposizione dell'uomo. L'efficienza e la vitalità di un essere umano dipendono da quanto è stato esposto al sole. Se noi non forniamo al nostro corpo il necessario per funzionare bene, lui continua a funzionare lo stesso, in qualche maniera: gli effetti negativi sono sottili, all'inizio poco evidenti, la capacità di adattamento fa che si manifestino dopo anni, quando non si è più in grado di stabilirne la causa. Come per gli alimenti, ci sono regole anche per la luce del sole, che diventa nociva quando, dopo essere stati all'ombra o al chiuso per stagioni, con la pelle bianca, ci si esponga per ore, così che si possano avere intossicazioni e ustioni. Le persone di pelle scura, provenienti da zone dove il sole è molto forte, hanno più melanina, e quando sono spostate alle nostre latitudini, necessitano di più sole.
Non disponiamo di studi che riguardino persone vissute all'ombra o velate, ma abbiamo innumerevoli studi su persone che vivono alla luce del sole e persone che vivono poco alla luce del sole e molto lontano dalla luce del sole e in luce artificiale, e possiamo estrapolare i dati di questi studi.
Dalla luce del sole e solo dalla luce del sole dipendono il metabolismo della Vitamina D e quello della serotonina. La luce del sole influenza il metabolismo del cortisolo e quello di tutti gli altri ormoni e neurotrasmettitori che seguono un ritmo circadiano, cioè che sono fabbricati in maniera diversa a seconda che ci sia luce o buio.
Le azioni del sole sulla pelle fino ad ora dimostrate sono:

Senza sole si ha un peggioramento dello stato emotivo (per mancata produzione di serotonina, la cui la mancanza causa depressione) della memoria e dell'apprendimento.
Aumento dei comportamenti aggressivi.

Perdita di forza del sistema immunitario, della forza fisica.
Peggiore tolleranza allo stress.
Aumento del livello di colesterolo nel sangue.
Senza sole non si ha una corretta produzione di vitamina D, senza la quale si hanno rachitismo, osteoporosi e carie.
Il sole dà un incremento del testosterone negli uomini e progesterone nelle donne.
Ha un effetto germicida, particolarmente brillante contro la tubercolosi.
È efficace contro affezioni cutanee (comedoni, psoriasi).
Diminuisce del rischio di sviluppare tumori, soprattutto del polmone e della mammella.
Maggiore statura.
Regolazione del ritmo sonno veglia.
Aumento della libido e della capacità riproduttiva.

La luce solare attiva la sintesi della vitamina D3, requisito indispensabile per il corretto assorbimento di calcio ed altri minerali. Questo significa che senza la luce del sole si hanno rachitismo, osteoporosi e carie.
Gli studi sulla correlazione tra mancanza di sole e rachitismo e osteoporosi appartengono alla prima metà del secolo scorso, perché da allora, l'esposizione sistematica al sole, le gonne si sono accorciate e andiamo al mare d'estate, hanno fatto sparire il rachitismo e ridotto enormemente l'osteoporosi. Fino al 1950 la vecchietta tipica, che era una persona che aveva portato per tutta la vita le sottane lunghe, le maniche lunghe e il fazzoletto sulla testa, era piegata ad angolo retto e guardava da sotto in su. Da quando abbiamo accorciato le gonne, non pieghiamo più la schiena. La vitamina D serve per la salute delle ossa e quella dei denti. Abbiamo però studi attuali sulla corrispondenza tra esposizione al sole e carie, assenze per malattie e rendimento scolastico. Ancora più gravi e meno risolvibili sono i danni da scarsità di serotonina e sono danni che influenzano tutto l'organismo.
Oramai si sta sempre più diffondendo una nuova scienza, la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI). I neurotrasmettitori (per esempio la serotonina è un neurotrasmettitore e senza esposizione del sole sulla pelle è carente) influenzano anche il sistema endocrino e quello immunitario e viceversa. Un organismo dove ci sono delle carenze, e la mancanza di sole è una carenza, diventa globalmente deficitario.

La mancanza di sole è una malattia.
Ogni essere umano è la somma di natura e cultura. Dove la natura è calpestata, la cultura è arbitrio. Il velo islamico era cultura, certo, fino agli anni sessanta. Chiunque conosca i paesi dell'islam in quegli anni se lo ricorda. Il velo era scomparso dalle città, ma resisteva nelle campagne ed era qualcosa di talmente leggero da essere tradotto con la parola velo.
Il velo si portava sulle spalle, come uno scialle, e solo se la donna passava vicino alla moschea, o al gruppo degli uomini, se lo posava sulla testa. Si creava un gioco di seduzione, mi nascondo perché tu mi guardi, che non era solo con lo sguardo degli uomini, era con il mondo.
Il velo era bello. Sempre. Era la bandiera di una donna: lei lo aveva scelto con i colori che amava, quelli che le stavano meglio. Il velo era estetica, e decoro: sul vestito sdrucito e macchiato dai lavori, si metteva il velo, bello e colorato e si usciva in ordine. Il velo aveva anche, sempre, la funzione con cui era nato: nelle zone dell'islam del deserto era l'indispensabile protezione che salvava il viso, il respiro e ancora di più i capelli nelle tempeste di sabbia.
Quel velo non faceva ammalare nessuno. Non impediva nulla. Le ragazzine se lo toglievano, lo piegavano accuratamente su una panchina, e andavano a giocare a calcio con i maschi. Il velo era lieve e bello come un sogno. Un sogno cancellato dalla crudeltà di Khomeini, degli integralisti, un sogno scomparso, sotto questi orrendi teli spessi e neri, sotto le maniche sempre lunghe, le caviglie sempre coperte, i guanti, i burka.

Silvana De Mari

Ecco, questa è l’unica realtà: la cancellazione islamica del viso e del corpo della donna è contro natura, e distrugge ciò che la natura, con un paziente lavoro durato milioni di anni, aveva creato.

 
 
 



barbara
 


9 febbraio 2012

PARLIAMO DI MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Per quei frequentatori del mio blog che non sono nella mia mailing list e non hanno quindi già avuto modo di leggerlo, propongo questo prezioso articolo di Silvana De Mari, medico, sulle mutilazioni genitali femminili. Ci sono cose che anche le persone più informate spesso ignorano. Non tutti, forse, sanno, che mutilazioni genitali non significa solo assenza di piacere sessuale: significa, sempre, pesantissime limitazioni alla conduzione di una vita normale e significa, non di rado morte. E molti, forse, ignorano che le mutilazioni genitali femminili, lungi dal regredire nel mondo, sono anzi in espansione, imposte con la forza anche là dove la tradizione non le aveva mai conosciute. In nome dell’islam. Per favore, leggete e diffondete questo articolo.

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La verità vi renderà liberi. Giovanni 8:31,32
Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. George Orwell.


Questo articolo è molto crudo e contiene immagini che un bambino non dovrebbe vedere, ma ancora di più contiene immagini che un bambino non dovrebbe subire. Ci sono migliaia, milioni di uomini e donne nati nell'islam che sono contrari a qualsiasi tipo di mutilazione sessuale, che ne sono desolati, che ne sono nauseati. Stiamo dalla loro parte.


La verità ci renderà liberi, non il politicamente corretto, qualcosa dove prima si decide cosa “è giusto”, poi si lima e si aggiusta, fino a che la realtà da raccontare riesce a entrare nel contenitore. Perché se è vero che la verità ci renderà liberi, è valido anche che la menzogna ci inchioderà alla schiavitù, quindi facciamoci un pensierino quando sacrifichiamo la verità al politicamente corretto. Potremmo pagarne il conto. E potrebbe essere un conto atroce.
Questo articolo è un approccio politicamente scorretto sulle Mutilazioni Genitali Femminili. E possiamo usare l’acronimo mgf, quando ne parliamo, così risparmiamo qualche sillaba, io a scrivere e voi a leggere, e con queste tre lettere ingentiliamo, il suono diventa emmegieffe potrebbe essere la marca di qualche cosa, un qualche apparecchietto elettronico per ascoltare musica, è un suono dove le urla e la vergogna non risuonano, dove gli avvoltoi scompaiono nel candore asettico della carta stampata.
Questo articolo tratta di mgf. E della necessità etica di fermarle. Non esiste relativismo che possa giustificare la tortura di un bambino.

Sono un chirurgo e ho lavorato anche un Etiopia. Ho visto per la prima volta un’infibulazione all’ospedale di Bushulo, in Etiopia. Le sale operatorie erano sale operatorie african style, vale a dire un unico stanzone con quattro lettini e grandi finestre chiuse da zanzariere. A causa della infibulazione rifatta dopo il parto, una giovane donna non riusciva più ad espellere il sangue mestruale. Era stato lasciato un orifizio, ma la suppurazione che era seguita aveva causato un edema, in altre parole un gonfiore ai tessuti, e l’edema aveva chiuso l’orifizio. Il sangue mestruale non potendo defluire era rimasto a stagnare trasformando la vagina in una sacca piena di sangue, che a causa della presenza di batteri era “marcito”, la vagina era diventata una boccia che premendo sulla vescica le impediva di svuotarsi e la vescica era diventata enorme. La pressione nella vescica era aumentata, perciò i reni non riuscivano a lavorare e si stavano distruggendo. La vescica diventata, a sua volta, una boccia enorme, premendo sull’intestino aveva causato un blocco intestinale. Io dovevo svuotare la vagina e la vescica. La cosa più urgente era mettere un catetere che drenasse l’urina, ma in quel disastro di tessuti cicatriziali martoriati e suppuranti era impossibile capire dove fosse l’uretra quindi avevo svuotato la vescica passando per via addominale: si infila un grosso ago attaccato a un tubicino nella vescica attraverso la parete addominale. Una volta svuotata la vescica, reni e intestino avrebbero ricominciato a funzionare. A quel punto avevo svuotato la vagina riaprendo per l’ennesima volta la vulva di quella povera donna. Era uscito il sangue, nerastro, infetto, con un odore nauseabondo e a quel punto gli avvoltoi attirati dall’odore di morte erano venuti a sbattere contro le zanzariere. La donna sarebbe morta da lì a poco per infezioni urinarie ricorrenti e insufficienza renale. Aveva dieci anni meno di me ed era stata condannata a morte, non da un cancro, non da nemici che l’avevano aggredita, ma dalla “sua civiltà”. Mentre cercavo di evacuare il più possibile di quella roba nerastra, gli avvoltoi alle mie spalle si avventavano contro le zanzariere, pazzi per quell’odore di morto, di putrefatto, che invece veniva da ventre vivo di una donna. Questa foto è stata scattata quel giorno: è sottoesposta perché non ho usato il flash, ma si vede il finestrone con l’avvoltoio. [continua]


barbara

 


2 febbraio 2012

QUELLA SCHIAVITÙ DI CUI NESSUNO PARLA

E che dura ancora oggi.



barbara 


7 dicembre 2011

E TU LO SAI COME È FATTA LA TERRA?

 
 

barbara


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27 ottobre 2011

L’ISLAM E LA SHOAH

Un giorno, era il 1994 e vivevo ancora a Ede, piccola cittadina olandese, la mia sorellastra mi venne a trovare. Entrambe avevamo chiesto asilo politico nei Paesi Bassi.
A me fu concesso, a lei no. Così, io ho avuto la possibilità di studiare. Cosa che lei non ha potuto fare. Per frequentare l'Università che mi piaceva, c'era un esame di ammissione da superare: una prova di lingua, una di educazione civica e una di storia. Fu durante il corso di preparazione all'esame di storia che, per la prima volta, sentii parlare dell'Olocausto. Allora io avevo ventiquattro anni, e la mia sorellastra ventuno. Erano i giorni in cui, alla tv e sui giornali, non si parlava che del genocidio del Ruanda e della pulizia etnica nell'ex Jugoslavia. Il giorno in cui la mia sorellastra venne a farmi visita, ero fuori di me. La storia delle peripezie ai sei milioni di ebrei in Germania, Olanda, Francia e nell'Europa orientale mi aveva profondamente sconvolto.
Avevo appreso che uomini, donne e bambine innocenti erano stati strappati alle proprie famiglie. La stella di David appuntata al petto, venivano ammassati sui treni che li avrebbero portati ai campi di concentramento, per poi essere gassati, per la sola colpa di essere ebrei.
Avevo visto foto con ammassi di scheletri e cadaveri, anche di bambini. Sentito storie agghiaccianti da alcuni dei sopravvissuti all'inferno di Auschwitz e Sobibór. Raccontai tutto ciò alla mia sorellastra, e le mostrai le foto riportate dal mio libro di storia. La sua reazione, però, mi fece impallidire più delle istantanee del mio libro.
Con grande convinzione, prese a sbraitare: «È una menzogna, non farti abbindolare dagli ebrei! Non furono sterminati, né gassati, né trucidati. Ma io prego Allah che cancelli il popolo ebraico dalla faccia della terra».
La mia sorellastra ventunenne non diceva nulla di nuovo. Il mio impallidire era dovuto in parte alle agghiaccianti testimonianze che avevo appena visto e ascoltato, in parte ai genocidi di cui allora ci veniva data notizia.
La stigmatizzazione del popolo ebraico, bollato quale incarnazione del male e nemico giurato dell'Islam, di cui sarebbe intento a ordire la distruzione, è stato il topos della mia infanzia in Arabia Saudita. A indottrinarci, le nostre maestre, le nostre madri e i nostri vicini di casa. Nessuno ci ha mai parlato dell'Olocausto.
E ricordo come, durante l'adolescenza in Kenya, quando i filantropi dell'Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo arrivarono in Africa, le costruzione delle moschee e le donazioni agli ospedali e agli indigenti si accompagnassero alla maledizione del popolo ebraico. Gli ebrei erano i responsabili della morte di bambini, di epidemie come l'Aids e dei vari conflitti. La loro ostinata ambizione li avrebbe portati a fare qualunque cosa pur di annientare tutti i musulmani. Se volevamo la pace e la serenità, e tenevamo alla nostra sopravvivenza, occorreva distruggerli. E chi non era in grado di imbracciare le armi, avrebbe dovuto solamente unire le mani in preghiera e levare gli occhi al cielo supplicando Allah affinché distruggesse il popolo ebraico.
Oggi, i leader occidentali che si dicono scioccati dalla conferenza promossa questa settimana dal leader iraniano Ahmadinejad dovrebbero fare i conti con questo dato di fatto. Per la maggior parte dei musulmani nel mondo, l'Olocausto non è un fatto storico che loro ostinatamente negano. Semplicemente, non sappiamo cosa è successo perché nessuno ce lo ha raccontato. E, peggio ancora, la maggior parte dei musulmani, sin da bambini, sono incitati a sperare nello sterminio del popolo ebraico.
Ricordo bene, in Africa, filantropi occidentali, Ong e istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale presenti sul posto. I loro delegati portavano agli indigenti medicine, preservativi, vaccini e materiale edilizio. Mai una parola, però, sull'Olocausto. A differenza dei filantropi dediti alla causa dell'Islam, i volontari e le associazioni umanitarie cristiane e laiche non arrivavano sotto il vessillo dell'odio. Ma neppure loro si preoccuparono di parlare chiaro e forte contro quest'ultimo. Questa fu la grande occasione mancata per osteggiare il messaggio di incitazione all'odio diffuso dalle organizzazioni provenienti dai Paesi musulmani ricchi di petrolio.
Oggi, la popolazione mondiale ebraica è stimata in circa 15 milioni di persone. Certo non più di 20 milioni. In termini di tasso di crescita e invecchiamento della popolazione, la popolazione ebraica è paragonabile a quella degli altri Paesi sviluppati.
La popolazione mondiale musulmana, invece, è stimata tra 1,2 e 1,5 miliardi. E non solo cresce rapidamente, ma è anche molto giovane.
La cosa che più mi colpisce della conferenza di Ahmadinejad è la (tacita) acquiescenza dei musulmani moderati. E non riesco a smettere di chiedermi: perché nessuno promuove una controconferenza a Riad, Il Cairo, Lahore, Khartoum o Giakarta al fine di condannare Ahmadinejad?
La risposta potrebbe essere semplice quanto agghiacciante: per generazioni, i leader dei cosiddetti Paesi musulmani hanno indottrinato la popolazione a suon di una propaganda simile a quella propinata in passato ai tedeschi (e ai loro vicini europei). Quella secondo cui gli ebrei sono parassiti e dovrebbero essere trattati di conseguenza. In Europa, la conclusione logica di tutto ciò fu l'Olocausto. Se Ahmadinejad proseguirà su questa china, non avrà difficoltà a trovare Paesi musulmani disposti a mettersi ai suoi servigi.
Il mondo, invece, avrebbe bisogno di conferenze sull'amore, della promozione della comprensione reciproca comprensione tra culture e di campagne contro l'odio razziale. Ancora più pressante, però, è il bisogno di un'efficace e continua campagna di informazione sull'Olocausto. E questo non solo nell'interesse degli ebrei sopravvissuti allo sterminio e dei loro figli e nipoti, ma dell'umanità in generale.
Forse, la prima cosa da fare è contrastare il connubio tra filantropia islamica e odio contro il popolo ebraico. Le organizzazioni umanitarie cristiane e occidentali nel Terzo mondo dovrebbero farsi carico di tutto ciò raccontando, a musulmani e non, cosa è stato l'Olocausto.

Ayaan Hirsi Ali, Corriere, 17.12.06

Una testimonianza pressoché identica l’ho trovata molti anni fa nel libro autobiografico della marocchina Malika Oufkir, talmente priva di pregiudizi da non avere problemi a collaborare, per la stesura del suo libro, con una scrittrice ebrea, e che tuttavia della Shoah sente per la prima volta quando, dopo una lunghissima prigionia (vent’anni di prigione e cinque di libertà vigilata) dovuta al fatto di essere figlia di un oppositore di re Hassan II, fugge in Francia. E anche lei lo stesso sgomento nel rendersi conto di questa immensa lacuna, di questo incredibile buco nero nella sua conoscenza delle cose del mondo. Ed è un buco nero, questo che attraversa l’intero mondo islamico, che dice più di qualunque altra cosa.

           

   

barbara


11 settembre 2011

DIECI ANNI DOPO

11 SETTEMBRE Terrore e speranza, come allora

CHIEDONO: «Bisognerebbe scrivere qualcosa sull'anniversario dell'attacco alle torri gemelle». «Va bene» dico. Poi vado al computer, meccanicamente clicco su google, e inizio a cercare un'idea, un frammento di memoria: ma sulla rete il mio viaggio dura pochi minuti.
Trovo subito un sito. Entro. C'è scritto: «La visione delle immagini è sconsigliata alle persone facilmente impressionabili». Decido di continuare. Vado a vedere. Che cosa c’è, di quel giorno, che ancora non abbiamo visto?
Sono foto. Le foto della torre settentrionale, che crollò, alle 10.28, dopo un incendio di 102 minuti.
Però sono foto ingrandite. Immagini spaventosamente ravvicinate. Adesso posso osservare, in primo piano, ciò che, finora, avevo solo immaginato.
C'è un'impiegata in piedi sul davanzale della finestra al 75° piano. Le fiamme, evidentemente, l'hanno spinta fin lì. Riesco persino a intravederne il volto: nella smorfia di terrore, mentre guarda in basso, c'è ancora un guizzo di speranza.
Nel fotogramma successivo, l'impiegata precipita nel vuoto. Tra il fumo e l'aria, devono aver deciso i polmoni.
Non certo la ragione.
Mi chiedo checosa può aver pensato durante il volo. Ha pregato? Ha creduto di essere in un incubo, uno di quelli da cui poi ti svegli?
Spengo il computer.
Sì, dieci anni dopo, sono ancora americano.
Fabrizio Roncone

Sì.



barbara


8 settembre 2011

GERUSALEMME

Naturalmente sapete tutti che a Gerusalemme hanno fatto il tram, che è costato pacchi di soldi e ci hanno messo ere geologiche a farlo e poi ha continuato per mesi e mesi e mesi e mesi a girare vuoto perché mancava il collaudo o non so cos’altro. Beh, poi ad un certo momento hanno saputo che arrivavo io e allora si sono finalmente decisi a inaugurarlo, così (in realtà quando ci siamo salite noi c’era molta ma molta ma molta più gente), e già che c’erano hanno anche deciso di farlo gratis per un paio di settimane.
Purtroppo il bellissimo ostello che ci era stato segnalato era pieno e così siamo finite in un ostello arabo all’ingresso della Città Vecchia che oltretutto costava anche di più e gli asciugamani erano un po’ sporchini e puzzicchiavano pure e lo scarico in bagno non era neanche un po’ in pendenza sicché l’acqua delle nostre due docce la mattina dopo era ancora tutta lì ma insomma vabbè, per una notte non è la fine del mondo. Poi la mattina, prima di uscire, siamo salite sul tetto dove, volendo, per quattro euro e mezzo a notte è possibile affittare un materasso e dormire all’aperto, godendosi poi lo strepitoso spettacolo – come ci ha raccontato la ragazza tedesca con cui ci siamo fermate a parlare – del sorgere del sole su Gerusalemme.
Ci siamo state poco, ma davvero non si può andare in Israele e non passare per Gerusalemme, e abbiamo comunque fatto l’essenziale: incontrato amici preziosi, visto le novità a Mamila ossia le statue installate lungo tutto il percorso, e l’Arca ricostruita esattamente come descritta nella Bibbia, percorso l’imprescindibile Ben Yehuda,



fatto interessanti chiacchierate con gente per strada, sull’autobus, alla fermata del tram, e poi siamo andate a trovare lui,



finalmente “a casa”, come ha scritto sua madre nel libro, dopo tanta disumana sofferenza; a casa, dove nessuno, finito di scontare la pena, andrà a sputare sulla sua tomba; a casa, dove, andando a visitare la sua tomba, nessuno rischierà di trovarsi faccia a faccia con quelle belve in sembianze umane che per ventiquattro interminabili giorni gli hanno inflitto le più bestiali torture per poi dargli, alla fine, la più orribile delle morti.
Nessuna di noi due sapeva la preghiera ebraica per i morti, così gli ho detto l’eterno riposo, e siamo sicure, entrambe, che andava bene anche così.

barbara


14 agosto 2011

IL LIBRO DELLE LAMENTAZIONI

Perché le razze esistono, oh sì, eccome se esistono. Ed esistono le razze padrone e le razze serve, e se nasci in una razza serva non puoi illuderti di avere diritto alla libertà, alla dignità, al rispetto, alla giustizia. E se qualche pazzo visionario un giorno decide di fare una legge che ti assicura tutte queste belle cose, farai bene a stare in guardia, perché gli appartenenti alla razza padrona, che hanno il senso della realtà e sanno che la tua razza è molto più vicina alle bestie che agli umani, non permetteranno certo di mettere in atto una simile follia e c’è il rischio che, per impedirlo, di te non restino più neanche le ossa.
Libro bellissimo che narra di un Messico reale che sa di fiabesco, o forse di un Messico di fiaba che sa fin troppo di realtà, con storie che forse sono vere o forse sono fantastiche o forse sono un po’ vere e un po’ fantastiche, narrate da una stupenda autrice dai molteplici talenti (narratrice, poetessa, docente, diplomatica, infaticabile attivista per l’emancipazione femminile – giusto a proposito di donne, vai a vedere anche questo), di cui non possiamo non piangere la precoce scomparsa.
(Resta da capire come un Oficio de Tinieblas si sia trasformato, arrivando in Italia, in un Libro delle lamentazioni, che uno lo va a cercare in google per prendere un’immagine della copertina e si ritrova in mezzo alla Bibbia ma insomma non si può avere tutto dalla vita).

Rosario Castellanos, Il libro delle lamentazioni, Marsilio



barbara


8 agosto 2011

NON I SUOI PECCATI CONDUCONO L’UOMO ALLA PERDIZIONE

ma le giustificazioni che se ne dà.
Sono convinta che questo vecchio detto sia pienamente valido, anche al di fuori dell’ambito religioso. Mi è tornato alla mente leggendo nell’ultimo numero di Shalom l’articolo che segue, in cui inserirò alcuni commenti.


A quattro mesi dalla caduta del Presidente egiziano, Hosni Mubarak, è arrivata la conferma che manifestanti arrestate durante le proteste sono state costrette a fare il test di verginità. L’agghiacciante accusa, lanciata alla fine di marzo da Amnesty International, era stata inizialmente respinta dalle autorità militari. Ora invece un generale, in condizione di anonimato, l’ha confermata all’emittente americana Cnn, che ha così motivato l’incredibile test. “Ci siamo voluti difendere da possibili successive accuse a posteriori di violenza da parte delle manifestanti fermate”.
A dire la verità, soprattutto alla luce di quanto segue, non è che sia molto chiaro in che modo il test difenda da “possibili accuse a posteriori di violenza”.
Per il generale si trattava “non di donne come mia figlia o la vostra”,
ah già, certo, le donne tutte puttane tranne la mamma la moglie la sorella la figlia. Non solo proprie ma, per gentile concessione, anche dell’interlocutore.
ma che hanno protestato “accampate in tende a Piazza Tahrir insieme a manifestanti uomini”.
Cioè, se ho capito bene, questo signore sta dicendo che gli uomini egiziani sono delle tali bestie che è escluso che una donna che si trovi nelle loro vicinanze ne possa uscire incolume (effettivamente, se pensiamo a Lara Logan, clic e clic ...)
 “Non volevamo – ha sottolineato l’alto ufficiale – che sostenessero di essere state aggredite sessualmente o violentate da noi, così volevamo provare che non erano già più vergini”
quindi se una donna non è vergine, magari non perché di vivaci costumi sessuali ma semplicemente perché è sposata e suo marito non è impotente, o perché era già stata violentata in precedenza, chiunque può farle quello che vuole e godere di assoluta impunità. Interessante concetto.
e ha concluso: “nessuna di loro lo era”.
Ci credete che me l’ero immaginata?
Secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione internazionale, il 9 marzo scorso 18 donne erano state fermate dalle forze di sicurezza egiziane e trasferite nel carcere militare di El Heikstep, a nordest della capitale. Le attiviste erano state picchiate, sottoposte a scariche elettriche, obbligate a denudarsi mentre i soldati le fotografavano e infine costrette a subire un ‘test di verginità’,
ecco, questa è la parola che aspettavo: “infine”. Prima hanno fatto loro tutto ciò che hanno voluto, poi, infine, le hanno sottoposte al test di verginità, ed è casualmente risultato che il 100% delle donne testate non erano vergini.
sotto la minaccia di essere incriminate per prostituzione.
E la dannazione del signore generale, a questo punto, è completa e irredimibile.

Comunque, per noi che siamo lontani, niente paura: se non provvediamo noi ad andare da Maometto, provvederà Maometto a venire da noi.

barbara


6 agosto 2011

SE UN REGIME HA PAURA DELLE PISTOLE AD ACQUA...

 









                



                                   

                                                          



... c'è qualche speranza che sia davvero agli sgoccioli...

soprattutto se ha anche il terrore dei topi...



barbara


14 maggio 2011

LORO SÌ CHE SONO UOMINI VERI

Avevano promesso che avrebbero vendicato la morte dell’amatissimo e veneratissimo Osama Bin Laden vigliaccamente assassinato dagli odiatissimi americani, e sono immediatamente passati dalle parole ai fatti. E che cosa hanno fatto? Hanno fatto fuori una carrettata di americani? Beh, no, non proprio. Hanno fatto fuori una carrettata di cani infedeli occidentali? Beh, no, non proprio. Loro, gli uomini veri pachistani, amanti dell’eroico combattente per la guerra santa, il Venerando Santo Martire Osama Bin Laden, hanno fatto fuori una carrettata di ragazzi pachistani. E adesso sì che – sia lode ad Allah - giustizia è fatta.



barbara


11 maggio 2011

BELLISSIME IMMAGINI DA MARTE









Troppa fantasia? Guarda un po' qui.

barbara


10 maggio 2011

KABUL? RIYAD? TEHERAN?



No: Londra, venerdì scorso. Sono quelli che per le anime belle dobbiamo sforzarci di integrare e se non si integrano siamo noi che abbiamo mancato in qualche cosa. Quelli che per le anime belle tutte le religioni sono uguali e tutte le culture hanno pari dignità e meritano rispetto. Quelli per cui le anime belle imbastiscono storielle su padri con tre figli un po’ diversi l’uno dall’altro ma tutti e tre belli e buoni e cari e sommamente amati. Quelli che sgozzano in nome di Dio quando i cristiani hanno smesso di farlo da almeno tre secoli e mezzo. Quelli che lapidano le adultere quando gli ebrei hanno smesso da un buon paio di millenni. Quelli. In casa nostra.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui il video.


7 maggio 2011

AS TIME GOES BY


Alessandria d'Egitto 1931


Alessandria d'Egitto 1956


Alessandria d'Egitto 1959


Alessandria d'Egitto 1959


Alessandria d'Egitto 1959


Alessandria d'Egitto 1959 (qui)


Alessandria d'Egitto 2011 (rubata a lui)

AGGIORNAMENTO: qui.

barbara


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6 maggio 2011

FILOSOFIA

Credo che questo sia il momento più appropriato per rispolverare questo vecchio post:



barbara


24 aprile 2011

RICORDIAMO IL GENOCIDIO ARMENO

iniziato (quello “grande”) il 24 aprile 1915 

             

I convogli si spostavano a piedi per percorsi interminabili lungo territori accidentati, nel corso dei quali la penuria d'acqua, di cibo e di riparo notturno acuiva le sofferenze dei deportati. Per tutto il cammino le schiere di donne e di bambini erano in balia degli stupri, dei furti, della crudeltà dei briganti, dei predoni oppure degli abitanti dei villaggi, a cui si aggiungevano i loro accompagnatori, esclusivamente musulmani. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro. In alcuni casi, le donne potevano sottrarsi alla morte o alla schiavitù insieme ai loro figli mediante la conversione all'islam, ratificata dal matrimonio immediato con un musulmano. Coloro che sopravvivevano alle torture del tragitto - la fame, la sete, lo sfinimento, gli stupri - giungevano a Dayr al-Zur. Informate in anticipo dell'arrivo dei convogli, le tribù arabe e curde, insieme ai contadini musulmani, li aspettavano per arrecare loro gli ultimi oltraggi. I cadaveri venivano abbandonati nel deserto.
Il genocidio degli armeni fu il normale esito di una politica insita nella struttura politico-religiosa della dhimmitudine. Questo processo di annientamento fisico ai danni di una nazione ribelle aveva già fatto la sua comparsa durante le rivolte dei cristiani slavi e greci, che si salvarono dallo sterminio collettivo solo grazie agli interventi europei, interventi effettuati talora a malincuore. Il genocidio degli armeni fu un jihad. Nessun raya, infatti, vi prese parte. Nonostante la disapprovazione di molti turchi e arabi musulmani, e il loro rifiuto a collaborare al crimine, questi massacri furono perpetrati unicamente dai cittadini islamici, ed essi soli beneficiarono del bottino: i beni delle vittime, le loro abitazioni, i loro campi - assegnati ai muhajirun -, le donne e i bambini, spartiti e ridotti in schiavitù. L’eliminazione dei maschi dai dodici anni in su è conforme alle prescrizioni del jihad e all'età regolamentare per il pagamento della jizya. Le quattro tappe dello sterminio - deportazioni, riduzioni in schiavitù, conversioni forzate ed eccidi - riproducono le condizioni storiche del jihad, applicate a partire dal VII secolo in tutto il dar al-harb. Cronache di provenienze diverse, soprattutto di autori islamici, descrivono minuziosamente l'organizzazione del massacro dei vinti e le deportazioni dei prigionieri, le cui marce forzate al seguito degli eserciti infliggevano loro le stesse sofferenze provate dagli armeni nel XX secolo.
Questa politica non era un episodio isolato. Essa rientrava in una strategia difensiva finalizzata a mantenere sotto la giurisdizione islamica un territorio conquistato con la guerra e ad annientare i nazionalismi dhimmi. Perciò la tragedia armena fu accompagnata dallo sterminio dei cristiani giacobiti e nestoriani della valle dell'Eufrate, nel Nord della Siria. Nel mese di settembre del 1915, a Musa Dagh (Jabal Musa, Presso Antiochia), tra i 4000 e i 5000 armeni, accerchiati dai turchi e dagli arabi, furono imbarcati in extremis su alcune navi francesi. Ma le autorità inglesi e francesi, temendo l'ostilità delle popolazioni islamiche, si rifiutarono di lasciarle sbarcare in Egitto, a Rodi, a Cipro, in Marocco e in Tunisia. Alla fine l'Alto Commissario inglese d'Egitto accettò il loro sbarco provvisorio ad Alessandria.
Il concorso di tutte queste circostanze dimostra che il genocidio degli armeni fu un affaire esclusivamente musulmano, nelle finalità come nell'attuazione, e che nessuna fase di tale piano vide coinvolte le comunità raya. Al contrario, i rapporti pervenuti agli Alleati sugli eccidi erano di provenienza cristiana ed ebraico-ottomana. Sul fronte internazionale, poi, l'Austria e la Germania, alleate della Turchia, non furono esenti da responsabilità. In che misura i racconti di coloro che avevano preso parte a quei massacri influenzarono Hitler? Circa vent'anni più tardi, il 22 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il Führer comunicava ai comandanti in capo dei suoi eserciti riuniti a Obersalzberg:

Perciò, per il momento ho inviato a Est solo le mie unità di teste di Morto [Totenkopfverbände], con l'ordine di uccidere senza alcuna pietà né compassione tutti gli uomini, le donne e i bambini di razza o di lingua polacca. Oggigiorno chi parla ancora dello sterminio degli armeni? (Wer redet heute noch der Vernichtung der Armenier?)

(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.266-268)



Come già ricordato, recentemente, qui, il genocidio armeno è stato un’azione di jihad, perpetrata da musulmani contro non musulmani per adempiere all’obbligo coranico di islamizzare tutta la terra. Guerra, quella degli islamici contro gli “infedeli”, che continua indefessa e implacabile, e anche oggi ha mietuto le sue vittime – e a provvedere materialmente alla mietitura sono stati coloro che il mondo intero vorrebbe imporre a Israele come affidabili interlocutori di pace.
Sterminio di cristiani, sterminio di ebrei, sterminio di musulmani che vorrebbero pensare con la propria testa e non con quella di un assassino pedofilo vissuto un millennio e mezzo fa. Stermini regolarmente accompagnati da un indifferente silenzio. Ma io non tacerò. Io non mi stancherò di ricordare e denunciare perché, come dice Elie Wiesel, “Il
silenzio non aiuta mai la vittima, il silenzio aiuta sempre l'aggressore” e io, a differenza dei pacifisti di professione, non starò mai dalla parte dell’aggressore. E non smetterò di ricordare che siamo nati in libertà, e nessuno di noi ha il diritto di arrendersi, senza combattere, a chi questa libertà ce la vuole rubare.


barbara


10 aprile 2011

IL PROGRAMMA

L'islamismo però non si limita allo stadio del rifiuto: esso accoglie in sé le sofferenze e le speranze dei popoli. Perciò si autoproclama la via della redenzione di una umma corrotta dall'Occidente. I popoli musulmani - esso insegna - conosceranno di nuovo la gloria se ripristineranno nel nostro tempo le istituzioni che furono elaborate nel VII secolo e che li condussero al potere. Un potere che si fondava sul jihad, l'annessione di terre, il bottino derivante dalle vittorie, il saccheggio a danno delle civiltà vinte e lo sfruttamento delle enormi riserve di schiavi e manodopera provenienti dalle Indie, dall'Africa, dall'Oriente e dall'Europa. E così il rigetto dell'Occidente e la nostalgia di una potenza edificata sulla guerra e sulle conquiste contribuiscono a fare dell’islamismo il veicolo e il pilastro del jihad.
Il programma politico della corrente integralista è ben noto. Essa predica il ritorno alla shari'a in tutti gli Stati musulmani. Questo primo stadio permetterà l'accorpamento delle leadership politica e militare e il ripristino della mentalità ghazi. Solo allora potrà essere intrapreso lo stadio successivo nonché finale, articolato nelle seguenti fasi: conquista del mondo e instaurazione della supremazia universale della legge islamica, distruzione delle civiltà dell'epoca preislamica (jahiliyya) non musulmane e imposizione della dhimma ai popoli del dar al-harb, riconquistato e quindi ridivenuto dar al-islam. La corrente islamista legittima la sua ideologia sulla base del passato: in effetti le epoche gloriose dell'islam furono proprio quelle legate alle due ondate (araba e turca) di conquiste. Non fu certo nella sua culla - l'Arabia, popolata esclusivamente da arabi musulmani - né a La Mecca o a Me
dina, che rifulse in tutto il suo splendore la civiltà islamica. Essa brillò soltanto nelle terre della dhimmitudine, nei periodi in cui i dhimmi costituivano ancora delle maggioranze soggette a conquistatori musulmani numericamente inferiori. Sotto gli arabi, infatti, essa raggiunse il suo apogeo nell'Oriente cristiano e in Spagna, ma lo stesso fenomeno si verificò sotto i turchi: non fu nell'Asia centrale che i selgiuchidi e gli ottomani fondarono un impero prestigioso, ma in Anatolia e nei Balcani, dove assoggettarono le popolazioni ortodosse. Oggi i popoli musulmani, i quali – tranne che nei paesi petroliferi - sono tra i più poveri del pianeta, sono affascinati dalle ricchezze dell'Europa e dell'America tanto quanto un tempo i nomadi dell'Arabia e del Turkestan erano attratti dalle fiorenti e raffinate città dell'Oriente prearabo e di Bisanzio. In effetti il movimento integralista non nasconde affatto la sua intenzione di islamizzare l'Occidente. La sua propaganda, contenuta negli opuscoli in vendita nei centri islamici europei, ne chiarisce gli scopi e i mezzi, che includono il proselitismo, le conversioni, i matrimoni con donne indigene e soprattutto l’immigrazione. Ricordando che i musulmani partirono sempre minoritari nei paesi conquistati (o, per usare il loro termine, «liberati») prima di divenire la maggioranza, gli ideologi del movimento considerano l'insediamento islamico in Europa e negli Stati Uniti come la grande occasione dell’islam.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 299-300)

Funziona così. Funzionava così un millennio e mezzo fa e funziona così oggi. L’unica differenza è che oggi hanno armi molto più potenti.







barbara


8 aprile 2011

COME FU CHE LA “PALESTINA” SI POPOLÒ

Se il sionismo fu percepito come un movimento esclusivamente europeo, ciò è dovuto al fatto che la specificità della condizione dhimmi, con le sue componenti di insicurezza e di tragica vulnerabilità, fu occultata. Il sultano ottomano aveva dichiarato che non avrebbe fatto della Palestina una seconda Armenia. Ovviamente, le velleità nazionalistiche degli ebrei nelle piccole comunità isolate e sporadiche del suo immenso Impero sarebbero state stroncate con maggior ferocia di quanto non fosse accaduto con il nazionalismo armeno, che pure era ben organizzato e armato dalla vicina Russia. Il massacro dei nazionalisti cristiani nei Balcani e il genocidio armeno mostravano agli ebrei del dar al-islam, privi di qualsiasi protezione, il prezzo di sangue da pagare per la libertà. Prigionieri di questa realtà, essi evitarono di schierarsi apertamente per il sionismo, poiché perfino nell'epoca di transizione rappresentata dalla colonizzazione europea essi rischiavano la vita. Del resto, di ciò si ebbe un’ulteriore conferma quando i paesi arabi decretarono il sionismo un crimine passibile della pena capitale.
Tuttavia furono elaborate altre forme di partecipazione clandestina o camuffata, anche se in Oriente non emersero certi tratti specifici del sionismo occidentale, come il fallimento dell’assimilazione, esemplificato alla fine del XIX secolo dall’affaire Dreyfus. È evidente che un «affaire Dreyfus» non avrebbe mai potuto verificarsi in oriente, dove nessun ebreo o cristiano aveva accesso a cariche importanti in uno stato maggiore musulmano. A maggior ragione, mai un paese islamico sarebbe stato così turbato, come lo fu la Francia, dall’ingiusta condanna inflitta a un ebreo o a un cristiano, e perfino a un musulmano. Lo studio del sionismo in Oriente progredirebbe certamente se smettesse di riferirsi in modo esclusivo agli schemi occidentali, estranei al fenomeno, per esaminare invece gli elementi storici e politici del rapporto dar al-islam-dhimmi e le sue modalità di sviluppo. Da questi aspetti emerge che la liberazione di una «terra di dhimmitudine», la Palestina, soggetta alle regole di conquista del jihad, non poteva essere innescata che dall’esterno del dar al-islam – com’era accaduto per altri popoli, in particolare per gli armeni - e che tale ruolo spettava all’ebraismo occidentale.
Secondo Volney, alla fine del XVIII secolo la popolazione della Palestina ammontava a circa 300.000 abitanti, cifra che, nel secolo seguente, aumentò in seguito all’arrivo dei musulmani in fuga dall'Europa. Nel 1878, infatti, una legge ottomana aveva decretato l'assegnazione di terre palestinesi ai coloni islamici, insieme a dodici anni di esenzione dalle tasse e dal servizio militare. Così, nella zona del monte Carmelo, in Galilea, nella piana di Sharon e a Cesarea furono assegnati appezzamenti di terra ai musulmani slavi dell’Erzegovina e della Bosnia; i georgiani furono insediati nella regione di Qunaytra, sulle alture del Golan e i marocchini in bassa Galilea. In Transgiordania e in Galilea i turkmeni, i circassi e i cerkessi, che fuggivano la russificazione della Crimea, della Caucasia e del Turkestan, si ricongiunsero alle tribù che li avevano preceduti nel XVIII secolo stabilendosi ad Abu Ghush, presso Gerusalemme. Inoltre, intorno agli anni ‘30, circa 18.000 fellah egiziani erano emigrati a Gerico, Giaffa e Gaza, e nel 1830, in seguito all’occupazione francese, migliaia di algerini, guidati dall’emiro ’Abd al-Qadir, avevano scelto l’esilio insediandosi in Siria, sulle alture del Golan, in Galilea e a Gerusalemme.
Sempre in Terra Santa, le popolazioni cristiane indigene o immigrate dal Levante e dalla Grecia potevano contare sulla protezione europea o russa, che invece mancava agli ebrei palestinesi. Dopo la guerra di Crimea, infatti, furono decretate consistenti concessioni territoriali alla Francia in favore dei cattolici, all’Inghilterra per i protestanti, all’Austria per i luterani, alla Russia per gli ortodossi e gli armeni.
Nel 1887 il divieto di emigrare in Palestina, di risiedervi, di acquistarvi terreni e di vivere a Gerusalemme fu applicato soltanto agli ebrei, sia stranieri che raya, ma non ai cristiani né ai musulmani. Tuttavia, gli sforzi del sultano per fermare il ritorno degli ebrei in Palestina furono in parte inefficaci. Infatti la proibizione ai soli ebrei europei - e non ai cristiani - di visitare la Palestina, di insediarvisi e di acquistarvi terre era il frutto di una discriminazione religiosa assente dalle capitolazioni siglate tra la Porta e gli stati europei. Fu in virtù di tali trattati, stipulati tra i sultani ottomani e i paesi occidentali sulla base della reciprocità, che gli ebrei europei poterono intraprendere questa prima e cruciale fase della lotta sionista, mentre quelli residenti nei paesi islamici - sudditi ottomani e non - essendo privi di tale requisito, furono respinti. Grazie ad alcuni filantropi europei, la comunità ebraica palestinese poté dotarsi di dispensari e ospedali e acquisire dei terreni.
Di fatto la marginalizzazione dei raya e alcuni elementi specifici dell’ebraismo europeo concorsero a limitare la prima fase dell’immigrazione sionista in Palestina a popolazioni provenienti in maggioranza dall’Europa. Questi fatti vengono citati qui solo per mettere in rilievo la totale ignoranza del contesto della dhimmitudine.
La dispersione del popolo ebraico costituiva il principale ostacolo alla realizzazione della sua indipendenza. A differenza dei cristiani del Levante, miseri resti di nazioni ostili tra loro, gli ebrei, malgrado la loro frammentazione, presentavano una relativa omogeneità e potevano contare su un consistente sviluppo demografico. Ma al contrario dei cristiani balcanici, ancora assai numerosi nelle loro patrie, gli ebrei palestinesi, che uscivano da oltre un millennio di dhimmitudine, costituivano una comunità esangue, tanto più umile e vulnerabile in quanto attirava molte persone anziane e devote che si recavano a morire in Terra santa.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.279-281).

Ecco, dopo che la regione - ribattezzata col nome di Palestina dai conquistatori romani per cancellare persino il ricordo del suo legame col popolo ebraico - in seguito alla nascita dell’islam era stata islamizzata e arabizzata a suon di massacri e di conseguenza devastata e spopolata (come vi ho fatto leggere qui), in epoche più recenti è stata ripopolata nel modo che abbiamo visto. Ma per qualcuno, si sa, le leggende sono molto più affascinanti della realtà, e quindi continueranno a chiudere occhi e orecchie sui fatti per poter continuare a inseguire la loro leggenda nera dei perfidi giudei che invadono terre altrui e se ne impadroniscono a suon di pulizie etniche (e magari vi scannano i poveri bimbi per impastare le azzime col loro sangue). E, soprattutto, continueranno a costruire muri di menzogne.


barbara


30 marzo 2011

DONNE DU DU DU

Donne du du du amiche di sempre
donne alla moda donne contro corrente
Negli occhi hanno gli aeroplani
per volare ad alta quota
dove si respira l'aria e la vita non è vuota


Come lei, grandissima, meravigliosa, eroica, immensa (e bellissima!)
Donna contro imam 1.000.000.000 : 0.



barbara


29 marzo 2011

AUX ARMES CITOYENS

Perché non c’è scelta. Perché se non vogliamo finire come questa donna non possiamo fare altro che combattere e far sentire alta la nostra voce – e magari riascoltiamola anche dalla splendida voce di questa coraggiosa cantante che, incurante di boicottaggi e indifferente a pressioni, il prossimo 9 aprile andrà a cantare a Tel Aviv.



barbara


16 marzo 2011

IL MASSACRO NEL DNA

Sebbene distinti – il nazionalismo mirava a liberare un territorio, mentre l’emancipazione lottava per abolire una discriminazione giuridica – questi due movimenti erano tuttavia organicamente collegati. Infatti ogni gruppo dhimmi, a causa della sua dispersione nella umma, partecipava di entrambi. Se i cristiani e gli ebrei rivendicavano uguali diritti sui luoghi in cui la storia li aveva dispersi, tali rivendicazioni si trasformavano tuttavia in movimenti nazionalistici nelle province che erano state culla della loro storia specifica: la Grecia, i Balcani, l’Armenia, la Terra Santa. Ecco perché persecuzioni e massacri colpirono indistintamente i dhimmi ovunque si trovassero, in quanto la umma accomuna in un identico rifiuto sia l’Europa – per giunta colonizzatrice – che patrocinava i movimenti di liberazione e di emancipazione, sia i suoi protetti.
È possibile seguire l’arretramento della umma grazie alla traccia di sangue che lasciò nelle comunità dhimmi. La guerra di Crimea (1853-1856) suscitò rappresaglie contro gli armeni, espropriati a vantaggio dei rifugiati musulmani di etnia circassa. Massacri in Grecia e «orrori bosniaci» nei Balcani accompagnarono le guerre di liberazione greca e balcanica. L’emancipazione provocò lo sterminio di 20.000 cristiani in Siria e in Libano (1860). I pogrom in cui perirono tra il 1895 e il 1896, nell’Armenia turca, dai 100.000 ai 200.000 armeni, si estesero anche ai cristiani di Siria, i cui villaggi vennero incendiati e saccheggiati, mentre gli uomini furono uccisi e le donne rapite. All’inizio del XX secolo il nazionalismo armeno fu schiacciato da un genocidio che, tra il 1915 e il 1917, travolse indistintamente giacobiti, caldei, siriaci, cattolici e protestanti. Nella sola città di Mardin (Mesopotamia) furono massacrati 86.000 giacobiti.
In meno di un secolo, le guerre di liberazione e i movimenti di emancipazione, oppure l’ascesa economica dei raya, provocarono l’estinzione di questi popoli e la loro pressoché totale scomparsa dal dar al-islam. Eccettuato l’Egitto, che in questo periodo cruciale era controllato dall’Inghilterra, la disintegrazione dei popoli indigeni non musulmani della Turchia e del Levante fu il risultato sia dell’abolizione della dhimma che dell’alleanza – tanto temuta e ostinatamente rifiutata in passato – tra i cristiani orientali e un Occidente indubbiamente seduttivo, ma che, sotto la vernice dell’umanitarismo, mascherava i suoi calcoli politici.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 244-245)

Un millennio e mezzo di storia sono qui a testimoniarlo: nella buona e nella cattiva sorte, nella ricchezza e nella povertà, in guerra e in pace, con o senza motivi, con o senza provocazioni, con o senza pretesti, un’occasione per fare un bel massacro questa gente non se l’è mai lasciata scappare. E, per inciso, ebrei e cristiani nel Nord Africa e in Medio Oriente non erano “in casa d’altri”: erano in casa propria da sempre. Erano gli altri, gli arabi musulmani, ad essere entrati abusivamente in casa loro. E non sono molto sicura che massacri, deportazioni, stupri etnici, conversioni forzate e annientamento di antichissime lingue e culture si possano considerare un modo di “pagare l’affitto”.

     

         

    

  

 



         

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barbara


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3 marzo 2011

C’ERA UNA VOLTA L’IMPERO OTTOMANO

Molti giornalisti, sia inviati che opinionisti, scrivono in qualità di "esperti di Medio Oriente", e come tali stilano diagnosi e formulano prognosi. Ma come non dico un luminare della medicina, ma anche un'infermiera principiante neodiplomata sa perfettamente, nessuna diagnosi, né tanto meno prognosi sono possibili se prima non si è proceduto ad una accurata anamnesi del paziente. Nel caso specifico: studio della storia. Ed è proprio in questo campo che le lacune dei nostri "esperti" si manifestano in tutta la loro sconsolata e sconsolante dimensione. Ed è per tentare di riempire tali lacune che ci accingiamo a scrivere questo breve articolo, cominciando dal principio.

E dunque...

C'era una volta l'impero ottomano. Che non era il paradiso in terra, no, nessuno oserebbe sostenere una simile assurdità: era un regime autocratico, ampiamente corrotto, in cui i non musulmani vivevano come dhimmi, cittadini di serie B con notevoli limitazioni nei propri diritti e nelle proprie libertà. Ma che nel corso dei secoli aveva raggiunto un suo equilibrio, in cui le sue diverse componenti, le sue diverse etnie, le sue diverse culture, avevano raggiunto un modus vivendi più o meno accettabile.
Poi scoppiò la I guerra mondiale, e il mondo cambiò faccia. In particolare, cadde il millenario impero asburgico e cadde l'impero ottomano: si sbriciolarono, entrambi, dando vita a una miriade di nuove realtà. Dalla dissoluzione dell'impero asburgico nacquero vari stati nazionali, perlopiù sostanzialmente omogenei (con l'eccezione della Jugoslavia, accozzaglia di popoli appiccicati a forza e immediatamente tornati a separarsi, in alcuni casi in modo sanguinoso, non appena venne meno la morsa di ferro comunista, e della Cecoslovacchia, che si divise invece pacificamente), che conservano ancora oggi l'assetto di allora.
Non così andarono le cose per l'impero ottomano: sulle sue spoglie si gettarono immediatamente le mani fameliche di Francia e Gran Bretagna prima ancora che la guerra fosse conclusa (accordi Sykes-Picot, 1916), che si spartirono la torta facendo nascere dal nulla realtà nazionali senza alcuna base storica (Giordania, Iraq, Kuwait), dividendo etnie che stavano insieme dalla notte dei tempi, costringendone altre, dalla notte dei tempi diverse e ostili, alla convivenza forzata in uno stato tracciato sulla carta con matita e righello. Stati artificiali, regimi del tutto estranei alla storia e alla cultura delle popolazioni cui venivano imposti, a volte addirittura governanti stranieri, come nel caso dell'hashemita Abdallah detronizzato dall'Arabia, per il quale la Gran Bretagna ritagliò un pezzo di Palestina, ne fece uno stato nuovo di zecca, la Giordania - per la quale si dovette addirittura inventare un nome prendendolo dal fiume che ne segnava il confine, tanto era inesistente da ogni punto di vista - e glielo regalò (e, per inciso, tale stato divenne istantaneamente il primo stato completamente judenrein della storia moderna).
Le conseguenze? Le abbiamo sotto gli occhi. Difficile immaginare che qualcuno possa sentire come "patria" un'entità disegnata sulla carta. Difficile immaginare che qualcuno possa provare devozione per un governo imposto. Il grande califfato, certo, si è dissolto a causa della propria fragilità strutturale, è imploso perché era marcio fino al midollo, non per colpa dei nemici esterni, ma questo, i suoi orfani, non hanno avuto modo di comprenderlo: a causa dell'ingordigia dissennata di Francia e Inghilterra (si può essere ingordi assennati? Forse, o forse no; in ogni caso non lo sono state le due potenze in questione), gli orfani dell'impero ottomano non hanno avuto la possibilità di elaborare il lutto, e l'unico loro desiderio è di ridare vita a ciò che hanno perso: un impero potentissimo che godeva della considerazione e del rispetto del mondo intero.
Questa è la realtà che dovrebbero prendere in considerazione i tanti che cercano di capire dove sta andando il Medio Oriente: qui è dove vuole arrivare il progetto delle menti islamiche più "raffinate": un nuovo califfato, dove l'islam possa finalmente regnare sovrano, portando ovunque la "sua" pace (ed eliminando tutti i nemici dell'islam, quelli del sabato e quelli della domenica, oltre a quelli di un venerdì troppo tiepido - piccolo particolare da tenere sempre ben presente). Qualcuno lo dice chiaramente (Bin Laden, Hamas, Hezbollah e, anche se in modo apparentemente più sfumato, la dirigenza dei Fratelli Musulmani), altri non lo dicono, ma agiscono per arrivare allo stesso risultato (gli imam iraniani), altri ci pensano ma non lasciano trasparire il loro pensiero (Erdogan). Il disegno sembra essere oggi comune a tutti loro, e si intrecciano perfino accordi di vario genere per arrivare alla meta che comunque sarà, sì, comune, ma non poi sotto il controllo di tutti loro. Vogliono fare il cammino insieme per un momento, come il corano insegna loro, finché domineranno tutte le terre, finché avranno spazzato via quegli stati artificiali che la storia ha dimostrato non avere alcun senso logico, e poi si combatteranno tra di loro per essere LA potenza dominante. Prima o poi si dovrà decidere se sarà l'Iran sciita o Al Qaeda o il novello imperatore ottomano a dover dominare il mondo. E saranno nuove, spaventose guerre. Se vogliamo non arrivare a questo, dobbiamo capire, fin da oggi, che questo potrebbe essere il disegno di alcune potenze e, di conseguenza, preparare un piano che preveda un nuovo ordine che sostituisca quello che non ha più ragione di esistere, ma che possa essere a vantaggio di tutti i popoli.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


2 marzo 2011

LA CARRIERA DI UN CANTAUTORE

Fra le sue cose del bel tempo che fu ricordiamo autentici capolavori: tutti i pezzi dell’album Samarcanda, quasi tutti quelli di Il grande sogno, e naturalmente l’indimenticabile Luci a San Siro... Il primo scricchiolio si verifica con il rifacimento di Luci a San Siro, coi violini strappacuore e il singhiozzino nella voce, mentre il secondo rifacimento della suddetta indimenticabile rappresenta un vero e proprio salto di qualità, con il poetico “ho amato fra le tue braccia” che lascia il posto a un volgarissimo “fra le tue gambe”. E poi... poi avviene l’impensabile: un bel giorno il Nostro si innamora delle camere a gas, scopre che gli ebrei buoni, i veri ebrei, gli unici degni di questo nome sono quelli che si sono fatti infornare ad Auschwitz, e scrive Shalom, in cui, precursore di Helen Thomas, suggerisce agli ebrei di oggi, quelli che di farsi infornare non ne vogliono proprio sapere e quindi non sono mica degni di chiamarsi ebrei, di andarsene, e soprattutto di avere “l’umiltà di non vincere” – e va da sé che, essendo professore di storia, non può ignorare che una sola sconfitta significherebbe quello sterminio totale che i loro nemici da sempre proclamano di volere e da sempre perseguono. Due anni dopo decide di andare oltre, e scrive Marika, un inno alla terrorista: una di quelle che per farsi esplodere non scelgono un posto qualsiasi, bensì quello più vicino alla carrozzina del neonato per estirparli fin dalla radice, quelle che con ammirevole abnegazione si dedicano al completamento dell’opera di Hitler.
Ora, la carriera del Nostro, è arrivata al capolinea. L’altro giorno ho sentito alla radio per la prima volta la canzone di Sanremo: un’ammucchiata di parole. Nessun contenuto. Nessun senso. Nessun nesso fra una parola e l’altra. Nessuna grammatica, nessuna sintassi. Le anime semplici, per paura di essere prese per ignoranti, dichiarano entusiaste che è una canzone bellissima. E invece no, non è né bella né brutta: semplicemente non è. È il nulla e basta.



E dopo questa letamaiata, guardatevi invece questa cosa serissima.

barbara


27 febbraio 2011

IL SALAFISMO IN DIECI DOMANDE

Perché la prima cosa da fare, se si vuole almeno sperare di poter sopravvivere, è conoscere il nemico.

Di Mohamed Sifaoui, giornalista e coautore con Philippe Bercovici di «Ben Laden dévoilé, la BD-attentat contre Al-Qaïda», Editions 12 Bis. È autore anche di «Pourquoi l’islamisme séduit-il?», Editions Armand Colin.

06/11/2009

Mentre si parla di velo integrale, di salafismo, di religioni e di identità nazionale, bisogna preoccuparsi della presenza in Francia di un movimento fondamentalista musulmano che molti definiscono estremista?


1. Chi sono i salafiti?

Il salafismo deriva dalla parola araba salaf, che significa letteralmente «i predecessori». Si parla di essalaf essalah, i «pii predecessori» per indicare i primi compagni del profeta Maometto. Oggi i salafiti li prendono come modelli e invocano un ritorno a «l’islam delle origini» ripulito dalla bidaa, dalle «biasimevoli innovazioni» che secondo loro pervertono la religione. Rifiutano pertanto tutte le influenze occidentali, tutte le idee umanistiche e i principi filosofici come la democrazia o la laicità. È la scuola di pensiero hanbalita, fondata dall’imam Ahmed ibn Hanbal (780-855) nel IX secolo che ha dato vita all’ideologia salafita. Due discepoli di questa dottrina, l'imam ibn Taymiya (1263-1328) e Mohamed ibn Abdelwahab (1703-1792), ne diventeranno in seguito i due riferimenti ideologici. Abdelwahab, fondatore del dogma wahhabita oltre che cofondatore della monarchia saudita, darà vita a questo «salafismo missionario» (oggetto della nostra inchiesta) diffuso dei nostri giorni: disuguaglianza fra uomini e donne, diritto penale basato sulle punizioni fisiche, rigorismo nei rapporti sociali, rifiuto dei diritti umani. Drogato a colpi di petrodollari, questo salafismo si è progressivamente diffuso in tutto il mondo.
Nel XX secolo questo pensiero salafita si politicizza e contemporaneamente si «riforma» sotto l’impulso dei Fratelli musulmani, una confraternita integralista fondata in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna (1906-1949). I Fratelli non esitano a creare partiti e a impegnarsi nella vita politica e associativa. Pur essendovi divergenze dottrinali con i sostenitori del wahabismo, non sono certo dei «progressisti»: anch’essi predicano l’applicazione della sharia (la legge coranica) e l’instaurazione di repubbliche islamiche. I Fratelli musulmani, chiamati talvolta «salafiti in giacca e cravatta» sono rappresentati in Francia dall’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (UOIF). Partigiani di una reislamizzazione «dolce», sono apparentemente più «aperti» dei «salafiti in barba e djellaba».
Altri salafiti, detti jihadisti, preferiscono la lotta. La loro dottrina è oggi seguita da una nebulosa come al-Qaida. Chiamati anche takfiri (quelli che praticano la scomunica), questi adepti della guerra santa hanno gli stessi riferimenti ideologici degli altri.


2. Che cosa vogliono?

Benché minoritari nel mondo musulmano, i salafiti hanno una grande visibilità grazie all’attivismo sfrenato dei loro militanti e altri ideologi. Il pensiero salafita oggi controlla molte moschee e gran parte della letteratura musulmana. Trattandosi dell’Occidente, fanno appello anche al comunitarismo, nella speranza di reislamizzare i membri della comunità musulmana e convertire il maggior numero possibile di persone sedotte da un’ideologia politico-religiosa incompatibile con i valori universali. Perciò, contrariamente a certe fantasie degli ambienti di estrema destra, l’obiettivo principale dei salafiti non è l’islamizzazione dell’Europa, bensì la realizzazione di condizioni che permettano loro di praticare la loro visione dell’islam così come lo intendono loro anche se questo è in contrasto con lo spirito dei Lumi. I Fratelli musulmani, da parte loro, desiderano formare un gruppo di pressione in grado di influire sui dibattiti nazionali e internazionali, e vogliono costituire una forza lobbistica capace di far nascere un «voto musulmano».


3. Quanti sono in Francia?

È difficile conoscere esattamente il numero dei salafiti presenti in Francia (e in Europa). Se ne può tuttavia avere un’idea sapendo che solo il 10% dei 5 milioni di musulmani della Francia sono praticanti e frequentano regolarmente le 1900 moschee e sale di preghiera. Coloro che hanno incentrato la propria vita sul luogo di culto rappresentano una forte minoranza fra i praticanti, ma danno l’impressione di essere maggioritari grazie al loro attivismo, ai loro incitamenti, alla loro presenza sulla rete, al loro abbigliamento ostentatamente islamico e attraverso il loro impegno nell’azione sociale nei quartieri. I salafiti hanno così mostrato il loro peso reale in occasione delle manifestazioni contro la legge che vieta i simboli religiosi a scuola. Un altro elemento di valutazione viene dagli incontri annuali di Bourget organizzati dall’UOIF, questa filiale francese del pensiero dei Fratelli musulmani, che fatica a raccogliere più di 20 000 persone, anche se pretende il contrario.
Ci saranno una cinquantina di moschee o di luoghi di preghiera tenuti dai seguaci del wahabismo saudita e del pensiero salafita dedito al proselitismo, e poche di più dirette dell’UOIF, che però non rappresentano che un terzo dei musulmani praticanti nelle istituzioni del Consiglio francese del culto musulmano (CFCM).
Le moschee salafite wahabite sono spesso insediate nel cuore di quartieri popolari. Ce ne sono nella regione parigina, in particolare a Sartrouville, Argenteuil o Gennevilliers, nella regione di Lione, al nord, così come a Marsiglia o Besançon. Ma se ne trovano anche nella Parigi «intra-muros», nel cuore dei quartieri di Belleville e di Barbès.


4. Chi finanzia la propagazione del salafismo?

Oltre all’Arabia Saudita che, attraverso la Lega islamica mondiale, da molto tempo finanzia questa ideologia, molti mecenati arabi del golfo Persico donano milioni di euro all’anno per diffondere nel mondo «il vero islam», come amano definire il salafismo. In Francia molte moschee sono state costruite con fondi provenienti dalle monarchie arabe e dalla Lega islamica mondiale: le moschee di Evry e di Mantes-la-Jolie, per esempio. L’Arabia Saudita diffonde il salafismo formando migliaia di studenti sauditi o stranieri nelle sue università di Riyad, della Mecca e di Medina. Questo salafismo «missionario» è stato diffuso anche tramite le scuole coraniche pachistane, soprattutto quella di Karachi, che insegna il pensiero detto deobandi, una versione indo-pakistana del salafismo, che ha partorito i famosi talebani. Quanto ai Fratelli musulmani, hanno a lungo goduto dell’aiuto dei sauditi, che hanno permesso l’apertura in Europa del Centro islamico di Ginevra, fondato da Said Ramadan (padre di Tariq Ramadan e genero di Hasan al-Banna). E quando degli islamisti tunisini e l’attivista libanese Feisal Mawlawi creano l’UOIF, all’inizio degli anni 80, l’organizzazione avrà a disposizione numerosi contributi provenienti dagli Emirati arabi uniti. Oggi l’UOIF riceverebbe, secondo le diverse stime, fra il 30 e il 60% dei suoi finanziamenti da Paesi o personalità arabe. Le associazioni legate all’UOIF derivano una parte del loro denaro dalla certificazione halal, un commercio che promuovono intensamente, tanto è redditizio.


5. Chi sono i loro ideologi?

Fra i contemporanei ci sono appartenenti ai Fratelli musulmani come Sayyid Qutb (1906-1966) o Youssouf al-Qaradawi, che non smette di giustificare gli attentati suicidi e l’instaurazione della sharia. Sebbene lo neghi, Tariq Ramadan, che talvolta si lascia compiacentemente attribuire il titolo di teologo, è in realtà un ideologo del pensiero salafita dei Fratelli musulmani. Non esita a fustigare il wahabismo saudita, ma questo non fa di lui un progressista o un liberale, né un riformatore. I suoi riferimenti ideologici restano i fondatori del pensiero dei Fratelli e i teorici che lo hanno sofisticato per farne uno strumento di lotta politico-ideologica, e poi il nonno Hasan al Banna, per il quale nutre un’ammirazione senza pari, o ancora il pakistano Abu al-Ala al-Mawdoudi (1903-1979). Tariq Ramadan si è specializzato nell’utilizzo di codici di linguaggio e di scrittura occidentali per propagare il pensioero dei Fratelli, e ha saputo adattare i suoi discorsi alle opinioni pubbliche europee. Ciò che propone è una versione del salafismo solo apparentemente più «dolce».
Altri «pensatori» sauditi hanno provveduto a diffondere il salafismo in tutto il mondo. È il caso dello sceicco Ibn Baz (1909-1999), che ha sempre predicato un islam puro e duro. Il saudita Salih bin Fawzan al-Fawzan è «apprezzato» dai salafiti europei : egli raccomanda ai suoi adepti di non «assomigliare ai miscredenti in ciò che li caratterizza». È di quelli che incitano le donne a portare il velo integrale, rifiutando persino il velo classico che permette di vedere il viso delle donne. Un altro guru molto ascoltato dai salafiti è lo sceicco Mohamed ibn Saleh al-Otheimine che vieta, tra l’altro, di «fare gli auguri ai miscredenti [soprattutto ebrei e cristiani] durante le loro feste religiose». Infine lo sceicco Nacereddine al-Albani (1914-1999), un ideologo albano-siriano, ha prodotto un florilegio di fatwa (editti religiosi) assolutamente integralisti, e soprattutto ha vietato l’uso della televisione e della radio.


6. Quali sono i loro canali mediatici?

Mentre alcuni ideologi vietano la televisione, altri raccomandano che sia usata unicamente per diffondere l’islam. È il caso, per esempio, di varie catene satellitari arabe che danno molto spazio a questi salafiti che predicano «la buona parola» sia verso le società musulmane che verso l’Occidente. I predicatori si avvicendano nelle catene che, dal Qatar all’Egitto e passando per gli Emirati, fanno a gara nel giocare sulle nozioni di lecito e illecito tanto care a Youssouf al-Qaradawi. Una volta la settimana egli anima il programma Al-Sharia oua Al-Hayat » (la sharia e la vita) sulla piattaforma della catena al-Jezira, nel corso del quale tratta di tutte le questioni d’attualità, talvolta con inaudita violenza. Detto questo, internet è diventato il mezzo principale per veicolare le idee salafite, sia quelle dei Fratelli musulmani che quelle degli wahabiti e persino quelle degli jihadisti. I siti e i forum si contano a centinaia e, anche lì, vengono affrontati tutti gli argomenti. Attualmente molti salafiti tentano di mobilitarsi sulla rete contro un’eventuale legge sul velo integrale. Mobilitazione che ha il suo prolungamento sul web 2.0 e soprattutto sulle reti sociali come Facebook, che raccoglie decine di profili che rivendicano chiaramente questa ideologia. Infine, le molte librerie indicate come musulmane diffondono in realtà l’ideologia salafita. È il caso di al-Tawhid à Lyon, che diffonde la letteratura dei fratelli Ramadan e quella degli studiosi della fratellanza, o di altri negozi che propongono le opere degli ideologi sauditi.


7. Il salafismo è compatibile con la repubblica?

I salafiti sono contro la mescolanza, rifiutano le minoranze religiose e sessuali, incoraggiano il comunitarismo, non riconoscono i valori di fraternità al di fuori della umma (la nazione islamica) e rifiutano qualunque nozione di libertà che contraddica la loro visione dell’islam. I testi salafiti mostrano l’abisso che separa questa ideologia totalitaria dai principi repubblicani. Lo sceicco Otheimine, per esempio, raccomanda alle donne musulmane di non lasciare la propria casa che in caso di necessità e con «l’autorizzazione del marito o del tutore». E precisa: «La donna è libera in casa propria, si reca in tutte le stanze della casa e lavora eseguendo i compiti domestici». E «Che queste donne temano Allah e abbandonino le propagande occidentali corruttrici!» Un altro sceicco, Salih bin Fawzan al-Fawzan, sostenitore del velo integrale, ha affermato in una delle sue fatwa che «il viso della donna è uneawrah (parte da nascondere) e che è obbligatorio coprirlo». Per lui «è la parte della massima tentazione». E lo stesso accade per altri principi fondamentali che costituiscono l’identità repubblicana e laica della Francia. Il salafismo, per esempio, non accetta la libertà di coscienza. Cerca di indottrinare e convertire i non musulmani, ma rifiuta categoricamente che un musulmano possa rinnegare l’islam per un’altra religione. Il responsabile di tale apostasia deve essere, secondo loro, condannato a morte. E come la libertà di espressione e di opinione, anche la critica dei dogmi e della religione è vietata.


8. Il salafismo è violento?

Le diverse correnti salafite rappresentano differenti livelli di pericolosità. I jihadisti o i takfiri predicano la jihad e dunque le azioni terroristiche. In questi ultimi anni molti di loro sono stati arrestati e condannati per reati «di associazione per delinquere connessa a impresa terroristica». Ma sulla questione della violenza sono molto più riservati. Questi fondamentalisti missionari preferiscono di solito riaffermare la loro fede e talvolta considerano che date le divergenze esistenti fra i «teologi» a proposito della jihad, non è permesso impegnarsi su questa strada. Tuttavia rappresentano un pericolo per la convivenza, e la loro visione dell’islam è incompatibile con le regole di una società laica e democratica. In effetti tutti i salafiti, compresi quelli che affermano il contrario, rifiutano la laicità. Non ci può essere, secondo i loro ideologi, separazione fra la chiesa e lo stato, dato che per loro «l’islam è un sistema completo che deve governare tutta la vita del musulmano». Idem per la democrazia, considerata come un’eresia in quanto consacra il principio della sovranità del popolo, mentre essi ritengono che «la sovranità spetta a Dio e a Dio soltanto».
I Fratelli musulmani ufficialmente affermano di accettare questi due valori. Il cosiddetto salafismo riformista che essi incarnano partecipa, in effetti, al gioco democratico quando si tratta di elezioni. È il caso dei Fratelli musulmani egiziani o dell’Hamas palestinese. Detto questo, essi strumentalizzano la democrazia nella speranza di impadronirsi del potere, e non la considerano certo come un sistema che consacra tutte le uguaglianze e tutte le libertà.



9. Il velo è un obbligo islamico?

All’indomani della rivoluzione iraniana nel 1979, il velo è diventato, nell’immaginario collettivo, il simbolo dell’oppressione della donna e soprattutto della militanza politica. Da un punto di vista teologico, i salafiti ne fanno una vera e propria ossessione, benché esistano solo due versetti coranici che, in maniera poco esplicita, evocano il velo senza determinarne la forma esatta: «O Profeta! Di’ alle tue mogli e alle tue figlie e alle donne dei credenti di posare su di loro i loro grandi veli: così saranno riconosciute subito ed eviteranno di essere offese. Dio è Indulgente e Misericordioso.» (sura 33, versetto 59) ; e «E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi, di conservare la castità, di mostrare dei loro ornamenti solo quelli esterni e di posare un velo sui loro petti; e di mostrare i loro ornamenti solo ai loro mariti, o ai loro padri, o ai padri dei loro mariti, o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle donne musulmane, o agli schiavi di loro proprietà, o ai servi maschi impotenti, o ai ragazzi impuberi che ignorano tutto delle parti nascoste delle donne. E che non battano i piedi così che si scorgano i loro ornamenti nascosti. E pentitevi davanti a Dio, o credenti, affinché possiate prosperare.» (sura 24, versetto 31)
Per i sostenitori della interpretazione letterale, questi versetti sarebbero «chiari» ed esigerebbero l’uso del velo o del niqab, ma per molti studiosi e razionalisti musulmani, l’uso del velo non è un obbligo. Gamal al-Banna, fratello del fondatore dei Fratelli musulmani, ritiene che ai nostri giorni il velo non sia più valido dato che questi versetti si rivolgevano a donne che vivevano in un tempo in cui tutte le donne, da Medina ad Atene, erano velate. D’altra parte molte musulmane, in Tunisia o in Turchia, anche ferventi praticanti, lo mettono solo durante la preghiera; altre, più anziane, lo portano per tradizione o per pudore. Recentemente lo sceicco di al-Azhar, il grande istituto di teologia del Cairo, ha dichiarato che l’uso del velo integrale dipende da «una tradizione e non dal culto». Lo sceicco Khaled Bentounès, guida spirituale del sufismo magrebino, ha affermato che «si è fatto del velo uno strumento ideologico per avere uno stereotipo di donna modello», denunciando così questa uniforme dell’ideologia salafita. In ogni caso il ritorno del velo, sotto i suoi diversi aspetti, coincide con l’avvento del salafismo contemporaneo.


10. È applicabile una legge contro il velo integrale?

La questione è attualmente in fase di dibattito. La commissione d’inchiesta parlamentare darà il suo parere nel gennaio 2010. Al momento si stanno ascoltando varie associazioni e personalità della società civile. Forse sarebbe stato meglio creare una vera commissione d’inchiesta per meglio conoscere l’ideologia salafita e il suo ancoraggio nella società francese. In caso di approvazione di una legge, da oggi al momento della Sua applicazione bisognerebbe riflettere. Ci troviamo di fronte a una situazione sensibilmente diversa da quella che aveva prevalso durante la polemica sul velo a scuola, poiché il divieto di quest’altro «simbolo» dell’islamismo fu applicato dai responsabili degli istituti scolastici. Il rispetto di una misura volta a vietare il velo integrale dovrà questa volta essere assicurato dalla forza pubblica, che dovrà multare o arrestare le eventuali recalcitranti. E ce ne saranno! E bisognerebbe inoltre avere la certezza che questa legge, una volta promulgata, verrà applicata anche durante l’estate, quando le mogli e le figlie e le domestiche dei ricchi principi sauditi o del Qatar passeggeranno sugli Champs-Elysées. (Traduzione mia)

A questo testo, chiaro quanto basta da non avere bisogno di commenti, voglio aggiungere solo un’annotazione relativa a uno dei versetti sull’uso del velo: notate che fra coloro di fronte ai quali la donna può liberamente mostrare i suoi “ornamenti” – e ognuno intenda il termine come crede – oltre ai parenti stretti, alle donne musulmane e ai servitori impotenti, sono indicati anche gli schiavi: così come neppure la più pudica di noi avrebbe problemi ad esporre i propri “ornamenti” in presenza del criceto o del canarino, così sarebbe semplicemente assurdo provare sentimenti di pudore in presenza di uno schiavo, come se questo fosse un essere umano.


barbara


22 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA

Dunque, ricapitoliamo le glorie della rivoluzione araba del 2011. In meno di un mese ci sono stati circa 500 morti, come quelli che si lamentano in tre o quattro anni medi nel conflitto fra Israele e palestinesi – ottima dimostrazione del fatto che questo conflitto è centrale e il progetto israeliano è il genocidio degli arabi. Con la complicità attiva dell'America di Obama che ha imposto loro di non difendersi, sono stati eliminati due regimi filo-occidentali (Tunisia, Egitto), un terzo è in forte pericolo (Bahrein), le dittature più ambigue (Algeria, Libia) si stanno difendendo a colpi di stragi, quelle nemiche dell'occidente come la Siria e l'Iran hanno preventivamente inasprito la repressione abbastanza per isolare i sovversivi. Negli stati dove sono stati abbattuti i dittatori filo-occidentali, regna un caos abbastanza bene organizzato: sono rientrati i predicatori islamisti che hanno immediatamente cominciato a istigare contro ebrei e cristiani e con ottimo successo: in Tunisia è stato sgozzato un prete cattolico, Don Marek Rybinski; è stata bruciata la sinagoga di una città del sud, vi sono state minacciose manifestazioni davanti alla sinagoga centrale di Tunisi, gli ebrei di Djerba sono stati minacciati e danneggiati. In Egitto hanno fatto saltare il gasdotto verso Israele e la Giordania, hanno liberato i dirigenti di Hamas imprigionati, hanno violentato in piazza una giornalista americana al grido "ebrea!", hanno nominato capo della commissione per la riforma costituzionale un amico della Fratellanza, stanno facendo passare per la prima volta due navi da guerra iraniane nel Mediterraneo. Ah, di democrazia, nel senso di elezioni, parlamenti, partiti organizzati, stampa libera ecc., finora non si è visto granché, solo promesse e manifestazioni più o meno violente.
Aggiungeteci che per evitare il contagio il tasso di demagogia dell'Autorità Palestinese è ulteriormente aumentato, hanno preteso contro l'America che l'Onu condannasse Israele per le costruzioni nelle "colonie", inclusa Gerusalemme, rifiutando la mediazione del Brasile oltre che quella degli Usa. Sconfitti, hanno deciso per rappresaglia di "riconsiderare" il negoziato con Israele, che peraltro hanno disertato da due anni e mezzo.
Che bella situazione, eh? Ma la stampa occidentale si rallegra tutta: è l'alba di un mondo nuovo, la democrazia prevale dappertutto, che stupida Israele a non fidarsi, aprirsi, unirsi ai ribelli... Come diceva Mao a giustificare i milioni di morti di cui si rese responsabile, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Eh già; ma anche se fosse un pic-nic, o il maschio consumo di un rancio di guerra, il problema sta tutto, come diceva Amleto, in questo punto: se vi si partecipa fra coloro che mangiano o come ciò che è mangiato.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Perché è bene che qualcuno finalmente le dica, le cose, e non sono in molti ad avere il coraggio di farlo. Poi, per completezza di informazione, chi mastica un po’ di inglese si vada a leggere questo articolo e a rileggere questo e questo.



barbara


20 febbraio 2011

LA MIGLIORE DELLA SETTIMANA (2)

Farian Sabahi, giornalista iraniana del Sole 24 ore, esperta di Medio Oriente, il 13 febbraio 2011: “Se El Baradei succedesse a Mubarak sarebbe una vittoria della società civile sui militari. E non dovrebbe dispiacere a Israele, che in Egitto teme una deriva islamista. In ogni caso il nuovo governo egiziano non avrà né il tempo né l’energia per minacciare lo stato ebraico”.


F. Sabahi con Nasrallah e Antonio Ferrari

Sceicco Yusuf Qaradawi, appena rientrato in Egitto dall’esilio, il 18 febbraio 2011, di fronte a due milioni di persone: “Ho un sogno: predicare nella moschea di Al Aqsa, preghiamo che tutti si possa andare a Gerusalemme e liberare la Palestina”. “...oh Allah, prendi questa banda di oppressori tiranni, prendi questa banda di oppressori ebrei sionisti ... non risparmiarne uno. Oh Allah, contali e uccidili dal primo all’ultimo”.



barbara


18 febbraio 2011

LO SCHIAVISMO ISLAMICO

La schiavitù: aspetti demografici, religiosi e culturali

Del fenomeno dello schiavismo islamico esaminiamo qui solo l'aspetto delle vittime del jihad, e non quello del commercio degli schiavi.
Il processo schiavistico legato al jihad riguarda i contingenti di ambo i sessi inviati ogni anno dai sovrani tributari al califfo inconformità ai trattati di sottomissione. Quando, nel 643, 'Amr conquistò Tripoli (Libia), egli costrinse i berberi ebrei e cristiani a cedere come schiavi all'esercito arabo le loro mogli e i loro figli, detraendoli dalla jizya. Dal 652 fino alla sua conquista, ossia al 1276, la Nubia fu costretta a inviare annualmente a Il Cairo un contingente di schiavi. I trattati conclusi dai califfi omayyadi e abbasidi con alcune città della Transoxiana, del Sistan, dell'Armenia e del Fezzan (Maghreb) prevedevano l'invio annuale di schiavi di entrambi i sessi.
Tuttavia, le principali fonti della riserva di schiavi restavano i raid sistematici contro i villaggi del dar al-harb e le spedizioni mi­litari che rastrellavano più in profondità i paesi degli infedeli, svuotando le città e le province dei loro abitanti. Questa strategia, applicata fin dall'inizio dell'espansione arabo-islamica dai primi quattro califfi, e in seguito dagli omayyadi e dai loro successori, rimase invariata in tutti i territori interessati dal jihad. Lo spopo­lamento e la desertificazione di regioni un tempo fiorenti e den­samente popolate, fenomeni ampiamente descritti dai cronisti musulmani e cristiani, sono il risultato delle massicce deporta­zioni di prigionieri. Musa ibn Nusayr deportò 30.000 schiavi frut­to delle sue incursioni in Spagna (714). Nel 740 il governatore della provincia di Tangeri provocò la rivolta dei berberi musul­mani della setta kharijita perché voleva «prelevare il quinto dai berberi con la scusa che questo popolo era da considerarsi un bot­tino acquisito dall'islam». Il cronista osserva che fino ad allora nessun emiro aveva osato esigere dai vinti islamizzati un tributo in schiavi come «porzione del quinto», e conclude: «Soltanto ai popoli che si rifiutarono di abbracciare l'islamismo i governatori imposero tale tributo». In Andalusia, 'Abd al-Rahman I (756-788) annoverava tra le sue truppe più di 40.000 schiavi non mu­sulmani. Il suo successore Hisham ne avrebbe posseduti 45.000. Le continue campagne militari in Spagna, unite alle razzie, frut­tavano infatti un enorme numero di prigionieri, che venivano poi ridotti in schiavitù.
Spostandoci all'altra estremità del dar al-islam, segnaliamo che, in occasione del sacco di Efeso (781), furono catturati e deportati 7000 greci. Durante la presa di Amorium (838), al-Mu'tasim «or­dinò che i prigionieri fossero messi all'asta solo tre volte» per af­frettarne la vendita. Essi erano talmente numerosi che venivano venduti a gruppi di cinque o di dieci». Dopo il sacco di Tessalonica (903), 22.000 cristiani furono spartiti tra i capi arabi o vendu­ti come schiavi. Nel 924 una spedizione marittima «fruttò 1000 prigionieri, 8000 capi di bestiame di grosso taglio, 20.000 di be­stiame minuto e una grande quantità d'oro e d'argento».
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 146-148)

Dice, e sai che novità, a quel tempo tutti avevano schiavi e tutti facevano razzie e tutti riducevano in schiavitù i prigionieri di guerra. Esatto: a quel tempo. Dice no, ma negli Stati Uniti hanno avuto la schiavitù istituzionalizzata fino al XIX secolo avanzato. Esatto: XIX secolo. Loro, gli arabi musulmani, la schiavitù la praticano OGGI, XXI secolo iniziato già da un po’. E non sto parlando della schiavitù di fatto praticata in Arabia Saudita dove i padroni esercitano letteralmente il diritto di vita e di morte sui lavoratori stranieri, e nessuno ha mai pagato, non dico con la galera, ma anche solo con una multa o con un risarcimento, per le serve dodicenni assassinate per avere tentato di sottrarsi all’ennesimo stupro, per le donne tornate in patria con le mani e i piedi, come rivelano le radiografie, piene di aghi e chiodi annidati tra le ossa, per gli operai scomparsi nel nulla. Non solo di questo, per lo meno. Sto parlando della schiavitù istituzionalizzata praticata in Africa dagli arabi musulmani, sto parlando delle razzie, sto parlando degli schiavi negri venduti al mercato degli schiavi, nelle piazze dei villaggi. Quindi, per favore, nessuno se ne esca a dire che una volta lo facevamo anche noi, perché noi lo facevamo, per l’appunto, una volta. Esattamente come una volta – mezzo millennio fa – anche i cristiani facevano guerre di religione che consideravano legittime e giuste guerre sante. Esattamente come una volta – due millenni fa – anche gli ebrei lapidavano le adultere. Mezzo millennio fa, due millenni fa, noi. Oggi, loro. La differenza è tutta qui.


barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 18/2/2011 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


16 febbraio 2011

UNA DOMANDINA PICCOLA PICCOLA

Al signor Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Hussein Obama 

Egregio signor Presidente,
un po’ meno di due anni fa molti iraniani, soprattutto giovani, sono scesi nelle strade per protestare contro gli spudorati brogli elettorali messi in atto da Ahmadinejad, e per chiedere libertà, per chiedere democrazia, per chiedere la fine del regime islamico, ossia di uno dei regimi più oppressivi e più criminali della storia recente. Da lei, signor Presidente, non una sola parola è giunta a sostegno di quei giovani. E quando il regime ha messo in atto la sua spietata e sanguinosa repressione, molto blande sono state, signor Presidente, le sue critiche ad Ahmadinejad, a cui non ha fatto comunque mancare il suo sostegno e la sua solidarietà. Il perseguire la democrazia, evidentemente, non occupava il primo posto nella sua agenda, in quel momento. Né quella politica, né quella morale.
Qualche settimana fa, signor Presidente, molte persone, soprattutto giovani, sono scese nelle strade in Egitto e in Tunisia. Quell’Egitto in cui,
secondo un sondaggio Pew del giugno 2010, fatto quando la situazione era ancora tranquilla, il 59% degli Egiziani appoggia i fondamentalisti islamici e solo il 27% appoggia i modernizzatori. Il 50% appoggia Hamas. Il 30% appoggia Hizbollah. Il 20% appoggia Al Qaida. Oltre il 95% vorrebbe vedere aumentata l'influenza islamica nella vita politica fino a farla divenire predominante. L'82% degli Egiziani è in favore dell'esecuzione per lapidazione delle adultere, il 77% è favorevole alle fustigazioni di piazza e al taglio di mani e piedi per i ladri. L'84% è favorevole all'esecuzione della condanna a morte per chi abbandoni l'Islam. Appena iniziata la rivolta, signor Presidente, in Egitto sono apparse immagini come queste, vi è stato un assalto all’ambasciata israeliana al Cairo (notizia che tutti i nostri mass media hanno preferito tacere, forse per non rischiare di turbare i nostri sonni) mentre in Tunisia gli insorti hanno pensato bene di attaccare la sinagoga. E lei, signor Presidente, in quel preciso momento si è accorto che quello di Mubarak, fino al giorno prima fedele e solido alleato, era un regime illiberale e autoritario, e si è immediatamente, esplicitamente, ufficialmente schierato al fianco degli insorti, scaricando il suddetto fedele e solido alleato.
Ora, signor Presidente, sembra che anche i giovani iraniani stiano nuovamente cominciando a scendere per le strade e protestare. Lei, a quanto mi risulta, non si è ancora pronunciato in merito, ed è a questo punto che, considerati anche i suoi noti precedenti, vorrei rivolgerle la mia domandina piccola piccola, e che dovrebbe anche essere facile facile, dal momento che le è già stata rivolta: lei, signor Presidente, da che parte sta?

barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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