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Diario


16 dicembre 2010

PERCHÉ SGARBI È UN UOMO INTELLIGENTE

L’intelligenza di Sgarbi

Buona parte dell’intervista rilasciata da Vittorio Sgarbi, pubblicata sull’ultimo numero di HaTikwa, è dedicata all’episodio – già a suo tempo ampiamente pubblicizzato – del presunto atteggiamento eccessivo e scortese che nei confronti del critico d’arte avrebbero assunto, tempo fa, gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv: un comportamento giudicato dall’interessato tanto molesto e inopportuno da indurlo ad affermare che non avrebbe più messo piede in Israele, scelta che appare confermata nella suddetta intervista. Alla base del risentimento, spiega Sgarbi, c’è soprattutto il fatto che lui era andato in Israele essendo stato invitato, e ciò lo avrebbe dovuto esentare dai necessari controlli di routine: “ero ospite di Israele, sapevano perfettamente chi ero… Se uno va in Israele spontaneamente è giusto che facciano i controlli che vogliono. Se uno invece va come ospite deve essere rispettato, non c’è nessuna ragione perché sia temuto come un nemico… Se un ebreo viene a casa mia non faccio nessun controllo”.
Essendo Sgarbi notoriamente considerato persona di intelligenza fuori dal comune, tali considerazioni meritano qualche commento:
1) Gli addetti alla sicurezza del Ben Gurion non mancano mai a nessuno di rispetto, che sia invitato o no, e non trattano nessuno “da nemico”, ma tutti come persone che possono essere usate, anche a loro insaputa, da possibili nemici. Sgarbi pensa forse che i “nemici” si presentino con un ghigno sadico e un pugnale tra i denti?
Siamo sicuri che Sgarbi non fa nessun controllo su chi va a casa sua, ebreo o no, per il semplice motivo che non c’è nessuno che minacci di farlo saltare in aria con qualche bomba. Il massimo che ha rischiato, in vita sua, è qualche fischio. Forse per Israele il discorso è un poco diverso. Ma, nonostante l’aeroporto Ben Gurion sia il target n. 1 dei terroristi di mezzo mondo, esso resta tuttavia l’aeroporto più sicuro del pianeta, grazie proprio alla pignoleria di quei solerti addetti alla sicurezza che tanto hanno infastidito Sgarbi. Strano che una persona della sua intelligenza mostri di non capirlo, e apprezzarlo.
Sgarbi non dice da chi è stato invitato in Israele, se dal governo, da un’Università, un’istituzione culturale o altro. Ma la cosa, in ogni caso, non ha alcuna importanza, così come non ha alcuna importanza, ai fini della sicurezza, se uno va in Israele invitato da qualcuno o no. Se anche Sgarbi fosse stato invitato, per esempio, dal Presidente dello Stato in persona, neanche il Presidente stesso avrebbe potuto influire sui meccanismi di sicurezza, che sono necessariamente inderogabili e, per definizione, non ammettono eccezioni. Certo, secondo un ragionamento “all’italiana”, secondo cui “gli amici degli amici” o i “Lei non sa chi sono io” devono avere un trattamento diverso, Sgarbi non avrebbe “fatto la fila”, come ogni comune mortale. Ma questo Israele non se lo può permettere, nell’interesse dei suoi milioni di visitatori. Strano, ancora una volta, che un’intelligenza così raffinata non arrivi a comprenderlo.
Le numerose volte che sono andato in Israele (molto spesso, da invitato, come Sgarbi), sono sempre stato sottoposto, ovviamente, ai controlli di scurezza, e ho sempre provato gratitudine per quei ragazzi impegnati in un lavoro ingrato, duro e stressante, nel quale anche una piccola distrazione potrebbe rivelarsi fatale. Quasi sempre sono stato trattato con grande cortesia e affabilità, e qualche volta anche, come è umano che accada, in modo un po’ sbrigativo. Può anche darsi (anche se non me ne ricordo) che talvolta io abbia un po’ bofonchiato per la rigidità di un addetto particolarmente zelante. Ma se avessi trasformato il mio malumore verso un responsabile della security un po’ brusco in una generale insofferenza verso lo Stato ebraico, nel suo insieme, avrei dimostrato lo stesso livello di intelligenza di Sgarbi. Che però, per fortuna, è irraggiungibile.

Francesco Lucrezi, storico

Sì, Vittorio Sgarbi è un uomo intelligente, e ciò è di grande conforto a tutti noi.

                     

 

barbara


27 novembre 2007

PALESTINESI TUTTI TERRORISTI? BEH, NO …

La corruzione è l’eredità che ha lasciato Arafat

Bassem Eid è un quarantottenne palestinese coraggioso che nel 1996, a Ramallah, ha fondato il "Palestinian Human Rights Monitoring Group", che dirige insieme a una dozzina di collaboratori. Non ha avuto una vita facile, ha vissuto nel campo profughi di Shufat, vicino a Gerusalemme, per 13 anni, ma ne accenna brevemente, non ha l'aria di volerne fare un argomento significativo, anzi, da come ne parla, mi sembra molto contrario all'uso politico che dei rifugiati è stato fatto dall'Onu in questi sessant'anni. Ricorda Arafat mai volentieri, un dittatore corrotto, che lo fece arrestare per due giorni quando fondò il suo centro di ricerca. "Mi tennero due giorni in una stanza della Mukata, senza particolari interrogatori", mi dice "volevano capire quali erano le mie idee, e dopo averle ascoltate mi hanno rilasciato, evidentemente erano talmente all'opposto di quelle che formavano l'Olp, che non venni ritenuto pericoloso, tanto sarebbero stati ben pochi a condividerle".
Bassem Eid ha sempre considerato Arafat un ostacolo verso un futuro democratico dei palestinesi, era cresciuto in paesi dittatoriali troppo a lungo per poter essere un leader capace di mantenere gli impegni che pure ad Oslo si era assunto. Lo rilasciarono e lui fondò il suo gruppo per monitorare le violazioni dell'Autorità palestinese, quasi un suicidio, in una società che non tollera la benché minima opposizione. Quel che l'ha mantenuto vivo è la mancanza di un vero pubblico palestinese che possa interessarsi e condividere il suo progetto, le sue idee trovano più ascolto all'estero, dove viene regolarmente invitato da università e istituzioni pubbliche e private, per esprimere quello che secondo lui dovrà essere il futuro dei palestinesi. "Purtroppo la corruzione li ha coinvolti sin dall'inizio della nascita di Israele nel 1948, quando le organizzazioni internazionali hanno costruito dei meccanismi di finanziamento di enorme portata economica, per cui oggi una soluzione del conflitto metterebbe sul marciapiede migliaia e migliaia di funzionari, soprattutto non palestinesi, li priverebbe di alti stipendi che verrebbero a mancare se scomparissero i rifugiati e uno Stato dovesse nascere", mi dice, citando anche a mo' d'esempio il finanziamento, solo uno dei tanti, di 10 milioni di dollari concesso ad Arafat nel 1997 per la riforma del sistema giuridico. Ma di quella somma enorme l'80% andò nelle tasche dei funzionari sotto la voce casa, macchina, stipendio, e la riforma non fu mai fatta. Questo spiega perché i finanziamenti sono sempre arrivati sotto forma di denaro e non attraverso realizzazioni concordate, come scuole, ospedali, ecc. Anche sullo Stato che dovrà nascere ha delle idee originali. "Dovrà essere smilitarizzato per essere pacifico, perché i palestinesi, dai '47 in poi, hanno perso tutte le occasioni, che con si ripresenteranno più. Aveva visto giusto Sharon con il suo piano di separazione, quando guardo a quanto ha saputo fare Israele in questi anni e lo paragono con quello che abbiamo fatto noi, mi prende lo sconforto, abbiamo solo saputo dare la colpa ad Israele". Vive a Gerico, ogni giorno attraversa due checkpoint, uno palestinese e uno israeliano. Gli chiedo cosa ne pensa dei controlli di Tsahal, che sono sovente oggetto di pesanti critiche, e anche qui la sua risposta è sorprendente. "Uno Stato ha il dovere di difendere i pro-pri cittadini, se non ci fossero stati gli attacchi suicidi, i checkpoint non ci sarebbero, come la barriera di sicurezza, non c'è una volontà collettiva di umiliazione, ma solo responsabilità individuali" mi dice, in controtendenza persine con le organizzazioni umanitarie israeliane che non perdono occasione per allinearsi con le posizioni palestinesi più estremiste. "Sono realista, non ottimista, ma non sono un nazionalista, non voglio più vedere sangue, voglio coesistenza, amicizia", conclude, con una critica alla prossima conferenza internazionale di novembre. "Non è con i palestinesi che andrebbe fatta, ma con gli stati arabi, E' soprattutto loro la responsabilità se la pace non c'è ancora".
(Angelo Pezzana, Shalom)

Di persone come Bassem Eid, magari non altrettanto coraggiose ma sicuramente altrettanto convinte che con la realtà di Israele bisogna convivere e che l’unica cosa da fare è cercare il modo migliore per farlo, una volta ce n’erano di più. Molte di più. Poi, uno alla volta, Arafat e i compagni della sua banda li hanno fatti fuori tutti: fisicamente, intendo, non politicamente. Qualcuno sarà certamente sopravvissuto, ma si guarda bene dal manifestare il proprio pensiero: per poterlo fare, oggi, occorre avere la stoffa dell’eroe, come Bassem Eid, appunto. Cerchiamo dunque almeno noi, che ben poco rischiamo a farlo, di non lasciare spegnere la sua voce.



barbara

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