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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


17 ottobre 2008

VORREI PARLARE DI SCUOLA. POSSO?

No, è che qui pare che legittimate a parlare di scuola siano solo determinate categorie di persone, alle quali non sono del tutto sicura di appartenere, e quindi ritengo opportuno chiedere prima cortesemente il permesso. Bene, espletata questa formalità, vado.
Sull’ultimo numero di Io donna Aldo Cazzullo scrive:
Ho fatto un sondaggio familiare sulla riforma della scuola, chiedendo ai miei figli se preferiscano il maestro unico o il sistema attuale. Francesco, che adesso è alle medie, ha risposto: «Papà, alla scuola elementare c’era una maestra convinta che Giulio Cesare si fosse suicidato, pensa se fosse stata la mia maestra unica!». Rossana ha risposto: «Le mie maestre sono tutte bravissime, ma già una di loro deve fare sia scienze sia inglese che sono materie molto diverse, pensa se una sola dovesse insegnarle tutte». Mi sono sembrati argomenti oggettivi e semplici, che chiunque potrebbe capire. I miei figli ragionano meglio della Gelmini, ho pensato […].
Che dire? Geniale! Perché se scrivo che il signor Cazzullo è un’emerita testa di cazzo, come sarebbe giusto scrivere, magari mi becco una denuncia, o magari qualcuno qui potrebbe trovare disdicevole il mio linguaggio scurrile, e dunque, anziché scrivere, come sarebbe giusto, che è un’emerita testa di cazzo, scriverò: geniale! Tralasciamo pure la puttanata, che non se la berrebbe neanche un cane bassotto ritardato e ubriaco, della maestra convinta che Giulio Cesare si sia suicidato; tralasciamo anche il fatto che non si capisce troppo bene come possa qualcuno decidere che cosa preferisca tra una cosa che conosce e una di cui non ha neanche mai visto l’ombra, e concentriamoci sul nucleo della questione. Il signor Cazzullo è geniale come uno che chiedesse a un soldato come stia andando la guerra. Anche l’ultimo degli imbecilli è in grado di capire che il soldato vede quello che succede intorno a lui, ma non quello che sta accadendo sull’altro fronte, e probabilmente neanche quello che succede sul suo stesso fronte dieci chilometri più in là. Il soldato sa quello che fa il suo sergente e forse il suo capitano, ma sicuramente ignora la strategia elaborata dal capo di stato maggiore. Ecco: questo è esattamente ciò che ha fatto il geniale signor Cazzullo. E non si è accorto – e naturalmente non se ne sono accorti neanche i suoi figli, ma per loro si può anche capire, per lui no – che ciò che è accaduto nella scuola con la moltiplicazione dei maestri è che ora non c’è più il capo di stato maggiore, non c’è più chi elabora la strategia e non c’è più la strategia: ci sono unicamente una pletora di sergenti, che fanno quello che possono, come possono, ognuno per conto suo. Con conseguenze – e chi insegna alle medie lo vede – semplicemente devastanti. Prima c’era un maestro – bravo, bravissimo, bravino, mica tanto bravo – che aveva la responsabilità della classe, che impostava un programma, che elaborava un metodo, che “tirava su” questi bambini. Oggi che i computer ce li recapitano già formattati preventivamente, magari qualcuno se lo sarà dimenticato, e allora ve lo ricordo io: nessun dato può essere immesso se non è prima avvenuta la formattazione, e questo è esattamente ciò che faceva il maestro unico. E che oggi nessuno fa più: si immettono dati, ma i dati non possono essere immagazzinati, perché il hardware non è stato formattato. Ogni maestro, con la sua piccola specializzazione, insegna la sua materia, immette dati, ma nessuno si preoccupa di formare questi bambini, nessuno insegna loro a studiare, nessuno suggerisce loro un metodo, nessuno li aiuta a crescere. Arrivano alle medie incapaci di gestire un quaderno, incapaci di organizzarsi mezz’ora di studio, ineducati – non maleducati, no, semplicemente privi di ogni sorta di educazione – e, a questo punto, difficilmente recuperabili. Dice, ma il maestro unico non può mica sapere tutto. Rispondo: e perché diavolo dovrebbe sapere tutto? Vorreste forse che nella testa di un bambino di sei anni venisse stipato tutto ciò che noi abbiamo imparato in cinque anni di elementari più tre di medie più cinque di superiori più quattro o cinque o sei di università più tutti i decenni a seguire? Ma che razza di imbecillità è questa?
Adesso ne è uscita un’altra. Qualcuno si è – finalmente! – accorto che nelle nostre classi ci sono bambini che non sanno una parola di italiano. Che non sono pertanto in grado di seguire le lezioni. Che non sono in grado di interagire coi compagni. Che, in una parola, a scuola buttano via il proprio tempo senza trarne il minimo profitto. E ha proposto una soluzione. Che può essere difettosa. Che può essere perfettibile. Che può essere tutto quello che si vuole, ma è comunque la prima volta che qualcuno alza il culo per tentare di porre rimedio a una situazione insostenibile. E cosa fanno quelli che finora NON HANNO FATTO UN CAZZO? Gridano allo scandalo. Gridano all’emarginazione. Gridano alla ghettizzazione. I bambini devono integrarsi, dicono. Ma me lo spiegate, GRANDISSIME TESTE DI CAZZO come diavolo fa una persona a integrarsi in un gruppo della lingua del quale non capisce una parola? Poi, ovviamente, perché nessuno si accorga che qualcuno sta facendo qualcosa mentre loro non hanno mai sollevato il culo di un solo centimetro, le teste di cazzo pensano bene di stravolgere quanto proposto, trasformando l’idea originale di formare classi temporanee di bambini stranieri per insegnare loro la lingua prima di inserirli nelle classi normali dove finalmente potranno integrarsi – cosa che oggi non hanno la possibilità di fare – in una mostruosa idea di ghetto separato per i poveri extracomunitari. E una cosa è certa: se a chi, per la prima volta dopo decenni, ha finalmente mezza briciola di idea si continueranno a mettere i bastoni tra le ruote, dalla catastrofe non ci salverà più nessuno.

barbara


11 dicembre 2007

INTEGRAZIONI A CONFRONTO

Ibadete

Ci è arrivata l’anno scorso dal Kosovo, a metà anno scolastico, non sapeva una parola né di tedesco, né di italiano. L’insegnante di sostegno le ha messo a punto un programma per insegnarle un minimo di lingua. Nelle ore che restava in classe studiava il programma preparatole: con la concentrazione, con la determinazione, con la tenacia di chi sta cercando un riscatto ed è ben deciso a trovarlo. Ogni tanto mi fermavo a guardarla, incantata. A fine anno, d’accordo con la famiglia, l’abbiamo bocciata, per darle la possibilità di restare ancora un anno nella scuola dell’obbligo, a imparare ancora un po’ le due lingue e impossessarsi di un minimo di nozioni.
Ieri ho fatto supplenza nella sua nuova classe, per un’ora di ginnastica, e li ho portati in palestra, dove hanno fatto una scatenatissima partita di palla avvelenata, che di tanto in tanto si trasformava in una partita di rugby, con tanto di rissa e ammucchiata, e per tutta l’ora ho avuto agio di guardarla, splendida quindicenne, bella e solare, ampiamente integrata. Perché loro si integrano, eccome se si integrano, quando le forze del male non si coalizzano a mettergli i bastoni tra le ruote.


Flondra

Ci è arrivata quest’anno dal Kosovo, non sapeva una parola né di tedesco, né di italiano. Agli insegnati si rivolgeva dicendo “hallo”. La collega di lettere le ha spiegato che “hallo” si dice agli amici, mentre agli insegnanti si deve dire “Grüss Gott” (saluto in uso in Alto Adige e in Austria, letteralmente qualcosa come “saluto a Dio”) e lei ha risposto che sua madre le ha proibito di salutare così, perché quello è un saluto che fanno i cristiani e lei dunque non deve. A maggio andremo una settimana a Cesenatico, con la classe italiana con cui siamo gemellati: visiteremo cose bellissime, staremo tutti insieme, faremo feste, andremo in spiaggia … Quando, con l’aiuto della compagna albanese, è arrivata a capire di che cosa si trattava, aveva gli occhi che brillavano. Ma qualche giorno dopo mi ha informata che lei non poteva venire. Ieri la classe è uscita un’ora prima e la scuola ha messo a disposizione un autobus perché potessero partecipare al funerale del papà di Raphael. Ma lei è rimasta a scuola, perché in chiesa ci vanno i cristiani, e lei non aveva il permesso di andarci. È sempre da sola, a testa bassa, con la faccia triste. Un po’ di cose, sia in tedesco che in italiano, le ha imparate, ma non parla mai con nessuno. Perché loro non si integrano, col piffero che si integrano quando le forze del male si coalizzano a mettergli i bastoni fra le ruote.

barbara


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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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