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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


23 ottobre 2011

COLPOSO?

I fatti. Un padre decide che “curerà” suo figlio solo con la “medicina” omeopatica. Tutto bene finché il bambino è in buona salute, ma giunto all’età di quattro anni il bambino si ammala, e il padre persiste nella sua decisione di “curarlo” con la “medicina” omeopatica. Naturalmente, dato che la malattia è di quelle serie, che se non vengono curate va a finire male, il bambino muore. Dice che adesso il padre è indagato per omicidio colposo. Ma quale indagato? Ma quale omicidio colposo? La mancanza di cure non è stata un incidente di percorso, l’imprevista conseguenza di un errore o di una distrazione, bensì un crimine consapevolmente e lucidamente perpetrato, premeditato fin dalla nascita del bambino e portato avanti, con sadica determinazione, fino alla sua morte. Quell’uomo dovrebbe essere incriminato per omicidio volontario premeditato. Con l’aggravante dei futili motivi. Con l’ulteriore aggravante del rapporto di parentela. Con l’ulteriore ulteriore aggravante dell’impossibilità della vittima di difendersi o cercare aiuto. Con l’ulteriore ulteriore ulteriore aggravante che il padre in questione di mestiere non fa lo spazzino o il meccanico o il carpentiere, bensì il medico, per cui non può neppure invocare l’attenuante dell’ignoranza in buona fede. Da sbattere in galera con ventisette ergastoli. Come minimo. Altro che indagine per omicidio colposo!



barbara


20 marzo 2010

PER CONOSCERE BENE QUELL’ISLAM MODERATO …

di cui tanti amano parlare …

Il Decalogo dell’islàm “moderato”

1. Non solo i musulmani, ma anche gli “islamocristiani” oggettivamente promuovono e incoraggiano la linea propagandistica che maschera la jihad (la cui presenza può essere riscontrata dappertutto) e ingannano sia su ciò che causa questa jihad (non la “povertà” o la “politica estera” ma i precetti del sistema ideologico totalitario dell’islàm) che su ciò che potrà appagarla (non il Kashmir, non la Cecenia, non l’assurda “soluzione di due Stati”, non la continua condiscendenza di Francia e Olanda – non c’è nulla che possa saziarla o appagarla fino a quando una parte del globo continuerà a resistere al dominio dell’islàm). “Cristiani” come Fawaz Gerges o Rami Khoury, o qualcuno nato Cristiano, come Edward Said, sono Arabi la cui visione è influenzata da questa auto-percezione. La loro lealtà alla comunità e alla storia degli Arabi li obbliga ad essere leali alla visione islamica del mondo come se fossero essi stessi nati musulmani. Difendono risolutamente l’islàm contro ogni interpretazione dottrinale occidentale (come in Orientalism di Edwar Said) o distolgono l’attenzione dall’islàm e continuano ad affermare, contrariamente ad ogni evidenza, da Bali a Beslan e Madrid, che il “problema Israele/Palestina” – l’ultima e più sinistra formulazione della jihad contro Israele – è la fons et origo dell’ostilità musulmana e della sua aggressione assassina in tutto il mondo. Ad eccezione dei Copti e dei Maroniti, che non si considerano Arabi, ma solo “utilizzatori” della lingua Araba (rifiutando l’idea che tali “utilizzatori” siano in effetti Arabi) molti Arabi Cristiani hanno assurdamente abbracciato il programma islamico; proprio il programma di chi, in Medio Oriente, ha reso la vita dei Cristiani così incerta, difficile e a volte addirittura “a rischio”. Il tentativo di essere "plus islamiste que les islamistes" – la posizione di Rami Khoury e Hanan Ashrawi – semplicemente non funziona, perché non ha mai funzionato. È stato Habib Malik, ed altri Maroniti, in Libano ad aver analizzato il problema dell’islàm in un modo estremamente chiaro. Per cui, il miglior libro sulla condizione dei non-musulmani sotto l’islàm è quello dello studioso Libanese (Maronita) Antoine Fattal.
Ogni Arabo “islamo-cristiano” che promuova il programma islamico, partecipando a una campagna che può solo ingannare gl’infedeli ed impedire la loro comprensione della jihad e i suoi vari strumenti, è oggettivamente parte del problema, esattamente come i musulmani che consciamente praticano la taqiyya per eliminare i sospetti dei non-musulmani. Chiunque agisca con lo scopo di mantenere l’incauto infedele nella sua sconsideratezza, sta aiutando il nemico. Basta pensare un attimo a Oskar Schindler. Un membro del Partito Nazista, ma qualcuno che, certamente non seguiva il programma nazista. Ma che pensare se per caso Schindler avesse incontrato degli occidentali, e avesse continuato a negare che i Nazisti erano impegnati in un genocidio, anche se lui lo deplorava e avrebbe poi agito attivamente contro di esso? Lo avremmo considerato un “moderato”? O come qualcuno che aiutava la coalizione anti-Nazista a capire cosa stava macchinando?
Un altro esempio: pensate a Ilya Ehrenburg, che, circa nel 1951 fu inviato all’estero da Stalin per mentire circa le condizioni degli intellettuali Ebrei di lingua Yiddish che Stalin aveva massacrato da poco. Ehrenburg andò in Francia, poi in Italia. Fece ciò che gli era stato ordinato. "Peretz? Markish? Oh, sì, ho visto Peretz il mese scorso nella sua dacia, con suo nipote. Che tipo simpatico! Markish – è stato grande l’anno scorso in Lady Macbeth del Distretto di Mtsensk – avreste dovuto vedere come riusciva bene col suo gergo, Yiddish …”. E andava avanti così. Eherenburg mentiva, e poi mentiva ancora. Non era uno Stalinista. Odiava Stalin. E odiava anche l’eliminazione di Peretz Markish e di molti altri che erano già stati eliminati mesi prima, come Eherenburg sapeva molto bene. Quando si recò all’estero e mentì agli editori di Nouvelle Revue Francaise, cos’era? In effetti, stava promuovendo gli interessi di Giuseppe Stalin, dell’Armata Rossa e del Politburo. Non dobbiamo interrogarci sui motivi. Dobbiamo solo vedere quali furono i risultati ottenuti con queste menzogne. E la stessa cosa vale per quegli Arabi Cristiani che mentono nell’interesse dell’islàm – alcuni per paura, altri per una identificazione etnocentrica così forte che li porta a difendere l’islàm, la religione di coloro che hanno perseguitati gli Arabi Cristiani del Medio Oriente, altri per interesse (se diplomatici e giornalisti occidentali sono sul libro paga degli Arabi, perché non lo possono essere anche gli stessi Arabi?), altri ancora per carrierismo. Se vuoi avere successo nella graduatoria accademica, e la tua materia è il Medio Oriente, a meno che tu sia un vero luminare – un Cook o una Crone o un Lewis – è meglio ripetere le idee politicamente corrette, che non ti costano nulla, ma ti garantiscono una continuità di amici – per premi, concessione di finanziamenti, buone referenze, buone critiche e buone recensioni. C’è almeno un esempio, tra quelli ricordati, in una situazione in cui un Cristiano di lingua Araba, cercando di sfuggire a una persecuzione musulmana, aveva bisogno della testimonianza di un “esperto” – il quale “esperto”, invece di offrila gratuitamente con una azione da buon Samaritano, ha chiesto, per farsi coinvolgere, una somma di denaro tale (in una stupefacente esibizione di cupidigia) che la stessa idea di solidarietà tra Arabi Cristiani è stata messa permanentemente in discussione.
2. La definizione “moderato” non può essere applicata ragionevolmente a quei musulmani che continuano a negare i contenuti – i contenuti reali, non i contenuti ripuliti o truccati – di Corano, ahadith e Sira. Che questo diniego sia dovuto ad ignoranza, o ad imbarazzo, o a pietà filiale (o alla riluttanza a lavare i panni sporchi ideologici davanti agli infedeli) non ha alcuna rilevanza. Tutti questi musulmani, anche se sembra che deplorino ogni aspetto dell’aggressività musulmana, chiaramente basata su fonti testuali contenute nel Corano e negli ahadith, o nell’esempio di Maometto, come descritti e accettati nella Sira – Maometto, questo “modello” di comportamento – si stanno semplicemente comportando, oggettivamente, in modo da ingannare gl’infedeli. E ogni musulmano che aiuta ad ingannare gl’infedeli a proposito della vera natura dell’islàm non può essere definito un “moderato”. Questo epiteto è semplicemente distribuito un po’ troppo rapidamente per chi ha buon senso.
3. Come considerare poi un musulmano che dice: “Ci sono cose terribili nella sira e negli ahadith e bisogna trovare una via di uscita, in modo che questo sistema di credenze religiose si possa focalizzare unicamente sui rituali del culto individuale e possa offrire un sostegno come una semplice fede per gente comune”? Ciò richiede di dover ammettere che la gran parte delle azioni di Maometto debbano essere o negate o gli deve essere data una interpretazione allegorica o addirittura devono essere eliminati come parte del suo “modello” di vita. Per quanto riguarda gli ahadith, qualcuno dovrebbe affermare che Bukhari, e Muslim, e tutti gli altri rispettabili muhaddithin non hanno esaminato con la giusta meticolosità quelle catene di isnad (trasmissione) e che molti degli ahadith considerati “autentici” devono essere declassati allo stato di “non autentici”. E, seguendo Goldziher, si dovrebbe dubitare di tutti gli ahadith e considerarli elaborazioni fantasiose tratte dal Corano senza alcuna reale esistenza indipendente.
4. Questo ci lascia solo il Corano. Ma ogni “moderato” che cerchi di bloccare ogni inchiesta sulle origini del Corano – sia che che possa essere il prodotto di una setta Cristiana, o una setta Ebraica, o degli Arabi pagani che decisero di farsi un libro sacro, fatto di materiale Cristiano e materiale Ebraico mescolati a un pizzico di folclore Arabo risalente al tempo della Jahiliya – o di impedire ogni studio filologico (per esempio, sull’Aramaico o su parole mutuate da altre lingue) – chiunque impedisca l’iniziativa di sottoporre il Corano al tipo di inchieste storiche a cui fu sottoposta la Bibbia di Cristiani ed Ebrei negli ultimi 200 anni di esegesi, ebbene costui non è un “moderato”, ma un fervente Difensore della Fede. E ancora, chiunque sia contrario a favorire questo studio – che può soltanto condurre all’allontanamento dal letteralismo di alcuni tra i Credenti – non è un “moderato”.
5. La conclusione che si deve trarre è che ci sono veramente pochi “moderati”. Perché se si considera il reale significato del Corano, degli ahadith e della sira e se si considera come questi testi hanno influenzato il comportamento dei musulmani sia durante i 1400 anni di conquiste e di sottomissione dei non-musulmani, sia nel bloccare la crescita e lo sviluppo – politico, economico e culturale – dei musulmani in tutto il mondo, è impossibile non concludere che questo imponente edificio non è in alcun senso moderato né suscettibile di moderazione.
Cosa dovrebbe cominciare a pensare dell’islàm un musulmano intelligente che viva nell’inferno della Repubblica islamica dell’Iran? O quel miliardario Kuwaitiano, con case in St. James Place e in Avenue Foch e a Vevey, così come il quartier generale della famiglia e della ditta a kuwait City, che manda i figli alla scuola Americana del Kuwait, e che si vanta che parlano meglio l’Inglese dell’Arabo, e che contribuisce ad ospita Fouad Ajami quando visita il Kuwait, è veramente affranto nel vedere la crescente islamizzazione del Kuwait? Oserebbe ripetere ciò che conosce molto bene in pubblico o di fronte ai suoi fratellastri o ai suoi amici, ben sapendo che, sul più bello, potrebbero mostrarsi scandalizzati dal suo modo di pensare anti-convenzionale e che, per questo, potrebbe perdere il suo posto nella graduatoria della divisione degli utili della famiglia o, peggio, il suo rango negli affari della famiglia?
Il solo fatto che il numero dei musulmani nel modo occidentale può aumentare, rappresenta una permanente minaccia per gl’infedeli. Ciò è vero anche se alcuni, o molti, di questi musulmani sono dei “moderati” – cioé non credono che l’islàm possieda qualche diritto soprannaturale e la necessità di espandersi in tutto il mondo, conquistando ed inglobando il dar al-harb. Perché, se costoro devono essere ancora annoverati nell’Esercito dell’islàm, e non come Disertori (Apostati) di questo Esercito, la loro mera presenza nel Bilad al-kufr contribuisce ad impinguare i ranghi dei musulmani e quindi la percezione del potere musulmano. E anche un padre “moderato” può generare figli, o nipoti non moderati (questo, in effetti, era il tema del film, quasi comico, ma politicamente acuto, “Mio figlio, il fanatico”, di Hanif Kureishi). Che sia per la Da'wa che per le famiglie numerose, ogni crescita della popolazione musulmana inibirà la libertà di espressione (vedi il destino di Pim Fortuyn e Theo van Gogh, e le minacce fatte a Geert Wilders, Carl Hagen, Ayaan Hirsi Ali, e molti altri), perché politici bramosi di guadagnarsi il voto musulmano si sdegneranno per ogni oltraggio ai musulmani e si batteranno per spingere lo Stato a cedere alle richieste musulmane, solo per un immediato interesse personale. E i numeri dei musulmani, includendo anche i “moderati”, aumenta il numero dei missionari musulmani – poiché ogni musulmano è un missionario – sia compiendo una Campagna propagandistica tipo “Condividiamo il Ramadan” nelle scuole (dove una donna Pachistana dalla voce suadente è la tranquillizzante propagandista di scelta), o facendo Da'wa in carcere. Più musulmani ci sono, più ce ne saranno e nessuno sa quanti “moderati” diventeranno chiaramente non-moderati nelle loro idee e nelle loro azioni. E questi ci riporta al problema più importante: la temporaneità dell’atteggiamento “moderato”. Che cosa ci fa ritenere che qualcuno, che questa settimana o questo mese ha decisamente voltato le spalle alla jihad, che non ha nulla a che spartire con quelli che lui chiama “fanatici”, se non si separa nettamente dall’islàm e non diventa un “rinnegato” o un apostata, ad un certo punto non possa ritornare, non all’islàm, che non ha mai lasciato, ma ad una forma più devota, per cui ora accetta tutti i suoi dogmi, e non solamente quei pochi che interessano esclusivamente i riti della devozione individuale?
6. Gli esempi riguardano sia individui che intere comunità. Per quanto riguarda gli individui, alcuni musulmani cominciarono come persone molto tranquille e largamente indifferenti all’islàm, fino a quando non ebbero una crisi e si rivolsero a una variante molto più fanatica di islàm. Questo fu il caso dell’urbanista Mohammad Atta, a seguito del suo disorientante incontro con le abitudini del mondo occidentale ad Amburgo, Germania, la Reeperbahn e tutto il resto. Questo fu anche il caso di "Mike" Hawash, il tecnico informatico che guadagnava $360,000 all’anno, che sembrava completamente integrato (una moglie Americana, la Little League per i bambini, numerosi amici tra i colleghi dirigenti della Intel che avrebbero messo la mano sul fuoco per la sua innocenza), finché un bel giorno, dopo gli attacchi al World Trade Center, fece testamento, lasciò la casa alla moglie e partì per combattere con i Talebani e Al Qaeda in Afganistan (arrivando fino in Cina) contro i suoi concittadini Americani. In altre parole, se ci sono musulmani fanatici, questo non significa che tutti siano stati “fanatici” fin dall’inizio. L’islam è il punto di inizio necessario, ma ciò che fa esplodere un “moderato” può non avere alcuna relazione con quanto fanno gl’infedeli o con problemi di politica estera – può essere semplicemente una crisi nella vita personale di un musulmano, per la quale cerca una risposta, non sorprendentemente, in … più islàm.
7. Lo stesso insegnamento può essere tratto dall’esperienza di intere società. Per inciso, possiamo ricordare che la condizione degl’infedeli sotto il regime dei Pahlavi era migliore di quanto fosse stata per secoli – e sotto il regime che seguì, quello della Repubblica Islamica dell’Iran, la posizione degli infedeli diventò peggiore di quanto era stata per secoli. Nei paesi islamici il “Secolarismo” non è mai permanente; il peso e la minaccia dell’islàm è sempre presente.
L’esempio migliore è la Turchia, fin dal 1924, quando Ataturk iniziò le sue riforme. Si impegnò in ogni modo possibile – mediate la Legge del Cappello (che vietava l’uso del fez, adatto alla salat), ordinando una traduzione in Turco del Corano accompagnata da un tafsir (commento coranico) in Turco; eliminando l’uso dell’alfabeto Arabo per il Turco; stabilendo un controllo governativo sulle moschee (anche colpendo gli imam recalcitranti e distruggendo le loro moschee); dando alle donne il diritto di voto; stabilendo regole che scoraggiassero l’uso del hijab; incoraggiando gli abiti occidentali; e scoraggiando, nell’esercito, le promozioni di ogni militare che mostrasse un interesse troppo grande per la religione. Questo tentativo di limitare l’islàm ebbe successo e fu rinforzato dal culto della nazione per Ataturk. Ma le poche decadi passate ci hanno mostrato che l’islàm non muore; continua a ritornare. Dalla Turchia, in realtà, non se ne era mai andato; non ostante la creazione di un ceto sociale secolarizzato ammontante a circa un 25% della popolazione, con un altro 25% tentennante e un 50% ancora certamente musulmani tradizionali. Contemporaneamente, i Turchi in Germania non diminuirono il fervore per la loro fede, ma incrementarono. E sembra che, in Turchia, quei Turchi che seguono Erdogan, da un momento all’altro, possono vincere e prendere il potere e lentamente (molto lentamente fino a quando la domanda di ammissione alla EU non sia stata decisa, in un modo o nell’altro) possono annullare quanto fatto da Ataturk. Lui è provvisorio; l’islàm è per sempre.
8. Ecco perché definire qualche musulmano come “moderato” in ultima analisi non ha alcun significato. Essi gonfiano il numero dei musulmani e la percezione del loro potere; i “moderati” possono anche contribuire a trarre in inganno, ad essere, in effetti, i più efficaci agenti della taqiyya/kitman, anche se la loro motivazione può essere semplicemente la lealtà per gli antenati o l’imbarazzo, e non necessariamente il desiderio di ingannare gl’infedeli per disarmarli e alla fine distruggerli.
9. Per questi motivi bisogna sempre osservare obiettivamente la situazione. Cosa potrebbe rendere gl’infedeli più sicuri di fronte ad un sistema ideologico che si dimostra nemico dell’arte, della scienza e di ogni spirito critico, che blocca lo sviluppo della mente e che si basa su di una crudele divisione manichea del mondo tra Infedeli e Credenti? La risposta è: limitare il potere – militare, politico, diplomatico, economico – di tutti i sistemi politici musulmani e delle popolazioni musulmane, diminuendo anche, il più possibile, la presenza musulmana in tutte le terre degli Infedeli, per quanto amabile, accettabile e apparentemente rassicurante una parte di questa presenza possa sembrare. Ciò deve essere fatto non per spirito di inimicizia, ma semplicemente come un atto di minima auto-protezione – e per lealtà e gratitudine per coloro che hanno prodotto questa civiltà che, per quanto sia stata recentemente svalutata dai suoi stessi eredi, scomparirebbe del tutto se i musulmano avessero successo nell’islamizzare l’Europa e poi, se possibile, anche altre parti del mondo.
10. “Ci sono musulmani moderati. L’islàm non è moderato” è la lapidaria enunciazione di Ibn Warraq. A questo dobbiamo aggiungere: noi infedeli non abbiamo un metodo sicuro per distinguere il musulmano “moderato” vero da quello falso. Non possiamo sprecare tempo per perfezionare i metodi per fare questa distinzione. Inoltre, in ultima analisi, queste distinzioni possono perdere ogni significato se anche i “veri” moderati ci nascondono ciò che l’islàm è in realtà, e non per qualche recondito sinistro motivo, ma solo per una umanamente comprensibile ignoranza (specialmente tra i musulmani occidentali di seconda o terza generazione) o per imbarazzo, o per pietà filiale. E alla fine, il “moderato” di ieri si può trasformare improvvisamente nel “fanatico” di oggi, o in quello di domani.
Dobbiamo affidare la nostra sicurezza al sogno consolatorio della frase “musulmano moderato” e al proteiforme concetto che lo sostiene e che si può trasformare in qualcos’altro in un istante?

Hugh Fitzgerald
25 Novembre 2004
Pubblicato originariamente su: http://www.jihadwatch.org/2004/11/hugh-fitzgerald-ten-things-to-think-when-thinking-of-muslim-moderates.html
Tradotto e illustrato da Paolo Mantellini (parte prima e parte seconda)
Hugh Fitzgerald è il Vice Presidente del Consiglio Direttivo di Jihad Watch
Questo testo può essere trasmesso o inoltrato purché venga presentato in forma integrale e con informazioni complete sul suo autore, data e luogo di pubblicazione e URL originale.

   

    

Tutto quanto scritto da Hugh Fitzgerald, che riguarda cose che stanno davanti agli occhi di tutti noi, ma che troppi di noi continuano a rifiutarsi di vedere, dovrebbero almeno fornire qualche spunto di riflessione.


barbara


2 novembre 2009

TUTTO CIÒ CHE NON SAPPIAMO SULLA BENEFICENZA MUSULMANA

Grazie alla traduzione del solito prezioso Paolo Mantellini

Il lato oscuro della Zakat
La “beneficenza” musulmana nel suo contesto


di Raymond Ibrahim
Sia riguardo a ciò che viene insegnato agli scolari Americani dai loro insegnanti, che riguardo a ciò che viene raccontato agli Americani dai loro Presidenti, oggi concetti specifici unicamente dell’islàm sono quasi sempre “occidentalizzati”. Che sia il risultato di ingenuità, arroganza o vera e propria ipocrisia, questo fenomeno ha provocato errori di comprensione (purtroppo estremamente diffusi), che hanno impedito agli Americani di capire obiettivamente alcune delle più preoccupanti dottrine dell’islàm.
Un tipico libro di testo per la scuola media, ad esempio, insegna che “la jihad rappresenta la lotta dell’essere umano per vincere le difficoltà e compiere azioni gradite a Dio. I musulmani si sforzano di affrontare in modo positivo le difficoltà personali così come le sfide del mondo. Per esempio, dovrebbero impegnarsi per diventare persone migliori, per riformare la società o per correggere le ingiustizie”.
A rigor di termini, in complesso, questo è vero. Tuttavia, non spiegando cosa significa “essere persone migliori, riformare la società o correggere le ingiustizie” – in un’ottica prettamente islamica, in confronto con l’ottica occidentale – il libro di testo consente che gli studenti ricorrano alle proprie (fuorvianti) interpretazioni.
Ma la realtà è questa: per l’islàm, uccidere alcuni “malviventi”, come gli apostati o gli omosessuali, è un modo di “correggere le ingiustizie”; rovesciare gli ordinamenti costituzionali stabiliti dagli uomini (come quello degli Stati Uniti) e sostituirli con le regole stabilite dalla sharia, e sottomettere le donne e i non musulmani, sono modi di “riformare la società”. Coloro che impongono tutto ciò, sono, in effetti, “le persone migliori” – infatti, secondo il Corano essi sono “la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini, raccomandando le buone consuetudini e vietando ciò che è riprovevole [3:110]”, cioè governando secondo la sharia.
Lo stesso succede per il concetto islamico di zakat, una parola spesso tradotta come “beneficenza, carità o elemosina”. Ma siamo sicuri che la zakat sia proprio questo – una semplice attività caritatevole musulmana per nutrire e vestire i bisognosi, come troppo spesso si intende con la parola “beneficenza”?
Sembra che Barak Hussein Obama, Presidente degli Stati Uniti, la pensi così – o, considerando le sue origini, ritenga che così la pensino gli altri – considerando la sua recente dichiarazione al mondo musulmano che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi. Ecco perché mi impegno a collaborare con i musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.
E così Obama considera un concetto prettamente islamico come una generica indicazione alla “beneficenza”. Questa considerazione è giustificata? Come per tutti i concetti islamici, per prima cosa bisogna esaminare gli aspetti legali della zakat per comprenderne esattamente il significato profondo. Etimologicamente collegata al concetto di “purezza”, la zakat – pagare una quota della propria ricchezza a beneficiari specificamente stabiliti – è un modo per purificarsi, così come lo è la preghiera (Corano 9:103).
Il problema, tuttavia, nasce con la definizione di chi ha titolo per ricevere questa “beneficenza” obbligatoria. La maggioranza delle scuole di giurisprudenza musulmana concorda nel definire otto possibili categorie di beneficiari – una delle quali è proprio la categoria di coloro che lottano “sulla via di Allah”, cioè coloro che si impegna nella jihad, i “jihadisti”, noti anche come “terroristi”.
In verità, sostenere finanziariamente i jihadisti è una forma riconosciuta di jihad – jihad al-mal; anche la quasi totalità dei numerosi Versetti bellicosi del Corano (come, ad esempio 9:20, 9:41, 49:15, 61:10-11) sottolineano l’importanza preminente della necessità di finanziare la jihad rispetto al mero combattere in essa, perché combattere con le proprie sostanze spesso precede il combattere con la propria persona. Ben noti islamisti – dal jihadista internazionale Osama bin Laden all’autorevole ecclesiastico Sheikh al-Qaradawi – sono ben consci di questo ed esortano regolarmente i musulmani a finanziare la jihad mediante la zakat.
Ancora più rivelatore della peculiare natura islamica della zakat è il fatto che ai musulmani è in realtà vietato donare questa “beneficenza” ai non musulmani (come, per esempio, la grande maggioranza degli “infedeli” Americani). Le Organizzazioni musulmane di “beneficenza” che operano sul suolo Americano, pertanto, non sono assolutamente comparabili, ad esempio, con “L’esercito della salvezza”, una organizzazione benefica cristiana, la cui opera si estende a tutti, senza discriminazioni di “età, sesso, colore o religione”. Nell’islàm, invece, la religione è uno dei principali criteri per ricevere la “beneficenza” – sorvolando sulla possibilità di ottenere uguaglianza sociale.
Da quanto precede, si può meglio comprendere la recriminazione di Obama che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi”, una dichiarazione che, senza volerlo, implica che la zakat Americana sia stata usata in realtà per finanziare la jihad. Dopo tutto, questi fastidiosi “regolamenti” a cui Obama allude, sembra che siano in relazione all’attento esame, presumibilmente “eccessivo”, a cui le “organizzazioni benefiche” musulmane sono state sottoposte da parte delle forze di sicurezza. Ma questo esame è la diretta conseguenza del fatto che, in verità, le organizzazioni benefiche musulmane in America hanno finanziato la jihad sia all’interno che all’estero.
Alla luce di tutto questo, quello che in realtà rimane da capire è come, in pratica, Obama ritenga di “collaborare coi musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Middle East Forum e autore di “The Al Qaeda Reader”, traduzioni di testi religiosi e propagandistici. (qui)

Perché le leggende buoniste sull’islam sono tante, e non sarà mai abbastanza l’opera di demistificazione di tali leggende. Anche perché a girare bendati si finisce, prima o poi, per finire a precipizio nel burrone.
E un altro discorso molto serio lo trovate qui.


barbara


28 settembre 2009

GUERRA, PACE – E INGANNO – NELL’ISLAM

di Raymond Ibrahim
12 Febbraio 2009

Oggi, in un tempo di guerre e di rumori di guerre, provenienti dal mondo islamico – dall'odierno conflitto a Gaza, fino all'ostentazione di potenza militare del Pakistan nucleare e quella dell'Iran, prossima potenza nucleare – la necessità per i non-musulmani di capire meglio le dottrine e gli obiettivi dell'islàm, riguardo la guerra, la pace e tutto quanto sta in mezzo (trattati, diplomazia, eccetera) è diventata urgente. Per esempio, cosa si deve pensare del fatto che, dopo aver continuamente insistito, giorno dopo giorno, che la sua massima aspirazione è vedere la distruzione di Israele, HAMAS si prefigga di giungere a "trattati di pace", incluse varie forme di concessioni da parte di Israele – e, ancora più sconcertante, le ottenga?
Prima di poter rispondere a queste domande, deve rendersi conto della natura completamente formale e legalista del più diffuso islàm (Sunnita). Sorprendentemente, nonostante tutti i discorsi sull'islàm che "non è capito" o viene "frainteso" dai musulmani "radicali", la verità è che, a differenza di quasi tutte le altre religioni, l'islàm è chiaramente una fede che, per definizione, ammette un certo grado di ambiguità: difatti, secondo la shariah (cioé, il "modo di vivere islamico", più comunemente tradotto come "legge islamica"), ogni concepibile azione umana è classificata come:

  • vietata, haram 
  • scoraggiata, makruh,
  • permessa, halal,
  • raccomandata, mustahabb,
  • obbligatoria, fard o wajib

Il "buon senso" o il "senso comune" non hanno nulla da spartire con la nozione islamica di "giusto" o "sbagliato". Ciò che conta è esclusivamente quello che Allah (tramite il Corano) e il suo Messaggero, Maometto (mediante gli ahadith, o tradizioni), hanno da dire a proposito di ogni singola azione; e come i più grandi teologi e giuristi dell'islàm – noti come gli "ulema", letteralmente "quelli che sanno" – lo hanno interpretato.
Esaminiamo il concetto di menzogna. Secondo la Shariah, l'inganno in generale – secondo la terminologia Coranica noto anche come "taqiyya" – non è soltanto permesso in certe situazioni, ma qualche volta addirittura "obbligatorio". Per esempio, e contrariamente alla tradizione Cristiana, non soltanto i musulmani che devono scegliere tra abiurare l'islàm o essere messi a morte possono mentire fingendo l'abiura, ma alcuni giuristi hanno sentenziato che, in base al Corano 4:29, che ordina ai musulmani di non "distruggere sé stessi", i musulmani sono "obbligati" a mentire.

LA DOTTRINA DELLA TAQIYYA
Molto di questo argomento è imperniato sulla dottrina chiave della "taqiyya", che spesso viene definita con l'eufemismo di "simulazione religiosa" benché in realtà definisca soltanto "l'inganno dei musulmani verso gli infedeli". Secondo l'importante testo Arabo "Al-Taqiyya fi Al-Islam" di Sami Makarem, "la Taqiyya [inganno] è di fondamentale importanza nell'islàm. Praticamente ogni setta islamica la accetta e la pratica. Possiamo addirittura arrivare a dire che la pratica della taqiyya è una tradizione consolidata dell'islàm e che quelle rare sette che non la praticano divergono dalla comune tradizione... La taqiyya è una pratica consolidata nella politica islamica, in special modo nell'era moderna [pag. 7, traduzione di R. Ibrahim]".
Alcuni erroneamente credono che la taqiyya sia esclusivamente una dottrina sciita: come gruppo minoritario disseminato tra i loro nemici tradizionali, i molto più numerosi Sunniti, gli Sciiti avevano storicamente molte più "ragioni" per dissimulare. Tuttavia, ironicamente, sono i Sunniti che oggi vivono in Occidente a trovarsi in una situazione analoga, essendo una minoranza accerchiata dai loro storici nemici, gli infedeli Cristiani.
Il principale Versetto Coranico che autorizza l'inganno nei confronti dei non-musulmani afferma: "I credenti non si alleino con i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro, prendendo precauzioni" (3:28; altri Versetti, utilizzati dagli ulema a supporto della taqiyya includono 2:173; 2:185; 3:29; 16:106; 22:78; 40:28).
Il famoso Tafsir (esegesi del Corano) di al-Tabari (morto nel 923) è un'opera di riferimento fondamentale per tutto il mondo musulmano. A proposito di 3:28, scrive: "Se voi [musulmani] siete sotto la loro [degli infedeli] autorità, temendo per voi stessi, comportatevi con lealtà verso di loro, con la vostra lingua, pur albergando odio contro di loro nel vostro intimo... Allah ha vietato ai credenti di essere in relazione di amicizia o di intimità con gli infedeli invece che con i credenti – eccetto quando gli infedeli li sovrastano [in autorità]. In tale situazione è consentito agire amichevolmente verso di loro".
Sempre riguardo al versetto 3:28, Ibn Kathir (morto nel 1373 e inferiore solo ad al-Tabari) scrive: "Chiunque, in ogni tempo o in ogni luogo teme la loro [degli infedeli] malvagità, si può proteggere mediante esibizioni esteriori". Come prova, cita l'intimo Compagno di Maometto, Abu Darda che disse: "Sorridiamo pure in faccia a qualcuno [non-musulmano], mentre il nostro cuore lo maledice"; un altro Compagno, al-Hassan, disse: "Praticare la taqiyya è accettabile fino al giorno del giudizio [cioè in perpetuo] ".
Altri eminenti ulema, come al-Qurtubi, ar-Razi e al-Arabi hanno esteso l'uso della taqiyya per nascondere i fatti. In altre parole, i musulmani possono comportarsi come gli infedeli – inclusi il culto e l'adorazione di idoli e croci, il rendere falsa testimonianza, anche il riferire al nemico infedele i "punti deboli" di altri musulmani – tutto, tranne uccidere un musulmano.
È forse questo il motivo per cui il sergente musulmano Americano, Hasan Akbar, aggredì e uccise i suoi commilitoni in Iraq nel 2003? Forse la sua finta lealtà andò a sbattere contro un ostacolo insormontabile, quando si accorse che dei musulmani avrebbero potuto morire per mano sua? Aveva scritto sul suo diario: "Anche se non ho mai ucciso un musulmano, essere nell'esercito è la stessa cosa. Forse dovrò fare molto presto una scelta su chi uccidere".

LA GUERRA È INGANNO
Nulla di questo ci dovrebbe sorprendere, considerando che lo stesso Maometto – il cui esempio, come "l'essere umano più perfetto" deve essere scrupolosamente seguito – assunse un atteggiamento di convenienza riguardo al mentire. È ben noto, per esempio, che Maometto autorizzò la menzogna in tre situazioni: per riconciliare due o più litiganti, con la propria moglie e in guerra (vedi Sahih Muslim B32N6303, considerato un hadith "autentico").
Ma per quanto riguarda la nostra principale preoccupazione, la guerra, il seguente episodio tratto dalla biografia di Maometto svela la centralità dell'inganno in guerra. Durante la Battaglia della Trincea (627), che oppose Maometto e i suoi seguaci ad alcune tribù non musulmane (collettivamente definite come "i Confederati"), uno di questi Confederati, Naim bin Masud andò al campo dei musulmani e si convertì all'islàm. Quando Maometto scoprì che i Confederati non sapevano della conversione di Masud, gli consigliò di ritornare e di tentare qualche espediente per indurre i Confederati ad abbandonare l'assedio – "Perché" lo rassicurò Maometto, "la guerra è inganno". Masud ritornò dai Confederati senza che loro sospettassero che avesse "cambiato bandiera" e cominciò a fornire pessimi suggerimenti ai suoi parenti e ai suoi precedenti alleati. Si diede anche un gran daffare per provocare litigi tra le varie tribù finché, diffidando completamente l'uno dell'altro, smobilitarono, abbandonando l'assedio dei musulmani e quindi salvando l'islàm nel suo periodo embrionale (vedi Al-Taqiyya fi Al-Islam; anche Sirat Rasul Allah di Ibn Ishaq, la più antica biografia di Maometto).
Il seguente episodio dimostra ancora più chiaramente la legittimità dell'inganno. Un poeta, Kab bin al-Ashraf, aveva offeso Maometto componendo versi oltraggiosi a proposito delle donne musulmane. Maometto, di fronte ai suoi seguaci, esclamò: "Chi ucciderà quest'uomo che ha offeso Allah e i suo Profeta?". Un giovane musulmano di nome Muhammad bin Maslama, si offrì volontario, ma con la clausola che, per giungere così vicino a Kab, da poterlo uccidere, gli fosse permesso di mentire al poeta. Maometto acconsentì. Maslama si recò da Kab e cominciò a lamentarsi dell'islàm e di Maometto, battendo questo tasto fino a che la sua ostilità contro l'islàm divenne tanto credibile da convincere Kab a concedergli la sua fiducia. Poco dopo Maslama ritornò con un altro musulmano e, mentre Kab aveva abbassato la guardia, lo aggredirono, uccidendolo. La versione di Ibn Sa’ad riferisce che i due corsero da Maometto con la testa di Kab, alla quale Maometto urlò: "Allahu Akbar!" (Allah è il più grande!).

L'INGANNO NEL CORANO
Vale anche la pena ricordare che tutta la sequenza delle rivelazioni Coraniche è una testimonianza della taqiyya; e, poiché si ritiene che Allah sia colui che ha rivelato questi versetti, è lui, in ultima analisi, a dover essere considerato il responsabile dell'inganno – cosa che non deve stupire, dato che lo stesso Allah è descritto nel Corano come il "miglior ingannatore" (Corano 3:54, 8:30, 10:21). Questo dipende dal fatto che il Corano contiene sia versetti di pace e tolleranza, che versetti violenti e intolleranti. Gli ulema furono perplessi nel decidere quali versetti dovessero codificare nella concezione islamica del mondo secondo la shariah – quello, ad esempio, che afferma che non c'è costrizione nella religione (Corano 2:256), oppure quelli che ordinano ai credenti di combattere tutti i non-musulmani fino a quando non si convertano o fintanto che almeno non si sottomettano all'islàm (Corano 9:5, 9:29)? Per uscire dall'impasse, svilupparono la dottrina dell'abrogazione (naskh, in base al versetto del Corano 2:106) che essenzialmente afferma che, in caso di contraddizione, i versetti "rivelati" successivamente nella carriera profetica di Maometto hanno la precedenza su quelli rivelati prima.
Ma innanzitutto, perché ci sono le contraddizioni? La classica risposta è stata che, poiché nei primi anni dell'islàm, Maometto e la sua comunità erano molto inferiori di numero rispetto agli infedeli, un messaggio di pace e coesistenza era appropriato (sembra qualcosa di familiare?). Tuttavia, dopo l'emigrazione a Medina e la crescita in numero e in potenza militare, furono "rivelati" i versetti intolleranti e violenti che spingevano i musulmani alla controffensiva – adesso che erano in grado di farlo! Secondo questa interpretazione, piuttosto comune tra gli ulema, si può solo concludere che i versetti miti della Mecca erano in ultima analisi un trucco per consentire all'islàm di guadagnare tempo per diventare sufficientemente forte da mettere in pratica i suoi "veri" versetti che richiedevano la conquista. In altre parole, come è stato tradizionalmente interpretato e messo in pratica dagli stessi musulmani, quando questi sono deboli o in una condizione di inferiorità, devono predicare e comportarsi secondo i versetti della Mecca (pace e tolleranza); quando invece sono forti, devono passare all'offensiva, secondo i versetti di Medina (guerra e conquista). Le vicende della storia islamica sono la testimonianza di questa dicotomia.
Un mio collega musulmano me lo confermò chiaramente durante una conversazione fortuita, ma rivelatrice. Dopo avergli esposto queste preoccupanti dottrine che rendono impossibile ai musulmani una coesistenza pacifica con gli infedeli – jihad, lealtà e ostilità, sostenere il giusto e vietare il male – gli chiesi in modo esplicito perché lui, come musulmano, non le sostenesse. Ma lui continuava ad essere evasivo, riferendosi agli altri versetti, abrogati, di pace e tolleranza. Pensando che si fosse dimenticato di queste enigmatiche teorie come l'abrogazione, con aria di trionfo, cominciai a spiegargli la differenza tra i versetti Meccani (tolleranti) e quelli Medinesi (intolleranti) e come i secondi abrogassero i primi. Mi sorrise con semplicità dicendo: "Lo so benissimo, ma io adesso sto vivendo alla Mecca!" – intendendo che, come il suo debole profeta che viveva alla Mecca sovrastato da una maggioranza di infedeli, anche lui, per sopravvivere, si sentiva in dovere di predicare pace, tolleranza e coesistenza alla maggioranza di Americani infedeli. [continua]

Vale la pena di leggerlo tutto, nonostante la lunghezza, questo indispensabile articolo provvidenzialmente tradotto da Paolo Mantellini. Perché, come già detto altrove, il nemico è tra noi, e per potercene difendere è necessario conoscerlo. E poi
MEMENTO: + 28.



barbara

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