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Diario


8 dicembre 2009

LETTERA AL MAESTRO




L’ho ritrovata in fondo a un cassetto, sopravvissuta a traslochi e pulizie. Bella, vero? Dignitosa, pacata, quasi nobile. Discretamente corretta e in bello stile, se si considera che l’autore è un contadino di madrelingua tedesca con la quinta elementare. Manca qualche dettaglio, sicuramente per non rischiare di rendere ancora più lunga questa già quasi troppo lunga lettera, e allora lo voglio aggiungere io, che di problemi di lunghezza non ne ho.
Per esempio si potrebbe raccontare di quando la cara moglie, il giorno prima di morire di cancro, è stata costretta ad alzarsi dal letto per stirargli le camicie (“perché ormai stai proprio per morire, e se aspetti non fai più in tempo”). O di quando, qualche giorno prima, le aveva portato a casa la bara e gliel’aveva messa in camera (“Così è pronta. Tanto fra poco muori”). O di quando uno dei figli, a quattro anni, si è rotto una gamba e allora lo ha infilato in una gerla che si è caricato sulla schiena, per portarlo all’ospedale. Arrivato a fondovalle ha pensato bene di fermarsi all’osteria per rifocillarsi con un sorso di grappa. E dato che un’osteria non è davvero il posto più adatto per un bambino di quattro anni, ha lasciato la gerla col bambino fuori della porta. E poi sai com’è, un grappino e due chiacchiere e un bicchiere di vino e una partita a carte, e insomma del bambino si è completamente dimenticato. Se ne è ricordato solo quando lo ha ritrovato all’uscita, verso mezzanotte, ormai quasi completamente assiderato. Oppure si potrebbe raccontare di A., la figlia maggiore, che da quando la mamma si è ammalata ha dovuto fare da mamma ai dieci fratelli più piccoli, e badare alla casa. E quando la mamma è morta – aveva dodici anni – l’ha dovuta sostituire anche nel letto paterno. Forse otto anni più tardi, al momento della stesura di questa lettera, faceva parte anche lei dei “tanti figli sfuggiti” ai tentacoli della piovra, e per questo il letto era freddo.
Il cognome e il paese li ho cancellati per rispetto ai figli. E soprattutto alla dolcissima A., che con una madre malata a cui fare da infermiera e dieci bambini a cui fare da mamma non è mai venuta a scuola una sola volta senza avere studiato, né senza compiti, né senza sorriso. Scomparsi, diligenza e sorriso e attenzione e interesse e tutto, quando il compito di infermiera è cessato e ne è subentrato un altro. Non ho più saputo niente di lei. Spero tanto che sulla sua strada abbia incontrato qualcuno capace di farle dimenticare il padre infame e a farle tornare il sorriso.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 8/12/2009 alle 23:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


10 novembre 2008

LA METÀ DIMENTICATA

Il 3 novembre 1999, alle nove di sera, stavo ritornando a casa dopo avere tenuto una lezione alla School of Oriental and African Studies dell'Università di Londra quando, uscendo dalla stazione della metropolitana di Stamford Brook nella buia notte autunnale, sentii che qualcuno mi seguiva. Prima ancora che avessi il tempo di reagire, fui colpita alla testa. Istintivamente strinsi più forte la borsa, che conteneva l'unica copia di un manoscritto che avevo appena terminato, ma il mio assalitore non si scoraggiò.
«Dammi la borsa!» urlava.
Lottai con una forza che non credevo di possedere. Al buio, senza riuscire a scorgere anima viva, sapevo soltanto che mi stavo confrontando con due mani robuste, per quan­to invisibili. Cercavo di proteggermi e, nello stesso tempo, di tirare calci nel punto dove presumevo fosse il suo ingui­ne, ma mentre lui continuava a colpirmi sentivo dolori lan­cinanti alla schiena e alle gambe, e il sapore salato del san­gue in bocca.
Finalmente alcuni passanti accorsero gridando, e presto l'aggressore fu circondato da una folla indignata. Quando mi rialzai in piedi barcollando, vidi che l'uomo superava il metro e ottanta.
Più tardi la polizia mi chiese perché avessi rischiato la vita per una borsa.
Indolenzita e tremante, spiegai che conteneva il mio li­bro. «Un libro?» esclamò un agente. «Forse un libro conta più della sua vita?»
Naturalmente non è così, ma per certi versi quel libro era la mia vita, la testimonianza dell'esistenza condotta dalle donne cinesi e, nello stesso tempo, il frutto di molti anni di lavoro come giornalista. Sapevo di essere stata sciocca per­ché, se il manoscritto mi fosse stato sottratto, avrei potuto cercare di riscriverlo; tuttavia, non ero del tutto sicura di riuscire a sottopormi ancora una volta all'intensità delle emozioni che la nuova stesura avrebbe generato. Era stato doloroso rivivere quelle storie femminili, e ancora più duro riordinare i miei ricordi e cercare il linguaggio adatto a esprimerli. Lottando per la borsa, avevo difeso sia i miei sentimenti, sia quelli delle donne cinesi. Il libro raccoglie­va troppi elementi che non sarebbe più stato possibile recupera­re: attraversando i ricordi, infatti, si apre una porta sul passato, ma il cammino interiore ha così tanti bivi che ogni volta l'itinerario è diverso.

Vi è mai capitato di incontrare una ragazza che alleva un cucciolo di mosca per poter finalmente godere, per la prima volta nella vita, di una compagnia gentile? In Cina potrebbe capitarvi di incontrarla. La “metà dimenticata” di cui parla il titolo sono le donne. Donne neglette e ignorate, oppresse e represse – in ogni parte del mondo, certo, ma in alcune di più. La Cina fa parte di quelle di più. In una delle più antiche e nobili civiltà del mondo la donna – se riesce a vincere la lotteria degli aborti selettivi nelle città e degli infanticidi nelle campagne - è ancora quella cosa che deve sbrigare le faccende di casa, mettere al mondo un figlio, possibilmente maschio, lavorare e tacere. Sempre. Comunque. Anche se tuo marito ti batte. Anche se tuo padre ti violenta e tua madre ti proibisce di ribellarti. Anche se ti viene imposto un marito che non vorresti. Anche se scopri che le donne ti attraggono più degli uomini – soprattutto dopo averli conosciuti, gli uomini - e per questo vieni sbattuta in galera. Anche se ti stuprano da bambina in nome della Rivoluzione per poi buttarti via come una scarpa vecchia quando resti incinta. Sempre, perché sei donna e come tale il diritto di parola non ti compete.
A squarciare il velo è Xinran, giornalista radiofonica, che attraverso il suo programma raccoglie le più drammatiche e sconvolgenti testimonianze da parte delle donne che lo seguono e decide alla fine di metterle per iscritto – non prima di essersi prudentemente trasferita in Inghilterra. Racconti di sofferenze inimmaginabili, racconti che pian piano trovano il coraggio di farsi largo dopo anni o decenni di silenzio, di dolore muto, al quale nessuno mai aveva aperto il minimo spiraglio. Storie di sorelle molto meno fortunate di noi, alle quali è doveroso dedicare almeno – visto che altro non possiamo fare – la nostra partecipe attenzione.

Xinran, La metà dimenticata, Sperling & Kupfer



barbara

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