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Diario


27 agosto 2008

IL FASCIO, LA SVASTICA E LA MEZZALUNA

Mi è stato segnalato che è uscito un nuovo libro di Stefano Fabei. Ritengo pertanto di fare cosa utile mettendo qui la mia recensione, scritta a suo tempo per “Ebraismo e dintorni”, del suo libro precedente.

Dopo tutti i panegirici scritti su questo libro appare forse un po' temerario definirlo un immondo libercolo, e tuttavia proprio di questo si tratta: di un immondo libercolo. Qualche esempio? L'autore sembra ignorare che fino alla nascita dello stato di Israele, il nome di "palestinesi" si riferiva ai pionieri ebrei, e chiama "palestinesi" gli arabi di Palestina anche per i periodi antecedenti. E ci racconta di poveri palestinesi cacciati dalle loro terre, quando è ampiamente documentato che in realtà gli arabi hanno cominciato ad arrivare in massa in quelle terre, prima semideserte, dopo che i pionieri ebrei avevano rese fertili le paludi e le pietraie che costituivano gran parte della regione. Ci parla dell' "antigiudaismo" di Hitler: con tutta la sua sapienza il signor Fabei ignora che antigiudaismo era quello della Chiesa, che mirava alla conversione, mentre non era esattamente questa la massima aspirazione di Hitler? A pag. 73 leggiamo: «Altro elemento accomunante nazisti e islamici era il fatto di aver individuato la minaccia costituita dall'alta finanza e dall'usurocrazia ebraica contro cui era auspicabile una stretta alleanza». "Individuato" significa, chiaramente, che Fabei riconosce come realmente esistente la "usurocrazia" e la "minaccia" ebraiche. Ci racconta storielle sugli inglesi antiarabi e filosionisti e non troviamo, nelle oltre 400 pagine di questo noiosissimo libro, un solo accenno alla politica inglese volta a fomentare dissidi e odio fra ebrei e arabi. Restiamo poi addirittura allibiti nel leggere, a pag. 122 «Roma [...] lasciò l'iniziativa nelle mani dei tedeschi che erano accorsi in suo aiuto nella campagna di Grecia, intrapresa imprudentemente dal Duce contro la politica balcanica di Berlino, e diremmo anche fatalmente, considerate le conseguenze che tale iniziativa italiana ebbe, a cominciare da quella di ritardare l'inizio dell'operazione Barbarossa». L'operazione Barbarossa, ricordiamolo, è l'invasione dell'Unione Sovietica: una ventina di milioni di morti e l'inizio dello sterminio di massa degli ebrei. L'averne ritardato l'inizio, per Fabei, è una sciagura. E, nello stesso spirito, chiama "invasori" gli alleati sbarcati in Normandia. Constatiamo anche, per tutto il libro, che i tedeschi sono detentori di tutte le virtù, e gli alleati, al contrario, di tutti i difetti. Conformemente all'uso di nazisti e fascisti, anche Fabei chiama "banditi" i partigiani e definisce "la cosiddetta guerra patriottica" quella dell'URSS contro la Germania nazista che l'aveva invasa. Usa frequentemente, e con grande rispetto, per non dire devozione, i titoli di "Duce" e "Führer", e la sua sfrenata simpatia emerge chiaramente da passaggi come questo: «Tuttavia nel Paese si formò tra i musulmani un forte sentimento di simpatia verso i tedeschi, la cui efficace propaganda agitò con intelligenza gli stessi slogan filoislamici utilizzati brillantemente nella Crimea e nella Ciscaucasia [...]» (pag. 353): efficaci dunque, i nazisti, e intelligenti, brillanti, leali e corretti, come recitato altrove (pag. 273). La loro politica è "intelligente", "abile", "accorta", "lungimirante" (pag. 371). Del gran mufti di Gerusalemme, Haji Amin al Husseini vengono lodati «attivismo e tenacia mostrati nel combattere inglesi ed ebrei», e nessun accenno ai suoi programmi di sterminio totale degli ebrei. Ma il terrorismo esiste? Certo: lo praticano sovietici ed ebrei. La resistenza agli alleati è "eroica" mentre quella ai tedeschi è "caparbia". A proposito dei famigerati "Einsatzgruppen", responsabili dell'assassinio di circa la metà dei sei milioni di ebrei sterminati nella Shoah, ci racconta che «procedettero al prelevamento degli elementi "indesiderabili", ebrei, zingari e militanti comunisti» (pag. 361): chissà, forse per portarli a fare i raggi! Le deportazioni esistono, certo, ma sono solo quelle praticate da Stalin. Una straordinaria perla storica la troviamo a pag. 378, in cui accenna all'insurrezione del ghetto di Varsavia, collocandola fra il 27 luglio e il 3 agosto 1944, quando in realtà è avvenuta fra il 19 aprile e l'8 maggio 1943. Altra perla inestimabile è quella di chiamare "stato" la Palestina. Ma niente paura, tutto è bene quel che finisce bene, e verso la fine del conflitto «i nazisti, vertici delle SS compresi, riuscirono a liberarsi dal condizionamento su di loro esercitato dalle posizioni ideologiche razziste" (pag. 383).
Ma i recensori che hanno cantato le lodi di questo libro, lo hanno letto? Certo, una qualche difficoltà ad arrivare fino alla fine di un simile mattone possiamo benissimo capirla, ma in tal caso sarebbe preferibile evitare di parlarne.

Ecco, adesso vedete un po’ voi.

barbara

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