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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


6 giugno 2011

OGGI VI REGALO UN SERGIO ROMANO D’ANNATA

Ho ripescato dalla cartella dei post dell’altro blog questo pezzo di oltre sei anni fa. Poiché, nonostante la non verdissima età, il Romano continua a imperversare un giorno sì e uno no, e temi e toni sono sempre gli stessi, trovo interessante riproporlo.

EVVIVA IL TERRORISMO!

Riporto una parte della risposta data a un lettore dal nostro Grande Sergio Romano sul Corriere di Oggi, meritevole, a mio avviso, di un commento.

Dove io e lei, caro Pasquino, siamo in disaccordo è sulla vicenda di Sigonella. Come lei ricorda, Craxi, negli anni precedenti, aveva coltivato

“coltivare”! Quale deliziosa e sana attività! Quale profumo di terra e frumento ne emana!
i rapporti con il movimento palestinese
movimento? Ohibò, e che sarà mai questo movimento? Forse quello, un po’ licenzioso, delle anche di qualche signorina non troppo per bene? O forse un movimento intellettuale, come quello dei veristi? O saggio Romano, se solo volesse illuminarci, sì che anche noi potessimo abbeverarci alla Sua infinita sapienza!
e con Arafat.
Grand’uomo! Lasciatemelo dire, che questa proprio mi sgorga dal cuore, grand’uomo!
Quando scoppiò la crisi dell’Achille Lauro,
Crisi? Come quelle della mia mamma, povera donna, ottantenne acciaccata che ogni tanto le vengono di quelle crisi, poveraccia, da farci prendere degli spaventi che non vi dico! Crisi così?
sequestrata da un gruppo di terroristi nelle acque egiziane il 7 ottobre 1985, quei rapporti dettero buoni frutti e il governo a riuscì a ottenere la liberazione della nave.
Scusi, signor Romano, ma se avevamo rapporti tanto buoni con quei signori del “movimento”, perché ci hanno fatto sta porcata di sequestrarci la nave? O che non lo sapevano che era cosa nostra? Forse hanno qualcosa a che fare queste misteriose e fantomatiche “acque egiziane”? Lei sa qualcosa che noi poveri comuni mortali non sappiamo? La prego, carissimo, non ci tenga all’oscuro, non ci lasci penare così!
Ma l’assassinio di un ebreo americano riaprì la crisi
E figuriamoci se non saltava fuori il solito rompicoglioni di ebreo, che pare proprio che lo facciano apposta a ficcarsi sempre in mezzo a rovinare tutto, sti ebrei del cavolo! E notiamo che, giustamente, il Nostro non perde tempo a spendere parole di pietà nei confronti di chi, con la sua improvvida presenza sulla nave, ha mandato all’aria un così idillico rapporto fra noi e quei signori. Né, altrettanto giustamente, di condanna nei confronti di chi, dopotutto, ha solo fatto il suo onesto mestiere di terrorista
e la trasformò in un braccio di ferro tra l’Italia e gli Stati Uniti. Gli americani, che già avevano dato segni d’impazienza,
e perché mai?
decisero di intervenire per impadronirsi dei terroristi.
Ma tu guarda che razza di pretese! Come se i terroristi fossero cosa loro, e non cosa nostra!
Craxi resistette alle loro pressioni e affrontò spavaldamente
figo, il nostro Craxi, eh?
nei giorni seguenti la crisi provocata dal partito repubblicano.
Aahhh!!!! Ecco di chi era la colpa: dei repubblicani fetenti, che gli venisse un accidente!
Abu Abbas, il terrorista che il leader socialista rifiutò di consegnare, era certamente il regista dell’operazione. Ma l’incendiario, nel corso della vicenda, era diventato pompiere e occorreva, a mio avviso, trattarlo come tale.
Giusto! E’ così che si fa! Tipo: io tiro un calcio sui cocomeri al signor Romano – con rispetto parlando – poi gli do una bella pomatina ed è da infermiera che devo essere trattata, eccimancherebbe altro, ci mancherebbe!
Non basta.
Giusto, non deve bastare.
Se Craxi, in quel momento, avesse ceduto alle pressioni degli americani, avrebbe disperso tutto il patrimonio accumulato per sé e per l’Italia nel mondo arabo.
Ma che meraviglia, che meraviglia! Guardi, sono senza parole, Romano, dico sul serio: senza parole, di fronte a tanta acutezza e a tanta profondità. Anzi, per essere sicura che il concetto sia chiaro, glielo ripeto: sono senza parole, ecco.
Che la sua scelta fosse giusta per il Paese venne confermato del resto indirettamente dalla rapidità con cui il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, dimenticò l’incidente.
Ecco, questo è un argomento. Riconosciamolo, signori: questo è un signor argomento.
L’episodio rappresentò per Craxi una doppia vittoria. Dimostrò che la sua politica palestinese aveva dato buoni frutti. E dimostrò che l’Italia poteva, quando erano in gioco i suoi interessi, dire no all’America.

Ecco. Riconoscendo la giustezza delle argomentazioni del Grande ex Diplomatico Sergio Romano, per il bene della Nazione propongo di sbattere in galera tutti quei fessi di giudici che combattono contro la mafia; di sospendere dal servizio tutti i poliziotti, carabinieri, guardie di finanza che tentano di disperdere tutto il patrimonio che abbiamo accumulato nell’Onorata Società (che sia anche lei un movimento?), di liberare immediatamente il signor Salvatore Riina che a me personalmente non ha mai fatto niente di male e dopotutto è un onesto padre di famiglia, e chissà che bravo pompiere diventerebbe se solo gliene dessimo l’opportunità, e infine di nominare senatori a vita tutti i capi riconosciuti di Cosa Nostra. E quanto all’America, mandiamola affanculo. E non parliamone più.

E dopo questo tuffo nel passato torniamo al presente, leggendo questo e questo e poi anche questa notizia che non mi sembra avere campeggiato nelle prime pagine dei nostri giornali.

barbara


28 agosto 2010

LA VECCHIAIA PORTA SAGGEZZA?

          

mah...

barbara


7 agosto 2010

TUTTI I TIZI DELLA SERA

Che naturalmente è sempre un tizio solo, non è che nel frattempo si sia moltiplicato ci mancherebbe, è solo che fra le tiziate uscite durante la mia assenza ce ne sono alcune particolarmente degne di nota e quindi adesso ve le presento tutte insieme.


Avvertenza

Si avvertono i profughi di Africa, M.O e Sud Est asiatico che in questo momento i "Pacifisti" si trovano in sonno, nella millenaria posizione Off e non possono essere disturbati. Si rende noto alla gentile clientela che i "Pacifisti" non sono predisposti a tornare su On per chiamate che non riguardino Israele e svegliarsi per niente. I proprietari delle case e o baracche targate "Striscia di Gaza" che fossero state rimosse e/o fatte saltare da Hamas, le fidanzate che fossero state trovate non illibate dopo una gita al Cairo, e i signori Curdi sono pregati di smettere di lamentarsi perché in questo modo svegliano i militanti di Filopal a Porto Santercole. Si rende noto che appena l'entità sionista tornerà attiva con una semplice multa per divieto di sosta, la posizione Off volgerà automaticamente in On e la protesta tornerà attiva con il consueto antisemitismo a tavoletta. Buona notte.

Il Tizio della Sera


The Fool on the Hill

Paul McCartney ha pubblicamente detto che chi non crede agli allarmi climatici è come chi non crede all'Olocausto. Adesso che lui ha parlato invece di cantare bisognerà che qualche volontario con moltissimo tempo a disposizione si presenti a bordo del suo yacht e gli spieghi che la Shoah è un evento della Storia, mentre, per fare un esempio, noi non sappiamo se ci sarà mai lo scioglimento dei ghiacci. Certo, è chiaro che stiamo parlando di una mente non comune. Fa ad esempio impressione la particolare abilità con cui Paul riesce contemporaneamente a parlare senza pensare un solo istante. D'altra parte, quando i Beatles composero The Fool on the Hill (in italiano Lo scemo sulla collina), a qualcuno si saranno ispirati.

Il Tizio della Sera



L’ultima scoperta

Scopre due anni dopo un’intervista di Cossiga al quotidiano israeliano Yediot Aharonot; scopre che esisteva un cosiddetto “Accordo Moro”, dal nome e dalla volontà dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, e che secondo tale accordo stipulato negli anni Settanta l’Italia non si sarebbe intromessa negli affari dei palestinesi, come far viaggiare armi di provenienza sovietica sul territorio nazionale, e che in cambio i palestinesi non avrebbero colpito obiettivi italiani; e con la bocca spalancata dallo stupore come un immenso hangar, scopre che gli ebrei italiani, anzi che gli italiani ebrei, risultavano esclusi dall’equazione e che in modo implicito essi avrebbero potuto essere uccisi, come poi in effetti avvenne. Smette di leggere l’intervista perché è finita e scopre di avere finito anche lo stupore e che forse non ne avrà mai più.

Il Tizio della Sera



Pianta antica

(Circa l’albero al confine col Libano)
L’albero oltre cui tiravo
la mia bombetta a mano
a quelli di Tzahal
non c’è più
or è un mobile banal
A Haifa è un comodino
comprato da un rabbino

Il Tizio della Sera

Sì, signor Tizio della Sera, lo so che te l’ho già detto che ti amo, ma ogni tanto bisogna proprio che te lo ripeta, perché ti amo talmente tanto che se non apro la valvola di scarico mi intaso e quindi ecco, lo ridico: TIZIO DELLA SERA, TI AMO!

barbara


5 gennaio 2010

PER VEDER FINIRE L’ERA DEI RAPPORTI GOLDSTONE

Prendere il toro per le corna

di Noah Pollak

Dal 1948 al 1973 i nemici di Israele hanno combattuto conflitti che per lo più si attenevano alle dottrine di guerra tradizionali. Le guerre avevano una data di inizio e di fine, i soldati indossavano uniformi, gli eserciti combattevano per conto di stati sovrani. Ogni volta, tuttavia, risultarono sconfitti, spesso in modo umiliante.
Dopo la guerra di Yom Kippur del 1973, gli Stati Uniti cercarono di interrompere l'incessante conflitto stringendo un'alleanza che garantiva a Israele un consistente vantaggio militare rispetto a qualunque aggressione regionale. Gli arabi capirono l'antifona: Egitto e Giordania finirono col chiedere la pace, e gli altri nemici di Israele da allora non hanno più lanciato una guerra convenzionale.
Ma non per questo quei nemici hanno cessato di guerreggiare. Oggi Siria e Iran - il cosiddetto "blocco della resistenza" - persegue una diversa strategia che consiste nell’incrementare le risorse delle milizie terroristiche che attaccano Israele al posto loro. Nonostante le sconfitte tattiche subite sul campo di battaglia da gruppi come Hamas e Hezbollah, la strategia nel suo complesso funziona. Essa permette a Siria e Iran di prendersi il "merito", in Medio Oriente, come quelli che osteggiano Israele senza rischiare ritorsioni sul loro suolo; separa la conflittualità continua da ogni possibile rischio per i loro regimi, diminuendo in questo modo il deterrente a continuare la guerra; costringe in combattimenti in aree densamente abitate da popolazione civile, compromettendo la superiorità militare delle Forze di Difesa israeliane e assicurandosi una cospicua dose di danni civili di cui mass-media e Ong - due soggetti che oggi tendono sempre più a coincidere - danno tutta la colpa a Israele, e non ai gruppi terroristi che scatenano le guerre.
E poi, cosa forse più importante, la strategia della "resistenza" crea un'inversione morale: sia nella guerra in Libano che in quella nella striscia di Gaza, agli occhi dei mass-media e dell'opinione pubblica Israele è stato tramutato da aggredito che combatte per difendersi in aggressore che commette atrocità. Se il massimo obiettivo, in guerra, è sconfiggere le forze armate nemiche, bisogna dare atto a Siria e Iran d'aver messo in campo una strategia in grado di trasformare spesso la superiorità militare d'Israele in un handicap.
Oggi, molto tempo dopo che i combattimenti sono cessati, Israele è ancora fatto oggetto di una cinica campagna di vituperio internazionale per le ultime guerre combattute. Lamentarsi dei due pesi e due misure non serve: lo stato ebraico sarà sempre il bersaglio privilegiato di attivisti che sanno bene quanto sia più facile dare addosso a una società piccola, libera e autocritica - specie se abitata da cittadini che bramano l'approvazione del resto del mondo - piuttosto che battersi contro stati più forti o superpotenze. Il che è ancora più vero quando si può costringere Israele a combattere una guerra ogni pochi anni garantendo in questo modo ai suoi denigratori un costante rifornimento di "prove" della sua criminale cattiveria.
La nuova strategia di combattere per interposti gruppi terroristi, dotati della forza e del perfezionamento di eserciti regolari senza però i limiti e le responsabilità di quelli, sta dando frutti. L'obiettivo non è quello di sconfiggere Israele sul campo di battaglia, ma di condurre una guerra di usura che eroda la sua fiducia in se stesso, che ne metta in discussione la limpidezza morale, che lo trasformi in un paria tra i popoli democratici.
E tuttavia il successo di questo modello di guerra dipende da un fattore importante: dal fatto che Israele accetti di combattere sul terreno imposto da Siria e Iran. Molti sostengono che Israele ha ristabilito la sua deterrenza rispetto a Hamas e Hezbollah. Può darsi, ma è solo temporanea: lo testimoniano i missili, le granate e le munizioni da mortaio sulla nave Francop. Di più, Israele esercita la sua deterrenza solo sui quadri inferiori della gerarchia dei gruppi terroristi, che sono in grado di rinnovare i loro ranghi e le loro risorse molto più facilmente di quanto non faccia un regime statale. È difficile credere che negli anni a venire non vi sarà un altro conflitto con Hezbollah, che innescherà il solito ciclo di eventi perfettamente prevedibile: vittime civili in Libano, condanna di Israele, indagini farsa di Onu e Ong, peggioramento del senso di isolamento d'Israele, che renderà ancora più difficile arrivare alla pace.
Ma la situazione potrebbe essere ribaltata spostando l'obiettivo della controffensiva sugli stati che sponsorizzano Hamas e Hezbollah. Carl Von Clausewitz sosteneva che "una delle valutazioni più importanti" consiste nell'individuare "il centro di gravità delle forze nemiche", per attaccare lì dove l'attacco avrà più effetto. Combattendo a Gaza e in Libano, Israele attacca la periferia del nemico, non il suo centro di gravità, e le sue vittorie saranno sempre temporanee. Private, invece, di stato-padrino, Hamas e Hezbollah sarebbero ridotti all'ombra di se stessi: perderebbero gran parte delle loro armi, dei soldi, dell'addestramento, del supporto ideologico che li rende attori tanto potenti.
I modi per esercitare pressione contro il centro di gravità non devono necessariamente conformarsi ai metodi tradizionali: nulla esclude di contrastare l'asimmetria con l'asimmetria, o di perseguire nuove iniziative economiche e diplomatiche. Ma una cosa è certa: se Israele vuole veder finire l'era dei rapporti Goldstone e delle navi cariche di missili, deve spostare il mirino sulla sorgente del problema. La deterrenza non funzionerà mai se non includerà l'intero spettro dei nemici. (Jerusalem Post, 23 novembre 2009 - da israele.net).

Non per darmi arie, ma io questa cosa è da una vita che glielo dico, a Israele; il guaio è che Israele non mi ascolta. Ma se un giorno si decidesse ad ascoltarmi ...
Nel frattempo vediamo di recuperare qualche cartolina arretrata: uno, due, tre, quattro, cinque, sei.


barbara


6 novembre 2009

ACQUA

“Chi sei?”
“Io sono l’acqua. L’acqua che ha accolto la vita prima che fosse vita e l’ha trasformata in vita. L’acqua che ha cullato il tuo minuscolo corpo e lo ha cresciuto fino a farlo diventare il corpo di un uomo. L’acqua che scorre lenta e piana e ti mormora storie senza fine, ma tu dovrai saperle ascoltare, o ti smarrirai nella foresta della vita. L’acqua che sa accarezzare il tuo corpo, ma non dovrai tentare di afferrarla, perché ti sfuggirà per sempre e non la ritroverai mai più. Io sono l’acqua che ti disseta, ma mi dovrai sorbire nella giusta misura: se ne prenderai troppa ti soffocherai, se troppo poca morirai. Ti posso cullare ma ti posso anche travolgere e spazzare via senza pietà, dipenderà solo da te salvarti e godere della mia frescura o perderti per sempre nelle mie rapide, non dovrai commettere errori o sarai perduto per sempre. Io nutro la terra e la rendo fertile e travolgo e spazzo via i villaggi; io do la vita e tolgo la vita, non a mio capriccio, ma secondo leggi inesorabili. Io sono colei che purifica col solo contatto, ma non mi si deve sporcare, o sporcherò a mia volta. Non mi si deve incatenare, o romperò ogni argine, non mi si deve sfidare, perché sarò sempre io la più forte, non dimenticarlo mai. Io do forza e calore, do energia e produco la luce. Con me si può giocare, ma non si deve sbagliare il momento, e non si deve sbagliare il gioco: il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. Io creo sublimi visioni e immani devastazioni, perché in me è la forza che tutto crea e tutto distrugge. In me ti puoi muovere, da me puoi lasciarti cullare, ma devi sapermi seguire, o ti sommergerò senza pietà. E tu chi sei?”
“No io, scusami, ma io non vado tanto d’accordo con te, io non amo lasciarmi cullare da te. In effetti mi piaci, mi affascini, ma preferisco non fidarmi troppo, sai, non si sa mai”.

Quello che ci propone oggi lui, invece, è tutt’altro che acqua.

barbara


22 ottobre 2008

POLITICA CHE PASSIONE

Il ministro Brunetta fa delle cose che al signor D’Alema non piacciono. E come reagisce il signor D’Alema, quello che è equivicino tra i terroristi di hamas e quelli di hezbollah, e molto molto distante invece da chi dal terrorismo tenta di difendersi? Chiama Brunetta “energumeno tascabile”. Ora, io mi sono sempre incazzata quando Berlusconi viene spregiativamente chiamato “il nano”, sia perché se ad essere attaccata e ridicolizzata è la sua statura, uno potrebbe anche pensare che non ci siano argomenti più solidi per criticarlo, sia perché è squallido e miserabile sbeffeggiare qualcuno a causa di caratteristiche fisiche che non ha scelto di avere. E per gli stessi motivi ho sempre trovato insopportabile sentir chiamare Andreotti “il gobbo”, e le battute sul fatto che è diventato gobbo a forza di cercarsi l’uccello che non è mai riuscito a trovare da piccolo che è, o le vignette su Spadolini circondato da montagne di ciccia e con un pisellino da bambino. Questa non è politica, signor D’Alema: questo è becerume della peggior specie. Ed è, soprattutto, la prova più lampante del fatto che Lei, contro la politica del ministro Brunetta, non ha uno straccio di argomento.
Sarà mica vero, per caso, che il potere logora chi non ce l’ha – e ancora di più chi non ce l’ha più?

barbara


29 giugno 2008

LIBANO, LA RESISTENZA DEI CRISTIANI

Ogni tanto qualcuno si accorge che esistono anche loro, e che anche di loro vale forse la pena diparlare. Lo ha fatto Lorenzo Cremonesi in questo articolo uscito sull’ultimo numero di Magazine del Corriere della Sera.

L’entrata della grotta è ben visibile sulla parete stra­
piombante e friabile al fianco della montagna. Come una gigantesca ferita nera a incidere il gial­lo e grigio del calcare, che delimita la "valle santa" di Qadisha nel cuore delle più alte cime libanesi. «Ecco, vedete. Là abbiamo trovato ot­to mummie delle martiri cristiane. Tre bambi­ne e cinque donne adulte, fuggite otto secoli fa alla furia dei mammalucchi che le volevano vio­lentare e uccidere, come avevano fatto in quasi tutti i villaggi della regione. Vi erano scappate attraverso una galleria lun­ga non meno di due chilometri. I musulmani non riusciro­no a prenderle, provarono perfino a inondare la grotta de­viando il corso dei ruscelli, allora le murarono vive». Clemence Helou punta il dito verso l'altra parte della valle, poi mostra sulla cartina disegnata sul muro della piccola cappella del mo­nastero di Qannoubine i villaggi «vittime della furia musulmana sino a non molti decenni orsono». Ha settantasette anni, da oltre mezzo secolo è monaca dell'ordine delle An­tonine, eppure quando racconta della lunga serie di "marti­ri maroniti" sembra ringiovanire. «Perché le nuove genera­zioni devono conoscere, capire il nostro passato di fautori del­l'identità libanese. Specie oggi che noi cristiani in Medio Oriente siamo sempre più minacciati». Procede a tentoni nel­l'ala in restauro delle grotte per indicare l'antro che, dal 375 dopo Cristo, fu adibito a chiesa. Sotto la volta annerita dal fu­mo delle torce e dai fuochi di infiniti bivacchi, arriva alla gal­leria scavata nella roccia per «nascondere i nostri patriarchi quando gli arabi cercavano di rapirli». E mostra le porte bas­se, «dove i cavalli degli invasori non potevano passare». Lei parla e decine di giovani stanno ad ascoltare: vestiti da trekking, le magliette sudate, borracce d'acqua nello zainetto e scarpe da tennis. Oltre quattrocento nei weekend, almeno mille alla settimana. E adesso, dopo che a inizio maggio le milizie di Hezbollah hanno riproposto il fantasma della guer­ra civile, anche molti di più. Si sentono più insicuri che non durante i 34 giorni di bombardamenti israeliani due anni fa. La minaccia interna fa più paura di quella esterna. Ed è come se nel passato cercassero una risposta, un appiglio, alle incertezze del futuro. Un fenomeno nuovo e in crescita questo del pellegrinaggio a Qadisha, aumentato dalla fine de­gli anni Novanta. Sino ad allora i luoghi santi della tradizione maronita erano quasi spariti sotto la vegetazione, le frane, la polvere del tempo, e della dimenticanza. Monasteri, cappel­le e grotte dei primi cenobiti trasformati in ovili, ricoveri per le bestie; dipinti scrostati e semi-cancellati dall'umidità; terrazzamenti agricoli abbandonati; i ruscelli inquinati dal­le fogne a ciclo aperto dei villaggi più alti. Fu solo ben do­po la fine dei 15 anni di guerra civile che venne avviata l'o­pera di restauro e riscoperta della storia antica. L'avevano ben detto nelle basiliche di Ashrafie, il maggior quartiere cristiano di Beirut, e sulla collina di Jounieh alla se­de del patriarcato: «Per capire l'animo maronita occorre sa­lire dove da oltre un millennio si sono rifugiati i suoi capi spi­rituali quando dal mare arrivavano le navi musulmane. Là nel­la valle dei cedri, tra i monasteri, sotto il villaggio di Bcharre, dove è la roccaforte delle Forze Libanesi». Due ore d'au­to dalla capitale e almeno altrettante di marcia a piedi.

LA PAURA DELLA GUERRA CIVILE
Tra le volte imbiancate di fresco, i dipinti restaurati dell'e­
poca crociata e quelli più tardi ripresi dalla tradizione greco-ortodossa, madre Clernence ricorda a chi vuole ascoltarla che «sempre i musulmani hanno cercato di annientarci. Una volta gli ottomani, poi i sunniti alleati con l'Olp e oggi gli sciiti di Hezbollah». Morale: «Soltanto un'identità religio­sa e comunitaria forte garantisce la convivenza su di un pie­de di parità con le altre confessioni».
Ma il cristianesimo libanese, pur se sulla difensiva, spaventa­
to, assottigliato dall'emigrazione (sembra che su 8 milioni di residenti all'estero, almeno 5 siano cristiani) resta diviso al suo interno e certamente ben lontano dall'appiattirsi sulle nostal­gie per i monaci di Qadisha. Unico elemento che davvero accomuna tutte le Chiese è quello dì evitare la ricostru­zione delle milizie, fare di tut­to per non tornare alla spirale della guerra civile. «Tradizionalmente ci sono due correnti principali. I maroniti della montagna, da sempre la netta maggioranza, però chiusi in se stessi, confessio­nali, arroganti e violenti come il clan Gemayel e l'attuale lea­der delle Forze Libanesi, Sarnir Geagea, che si è fatto ben 11 anni di carcere duro controllato dai filo-siriani. E invece i gre­ci ortodossi, circa il 25 per cento dei cristiani, attestati sulle città della costa, molto più aperti al mondo, discendenti del mercantilismo cosmopolita fenicio e bizantino, consapevoli di dover trovare un compromesso con gli arabi, con la Siria, e sem­mai propensi ad abbracciare il principio dello Stato laico al di sopra degli interessi delle diverse comunità particolari. Il problema è che, se i cristiani sono divisi tra loro, sciiti e sun­niti appaiono molto più monolitici e rispettivamente legati ai poteri forti che dettano legge a Teheran e Riad», sostiene pes­simista lo scrittore Elias Khouri, figlio di una nota famiglia greco-ortodossa, da sedici anni direttore del supplemento culturale del quotidiano Al Nahar. L'ultimo censimento na­zionale risale al 1932. Da allora il tema dei rapporti demografici con sciti e sunniti è diven­tato via via sempre più un tabù.
Ma si valuta che i maroniti dal 28,8 per cento della po­polazione di allora siano scesi oggi a meno del 20 per cento su poco più di 4 milio­ni di abitanti. E i cristiani, se­condo i dati elettorali più re­centi, appaiono divisi tra al­meno la metà seguaci del ge­nerale Michel Aoun pro-siriano e quaranta per cento fieri oppositori. «Un dato co­munque destinato a cambiare presto. La recente nomina del­l'ex capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Michel Suleiman, a presidente dello Stato spiazza Aoun, che alle elezioni previste per il maggio 2009 subirà una clamorosa sconfitta. I cristiani sono destinati a tornare in massa nel fronte anti-siriano guidato da Geagea», osservano a L'Orient Lejour, il quotidia­no di Beirut in lingua francese.
È la fine delle speranze di riscatto rilan­ciate dal movimento del "14 marzo" 2005 in risposta all'assassinio del leader sunnita Rafiq Hariri. «Hez­bollah sta facendo le prove generali in vista del prossimo col­po di Stato. E ad averne paura non siamo solo noi cristiani, ma soprattutto i sunniti, che come noi sono disarmati. Si di­ce addirittura che tra i nostri giovani ci sia chi vorrebbe ricostruire le milizie», dice Giselle Khouri, nota giornalista del­le televisioni locali e vedova di Samir Kassir, l'intellettuale di punta del movimen­to anti-siriano assassinato tre anni fa. Una voce tutto sommato solitaria la sua. Persino a Bcharre e a Qannoubine i leader dei gruppi giovanili figli dei fondatori delle Forze Libanesi continuano a ripetere che non intendono tornare alla logica della guerra. «Non siamo noi che dobbiamo armarci, ma Hezbollah che deve disarma­re», dice anche un vecchio falangista che partecipò ai massacri dei campi palestinesi di Sabra e Chatila nel 1982. Ma Giselle non ne è convinta: «L'8 maggio gli estre­misti sciiti a Beirut stavano per attaccare il quartiere cristiano di Ein Romane. Poi si diffuse la voce che Geagea vi stava in­viando 2.000 giovani falangisti e non av­venne nulla. Non era vero. Ma bastò il sospetto che i cristiani fossero pronti a difendersi per fermare Hezbollah».
Lorenzo Cremonesi

IL PATRIARCA: «CHE DRAMMA LA DIASPORA»

Noi cristiani libanesi non dob­biamo fare come gli sciiti, che sono aiutati anche finanziaria­mente e militarmente dall'Iran. L'Europa resta per noi un refe­rente religioso e culturale. Ma per il resto dobbiamo contare sulle nostre forze per trovare la forma di convivenza con le altre comunità»: a 88 anni Nasrallah Sfeir resta il leader religioso cristiano più importante del "Paese dei cedri". E più volte in passato ha dato forti messaggi politici alta sua comunità. Alla fine degli anni Novanta fu tra le voci più decise contro l'occupa­zione siriana, oggi continua a sostenere l'alleanza cristiano-sunnita del "14 marzo".
Patriarca, teme per il futuro dei cristiani in Medio Oriente?

«Sono preoccupato. Ma le no­stre difficoltà non sono nuove. Anche i 400 anni di dominio turco hanno visto persecuzioni e in­giustizie per i cri­stiani nella regione. Il Libano oltretutto è un Paese piccolo, debole, diviso al suo interno, inevitabil­mente resta vittima delle interferenze dei Paesi vicini, a partire da Iran, Si­ria, Arabia Saudita e Israele. Oggi subia­mo le conseguenze detto scontro tra sciiti e sunniti, si fanno batta­glia in casa nostra. E anche i cristiani sono divisi tra di loro. Al momento mi sembra impos­sibile pensare di ricucire un fronte sunnita-cristiano. Il ri­sultato purtroppo è l'emigrazione. Sono appena tornato da un lungo viaggio tra le comunità cristiane della diaspora liba­nese nel mondo con anche l'intento di te­nerle legate alle loro radici. Ma è una realtà che aumenta il divario demografico. La famiglia musul­mana ha in media quattro o cinque figli, quella cristiana uno o due. Per forza noi si conta di meno, certo siamo diminuiti ri­spetto al periodo del mandato francese».
Vede la possibilità di una nuo­va guerra civile?

«Poteva scoppiare più volte ne­gli ultimi anni. E non è avvenu­to. Mi sembra che per ora resti un pericolo sotto controllo, si è pronti a trattare per evitarla».
Dopo gli accordi di Doha, teme ancora te violenze di Hezbollah?

«
Doha costituisce un buon ini­zio. Ma il problema resta che Hezbollah viene fortemente aiutato dall'Iran. Un fatto che stravolge i nostri equilibri in­terni. Ma noi cristiani non dob­biamo cercare aiuti in Occiden­te. L'unico modo per risolvere le difficoltà è parlarne tra noi libanesi».

E chissà se qualcuno sarà disposto ad alzare la voce anche per queste altre vittime. Chissà se qualcuno chiederà di porre fine all’ingiustizia e alla persecuzione. Chissà se all’Onu verrà proposta qualche risoluzione di condanna. Chissà se qualche Ong deciderà di intervenire per alleviare le loro sofferenza. Chissà se Amnesty International emanerà qualche comunicato su di loro. O se verranno dimenticati, ignorati, abbandonati al loro destino come i neri del Darfur e tutti quelli che, come loro, si sono “scelti” il nemico sbagliato.

barbara


6 giugno 2008

PREVEGGENZA? NO, NON CE N’È BISOGNO

Basta conoscere la storia. E sapere con chi si ha a che fare.

Dal Libano a Gaza
Da un articolo di Evelyn Gordon
Come diceva giustamente un editoriale del Jerusalem Post, il primo ministro israeliano Ariel Sharon spera che il disimpegno procuri a Israele vantaggi diplomatici. “Ora tocca ai palestinesi l’onere della prova – ha detto Sharon la sera del 15 agosto rivolgendosi alla nazione – Devono combattere le organizzazioni terroristiche, smantellare le strutture del terrorismo e dimostrare sincere intenzioni di pace per poter sedere con noi al tavolo negoziale. Il mondo aspetta la risposta dei palestinesi”.
Ma l’editoriale notava, altrettanto giustamente, che il caso più simile all’attuale ritiro unilaterale da Gaza fu il ritiro unilaterale di Israele dal Libano meridionale nel 2000. E se c’è qualcosa che il ritiro dal Libano ha dimostrato in modo definitivo è proprio che non è in arrivo nessuno dei vantaggi diplomatici sperati.
Quando Israele lasciò il Libano nel maggio 2000, le Nazioni Unite certificarono formalmente che aveva effettivamente sgomberato ogni centimetro di territorio libanese. Di conseguenza Gerusalemme presumeva, proprio come Sharon presume oggi con Gaza, che l’onere ricadesse da quel momento in poi sul Libano: o Hezbollah avrebbe spontaneamente cessato gli attacchi contro Israele, oppure l’esercito libanese avrebbe dovuto schierarsi nel sud per impedire tali attacchi. Se non fosse accaduta né l’una né l’altra cosa, c’era da aspettarsi che il mondo trattasse il Libano e i suoi occupanti siriani come gli aggressori, appoggiando le reazioni militari israeliane.
In realtà, ecco quello che è accaduto. Hezbollah, facendosi beffe della certificazione ufficiale dell’Onu, ha iniziato a reclamare un ulteriore pezzetto di territorio controllato da Israele sostenendo che sarebbe territorio libanese occupato e usandolo come pretesto per continuare ad attaccare Israele. Nei cinque anni successivi, Hezbollah ha assassinato una ventina di israeliani, e ne ha sequestrati e uccisi altri quattro. L’esercito libanese si è semplicemente rifiutato di schierarsi nel sud del paese per impedire questi attacchi. Nonostante i continui attacchi a freddo, l’Unione Europea si rifiuta ancora di riconoscere Hezbollah come un’organizzazione terroristica. Ogni risposta militare israeliana agli attacchi Hezbollah continua a suscitare immediate condanne internazionali e da parte delle Nazioni Unite. La comunità internazionale si è rifiutata di esercitare qualunque pressione diplomatica o economica per spingere il Libano e la Siria (che di fatto controllava il Libano fino alla primavera scorsa) ad adoperarsi per mettere Hezbollah sotto controllo. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto effettivamente a Hezbollah di disarmarsi, ma né il Consiglio né qualunque stato membro ha minacciato alcuna conseguenza o sanzione in caso di inadempienza. Lo scorso luglio, dopo che la Siria ha ritirato le sue truppe dal Libano, Hezbollah è entrato formalmente nel governo libanese pur annunciando che non aveva alcuna intenzione di disarmarsi né di cessare “la resistenza” (leggi: gli attacchi armati) contro Israele. A quel punto il nuovo primo ministro libanese Fuad Saniora ha affermato che il suo governo sostiene la posizione di Hezbollah. Ma anche questa aperta sfida alla richiesta delle Nazioni Unite che Hezbollah si disarmasse non ha suscitato condanne né dall’Onu o da stati membri, né tanto meno pressioni su Beirut. Persino gli Stati Uniti, che pure considerano ufficialmente Hezbollah un’organizzazione terrorista, hanno reagito senza alcuno sdegno, anzi prodigando elogi al nuovo governo – “Non troverete un partner più favorevole degli Stati Uniti”, ha detto il segretario di stato Condoleezza Rice a Saniora incontrandolo a Beirut – e offrendo aiuti finanziari.
Così il ritiro dal Libano, benché a suo tempo celebrato dal mondo intero, non ha prodotto né pressione internazionale sul Libano perché cessino gli attacchi contro Israele, né una maggior comprensione internazionale per le azioni militari che Israele intraprende in reazione a questi attacchi.
Oggi la comunità internazionale non cerca nemmeno di fingere che la sua reazione al ritiro da Gaza possa essere diversa. Anzi, il mondo ha già messo in chiaro che, lungi dall’aspettare, ora, “la risposta dei palestinesi” al gesto di Israele, ciò che si aspetta subito sono ulteriori concessioni israeliane. L’Onu, Unione Europea e gli Stati Uniti hanno tutti affermato apertamente nelle scorse settimane che, dopo il ritiro, ciò che si attendono è che Israele passi rapidamente a realizzare il piano della Road Map per uno stato palestinese su tutta la Cisgiordania, la striscia di Gaza e Gerusalemme est. Nessuno dei tre ha condizionato questa richiesta al fatto che si registrino sviluppi positivi nella striscia di Gaza dopo il ritiro. Di più. Perseguendo quell’obiettivo, hanno già stilato una lista di concessioni che si aspettano che Israele faccia immediatamente dopo il ritiro, tutte potenzialmente devastanti per la sicurezza d’Israele. Anche gli Stati Uniti, tradizionalmente sensibili alle preoccupazioni israeliane per la sicurezza e più duri col terrorismo palestinese, hanno dichiarato che Israele deve fare queste concessioni anche se l’Autorità Palestinese non ha nemmeno iniziato a fare qualcosa contro i gruppi terroristi.
Così Israele deve cedere all’Autorità Palestinese il pieno controllo del confine fra Egitto e striscia di Gaza, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire l’afflusso di armi e terroristi verso Gaza dopo il ritiro. Israele deve creare un “passaggio garantito” fra Gaza e Cisgiordania, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire il flusso di armi e terroristi da Gaza verso Cisgiordania. Israele deve preservare l’unione doganale fra Gaza e Israele che permette alle merci di muoversi fra i due territori senza ispezioni doganali, e porre anche fine alle rigorose ispezioni di sicurezza che ha istituito al posto di quei controlli, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire che armi ed esplosivi affluiscano da Gaza fin dentro Israele. Israele deve aumentare significativamente il numero di palestinesi di Gaza cui è premesso lavorare all’interno di Israele, aumentando in questo modo la probabilità che i terroristi entrino in Israele spacciandosi per lavoratori pendolari. Israele deve permettere alle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese di acquisire grandi quantità di armi, anche se il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha ripetutamente affermato che tali armi non verranno mai usate contro le organizzazioni terroristiche, e nonostante il fatto che fino ad oggi le armi dell’Autorità Palestinese siano state usate quasi esclusivamente contro Israele.
In breve, lungi dal mostrare maggior comprensione per le esigenze di sicurezza di Israele dopo il disimpegno, la reazione della comunità internazionale è stata quella di pretendere che Israele conceda tutte le principali misure di salvaguardia della sua sicurezza post-ritiro. Ma, dato il precedente libanese, non è questo che sorprende. L’unica cosa che sorprende è che qualcuno possa essersi aspettato qualcosa di diverso. (Da: Jerusalem Post, 18.08.05)

Ecco: c’è chi lo sapeva già tre anni fa, e chi fa finta di non accorgersene neanche adesso.





              

barbara


10 giugno 2007

MANIFESTAZIONE HEZBOLLAH

Mi sa che devo avere già visto da qualche parte questo tipo di saluto, ma non riesco a ricordare dove …



barbara


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