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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


28 marzo 2010

DAVAR ACHER – L’ANNO PROSSIMO A GERUSALEMME

Domani sera in tutte le case ebraiche, dopo il vino, l'haroset, le erbe amare, i salmi e le storie, proprio alla fine della sera, si diranno tre parole decisive, che danno al seder una presa sull'attualità che non è mai cessata da quando i saggi hanno fissato l'Haggadà. Diremo, come tutti gli anni "Leshanà habbà beJerushalaim", l'anno prossimo a Gerusalemme. Per secoli questa è stata solo una promessa spirituale, una speranza che non moriva. Una preghiera. Gradualmente, a partire da centocinquanta anni fa, la clausola è diventata concreta, il senso è cambiato in un invito a salire davvero in Eretz Israel. Una proposta, una richiesta. Poi, a giugno di sessantatre anni fa a Gerusalemme ci siamo insediati davvero. Dal senso della frase non è sparito l'invito all'alyà, ma si è aggiunta la gioia di una realizzazione. Era diventata un segno di festa. Magari fra mille problemi, Gerusalemme era comunque tornata al popolo ebraico, dopo centinaia, migliaia di instancabili ripetizioni di quella formula.
Tutti sappiamo quel che ho appena riassunto. Perché parlarne ancora? Perché non è affatto detto che l'anno prossimo saremo ancora a Jerushalaim. Se le cose andassero come sembrano volere non solo i palestinesi e il mondo arabo e islamico, ma anche l'Europa e l'America di Obama, l'anno prossimo di Gerusalemme potrebbe restarci solo la periferia occidentale, quartieri simpatici come Rehovia. Come negli anni fra il '48 e il '67 la parte occidentale delle mura di Solimano, dalla cittadella di Davide alla porta di Giaffa sarebbero di nuovo il confine di due Stati. Per capire quel che accadrebbe all'interno della Gerusalemme storica basta ricordare la legione araba guidata dagli inglesi nel '48 all'assalto del quartiere ebraico: non lasciarono pietra su pietra, bruciarono tutto, costruirono strade con le lapidi del Monte degli Ulivi.
Non voglio rovinare la festa a nessuno, ma è di questo che si discute oggi. Non delle 1600 case in un quartiere o delle 20 di un'altro: il problema è se Israele debba restare beJerushalaim o no. Sul nostro Stato si sta addensando una "tempesta perfetta" come nei film: l'arma atomica iraniana, il terrorismo, l'odio del mondo islamico, l'idea comune a Obama e all'Europa che per fare la pace col mondo islamico bisogna fare a Israele quel che Francia e Inghilterra fecero alla Cecoslovacchia a Monaco dal 29 al 30 settembre 1938: una bella conferenza senza la partecipazione della vittima, che diede a Hitler quel che voleva con l'illusione di acquietarlo col riconoscimento della sua potenza. (Come sappiamo non si tranquillizzò affatto, anzi, ma questa è un'altra storia). Il rifiuto generale di qualunque mossa Israele faccia per difendersi da nemici aggressivi e violenti: le campagne militari, la barriera di sicurezza, le esecuzioni mirate, l'esercito, i servizi segreti, la giustizia.
Attualmente, che io sappia, l'America è "indignata" per l'insulto di Israele che costruisce case nella sua capitale, Inghilterra e Australia sono "offese" per vie dei passaporti di Dubai, l'Europa è "scontenta" delle scelte di Israele, l'amica Italia ha appena proposto per bocca del presidente della repubblica e di quello del consiglio uniti per l'occasione una resa senza condizioni alla Siria. Anche la Chiesa vuole che Gerusalemme sia quanto meno internazionalizzata e lo dice a voce sempre più alta. La stampa è unanime nel condannare. Una bella fetta di prestigiosi intellettuali ebraici che si dicono pacifisti, per fortuna del tutto privi di seguito popolare, fanno il possibile per convincere tutti che il popolo di Israele non esiste, che la fondazione dello Stato ebraico è stato un crimine, e comunque per far sì che leshanà habbà a Gerusalemme comandi Abu Mazen o magari anche Hamas. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite ha approvato un paio di giorni fa quattro mozioni quattro di condanna a Israele, con una maggioranza di 39 a 5 (e 11 astenuti). Fra i contrari c'era l'Italia, ma non è una consolazione. Eccetera eccetera.
Certamente il nostro popolo e il suo Stato non sono spacciati, hanno ancora la sua forza militare ed economica, la creatività, la combattività, l'ostinazione che Israele mostrava già uscendo dall'Egitto. Il popolo ebraico ha il suo destino storico, la fede che ci ha portato per due millenni a ripetere il seder e la sua formula finale. Ma domani sera, forse, guardando la sedia che lasceremo vuota per Gilad Shalit, dovremo interpretare di nuovo la formula millenaria come una preghiera e magari aggiungere sottovoce un'altra parolina, un davar acher: (gam) leshanà habbà biJerushalaim: anche l'anno prossimo a Gerusalemme. Speriamo.

Ugo Volli

No, caro Ugo, no, non “speriamo”: l’anno prossimo ci saremo! L’anno prossimo ci sarò! L’anno prossimo Gerusalemme sarà ancora, e per sempre la capitale unica e indivisibile di Israele. Ce la vogliono strappare, la vogliono ridurre a una cloaca, come hanno ridotto tutto ciò su cui hanno messo le mani e come avevano ridotto anche Gerusalemme, la nostra Gerusalemme d’oro, quando l’hanno avuta in mano, ma le forze del male non prevarranno. Ed è perciò che nell’augurare a te e a tutti gli amici

                                         HAG PESACH SAMEACH

                             

posso anche proclamare, con fede sicura:

  Leshanà habbà beJerushalaim

barbara


7 aprile 2009

“E LO RACCONTERAI AI TUOI FIGLI”

Questa storia è stata tramandata oralmente di padre in figlio per secoli e ha visto la luce attraverso la penna del Dr. Leon Cohen Bello, un discendente di ebrei che vivevano in Spagna (Sefarad).
Oggi è il giorno 16 della luna nuova di marzo. La luna è ancora alta, i rumori della notte sono ancora sussurri, che esploderanno all'alba. Io, Don José Manuel de la Santa Trinidad Mejia y Rojas, contemplo la notte che sta partorendo il giorno della Pasqua ebraica.
Il mio nome non è casuale, dal momento che trascino quelli che furono imposti ai nuovi cristiani, più el Rojas, una inversione delle lettere di SAJOR (nero, in ebraico), e Mejia che è una derivazione di Messia, però questa cosa è molto nascosta e molto privata, altrimenti la disgrazia cadrebbe su di me e sulla mia amata famiglia.
Appartengo a quelli chiamati “marrani” dalla santa Chiesa, e devo fare tutto il possibile per dimostrare la mia fede cristiana. Di fatto mio fratello frate Pedro apostolo Rojas y Mejías è sacrestano, ed è quello che si è sacrificato di più, giacché non solo deve vivere una vita di ipocrisia e di negazione della sua fede, ma si è anche condannato ad essere un tronco senza frutti e senza semi per l’”onore” della sua chiesa.
Oggi dovrò andare a messa con i miei, e vedrò mio fratello quando metterà l’ostia nelle nostre bocche, sapendo che lo facciamo spinti dalle circostanze, poiché ne va della nostra vita.
Poi Pedro verrà a dorso di asino fino al podere, e presso la riva del fiume colpiremo le acque con bacchette di salice, ricordando il nostro patriarca Mosè nel deserto.
Non so bene perché lo faccio, ma c’è qualcosa di molto profondo in me che mi porta a farlo. Forse sarà il rispetto per i miei antenati. Però no, è qualcosa che nasce da me più che da loro, per amore, più che per dovere.
Ho un podere dove faccio carne salata e conciatura di cuoio. Poiché ho bisogno di molto personale, sono solito frequentare le aste di schiavi. Lì il mio servo, il mulatto Lucas, di cui nessuno potrebbe sospettare un’origine marrana (infatti non ce l’ha), si avvicina a guardare quei poveri sventurati, e fingendo di ispezionare bocca e udito dice loro a bassa voce lo “shemà Israel” (ascolta Israele), al che molti rispondono attoniti e confusi per l’emozione.
Questi sono gli schiavi che compro per la mia azienda, e specialmente quelli portati dal Portogallo e dal Brasile rispondono positivamente alla parola d’ordine.
Oggi, notte di Pasqua, tutti questi “schiavi” che lavorano con me sanno che saranno liberati da ogni impegno, perché dopo aver narrato della nostra schiavitù in Egitto diremo:
Ora siamo liberi! Benché sappia che ancora non lo siamo, “compero” anche dei gruppi che i pirati vendono senza passare per alcun mercato, e questi sono quelli sospettati di giudaizzare che venivano portati davanti al tribunale della Santa Inquisizione di Spagna e che i corsari catturano in alto mare. Per poter affrontare questi “acquisti” mi aiutano membri della famiglia Sacerdote (Cohen) e Viel (inversione di lettere di Levi), che si trovano nella mia stessa condizione.
Durante la settimana bruciamo molta farina nei forni perché nessuno sospetti che non mangiamo pane, mia moglie ha fatto “scivolare” fra tante infornate qualche tavoletta di “pane magro” che ha poi ritirato senza farsi vedere e conservato gelosamente nella cantina della casa, allo scopo di avere matzà (pane azzimo) per la notte.
Io mi occupo personalmente del gregge di agnelli, per il quale scelgo animali senza alcun difetto, prendo coltelli senza tacche e dopo averli uccisi metto la carne in acqua e sale senza dimenticare di strisciare, “come per distrazione”, i coltelli insanguinati sugli stipiti delle porte, come facevano i miei antenati. Vorrei accompagnare questo con le benedizioni appropriate, ma non le ho mai sapute. Spero che le mie preghiere siano udite ugualmente.
Già si avvicina l’ora della cena. Pedro cerca nel doppio fondo del cappuccio un libro molto antico che io non so leggere, ma mio fratello sì, e l’ha a sua volta insegnato a mio figlio. Mando Lucas al pozzo, e con il pretesto di versare calce, scende col sacco fino alla seconda scala dove è nascosta una coppa lavorata, uno scialle di preghiera e delle piccole calotte con la stella di David.
Ho anche un pezzo di pergamena che ho trovato in una vecchia cassa di famiglia e poiché credo che sia scritto in ebraico lo tengo nascosto finché non me lo tradurranno. Scendo in cantina. L’odore forte dei cuoi e del “charqui” mi impregna le narici, e la tavola della salatura è coperta da una tovaglia di lino bianco, la coppa splendente piena di vino e il pane della povertà di fronte alla sedia a capotavola.
Abbiamo tutti paura e angoscia, mio fratello Pedro è trasformato, gli brillano gli occhi perché sta piangendo, il mio figlio maggiore con una kippà rossa mi guarda con amore e timore.
Ahi, figlio! Se potessi proteggerti dal rischio a cui ti espongo! Ma so che non posso, per cui mi assale la colpa. Questa svanisce all’udire parole che non comprendo, ma con una melodia che risveglia in me ricordi di esperienze che non ho vissuto.
Mio figlio si alza e canta alcune poche frasi in una lingua sconosciuta a me e ai miei invitati. Ciononostante all’udirla tutti cominciamo a piangere. Mio fratello – oggi, senza il suo crocefisso, sembra liberato da un giogo oppressore – si alza, mi copre con il vecchio scialle con le frange che ignoro a chi sia appartenuto, ma nell’avvolgermi in esso sento uno strano calore in tutto ilmio essere.
D*o onnipotente, perché non possiamo sentire questo sempre? Perché dobbiamo mentire ogni giorno sulla nostra fede? Quanti di noi seguiranno le tue vie e quanti si allontaneranno per sempre dal tuo sentiero? Volesse il cielo che potessi vedere un futuro popolato di fratelli che si mostrano liberamente come ebrei, figli del tuo popolo eletto.
Ci invade il silenzio. Tutti piangiamo in questa festa, che dovrebbe essere di allegria per la libertà raggiunta. Chiedo a mio fratello che mi traduca la vecchia pergamena. La stende e con difficoltà legge le lettere che il tempo cancella. Ma il loro contenuto risalta, e legge ad alta voce.
Avadim ahinu ve atá bnei chorim, baruch atah adonay eloheinu, sheecheianu ve kimanu ve higuianu la zman hazéh. Fummo schiavi e ora siamo liberi, sii benedetto che ci permettesti di vivere per giungere ad avvicinarci a questo momento.
Voglia D*o che in un futuro non lontano i miei figli e i loro figli possano vivere una pasqua in libertà, così sentita come questa “nostra pasqua marrana”.
(traduzione mia)

HAG PESACH SAMEACH



e ... l’anno prossimo a Gerusalemme!

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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