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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


21 gennaio 2012

DISARMATI

Così, a quanto leggo, erano i quattro soldati francesi uccisi in Afghanistan: disarmati. Ora, non è che per il fatto di essere nata in aeronautica militare mi voglia spacciare per esperta di cose militari per carità ma, semplicemente con mezza briciola di buonsenso, mi domando: ma si manda in guerra la gente disarmata?! Adesso quel signore specializzato in collezioni di mogli superfighe  dice che bisogna ritirarsi, e anche quella è una possibilità, non dico mica di no, ma non sarebbe stato meglio provvedere prima dando un’arma in mano a quei poveracci? Sono stati uccisi da un uomo solo, dicono: sarebbero morti se fossero stati armati? Sarebbero anche solo stati attaccati, se fossero stati armati? Comunque, dice sempre il signore di cui sopra, per prima cosa si sospenderanno gli addestramenti. Eh già, perché dei soldati addestrati magari potrebbero anche – non sia mai! - riuscire a difendersi. E uno si chiede: ma quello lì è semplicemente un utile idiota o... ?

barbara


5 novembre 2011

I FIGLI DI OSLO

Grazie Rabin. Grazie Peres. Grazie a tutti voi, gentili colombe, che avete venduto il sangue dei vostri figli in cambio di un premio Nobel o di un titolo sui giornali.



barbara


14 settembre 2011

STRUMENTO SCIENTIFICO

Non ricordo dove l’ho letto (la sezione di “giudaica” nel mio studio occupa interamente una parete di oltre cinque metri, dal pavimento al soffitto), però vi garantisco che l’ho letto, e non solo l’ho letto, ma ho anche visto la foto.
Si tratta di questo. In base alle leggi razziali cominciate a emanare nel settembre del 1938, oltre che dalle scuole gli ebrei venivano allontanati anche da tutti i posti “sensibili”. Come si riconoscevano gli ebrei? Dal cognome, naturalmente. Però. Però succede che con tutti gli ebrei che i buoni cristiani nel corso dei secoli si sono affaticati a condurre sulla retta via, ci sono in giro per il mondo un sacco di persone che hanno cognomi ebraici ma che ebrei non sono affatto, da generazioni ormai, addirittura da secoli. Come fare allora, per questi poveri diavoli, per dimostrare di non essere ebrei? Semplice: si presenta un certificato di battesimo. Però. Però succede che a un certo momento scoppia la seconda guerra mondiale. Succede che dopo nove mesi e qualcosa di neutralità il signor Mussolini decide che un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria l’ora delle decisioni irrevocabili (urla acclamazioni vivissime guerra guerra), succede che tra attacchi all’insegna dell’improvvisazione e alleanze e disalleanze il suddetto signor Mussolini combina un bel po’ di pasticci – non parlo qui dei crimini che quelli sono tutt’altro, e decisamente poco adatti al tono di cazzeggio che sto qui usando – e insomma ad un certo momento inizia l’occupazione tedesca e iniziano i bombardamenti alleati. E allora succede che ogni tanto spunta fuori uno con un cognome ebraico che dice no guardate io sono cristianissimo cattolicissimo battezzatissimo solo che il certificato di battesimo non ve lo posso mostrare perché la chiesa in cui sono stato battezzato è stata bombardata e i documenti sono andati tutti distrutti. Che fare allora? Rischiare di discriminare ingiustamente una persona onesta come se fosse ebreo? Rischiare di lasciare al suo posto un ebreo come se fosse una persona onesta? Mai non fia! È stato a questo punto che quei geni – perché lo sanno tutti che la razza ebraica è una razza inferiore mentre la razza italica –- che esiste, sì signori, altroché se esiste! –- è una razza superiorissima e dunque lì germogliano geni ogni due per tre – mettono a punto lo strumento scientifico che determinerà inequivocabilmente se uno è ebreo o no: il misuratore del naso. Che sarebbe una roba più o meno tipo morsetto da falegname, che misura con precisione assoluta la lunghezza del naso e zac! il perfido giudeo è smascherato e le sue menzogne non se le beve più nessuno.
Mi è tornato in mente guardando le foto del matrimonio e pensando, per associazione, a buona parte degli ebrei che conosco: con uno strumento così scientificamente preciso e infallibile, ho idea, in mezzo a tutte quelle carrettate di ebrei l’unica a finire in trappola sarei io.

barbara


2 febbraio 2011

EBBENE SÌ: ISRAELE HA UN'ARMA SEGRETA



barbara


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5 maggio 2010

IL VENTO DI KABUL

Mi piace sfogliare una vecchia guida turistica dell'Afghani­stan, perché mi racconta un Paese che io non ho conosciuto. È scritta da Nancy Hatch Dupree, una signora inglese molto famosa tra gli afghani, sposata con l'antropologo Louis Du­pree che aveva vissuto e viaggiato in lungo e in largo tra le montagne e le città afghane.
I suoi libri, insieme a quelli del marito, intorno agli anni Settanta erano il meglio che un turista in viaggio in Afghani­stan potesse trovare. Ora sono solo un'agghiacciante testimo­nianza di quello che la furia dell'uomo è riuscita a compiere.
Raccontavano di luoghi che non esistono più, dove era possibile girare in macchina, fermarsi a mangiare nei piccoli ristoranti di cittadine che oggi sentiamo nominare solo per­ché sono diventate il cuore pulsante della guerriglia e dei suoi sanguinosi attacchi. La Dupree scrive di hotel raffinati di pri­ma classe con bagni in camera e menu europei. E poi descri­ve piccoli alberghi in stile locale dove si potevano gustare de­liziosi kebab preparati con carne di agnello o eccellenti ahshak, i ravioli di pasta ripieni di carne macinata e porro, rico­perti di panna acida. A me non sono mai piaciuti, ma il mo­do in cui la Dupree ne parla fa venire voglia di assaggiarli di nuovo... magari, penso, mi sono sbagliata. Si racconta di mu­sei che custodivano tesori di arte islamica e pre-islamica, di minareti e moschee che avevano fatto da sfondo al passaggio delle carovane lungo la via della seta nel corso dei secoli. Mu­sei che sono stati saccheggiati durante le guerre e che la furia religiosa dei talebani ha poi distrutto. Si descrivono fantasti­ci bazar dove era possibile acquistare tappeti, oggetti in legno intagliato e in argento, borse in pelle, coperte e chapan, i mantelli locali con le lunghe maniche di fogge differenti che il mondo ha visto indossati dal presidente Karzai a righe blu e verdi. Si passava da una città all'altra in aereo o guidando, e le distanze di percorrenza indicate per ogni tragitto sono impensabili nell'Afghanistan di oggi. Nancy Dupree ha dedi­cato la sua vita a catalogare, preservare e far conoscere l'arte, la storia e l'archeologia dell'Afghanistan.
Nel novembre 2001, con il Paese in preda all'anarchia, leggere i suoi libri serviva a sopportare e capire meglio la de­vastazione che circondava chiunque arrivasse a Kabul o nelle altre città afghane in quel periodo. Un altro Afghanistan era quindi esistito, pensavo a tarda sera quando, leggendo quelle vecchie pagine, mi concedevo una pausa prima di addormentarmi nel sacco a pelo della fredda stanza dell'Hotel Intercontinental.

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I piedini nudi penzolavano dalle panche e toccavano il fango che invadeva tutto il cortile. Sono così belle le bambine afghane che ogni volta diventa difficile raccontare in televisione le condizioni disperate in cui vivono. I loro visi, i loro occhi verdi, i loro vestiti colorati riempiono le inquadrature e al montaggio tutto appare meno drammatico di quello che è. Ma i piedini nudi nel fango non sono finzione: sono, purtroppo, la tragica realtà.

Una giornalista onesta, che guarda con occhio non strabico, non viziato da ideologie di sorta, e descrive e racconta ciò che vede, che denuncia errori e responsabilità e colpe e crimini ovunque si trovino, senza sconti per nessuna delle parti in causa. E forse, con questo libro bellissimo e appassionato, ci aiuta a capire un po’ di più una realtà così lontana da noi, e che troppo raramente raggiunge le nostre case.

Tiziana Ferrario, Il vento di Kabul, Baldini Castoldi Dalai



barbara


26 marzo 2010

I PALESTINESI DANNEGGIATI DAI LORO AMICI ARABI

di Gianni Pardo

C’è un aneddoto che spiega perfettamente perché il problema dei palestinesi è insolubile e perché i loro amici arabi non collaborano a risolverlo.
Giacomo soffriva di una brutta malattia. Prima camminava appoggiandosi alle sedie e ai mobili, poi comprò un bastone, infine si rese conto che dipendeva dalla moglie per ogni cosa e cominciò a piangere in segreto. Tutti gli amici lo incoraggiavano con belle parole, come ignorando la gravità del caso, finché un giorno venne a trovarlo Guido, un suo amico d’infanzia, che gli disse: “Sei praticamente paralitico. Devi comprarti una sedia a rotelle. Meglio se elettrica”.
La sua brutalità raggelò tutti ma Giacomo presto si rese conto che il consiglio migliore era proprio quello, mentre edulcorare la realtà rendeva la sua vita un disastro. Comprò dunque la sedia a rotelle e scoprì di avere ricuperato la libertà: non solo poteva girare per casa, ma anche andare a leggere in giardino, andare a prendere gli occhiali se li aveva per caso dimenticati, e perfino andare a comprare il giornale all’angolo della strada. Ammettere che non si può guarire di una malattia nel modo desiderato è l’unico modo per diminuirne gli effetti negativi.
In Palestina bisognerebbe riconoscere alcuni dati. Israele esiste ed è imbattibile militarmente. Si deve dunque accettare che ha il diritto di annettersi tutto ciò che vuole: e dal momento che vuole Gerusalemme, il Golàn solo per motivi militari e poco altro, tanto vale darglieli, ringraziando il Cielo che non sia più avida. Dato il grave stato di indigenza della Cisgiordania, bisognerebbe trarre vantaggio dalla vicinanza di un Paese sviluppato, dalla sua tecnologia e dalle occasioni di lavoro che può offrire. Sarebbe come andare a comprare la sedia a rotelle, ma è sempre meglio della paralisi.
Viceversa che cosa fanno gli amici musulmani? Incoraggiano i palestinesi a chiedere la Luna. Ad esigere vantaggi che forse nemmeno una loro vittoria avrebbe giustificato. In questo modo li allontanano da una pace che potrebbe condurli a non vivere più di carità, a fruire di una vera indipendenza (armamenti a parte) e ad avere piena dignità nella società internazionale. Anche l’Europa e gli Stati Uniti, traboccanti di bontà, li spingono ad atteggiamenti irrealistici, perfino riguardo alla politica abitativa della capitale israeliana: il risultato è che la pace non c’è stata per sessantadue anni e non ci sarà nel prevedibile futuro. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Tempo fa Edward N.Luttwak espose una verità agghiacciante, del tutto contraria alla political correctness. Nell’antichità i conflitti etnici giungevano alla pace definitiva in due modi: o un gruppo ammazzava tutti i membri dell’altro, oppure uno dei due gruppi per sfuggire al massacro andava via. Se invece si impone una tregua, i contendenti sono ancora sul campo, rimangono pronti a riprendere le armi e non si ha mai pace. Naturalmente nessuno auspica che questa sia oggi la soluzione per i Balcani, per l’Africa o per la Palestina. Ma è vero che la pace è figlia della vittoria, non della tregua. Che ci sia un vincitore indiscutibile è l’unico modo perché la guerra cessi.
Questo doloroso riconoscimento può avvenire in due modi. O chi perde subisce un tale catastrofico disastro che non può negarlo nessuno: è il caso della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e non della Prima (infatti solo stavolta l’Europa ha ottenuto sessantacinque anni di pace). Oppure il perdente ha il buon senso di non aspettare il verificarsi di quella tragedia, per prendere atto della realtà: e si arrende veramente. È il caso di tante guerre del passato e del Giappone dopo Nagasaki.
I palestinesi hanno avuto a che fare con un vincitore mite e sono stati spinti da consiglieri dementi a non riconoscerlo. Anzi a sfidarlo: ed è così che hanno perso ogni speranza di pace.
Non si può che ripeterlo: la strada dell’inferno è lastricata di ipocrisia e di retorica. (Affaritaliani, 25 marzo 2010)

E ci si chiede: perché le cose più evidenti sono così difficili da vedere? Perché il più semplice buon senso è così difficile da mettere in pratica? Sempre in tema di disastri da quelle parti, da leggere anche questo.


barbara


9 febbraio 2010

COSÌ, PERCHÉ MI VA

Perché è bellissima. E perché mi ricorda tante cose. E alcune persone. Compreso quello sciagurato dalle missioni talmente segrete che non ho neppure mai modo di sapere se sia vivo o morto. E poi dedicata un po’ anche a lui che, con le armi di cui dispone, non si stanca mai di combattere.



barbara


7 dicembre 2009

7 DICEMBRE 1941, PEARL HARBOR

L'attacco di Pearl Harbor fu un'operazione aeronavale che ebbe luogo il 7 dicembre 1941, quando forze navali ed aeree giapponesi attaccarono la base navale statunitense di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. L'attacco, portato senza una preventiva dichiarazione di guerra da parte giapponese, che fu formalizzata soltanto ad attacco iniziato, causò l'intervento statunitense nella seconda guerra mondiale.
L'attacco fu concepito e guidato dall'ammiraglio Isoroku Yamamoto (il quale al momento dell'attacco si trovava nella baia di Hiroshima a bordo della corazzata Nagato), che sperava di distruggere la flotta americana nel Pacifico. In effetti l'operazione fu un grande successo poiché in poco più di un'ora i 360 aerei partiti dalle portaerei giapponesi affondarono 4 delle 8 corazzate americane, mentre le altre furono fatte arenare o subirono gravi danni; solo le portaerei si salvarono trovandosi in navigazione lontano dalla loro base. Questa vittoria permise al Giappone di ottenere momentaneamente il controllo del Pacifico e spianò la strada ai successivi trionfi nipponici prima che gli USA riuscissero ad armare una flotta in grado di tenere testa a quella giapponese.
(Qui il resto della ricostruzione, che mi sembra molto accurata).







(Qui altre foto molto interessanti)

E così, dunque, il Giappone ha sferrato un attacco a sorpresa, senza alcuna dichiarazione di guerra, pensando di mettere in ginocchio gli Stati Uniti. Gli è andata male, e di restare in ginocchio è toccato al Giappone. Poi, siccome gli antichi ci raccontavano che la Storia dovrebbe essere maestra di vita ma invece non è vero niente e le lezioni che si dovrebbero imparare non le impara mai nessuno, qualcun altro ci ha riprovato: volevano portare la guerra in casa dell’America e invece si sono ritrovati con l’America che ha portato la guerra in casa loro. E, nonostante vari alti e bassi, fra gli americani e i talebani direi che se la passano decisamente peggio questi ultimi. Il che è decisamente una bella consolazione. God bless America!

barbara


22 novembre 2009

SABBIA

Nient'altro che sabbia ...



barbara


9 ottobre 2009

ANCORA SU SADAT E DINTORNI

Vi voglio regalare questa piccola chicca:



In Israele per celebrare l’avvento della pace, sia pure fredda – molto fredda – con uno stato che le aveva dichiarato guerra al momento della sua nascita e in guerra era rimasto per oltre trent’anni, è stato fatto questo. Spero che qualcuno dei miei cortesi visitatori sia in grado di aiutarmi a trovare le equivalenti iniziative dell’Egitto, perché io, evidentemente incapace e sprovveduta, sono riuscita a trovare solo un premio governativo conferito a quel giornalista che ha ringraziato Hitler per avere preventivamente vendicato i palestinesi – che io tra l’altro a questo punto davvero non capisco più niente: questo benedetto olocausto c’è stato o non c’è stato? Se lo sono fatto gli ebrei da soli o glielo ha fatto qualcun altro? Boh – e altre cosettine analoghe.
Poi naturalmente, sempre più o meno in tema c’è da leggere lui e poi, come ogni giorno fino a revoca, come dicono in banca per gli ordini permanenti,
MEMENTO: +39.

barbara


28 settembre 2009

GUERRA, PACE – E INGANNO – NELL’ISLAM

di Raymond Ibrahim
12 Febbraio 2009

Oggi, in un tempo di guerre e di rumori di guerre, provenienti dal mondo islamico – dall'odierno conflitto a Gaza, fino all'ostentazione di potenza militare del Pakistan nucleare e quella dell'Iran, prossima potenza nucleare – la necessità per i non-musulmani di capire meglio le dottrine e gli obiettivi dell'islàm, riguardo la guerra, la pace e tutto quanto sta in mezzo (trattati, diplomazia, eccetera) è diventata urgente. Per esempio, cosa si deve pensare del fatto che, dopo aver continuamente insistito, giorno dopo giorno, che la sua massima aspirazione è vedere la distruzione di Israele, HAMAS si prefigga di giungere a "trattati di pace", incluse varie forme di concessioni da parte di Israele – e, ancora più sconcertante, le ottenga?
Prima di poter rispondere a queste domande, deve rendersi conto della natura completamente formale e legalista del più diffuso islàm (Sunnita). Sorprendentemente, nonostante tutti i discorsi sull'islàm che "non è capito" o viene "frainteso" dai musulmani "radicali", la verità è che, a differenza di quasi tutte le altre religioni, l'islàm è chiaramente una fede che, per definizione, ammette un certo grado di ambiguità: difatti, secondo la shariah (cioé, il "modo di vivere islamico", più comunemente tradotto come "legge islamica"), ogni concepibile azione umana è classificata come:

  • vietata, haram 
  • scoraggiata, makruh,
  • permessa, halal,
  • raccomandata, mustahabb,
  • obbligatoria, fard o wajib

Il "buon senso" o il "senso comune" non hanno nulla da spartire con la nozione islamica di "giusto" o "sbagliato". Ciò che conta è esclusivamente quello che Allah (tramite il Corano) e il suo Messaggero, Maometto (mediante gli ahadith, o tradizioni), hanno da dire a proposito di ogni singola azione; e come i più grandi teologi e giuristi dell'islàm – noti come gli "ulema", letteralmente "quelli che sanno" – lo hanno interpretato.
Esaminiamo il concetto di menzogna. Secondo la Shariah, l'inganno in generale – secondo la terminologia Coranica noto anche come "taqiyya" – non è soltanto permesso in certe situazioni, ma qualche volta addirittura "obbligatorio". Per esempio, e contrariamente alla tradizione Cristiana, non soltanto i musulmani che devono scegliere tra abiurare l'islàm o essere messi a morte possono mentire fingendo l'abiura, ma alcuni giuristi hanno sentenziato che, in base al Corano 4:29, che ordina ai musulmani di non "distruggere sé stessi", i musulmani sono "obbligati" a mentire.

LA DOTTRINA DELLA TAQIYYA
Molto di questo argomento è imperniato sulla dottrina chiave della "taqiyya", che spesso viene definita con l'eufemismo di "simulazione religiosa" benché in realtà definisca soltanto "l'inganno dei musulmani verso gli infedeli". Secondo l'importante testo Arabo "Al-Taqiyya fi Al-Islam" di Sami Makarem, "la Taqiyya [inganno] è di fondamentale importanza nell'islàm. Praticamente ogni setta islamica la accetta e la pratica. Possiamo addirittura arrivare a dire che la pratica della taqiyya è una tradizione consolidata dell'islàm e che quelle rare sette che non la praticano divergono dalla comune tradizione... La taqiyya è una pratica consolidata nella politica islamica, in special modo nell'era moderna [pag. 7, traduzione di R. Ibrahim]".
Alcuni erroneamente credono che la taqiyya sia esclusivamente una dottrina sciita: come gruppo minoritario disseminato tra i loro nemici tradizionali, i molto più numerosi Sunniti, gli Sciiti avevano storicamente molte più "ragioni" per dissimulare. Tuttavia, ironicamente, sono i Sunniti che oggi vivono in Occidente a trovarsi in una situazione analoga, essendo una minoranza accerchiata dai loro storici nemici, gli infedeli Cristiani.
Il principale Versetto Coranico che autorizza l'inganno nei confronti dei non-musulmani afferma: "I credenti non si alleino con i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro, prendendo precauzioni" (3:28; altri Versetti, utilizzati dagli ulema a supporto della taqiyya includono 2:173; 2:185; 3:29; 16:106; 22:78; 40:28).
Il famoso Tafsir (esegesi del Corano) di al-Tabari (morto nel 923) è un'opera di riferimento fondamentale per tutto il mondo musulmano. A proposito di 3:28, scrive: "Se voi [musulmani] siete sotto la loro [degli infedeli] autorità, temendo per voi stessi, comportatevi con lealtà verso di loro, con la vostra lingua, pur albergando odio contro di loro nel vostro intimo... Allah ha vietato ai credenti di essere in relazione di amicizia o di intimità con gli infedeli invece che con i credenti – eccetto quando gli infedeli li sovrastano [in autorità]. In tale situazione è consentito agire amichevolmente verso di loro".
Sempre riguardo al versetto 3:28, Ibn Kathir (morto nel 1373 e inferiore solo ad al-Tabari) scrive: "Chiunque, in ogni tempo o in ogni luogo teme la loro [degli infedeli] malvagità, si può proteggere mediante esibizioni esteriori". Come prova, cita l'intimo Compagno di Maometto, Abu Darda che disse: "Sorridiamo pure in faccia a qualcuno [non-musulmano], mentre il nostro cuore lo maledice"; un altro Compagno, al-Hassan, disse: "Praticare la taqiyya è accettabile fino al giorno del giudizio [cioè in perpetuo] ".
Altri eminenti ulema, come al-Qurtubi, ar-Razi e al-Arabi hanno esteso l'uso della taqiyya per nascondere i fatti. In altre parole, i musulmani possono comportarsi come gli infedeli – inclusi il culto e l'adorazione di idoli e croci, il rendere falsa testimonianza, anche il riferire al nemico infedele i "punti deboli" di altri musulmani – tutto, tranne uccidere un musulmano.
È forse questo il motivo per cui il sergente musulmano Americano, Hasan Akbar, aggredì e uccise i suoi commilitoni in Iraq nel 2003? Forse la sua finta lealtà andò a sbattere contro un ostacolo insormontabile, quando si accorse che dei musulmani avrebbero potuto morire per mano sua? Aveva scritto sul suo diario: "Anche se non ho mai ucciso un musulmano, essere nell'esercito è la stessa cosa. Forse dovrò fare molto presto una scelta su chi uccidere".

LA GUERRA È INGANNO
Nulla di questo ci dovrebbe sorprendere, considerando che lo stesso Maometto – il cui esempio, come "l'essere umano più perfetto" deve essere scrupolosamente seguito – assunse un atteggiamento di convenienza riguardo al mentire. È ben noto, per esempio, che Maometto autorizzò la menzogna in tre situazioni: per riconciliare due o più litiganti, con la propria moglie e in guerra (vedi Sahih Muslim B32N6303, considerato un hadith "autentico").
Ma per quanto riguarda la nostra principale preoccupazione, la guerra, il seguente episodio tratto dalla biografia di Maometto svela la centralità dell'inganno in guerra. Durante la Battaglia della Trincea (627), che oppose Maometto e i suoi seguaci ad alcune tribù non musulmane (collettivamente definite come "i Confederati"), uno di questi Confederati, Naim bin Masud andò al campo dei musulmani e si convertì all'islàm. Quando Maometto scoprì che i Confederati non sapevano della conversione di Masud, gli consigliò di ritornare e di tentare qualche espediente per indurre i Confederati ad abbandonare l'assedio – "Perché" lo rassicurò Maometto, "la guerra è inganno". Masud ritornò dai Confederati senza che loro sospettassero che avesse "cambiato bandiera" e cominciò a fornire pessimi suggerimenti ai suoi parenti e ai suoi precedenti alleati. Si diede anche un gran daffare per provocare litigi tra le varie tribù finché, diffidando completamente l'uno dell'altro, smobilitarono, abbandonando l'assedio dei musulmani e quindi salvando l'islàm nel suo periodo embrionale (vedi Al-Taqiyya fi Al-Islam; anche Sirat Rasul Allah di Ibn Ishaq, la più antica biografia di Maometto).
Il seguente episodio dimostra ancora più chiaramente la legittimità dell'inganno. Un poeta, Kab bin al-Ashraf, aveva offeso Maometto componendo versi oltraggiosi a proposito delle donne musulmane. Maometto, di fronte ai suoi seguaci, esclamò: "Chi ucciderà quest'uomo che ha offeso Allah e i suo Profeta?". Un giovane musulmano di nome Muhammad bin Maslama, si offrì volontario, ma con la clausola che, per giungere così vicino a Kab, da poterlo uccidere, gli fosse permesso di mentire al poeta. Maometto acconsentì. Maslama si recò da Kab e cominciò a lamentarsi dell'islàm e di Maometto, battendo questo tasto fino a che la sua ostilità contro l'islàm divenne tanto credibile da convincere Kab a concedergli la sua fiducia. Poco dopo Maslama ritornò con un altro musulmano e, mentre Kab aveva abbassato la guardia, lo aggredirono, uccidendolo. La versione di Ibn Sa’ad riferisce che i due corsero da Maometto con la testa di Kab, alla quale Maometto urlò: "Allahu Akbar!" (Allah è il più grande!).

L'INGANNO NEL CORANO
Vale anche la pena ricordare che tutta la sequenza delle rivelazioni Coraniche è una testimonianza della taqiyya; e, poiché si ritiene che Allah sia colui che ha rivelato questi versetti, è lui, in ultima analisi, a dover essere considerato il responsabile dell'inganno – cosa che non deve stupire, dato che lo stesso Allah è descritto nel Corano come il "miglior ingannatore" (Corano 3:54, 8:30, 10:21). Questo dipende dal fatto che il Corano contiene sia versetti di pace e tolleranza, che versetti violenti e intolleranti. Gli ulema furono perplessi nel decidere quali versetti dovessero codificare nella concezione islamica del mondo secondo la shariah – quello, ad esempio, che afferma che non c'è costrizione nella religione (Corano 2:256), oppure quelli che ordinano ai credenti di combattere tutti i non-musulmani fino a quando non si convertano o fintanto che almeno non si sottomettano all'islàm (Corano 9:5, 9:29)? Per uscire dall'impasse, svilupparono la dottrina dell'abrogazione (naskh, in base al versetto del Corano 2:106) che essenzialmente afferma che, in caso di contraddizione, i versetti "rivelati" successivamente nella carriera profetica di Maometto hanno la precedenza su quelli rivelati prima.
Ma innanzitutto, perché ci sono le contraddizioni? La classica risposta è stata che, poiché nei primi anni dell'islàm, Maometto e la sua comunità erano molto inferiori di numero rispetto agli infedeli, un messaggio di pace e coesistenza era appropriato (sembra qualcosa di familiare?). Tuttavia, dopo l'emigrazione a Medina e la crescita in numero e in potenza militare, furono "rivelati" i versetti intolleranti e violenti che spingevano i musulmani alla controffensiva – adesso che erano in grado di farlo! Secondo questa interpretazione, piuttosto comune tra gli ulema, si può solo concludere che i versetti miti della Mecca erano in ultima analisi un trucco per consentire all'islàm di guadagnare tempo per diventare sufficientemente forte da mettere in pratica i suoi "veri" versetti che richiedevano la conquista. In altre parole, come è stato tradizionalmente interpretato e messo in pratica dagli stessi musulmani, quando questi sono deboli o in una condizione di inferiorità, devono predicare e comportarsi secondo i versetti della Mecca (pace e tolleranza); quando invece sono forti, devono passare all'offensiva, secondo i versetti di Medina (guerra e conquista). Le vicende della storia islamica sono la testimonianza di questa dicotomia.
Un mio collega musulmano me lo confermò chiaramente durante una conversazione fortuita, ma rivelatrice. Dopo avergli esposto queste preoccupanti dottrine che rendono impossibile ai musulmani una coesistenza pacifica con gli infedeli – jihad, lealtà e ostilità, sostenere il giusto e vietare il male – gli chiesi in modo esplicito perché lui, come musulmano, non le sostenesse. Ma lui continuava ad essere evasivo, riferendosi agli altri versetti, abrogati, di pace e tolleranza. Pensando che si fosse dimenticato di queste enigmatiche teorie come l'abrogazione, con aria di trionfo, cominciai a spiegargli la differenza tra i versetti Meccani (tolleranti) e quelli Medinesi (intolleranti) e come i secondi abrogassero i primi. Mi sorrise con semplicità dicendo: "Lo so benissimo, ma io adesso sto vivendo alla Mecca!" – intendendo che, come il suo debole profeta che viveva alla Mecca sovrastato da una maggioranza di infedeli, anche lui, per sopravvivere, si sentiva in dovere di predicare pace, tolleranza e coesistenza alla maggioranza di Americani infedeli. [continua]

Vale la pena di leggerlo tutto, nonostante la lunghezza, questo indispensabile articolo provvidenzialmente tradotto da Paolo Mantellini. Perché, come già detto altrove, il nemico è tra noi, e per potercene difendere è necessario conoscerlo. E poi
MEMENTO: + 28.



barbara


18 gennaio 2009

IL VIAGGIO

Erano più di vent’anni che non partecipavo a un viaggio organizzato, ed ero un po’ intimorita da tutta quella serie di cose che sono intrinseche a un viaggio di questo genere e alle quali non ero più abituata: orari prestabiliti, levatacce mattutine, programmi intensissimi ai quali non ero sicura di poter reggere e, non ultime, le condizioni non ancora perfette delle mie zampe. Invece è andato tutto bene.
Ho avuto momenti di emozione e commozione intensissime. La registrazione della proclamazione dello stato di Israele da parte di Ben Gurion, che infinite volte avevo già sentito – e ogni volta mi aveva scossa fino al midollo – ma risentirla là dove era stata pronunciata, il trovarmi là dove la Storia era avvenuta, è stato qualcosa di sostanzialmente diverso.
E Yad Vashem. Non ce l’avevo fatta, l’altra volta, ad entrarci, e anche questa volta temevo di non riuscirci; poi ho provato, sono andata avanti, ad ogni passo mi dicevo basta, non ce la faccio, adesso torno indietro, poi facevo ancora un passo, e ancora uno, alla fine sono riuscita a farlo tutto. Anche il padiglione dei bambini. Sono contenta di averlo fatto, ma è stata una sofferenza davvero indicibile. E sempre, dietro al pensiero di ciò che stavo vedendo e vivendo, dietro alle impressioni ed emozioni del momento, una sorta di retropensiero: vengono qua, si commuovono da matti per gli ebrei morti, ma ogni volta che gli ebrei vivi si difendono per restare vivi cominciano a latrare come cani rabbiosi, ogni volta che gli ebrei vivi tengono fede al “mai più come pecore al macello” si indignano come vergini violate.
E il tunnel, quello che corre all’esterno del muro occidentale, detto muro del pianto e che i palestinesi hanno propagandato come “il tunnel che passa sotto le moschee e rischia di far crollare tutta la spianata” - propaganda prontamente raccolta dai generosi amanti della pace nostrani. Risultato di questa menzogna: almeno un centinaio di morti israeliani, travolti dalla “rabbia popolare” dei poveri palestinesi, indignati per l’affronto. Lungo il tunnel, di tanto in tanto, alcune nicchie, dove alcune donne si recano a pregare nel luogo più vicino a quello del Tempio originario; così profondamente immerse nella loro preghiera che probabilmente neppure si accorgono delle centinaia di visitatori che passano a pochi centimetri da loro.
E le due notti passate nel kibbuz di Kfar Giladi, al confine con il Libano, chiedendoci se i missili avrebbero cominciato a piovere subito o avrebbero cortesemente aspettato la nostra partenza. Hanno aspettato, ma va detto che quasi nessuno di noi era davvero preoccupato. Lì abbiamo anche incontrato un colonnello che ci ha informati sulla situazione. Ha spiegato che questa operazione è stata preparata durante molto tempo, studiando accuratamente la guerra del Libano di due anni e mezzo fa, analizzandone dettagliatamente tutti gli errori. Uno degli errori è stato quello di condurre l’operazione quasi esclusivamente con azioni condotte dall’aria, e questo errore, ha detto, non sarebbe stato ripetuto. Quando è stato dato spazio alle domande ho chiesto se oltre che della lezione del Libano sull’errore del condurre solo azioni dall’aria, è stato tenuto conto anche della lezione di Jenin sui rischi, per i nostri soldati, connessi alle operazioni di terra. Ha risposto: «Un esercito che, trovandosi nella situazione in cui noi ci troviamo, non è disposto a mettere in gioco la vita dei suoi soldati, non merita di vincere»: una risposta davvero degna di un soldato israeliano.
E la meravigliosa Angela – un’autentica forza della natura - che ci ha guidati, infaticabile e indistruttibile, per tutto il viaggio, con la sua competenza, con la sua dedizione, con la sua passione.
E poi ancora visi e paesaggi e incontri e racconti e storie ed emozioni ed esperienze e le discese ardite e le risalite su nel cielo aperto e poi giù il deserto e poi sì, è andata a finire ci siamo anche persi, nel deserto.
Ma questa è un’altra storia – e comunque il record dei quarant’anni non lo abbiamo battuto.

barbara


16 maggio 2008

DUE PESI E DUE MISURE? NOOOOO, MA QUANDO MAI!!

1. L’Italia ha aggredito la Yugoslavia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso l’Istria e la Dalmazia, passate alla Yugoslavia. Centinaia di migliaia di italiani hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre all’Italia. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
2. La Germania ha aggredito la Polonia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso la Prussia orientale, passata alla Polonia. Milioni di tedeschi hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre alla Germania. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
3. Il Giappone NON ha aggredito l’Unione Sovietica. Però ha perso la guerra. E ha dovuto cedere le isole Kurili all’Unione Sovietica, che gli aveva dichiarato guerra pochi giorni prima della capitolazione, all’unico scopo di impossessarsi di quelle isole. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle isole al Giappone.
4. Il numero quattro completatelo voi, che siete sicuramente molto più bravi di me.

barbara


30 marzo 2008

ARTICOLO 11: L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA

COSTITUZIONE ITALIANA

Articolo 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.


Art. 60
La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni.
La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

Art. 78
Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.

Art. 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.
[…]
Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.
[…]

Art. 103
[...] I tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. [...]

Art. 111
[...] Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra. [...]

E adesso per favore non venitemi a raccontare che la guerra è brutta sporca e cattiva e muoiono gli innocenti: lo so. E non è questo il tema del post. E non venitemi a raccontare che la guerra non si dovrebbe mai fare: sono perfettamente d’accordo che sarebbe bello se la guerra non si facesse mai; non sono invece d’accordo sul fatto che si possa sempre evitare. Ma non è questo il tema del post. Il tema del post è che chi ci viene a raccontare la storiella che la Costituzione italiana escluderebbe dal proprio ordinamento la possibilità della guerra, che non la contempla, che non la prevede, che non la ammette, sta dicendo una puttanata grande come una casa. Costituzione alla mano.

barbara


21 settembre 2007

CAMBIARE MUSICA

da un articolo di Guy Bechor

Abbiamo continuato a cantare le nostre canzoni di pace per così tanti anni che forse, a un certo punto, abbiamo semplicemente smesso di pensare. Abbiamo creduto così tanto alle parole di quelle canzoni, che avevamo scritto da soli, che abbiamo perso il contato con la realtà del Medio Oriente finché quella realtà, con tutti i suoi trucchi e le sue furbizie, ha fatto un uso cinico delle nostre canzoni e dei nostri sogni. Abbiamo creduto così tanto alle nostre canzoni da arrivare a pensare che la pace fosse a portata di mano se solo l'avessimo voluto.
I nemici della pace, guidati dalla Siria, hanno saputo approfittare della nostra ingenuità. Damasco ne ha fatto una scelta sistematica: ogni volta che si trovano in difficoltà, i leader del suo regime puntano il dito accusatore contro Israele e proclamano: Israele non è veramente interessato alla pace. E noi, storditi dalle nostre canzoni di pace, iniziamo a balbettare. E i siriani gridano: Lo vedete? Sono senza parole.
In che senso balbettiamo? Nel senso che, non capendo i trucchi dei siriani, poniamo condizioni per l'avvio dei colloqui, chiediamo il disarmo di Hezbollah, che la Siria accetti questo o quello. In questo modo il nostro messaggio non appare convincente, mentre i siriani ne escono vincenti. E la colpa dello stallo ricade sempre su Israele.
Per questo, sarebbe ora di cambiar politica a 180 gradi. La prossima volta che la Siria ci accusa, come fa sempre, di non volere la pace, anziché balbettare dobbiamo prendere nettamente posizione, dicendo chiaro e forte qual è la nostra nuova posizione.
È vero. Non vogliamo "fare la pace" con questo regime siriano. Non vogliamo avere nessun rapporto, certamente non rapporti accomodanti, con la feroce tirannia della minoranza alawita. La Siria è uno dei nostri vicini più importanti e cruciali. Quando diventerà un paese democratico, quando capirà il significato della pace e lascerà cadere le sue pretese territoriali che gli servono per tenere aperto il conflitto, allora potremo avere relazioni pacifiche.
Ma con l'attuale regime – responsabile del massacro di migliaia di siriani a Hama nel 1982, delle torture e uccisioni di detenuti nella prigione di Tadmor, dell'omicidio di decine di politici e leader libanesi, della violenta campagna anti-israeliana e anti-ebraica che dura da anni e anni, dell'attentato mortale contro il primo ministro libanese – con un regime come questo non siamo interessati ad instaurare nessuna forma di dialogo.
Gli osservatori, in Israele, continuano a domandarsi se sia arrivato il momento della pace con la Siria. Sono fissati con la questione del quando: quando ci sarà la pace con la Siria? E non si interrogano sulla sostanza: vogliamo davvero "fare la pace" con questo regime siriano? Possibile che la parola "pace" induca una sorta di riflesso pavloviano negli israeliani? Siamo automi? Non possiamo esercitare senso critico sulla qualità di questa "pace"? Non abbiamo fiducia in noi stessi? Non abbiamo dignità?
I siriani sarebbero messi in imbarazzo da una siffatta posizione israeliana, perché contestandola attirerebbero l'attenzione sull'elenco dei loro crimini e dei loro fallimenti. In effetti, qui sta il paradosso: se affermiamo di volere la pace, il regime alawita di Damasco ci può attaccare; se diciamo semplicemente che la pace con quel regime non ci interessa, deve rinunciare al bluff.
Con un'ultima osservazione. La Siria non ha rapporti pacifici con nessuno dei suoi vicini arabi. Al massimo i rapporti coi suoi vicini vanno dalla aperta ostilità all'avversione reciproca: variano da ostili a gelidi i rapporti della Siria con il Libano, la Giordania, la Turchia, l'Iraq, l'Egitto, l'Arabia Saudita, l'Autorità Palestinese e così via. Perché mai dovrebbero essere pacifici quelli con Israele? Forse è tempo che iniziamo a capire quanto siano irragionevoli certe nostre convinzioni.
(YnetNews, 30 agosto 2007 - ripreso da israele.net)

Bene, abbiamo tirato il fiato a sufficienza: adesso è ora di tornare alle cose serie, come questo articolo molto politically incorrect che ha il raro coraggio di dire chiaro e tondo come stanno le cose.


barbara

AGGIORNAMENTO: leggere QUI.


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