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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 febbraio 2012

ILAN, SEI ANNI FA

È un lunedì mattina grigio e piovoso, uno di quei lunedì di febbraio che si preferirebbe trascorrere a letto piuttosto che in macchina, ma Patricia G. deve andare a lavorare, è al volante della sua Citroën. Come me, fa la segretaria. Non so se sia sposata, se abbia figli. So semplicemente che è una giovane donna di trentotto anni, nera e francese, che percorre quotidianamente la strada da Longpont a Sainte-Geneviève-des-Bois per andare in ufficio. E allora, su questo tragitto così familiare, mentre i tergicristalli spazzano via la pioggia incessante, immagino che pensi al sole del suo Camerun natale. Alla serata precedente, o a quella del giorno dopo, o alla spesa, al bucato, sì, immagino che Patricia G. sia immersa nei propri pensieri quando vede sulla sua destra, giusto prima del cartello di entrata dell’abitato di Villemoisson-sur-Orge, una forma che assomiglia ad un corpo. Per un istante pensa di stare delirando, viaggia a cinquanta all’ora, potrebbe aver visto male... La scena è così sconvolgente che guarda una seconda volta per essere sicura; sì, ciò che vede lungo la linea della RER C è effettivamente un essere umano. L’uomo - o la donna, non sa – sembra nudo e accasciato. Patricia G. non aspetta di arrivare in ufficio per telefonare: chiama subito la polizia dal suo cellulare.
Grazie alla telefonata di questa automobilista, Ilan è stato rinvenuto lunedì 13 febbraio alle otto e cinquantacinque da due poliziotti di quartiere: un uomo e una giovane tirocinante, poco più grande di lui. I due agenti lo hanno trovato nudo, ammanettato, il corpo interamente bruciato, addossato alla rete metallica che impedisce l’accesso alle rotaie. La barriera era troppo alta per essere scavalcata, si sono dovuti allontanare per trovare un accesso più facile e ritornare fino a lui da una parte più agevole. Allora hanno visto che aveva del nastro adesivo intorno alla fronte e al collo. Hanno visto che era coperto di ematomi, di bruciature, che era ferito al tendine di Achille e alla gola. Alla gola la piaga formava un buco.
Ilan respirava ancora. Debolmente, ma respirava. Non si era arreso alle fiamme. Aveva cercato di vivere. Dopo l’inferno del sequestro, dopo la paura, il freddo, la fame e il dolore, dopo i colpi di taglierino e di coltello, dopo che gli hanno dato fuoco come una torcia, ha subito il calvario «dell’ultima marcia»... Il calvario di migliaia di ebrei prima di lui.
Il poliziotto è salito sul binario per ispezionare il luogo. La giovane tirocinante è rimasta vicino a mio figlio. È rimasta con lui fino all’arrivo dei pompieri alle nove e quindici, non era ancora morto e forse poteva sentirla, sì, è quello che mi ripeto per non diventare pazza, Ilan non è morto come un cane, ha sentito la voce di questa ragazza prima di morire, una voce dolce e fraterna, è tutto ciò che posso dirmi.
Dopo parecchi arresti, il suo cuore ha cessato di battere definitivamente, e il suo decesso è stato constatato a mezzogiorno all’ospedale Cochin. (Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp.86-87)

Ilan Halimi, ebreo francese, ventitrè anni: selezionato in quanto ebreo, adescato, rapito, selvaggiamente torturato, perché ebreo. Infine bruciato vivo, perché ebreo. E in tutti quegli interminabili ventiquattro giorni del suo sequestro la polizia francese ha impiegato tutte le proprie risorse per evitare di riconoscere la matrice antisemita del crimine, per evitare di arrivare a scoprire dove Ilan fosse nascosto, per evitare di mettere le mani sui suoi torturatori finché Ilan era ancora vivo. E oggi? Oggi tanto impegno profuso mentre Ilan era ancora vivo ha raggiunto il suo massimo coronamento, negandogli giustizia anche da morto.

barbara


1 aprile 2008

OSSA NEL DESERTO

Il deserto è quello che circonda Ciudád Juarez,



cittadina al confine tra il Messico e gli Stati Uniti.



E le ossa sono quelle delle centinaia di donne rapite, violentate, assassinate, mutilate (ma forse, a volte, prima mutilate e poi assassinate). Ogni tanto questa drammatica vicenda che si trascina ormai da una buona quindicina d’anni fa capolino nei nostri mass media, ogni tanto qualcuno tenta di denunciare questo incredibile dramma, ma l’attenzione dura poco, e si rivolge presto altrove. Si sa poco di questa storia, ci viene raccontato. È tutto avvolto nel mistero, ci viene detto. È una vicenda dai contorni sfumati, ci viene dato a bere. Non è vero: di questa storia si sa tutto. Si sa chi, si sa quando, si sa come, si sa dove, si sa perché. Il problema non è la mancanza di notizie, il problema è un altro: il problema è che i nomi coinvolti sono troppo grossi, e troppo vasti gli interessi collegati, e troppo stretti i legami con i vertici delle istituzioni. Ed ecco allora spuntare dal nulla il colpevole perfetto: arabo, alcolizzato, pregiudicato per tutta una serie di violenze sessuali. E se poi, quando lui è in galera, sparizioni e uccisioni continuano? Niente paura, abbiamo la spiegazione: è lui che paga dei sicari per far credere che non era stato lui neanche prima - ma noi che siamo furbi non ci lasciamo mica abbindolare. Ecco, non appena qualcuno denuncia la scomparsa della figlia, o non appena viene ritrovato un cadavere, prima ancora che si sia cominciato a indagare, o prima ancora che sia stato identificato il corpo, provvedere immediatamente a informare l’opinione pubblica che lei comunque era una poco di buono, aveva una doppia vita, e insomma se l’è proprio andata a cercare. Ecco conferenze stampa in cui si annuncia che i casi sono praticamente tutti risolti. Ecco sparire, oltre alle donne, anche giornalisti e investigatori. Ecco che, quando un’avvocatessa coraggiosa si rifiuta di lasciarsi intimidire, si spara a suo figlio. Ecco, quando uno scrittore con molto pelo sullo stomaco scrive un libro – questo – con nomi e cognomi e indirizzi e fatti e circostanze e documenti, e le minacce di morte non bastano a fermarlo, passare agli agguati. C’è tutto, in questo libro – ci sono anche quelle terrificanti venti pagine del capitolo 18, “Vite spezzate”, riempite unicamente di nomi, età e condizioni del cadavere – o di ciò che ne è rimasto – al momento del ritrovamento. Serve uno stomaco piuttosto robusto, per affrontare questo libro, però bisogna leggerlo: almeno come omaggio postumo alle centinaia di vittime innocenti di persone senza cuore e senza scrupoli, e di una cultura in cui basta nascere donne per perdere ogni diritto al rispetto, ogni diritto alla dignità, ogni diritto alla vita. (Pubblicato – pubblicando? Pubblicaturo? – su LibMagazine)

Sergio González Rodríguez, Ossa nel deserto, Adelphi



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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