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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


4 maggio 2011

FAMO A CAPISSE

Ammazzarlo no, non si doveva, è stato un errore, è stato un crimine, è stata una violazione delle regole democratiche, non è stata giustizia è stata vendetta, giustizia è processare i criminali, non farli fuori.

 
ok. ma...

Norimberga non è stato un atto di giustizia: che razza di giustizia è un processo fatto dai vincitori sui vinti?! Norimberga è stata una vendetta!

Mai sentito? Io sì, miliardi di volte. Probabilmente dagli stessi che adesso strepitano trovando da ridire sulla scelta, operata fin dall’inizio, di ucciderlo. Ora, premesso che mi riesce difficile immaginare qualcosa di più grottesco e assurdo di un processo a Bin Laden – e non credo ci sia bisogno di perdere tempo a spiegare perché, dato che il perché, si sia o non si sia d’accordo con la mia convinzione, immagino sia perfettamente chiaro a chiunque, tranne chi abbia deciso di recitare la parte dell’ipocrita a oltranza – premesso questo, dicevo, davvero le anime belle di cui sopra sarebbero soddisfatte se un cittadino saudita, formatosi in Sudan, attivo in Afghanistan, catturato in Pakistan venisse giudicato e condannato in un processo istruito negli Stati Uniti da autorità statunitensi e presieduto da giudici statunitensi? Davvero tutte queste anime belle del garantismo senza se e senza ma non avrebbero niente da ridire? Davvero si quieterebbero e converrebbero che “giustizia è fatta”? Perché questi qui assomigliano proprio tanto tanto tanto a quelli – ne ho scritto qui – che la guerra no, l’embargo no, il terrorismo si combatte con l’intelligence, ma non appena un terrorista viene messo in condizione di non nuocere grazie a un’operazione di intelligence, scatenano il finimondo perché l’intelligence è una cosa sporca e non va bene per niente.
E dunque, anime belle di tutto il mondo, famo a capisse: a parte il trionfo del terrorismo e delle dittature e la macellazione rituale degli innocenti, esiste a questo mondo qualcosa che vi vada bene? O, per lo meno, quando parliamo di terrorismo e di lotta al terrorismo, sappiamo di cosa stiamo parlando?
(E anche oggi un po’ di musica adeguata alla circostanza)

barbara


2 maggio 2011

OGGI È UN GRANDE GIORNO

In agosto tornammo in Arabia Saudita. Un giorno, per sfuggire al caldo soffocante, alcuni fratelli Bin Laden organizzarono una gita alla casa di villeggiatura della famiglia, situata a Taef, in montagna, a circa due ore d'auto da Jeddah. Costruita negli anni Cinquanta o Sessanta, la casa era enorme e dozzinale, ma lassù faceva un po' più fresco. Ed era una variante alla solita routine. Noi donne ci sistemammo nell'ala femminile, con i bambini.
La mia piccola Najia aveva pochi mesi, come Abdallah, il figlio che Osama aveva avuto da Najwah, la giovane siriana nipote della madre di lui.
Il bambino di Osama pianse per ore. Aveva sete. Najwah tentava di dargli l'acqua con un cucchiaino, ma il bambino era troppo piccolo per bere in quel modo. Offrii a Najwah il biberon dal quale la mia bambina succhiava acqua tutto il giorno.
«Prendilo, Abdallah ha sete» dissi. Ma lei, nonostante stesse per scoppiare in lacrime, rifiutò il biberon. «Non vuole l’acqua» continuava a ripetere. «Non vuole usare il cucchiaio.»
Fu Om Yeslam a spiegarmi che Osama non voleva che il bambino usasse il biberon. La povera Najwah non poteva opporsi. Era infelice e impotente, una figura patetica, così giovane, con quel bambino in braccio che piangeva disperato. Io non credevo ai miei occhi.
Il caldo era spaventoso, intorno ai quaranta gradi. Un neonato si disidrata in poche ore a quelle temperature. Non riuscivo a credere che si potesse far soffrire il proprio figlio per qualche ridicolo dogma su una tettarella di gomma. Non potevo stare a guardare senza fare nulla.
Sicuramente Yeslam poteva intervenire. Purtroppo, io non ero autorizzata ad andare da lui per pregarlo di intercedere: in quanto cognata non potevo entrate nella, zona maschile a viso scoperto. Però una sorella, cresciuta senza velo tra i fratelli, aveva il permesso di farlo. Quindi pregai una delle sorelle di Yeslam di andare a chiamarlo. Quando arrivò, lo aggredii. «Di' a tuo fratello che suo figlio sta male. Il bambino deve bere dal biberon. Non può continuare a piangere.» Yeslam tornò scuotendo il capo. «È inutile. Osama è fatto così.»
Ero esterrefatta. Nel viaggio di ritorno non riuscivo a pensare ad altro. Osama poteva disporre a suo piacimento della moglie e del figlio: questo era un dato di fatto. Sua moglie non osava disubbidirgli: anche questo era un dato di fatto. Peggio ancora, nessuno avrebbe avuto l'ardire di intervenire. Persino Yeslam pareva condividere il principio che faceva di Osama il padrone assoluto della sua famiglia. La forza e l'autorità che avevo tanto ammirato in mio marito cominciarono a dileguarsi nell’incandescente aria del deserto.
Mentre Yeslam guidava in direzione di Jeddah, io stringevo i pugni e guardavo dal finestrino il mondo squallido che mi circondava. Mi sentivo mancare l’aria sotto il velo.
Sono sicura che Osama non intendeva nuocere al figlio, ma per lui la sofferenza del bambino contava meno di un principio che probabilmente si fondava su un verso del Corano. La famiglia era intimidita dal suo zelo religioso. Nessuno lo avrebbe mai criticato. Per i Bin Laden, come per molti sauditi, il rispetto delle norme religiose non è mai eccessivo. (Carmen Bin Laden, Il velo strappato, pp. 86-88)

Ieri, 27 di Nissan, era Yom haShoah: tutto Israele alle 10 in punto si è fermato per due minuti al suono delle sirene per ricordare i sei milioni di ebrei annientati – con molte complicità – dalla furia nazista. Sei milioni di ebrei sono stati annientati ma non è stato annientato l’ebraismo che, anzi, è più vivo che mai e continua ad offrire al mondo cultura e scienza e tecnologia e arte e spettacolo e molto altro ancora. Totalmente annientato è stato invece il nazismo, a partire dal suo profeta, così come fin dalla notte dei tempi sono stati annientati tutti coloro che hanno tentato di annientare gli ebrei.
Oggi è stato il turno di un altro profeta dello sterminio, ebraico innanzitutto, ma estendibile e spesso esteso anche a tutti coloro che non si uniformano al suo delirio di morte. È stato eliminato Osama Bin Laden, e possiamo considerarlo come un supremo atto di giustizia universale. Cambierà concretamente qualcosa? Non lo so. La rete terroristica si è talmente estesa e ramificata che sicuramente non finirà con la sua morte. Ma d’altra parte è un fatto che il terrorismo in generale e il terrorismo islamico in particolare si nutre di simboli, al punto che una vera o presunta profanazione del Corano è ritenuta motivo sufficiente per uccidere decine di persone del tutto estranee ai fatti in questione, e devastare e distruggere senza limiti. E Osama Bin Laden, con la sua dichiarazione di guerra al mondo intero, era indubbiamente un simbolo dei più potenti. Qualunque direzione possano prendere adesso gli eventi, una cosa comunque possiamo dire con certezza: oggi il mondo è un posto migliore.

barbara


11 dicembre 2010

INSALATA MISTA DI NOTIZIE E FATTI VARI

Leggo che un tale ha ammazzato una donna, l’ex convivente. Leggo che aveva già tentato di ammazzarla – e l’aveva ferita gravemente - cinque anni fa, e che quattro anni fa era stato e processato e condannato a otto anni e qualcosa. Sono contraria alla pena di morte, come sa chi mi frequenta. Anche per i più efferati assassini. Anche per i mafiosi. Anche per i terroristi. Però a quei giudici che si prodigano con tutte le loro forze perché potenziali assassini, stupratori, terroristi possano diventare assassini, stupratori, terroristi effettivi, un paio d’ore di sana tortura al giorno per un paio di dozzine d’anni le appiopperei volentieri.

Leggo poi sul Corriere di mercoledì 8 dicembre che 18 Paesi hanno deciso di boicottare la cerimonia del Nobel per solidarietà alla Cina, oltraggiata dal conferimento del premio a un delinquente che osa pensare, e forse anche dire, che in Cina non si vive la migliore vita possibile nel migliore dei mondi possibili. Tali Paesi sono:

1. Arabia Saudita
2. Iran
3. Kazakhstan
4. Pakistan
5. Venezuela
6. Russia
7. Sudan
8. Cuba
9. Vietnam
10. Afghanistan
11. Filippine
12. Colombia
13. Egitto
14. Iraq
15. Marocco
16. Serbia
17. Tunisia
18. Ucraina

Scrive Pierluigi Battista sul Corriere che i boicottatori sono evidentemente quelli che “condividono con Pechino una certa affinità ideologica o comportamentale nel trattamento repressivo nei confronti dei dissidenti, nell’umiliazione dei diritti umani, nella scarsa considerazione per le procedure e l’ossigeno di libertà di cui si nutrono le democrazie.” Mi permetto di aggiungere che la Cina, al pari di tutti o quasi gli stati della lista, ha anche una politica fortemente antiisraeliana (in lingua politically correct si dice filopalestinese, che suona meglio, esattamente come all’organizzazione fondata con l’obiettivo di distruggere Israele è stato dato il più accettabile nome di Organizzazione per la Liberazione per la Palestina – e nessuno vuole ricordarsi che all’epoca della sua fondazione i cosiddetti Territori Occupati non erano occupati affatto. Non da Israele, per lo meno), e con la “Palestina” condivide davvero il trattamento dei dissidenti.

Sul Corriere di giovedì 9 dicembre trovo il titolo: Rogo nel carcere a Santiago. Muoiono arsi vivi 83 detenuti. E se consideriamo che i titoli non sono mai del giornalista che firma l’articolo bensì del titolista, ossia di uno che fa di mestiere quello che scrive i titoli, siamo proprio nella sezione “Braccia rubate all’agricoltura”, sottotitolo “Giornalisti, andate a zappare”.

barbara


29 settembre 2009

NO IO SUL SERIO QUESTA COSA QUI NON LA CAPISCO MICA

Cioè, dite che è un genio? Ok, è un genio, io ho visto solo Chinatown e non ho nessun problema a riconoscere che è un capolavoro. Dite che sono passati più di trent’anni e lui è cambiato? E questo non lo so, il tempo passato di per sé non sono tanto convinta che sia un argomento – che sarebbe come dire, dal momento che sei riuscito a mettercelo in quel posto per tutto questo tempo allora ti meriti un bel premio alla carriera – e se sia cambiato davvero non so: generalmente uno che cambia magari si rende conto che drogare e stuprare una tredicenne non è proprio proprio tanto una bella cosa, e non mi pare che abbia fatto molto per mostrare di essersene reso conto, ma diamo pure per buono che sia cambiato. Dite che uno che ha passato una parte dell’infanzia in un ghetto e ha perso la madre ad Auschwitz ha avuto la vita talmente segnata da meritare qualche attenuante? Non so, ma facciamo finta di dare per buona anche questa. Ma quello che davvero non arrivo a capire è: perché un sacco di “personalità”, donne comprese, si mobilitano in difesa di uno che a quarant’anni suonati ha stuprato una bambina di tredici? Che cazzo ha a che fare il possedere doti artistiche con lo stupro di una bambina? Se ad essere stuprate da un ultraquarantenne fossero state le figlie di questi emeriti pezzi di merda, sarebbero pronti a chiudere un occhio perché eh, cazzo, quello che ha stuprato mia figlia è un genio, mica un troglodita, un grande regista, mica un calzolaio, un artista eccelso, mica un manovale! Ma andate tutti affanculo, va’. E naturalmente, cari artisti mobilitati per la Grande E Nobile Causa, naturalmente non mi auguro che vengano violentate le vostre figlie, questo davvero no, ma un gran cazzo in culo a tutti voi, quello sì che ve lo auguro, e con tutto il cuore, credetemi.

E poi naturalmente lui, e poi
MEMENTO: +29.

barbara


28 marzo 2009

RITO ABBREVIATO

Premetto che non ho nessuna competenza in campo giuridico per cui può anche darsi che dica qualche stupidaggine, ma il rito abbreviato non doveva essere quella cosa che io dico subito sì sono stata io e così loro si risparmiano di dover cercare le prove e allora, in cambio di questo favore, mi fanno uno sconto di pena? Com’è allora che si chiede il rito abbreviato per qualcuno che continua a proclamarsi innocente? E da questa cosa non dovevano essere esclusi gli omicidi?

 

barbara


27 novembre 2008

QUINTA ORA IN SECONDA B

Personaggi ed interpreti:

D, maschio, kosovaro, musulmano, ultraripetente, quindicenne, alto circa uno e settantacinque.
A, femmina, kosovara, musulmana.
Io, la prof.
La classe, nelle vesti del Coro.

D: Professoressa, professoressa, A non la smette di picchiarmi!
Io: E fa bene!
Il Coro: Sghignazza sgangheratamente.
A: Continua a menare diligentemente, senza lasciarsi distrarre.

(Ma sì, dai, che a volte, dopotutto, è anche un bel mestiere, il mio).

barbara


6 settembre 2008

QUALCUNO ME LA SPIEGA?

No, perché io davvero non ci arrivo mica. Dunque succede che uno, in modo illegale, si fa una barca di soldi. Poi succede che, continuando ad essere culo e camicia con la mafia, con tutti quei soldi si compra giudici e parlamento e raccatta i migliori avvocati. E così succede che mentre il parlamento gli fa una legge che accorcia i tempi della prescrizione e i giudici chiudono occhi e orecchie, gli avvocati attaccandosi a tutti i cavilli possibili e immaginabili riescono a tirarla in lungo quanto basta perché quando finalmente si arriva al processo il soggetto non possa essere condannato in quanto i reati COMPROVATAMENTE COMMESSI hanno finito per cadere in prescrizione. Ed è a questo punto che succede la cosa che io non arrivo a capire, e cioè che mezza Italia si mette a strepitare Ecco, visto? È stato assolto! Ora, io capisco che uno possa anche fare il tifo per lui – cioè, non che lo capisco nel senso che lo capisco, insomma avete capito quello che intendo – in fin dei conti ognuno ha i suoi interessi, e dunque c’è chi scrive sui muri Forza Etna per via che quel bravo ragazzo ogni tanto fa fuori un po’ di terroni che come ben sappiamo sono brutti sporchi e cattivi tutti dal primo all’ultimo e senza eccezioni – compresi quelli che si chiamano Francesco Nardi e confondono la bibbia col vangelo ma questa è un’altra storia che oltretutto neanche vi riguarda e quindi non vedo perché ve la dovrei raccontare. Oppure ci sono quelli che fanno il tifo per la mafia perché dà da vivere a un sacco di gente – poi, vabbè, a un sacco di altra gente dà da morire, ma in fin dei conti non si può mica pretendere tutto dalla vita, no? – e se qualcuno ti ha fatto un torto loro ti aggiustano subito le cose in quattro e quattr’otto mica come lo stato che dopo dieci anni sei ancora lì che aspetti e poi magari alla fine viene anche fuori che hai aspettato per niente. E dunque occhei, c’è chi fa il tifo per l’Etna, chi per la mafia, e c’è anche chi fa il tifo per lui. Però quando l’Etna sputa fuori lava non ti vengono mica a dire, tifo o non tifo, che ha sputato fuori candeggina, eccheccazzo! E allora perché ti vengono a raccontare che un prescritto è stato invece assolto, che di sicuro saranno gli stessi che chiamano esule un ladro latitante corrotto e corruttore? Perché, cazzo, ditemelo voi: perché?

barbara

NOTA che non c’entra niente ma mi va bene di metterla qui e quindi qui ve la beccate. Siete tutti caldamente invitati – e spero che sia chiaro che “invitati” è un puro e semplice eufemismo – a fare un salto nel blog di Deborah a leggere alcune bellissime cose di Herbert Pagani che ha postato in questi ultimi giorni. I miei lettori più antichi le conoscono già, perché le hanno lette qui qualche anno fa in occasione dell’anniversario della morte, ma siccome non ho voglia di andarle a ripescare fuori, andate a leggervele di là, che una rinfrescatina alla memoria non fa mai male.


20 aprile 2008

CHE COSA NE PENSATE?

È una domanda che rivolgo a tutti voi, a proposito di un caso avvenuto qui in regione.
Succede che una ragazza, arrivata intorno ai vent’anni, comincia a mostrare segni di disagio, di scarso equilibrio, disturbi psicologici. Dopo qualche tempo inizia una psicoterapia; un giorno, nel corso di una seduta, racconta un sogno, che la psicologa interpreta come manifestazione di una violenza sessuale subita, e a questo punto la ragazza “ricorda” che quando era bambina il parroco l’aveva violentata, e lo denuncia. Normalmente in questi casi la denuncia fa immediatamente scattare l’effetto domino: non appena il primo ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto, subito ne spuntano altri dieci a dire sì, anch’io, è successo anche a me. Questa volta no, non succede: nessuno, né ragazzo né ragazza, denuncia scorrettezze, né tanto meno molestie, da parte del parroco, anzi, in molti si fanno avanti per testimoniarne l’assoluta correttezza. Tutti quelli che avevano a che fare con la ragazza all’epoca dei presunti fatti – insegnanti, amici, vicini – la ricordano come allegra, serena, solare, entusiasta nel sostenere varie attività parrocchiali, nessuno ha mai notato segni di disagio. Si vanno a ripescare i suoi diari dell’epoca: anche lì nessuna traccia di turbamenti o disagi; quando, nel raccontare le sue attività, si trova a nominare il parroco, ne parla sempre con grande entusiasmo, lo definisce “una persona meravigliosa”. Si arriva al processo. Di prove neanche l’ombra, indizi praticamente zero, salvo il ricordo indotto della ragazza e l’interpretazione della psicologa, e il prete viene assolto. La famiglia, che si è costituita parte civile e ha chiesto un risarcimento milionario, ricorre in appello, e il processo si è finito di svolgere in questi giorni. Nessun ulteriore elemento a carico del parroco è emerso nel frattempo, mentre alcuni altri conoscenti sono venuti a portare la loro testimonianza di una adolescente assolutamente serena. Ciononostante il parroco è stato riconosciuto colpevole e condannato a sette anni e mezzo di galera e a un risarcimento di settecentomila euro. A me viene da dire solo: boh.

barbara


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27 marzo 2008

FINO A QUANDO?

Due anni fa aveva violentato due sorelline, ma era stato scarcerato per decorrenza dei termini. Adesso ha violentato una bambina di quattro anni; l’identificazione è stata fatta per mezzo del liquido seminale trovato addosso alla bambina.
E che non mi si venga a dire che farsi giustizia da soli è una cosa che non si fa.

barbara


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18 febbraio 2008

PATTO SOCIALE

Il patto sociale dovrebbe essere quella cosa che se mi fanno un torto io rinuncio a farmi giustizia e lo stato, in compenso, mi garantisce che la giustizia me la fa lui. OK. Ora, succede – cioè, non è che succede ora: succede tutti i giorni e quella di cui sto parlando è semplicemente l’ultima della serie – che un tizio violenta tre bambine, viene condannato a 5 anni, ma un giudice decide che se ne può tornare a casa. Con l’obbligo di firma, e magari un giorno qualcuno me lo spiegherà cosa diavolo cambia l’obbligo di firma. E infatti pare che cambi davvero pochino, perché il signore in questione, tra una firma e l’altra, ha avuto tutto il comodo di trombarsi un’altra bambina. Di quattro anni. E a questo punto uno si chiede: se lo stato non fa la sua parte nel patto sociale, io continuo lo stesso ad essere tenuta a rispettare la mia? E perché mai dovrei? Sarebbe per caso giustizia, questa? E dunque, io lo dico chiaro e tondo, se io fossi la mamma di quella bambina, non ci penserei neanche mezzo secondo a riportare i conti in pari e a farmi giustizia da sola. Non con un bell’omicidio semplice e pulito: scordatevelo! L’omicidio sarebbe preceduto da una bella botta di efferate sevizie. Allo stupratore? Beh, sì, certo, anche a lui. Dopo.

barbara


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13 novembre 2007

FINALMENTE

                                             

una notizia confortante. Con la notizia collaterale che la madre, alla lettura della sentenza, ha dato in escandescenze: davvero intollerabile che un bravo padre che, alle prese con una figlia scapestrata, fa l’unica cosa giusta da fare, invece di ricevere premi ed elogi venga addirittura condannato a stare in galera. Tipico comportamento da madre, direi. A commento del quale aggiungo qui un piccolo post che avevo fatto qualche anno fa nell’altro blog.

MAMME

La mamma di L.
A quel tempo non c’era LA scuola media; c’erano LE scuole medie: la media vera e propria, col latino, con cui poi si andava alle superiori; la commerciale, con stenografia, dattilografia e computisteria, con cui si andava a far l’impiegata, e l’avviamento professionale. L. avrebbe voluto fare la media, ma sua madre l’ha iscritta alla commerciale. Non per problemi economici, va detto, anzi, finanziariamente era messa molto meglio di me. Finita la scuola, a quattordici anni ancora da compiere, le ha immediatamente trovato un impiego in un ufficio, e a ogni fine mese andava a riscuotere lo stipendio. Lei, la madre. L’anno dopo L. si è fatta prestare 15.000 lire dal nonno, si è iscritta alla scuola serale di ragioneria, due anni in uno. Mattina in ufficio, pomeriggio in ufficio, sera a scuola e notte a fare i compiti e studiare. A quindici anni. A fine anno ha vinto la pagella d’argento, come seconda migliore allieva della scuola, con un premio di 25.000 lire, con le quali ha pagato il debito fatto l’anno prima col nonno. La madre le ha sequestrato le restanti 10.000 lire e ha proibito al proprio padre di farle altri prestiti, così L. non ha potuto proseguire nello studio. Ha lasciato passare alcuni anni, in modo che la madre pensasse che si fosse messa l’anima in pace, e quando ha cominciato a lasciarle una piccola parte dello stipendio si è di nuovo iscritta a una scuola serale, un corso triennale, giusto per poter avere un titolino di studio il più presto possibile e poi, con successive integrazioni, è arrivata ad iscriversi all’università: mattina al lavoro, pomeriggio al lavoro, sera a scuola, notte a studiare, domenica a sentire gli improperi della madre per indurla a lasciare lo studio. Avevamo quasi trent’anni, lei sposata da tempo, fuori casa, ormai prossima alla laurea, che quando tornavo dai miei per le vacanze di Natale o di Pasqua mi fermava per strada per dirmi: «Tu sei sua amica, a te ti ascolta: diglielo tu che lasci perdere con quella stupida università».
Naturalmente non si è mai accorta che il suo amante, quando L. aveva dieci anni, le infilava le mani nelle mutande.

La mamma di I.
«Cattiva. Davvero, Lei non può neanche immaginarselo quanto era cattiva. Due anni, aveva, ed era di una cattiveria da non credere. E le ho provate tutte, sa, l’ho picchiata, lei non si immagina neanche quanto, anche col bastone, talmente forte che una volta il bastone si è perfino rotto: niente. Non si immagina neanche quante notti le ho fatto passare in cantina, chiusa a chiave, al buio: niente. Due anni, aveva, ed era talmente cattiva che non si riusciva a piegarla né col bastone, né con le notti in cantina».
Nessun medico è mai riuscito a capire perché I., già fin da piccolissima, soffrisse di mal di testa talmente violenti da provocarle quasi le convulsioni.

La mamma di E.
E. strizza spesso gli occhi, come quelli che hanno un tic, ma E. non ha un tic: strizza gli occhi a causa di un piccolo nervo del cervello lesionato da una bastonata di suo padre. Spesso, da bambino, era nero di lividi dalla testa ai piedi. Quando aveva undici anni suo padre ha cominciato a violentarlo, e ha continuato per dieci anni, quando poi finalmente è crepato. La mamma di E. non si è mai accorta di niente.

La mamma di M.
Era da un pezzo che aveva dei sospetti, così un pomeriggio è uscita dicendo che sarebbe restata fuori tutto il pomeriggio. Mezz’ora dopo è rientrata, è andata in camera e ha trovato conferma ai suoi sospetti: padre e figlia a letto assieme. Era una donna decisa, la mamma di M. con le idee sempre ben chiare su che cosa si deve fare, anche nelle situazioni difficili. E lo ha fatto, immediatamente, senza la minima esitazione: ha buttato fuori di casa la figlia, e si è tenuta il caro marito.

barbara

AGGIORNAMENTO: visto oggi per strada: bambino in carrozzina, un anno o giù di lì, che piange. Mamma che urla: “Roberto! Basta! Io non ti sopporto più, hai capito? IO DI TE NON NE POSSO PIÙ!”


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21 ottobre 2007

DICE IL SIGNOR MASTELLA

che De Magistris ha montato tutto il teatrino per finire sui giornali e diventare un “eroe nazionale”: ricorda niente? Non ricorda i proclami di uno scrittorello infame sui “professionisti dell’antimafia”, primo atto di un processo di delegittimazione e isolamento di chi per combattere la mafia metteva a rischio la propria vita e infine, grazie a tale isolamento, ha finito per perderla? Non ricorda le volgari insinuazioni sull’attentato dell’Addaura che il suddetto “professionista dell’antimafia” avrebbe messo in scena da sé per mettersi in mostra? Tempi neri ci aspettano: prepariamoci.

barbara


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20 ottobre 2007

FINE



 

casta-giustizia 1:0

barbara

AGGIORNAMENTO: (e per una volta tanto non è neanche OT): andate qui e fate il vostro dovere: gli amici dei mafiosi no pasaran! (e già che ci siete date anche un'occhiata a tutto il blog: lo merita)


7 ottobre 2007

APPELLO URGENTE: UNA RAGAZZA GIOVANE IN ATTESA DELL'IMPICCAGIONE

Fakhte Samadi in attesa dell'impiccagione

Stamatina mi hanno contattato dall'Iran per segnalarmi un altro caso triste di una ragazza giovanissima che commise un omicidio ed oggi si trova in attesa dell'impiccagione. E' già in atto una grande mobilitazione per lei.

la storia: lei, Fakhte Samadi, si trasferisce dalla sua città nativa, dopo il divorzio dal marito, a Teheran per costituirsi una vita piu tranquilla e si fa assumere in uno studio dentistico come segretaria.
In questo nuovo lavoro, Fakhte conosce un uomo di 80 anni che le propone di andare a vivere a casa sua come badante. Quando lei si trasferisce a casa sua, dopo pochi giorni se ne accorge che il vecchietto ha intenzioni diversi da quelli proposti inizialmente. In diverse occasioni, il datore del lavoro le ha proposto di sposarlo. Lei sempre ha rifiutato, ma dopo l'ultima offerta viene rinchiusa in casa e sottoposta a varie pressioni e le viene tolta addiritura i medicinali che le servivano per calmare il suo stato nervoso e che ne assumeva tante.
In un tentativo di fuga, e in mancanza dei medicinali, lei affera un pezzo di ferro e colpisce la testa dell'uomo che muore subito. I familiari non hanno concesso il perdono e la magistratura dei mullah senza tener conto delle circostanze sanitarie e sociali e psicologiche ha condannato Fakhte Samadi a morte. Successivamente anche la Corte suprema dei mullah riconferma la condanna.
Recentemente il suo fascicolo è stato trasferito all'ufficio dell'esecuzione delle condanne dell'ufficio penale di Teheran. Fakhte Samadi è stata inserita nella lista di attesa per impiccagione.
Le persone che mi hanno segnalato il caso, mi hanno chiesto di lanciare sul piano internazionale e dell'opinione pubblica con la speranza che la magistratura iraniana, grazie alla mobilitazione internazionale conceda la revisione del caso di questa ragazza giovanissima che cercava una vita serena e tranquilla ma la sua poverta l'ha condotta in una direzione diversa da quella desiderata e amata.
Anticipatamente ringrazio e mi inclino di fronte a coloro che vorrebbero dare una mano a questa ragazza che vive in una situazione veramente disperata e pericolosa.
Per favore scrivete e telefonate e mandate fax all'ambasciata iraniana a Roma chiedendo di revisionare il caso della signorina Fakhte Samadi

cordiali saluti

karimi davood

tel:3387862297 (qui, dal sito Iran democratico)

Gli iraniani democratici esistono. Gli iraniani che amano la libertà e il rispetto dei diritti umani e della dignità umana esistono. Non abbandoniamoli alle mani dei carnefici. Non possiamo fare molto, ma quel poco che possiamo fare, facciamolo. Raccogliamo l’appello di Karimi, scriviamo all’ambasciata, diffondiamo questo appello alle nostre mailing list, pubblichiamolo nei nostri blog: quella poca voce che abbiamo, tiriamola fuori tutta.

barbara


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22 settembre 2007

LA PUREZZA PRIMA DI TUTTO

"L’Occidente ti rende impura". Reclusa dal marito
di Ferruccio Repetti - sabato 22 settembre 2007, 10:03
da Genova

In lacrime, con addosso soltanto il pigiama, le braccia protese a chiedere aiuto. E la disperazione sul volto olivastro, all’apparenza giovane, ma già segnato dalla sofferenza: l’hanno vista così, le prime persone che si sono strette intorno a lei, in pieno giorno, sulla strada che sale verso le alture di Prà, nel ponente genovese. Il quartiere è una foresta di cemento, tante case popolari e altrettanti problemi di convivenza fra probi e malavitosi. Ma la solidarietà non manca, la gente di qui non fa mai finta di niente, non si gira dall’altra parte quando vede che bisogna dare una mano.
La ragazza si agita, poi riprende a singhiozzare, mostra segni evidenti di percosse. Ma aiutarla, una parola! Anche perché lei parla un linguaggio incomprensibile. Arrivano i carabinieri, poi un interprete che sa di arabo. E viene fuori la storia che è un incubo, che non vorresti mai ascoltare: la storia di E.H., origine marocchina, ventenne appena, ma già sposata da cinque con un manovale di 23 anni che lavora a Genova e abita con la madre in una casa del quartiere. In quella casa c’è anche lei, la moglie. Solo che «da tre anni - racconta adesso a fatica - vivo chiusa a chiave in una stanza, loro due non mi lasciano mai uscire se non per andare al gabinetto. Ma fuori casa, mai. Dicono che non devo essere inquinata dall’Occidente...».
Per due anni, dopo il matrimonio, E.H. è rimasta in Marocco, presso la sua famiglia, coltivando la speranza «che un giorno, lui mi ha promesso che mi fa venire a Genova, vivremo insieme, ci vogliamo bene». Il momento giusto arriva: il viaggio dal Marocco al capoluogo della Liguria, dal passato al futuro... Ma il marito, che ha un regolare permesso di soggiorno in Italia e sembra ormai perfettamente integrato nella società occidentale, mette subito le cose in chiaro: «Tu da questa stanza non ti muovi, devi restare pura».
L’integralismo islamico c’entra, ma allora cos’ha a che fare con le botte, le violenze morali, le privazioni cui la sottopone periodicamente il consorte con l’«assistenza» della madre? La giovane moglie intanto subisce due aborti, per qualche tempo spera che le cose cambino in meglio, che lui e la suocera la smettano di tormentarla. Niente da fare: «Guai se esci, guai se entri in contatto con questo mondo schifoso!». E.H. non si rassegna: più la picchiano, più le infliggono sofferenze, più lei trova rifugio nella voglia di affrancarsi, un giorno o l’altro, finalmente. Comincia a pensare di evadere, da quella prigione. L’occasione capita l’altro pomeriggio, quando il marito è fuori e la suocera si distrae un attimo e dimentica di chiudere come sempre la porta della stanza con la chiave. La ragazza, che non vede il cielo da tre anni, ne approfitta. Con le forze che le restano, con il «vestito» che indossa da mille giorni, ogni minuto della vita, scappa in strada. È qui che la trovano, è qui che la soccorrono, è qui che cercano di restituirle la speranza. Ora E.H., marocchina da tre anni a Genova senza aver mai visto Genova, è affidata a un istituto religioso. Le suore cercheranno di curarle le ferite del corpo - i medici hanno accertato «numerose ecchimosi ed ematomi» - e soprattutto dell’animo. I carabinieri, nel frattempo, hanno rintracciato il marito e sua madre. È scattata la denuncia per entrambi: sequestro di persona e maltrattamenti per lui, favoreggiamento per lei. Denuncia a piede libero, comunque. Mentre lei, E.H., vent’anni di cui tre «vissuti» fra quattro mura, riesce appena adesso a capire cos’è la libertà. (qui)

Denuncia a piede libero, comunque. Per questo è così difficile essere ottimisti sul futuro dell’Italia. Vedremo poi se per una volta le nostre amate femministe avranno qualcosa da dire o se taceranno, ancora una volta, come per l’assassinio di Hina, come per le aggressioni a Dounia Ettaib, come per l’infibilazione, come per tutte le migliaia di musulmane oppresse, vessate, picchiate presenti nel nostro territorio e abbandonate al loro inferno domestico con la rassicurante scusa che “è la loro cultura” e che “loro sono abituate così” e che “noi chi siamo per” e “con quale diritto” e chi più ne ha più si sbrodoli (gli si piantasse almeno una spina di pesce in gola, gli si piantasse).


barbara


19 settembre 2007

NOTIZIE LOCALI

Un commerciante, bloccato per un’ora da una coda sull’autostrada del Brennero, è arrivato in ritardo a un appuntamento di lavoro. Poiché la cosa era dovuta a un incidente, poiché l’incidente era avvenuto da circa un’ora e mezza, poiché ciononostante la coda non era segnalata, il commerciante ha fatto causa all’autostrada. E l’ha vinta. Ci ha messo quattro anni, e il risarcimento che ha ottenuto, 200 euro, non è certo tale da cambiargli la vita, però mi sembra ugualmente una notizia interessante, e positiva.

In base a una recente legge relativa al turismo sessuale, un tizio di queste parti è stato arrestato per essersi “accompagnato” in Tailandia, Cambogia e altri Paesi del Sudest asiatico, con bambine di dodici anni. Il tizio era già agli arresti domiciliari per il reato di diffusione di materiale pedo-pornografico. E adesso ditemi: dove li stava facendo gli arresti domiciliari? No, dico, provate un po’ a indovinare dove li stava facendo.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 19/9/2007 alle 15:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


4 agosto 2007

A PROPOSITO DI DON GELMINI

Naturalmente non so se sia innocente o colpevole e non ho alcun elemento per prendere una qualsiasi posizione, ma quando vengono fuori accuse infamanti nei confronti di preti che lottano contro la mafia o contro un qualunque altro tipo di criminalità organizzata disturbandone pesantemente l’attività, le mie antenne cominciano a vibrare. Quanto alla signora Luxuria che si precipita a dire “No ad assoluzioni preventive”, qualcuno dovrebbe informarla che qui non siamo in Unione Sovietica, né a Cuba: qui siamo in una democrazia, e nelle democrazie è la colpevolezza che deve essere provata e non decretata preventivamente, non il contrario. Almeno chi siede in parlamento, queste cose le dovrebbe sapere.

barbara


20 giugno 2007

COSÌ, PER DIRE

È successo una decina d’anni fa, a qualche chilometro da qui. C’è una curva, disegnata alla pene di segugio, come si dice in italiano elevato, che in breve tempo si è conquistata il titolo di “curva della morte”. Succede dunque un giorno che un camionista, esattamente mentre sta affrontando quella curva, si mette a cercare con encomiabile concentrazione una cassetta da sostituire a quella inserita, che è finita. L’autista dell’autobus che stava arrivando in senso contrario, si è messo a urlare disperato “Ma cosa fa? Ma cosa fa?” ma oltre a urlare, povera anima, e cercare di utilizzare fino all’ultimo millimetro della dozzina di centimetri che separavano le ruote dell’autobus dal precipizio, non poteva fare. Il camion ha centrato in pieno la fiancata esterna dell’autobus, squarciandola: otto morti, fra cui due coppie con, rispettivamente, quattro e cinque figli, tutti bambini, e diciassette feriti. Un anno prima a Torino quello stesso camionista aveva centrato una donna in bicicletta, facendola secca sul colpo. E uno si chiede: cosa diavolo ci faceva, quello, a piede libero e per giunta con la patente e alla guida di un camion? E poi si chiede: ma se c’è gente che ha tempo da dedicare a qualche buona causa, perché non va a fare cagnara per i criminali in libertà piuttosto che per quelli in galera – o semplicemente ai domiciliari?

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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