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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


21 dicembre 2010

CAZZO, ANCHE GLI EBREI HANNO UN’AVIAZIONE!



Ve l’avevo preannunciato: in quella colossale schifezza che è “Con le peggiori intenzioni”, una pagina bella c’è. Questa.


È l'estate del Sessantasette. Quella in cui il mondo ha
preso a camminare vorticosamente. Sono trascorse poche settimane dalla conclusione della Guerra dei sei giorni. L'atmosfera in casa Sonnino, sebbene tutti siano troppo snob per aderire completamente agli umori della comu­nità ebraica, è ancora elettrica. Le mensole ingombre di quotidiani con titoli cubitali. Suvvia, è stato emozionante per chi ha vissuto certi tempi, per chi ha visto i propri de­cenni cuginetti deportati, per chi si è dovuto nascondere, per chi ha sopportato la violazione del proprio domicilio e lo scorticamento della propria anima, per chi ha tremato per il suono sordo degli stivali tedeschi e il clamore ferri­gno dei loro ordini mortuari di quel fatale Sedici Ottobre, vedere un esercito ebraico così formidabilmente equipag­giato annichilire lo stranumeroso nemico arabo sotto la guida di quel Messia ebraico del generale Yitzhak Rabin. Lo abbiamo già detto, in fondo: i Sonnino non sono tipi da commuoversi su Israele, non sono tipi da finanziarlo, non sono quel genere d'ebrei per cui Israele innanzitutto. Israele non è altro che una delle concrete propaggini della Me­moria Ebraica da loro guardate con diffidenza. No, i Sonnino sono dell'altro tipo: orgogliosamente affezionati al loro ufficio di sobri dispensatori di spirito critico e obbiettività. Chiediamo molto a Israele. Giustizia e democrazia. Tolleranza e laicismo. Proprio dagli israeliani, in guerra permanente, pretendiamo un comportamento esemplare, da padri pellegrini, da ultima frontiera: inflessibilmente duri ma severamente giusti. Ma stavolta no, è stato im­possibile trattenere l'emozione: ci siamo commossi, abbia­mo sofferto, perso il sonno, tifato, temuto realmente che Israele potesse smettere di esistere, scomparisse dalla fac­cia della terra, un nuovo genocidio ebraico e l'ennesimo sogno tramutato in tragedia. Abbiamo subito avuto l'im­pressione che stavolta le cose sarebbero andate diversa­mente. Abbiamo compreso che lo stoicismo con cui i geni­tori attesero di essere massacrati ha insegnato ai figli l'inderogabile necessità di combattere. Non potete capire l'orgoglio che riempie il cuore di Bepy. Incredibile che in una manciata di ore la piccola aviazione israeliana (cazzo, anche gli ebrei hanno un'aviazione!) abbia annientato i reattori russi, messi a disposizione degli egiziani e dei giordani, assicurandosi una supremazia aerea assoluta. E come quegli eserciti composti per lo più da masse analfa­bete e demotivate abbiano ceduto di fronte a un piccolo esercito compatto e così straripante di motivazioni.
Questo ha lasciato nell'animo di Bepy e dei suoi fa­miliari una sinistra euforia. È strano continuare a occu­parsi di cose insignificanti quali mandare avanti l'ingros­so, ricevere rappresentanti, organizzare feste in maschera, scoparsi modiste minorenni, mentre in una parte di mon­do nient'affatto lontana si consuma una vittoria così schiacciante dell'armata ebraica. Per vari giorni tutti in fa­miglia hanno continuato a comperare cinque quotidiani, delusi dalla progressiva perdita d'interesse dei giornali italiani per quell'evento straordinario, addolorati dalla fa­ziosità filoaraba della maggior parte dei commentatori. Come se un giornalismo impeccabile fosse tenuto a de­cantare ogni giorno l'inusitata potenza dell'esercito israe­liano. Sono diverse notti che Bepy dorme poco. Si alza, ascolta la radio, guarda la televisione. È scostante e irrita­bile. Soffre di quella sindrome periferica - quella sensa­zione di decentramento rispetto ai fatti della Storia - che ben presto porterà suo figlio Teo a emigrare laddove la Storia ancora esiste e la Cronaca non ha che un peso esor­nativo. (Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, pp.101-103)



E ricorda, questo letterario “Cazzo, anche gli ebrei hanno un’aviazione!”, quell’incredulo – e autentico – “Juden haben Waffen!” levatosi in quel giorno d’aprile nel ghetto di Varsavia. E continueranno ad averle, armi e aviazione: se ne facciano una ragione i nemici di Israele, e si vadano ad ascoltare questo messaggio. Per gli amici, invece, questo capolavoro di tre minuti e mezzo.


barbara


11 aprile 2010

YOM HA SHOAH

Oggi, 11 aprile, giorno 27 del mese di Nissan, è Yom ha Shoah, e lo voglio celebrare con le parole di Ugo Volli.

Davar Acher - Yom ha Shoà, il nostro modo di ricordare

Questa sera, nel mondo ebraico, inizia Yom ha Shoà. Non la cerimonia civile europea del Giorno della Memoria, con tutta la sua popolarità pubblica e l’importanza rispetto al sentire comune della società italiana che sappiamo, ma anche con tutte le ambiguità che sono progressivamente emerse negli ultimi anni: paragoni impropri con altre stragi, col trattamento attuale degli immigrati o addirittura con la politica difensiva dello Stato di Israele, dibattiti viziati da volontà propagandistica sul ruolo di soggetti terzi come la Chiesa, un certo generale buonismo che rischia di occultare i meccanismi veri della distruzione dell’ebraismo orientale.
Yom ha Shoà è invece una ricorrenza nostra, una cerimonia che rappresenta forse la prima cellula della elaborazione storico-religiosa della grande tragedia che il nostro popolo deve ancora metabolizzare secondo i tempi lunghi e i modi caratteristici del pensiero ebraico. Una linea di riflessione non banale può essere suggerita dal nome ebraico della ricorrenza, che non è semplicemente Yom ha Shoà, il ricordo del “disastro” che l’Europa ha inferto al nostro popolo con responsabilità differenziate, ma certo non tutte riconducibili alla persona di Adolf Hitler o all’azione del suo partito. La ricorrenza è chiamata in Israele Yom ha Shoà Vegvurà, giornata della sciagura e dell’eroismo (o, se vogliamo risalire un po’ più indietro nell’etimologia, addirittura della forza). Gvurà è un termine che appartiene alla nostra tradizione religiosa, che per esempio compare fra le benedizioni del mattino (“Tu che cingi Israele di eroismo”).
Rispetto all’immagine comune della Shoà, quella per intenderci che si celebra comunemente nel Giorno della Memoria, c’è un’evidente incongruenza. Non potrebbe esserci accostamento più stridente col paradigma della vittima non solo innocente ma quasi inconsapevole che è diventata in Europa la lente dominante dell’interpretazione popolare della Shoà. È chiaro che durante la Shoà ci sono stati degli eroi, nel senso comune del termine, i Giusti delle nazioni, innanzitutto, ma anche i resistenti che si sono ribellati a Varsavia come altrove. Si può notare come costoro, nell’immaginario popolare rappresentato dai film di successo, abbiano di recente preso un’immagine un po’ gaglioffa, da avventurieri o vendicatori da strapazzo. Anche se questa non è certo la verità storica, sappiamo dagli scritti dei sopravvissuti, per esempio di Primo Levi, come l’esperienza della Shoà non sia stata per lo più affatto eroica in questo senso, perché i deportati erano costretti dentro una macchina costruita per umiliarli e toglier loro la dignità prima di ucciderli e certo non in condizione di opporsi con la forza fisica ai loro aguzzini.
Eppure è importante pensare che vi sia stata gvurà nel popolo ebraico perseguitato, vi sia stata cioè la capacità di opporre l’ebraismo alla barbarie. È quel che tante testimonianze riferiscono. È importante farlo per onorare la memoria delle vittime, per restituire loro una faccia e un comportamento ebraico (anche questo vuol dire Iad vashem); ma anche per contrapporsi all’idea che l’ebreo buono sia la vittima, l’agnello sacrificale, come in fondo ci vorrebbe ancora oggi l’Europa civile e progressista, che ci ama come vittime e ci rimprovera oggi di difenderci. La Shoà, come la vediamo noi, è un momento di lutto, ma anche di gvurà, di sciagura e di eroismo. Come tanti altri episodi nella nostra storia, disastri riscattati dalla volontà, dalla capacità, dalla fede necessaria per non lasciarsi abbattere e continuare la nostra strada. Questo dice la nostra memoria storica in formazione e non dobbiamo certo meravigliarci che sia diverso da quel che dice agli europei il loro Giorno della Memoria.

Ugo Volli

Legenda


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Non so se quella che segue sia una storia vera ma, per quello che so di Israele e per quello che so di un buon numero di sopravvissuti, può benissimo esserlo. In ogni caso mi sembra molto adatta a completare la celebrazione di questa ricorrenza nello spirito giusto.

Istantanee - Perach la-nizzol ("Un fiore per il sopravvissuto")


"Stasera ho il 'fiore': non torno per cena", aveva comunicato lapidariamente Itamar alla madre, chiudendo il telefono.
"Fiore?!" fece eco perplessa la madre, ma lui aveva già chiuso la comunicazione. Aveva indossato una divisa stirata; il fiore l'avrebbe portato Noa, una soldatessa bruttina, ma che un po' gli piaceva. Si trovarono sotto l'edificio dove abitava la sopravvissuta dalla Shoah, con cui avevano appuntamento quella sera; l'esercito aveva organizzato incontri tra soldati e sopravvissuti, all'insegna del motto: "un fiore per il sopravvissuto".
La loro sopravvissuta li aveva già bidonati due volte, ma loro non si tiravano indietro.
Mentre salivano le scale, fianco a fianco, i loro occhi si incrociarono imbarazzati: da quando erano nati avevano nelle orecchie il suono delle sirene che commemoravano il giorno della Shoah; avevano letto sui libri di scuola la testimonianza degli orrori più atroci; avevano sentito i discorsi degli insegnanti e del direttore e seguito le interviste alla televisione, ma un sopravvissuto non lo avevano mai affrontato a tu per tu.
Le loro famiglie erano venute dall'Europa prima delle persecuzioni: la famiglia di Itamar si era installata nel primo quartiere ebraico di Tel Aviv, i genitori di Noa si erano incontrati in kibbutz. "…mah! Non so cosa proprio cosa dirle…" fece a bassa voce Noa, come parlando tra sé. Il piccolo grugnito di assenso che le venne dalla parte di Itamar la rincuorò un poco. Itamar era lungo lungo e magro, sembrava proprio un palo del telefono conficcato di fronte alla porta, pensò Noa, prendendo coraggio dal suo impaccio per decidersi a suonare. La sopravvissuta aprì la porta con un sorriso gioviale, recuperò con destrezza il fiore che pendeva malinconicamente dalla mano di Noa e fece accomodare gli ospiti in salotto. Un "salotto polacco" , con pesanti poltrone di velluto color senape col poggiatesta di trine all'uncinetto e fiori di stoffa nei vasi. Alle pareti erano appesi quadri a olio, con boschi, laghetti e cigni; un gatto grasso e rossiccio li sorvegliava dal divano. La sopravvissuta sparì svelta in cucina, riemergendone subito con un vassoio di metallo argentato con i bicchieri per il tè e una torta di cioccolata.
"Osem!" annunciò con una risatina confidenziale, lei non aveva tempo per fare i dolci, li comprava al supermercato - del resto, le torte della "Osem" erano decisamente più buone delle sue… Era piccola e rotondetta, con un viso dorato di cipria e le labbra tinte di rosa vivace. Mentre i due soldati sorbivano il tè, lanciando furtive occhiatine intorno, lei se li guardava ben bene; alla fine del rapido, ma accurato esame, emise un sospiro complice e, alzatasi con slancio dalla poltrona, corse via. La sentirono frugare in un'altra stanza: "Adesso arriva con le foto di famiglia", sussurrò Noa e Itamar annuì in fretta, mettendosi un dito sulle labbra: "Occhio, non è sorda!!", diceva l'indice di Itamar.
Il gatto sbadigliò, accigliato, poi salto giù dal divano e andò incontro alla padrona, mettendosi alle sue calcagna. Lei tornò con due barattolini, si risedette, assestandoseli in grembo, e entrò subito in argomento: "Sei proprio carina - fece, rivolta a Noa - però, la pelle…Hmm! La pelle bisogna curarla di più, con questo clima!"
"…ma io sono nata qui!" - protestò Noa. "E meno male!!" tagliò corto la sopravvissuta, "ma la pelle è una cosa delicatissima! Pensa, una cosa tanto fragile ci difende da quando siamo nati: non bisogna aiutarla un po'?". Si guardò intorno un attimo, in cerca di ispirazione, poi spedì Itamar a dar da mangiare al gatto. Approfittando di essere sole per un momento, spiegò a Noa come curare i foruncoli e come rendere la pelle luminosa. Aveva certe ricette di creme che faceva sua nonna a Cracovia, altro che Helena Rubinstein. Una volta arrivata in Palestina, dopo il lager e dopo il campo a Cipro, aveva subito capito che bisognava aggiornarsi ed era andata a studiare da estetista, era stanca di avere la pelle bruciata dall'aria calda del Paese. "E, poi, sciogliti i capelli, vedrai che figurone fai", disse col tono più naturale del mondo; Noa si rese conto all'istante che non le restava che ubbidire. "Krasavitza! Bellissima!- fece la sopravvissuta gioiosamente - voi due mi chiamate signora Fleiszman, ma il mio nome è Eva: cara bambina, dammi retta". Si chinò in avanti, confidenziale, e spiegò che il suo problema era la pelle troppo bianca: "Ce l'avevano tutte le donne di famiglia, mia madre e sei sorelle…: in Polonia era una gran bella cosa, ma, quando sono arrivata qui, mi chiamavano "faccia da morta", "saponetta", ma per il bucato, capisci?".
"Saponetta?", fece Noa, non troppo sicura di aver capito. "Be', 'saponetta' erano tutti i reduci dai campi di concentramento agli occhi degli ebrei di qui, ma…'saponetta da bucato' ero solo io: un bel guaio!", spiegò Eva e fece un piccolo gesto con la mano: "Così va la vita, bambina mia, ognuno è affezionato a quello che conosce, mica bisogna prendersela…Quando verrà il Messia, capiremo anche questo. Io, lo vedi?, metto la cipria scura così questo biancore lo vedo solo io, al mattino, e sai che? Sono contenta della mia pelle di latte - l'orgoglio delle donne di casa mia, in Polonia, però".
Tornò Itamar, scortato dal gatto che miagolava penosamente : "Gli ho dato da mangiare, come mi aveva detto lei, ma mi sembra scontento", osservò , un po' avvilito, perché gli piaceva il diversivo del gatto per rompere il ghiaccio della Shoah.
"Ah, Mitzi! Che gatto simpatico! – esclamò Eva - è come gli uomini, quando stanno bene, si lamentano! Non ci fare caso… Quando stavamo laggiù , chi si lamentava? Eravamo troppo occupati con tutte le tzures, chi aveva la forza di lamentarsi?" e, indirizzandosi in particolare a Noa, enunciò: "Mio marito - di benedetta memoria - cominciava la giornata così: Eva?! Perché non hai ancora acceso la stufa: si gela! Eva?!, Il gatto miagola che mi ha fatto diventare sordo, ma gli darai da mangiare una buona volta? Eva dove sei? …Già fuori a spettegolare con la vicina - e io son qua che muoio di fame… Eva! Accidenti a te! Fatti vedere almeno, così dico 'buongiorno' alla mia disgrazia…".
Di fronte alla faccia dei due ospiti, la signora Fleiszman si sentì in dovere di aggiungere: "Vediamo di capirci, ragazzi. Ho incontrato mio marito nel campo a Cipro, era lo stesso Dov Baer che mi faceva il filo, quando eravamo ragazzini a Cracovia, un miracolo! Il nostro è stato un matrimonio proprio d'amore, abbiamo fatto tre splendidi figli insieme, e ci siamo adorati sino all'ultimo, quando il mio Dov è morto schiacciato da un torpedone - riposi in pace! Ma la vita è la vita e gli uomini son fatti così".
Poi fece vedere le foto dei tre splendidi, che avevano studiato tutti all'università, e della relativa prole. Fuori era già buio: "Ragazzi - disse la signora Fleiszman - è ora che torniate alla base. Della Shoah avete già sentito parlare abbastanza a scuola, ma… è sulla vita che avete ancora un po' da imparare. Per conto mio, io adesso devo andare: vado a spiegare come curare la pelle alle donne del 'rifugio per le mogli picchiate', e mi sa che ne hanno bisogno". Mentre li accompagnava alla porta, tese a Noa il sacchetto di plastica con i barattoli di crema: "La pelle è proprio un miracolo, così delicata e così forte. Ricordati! … e dalle una mano a proteggerti, perché da quando sei viva ti porti dietro un miracolo - e magari te lo scordi".
Già mentre scendevano le scale, Itamar si accorse che Noa gli sembrava proprio carina.

Marina Arbib

                                                       

Ecco, è una bella storia, è una storia bella, a me è piaciuta e la voglio regalare anche a voi.
(Poi, certo, occorre ricordare che al mondo c’è anche tanta brutta gente, rinnegati e traditori come questa qui, che tradisce il proprio Paese e ne mette a repentaglio la sicurezza per aiutare questa gente qua, che condivide la stessa cultura di questi altri qui. Mah …


barbara


7 ottobre 2009

UNA NAZIONE CHE STA PER SCOMPARIRE?

Nell'estate del 1942 la "soluzione finale" degli ebrei voluta da Hitler era già in atto e le informazioni sullo sterminio in corso erano già ampiamente diffuse. A Varsavia era cominciata l'evacuazione del ghetto con il trasporto degli abitanti verso Treblinka e altri campi di sterminio. I polacchi lo sapevano, e a conferma di questo si può citare un articolo pubblicato il 15 agosto 1942 su "Naród", periodico del Partito cristiano democratico del lavoro:

«In questo momento, da dietro le mura del ghetto sentiamo i gemiti e le urla disumani degli ebrei che vengono assassinati. L'astuzia spietata sta cadendo vittima dello spietato potere brutale e nessuna Croce è visibile su questo campo di battaglia, visto che tali scene risalgono a epoche precristiane. Se la cosa continua, non passerà molto tempo prima che Varsavia dica addio al suo ultimo ebreo. Se fosse possibile organizzare un funerale sarebbe interessante vedere la reazione. La bara susciterebbe tristezza, pianto o forse gioia? [...] Per centinaia di anni un'entità aliena, malevola, ha abitato i settori settentrionali della nostra città. Malevola e aliena dal punto di vista dei nostri interessi, così come da quello della nostra psiche e dei nostri cuori. Quindi non assumiamo atteggiamenti falsi come prefiche professioniste ai funerali - siamo seri e sinceri [...]. Compatiamo il singolo ebreo, l'essere umano e, per quanto possibile, se dovesse smarrirsi o tentare di nascondersi gli tenderemo una mano amica. Dobbiamo condannare coloro che lo denunciano. E' nostro dovere esigere che quanti si permettono di sogghignare e schernire mostrino invece dignità e rispetto di fronte alla morte. Ma non ci fingeremo affranti per una nazione che sta per scomparire e che, dopotutto, non è mai stata vicina ai nostri cuori» (Saul Friedländer, Gli anni dello sterminio, p. 536).



La nazione non è scomparsa, anzi si è costituita come Stato d'Israele sulla terra che biblicamente e storicamente le appartiene. Ma continuano ad esserci persone pronte a "compatire il singolo ebreo, l'essere umano" se qualcosa di simile all'Olocausto dovesse ripetersi, ma che non sarebbero per niente "affrante per una nazione che sta per scomparire e che, dopotutto, non è mai stata vicina ai loro cuori". Questo gli ebrei israeliani l'hanno capito, e hanno deciso che piuttosto di essere compatiti mentre li stanno ammazzando e compianti dopo essere morti preferiscono essere odiati mentre sono vivi. L'odio per loro da molte parti aumenterà, ma da alcune parti aumenterà l'amore.
Marcello Cicchese
(Notizie su Israele, 17 settembre 2009)

Qualcuno invece continua ad avere qualche difficoltà a capire che quel “mai più” pronunciato sulle ceneri di Auschwitz, significava esattamente questo: mai più. Come per esempio la Norvegia, come provvede a informarci l’odierna cartolina. Ma niente paura: se hanno difficoltà a capire, prima o poi riceveranno anche loro qualche lezione supplementare di recupero. E nel frattempo
MEMENTO: +37.

barbara


6 ottobre 2009

ADDIO A MAREK EDELMAN ULTIMO EROE DEL GHETTO DI VARSAVIA

C’era chi lo chiamava eroe, suscitando le sue ire. Altri non sopportavano il fumo di quelle sigarette che lui, medico cardiologo, ha continuato a fumare imperterrito, fino a quando gli è stato possibile. C’è chi chiedeva di incontrarlo pensando di trovarsi dinanzi ad un idolo vivente, del quale fare poi il panegirico e l’apologia, salvo poi, alla prova dei fatti, accorgersi che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e modesto, era molto diverso dal personaggio che gli era stato cucito addosso. È morto Marek Edelman, figura straordinaria di militante politico del Novecento. A questo secolo, peraltro, era rimasto profondamente legato, in tutto e per tutto, avendolo vissuto quasi interamente e, perlopiù, sulla sua pelle. Era nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia (ma altre versione datano la sua nascita al 1922, nella città di Varsavia) da una famiglia di «ostjuden», quegli ebrei dell’Est europeo che avevano forgiato e diffuso la cultura jiddish alla quale Edelman era molto legato, senza però mai viverla come dimensione esclusiva della propria identità. Di essa, nel dopoguerra e nei decenni a seguire, ne rappresentò infatti quel che era sopravvissuto, soprattutto dopo il tragico vuoto creato dalla Shoah e le persecuzioni staliniste. Della vita delle comunità ashkenazite aveva quindi respirato tradizione e innovazione, figlio com’era di una famiglia modesta ma stabilmente inserita nel tessuto sociale polacco. Non fu pertanto un caso se, ancora giovanissimo, avesse da subito scelto l’impegno politico nel Bund, il partito dei lavoratori ebrei di Russia, Lituania e Polonia. Formazione solidamente socialista, «mama Bund», così come veniva chiamata, raccoglieva un largo consenso tra gli operai e i salariati. Per i più costituiva l’alternativa al sionismo ma anche ad un capitalismo radicale e, tratti, brutale. La formazione politica nella prima gioventù gli tornò molto utile dopo l’occupazione tedesca del suo paese. Durante gli anni del ghetto, a Varsavia, operò clandestinamente nel gruppo di resistenza organizzato dalla sua organizzazione. Successivamente, quando venne costituita la ZOB, la Zydowska organizacja bojowa (l’Organizzazione ebraica di combattimento), e Mordechai Anielewicz ne divenne il comandante, si unì ad essa guidando le squadre di combattimento del Bund. Nei duri combattimenti che si svolsero nelle quattro settimane di resistenza del ghetto Edelman, che era il vicecomandante dell’organizzazione, si distinse per determinazione e coraggio. Dopo la fuga, avvenuta il 10 maggio 1943, si nascose nella parte “ariana” di Varsavia. Mantenne unito ciò che rimaneva della ZOB e con i suoi uomini partecipò alla rivolta di Varsavia, che scoppiò nell’agosto 1944. Figura feticcio, suo malgrado, della Resistenza europea, nel dopoguerra rimase in quella Polonia che andava trasformandosi in una democrazia popolare, malgrado dovesse subire gli effetti del rinnovato antisemitismo. Mentre i pochi correligionari sopravvissuti allo sterminio lasciavano il paese Edelman completò gli studi e iniziò a lavorare come medico. Non dismise tuttavia il suo impegno politico, riconoscendosi in un socialismo dal volto umano, molto distante dalla religione civile imposta da Stalin e dai suoi uomini. Per questa ragione fu arrestato in più di una occasione dal regime, odiato com’era per l’autonomia di pensiero e per la professione di libertà. Nel 1968, quando anche in Polonia il movimento degli studenti faceva sentire le sue ragioni, venne ingiustamente licenziato dall’ospedale nel quale lavorava. Negli anni settanta intraprese, insieme ad altri, l’avventura di Solidarnosc, partecipando prima alla fondazione del Kor, il Komitet Obrony Robotników (il Comitato di difesa degli operai), insieme a Jacek Kuron e Adam Michnik, e poi all’attività del sindacato politico. Di quest’ultimo fu consigliere ai vertici, intervenendo in prima persona alla «Tavola rotonda», il negoziato condotto tra il sindacato e la giunta militare di Wojciech Jaruzelski, per garantire alla Polonia una transizione alla democrazia post-comunista basata sulla non violenza e sul consenso. Nel 1989 fu eletto deputato alla Dieta, il Parlamento nazionale, incarico che assolse fino al 1993. Nel 1998 l’allora Presidente Aleksander Kwasniewsky, suo antico avversario politico, lo insignì dell’ordine dell’Aquila, la massima onorificenza. Uomo schietto e sagace, era noto per la sua concezione antiretorica della vita. Nei suoi libri, a disposizione del pubblico italiano (ed in particolare «Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell'insurrezione» una lunga conversazione dell’autore con Hanna Krall; «Il guardiano», curato da Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn; «Arrivare prima del buon Dio» sempre con Hanna Krall), ci ha fornito il ritratto potente di una Polonia che, se non c’è più, tuttavia continua a pulsare nelle speranze di quella parte della nazione che crede nella libertà come evento non astratto, quando si accompagna alla giustizia sociale. Come tale, avversò la deriva populista del suo paese, durante il governo dei gemelli Kacynski, per poi riemergerne con la vittoria del liberale Donald Tusk. Edelman è stato uomo dalle molte vite: giovane bundista, non meno giovane attivista e dirigente dei ribelli del ghetto, poi maturo medico, militante sindacale, esponente dell’ultima intellighenzia ebraico-polacca, si congeda da noi nel mentre ciò per cui aveva lottato, l’Europa unita, sembra tanto a portata di mano quanto fragile e incerto. Uomo del confronto e del dialogo, ha riconosciuto i cambiamenti quando questi si sono verificati (ai tedeschi riconosceva di essere stati capaci di cambiare) ma non ha mai concesso nulla ad un ottimismo di circostanza. Di sé ha sempre detto che si occupava della vita, come esponente dell’umanesimo socialista ma anche come medico. Se ne è andato a novant’anni, molto tempo dopo la scomparsa del mondo da cui proveniva, troppo presto rispetto al paese e al continente che avrebbe voluto costruire.

Claudio Vercelli

Niente da aggiungere: rendiamo onore a un grande combattente, a uno di quegli anonimi eroi che, straccioni e affamati e quasi senz’armi, per quasi un mese seppero tenere testa al più potente esercito del mondo.

            

barbara


25 maggio 2009

IL VESTITO BELLO

La lettura era tratta dal libro “Racconti della resistenza europea” di Lucia Tumiati. Raccontava di un ghetto che non viene nominato, ma che dovrebbe essere quello di Varsavia, dei bambini che vivono tutti raccolti nella scuola perché i loro genitori non ci sono più, della vecchia maestra Tamara che deve badare a tutti loro, degli spari per strada perché questa volta gli ebrei hanno deciso di non farsi prendere vivi e di morire come vogliono loro e non come vogliono gli altri, del soldato tedesco che ad un certo punto si affaccia alla finestra e dice che devono andare. E la maestra, prima di metterli in fila, ogni bambino piccolo per mano a uno più grande, ordina loro di mettersi il vestito bello. Ci speravo ma non ci contavo troppo, quando ho fatto la domanda: “Perché, secondo voi, gli fa mettere il vestito bello?” Ci speravo ma non ci contavo, e invece uno ha alzato la mano e lo ha detto: “Per morire con dignità”.
Mi sono commossa. (Meditate che questo è stato)

    

   



 

     
     
                                                  

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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