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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


5 luglio 2011

IL MATRIMONIO DI DANIEL IL MATTO

Roma 1778.

Combinare un matrimonio non è poi difficile, diceva spesso Shoshanna, nel presentarsi a qualche genitore in pena. Se la ragazza è giovane e bella, se la dote è consistente e se il pretendente è un lavoratore, timorato di Dio, possono riuscirci perfino quattro comari. I miei servizi sono preziosi invece quando le cose si fanno complicate. Quando perfino la merce più pregiata diventa difficile da collocare sul mercato.
Volete qualche esempio, chiedeva? Ce n’è una gamma infinita! L’età di uno dei due. La mancanza di una congrua dote. Qualche difetto, da una parte o dall’altra. O magari, has ve shalom, qualche diceria più o meno motivata sulle virtù della sposa. Allora si che serve una vera sensale per combinare uno shidduch. Una che sappia mettere in evidenza i pregi del prodotto e trovare un compratore capace di apprezzarli. Una come me per intenderci. Una che ha portato sotto la kuppah gente come Moshè Testavota. O Giuditta la Shofetessa. O Giacobbe Flatulenza.
Ah…! Ce ne sono in giro di sensali, esclamava sprezzante, ma nessuno è come Shoshanna! Io posso trovare un principe per la vostra bambina. Un uomo che la riverisca come una regina e vi riempia la casa di marmocchi. E mentre le mamme si scioglievano nel sogno, aggiungeva quieta: e voi non mi dovrete nulla per tutto questo. Nulla fino al momento in cui non risuonerà il meccudeshet sotto i lembi della kuppah.
Amen, amen amen, esclamavano invariabilmente le madri, ed il prezzo del suo ingaggio diveniva una formalità.
Le cose non erano andate diversamente con i Sermoneta.
Quei due erano preoccupati per la figlia grande, e ne avevano tutte le ragioni. Se a ventiquattro anni l’avevano ancora in casa, qualche problema doveva pur esserci.
Debora era una bella ragazza, ma questo non voleva dire nulla. Quante ne aveva viste di belle creature ammuffire in casa senza trovar marito? E in questo caso la dote non c’entrava, si diceva Shoshanna, dal momento che i Sermoneta erano disposti a svenarsi pur di sistemare la figlia.
Eppure…
Decise di prendere qualche informazione.
La mattina dopo di buonora si presentò al forno in via della Rua e nell’acquistare il pane buttò li qualche parola, qualche nome, qualche congettura. Poi si limitò ad ascoltare, giusto rinfocolando le chiacchiere, quando l’interesse delle altre donne sembrava venir meno.
Quando uscì dalla bottega sapeva tutto ciò che le occorreva.
Il carattere.
Debora aveva respinto quattro pretendenti, quando ormai lo shidduch sembrava fatto. Inspiegabilmente. Senza una plausibile ragione. Ma lei era così. Bizzarra e intemperante. Come tutti i Sermoneta, a quanto si diceva.
Da ragazzina si era messa in testa di studiare il Talmud. Se lo studiava suo fratello, perché a lei doveva essere negato? I rabbini interpellati avevano sentenziato che studiarlo non è proibito alle ragazze. Non insieme ai maschi, però, che non si metta la paglia accanto al fuoco!
E con chi allora…?
Per protesta aveva smesso di farsi vedere al beit ha keneset perfino nei moadim, perfino di Rosh ha Shana e Kippur.
Con la gente poi era scontrosa e irascibile, tanto che di amiche, a quel che si diceva, non ne aveva quasi.
Voglia di lavorare poca. Preferiva passare il tempo a leggere tutto ciò che le capitava fra le mani, piuttosto che dare una mano in bottega o consumarsi gli occhi su ricami e rammendi. Pretese molte. E quei quattro shidduchim andati per aria stavano lì a dimostrarlo.
Mentre tornava a casa Shoshanna ragionava fra sé e sé. Per sistemare una ragazza come questa, ci vuole qualcuno che trovi graziose le sue intemperanze. Che non badi alle sue scarse virtù domestiche. Che non pretenda di mantenere delle relazioni sociali cordiali con la gente che gli vive intorno. Che le dia tanta libertà quanta lei ne chiede, facendosi beffe delle chiacchiere della gente…
Ma dove lo trovo uno così?
Eppure…
Oh Kadosh Baruchu, non è possibile!
Ma più ci pensava, più si persuadeva che quella era l’unica possibile soluzione. Di certo per lei, ma forse anche per lui. In fondo non era più un ragazzino. E poi anche lui era scorbutico e arrogante. Era stato capace di inimicarsi tutto il ghetto e di litigare con tutti i rabbini. Era incurante delle convenzioni, e guardava alla vita da un’angolatura tutta sua.
Sì, si disse, è il sofer l’uomo giusto per lei! E dal momento che non era tipo da starci a pensare sopra, si avviò col suo passo battagliero verso via della Fiumara.
Daniel il Matto era al suo solito posto, seduto al suo scranno di fronte alla bottega, intento a vergare le sue pergamene.
“Che ci fai qui Shoshanna?” le chiese, alzando appena gli occhi dal suo banco.
“Cosa vuoi che ci faccia? Lavoro. Come sempre. Tu prepari le chetubot, io faccio in modo che qualcuno te le venga a chiedere. Dovresti essermi riconoscente.”
Daniel si mise a ridere, mentre lei cercava uno sgabello su cui sedere.
Le gambe le facevano male. Troppo grassa, troppo vecchia si disse, come sempre quando si sentiva stanca. Se non rallento un po’ ci penserà Kadosh Baruchu a fermarmi, una volta per tutte. Che aspetti però. Abbia pazienza almeno fino a quando avrò sistemato la giovane Debora, che se non la sistemo io… Si portò le dita alle labbra e agli occhi, suggellando con quel rituale il suo piccolo negoziato di proroga col Padreterno.
“Non ti sedere Shoshanna. Qui non hai niente da fare. Io non ci penso nemmeno a prendere moglie.”
“Nessuno ci pensa, ma tutti si sposano, prima o poi. Tu non sei diverso. Deve solo capitarti l’occasione giusta…”
Daniel posò lo stilo sul banco.
“E tu sei qui per offrirmela quell’occasione. Beh, sappilo subito, la risposta è no. Non sono arrivato a quarant’anni per…”
“Non sei arrivato a quarant’anni per comportarti come uno stupido testardo. Ti costa qualcosa starmi ad ascoltare…? Non sai nemmeno chi sia la creatura di cui ti voglio parlare e già dici no, io non la sposo! Aspetta! Nessuno ti obbligherà a fare nulla se non lo vorrai fare. Però credimi: quando l’avrai vista, quando l’avrai conosciuta, sarai tu ad implorarmi di combinare lo shidduch.”
Daniel il Matto scosse la testa divertito.
“Sei un’artista Shoshanna. Se tu fossi più giovane, sposerei te, non qualcuna delle tue stupide ragazzine.”
“Ah, non mettere il dito nella piaga. Quello è stato il mio unico fallimento. Ho trovato marito a non so più quante ragazze, ma non l’ho trovato per me. E’ stata la mia dannazione. Non voglio che capiti anche a te di ritrovarti vecchio senza nessuno al fianco.”
Daniel si asciugò le mani in uno straccio e abbandonata la pergamena si volse verso di lei.
“Avanti, parlami di lei.”
Shoshanna socchiuse gli occhi ed agitò una mano, come persa in una visione.
“Ah, la dovresti vedere… Un angelo del paradiso. Bella da perdere la testa.”
“Però…?”
“Niente però! E’ una vera bellezza. Un incanto di ragazza.”
“Se la proponi a me piuttosto che a uno di quei buoni partiti che fanno sognare tutte le mamme del ghetto, qualche però ci sarà pure…! Avanti: quanti anni ha?”
“Ventiquattro e allora? Tu ne hai quaranta. Cosa dovrei fare…? Metterti nel letto una ragazzina?”
“E cosa ha fatto fino ad oggi questa meravigliosa creatura?”
“Che ti importa cosa ha fatto? Tu devi pensare solo a quello che farà da oggi in avanti, e questo dipenderà dal marito che sarai. Come dice il Talmud, trattala come una regina e sarai un re dentro la tua casa.”
Daniel il matto sospirò poco convinto.
“Immagino che sappia cucinare… e ricamare… Come tutte le ragazze del ghetto.”
“Ah! E’ questo che tu cerchi in una moglie…? Che sappia cucinare, come tutte le donnette del ghetto? Lei legge. Lei parla. Lei discute. Ha studiato il Talmud, sai? Lei sa fare tutto ciò che deve fare una moglie, ma ha qualcosa che le altre non hanno: lei ha la testa e la sa usare. Credimi Daniel, lei è la scarpa per il tuo piede.”
Daniel si alzò e fece qualche passo, avanti e indietro, grattandosi la testa.
L’idea di prender moglie se l’era sempre buttata alle spalle, per non dover rendere conto a nessuno della sua vita trasandata. Ma gli anni passano e le prospettive cambiano. Sempre più spesso si sorprendeva a desiderare un figlio e per averlo doveva pur rassegnarsi a un matrimonio.
“Va bene” disse alla fine “portamela qui.”
Shoshanna balzò in piedi, sgranando gli occhi.
“Sei pazzo?”
“Se non vedo, io non compro” disse lui deciso “portala qui, le farò un ritratto e alla fine ti dirò se la cosa si può fare.”
Shoshanna tornò dai Sermoneta e finalmente conobbe davvero la giovane Debora.
“Io non vado a farmi esaminare da questo bifolco maleducato. Mi ha preso forse per una puledra? Ha quarant’anni e fa ancora lo schizzinoso, questo stupido vecchio! E poi guarda, se si comincia così, figuriamoci dopo… No! Assolutamente no! Digli che sono io che non ne voglio sapere di lui.”
Ci vollero la pazienza della madre e l’arte di Shoshanna per raddrizzare una situazione che sembrava già compromessa.
Un paio di giorni più tardi, comunque, le tre donne si presentarono alla bottega di Daniel il Matto.
Il sofer non disse una parola. Dette un occhiata alla posizione del sole e sistemò uno sgabello in piena luce.
“Siediti,” disse a Debora, “e guarda in quella direzione.”
Quando la ragazza si fu accomodata, lui le girò intorno, scrutandola da ogni angolatura. Poi tornò al suo banco, stese un foglio di carta e cominciò a disegnare, dapprima lentamente, poi con sempre maggiore trasporto, fino a perdersi nel suo impeto creativo.
Dopo mezzora all’improvviso si quietò, posò il carboncino e si allontanò dal disegno.
“Bello,” disse, sollevandolo verso la luce del sole.
Debora sorrise. Non si erano scambiati una parola e questo le era piaciuto. Quanto meno non era un tipo invadente. E poi era un bell’uomo, non lo si poteva negare.
“Posso vederlo?”
“La prossima volta.” disse lui, coprendo il disegno. “Questo è solo uno schizzo, voglio prima farne un dipinto.”
Shoshanna tornò alla bottega più tardi.
“Allora?”
“E’ molto bella. Avevi ragione.”
“Che ti avevo detto? E’ una creatura speciale… E tu ancora non la conosci!”
“Ti sbagli. La conosco. Quando ritraggo qualcuno, io penetro nella sua essenza più intima… Beh, quello che ho visto… Non lo so, non credo che sia lei la donna che mi è destinata.”
“Non dire sciocchezze! Non hai visto come ti guardava? Lei è già innamorata, Daniel! Shemagn Israel, cosa potresti desiderare di più? Bella, intelligente, innamorata… E la dote poi! Non ti ho ancora parlato della dote…”
Shoshanna tornò a casa fiduciosa.
Daniel aveva preso tempo ma era evidentemente intrigato da Debora. Solo quella malaugurata sensazione… Una sensazione che non era nemmeno capace di spiegare.
A motzè shabat aveva detto. Vieni a motzé shabat e ti darò una risposta.
Che rifletta, aveva pensato Shoshanna. Ha quarant’anni. Non gli capiterà ancora un’occasione come questa.
All’uscita delle tre stelle comunque non si dette tempo e si presentò puntuale alla porta del sofer.
“Voglio vederla ancora” disse lui.
“Sei pazzo? Ho già fatto un miracolo a portartela qui! E poi non puoi offenderla con i tuoi dubbi. Lei ti si è offerta con l’entusiasmo della giovinezza: ora ha diritto ad una risposta ponderata.”
Discussero a lungo e alla fine Shoshanna trovò la soluzione.
“Verrai a casa loro. Diranno di volerti commissionare la stesura di una beracha o qualcosa del genere. Tutta la famiglia ti accoglierà in casa e tu avrai modo di osservare ancora una volta Debora. A quel punto però, dovrai prendere una decisione. Subito. E dovrai comportarti con discrezione. Non voglio che la ragazza si senta umiliata, qualunque sia la conclusione.”
La cosa fu organizzata in fretta e due giorni più tardi Daniel il Matto si presentò con Shoshanna in casa dei Sermoneta.
“Non dimenticare” gli ripeté lei prima di entrare, “Debora a un certo punto lascerà cadere un fazzoletto. Tu lo raccoglierai e glie lo restituirai. Questo vorrà dire che la vuoi, e lo shidduch sarà compiuto. Se invece sarai così pazzo da rifiutarla, beh allora il fazzoletto lo lascerai in terra e te ne andrai alla svelta.”
Tutta la famiglia li accolse sulla porta, colmandoli di attenzioni.
Daniel srotolò sul tavolo le sue pergamene decorate e prese a mostrarle ad una ad una.
Il momento della decisione si avvicinava ma lui non si era fatto ancora una convinzione.
Osservava Debora, ma per quanto intrigato dalla sua bellezza non riusciva a vincere quella sensazione di estraneità che lo aveva colto nel ritrarla.
Lei dal canto suo stringeva in mano il fazzoletto e rimaneva discosta senza unirsi alle esclamazioni di stupefatta ammirazione che accompagnavano ognuno dei suoi lavori.
Il tempo stringeva, doveva decidere.
Ed ecco il fazzoletto che cade.
Lui rimase a lungo immobile, incapace di prendere partito.
Perché no si disse alla fine, chinandosi a raccoglierlo. Cos’altro potrei desiderare? Non posso lasciarmi guidare da una sensazione. Perché dovrei rinunciare a lei?
Non aveva finito di chiederselo e già gli giungeva la risposta.
“Ce l’hai fatta alla fine! Mi hai rivoltata come un guanto e ancora non ti sapevi decidere! Cosa volevi fare? Scappare? Umiliarmi? Lasciarmi qui con quel maledetto fazzoletto in terra? Buon per te che non l’hai fatto, perché ti avrei cavato gli occhi con le mie stesse mani.”
Nella stanza cadde il silenzio.
Daniel il Matto, con il fazzoletto in mano, la fissava incredulo.
Ora sapeva cosa lo aveva turbato. Ora sapeva cosa aveva colto nel ritrarla.
Finalmente deciso, si volse verso la madre per prendere congedo con un minimo di buone maniere.
La donna era impietrita, paralizzata sulla sedia. Con lo sguardo implorava Shoshanna, sperando con tutto il cuore che un qualche miracolo intervenisse ad evitare la catastrofe.
Non poteva immaginare che ciò che l’attendeva sarebbe stato peggiore dei suoi peggiori timori.
Daniel si stava voltando per andarsene, quando il suo sguardo incrociò quello della sorella minore.
Un attimo e i loro destini furono segnati. Un sorriso e il fazzoletto fu nelle mani della figlia sbagliata.
Lo sguardo che ne seguì suggellò fra i due un patto che nessuno avrebbe più potuto infrangere.
Ora Debora gli inveiva contro. Tutti gridavano e Daniel si affrettò ad uscire, avviandosi rapidamente giù per le scale.
Dietro di lui sentì passi leggeri e svelti.
“Io mi chiamo Rachele!”
Lui si arrestò girandosi a guardarla.
Lei si teneva al mancorrente della scala e gli sorrideva.
“Rachele” ripeté lui.
Era felice come non ricordava di essere mai stato.
Sollevò la mano in un gesto di saluto e riprese a scendere le scale.
Non era stato capace di dirle nulla ma gli parve che fra loro si fosse detto tutto quello che c’era da dire.
Shoshanna si presentò da lui il giorno dopo.
Era furiosa.
“Sono vecchia, Daniel, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista! Hai superato te stesso. Hai offeso Debora e questo te lo potrei forse perdonare. Quello che non potrò mai perdonarti è di esserti fatto beffe di me. Della mia buonafede. Io ti offro una straordinaria opportunità e tu cosa fai? Infanghi la casa di cui io ti ho aperto le porte.”
“Avevi detto che era la scarpa per il mio piede! Beh, non lo era. Lo hai visto anche tu.”
“E allora? Potevi uscire di scena con discrezione! Ma tu no! Tu non hai ancora finito di rifiutare quella povera figlia e già ti metti ad insidiare sua sorella!”
“Io non la insidio! Io la voglio. E la voglio sotto la kuppah.”
“La vuoi sposare! E tu pensi che i Sermoneta prenderebbero di nuovo in considerazione uno come te? Tu sei pazzo e io sono più pazza di te! Illudermi di poterti mettere la testa a posto! Pazza, pazza, pazza!”
“Io la voglio!”
“Beh, dimenticatela! Sarebbe una specie di incesto. Rifiutare una donna e prenderne la sorella. Non troveresti un rabbino disposto a sposarti!”
“A quelli ci penso io. E comunque Iaakov avinu, ha preso anche Rachele sebbene gli fosse stata destinata Leha. Perché non io? Voglio anch’io la mia Rachele.”
Shoshanna lo avrebbe volentieri strozzato ma quarant’anni di shidduchim le avevano insegnato ad usare la testa.
Invece di lasciarsi prendere dalla furia ragionò e lo fece in fretta.
Una cosa era certa. Dopo una scena come quella occorsa in casa dei Sermoneta nessuna famiglia del ghetto avrebbe più messo nelle sue mani il destino di una figlia. Le sembrava di sentirle le maldicenze. Poveretta è invecchiata anche lei. Cosa si può pretendere da una che regge l’anima con i denti? Sputò in terra, facendo gli scongiuri. C’era un solo modo di uscire da quella situazione. Combinare uno shidduch da far parlare tutto il ghetto. E quale migliore occasione di questa? Se alla fine avesse portato Daniel il Matto sotto la kuppah, chi si sarebbe curato di quale fosse la sorella prescelta?
“Dunque la vuoi! Beh, sai cosa ti dico? E’ affare tuo! Grazie a te, io non ho più un ingaggio.”
“Certo che lo hai un ingaggio. Da oggi lavori per me.”
Non ci furono discussioni sul prezzo e Shoshanna strappò il doppio di quanto avrebbero pagato i Sermoneta.
C’era un solo problema adesso. Rimettere insieme i cocci della situazione.
Ci volle tutta la sua abilità ma una settimana dopo poté finalmente tornare da Daniel il Matto con una proposta.
“L’hai avuta vinta, amico mio. I Sermoneta sono disposti a parlarti di nuovo ma…”
“Ma…?”
“Ma non ho potuto negoziare. Dopo quello che è successo avevano loro il coltello dalla parte del manico.”
“E allora…?”
“E allora vogliono che sia chiaro che si piegano alla tua proposta solo per amore della piccola Rachele. Lei ha fatto la pazza per convincerli.”
Daniel sorrise.
“Me ne farò una ragione.”
“Inoltre sulla dote non transigono. Metteranno sul tavolo solo una cifra simbolica.”
“Voglio Rachele, non i loro soldi. C’è altro?”
“Oh si. Ancora una sciocchezza. Debora vuole indietro il suo ritratto.”
Daniel si irrigidì.
“Questo no! Non lo accetto. E’ del tutto escluso.”
Shoshanna cercò uno sgabello e ci si lasciò cadere sopra massaggiandosi le caviglie.
“Non ti rispondo nemmeno. Fino a ieri mi imploravi di aiutarti e oggi fai il presuntuoso per uno stupido quadro. Che te ne devi fare di quella tela? Ne farai altri cento di ritratti, ogni volta che vorrai. E dipingerai Rachele non Debora.”
“Tu non capisci. Quando io ritraggo una persona, non mi limito a disegnare. Io entro nella sua anima. Beh, quel quadro ha in sé un’intimità che io non voglio svelare.”
“Sai che ti dico Daniel? Tieniti il quadro e dimentica Rachele. Ho fatto il diavolo a quattro per convincere la famiglia e alla fine Debora ha giurato che se non le avessi restituito il suo ritratto avrebbe mandato a monte le nozze. A costo di buttarsi dal ponte, ha detto. Ti garantisco che è capace di farlo!”
Daniel si passò le mani fra i capelli.
“Va bene” disse alla fine “ma solo dopo le nozze.”
Shoshanna si fece garante dell’accordo e le nozze ebbero luogo fra le chiacchiere pettegole di tutto il ghetto.
Rachele non era meno bisbetica della sorella ma il suo carattere si compenetrava inspiegabilmente con quello non facile di Daniel il Matto, dando vita ad un affiatamento che nessuno avrebbe creduto possibile.
Alla prima delle sheva berahot, organizzata in casa della sposa, furono invitati tutti i parenti. Dopo l’esposizione del corredo i Sermoneta si accingevano ora ad esibire come un trofeo la pittura di Daniel il Matto.
Shoshanna arrivò con studiato ritardo trascinando su per le scale il dipinto, ancora avvolta nell’involucro con cui era uscito dalla bottega del sofer. E ad aprirlo fu chiamata Debora che, pur non nascondendo la sua accidia nei confronti del cognato e della sorella, considerava quel dono preteso ed estorto, alla stregua di un personale trionfo.
Fra i gridolini di attesa di tutti i presenti, lei tagliò i legacci ed estrasse il dipinto dai teli che l’avvolgevano.
In un attimo ci fu solo silenzio.
Lei fissava il ritratto con una espressione stupefatta, incapace di profferire parola. Daniel l’aveva ritratta con il volto stravolto dall’ira, nell’atto di lanciare un grido rabbioso. Le ciocche dei capelli erano vipere e si agitavano in un parossismo di minacciosa violenza. Debora era nel dipinto la mitica Medusa e nel suo sguardo aleggiava la maledizione di Minerva: chi l’avesse fissato si sarebbe trasformato in una statua di pietra.
Mai prima di allora quel tragico sortilegio aveva sortito un simile effetto.
Davanti al quadro di Daniel il Matto erano rimasti davvero tutti impietriti.

Mario Pacifici,
mario.pacifici@gmail.com

E con questo vi saluto, ci rivediamo a fine mese (chi si fosse perso i racconti precedenti di Mario Pacifici, li può trovare nella sezione chicche).


barbara


29 ottobre 2010

VEDI ALLA VOCE AMORE

Siccome nell’oscuro medioevo i famigerati francescani battevano (verbo perfettamente adeguato, visto che si prostituivano al servizio del Male) parrocchia per parrocchia per scatenare massacri di ebrei, nell’illuminato nonché luminoso Illuminismo i buoni cristiani hanno pensato bene di correre ai ripari rinchiudendoli nei ghetti. Per il loro bene, naturalmente, per proteggerli dalle violenze dei malintenzionati. Oggi sono invece i buoni musulmani loro vicini che si preoccupano del loro bene, e alla frontiera della Giordania gli sequestrano la kippah, per non rischiare che qualuno, individuandoli come ebrei, sia colto da brutte tentazioni nei loro confronti. Resta da capire per quale misteriosa ragione questi strani esseri che sono gli ebrei, circondati da tanto amore, da tanta sollecitudine, da tanta preoccupazione per la loro salvezza, continuino a lamentarsi e recriminare.

Vado via, come sapete. Poi torno poi rivado poi ritorno, e se sopravvivo al micidiale tour de force che mi aspetta nei prossimi sei giorni, ci risentiamo. Nel frattempo vi invito a leggere uno due tre ottimi pezzi sull’ultimo libro di Umberto Eco, che naturalmente non leggerò, principalmente perché sono allergica alle mode in tutti i campi, compreso quello letterario, e poi anche per qualche altro motivo.

E poi l’ultima chicca del Signor Tizio della Sera, che non potete assolutamente perdere:


Lesso

Ecco i giorni in cui cessano le ragioni del contenzioso. Fra Israele e Palestina, la memorabile pace. Pace per trattative sui confini giunte a buon fine, pace per uno schianto militare di Teheran, pace perché Bin Laden sceglie la contemplazione in un monastero tibetano - ma poi, la pace. Per israeliani e palestinesi è festa. Mentre non è affatto festa per i gruppi dei delusi, sottoposti a implosione nel cuore d'Europa. Per loro è alle porte un futuro non amfetaminico, ma diciamo così, lesso. Niente cortei, niente offese sui forum, stop perfino agli sputi. Le bottiglie molotov tornano a essere bottiglie, con la benzina si va in macchina e ogni gita al mare, ai laghi, è vita che va in frantumi. Il tempo sereno, la campagna che luccica, e per cosa? Sai dove me la metto la campagna che luccica. Nella nuova vita, c'è per esempio questa domenica di pace, una gita ai colli. L'antisionista siede sul plaid, in riva al torrente. Mastica la frittata di pasta preparata dalla moglie. È buona la frittata di pasta coi pezzi di scamorza, ma a che pro? Ai suoi piedi, l'acqua scorre argentea e c'è il guizzo di una trota - anche questo, a che pro? Sai dove se lo mette il guizzo (in ogni caso noi l'abbiamo intuito). I figli piccoli Roberto Ismaele Abù e Antonietta Fatima Gina giocano a palla a mano e mandano gridolini di gioia - e con questo? In giro, non una formica assale il ciambellone - beh, che si vuole dimostrare? Non è neanche buonissimo, il ciambellone. Un momento, un breve sorriso si distende sulle sue labbra micragnose. Adesso lui sa che farà, appena torna a casa dopo l'ingorgo. Quando è buio, va allo stadio con la bomboletta e scrive il suo pensiero libero con tutto il rosso che ha nella bomboletta. Scriverà tutto quello che tiene chiuso nel cuore. La verità, bella gigante: "Inter ladri".
La controinformazione non deve morire.

Il Tizio della Sera

Di cose importanti e interessanti ce ne sarebbero ancora, ma il troppo stroppia, si sa, e a me stroppiare non piace. A presto, dunque, e fate i bravi, mi raccomando.

barbara


16 ottobre 2010

LA MAPPA DELL’INFERNO

«Il soldato di Cristo uccide sentendosi moralmente al sicuro: egli è lo strumento di Dio per punire i felloni e per difendere i giusti. Invero quando egli uccide un fellone, non commette omicidio, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi ebrei, miscredenti e musulmani».
St. Bernard de Clairvaux – 1145 (Omelia a Ugo de Payns, Exortations aux Templiers)

«Per rispetto alla vita umana, si deve asportare un cancro o una cancrena; per rispetto alla stirpe, occorre asportare ebrei, zingari, asociali che ne sono il cancro e la cancrena e che lo porterebbero alla morte: per questo benemerito è chi opera questa asportazione e benedetto da Dio e dagli uomini».
H. Himmler (Tagebuch)


Chi e quando, il prossimo?



Queste due citazioni e questo interrogativo sono riportati nella prima pagina del libro La mappa dell’inferno – Tutti i luoghi di detenzione nazisti 1933-1945 (SugarCo) di Gustavo Ottolenghi. Seguono centocinquanta pagine fitte fitte: è l’elenco dei luoghi di detenzione. Noi quanti ne conosciamo? Cinque? Dieci? Sono molte migliaia, invece, e in questi inferni sono passati milioni di persone. Qualcuno è tornato. Molti altri, milioni di altri, no. Fra questi, gli oltre mille ebrei romani deportati all’alba del 16 ottobre 1943 nella razzia del ghetto (ricordata anche qui, qui e qui). Era sabato, come quest’anno, e non è casuale: spesso, per le loro mattanze, i nazisti sceglievano la sacra ricorrenza di shabbat o altre importanti ricorrenze religiose, abitudine conservata dai nazisti di oggi nelle loro mattanze in Israele.
Ricordiamoli, i nostri connazionali ebrei del 16 ottobre, e onoriamo la loro memoria offrendo il nostro appoggio e la nostra solidarietà agli ebrei che oggi combattono per rimanere vivi (e a tutti coloro che, per essersi schierati dalla loro parte, stanno subendo un osceno linciaggio mediatico – e speriamo che almeno rimanga solo mediatico).

barbara


20 giugno 2010

SO' GGIUDÌA, ME VONNO AMMAZZÀ

Un ricordo improvvisamente riemerso, una testimonianza sentita tanti anni fa.
Roma, 16 ottobre 1943. I tedeschi, dopo avere tranquillizzato gli ebrei con la farsa dei 50 chili di oro, hanno iniziato la razzia del ghetto che costerà la vita, in una botta sola, a oltre mille ebrei romani. Una donna veste frettolosamente i suoi tre bambini, scende in strada, col cuore in gola infila un vicolo dietro l’altro, riesce a uscire dal ghetto. Vede un taxi e ci si infila dentro, insieme ai bambini. Il tassista si gira e chiede: “Dove andiamo, signora?” La donna, disperata, risponde: “Ecchennesò, so’ ggiudìa, me vonno ammazzà”. Restano a guardarsi per un tempo infinito, non si sa chi dei due più terrorizzato. Poi, lentamente, il tassista si gira, accende il motore, innesta la marcia e si avvia. Li porta a casa sua, nelle due stanze in cui vive con la moglie e i due figli, e se li tiene lì, tutti e quattro, per tutti i lunghi mesi che ancora mancano alla liberazione, dividendo con loro lo scarso pane che, in tempi magri per tutti, riesce a guadagnare.
Ho deciso di mettere questa cosa, perché in tempi tanto amari, da tanti punti di vista, c’è bisogno, ogni tanto, di un raggio di luce.

barbara


11 gennaio 2010

DANIEL IL MATTO OVVERO I PANNELLI DEL PAPA

No, non è mai successo. Ma se fosse successo possiamo essere certi che è esattamente così che sarebbero andate le cose ...

Roma, Marzo del 1776

di Mario Pacifici

Josef Sacerdoti camminava per via della Fiumara in preda ad una crescente apprensione. Avrebbe pagato di tasca propria pur di evitare l'incontro che lo attendeva, ma non c'era nulla da fare. Toccava a lui quel discutibile privilegio, in forza dell'esperienza e dei capelli bianchi che ne facevano il decano dei fattori.
Già dialogare con quell'individuo era sempre sgradevole, rimuginava fra sé Sacerdoti, figurarsi quando si era nella necessità di chiedergli qualcosa che solo lui era in grado di offrire. Qualcosa di indispensabile per il ghetto.
Camminando si prefigurava nella mente i diversi modi di affrontare l'argomento, ma sapeva bene che quello non gli avrebbe dato modo di svolgere compiutamente i propri pensieri: lo avrebbe interrotto, irriso, dileggiato. Era quello il suo modo di rapportarsi col mondo e di certo non avrebbe fatto eccezioni per lui, considerate le vecchie ruggini che li dividevano.
Fece ancora pochi passi e finalmente lo scorse, seduto al banchetto di fronte alla sua bottega, intento a lavorare ad una pergamena.
Daniel Fornari era senza dubbio il migliore scriba che si fosse mai visto a Roma. I suoi Sefarim, sapientemente vergati per conto degli Ascarelli, dei Piperno o degli Almagià erano decantati come straordinari esempi di eleganza e di perfezione. E le sue Ketuboth, i contratti matrimoniali dipinti e miniati, erano il vanto delle famiglie più agiate del ghetto.
Era un artista ed un erudito. Se solo lo avesse voluto avrebbe potuto fregiarsi del titolo di rabbino, ma per farlo avrebbe dovuto accettare una disciplina cui era per natura refrattario. Ed in effetti le sue dispute con i rabbini e con i fattori erano così frequenti e così accese, da lasciarsi dietro una scia di rancori e di insanabili inimicizie. Perfino i pochi discepoli che frequentavano la sua bottega non duravano a lungo: a volte perché cacciati in un accesso d'ira, più spesso perché incapaci di sopportare i suoi modi aspri e collerici.
La gente faceva la fila per una sua Ketubah, riconoscendo il suo innegabile talento. Ciò nonostante tutto il ghetto lo chiamava senza alcun imbarazzo Daniel il Matto, sintetizzando in quel graffiante soprannome le sue esuberanze caratteriali.
Josef Sacerdoti si avvicinò al banchetto, dandosi un piglio disinvolto e fingendo dimenticate le asprezze intercorse.
"Sempre al lavoro, Daniel! Cosa preparate di bello, oggi?"
Lo scriba sollevò appena lo sguardo. Non degnò il fattore di una risposta ma per lui parlò l'espressione di ostentata sufficienza con cui tornò ad occuparsi della sua pergamena.
Josef si pose alle spalle del banchetto e rimase per qualche istante ad ammirare le miniature che lo scriba stava tracciando con mano sicura.
Con quell'individuo non aveva senso menare il can per l'aia, pensò. Tanto valeva rompere gli indugi ed affrontare la questione.
"Avete sentito della Cerimonia per la Presa di Possesso di Pio VI?"
Il sofer posò lo stilo sul banchetto e strofinò le mani sullo straccio che gli pendeva dalla cintura.
"I preti fanno festa. C'è qualche motivo per cui me ne debba rallegrare? Ditemelo, perché francamente io non ne vedo alcuno. Ed anzi, a dire il vero, mi domando perché voi pezzi grossi siate così eccitati per questa festa di goym. Come se la storia non vi avesse insegnato nulla. Come se ci si potesse aspettare qualcosa di buono da un nuovo Papa."
Il fattore prese uno sgabello e lo trascinò vicino a quello dello scriba, prendendo posto accanto a lui.
"Non siamo eccitati, Daniel, siamo preoccupati. Il Papa attraverserà Roma per recarsi alla Basilica Lateranense e tutti i rioni sono chiamati ad addobbare il suo tragitto con allegorie, festoni e scenografie. La Curia considera l'evento un momento di grande importanza per avvicinare il popolo al nuovo Pontefice e..."
"Cosa c'entriamo noi con tutto questo? Siamo un rione noi? No, siamo solo un ghetto. Gente angariata e reclusa più avvezza al bastone che alla carota. Gente che non ha niente a che vedere con il popolo, perché non è suddita, è schiava!"
"Non venite a raccontarle a me queste cose! Cosa credete, che io non sappia con chi abbiamo a che fare? Ma è proprio perché lo so che sono preoccupato. Il Vicariato ci ha assegnato un tratto del percorso del corteo pontificio e la nostra Università deve curarne le scenografie. Lo capite che non possiamo esimercene? E lo capite soprattutto che saremo giudicati per quel che saremo in grado di fare? Non credo che sia nel nostro interesse inaugurare il pontificato di Pio VI con un gesto di offensiva noncuranza."
Lo scriba rimase in silenzio per qualche istante, assumendo una provocatoria espressione di incredulo stupore.
"Mi fate pena Sacerdoti. Voi scodinzolate dietro alle loro sottane sperando che questo vi metta al riparo dal loro bastone. Beh, non è così! Fate pure le vostre scenografie! Festeggiate questo Pio VI che di certo non sarà migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto! Questo non farà crollare le mura della Casa dei Catecumeni e non aprirà i cancelli del ghetto. I nostri figli continueranno ad essere rapiti dalle guardie pontificie e la nostra gente sarà obbligata di shabat a sorbirsi il veleno delle loro prediche. Continueremo a portare i nostri segni gialli sui cappelli ed a patire il freddo di shabat solo perché ai goym è proibito di accendere i nostri focolari. Fate, fate Sacerdoti, ma non tentate di coinvolgere me in queste umilianti genuflessioni. Io sono un sofer, non un fattore."
"Ed è proprio di un sofer che abbiamo bisogno. E del migliore, per giunta, se non vogliamo sfigurare. Ci serve qualcuno che sappia coordinare i nostri sforzi e realizzare le nostre scenografie."
"Beh, non pensate a me. Io non sono disponibile. Non lo sarei nemmeno per un compenso principesco, figuriamoci per i pochi soldi che l'Università vuole pagare!"
Sacerdoti sembrò cogliere in quell'accenno al compenso una breccia in cui insinuarsi.
"I soldi non sono un problema. Ne ho già parlato con gli altri fattori e..."
"Figuriamoci. Lo so come paga l'Università: poco, male e tardi. In ogni caso non è questo ciò che conta. La mia risposta è no, perché non ho alcuna intenzione di confondermi con voialtri! Genuflettersi di fronte al Papa è un atto di idolatria, una profanazione del Nome. Io faccio mia la lezione di Rabbì Akivah, voi fate quel che volete!"
Sacerdoti trasse un profondo sospiro e si impedì di replicare come avrebbe voluto. Le cose dopotutto stavano prendendo la piega che aveva previsto. Si agitò per qualche istante sul suo sgabello e finalmente decise di giocare l'ultima carta che gli restava. Una carta sottile, pericolosa e ultimativa, tutta basata sulla presuntuosa prosopopea dello scriba.
"Beh, sono contento che la cosa non vi interessi. Il mio in fondo era solo uno scrupolo. Mi sarebbe sembrato scortese affidare ad altri l'incarico, senza avervi prima interpellato."
Daniel il Matto riprese in mano lo stilo e lo accostò titubante alla pergamena.
Passò qualche istante prima che sibilasse con studiata indifferenza: "Ad altri...?"
Sacerdoti si alzò rassettandosi le vesti, come a voler prendere congedo.
"Beh, a qualcuno lo dobbiamo pur dare questo incarico. Il tempo stringe e..."
Il sofer alzò le mani condiscendente.
"Certo, certo. Se proprio intendete assecondare i vostri preti... Ma giusto per curiosità, a chi intendereste affidarlo questo impegno?"
L'anziano fattore represse a stento un sorriso. Alla fine il sorcio si stava infilando fra le zampe del gatto.
"È un ragazzo promettente. Non che abbia fatto molto fino ad oggi, ma dicono che se avesse un'occasione potrebbe mostrare tutto il suo talento."
Daniel il Matto si sfilò i mezzi guanti e si strofinò con vigore le mani infreddolite.
"E chi sarebbe questo bamboccio inesperto?"
"Dovreste conoscerlo. A quel che dicono ha frequentato la vostra bottega. È Moisè Efrati."
Lo scriba si portò le mani ai capelli con una risata sarcastica.
"Oh shemagn Israel! Ditemi che non è vero. Ditemi che non è quello il Moisè Efrati che intendete!"
Il fattore allargò le braccia senza replicare.
"Quello, amico mio, non sa tenere in mano uno stilo. L'ho cacciato di bottega a calci dopo che mi aveva rovinato non so più quante pergamene. Un incapace... Un vero incapace, e voi gli andate ad affidare un lavoro così delicato! Così importante!"
"Non è che abbia molte scelte. E poi ne è passato di tempo da quando voi lo avete cacciato."
Daniel il Matto scrollò le spalle disgustato.
"Quello può fare lo scalpellino, non l'artista. Non è con lui che vi ingrazierete quei cialtroni della Curia. Tutt'al più darete loro una buona ragione per mandare qualcuno a bruciare il ghetto."
"Non tutti la pensano come voi. E del resto io non ne conosco di migliori di lui... A parte voi naturalmente."
Il sofer arricciò il naso con fare pensoso.
"Cosa dicevate del compenso...?"

Mancavano tre settimane alla Presa di Possesso e Daniel il Matto lavorò senza tregua. Le tele ed i pannelli che aveva richiesto ai fattori sotto le sue mani si colmavano di luci, di colori, di figure. Dipingeva in preda ad un furore estatico finché la luce glie lo permetteva e poi, nascosti i suoi pannelli, si lasciava cadere in un letargo esausto, per cominciare di nuovo all'alba del giorno successivo.
Quando finalmente arrivò il momento della Cerimonia, l'addobbo degli ebrei lasciò i romani senza fiato. Dodici grandi pannelli erano dedicati alle tribù di Israele ed ognuno aveva i suoi colori, i suoi simboli, le sue allegorie. Di fronte ad essi, sul lato opposto della strada, altri dodici pannelli raffiguravano i momenti salienti della storia biblica. Il sacrificio di Isacco, il sogno di Giacobbe, l'incontro di Giuseppe con i suoi fratelli e poi via via l'esodo dall'Egitto, le piaghe, la traversata del Mar Rosso. L'ultimo dei pannelli raffigurava Mosè che in un turbine di lampi e di luci annunciava al popolo le tavole dei comandamenti. Un lungo striscione sostenuto da pertiche bianche attraversava infine la via del corteo pontificio e in una fantasmagoria di colori su cui le lettere dorate sembravano galleggiare, una scritta emergeva potente: Fratres Sumus In Nomine Dei.
Perfino gli ebrei del ghetto si recarono nei giorni successivi sul luogo dell'addobbo ad ammirare con malcelato orgoglio l'opera di Daniel il Matto. Ed il successo del sofer non rimase confinato tra le mura del ghetto.
Qualche settimana più tardi Josef Sacerdoti ricevette un'inattesa comunicazione da un forbito Monsignore e si recò perplesso alla bottega di Daniel il Matto.
Già da lontano quello sfoderò la sua usuale indisponente tracotanza.
"Alleluiah! Vi siete finalmente deciso a portarmi i miei soldi?"
L'anziano fattore si impedì di replicare con lo stesso garbo.
Sedette invece accanto allo scriba e si guardò intorno per accertarsi di poter parlare in modo riservato.
"Vi porto qualcosa di meglio dei soldi. Il Papa vuole incontrarvi in udienza privata. Pare voglia affidarvi un lavoro."
Contrariamente ai timori del fattore, Daniel il Matto non dette in escandescenze. Si mostrò anzi lusingato dall'invito e soddisfatto che nessuno del ghetto fosse chiamato ad assistere all'incontro.
"Lo so io come si tratta con quella gente" disse spavaldo, e con questo sprofondò nuovamente Sacerdoti nell'angoscia.
Il giorno dell'udienza il sofer fu introdotto di mattina presto negli appartamenti pontifici e lasciato solo in attesa in una spoglia anticamera.
Molte ore più tardi, nessuno si era ancora affacciato sulla soglia per dargli notizia dell'incontro. Aveva fame, sete e bisogno di urinare. Continuava a camminare avanti e indietro per la stanza chiedendosi se i prelati si fossero dimenticati della sua presenza.
Cominciava già ad imbrunire quando un religioso si fece finalmente vivo per accompagnarlo dal Papa.
Il Pontefice sedeva ad un tavolo imbandito, al centro di un vasto salone.
"Fatti avanti" gli disse, indicandogli benignamente la sedia di fronte a lui, "e mangia con me."
Daniel il Matto prese posto al tavolo tenendo fra le mani il berretto con il segno giallo dei giudei.
"Prendi pure quello che vuoi, non fare complimenti."
Lo scriba fissò con disgusto il porcellino da latte che troneggiava al centro del tavolo.
"Non ho fame, vi ringrazio."
"Peccato" disse il Papa, "dovresti assaggiare questa trippa col pecorino. È fantastica!"
"Non ho fame."
"Quand'è così non ti dispiacerà se termino il mio pranzo."
Quando finalmente il Pontefice si alzò, Daniel il Matto era esasperato e il bisogno di urinare lo opprimeva.
"Sai cosa mi è piaciuto più di tutto del tuo addobbo?" chiese benevolmente il Papa. "Lo striscione. Fratres Sumus In Nomine Dei. Non c'era modo migliore per affermare questa verità."
Il sofer scrollò le spalle sforzandosi di celare il proprio malanimo per quella che considerava un'ipocrita provocazione.
"Il Signore ci ha creati a Sua immagine. Cristiani od Ebrei siamo tutti Suoi figli e la fratellanza è frutto del Suo amore. Dovremmo ricordarcelo sempre."
"È vero" disse il Papa. "Purtroppo voi ebrei lo dimenticate troppo spesso, ma siamo tutti fratelli, tutti figli di Abramo."
"Se lo dimentichiamo è perché i nostri amati fratelli ci chiudono nei loro recinti e ci impongono regole insopportabili. Anche fra fratelli bisognerebbe rammentare che 'amor fa amor e crudeltà fa sdegno'."
Il Papa lo squadrò con uno sguardo risentito.
"Stai abusando della mia pazienza, scriba. Ringrazia Dio che amo l'arte più di quanto detesti l'insolenza. Ora seguimi!"
Si avviò per i corridoi del palazzo fino a raggiungere una stanza spoglia e disadorna.
"Voglio fare di questa stanza il mio studio privato. Affrescala a tuo giudizio, perché da quel che ho visto sei in grado di farne qualcosa di straordinario."
Daniel il Matto ruotò lo sguardo sulle pareti della stanza e sulle grandi finestre che si affacciavano sulla città.
"Sono ebreo" disse titubante, "non dipingo i vostri soggetti sacri."
"Qualcuno te l'ha chiesto? " chiese il Papa. "Rifiutando il Cristo avete perso la vostra primogenitura, ma siete pur sempre i nostri fratelli. Dipingi dunque un'allegoria della fraternità. Fai quello che vuoi, non ti pongo limiti. Ma voglio un lavoro memorabile. Il dono di un fratello al suo amato fratello maggiore."
Daniel il Matto si mise al lavoro e non smise finché non fu consapevole di avere dato vita ad una sublime allegoria della fratellanza biblica.
La stanza disadorna che gli era stata affidata ora risplendeva di colori e figure di impareggiabile violenza espressiva.
"Eccoti la tua stanza, fratello maggiore," mormorò fra sé rimirando le pareti affrescate.
Appena avvertito del completamento dei lavori il Papa arrivò accompagnato da uno stuolo di prelati. Daniel il Matto lo attendeva lungo il corridoio e il Pontefice lo salutò con insolita cordialità.
"Ecco il mio fratello minore" disse forte, provocando l'ilarità del suo seguito "che si accinge a consegnarmi il suo superbo dono fraterno. Fammi strada, scriba."
Entrarono nella stanza per essere istantaneamente sopraffatti dalla ricchezza degli affreschi, dalla luce che ne emanava, dalle emozioni cui davano vita.
Dipingi la fraternità aveva detto il Papa e Daniel il Matto si era scrupolosamente attenuto all'incarico.
Sulla parete di sinistra era raffigurato Caino, il volto trasfigurato dalla furia omicida, nell'atto di avventarsi contro Abele. La scena emanava odio e violenza ma il volto di Abele era illuminato da una composta consapevolezza. Nessuna paura nei suoi occhi, nessun terrore nella sua espressione. Solo pietà per un fratello incapace di amare.
Sulla parete di destra era invece raffigurato l'allontanamento di Agar ed Ismaele dal campo di Abramo. Qui i sentimenti dei protagonisti emergevano dall'affresco con una sbalorditiva forza espressiva. Se Abramo era combattuto fra l'amore filiale e l'amore muliebre, sul volto di Sara si leggeva una sofferta soddisfazione ma anche una pena profonda per la colpa di cui si faceva carico. Sullo sfondo, la figura sofferta di Agar era dominata dal dolore per il tradimento di Abramo e dall'angoscia per la sorte di Ismaele. Ma era nei volti di Ismaele ed Isacco che Daniel il Matto aveva superato se stesso. Il primo era una maschera di rabbia. Il suo odio non si dirigeva contro il padre che lo cacciava ma contro il giovane fratello che della sciagurata decisione paterna era l'inconsapevole ragione. Nel suo sguardo c'era una luce di implacabile ferocia. Isacco emergeva invece dall'affresco come un grumo di sofferenza. La tragedia di Ismaele era anche la sua tragedia. Non l'aveva cercata, non l'aveva voluta. La subiva con dolore e rivolgeva al fratello una richiesta di comprensione e di perdono.
La parete centrale raffigurava infine l'incontro fra Giacobbe ed Esaù.
Sullo sfondo la gente di Giacobbe posseduta dalla paura per l'ostile violenza di Esaù e rincuorata tuttavia dalla promessa pacificazione. In primo piano invece le figure dei fratelli serrati in un abbraccio senza amore, che si baciavano promettendosi pace. Ma era un bacio poi quello che si scambiavano? O non era piuttosto un morso quello che Esaù tentava di portare al collo di Giacobbe? Il volto di Esaù era quello della violenza e della doppiezza, quello di Giacobbe rifletteva timore e prudenza.
Il Papa si ritirò sulla parete di fondo e lasciò spaziare lo sguardo sugli affreschi.
"Straordinario" mormorò, subito seguito dai sussurri di approvazione dei suoi prelati. "Ma aprite quelle finestre che entri la luce."
Dopo lo sguardo di insieme, ora voleva godere dei particolari.
Si avvicinò al primo affresco ed osservò con attenzione il volto di Abele.
Se ne allontanò corrugando la fronte.
Si avvicinò al volto di Caino e balzò all'indietro, spalancando la bocca.
"Non capisco" mormorò indeciso.
Volse lo sguardo verso i volti di Ismaele e di Esaù e rimase impietrito dall'orrore.
"Che cos'è questa infamia?" gridò in preda ad una furia incontenibile.
I volti dei tre fratelli maggiori dietro le sembianze giovanili ed i capelli fluenti raffiguravano i tratti del Sommo Pontefice. Quelli dei fratelli minori ritraevano invece Daniel il Matto.
"Non siete forse voi il nostro fratello maggiore?" gridò il sofer mentre già le guardie pontificie lo portavano via.
Il giorno dopo tutto il ghetto era al corrente dell'impresa di Daniel il Matto.
A raccontarla era lui, serrato nella gogna in via della Rue. Gli ebrei gli avevano aggiustato cuscini sotto le ginocchia e si curavano di alleviargli il tormento per quel che potevano. Ma soprattutto si beavano delle sue parole quanto lui, a dispetto dei ceppi, si beava di narrare lo sconcerto e la rabbia del Papa, l'imbarazzo e l'indignazione di prelati.
Daniel il Matto aveva sepolto sotto le risate del ghetto l'ipocrisia dei suoi fratelli maggiori.

mario.pacifici@gmail.com



E poi come al solito andate a leggere lui, un altro che castigat ridendo mores et mures.

barbara


9 maggio 2008

MA HO VISTO ANCHE ALTRE COSE,

non crediate. Ho visto un ammiraglio, per esempio, e un vecchio generale dell’aeronautica, attivo per quarant’anni proprio là dove io sono cresciuta. E poi ho visto monete e francobolli: monete legate alla Terra d’Israele,



e i primi francobolli del neonato stato di Israele.



Qui, precisamente:



E ho visto una giornalista della RAI arrivare in ritardo alla conferenza stampa – ossia quando praticamente era tutto finito – e alla richiesta se avesse qualcosa da dire o da chiedere, rispondere sgarbatamente: “Sono arrivata adesso, non so neanche di che cosa si sia parlato” (giornalista RAI, ossia pagata anche coi nostri soldi). E ho visto un signore che appena l’ho visto ho detto quello è Fini, e poi ho detto ma no questo è più giovane, e poi ho detto ma sì che è la sua faccia, e poi ho detto ma Fini ha dei capelli grigi e questo li ha tutti neri, e poi ho detto ma forse è la luce dei riflettori che li fa sembrare più chiari, e insomma poi alla fine mi è stato presentato ed era il rappresentante dell’ambasciata di Israele in Italia. E ho visto un sacco di gente, e non solo ebrei, venire a rendere omaggio a Israele per il suo compleanno e fra queste ho visto una persona che non vedevo da oltre vent’anni e adesso ne ha più di sessanta ma siccome è pazza il tempo non lascia tracce su di lei, e ne dimostra trenta. E ancora una volta ho sentito il mio nome risuonare tra le volte di un’antica sinagoga, e sono emozioni belle, lasciate che ve lo dica. E mi sono addormentata in macchina in autostrada ma naturalmente mi sono svegliata un secondo prima della catastrofe e infatti adesso, vi piaccia o no, sono di nuovo qui e mi ci dovete tenere. E mi sono mostruosamente stancata ma chi se ne frega, tanto siamo giovani e forti. E poi ho visto altre cose ancora, ma non pretenderete mica che vi racconti tutto, no?

barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





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