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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 aprile 2008

HO VISTO COSE (2)

E ho sentito una babele di lingue, ma su tutte dominava il russo, anche più dell’ebraico. Molti fortunatamente parlavano anche l’inglese, ma non tutti. Non per esempio Tania, la massaggiatrice terapeutica che mi lavorava i fasci muscolari e le articolazioni – ma con una specialissima predilezione per il culo, che mi massaggiava con l’olio caldo con particolare intensità ed energia, salendo ogni tanto con le ginocchia sul lettino, a volte dalla parte della testa, a volte dalla parte dei piedi, creando aggrovigliamenti sulla cui innocenza un eventuale ignaro spettatore che fosse entrato all’improvviso difficilmente avrebbe scommesso cinque lire. E non lo parlava la bellissima etiope che mi rifaceva la camera: parlava solo ebraico, e di conseguenza non sono mai riuscita a trovare il modo di farle capire che nel letto, per coprirmi, volevo un lenzuolo.
E poi ho visto arabi: centinaia di migliaia di milioni di miliardi di arabi, sciami di arabi, maree di arabi, nel mio albergo e in tutti gli altri, pieno di arabi dappertutto. Le donne alcune con preziosi broccati di seta, altre con palandrane lerce luride bisunte, ma tutte, tranne una, rigorosamente velate. Gli uomini alcuni con la tunica candida e quella particolare specie di keffiya bianca fissata con due anelli neri intorno alla testa che portano normalmente nella penisola araba, altri con il camicione grigio, un paio in maniche di camicia; la maggior parte con una moglie ma qualcuno con due. Una volta ne ho addirittura visto uno che si portava da solo il piatto con il cibo al tavolo, mentre la moglie portava solo il proprio. Arrivati loro, si è finito di dormire perché per tutta la notte dalle loro camere arrivavano strepitamenti e televisioni a tutto volume. Non sto dicendo che tutti gli arabi siano incivili o che solo loro siano incivili, per carità, però è un fatto che a sbraitare e a tenere la televisione a tutto volume per tutta la notte erano solo loro. Così come con nessun altro mi era mai capitato, in tutta la mia vita, di vedere qualcuno pretendere di entrare nell’ascensore senza lasciar prima uscire chi ci sta dentro – se non per educazione, almeno per praticità. E dato che io ero davanti alla porta perché dovevo, appunto, uscire, e in due nell’apertura di un ascensore non ci si sta, sono stata scaraventata in un angolo con una violenta spintonata. Comunque ho finalmente capito perché fra gli arabi l’aspettativa di vita è inferiore a quella degli europei e di altri popoli: schiattano a forza di ingozzarsi nella maniera più inverosimile che abbia mai visto. Magari con un uso, non di rado, alquanto approssimativo delle posate. In spiaggia ci andavano poco o niente, più che altro stazionavano nel salone dell’albergo – uomini e donne rigorosamente separati – dalla mattina alla sera, salvo brevi uscite delle donne, che tornavano poi cariche di gigantesche borse piene di creme oli sali fanghi unguenti maschere …
E ho visto mutilati, tanti tanti mutilati, orrendi moncherini maciullati portati con immensa dignità, non esibiti e tuttavia non nascosti, semplicemente tenuti con la naturalezza con cui si tiene ciò che fa parte della normale quotidianità. Con visi sorridenti. Sereni. Solari. E mi sono commossa.


aspettando l'alba 1


aspettando l'alba 2


aspettando l'alba 3 (tanto con gli arabi in circolazione non è che ci fosse molto altro da fare ...)

barbara


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13 aprile 2008

HO VISTO COSE CHE VOI UMANI

avete già visto prima di me almeno un miliardo di volte, lo so, ma non me ne frega niente e ve le racconto lo stesso. E se non vi interessano tanto peggio per voi: dovevate pensarci prima; adesso siete qui e ve le beccate.
Ho visto gente, tanto per cominciare (no, non “visto gente fatto cose”: il viaggio me lo sono pagato col mio stipendio). L’ebreo ortodosso tutto impalandranato, per esempio, adescato alla fermata dell’autobus perché mi risolvesse un problema del quale da sola non riuscivo a venire a capo. E me lo ha risolto, naturalmente.
E la tipa arrivata sulla spiaggia con addosso una camicia da notte bianca lunga fino al polpaccio a fiorellini azzurri e una giacca nera senza maniche. Si è tolta la giacca ed è entrata in acqua in camicia da notte facendosi il segno della croce (avrà mica confuso il mar Morto col Giordano?).
E la musulmana spudorata che giunta sulla riva si è inverecondamente liberata del chador ed è andata a fare il bagno coperta da nient’altro che da un paio di pantaloni verdi che le lasciavano scoperte quasi tutte le caviglie e una maglia nera che lasciava vedere almeno mezzo collo.
E quella che è entrata in acqua con addosso una sottoveste nera a mezza coscia e in mano un ombrello nero aperto.
E il tipo che mi ha invitata ad andare alla sua tenda per parlare insieme, bere qualcosa insieme, mangiare insieme … Per essere più convincente mi ha anche offerto un olio speciale col quale prendere il sole senza scottarsi (io non mi scotto mai, neanche all’equatore, ma non gliel’ho detto per non fare troppo pesare la mia superiorità sui comuni mortali).
E ho visto gente comprare nei negozi del mar Morto buste di fanghi del mar Morto e spalmarsene tutto il corpo e a volte anche la faccia (un po’ come andare a far vacanze in un agriturismo e per la colazione andarsi a comprare al vicino supermercato del latte liofilizzato – ricavato beninteso dal latte delle vacche dell’agriturismo). E poi, spesso, farsi fotografare in posa col fango addosso.
E la coppia islamicamente corretta: lei con gonna lunga fino ai piedi, blusa, giacca chiusa fino al collo, hijab, lui in mutande da bagno. Però poi, mentre lui sguazzava allegramente in acqua, si è concessa di portare una sedia sulla riva e scoprire interamente i piedi per metterli a bagno.
E lo strano gruppo che un giorno si è accampato a un metro dal mio asciugamano: due donne giovani, una di mezza età, due uomini giovani e un bambino. Aspetto indiano-zingaresco le donne, indiano e basta gli uomini. Lingua inglese, anche parlando tra di loro, molto disinvolto i più giovani, fluido ma con accento la donna più anziana. Le donne gonne zingaresche lunghe a molti strati; le due più giovani con uno strano hijab che scendeva come una mantella fino ai gomiti, la più anziana coi capelli liberi, neri, folti, bellissimi. Uno degli uomini invece se ne stava lì con l’uccellone in vetrina nella braga bianca, sottile, bagnata (e diciamolo una buona volta: ma saranno poco brutti i cazzi in vetrina, e tanto più inestetici quanto più cospicui?) La scena più esilarante si è vista quando le donne sono andate coi piedi in acqua e poi, per lavarli dal sale, sono andate sotto la doccia, dovendo conciliare l’esigenza di non mostrare le gambe con quella di non bagnare troppo le gonne. La conclusione, ovviamente, è stata che sono state costrette a scoprirsi fin sopra il ginocchio e si sono infradiciate le gonne fino a mezza coscia.
E due ragazzini che arrivano alla mia fetta di spiaggia. Sono stanchi e accaldati; prendono due sedie, le mettono all’ombra di un gazebo e si siedono a riposare un momento. Se ne stanno lì seduti per un po’, appoggiati allo schienale, le gambe divaricate, rilassati. Parlano, sorridono. Sono giovani. Sono belli. Sono dolcissimi. Uguali a tanti altri ragazzini, a parte il mitra delicatamente posato sulle ginocchia: loro sono quelli che pattugliano la spiaggia e la percorrono avanti e indietro, indietro e avanti e ancora avanti e indietro. Per proteggerci. Per proteggermi. E mi sono commossa.

barbara


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