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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 settembre 2011

STRUMENTO SCIENTIFICO

Non ricordo dove l’ho letto (la sezione di “giudaica” nel mio studio occupa interamente una parete di oltre cinque metri, dal pavimento al soffitto), però vi garantisco che l’ho letto, e non solo l’ho letto, ma ho anche visto la foto.
Si tratta di questo. In base alle leggi razziali cominciate a emanare nel settembre del 1938, oltre che dalle scuole gli ebrei venivano allontanati anche da tutti i posti “sensibili”. Come si riconoscevano gli ebrei? Dal cognome, naturalmente. Però. Però succede che con tutti gli ebrei che i buoni cristiani nel corso dei secoli si sono affaticati a condurre sulla retta via, ci sono in giro per il mondo un sacco di persone che hanno cognomi ebraici ma che ebrei non sono affatto, da generazioni ormai, addirittura da secoli. Come fare allora, per questi poveri diavoli, per dimostrare di non essere ebrei? Semplice: si presenta un certificato di battesimo. Però. Però succede che a un certo momento scoppia la seconda guerra mondiale. Succede che dopo nove mesi e qualcosa di neutralità il signor Mussolini decide che un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria l’ora delle decisioni irrevocabili (urla acclamazioni vivissime guerra guerra), succede che tra attacchi all’insegna dell’improvvisazione e alleanze e disalleanze il suddetto signor Mussolini combina un bel po’ di pasticci – non parlo qui dei crimini che quelli sono tutt’altro, e decisamente poco adatti al tono di cazzeggio che sto qui usando – e insomma ad un certo momento inizia l’occupazione tedesca e iniziano i bombardamenti alleati. E allora succede che ogni tanto spunta fuori uno con un cognome ebraico che dice no guardate io sono cristianissimo cattolicissimo battezzatissimo solo che il certificato di battesimo non ve lo posso mostrare perché la chiesa in cui sono stato battezzato è stata bombardata e i documenti sono andati tutti distrutti. Che fare allora? Rischiare di discriminare ingiustamente una persona onesta come se fosse ebreo? Rischiare di lasciare al suo posto un ebreo come se fosse una persona onesta? Mai non fia! È stato a questo punto che quei geni – perché lo sanno tutti che la razza ebraica è una razza inferiore mentre la razza italica –- che esiste, sì signori, altroché se esiste! –- è una razza superiorissima e dunque lì germogliano geni ogni due per tre – mettono a punto lo strumento scientifico che determinerà inequivocabilmente se uno è ebreo o no: il misuratore del naso. Che sarebbe una roba più o meno tipo morsetto da falegname, che misura con precisione assoluta la lunghezza del naso e zac! il perfido giudeo è smascherato e le sue menzogne non se le beve più nessuno.
Mi è tornato in mente guardando le foto del matrimonio e pensando, per associazione, a buona parte degli ebrei che conosco: con uno strumento così scientificamente preciso e infallibile, ho idea, in mezzo a tutte quelle carrettate di ebrei l’unica a finire in trappola sarei io.

barbara


16 aprile 2009

CLAUDIO VARALLI, 16 APRILE 1975

Un ricordo di un ragazzo di 17 anni assassinato dai fascisti. Il testo è stato preso qui.

Claudio Varalli aveva 17 anni, abitava a Bollate in provincia di Milano, frequentava l’Istituto Tecnico per il Turismo che oggi è intitolato a suo nome ed era un militante del Movimento Lavoratori per il Socialismo.
Giannino Zibecchi aveva 27 anni, abitava a Milano, insegnava educazione fisica alla Uisp ed era un militante del Coordinamento dei Comitati Antifascisti.
Non erano figure eccezionali: erano due ragazzi, divisi da 10 anni d’età, uniti dalla passione politica, sostenuti dalla speranza di migliorare il mondo, protagonisti come migliaia di altri del lungo ’68 italiano. Claudio e Giannino hanno avuto la sfortuna di non riuscire a sopravvivere all’esperienza di quegli anni e noi - compagni ed amici di allora e di sempre - ci auguriamo che raccontando, anche se brevemente, la storia del loro sacrificio questo possa diventare memoria collettiva anche di tutti coloro che visiteranno la mostra delle opere di Andrea Salvino ispirate alla loro vicenda.
Il pomeriggio del 16 aprile 1975 Claudio Varalli, di ritorno da una manifestazione per il diritto alla casa, stava attraversando con altri compagni Piazza Cavour. Nella piazza c’era un gruppo di fascisti che distribuiva volantini: in realtà, come sempre in quegli anni, quel tipo di presenza non era che un pretesto per conquistare una zona, imponendovi una sorta di coprifuoco per qualsiasi espressione di antifascismo e aggredendo chiunque fosse, anche solo per l’aspetto, definibile di sinistra.
Così accadde anche quel pomeriggio: gli squadristi si avventarono contro i giovani; questi reagirono; uno dei fascisti, Antonio Braggion, non esitò a estrarre una rivoltella e a sparare ripetutamente colpendo mortalmente alla nuca Claudio.
La notizia dell’assassinio di Varalli in poche ore si diffuse in tutto il Paese provocando un’ondata di sdegno e già nella stessa serata a Milano si svolsero le prime manifestazioni di protesta.
La mattina del 17 aprile numerose città italiane furono attraversate da cortei che chiedevano la chiusura delle sedi dei fascisti e la fine delle collusioni tra questi e gli apparati dello Stato.
A Milano la giornata cominciò con assemblee nelle scuole medie superiori, nelle università e nei luoghi di lavoro. Dalle assemblee, studenti e lavoratori uscirono in cortei che percorsero le vie della città e si concentrarono in Piazza Cavour. Da qui un imponente corteo si avviò in direzione di Via Mancini, sede della federazione provinciale del Movimento Sociale Italiano e principale covo dello squadrismo milanese.
Il governo del tempo, democristiano, rispose ordinando una nuova aggressione e, mentre all’imbocco di via Mancini la polizia già si scontrava con il corteo, in Corso XXII Marzo una colonna di automezzi dei carabinieri si lanciò a tutta velocità contro i manifestanti.
Due camion, gli ultimi della colonna, si incaricarono di “spazzare” i marciapiedi con una manovra a “coda di rondine”, come reciteranno poi i verbali di polizia. Davanti a loro centinaia di persone cercarono scampo ma la folle corsa non si arrestò. Pareva volessero una strage. Non l’ebbero, ma sul selciato rimase il corpo di Giannino Zibecchi. Travolto e ucciso dal camion guidato dal carabiniere Sergio Chiarieri.
L’ordine del Ministero degli Interni era stato perentorio: reprimere ogni protesta. E così quel giorno d’aprile altri due giovani, Rodolfo Boschi del Partito Comunista a Firenze e Tonino Miccichè di Lotta Continua a Torino, persero la vita.
Rabbia e indignazione divennero incontenibili: il 18 aprile l’Italia democratica si strinse attorno ai suoi morti e cortei antifascisti attraversarono le città della penisola da Cagliari a Milano, da Napoli a Torino; lo stesso giorno 15 milioni di lavoratori si unirono alla protesta incrociando le braccia e si interruppero persino i trasporti, treni e aeroplani inclusi.
Il 21 aprile per i funerali di Giannino Zibecchi, Milano si fermò nuovamente e anche il Provveditore agli Studi fu costretto a chiudere le scuole per lutto cittadino.
Durante il tragitto dalla camera ardente a Piazza del Duomo donne, uomini, lavoratori, pensionati, studenti, semplici cittadini, resero omaggio alla salma di Giannino e alla figura di Claudio Varalli, le cui esequie si erano svolte precedentemente in forma privata. Centinaia di migliaia di persone, duecentomila solo in Piazza del Duomo, che testimoniarono la forza e la profondità dei sentimenti democratici e antifascisti della coscienza collettiva dei milanesi.
Poco più di due anni e mezzo dopo, il 17 dicembre 1978 Antonio Braggion, l’assassino di Claudio Varalli, latitante fino al giorno della sentenza, fu condannato dal Tribunale di Milano a dieci anni di detenzione, di cui due condonati, per eccesso colposo di legittima difesa e porto d’arma da fuoco abusivo. Pena ridotta in appello a sei anni.
Il 26 ottobre 1982 la Corte di Cassazione dichiarò prescritto il reato principale e interamente condonata la pena per l’arma da fuoco. Braggion ha scontato solo otto mesi di carcere e oggi è avvocato a Milano. L’omicidio di Giannino Zibecchi, invece, non ha nemmeno un colpevole.
Il processo si aprì il 15 ottobre 1979 con tre carabinieri - Sergio Chiarieri, autista del camion, Alberto Gambardella, tenente capo macchina sullo stesso mezzo, Alberto Gonella, capitano responsabile dell’autocolonna - imputati di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento. Fu quasi subito sospeso e, dopo una complicata vicenda di rinvii, riprese il 12 novembre 1980 per concludersi due settimane dopo con l’assoluzione di tutti gli imputati: i due ufficiali per non aver commesso il fatto, l’autista per insufficienza di prove. Nessuno presentò appello, la parte civile perché non le era concesso, imputati e Pubblico Ministero perché soddisfatti dalla sentenza.





Me lo ricordo, il clima di quegli anni, me lo ricordo bene. Ricordo l’arroganza dei fascisti. Ricordo le violenze. Ricordo i picchiatori che giravano col pugno di ferro in tasca, e la polizia che chiudeva occhi e orecchie, quando si trattava di fascisti. C’erano già stati Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus, mancava poco all’assassinio di Giordana Masi da parte della polizia. Una dittatura militare fascista aveva preso il potere da due anni in Uruguay, da un anno in Cile, stava per prenderlo in Argentina, aveva dominato per sette anni la Grecia, che stava faticosamente tentando di riprendere la via della democrazia. Anni brutti, anni bui, che è doveroso ricordare. Sempre.

barbara


12 gennaio 2009

La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere

(Seconda parte)

Di PIERO DELL’OLIVO e BARBARA MELLA

Nel primo articolo abbiamo esposto, con l’ausilio di numerose citazioni, alcune qualificate prese di posizione antiebraiche della Chiesa Cattolica, affidate alla rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, nei cinquant’anni che hanno preceduto le leggi razziali del 1938. Lo spunto di attualità che ci ha mosso è la recente polemica che ha visto opposti il Vaticano e Gianfranco Fini, nella quale la Santa Sede ha negato di avere mostrato, a suo tempo, un atteggiamento morbido e di sostanziale connivenza nei confronti delle leggi razziali del Fascismo, sostenendo al contrario di esservisi opposta.

Nel primo articolo si è documentato un organico corpus di scritti, apparsi su La Civiltà Cattolica nel 1889, improntati a un antisemitismo estremamente virulento. Successivamente, e fino al 1937, queste posizioni sono state ribadite, salvo una presa di distanza dall’emergente razzismo nazista. La Chiesa concordava sulla pericolosità degli ebrei, ma non sul razzismo “biologico”, e propendeva per soluzioni non violente del “problema”. Nel presente articolo daremo più spazio alle repliche del Regime, senza le quali si perderebbe il senso degli scritti di parte cattolica.

Siamo così arrivati al 1938. Entra in campo Mussolini in persona, che, senza firmarlo, produce (Informazione diplomatica del 17 febbraio) un testo poi passato ai giornali: «il governo fascista [non pensava] di adottare misure politiche, economiche e morali contrarie agli ebrei, in quanto tali»; ma di «far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risultasse sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità».
E, puntuale (marzo 1938) La Civiltà Cattolica riprendeva, avallandola, la tesi di Mussolini della sproporzione tra posizioni di potere detenute da ebrei e la loro incidenza percentuale sulla popolazione italiana. «La fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo era la vera e profonda causa che rendeva il giudaismo un fomite di disordini e un pericolo permanente per il mondo». Il rimedio era il solito: «la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o di distinzione conveniente ai nostri tempi».
Con l’estate del 1938, la situazione inizia a precipitare. E’ del luglio il “Manifesto della razza”, redatto da 10 professori universitari di discipline medico-sociali (alcuni dei quali dopo la guerra riapparvero sull’opposto versante politico). I dieci punti, che avevano pretese di contenuto scientifico, terminavano con la conclusione che «il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Il documento, avallato da Achille Starace, non faceva che “italianizzare” il razzismo nazista.
E’ a questo punto che anche il Papa entra in gioco personalmente, parlando prima di “una forma di vera apostasia”, e, qualche giorno dopo, nominando espressamente il razzismo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, separatistico». Il termine “separatismo”, che ricorre spesso nei testi cattolici di quei giorni, significa qualcosa di contrapposto a “ricongiungimento”. In pratica, si condanna una ideologia che nega la condizione di pecorelle smarrite degli ebrei, ossia la possibilità di conversione degli ebrei stessi. Non a caso, Pio XI attribuisce queste tesi a un appiattimento dei fascisti sulle tesi naziste: «ci si poteva chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia avesse bisogno di andare ad imitare la Germania ».
Mussolini rispose con le parole e i fatti. Le parole furono: «Sappiate, e ognun sappia, che anche sulla questione della razza, noi tireremo diritto. Dire che il Fascismo ha imitato qualcosa o qualcuno è semplicemente assurdo». I fatti: il 4 agosto venne emesso il primo provvedimento limitativo dell’ammissione degli ebrei alle scuole italiane. Sempre in agosto, la palla passava al “Regime Fascista”, il quotidiano di Farinacci, che pubblicò una lunga serie di citazioni da fonti cattoliche, tesa a dimostrare che il nascente razzismo fascista era allineato ai dettami della Chiesa. Il Regime Fascista pubblicò, fra l’altro, ampi stralci dagli articoli de “La Civiltà Cattolica” del 1889 [vedi articolo precedente] contrapponendoli alle recenti parole di Pio XI: «Noi ci accorgiamo, alla fine di questo studio vigoroso [quello della Civiltà Cattolica, ndr], che gli Stati e le società moderne, e persino le più sane e coraggiose nazioni d’Europa, l’Italia e la Germania, hanno molto da imparare dai padri della Compagnia di Gesù. E confessiamo che il fascismo è molto inferiore, sia nei propositi, sia nell’esecuzione, al rigore della Civiltà cattolica. Ma confessiamo anche lo stupore doloroso e lo sdegno che ci assalgono quando ci poniamo a considerare questa leale e generosa battaglia dei sapienti e irreprensibili gesuiti, di fronte all’atteggiamento di altri cattolici». E “gli altri cattolici” erano… nientemeno che il Papa: «Se non fossimo cattolici, oggi avremmo accettate con entusiasmo le parole del Santo Padre, così come le hanno accettate e comunisti e massoni e socialisti e giudei e protestanti, che sono i nemici conclamati della Chiesa. »
Il Vaticano si era così messo nella difficile situazione di farsi dare lezioni di dottrina da Farinacci, notissimo ateo, massone e mangiapreti, a meno di smentire la Compagnia di Gesù. Cosa che non fece mai. Anzi, la prima difesa fu affidata alla stessa Civiltà cattolica del 9 settembre, che difese la campagna del 1889, «ispirata dallo spettacolo dell’invadenza e prepotenza giudaica». Vista la scarsa efficacia di questa difesa, intervenne l’ Osservatore romano rimarcando che le frasi rievocate «non sapeva con quale efficacia ed opportunità, all’indomani della caritatevole parola del Santo Padre », non avevano più il valore del momento in cui erano state scritte, perché «risalivano a tempi in cui costumi ed istituzioni non potevano costituire base di confronto alcuno con la vita privata e pubblica dei giorni nostri. (…) Non in nome del principio razzista, così come si dichiara di intenderlo ed applicarlo nel 1938, ma di un principio puramente spirituale contro ogni pericolo per la fede e la civiltà che ad esso si ispirava: cioè contro l’ebraismo, come contro il maomettanesimo, il protestantesimo, il settarismo e contro il comunismo». Mentre l’Osservatore Romano così si divincolava, la rivista dei gesuiti cercava di marcare le distanze: l’antigiudaismo dei nazisti e dei bolscevichi non discendeva da alcuna considerazione religiosa, «anzi era agevolato dall’odio o avversione generale di tali partiti contro ogni religione positiva, anche l’ebraica ». E, difendendo gli articoli del 1889, non ne smentiva una virgola: «Non negheremo però che la forma e lo stile, più che la sostanza del pensiero, possano, dopo quasi cinquant’anni, apparire di qualche acerbità».
Mentre la Chiesa era ridotta a difendersi, il governo agiva. Il Consiglio dei ministri del 2 settembre approvò un decreto «per la difesa della razza nella scuola fascista», col quale tutti gli ebrei, allievi ed insegnanti, furono espulsi dalle scuole pubbliche e private. L’art. 6 stabiliva anche che doveva considerarsi di razza ebraica colui che era nato da geni¬tori entrambi di razza ebraica, «anche se professasse religione diversa da quella ebraica».
Pio XI, ovviamente, non era contento. Ecco le sue dichiarazioni di risposta: «no, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo» « l’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti». Queste dichiarazioni, che sono portate spesso da ambienti cattolici a prova della avversione del Papa alle leggi razziali, sono però da leggersi unitamente a quest’altra frase, contenuta nello stesso discorso: «Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi». Chi aveva “diritto di difendersi” era, beninteso, il regime fascista, non gli ebrei.
Il Duce, comunque, non la prese bene: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio a suggestioni - dichiarò - sono dei poveri deficienti». Il Papa fece finta di niente, e Mussolini tirò effettivamente diritto, facendo approvare al Gran Consiglio del 6 ottobre la “Carta della Razza”. E, un mese dopo, i famigerati decreti-legge.
Dopo l’approvazione delle leggi razziste, il governo fascista si attendeva una forte reazione dal Vaticano. Per questo, principalmente, aveva messo in atto il precedente fuoco di sbarramento. La reazione fu, invece, straordinariamente morbida, e focalizzata su un unico punto, che in chiave di diritti umani può apparire marginale: l’articolo 6, che proibiva anche ai ministri del culto, sotto pena di ammenda, di celebrare i matrimoni misti. L’Osservatore romano del 14 novembre 1938 lamentò che, con le disposizioni riguardanti i matrimoni misti, si fosse violato unilateralmente il Concordato: «Il vulnus inflitto al Concordato è innegabile. Ed è tanto più doloroso in quanto la Santa Sede non solo si è creduta in dovere di far pervenire tempestivamente le sue osservazioni, ma, da parte sua, ha fatto il possibile per evitare la cosa. La stessa Augusta Persona del Santo Padre è direttamente intervenuta con due paterni Autografi: uno diretto al Capo del Governo, l’altro al Re e Imperatore. Ciò nonostante le nuove disposizioni legislative sono state emanate senza intesa con la Santa Sede: la quale si è sentita, con suo vivo rammarico, in dovere di presentare le sue rimostranze, come sappiamo che ha già fatto».
Di fronte a proteste così deboli e circoscritte, non può stupire che il decreto fosse promulgato senza modifiche (19 novembre). La questione non fu più sollevata dal Vaticano in forma pubblica, se non il 24 dicembre, quando, rivolgendosi al Sacro Collegio, Pio XI ricordò che era la vigilia del decennale della Conciliazione. «Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone -diciamo il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo».
Queste parole non aspre verso l’«incomparabile ministro» indeboliscono molto la successiva protesta, incorporata nello stesso discorso, per «l’offesa e la ferita inferta al Suo Concordato, e proprio in ciò che andava a toccare il Santo Matrimonio, che per ogni cattolico è tutto dire». E, dopo quell’occasione, non ne parlò più, né lo fece il suo successore. (Papa Ratti sarebbe morto il 10 febbraio successivo).
A conferma dell’ottima metabolizzazione dei decreti da parte del mondo cattolico, già il 9 gennaio, Padre Agostino Gemelli, francescano e rettore magnifico dell’Università Cattolica, così si esprimeva in un pubblico discorso riportato dalla stampa: «Superato il dissidio fra la Chiesa e lo Stato per merito dell’immortale Pio XI e del Duce d’Italia, che un’alta e augusta voce aveva chiamato impareggiabile, messi da parte gli idoli che rappresentavano la importazione di dottrine non conformi alla tradizione italiana», il popolo italiano era finalmente divenuto di nuovo uno: «uno di schiatta, di ideali. Il merito, lo si deve riconoscere, va a Benito Mussolini, che dopo aver superato e vinto in sé i dissidi dovuti a quelle ideologie, condusse gli italiani a fare altrettanto». Gli strali di Padre Gemelli erano evidentemente rivolti al marxismo. Tuttavia, ce n’era anche per gli ebrei: «Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo ». Se la sono voluta, diceva in sostanza il caritatevole frate. E, con questa frase di un sacerdote particolarmente vicino a Papa Pio XI, si chiude la questione. Le leggi razziali c’erano, e mai più la Chiesa avrebbe trovato a ridire.
Anche il boccone indigesto dei matrimoni misti era velocemente digerito. Il 15 gennaio 1939, l’Osservatore Romano ospitava l’omelia dell’allora vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che così disinvoltamente si esprimeva: «Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici ». Una specie di pietra tombale sulla questione.
Negli anni successivi, le leggi razziali sembrarono piacere sempre di più alla Chiesa e alle sue rinnovate gerarchie. Tanto che, dopo il 25 luglio 1943, il Vaticano, per mezzo del gesuita Tacchi Venturi (uno degli artefici del Concordato) si adoperò perché il governo Badoglio, intento alla delegificazione post-fascista, non abrogasse in toto i famigerati decreti, ma solo quelle parti che erano sgradite alla Santa Sede: tre punti che riguardavano i matrimoni misti e gli ebrei convertiti. Il 29 agosto 1943, Padre Tacchi Venturi riferì al Segretario di Stato di essere stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve, chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma aveva respinto le loro suppliche: preparando la petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni –scrive Tacchi Venturi- «mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto […]guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali ndr] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma ».
Le leggi razziali sarebbero poi state abrogate dopo l’8 settembre 1943, in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani. Protestanti, come ognun sa.

barbara


17 dicembre 2008

FINI NON CONOSCE LA STORIA!

Così ha dichiarato padre Giovanni Sale, di “Civiltà Cattolica”.

DISCRIMINAZIONI SOAVI

Da Critica liberale n. 120


di Felice Mill Colorni


Nei giorni immediatamente successivi al 25 luglio 1943 il governo Badoglio procedeva allo smantellamento di gran parte delle leggi e delle strutture portanti del regime fascista. Si salvarono però le leggi di discriminazione razziale contro gli ebrei. Omissione stupefacente, dato che la politica antisemita del fascismo non era mai stata altrettanto popolare né aveva goduto dello stesso consenso di massa di cui aveva fruito il regime negli “anni del consenso”.
La principale ragione di quell’omissione è ampiamente nota agli storici, ma non all’opinione pubblica anche qualificata ed informata, quell’opinione pubblica cui, esibendo un analfabetismo civile che sfida il grottesco, la maggior parte dei giornalisti e dei politici italiani vorrebbe far credere che la Chiesa cattolica sia stata per secoli antesignana e paladina dell’affermazione dei diritti umani e della “dignità della persona umana”, anche indipendentemente dalle appartenenze religiose.
La mancata tempestiva abrogazione delle leggi razziali fu dovuta principalmente all’intervento del Vaticano, tramite il padre Pietro Tacchi Venturi, uno dei più eminenti gesuiti del tempo, già grande tessitore della “conciliazione” fra Papato e Italia fascista, e intellettuale cattolico così autorevole e qualificato da essere stato imposto a Gentile nella redazione dell’Enciclopedia italiana come ufficioso controllore e supervisore cattolico.
Nella sua veste di rappresentante non ufficiale del Vaticano presso il governo italiano, il 10 agosto 1943 Tacchi Venturi «scrisse al Segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Luigi Maglione. Suggeriva di cogliere l’occasione del rovesciamento del vecchio regime per ottenere un cambiamento delle leggi razziali. Ma quello che aveva in mente l’inviato del Vaticano non era il cambiamento delle leggi antiebraiche. Anzi, rispecchiando le preoccupazioni di Pio XI di cinque anni prima*, proponeva che il Vaticano prendesse l’iniziativa di espungere solamente le clausole che discriminavano gli ebrei convertiti al cattolicesimo. Il 18 agosto il cardinale Maglione rispose con entusiasmo a questa proposta, presumibilmente dopo averne discusso con Pio XII. Disse a padre Tacchi Venturi di fare il possibile per ottenere tre cambiamenti nelle leggi razziali: primo, le famiglie formate da coppie costituite da cattolici di nascita ed ebrei convertiti al cattolicesimo dovevano d’ora in poi essere considerate pienamente “ariane”; secondo, gli individui che si accingevano a diventare cattolici all’epoca in cui le leggi razziali erano entrate in vigore (1938) ed erano stati successivamente battezzati dovevano essere considerati cattolici e non ebrei; terzo, i matrimoni celebrati fin dal 1938 tra cattolici di nascita e cattolici che fossero nati ebrei dovevano essere considerati validi dal punto di vista legale. Il 29 agosto padre Tacchi Venturi riferì di nuovo al Segretario di Stato. Dall’epoca della sua ultima lettera era stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma, come riferiva l’inviato del Vaticano, aveva respinto le loro suppliche. Preparando la sua petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni, “mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto [...] guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma”. [Questa la ricostruzione di David I. Kertzer, I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell’ascesa dell’anti-semitismo moderno, Rizzoli, pp. 302 ss., tondo mio; ma l’episodio non è controverso].
In conseguenza di questo passo della Santa Sede, le leggi razziali fasciste contro gli ebrei non furono abrogate per un atto di volontà autonoma dello Stato italiano all’indomani della caduta del fascismo, ma solo più tardi, e in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani.
I «principii e le tradizioni della Chiesa cattolica» cui faceva riferimento Tacchi Venturi nella sua lettera, venivano da lontano. Come scrive lo storico Giovanni Miccoli, «vi è, preesistente e decisiva, l’idea che una legislazione speciale rappresentava un progresso, un passo avanti, rispetto all’egualitarismo giuridico dell’età liberale, e che quelle legislazioni speciali, opportunamente corrette, potevano costituire anch’esse una tappa per cancellare i disordini creati da una concezione falsa e pericolosa di libertà e di uguaglianza.» [Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2000, tondo mio].
In un libro di sei anni fa, che non ha avuto la risonanza che avrebbe meritato, Ruggero Taradel e Barbara Raggi hanno ricostruito questo coerente e ininterrotto atteggiamento della Chiesa cattolica ufficiale attraverso la vicenda di un secolo di storia di quell’organo ufficioso della Santa Sede che era ed è la “Civiltà cattolica” [La segregazione amichevole. “La Civiltà Cattolica” e la questione ebraica 1850-1945, Roma, Editori Riuniti, 2000].
“Segregazione amichevole”, discriminazione “soave” (come allora scrivevano i padri gesuiti) e senza più persecuzione, riproposizione di pregiudizi e stereotipi secolari anche se questi possono essere presi a pretesto per attacchi violenti o per istigazione all’odio sociale da parte di imprenditori politici razzisti e populisti, contemporaneo e un po’ ipocrita riconoscimento della necessità di rispettare (e tutelare dalla violenza così stimolata) individui ancora oggetto di pregiudizi diffusi, purché non pretendano però parità di diritti: tutto questo ricorda qualcosa di maggiormente legato all’attualità?
Quel che non si fa più con gli ebrei è esattamente quel che la Chiesa cattolica e i politici a lei maggiormente asserviti dicono, propongono e interdicono oggi per gli omosessuali.
Gli italiani vivono, da anni, sotto una campana mediatica che fa loro apparire normale quel che in una democrazia liberale normale non è. E come tutti i popoli che hanno vissuto esperienze analoghe, non si accorgono di ragionare secondo quel che la campana suggerisce. L’Italia è ormai, con Austria e Irlanda, il solo paese dell’Europa occidentale a non garantire alcuna tutela giuridica alle coppie gay. E perfino una proposta ultramoderata e ben lontana dal riconoscere la parità di diritti, come quella del pacs, è motivo di opposizioni isteriche, e di “amarezza” anche nel centrosinistra.
Anche a voler essere indulgenti con chi deve fare i conti con il peso di una storia millenaria, che differenza concettuale c’è fra la discriminazione sulla base della “razza” e la discriminazione sulla base di altre caratteristiche ascritte dell’identità individuale? (2-3-2006) qui

*Discorso al Sacro Collegio 24/12/1938

"Occorre appena dire, ma pur diciamo ad alta voce, che, dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle eccelse persone - cioè il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - cui si deve se l'opera tanto importante, e tanto benefica, ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo".

Molto altro ancora si potrebbe dire, ma per il momento, forse, potrà bastare.

barbara


30 settembre 2008

UN VOLO MAGICO

La guerra è sporca, si sa, brutta sporca e cattiva. A volte capita che sia necessaria, ma questo non basta a ripulirla: tutte le guerre sono sporche. Non, però, tutte allo stesso modo: se è vero che tutte le guerre sono sporche, è vero anche che alcune lo sono più di altre. Le guerre coloniali, per esempio: non una disputa sui confini (questo pezzo qui è mio), non una rivendicazione storica (qui ci stavamo prima noi), non un conflitto ideologico (il mio sistema è più giusto del tuo) ma un puro e semplice entrare in casa d’altri, una casa in cui mai eravamo stati prima, con cui mai nella nostra storia abbiamo avuto a che fare, alla quale niente ci lega, sulla quale non possiamo vantare rivendicazioni di alcun tipo, e dire Qui da oggi comandiamo noi. E allora, è possibile, su una materia così sporca, costruire una fiaba? Sì, se si possiede una quantità esagerata di arte – e Giovanna Giordano la possiede. Ed ecco dunque il postino del cielo, l’uomo che sul suo Caproni sorvola in lungo e in largo l’Abissinia, a consegnare messaggi, a portare lettere, a incontrare il Negus e ogni sorta di personaggi più o meno plausibili e tutti, però, a loro modo veri. Ci sono anche le cose brutte, sì

La terra di Neghelli era stata bombardata per 668 ore con 40 tonnellate di esplosivo. Sul nemico. Un nemico scalzo a dorso di cammello.

«Abbiamo vinto» diceva Uragano.
«Queste non sono vittorie. Direbbe forse un’aquila di avere sconfitto un colibrì?» gli rispondeva Beba.


Ci sono la morte e il sangue e la terribile strage di Addis Abeba e altro ancora, e tuttavia rimane una fiaba lieve intrisa di poesia, disegnata con la mano leggera di chi, anche fra le peggiori brutture, non perde la capacità di sognare, di guardare il cielo, e di sperare in un futuro migliore e riesce, così, a regalarci un libro quasi magico.

Giovanna Giordano, Un volo magico, Marsilio



barbara


26 settembre 2008

BASSANO, 26 SETTEMBRE 1944

Ecco il boia di Bassano



Si chiama Karl Franz Tausch, ha 85 anni, vive in una villetta a Langen, in Assia. È autore di una delle più orribili stragi naziste: 31 giovani impiccati agli alberi del corso centrale di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944. Lui e gli altri responsabili, tedeschi e italiani, non sono mai stati processati



L'immagine rimarrà indelebile nella storia degli eccidi nazisti in Italia. La foto ritrae trentuno corpi di giovani senza vita che penzolano dagli alberi del lungo viale di Bassano del Grappa. Un impiccato per ogni albero, con i piedi, per alcuni, a pochi centimetri dal suolo.



Appesi a piante che appaiono dei grandi funghi.



Le mani legate dietro, davanti, sul petto, un cartello con la scritta "bandito". Lasciati lì, appesi per venti lunghe ore in segno di spregio e per terrorizzare la popolazione.



Italiani che impiccano italiani al comando di un vicebrigadiere delle SS, Karl Franz Tausch. Una crudeltà consumata a Bassano del Grappa il 26 settembre 1944.
Il boia nella villa a schiera Difficile che anche il "boia tedesco", com'era chiamato Tausch dalla popolazione, abbia scordato quell'immagine a più di 60 anni dal massacro. Sicuramente ci ha convissuto, nella comodità di una villetta a schiera immersa nel verde della cittadina di Langen in Assia, a una trentina di chilometri da Francoforte sul Meno e a meno di 15 da Darmstadt. Basso di statura, poco più di un metro e sessanta centimetri, un fisico appesantito dagli anni, ma ancora estremamente lucido e in forze. Compirà 86 anni il 9 ottobre: è nato nel 1922 a Olmütz, oggi Olomouc, Repubblica Ceca. È dunque un tedesco che proviene dai Sudeti della Moravia, territorio invaso da Hitler nel '39. La casa non si raggiunge direttamente in auto, si trova in un vialetto fra alte siepi, appartata, nascosta anche al poco traffico che scorre a meno di cinquanta metri. Tausch ha lo sguardo fisso, gli occhi imperscrutabili, l'atteggiamento aggressivo. Il tono è di chi è abituato a imporsi. Sulla porta è appesa una streghetta in
stoffa rossa come portafortuna. Sopra due grossi fari da cantiere edile per illuminare l'ingresso, sul retro il giardino curato e in ordine con una vecchia altalena. Dentro casa, una signora di servizio che lo aiuta. Tausch è intento a svuotare l'immondizia nel suo cassonetto, veste una maglietta blu e pantaloni da ginnastica, dal vialetto lo fotografiamo. Alla prima foto gli scappa quasi un sorriso, è sorpreso, poi cerca di evitare l'obiettivo e infine viene avanti ostile. Chiede se abbiamo la licenza, vuole impossessarsi della macchina fotografica. Per tre volte ripetiamo se è possibile parlare con lui e arriva sempre un no secco, duro, inappellabile. Nemmeno vuol sapere di che cosa si tratta. Sprizza rabbia dagli occhi, un ghigno prepotente, strattona, spinge, tira con forza la giacca. Se avesse qualcosa in mano lo userebbe contro di noi. La scena dura pochi minuti. Con gli anni questi ex nazisti allentano la guardia, si sentono più sicuri, pensano di avercela fatta, di essere sfuggiti alla giustizia. Ma sono sempre diffidenti verso chiunque. Il loro passato è una prova che non può essere cancellata. Sull'elenco telefonico di Langen compare un solo Tausch, senza nome di battesimo e indirizzo. Forse una piccola precauzione?
La giustizia distratta Non ha mai pagato il conto con la giustizia per i suoi trascorsi da criminale di guerra. È grazie ad un interrogatorio della magistratura tedesca negli anni Sessanta, in cui compare il suo nome, che arriviamo a lui. È in quella occasione che dichiara la sua residenza a Langen. Un interrogatorio che ora Tausch maledirà. Langen quasi scompare dentro un'immensa pianura che si perde all'orizzonte. Una cittadina con poco più di 36 mila abitanti, il piccolo centro storico racchiuso attorno alla chiesa, domina la parte nuova. E tantissimo verde. Anche il municipio è nuovissimo, governato dal socialdemocratico Frieder Gebhardt, eletto pochi mesi fa. È probabile che a Langen nessuno conosca i trascorsi di questo ex nazista. Eppure in Italia molti conoscevano il massacro di Bassano, c'erano documenti e testimonianze con nomi e cognomi dei nazisti, ma non si è mai voluto risalire ai responsabili per oltre sessant'anni, fino a poche settimane fa quando è stata ufficialmente aperta un'inchiesta dal procuratore militare di Padova, Sergio Dini. Tuttavia molti documenti sono spariti, come sostiene la storica Sonia Residori. Ma il Centro Simon Wiesenthal e lo storico Carlo Gentile, esperto di stragi naziste e consulente di diversi tribunali militari, erano sicuri: Karl Tausch è ancora vivo.
Specializzato nell'antiguerriglia Karl Franz Tausch non ha ancora compiuto 22 anni il giorno degli omicidi: al suo compleanno mancano appena due settimane. È vicebrigadiere delle SS e fa parte del Kommando di Herbert Andorfer, tenente delle SS di stanza a Roncegno in Trentino, mentre Tausch è distaccato a Bassano. Andorfer è un austriaco di Linz, arrivato in Italia nel '43. Il "Kommando Andorfer" è specializzato nell'antiguerriglia. È il tenente che dà l'ordine di uccidere i civili e partigiani, ma chi organizza, detta le modalità, fa eseguire e dà materialmente l'ordine è il boia Tausch. In quei giorni di settembre del '44 è in corso nei paesi del circondario del Grappa, nel Vicentino, una rappresaglia: in codice "Operazione Piave". L'ordine, arrivato dall'alto comando tedesco in Italia, è di uccidere trenta persone per ogni paese attorno al massiccio del Grappa.
L'inganno nazista Però partigiani e molti civili scappano alle prime avvisaglie. E allora Andorfer escogita un micidiale piano per eseguire lo stesso il massacro. Fa affiggere manifesti sui muri dei paesi, promettendo che chi si presenterà spontaneamente avrà salva la vita e lavorerà per l'Organizzazione Todt (civili addetti a lavori militari) o entrerà nella Flak (la contraerea). Ignare del progetto criminale, sono le persone influenti dei paesi come maestri, sindaci e sacerdoti e le stesse madri che invitano i propri figli e i giovani a presentarsi. "L'Operazione Piave" è iniziata da alcuni giorni e il 26 settembre «andavo come sempre a pattinare davanti alla chiesa Delle Grazie di Bassano», ricorda l'avvocato Mario Della Palma, che allora aveva 13 anni. «Ho visto arrivare il camion con questi ragazzi con le mani legate dietro, con loro due soldati tedeschi ». Sul lungo vialone della città c'era silenzio. «Il camion si ferma, ho visto il primo buttato giù, cioè appeso e impiccato e me ne sono andato» impaurito. Prima di venire giustiziati, ai trentuno è praticata un'iniezione per stordirli. Vengono appesi agli alberi di tre vie della città. I cappi sono pezzi di cavi telefonici, le teste vi sono infilate da ragazzini fascisti fra i 16 e i 17 anni delle ex Fiamme bianche, inquadrati nei reparti della Flak. La cima dei cappi è collegata a una lunga fune legata al camion. Il boia Tausch coordina l'esecuzione, dice come mettere il cappio poi dà l'ordine al camion di accelerare. Il camion parte e il cappio si stringe attorno al collo dei trentuno condannati. Chi non muore subito viene preso per le gambe e strattonato con colpi verso il basso da questi giovani fascisti. È quasi mezzanotte quando cala la morte. Fra gli impiccati c'è un uomo con problemi mentali; un ragazzo, Cesare, di 17 anni che si trova sul Grappa per curarsi dalla broncopolmonite; un altro, Giovan Battista, ha appena compiuto 16 anni, mentre il fratello, Giuseppe di 18, è stato fucilato due giorni prima; e un maestro elementare di Mirandola. Un ragazzo di 15 anni viene invece fucilato poco prima alla caserma Reatto, dove sono fatti confluire i prigionieri. Nel plotone di esecuzione c'è un ragazzino di appena 12 anni. Quasi tutti i prigionieri si sono presentati spontaneamente. La caserma si trova adiacente agli uffici di Tausch. Si dice che i carnefici abbiano poi festeggiato all'albergo Al Cardellino e al Caffè Centrale. Forse a bere e a cantare c'è pure Tausch. L'Operazione Piave si svolge dal 20 al 28 settembre, al termine si contano i morti: 264, solo 30 in combattimento. Lo strazio di padri e madri che hanno chiesto ai loro figli di presentarsi spontaneamente ai nazisti è pari a quello dei corpi appesi. E non tutti i corpi vengono ritrovati, alcuni pare siano finiti in fosse comuni e mai trovati.
Il boia ha precedenti Tausch ha una vera passione per gli omicidi. Il 5 gennaio 1945, sempre nel Vicentino, partecipa all'uccisione di tre persone, questa volta sono partigiani. Chi fa il nome di Karl Tausch come il boia tedesco? È l'onorevole Quirino Borin, sindaco di Bassano che prima di morire parla del graduato nazista. Borin conosce molto bene Tausch per essere stato trattenuto a lungo nell'ufficio del Kommando Andorfer proprio da Tausch. Anche lui indica il tedesco sul luogo della strage e sul camion. Che Tausch facesse parte del "Kommando Andorfer" è stato accertato dallo storico Carlo Gentile. La presenza del nazista a Bassano è confermata pure da documenti italiani. Le ultime prove sulla colpevolezza del "Kommando Andorfer" sono state trovate negli archivi di Londra da tre storici: Lorenzo Capovilla, Federico Maistrello e Sonia Residori dell'Istituto per la Storia della Resistenza della Marca Trevigiana e di Vicenza e dell'istituto di Vicenza E. Gallo. È una dichiarazione del '46 di Alfredo Perillo, detenuto, ufficiale di collegamento della Rsi con i tedeschi durante la guerra, nella quale scrive che «l'ordine dell'impiccagione venne dato dal tenente Andorfer ». Il documento non fu mai trasmesso alla giustizia italiana: solo ora è stato consegnato dai tre storici al procuratore militare di Padova Sergio Dini, che ha aperto ufficialmente un'inchiesta a carico di Karl Tausch e Herbert Andorfer. Tuttavia da luglio la procura militare di Padova è stata soppressa e tutte le inchieste sono passate a quella di Verona. La giustizia dimenticherà per la seconda volta il massacro di Bassano? (Paolo Tessadri, L’Espresso, 24 luglio 2008)



Adesso qualcuno ci viene a raccontare che è ora di riabilitare la repubblica di Salò. Di commemorare le vittime di entrambe le parti. Di rispettare le scelte “magari sbagliate” ma compiute in buona fede per l’onore della patria di tanti bravi ragazzi. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a combattere gli infami. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a tenere viva la memoria della barbarie che ha invaso l’Italia e il mondo intero. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a ricordare che leggi razziali e alleanza con la Germania nazista e la guerra (LE guerre, per la precisione: Libia Spagna Etiopia Albania guerra mondiale) non sono stati errori del fascismo bensì l’essenza stessa del fascismo. E sia maledetto chi osa dimenticare.


barbara


3 agosto 2008

TUTTI I GIORNI DI TUA VITA

«Papà non vorrà saperne di lui, vero? Mi manderà via come ha fatto con Regina …» singhiozzava Corinna, ed Eliana all’improvviso sentì salire in lei qualcosa che la rendeva più alta, più solida e robusta, ed era come se ogni parte del suo corpo fosse diventata di marmo o di bronzo, pronto a ergersi e incombere al di sopra di tutte le teste.
«La famiglia non è solo papà. Io non gli permetterò mai di cacciarti» disse Eliana scandendo le parole.

Sa scrivere, Lia Levi. Di quella scrittura piana che ti cattura e ti costringe a girare una pagina dietro l’altra fino a quando non giungi all’ultima in questo racconto in cui la Storia si intreccia alle storie – e quando la Storia è quella dell’Italia fascista e le storie sono storie di ebrei, ce ne sono di cose da raccontare. Storie in cui campeggiano splendide figure femminili, forti e coraggiose, capaci di prendere in mano la propria vita e riscattare le tante meschinità in cui altri si crogiolano.

Lia Levi, Tutti i giorni di tua vita, e/o



barbara


7 giugno 2008

LUNGO VIAGGIO ATTRAVERSO IL PREGIUDIZIO

Noi ebrei italiani siamo diversi – mi diceva mio padre -, non ci distinguiamo dagli altri cittadini italiani: abbiamo fatto l’Italia insieme con gli altri italiani, abbiamo fatto le guerre del Risorgimento, abbiamo fatto la guerra del 1915-18. Cavour aveva un segretario ebreo, il barone Artom; Daniele Manin, che ha guidato l’insurrezione di Venezia nel 1849, era ebreo. Queste cose che capitano agli ebrei degli altri paesi, in Italia non possono succedere. Dobbiamo ringraziare il Re Carlo Alberto, che ci ha tirati fuori dal ghetto.

Si sbagliava. Era il marzo del 1938 quando il padre di Guido Fubini esprimeva queste certezze: sono bastati pochi mesi a travolgere, oltre alle certezze, tutte intere le loro vite e quelle di decine di migliaia di ebrei italiani. Il pregiudizio è naturalmente quello antiebraico, e il viaggio attraverso di esso è lungo una vita intera, dato che ancora oggi, come purtroppo abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, è tutt’altro che sconfitto. E attraverso quel pregiudizio che ha segnato tutta intera la sua vita, dalle leggi razziali alle deportazioni al nuovo (nuovo?) antisemitismo che prende a pretesto l’esistenza di Israele, Fubini ci accompagna per mano: vale la pena di seguirlo.

Guido Fubini, Lungo viaggio attraverso il pregiudizio, Rosenberg & Sellier



barbara


27 maggio 2008

I REDENTI

Ovvero come inneggiare al duce, come primeggiare fra i suoi entusiastici sostenitori, come aderire a tutte le iniziative del fascismo, come sgomitare per ottenere l’onore di scrivere nei giornali di partito, come implorare – non sempre con eccessiva dignità - la grazia di farsi pubblicare un articolo … e poi rifarsi una verginità. Perché è un fatto: le folle oceaniche che riempivano le piazze in occasione dei discorsi di Mussolini non erano, come quelle che applaudivano Ceausescu, fatte di gente prelevata dalle fabbriche e portata lì a forza con i camion, e tuttavia il giorno successivo al fatidico 25 luglio l’Italia era popolata da decine di milioni di antifascisti, a partire dagli “intellettuali”. Qualcuno ammettendo, sommessamente, di averci creduto e di essersi finalmente accorto di avere sbagliato; molti proclamandosi fieramente antifascisti della prima ora, e spiegando di avere sempre fatto il doppio gioco, di avere intensamente contribuito a erodere il fascismo dall’interno e rivendicando, dunque, il diritto di sedersi dalla parte dei giusti. Menzogne che I redenti svela con abbondanza di documenti dai quali emerge, tra l’altro, un elemento comune a tutti i protagonisti di questa vicenda: un incontenibile, profondo, viscerale antisemitismo. Un libro davvero prezioso per la quantità di informazioni che offre e dunque consigliato a tutti, ma per affrontare il quale è necessario non avere paura di veder crollare un discreto numero di miti, di veder affondare nel fango dell’adulazione, del servilismo, del più becero pregiudizio coloro che per una vita avevamo considerato i cavalieri senza macchia e senza paura della lotta antifascista, gli eroi delle battaglie per la libertà e la democrazia, i rappresentanti duri e puri, senza cedimenti e senza compromessi, del glorioso partito comunista. Se non avete paura di tutto questo, leggetelo.

Mirella Serri, I redenti, Corbaccio



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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