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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 marzo 2010

ASSEMBLEA DI FACOLTÀ

Ovvero

come shekerare quattro stronzate

Simona Cantoni impiegò mezzora a vestirsi, dopo aver speso più di un’ora al bagno, fra doccia, capelli e trucco. Per quanto le costasse ammetterlo, questo era un segnale inquietante. Un campanello d’allarme. Un avviso subliminale. Il suo inconscio stava prendendo decisioni che lei era ben lungi dal condividere. Meglio, che lei respingeva con fermezza.
Chi era mai questo Alessandro per meritare una simile liturgia propiziatoria?
Nessuno. Meno di nessuno.
E allora perché si comportava come un’adolescente al primo appuntamento?
Tranquilla, è per sentirmi in controllo. Che non creda di avere a che fare con una che gli pende dalle labbra solo perché è carino e all’università gli sbavano tutte dietro. O magari perché va come un treno a medicina, ha mille interessi, gira su una BMW decappottabile e ha un tono di voce… Dio, che tono di voce!
Smettila, sei una stronza! Non te ne frega niente di lui!
Si dette un ultimo ritocco al lucido delle labbra, un ultimo colpo di spazzola e si fissò allo specchio con aria convinta.
Non fare la stronza Simona. O quanto meno…
Come, quanto meno…?
Ho detto non fare la stronza, punto e basta!
Al suono del citofono però, il cuore le batté forte.
“Io esco,” gridò quando era già sul pianerottolo, “torno tardi!”
Alessandro l’aspettava in macchina.
“Ti va di mangiare qualcosa?” le chiese, sporgendosi per darle un bacio sulla guancia.
“Conosci un posto carino?”
“A Castel Porziano. Pesce e musica dal vivo. Praticamente sulla spiaggia.”
Parlarono di tutto, lungo la strada, come parlano due ragazzi che si studiano. Senza lasciarsi andare più di tanto. Attenti alle domande, attenti alle risposte.
Di vista si conoscevano da una vita ma era la prima volta che uscivano insieme.
Un paio di giorni prima lui aveva preso l’iniziativa in un modo che a lei era parso intrigante.
“Cerco qualcuno che non mi conosca” le aveva detto, “perché ho voglia di raccontarmi.”
Lei aveva sorriso.
“E chi ti fa pensare che a qualcuno interessi il racconto?”
“Beh, in realtà non è che lo penso. E’ solo la prima cosa che mi è venuta in mente. Quando scriverò un libro sull’arte del rimorchio, comunque, ce la metterò dentro perché pare funzioni. Il primo passo l'ho già fatto.”
Questa volta lei aveva riso e lui aveva assaporato con discrezione un senso di trionfo.
La trattoria era semplice. Una veranda sul mare. Pochi tavoli. Poca gente. Poca luce.
Un cantante da piano bar creava un sottofondo musicale.
“Ci metterai anche questa trattoria nel tuo libro?”
“Dipende. Te lo dico domani… Quel libro conterrà solo strategie vincenti.”
Due spaghi, un bicchiere di vino e già l'atmosfera si era fatta confidenziale.
Ora parlavano di tutto, a ruota libera.
Studio, viaggi, libri, cinema, pittura. Si confrontavano, scoprendo passioni e avversioni in comune.
“Devi assaggiare gamberi e calamari. Qui sono spaziali!”
“Quelli no, non li mangio. Né crostacei né frutti di mare.”
“E invece li devi assaggiare. Non te li puoi perdere...”
“Non posso. Sono ebrea. Sai cacheruth, norme alimentari...”
“Fantastico! Spiegami meglio.”
Parlarono di religione e di tradizioni. Di senso di appartenenza e di retaggi identitari. E poi ancora di minoranze e di società multietniche.
In macchina si baciarono e rimasero a lungo a chiacchierare, sulla banchina deserta.
“Ho una villa, qui vicino... Potremmo andarci.”
Lei gli pose un dito sulle labbra.
“Non avere fretta...” disse e lui sembrò cogliere in quelle parole più una promessa che un rifiuto.
Sotto casa si baciarono ancora.
“Domani abbiamo assemblea di facoltà. Ti passo a prendere alle otto.”
Lei sorrise di tanta sicurezza, ma lo baciò sulle labbra e scese dall'auto.
Quando arrivarono in facoltà, la mattina dopo, l'aula magna era in fermento.
Mancava un'ora all'assemblea e fervevano i preparativi. Piccoli gruppi discutevano dell'impostazione dei lavori, alternando alterchi e risate. Altri si dedicavano agli impianti tecnici.
“Uno, due, tre, prova. Uno, due, tre, prova.”
Alessandro si trovava come a casa sua. Passava da un gruppo all'altro, scambiando battute e discutendo documenti.
Simona invece si era seduta ad uno degli ultimi banchi in cima all'anfiteatro ed osservava con distacco quell'animazione.
Odiava le assemblee. Passavano per uno strumento di democrazia diretta e ne erano invece l'antitesi spaccata.
Una minoranza di attivisti che si arrogava il diritto di rappresentare una maggioranza distratta. Tutta gente che si beava delle proprie parole.
Falla finita, non sei qui per fare politica! Se questi si divertono cosi, a te che te ne frega?
Tirò fuori il testo di diritto penale e si mise a ripassare.
Alessandro ogni tanto le si avvicinava.
“Tutto bene?”
Bene un cazzo! Non so che ci sto a fare in mezzo a questi coatti!
“Certo, tutto bene. Stai tranquillo, sto ripassando. Ho l'esame fra quindici giorni...”
Si concentrava sul testo, sollevando di tanto in tanto lo sguardo sull'aula che si andava riempiendo.
Gli oratori avevano preso posto sul palco. Alessandro era fra loro, con il microfono in mano.
Questo ci crede proprio! Scommetto che ci mette pure questa cazzo di assemblea nel suo libro.
Si concentrò ostinatamente sul testo di penale, per non sentirsi parte della sua esibizione.
“La nostra facoltà è chiamata ad essere l'anello di una lunga catena” stava dicendo lui, “una catena che unisce le forze progressiste in tutto il mondo, dentro e fuori le università. Una catena che col suo peso morale e l'incisività dei suoi richiami può riuscire lì dove hanno fallito le politiche degli stati e delle organizzazioni internazionali...”
Ma chi si crede d’essere, Bruce Willis pronto al salvataggio del pianeta...?
Sorrise immaginandoselo dentro una tuta spaziale, il casco sotto il braccio, ma chiuse il libro e si mise ad ascoltare.
“... la libera scelta di ognuno di noi è poca cosa. Ma se queste scelte divengono univoche, si trasformano in un'arma potente. Compagni, appropriarci di quest'arma non è più un'utopia, è qualcosa che dipende da noi, da ognuno di noi... E sono proprio loro con i loro crimini, con la loro superbia, con la loro apartheid che ci hanno dato la necessaria compattezza. Il sangue di Gaza è la ragione della nostra coesione internazionale. E' la ragione della nostra determinazione...”
Applausi.
Pugno allo stomaco.
Di che diavolo stai parlando...?
“Noi siamo chiamati a boicottare Israele per ristabilire la giustizia negata. Per dare una voce a chi non ha voce. Per dare una terra a chi ne è stato spoliato ed una patria a chi ne è stato cacciato. Compagni, dobbiamo fare terra bruciata intorno al sionismo razzista. Chiudere le porte della collaborazione internazionale ad uno stato che fa dell’apartheid la propria strategia. Tenere fuori da ogni scambio culturale chi con le proprie lobbies inquina la politica mondiale...”
Brutto bastardo, pezzo di merda.
Simona raccolse le sue cose, decisa ad andarsene.
Sei una stronza. Ci voleva tanto a capire di che pasta era fatto?
Stronza un cazzo. E' lui che è un verme. Che mi ci ha messo a fare in questa situazione di merda?
“... è per questo” stava dicendo lui “che cedo ora la parola a Mahmet Huseyin del Comitato Palestinese per il Boicottaggio di Israele.”
Simona aveva già raggiunto la base dell'emiciclo, ma qualcosa la trattenne.
Io non scappo. Non te la dò questa soddisfazione.
Sei pazza? Vattene che e meglio...
No, non me ne vado! Voglio vedere dove sono capaci di arrivare.
Sedette di nuovo.
“... ogni rifiuto di un prodotto israeliano” stava dicendo il palestinese “sarà la pietra di una nuova intifada che ci condurrà alla vittoria sul nemico sionista...”
Il delegato non fece sconti e riversò sull’assemblea le sue feroci invettive contro Israele, il sionismo e gli ebrei.
Simona sopportò tutto stoicamente, fino a quando Mahmet non superò il segno.
“... è un nemico subdolo e feroce. Ci ruba la terra, ci ruba le case, ci ruba il futuro. E adesso ci ruba anche gli organi dei nostri bambini e dei nostri prigionieri. Li uccide per appropriarsene e per farne commercio...”
Applausi.
Simona alzò la mano.
“Voglio intervenire” gridò.
Che fai? Sei pazza? Vuoi farti sbranare da questi scalmanati?
“Al tempo compagna. Il dibattito con la platea è previsto al termine degli interventi, se ce ne sarà il tempo.”
“Ah, si?” gridò Simona. “E questo chi lo dice? In un dibattito democratico chi partecipa ha lo stesso diritto di intervento di chi sta in cattedra!”
“In un dibattito democratico” cercò di zittirla il compagno sul palco, facendosi forte del microfono che impugnava, “ci sono tempi e regole da rispettare.”
“Tu stai solo rispettando la casta dei cattedratici e dei presunti leader. Fai parlare anche il popolo degli sfigati!”
L'emiciclo cominciò a vociare e qualcuno sul palco comprese da che parte stesse girando il vento.
“Fate parlare la compagna. Lasciatele fare il suo intervento.”
Simona salì sul palco mentre il cuore le pulsava in circolo adrenalina a gogò.
Voglio vedere adesso che gli dici. Tu devi essere completamente suonata.
Lo so io quello che gli dico. Brutti stronzi, bastardi di merda...
Afferrò il microfono e volse lo sguardo verso la platea. Un silenzio inconsueto. Un'attenzione inconsueta.
“Compagni, oggi abbiamo chiamato sul banco degli imputati Israele. Abbiamo istruito un processo, accusandolo dei crimini più efferati. Ma se questo è un processo, chi parlerà per l’accusato? Chi ne prospetterà le attenuanti? Chi chiamerà in giudizio i correi che si sono macchiati di colpe e di crimini altrettanto gravi?”
La platea cominciò a rumoreggiare confusa, mentre sul palco gli oratori si scambiavano occhiate perplesse.
“Se mettiamo Israele sotto accusa, perché facciamo salva la Russia per le stragi in Cecenia? E il Sudan per il genocidio in Darfour? E la Turchia per la repressione dei Curdi? E la Cina per il Tibet…? E dov’è Hamas che ha prima massacrato quelli del Fatah e poi ha provocato scientificamente la reazione degli israeliani, con la sua pioggia di razzi sui civili. E già che ci siamo, perché non parliamo anche di scudi umani, di bombe negli autobus, di oppressione sulle donne islamiche.”
“Questa è una provocazione…” cominciarono a gridare dall’emiciclo .
“No, non è una provocazione. E’ un invito a ragionare… Per quale motivo sempre e solo Israele è sul banco degli imputati?”
“Buttatela fuori!”
“Calma, compagni. Calma, non cadiamo nella sua provocazione!”
Simona col microfono in mano si sentiva ormai come John Wayne a Fort Apache.
“Io non provoco nessuno. Sono qua per parlare in difesa di uno stato che con l’haparteid non ha nulla a che fare.”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
L’aula magna era ormai una bolgia ma Simona non demordeva.
“Israele è l’ebreo della scena internazionale,” gridava, “per lui vale una legge che per gli altri non vale. E’ sempre e comunque colpevole, anche quando agisce per difendersi, anche quando sopporta l’insopportabile. I razzi di Hamas sono brutali quanto la reazione che provocano, ma qual è la causa e qual è l’effetto? Perché dobbiamo dare tutto per scontato e rinunciare a giudicare? Perché la logica quando si parla di Israele viene distorta e deformata?”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
Qualcuno si avvicinò alle spalle di Simona e tentò di trascinarla via ma lei si aggrappò al tavolo con tutte le forze.
“Questa è una violenza,” gridò nel microfono, “vergogna!”
Furono le sue ultime parole all’assemblea. La spina del microfono ora era staccata e il servizio d’ordine la spintonava senza complimenti fuori della facoltà.
L’ultima cosa che percepì fu un coro da stadio.
“Va in sinagoga, giudia va in sinagoga…”
Simona adesso era in mezzo alla strada, in uno stato di confusa prostrazione.
Si sentiva umiliata. Ferita.
Sarai contenta, ora! Cosa pensavi, di fare? Speravi di convincerli?
Vaffan’ culo! E’ lui che è uno stronzo! Un grandissimo stronzo!
Ancora!? La fai finita!? Quello è uno scarafaggio insignificante e tu ci piangi sopra come se meritasse la tua attenzione.
Tremava.
Sedette su una panchina e piegò la testa fra le mani.
No! Adesso ci manca solo che ti metti a piangere!
Ho detto non piangere!
Le lacrime le fluivano inarrestabili.
Trasse dalla borsa un kleenex e si soffiò il naso.
“Sei stata coraggiosa.”
Si girò. Lui era in piedi alle sue spalle.
“Vattene. Sei uno stronzo!”
Si asciugava gli occhi con le mani e si aggiustava il trucco per quel che poteva. Odiava che lui la vedesse in quelle condizioni.
“Ci volevano le palle per parlare in quel modo davanti ad una platea tanto ostile. Tu ce le hai avute…”
“Lasciami in pace. Voglio stare sola.”
Lui non si mosse.
“Doveva essere una manifestazione politica ma purtroppo è degenerata. Perfino quel coro antisemita… Mi dispiace, Simona, ti chiedo scusa.”
Questo è completamente fuori! Vattene, non gli dare spago! Vuole solo prenderti per il culo per salvare la faccia.
Me ne vado!? Ma nemmeno per idea! Questo lo sistemo io!
“Mi dispiace, ti chiedo scusa,” gli fece il verso lei, con tono irridente. “Tu non ti rendi nemmeno conto di quello che hai detto e di quello che hai lasciato dire in assemblea. E poi, scusa tanto… Dove cazzo stavi quando mi zittivano e mi spintonavano?”
Alessandro la fissava come un cane bastonato.
“Te lo dico io dove stavi. A fare lingua in bocca col tuo amico palestinese. Spero ti sia scusato con lui per le mie intemperanze verbali, ma del resto, sai come sono queste ragazze ebree. Pazze, esaltate. Incontrollabili. Sioniste e dunque razziste come tutti gli israeliani.”
“Ora sei ingiusta. Io non sono così…”
“Io non sono così…” gli fece di nuovo il verso lei. “E come sei? Dai raccontamela di nuovo la storiella degli anelli della catena. Può darsi che stavolta mi convinci. Può darsi che dopo possiamo andare insieme a salvare il mondo… Tanto basta poco… Basta spazzare via Israele dalle mappe e il pianeta avrà finalmente la sua età dell’oro. Basta convincere sei milioni di Israeliani a buttarsi a mare e Bin Laden potrà finalmente smettere il broncio e diventare un bravo bambino.”
Raccolse le sue cose e si alzò per andarsene.
Lui rimaneva in piedi, le mani in tasca, gli occhi bassi. Naturalmente aveva ragione lei a sentirsi offesa. Come aveva potuto essere così stronzo, così insensibile. In due ore aveva messo insieme una tale mole di cazzate da seppellire sul nascere una storia che già lo aveva preso.
Simona non gli era mai parsa così bella. Così intrigante… Figa e con le palle… Il massimo!
“Non ne so un cazzo di medio oriente. E’un tale bordello che non mi ci raccapezzo.”
“Me ne sono accorta. Ma questo non ti ha impedito di pontificare in assemblea…”
“Non ho mica detto niente di speciale. Ho shekerato quattro stronzate, tanto per fare la mia figura. Funziona così in assemblea, lo dovresti sapere.”
“No, non lo so come funziona in assemblea. So come funziona invece una testa in cui ci sia un minimo di cervello… Ma questo non ti riguarda, non è il tuo caso!”
Gli girò le spalle e si avviò per i viali dell’ateneo senza un saluto, resistendo alla tentazione di voltarsi indietro.
Mi sei piaciuta! Lo hai fatto a pezzi quel verme! Quel megalomane presuntuoso!
Chi, io…? Ma se è lui che ha fatto a pezzi me!
Ancora!? Non mi dirai che…
No che non te lo dico!
Ecco, brava! Mettici una croce sopra! Quello è solo uno stronzo, nient’altro… Ma adesso che fai…? No, ti prego, non ricominciare a piangere!
E perché mai dovrei piangere? Non ci penso nemmeno…
Le lacrime le solcavano il viso.
Io non piango, si disse, non piango, non piango…
E comunque non per te…. Vaffan’ culo!

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Peccato che questo Mario Pacifici abbia cominciato a scrivere – o a far conoscere i suoi scritti, non so – così tardi, perché sono davvero degli autentici gioielli. In questo, poi, mi sono molto ritrovata, essendomi trovata in una situazione piuttosto simile a Parigi, nell’ormai lontano 1991. Con la confortante differenza, rispetto alla Simona del racconto, di non essere innamorata di nessuno della controparte. Poi naturalmente, giusto per restare in tema di bello scrivere e sani sentimenti e coraggiosa militanza e robusta presa di posizione ed energica difesa della verità evvetera eccetera, è tassativamente obbligatorio leggere il solito imprescindibile Ugo volli, qui e qui.

barbara


13 dicembre 2009

UN MUSULMANO IN UN PAESE EBRAICO

Per capire le accuse mosse agli israeliani

di Tashbih Sayyed

Il dott. Tashbih Sayyed era quello che si può tranquillamente definire un musulmano liberale. Nato in Pakistan nel 1941 (e morto nel 2007), membro del Jihad Watch Board., redattore capo di Pakistan Today e Islam World Today, tra il 1967 e il 1980 ha lavorato per la Pakistan Television Corporation, battendosi sempre per la democrazia e contro il terrorismo.
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e l'ondata filofondamentalista che inneggiava alla jihad, invece di accodarsi alla massa per dichiarare guerra agli infedeli, Sayyed ammise apertamente e a gran voce che esisteva un problema all'interno dell'Islam che andava risolto. Una volta disse ad un suo amico: "La mia vita intera è dedicata ad un solo scopo: far capire ai Musulmani che la loro teologia ha bisogno di essere riformata e reinterpretata. Chiunque pensa che non ci sia nulla di sbagliato è o cieco o un apologeta.
Ci sono molte cose nelle Scritture che hanno bisogno di essere riformate e contestualizzate, in modo che esse non possano essere usate dai terroristi per giustificare omicidi, attentati e delitti d'onore". Nonostante questo non abbandonò mai la religione musulmana, perché credeva in una riforma dall'interno.
Nel 2005 compì il suo primo viaggio in Israele, al termine del quale scrisse il seguente articolo dal titolo: "Un musulmano in un Paese ebraico" che è tuttora di stretta attualità. Elena Lattes

Quando sono atterrato a Tel Aviv con il volo LY 0008 dell'El Al il 14 Novembre 2005, con mia moglie Kiran, la mia mente era impegnata nell'organizzare e nel riorganizzare la lista di cose che avevo intenzione di compiere. Volevo usare la mia prima visita in Israele per sentire la forza dello spirito ebraico che rifiuta di cedere alle forze del male, nonostante migliaia di anni di antisemitismo. Non volevo indagare sugli episodi di coloro che si immolano, ma i motivi della determinazione degli israeliani a vivere in pace.
Ci sono molte cose di cui volevo parlare, soprattutto della loro riluttanza a fare qualcosa contro la scorretta informazione che continua a dipingerli come cattivi.
Sebbene capisca perché i media, che coprono ragionevolmente la maggior parte degli eventi in modo accurato, scelgono di ignorare le regole etiche del giornalismo quando si tratta di Israele, non potevo comprendere la profondità della riluttanza israeliana a sfidare la stampa negativa in maniera efficace.
Il biasimo mediatico mi ricordava l'era nazista, quando i giornali tedeschi erano tutti sotto il Ministro hitleriano per la Propaganda, Joseph Goebbels, che raccoglieva ogni parola di odio contro gli ebrei.
Proprio come i giornali tedeschi che rifiutavano di stampare la verità sulle terribili atrocità commesse nei campi di sterminio in Europa, o che affermavano che era tutta un'esagerazione, i media oggigiorno ignorano il terrorismo arabo. Volevo vedere se c'era qualche verità nelle accuse secondo le quali Israele sarebbe uno Stato di apartheid, discriminatorio e non democratico.
Sapevo che un vero Stato Ebraico non poteva non essere democratico, poiché il concetto di democrazia ha sempre fatto parte del pensiero ebraico e deriva direttamente dalla Torah (Pentateuco N.d.T.). Per esempio quando nel Preambolo della Dichiarazione di Indipendenza, Jefferson scrisse che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà e il raggiungimento della Felicità, egli si stava riferendo al Pentateuco secondo il quale tutti gli uomini sono creati ad immagine divina. Ero sicuro che Israele non poteva essere razzista o discriminatorio, poiché si basa sull'idea del patto tra Dio e gli ebrei, nel quale entrambe le parti hanno accettato su di sé doveri e obblighi, sottolineando il fatto che il potere è stabilito attraverso il consenso di entrambe le parti piuttosto che attraverso la tirannia del più forte.
La mia concezione dello Stato ebraico trovò conferma quando dovetti compilare il questionario di ingresso, prima di atterrare a Tel Aviv: non chiedeva la mia religione come invece prevedeva la legge in Pakistan e al contrario dell'Arabia Saudita nessuno mi chiese un certificato attestante la religione.
Mentre il volo si avvicinava alla Terra Promessa, continuai a rimuginare sulla lista delle accuse mosse abitualmente ad Israele dai suoi nemici:
gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore;
Israele non è democratico;
I cittadini arabi musulmani non hanno pari diritti.

Gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore
Da Tel Aviv a Tiberiade, da Gerusalemme a Izreel, dalle alture del Golan al confine con Gaza, non riuscii a trovare nessun segno di paura. In effetti la gente si sentiva così sicura che nessun negozio, nessun benzinaio, nessun mercato o nessun residence dove andammo e dove sapevano che eravamo musulmani ritenne necessario perquisirci o interrogarci. Specialmente quando Kiran e io andammo una sera in via Ben Yehuda a Gerusalemme, la trovammo brulicante di gente di tutte le età. Il terreno era tremolante per la musica e i giovani, ragazzi e ragazze, erano così intenti a divertirsi che non si curavano affatto di guardarsi intorno. I turisti erano impegnati negli acquisti e l'intera folla sembrava muoversi al ritmo della musica.
Non potevo non paragonare il senso di sicurezza in Israele con l'atmosfera di insicurezza che esiste nel Paesi musulmani. Dall'Indonesia all'Iran, dall'Afghanistan all'Arabia Saudita, la gente non è sicura di niente. Nella capitale pakistana, Islamabad, e nel porto di Karachi, mi veniva costantemente consigliato di non fare grandi acquisti pubblicamente per non incoraggiare i ladri a seguirmi. Non sentii nessuna notizia di violenza, di orribile assassinio o di rapina in Israele.

Israele non è democratico
Come musulmano sono molto più sensibile all'assenza di libertà democratiche in qualunque società e non credo che qualcuno, se non gli antisemiti, potrà negare che Israele è una democrazia.
La democrazia in Israele è proporzionale e rappresentativa, ma le coalizioni democratiche per rendere effettiva ogni decisione hanno necessariamente i loro problemi.
Si presentò a noi il primo giorno a Cesarea. L'aria era piena di dibattiti e discussioni politici. La decisione di Ariel Sharon di lasciare il Likud e formare un nuovo partito politico dominava la hall dell'albergo e sottolineava i problemi causati dalla necessità di avere una coalizione democratica.
"L'obiettivo di una società libera e democratica israeliana è di raggiungere un compromesso soddisfacente, ma spesso le conclusioni sono meno soddisfacenti, specialmente per la maggioranza. Essa richiede coalizioni e unità, ma anche controlli e bilanci su ogni potenziale abuso dei diritti della minoranza. Questo è migliore del sistema americano repubblicano rappresentativo che è veramente una rappresentanza di potere e di interessi specifici. Negli Usa hai una democrazia per pochi, in Israele hai una democrazia per tutti".
Ho tentato faticosamente di trovare uno Stato musulmano che ha una vera democrazia e dove alle minoranze religiose sono concessi uguali diritti, ma ho fallito. La mappa del mondo musulmano è troppo affollata di re, despoti, dittatori, falsi democratici e autocrati teocratici e la persecuzione delle minoranze è una parte essenziale del comportamento sociale islamico. Ma qui, protetto dai princìpi democratici di Israele, ai cittadini arabi musulmani sono riconosciuti tutti i diritti e privilegi della cittadinanza israeliana. Quando si tennero le prime elezioni per la Kneset, nel 1949, agli arabi israeliani fu riconosciuto il diritto di voto e la possibilità di essere eletti al pari degli ebrei israeliani. Oggigiorno gli arabi israeliani hanno pieni diritti civili e politici necessari per una completa partecipazione nella società israeliana. Essi sono attivi nella vita sociale, politica e civile del Paese e sono rappresentati nel Parlamento, agli Affari Esteri e nel sistema giudiziario.
La fede israeliana nella democrazia spiega anche il loro rifiuto a rispondere al terrorismo islamista in modo violento. Nonostante fossi consapevole della debolezza umana che permette alla rabbia di opprimere le migliori intenzioni, non riuscii a trovare israeliani che agivano per vendetta contro i loro compatrioti arabi. La mia esperienza come musulmano mi portava ad aspettarmi il peggio dal comportamento umano; i musulmani sotto l'influenza dell'Islam radicale si sono scatenati nel terrore contro i non-musulmani perfino quando fu appurato che le accuse di offese antiislamiche erano false.
Ho pensato che ci volesse uno sforzo sovrumano per ignorare le atrocità subite e rimanere liberi dalle emozioni di vendetta. Nella mia esperienza delle società musulmane, alle minoranze non è mai stato concesso il beneficio del dubbio. L'odio per i non musulmani e lo scoppio della violenza contro le minoranze religiose tra i radicali musulmani sono rimasti una norma piuttosto che un'eccezione. Come musulmano non-wahabita ho personalmente affrontato le loro barbarie e ho visto Cristiani, Induisti e altre minoranze perseguitate in base a falsi pretesti. Ho pensato che se gli wahabiti in Arabia Saudita possono condannare un insegnante a 40 mesi di prigione e 750 frustate per aver lodato Gesù, non sarebbe irragionevole da parte israeliana punire i palestinesi per gettare pietre ai fedeli al Muro Occidentale e bruciare la tomba di Giuseppe.
Ma perfino in questo campo gli israeliani hanno rivelato il mondo sbagliato. Nonostante le quotidiane provocazioni, hanno tentato con successo di non scendere allo stesso livello di depravazione dei loro nemici Arabi.
Il mondo è abituato alla violenza quotidiana che viene perpetrata contro le minoranze religiose nel mondo Musulmano. Solo un paio di giorni fa, i fedeli musulmani in Pakistan hanno irrotto attraverso le mura di una chiesa, incendiandola e scardinandone le porte. Stavano reagendo a delle voci secondo le quali un cristiano aveva dissacrato il libro santo, il Corano. Hanno fracassato l'altare di marmo della Chiesa del Santo Spirito e infranto le finestre di vetro. Hanno anche incendiato un'abitazione cristiana e la vicina scuola femminile di Sant'Antonio. In un momento le fiamme hanno lambito i muri e il fumo nero ha riempito il cielo. Per giorni i clericali wahabiti hanno continuato ad incitare i seguaci musulmani ad uscire dalle loro case e difendere la loro fede scatenando il terrore.
Mi chiedo se un giorno un israeliano potrà trovare giustificabile copiare quel che gli Wahabiti stanno facendo in Iraq e in altri posti - sequestrando, uccidendo e decapitando gli infedeli. Più recentemente il corpo di un autista indù, Maniappan Raman Kutty, è stato trovato con la gola tagliata nel sud dell'Afghanistan per nessuna ragione evidente, se non quella della sua fede.
Ma non c'è niente nella storia che potrà sostenere i miei timori: gli Ebrei nonostante siano soggetti agli atti più barbari di terrorismo, non hanno ancora reagito per vendetta contro i loro persecutori. E concludo che la mia prima visita in Israele mi aiuterà a sciogliere l'enigma sull'insistenza israeliana nel continuare a rimanere un obiettivo del terrore islamico.

I cittadini arabi musulmani di Israele non hanno pari diritti
Quando il nostro autobus con aria condizionata percorse le curve della strada montagnosa che porta nel cuore della Galilea, non potevo non vedere l'ergersi dei minareti che identificavano una quantità di cittadine arabo palestinesi che punteggiavano i lati delle colline. Le imponenti cupole delle moschee sottolineavano la libertà di cui i Musulmani godono nello Stato ebraico. Grandi abitazioni arabe, intensa attività edilizia e grandi automobili delineavano la prosperità e l'agiatezza della vita palestinese all'ombra della Stella di David.
Sulla strada dalla città di David all'albergo Royal Prima a Gerusalemme, chiesi al mio tassista palestinese come si sentiva nell'andare nei territori sotto l'Autorità Palestinese. Mi disse che non aveva mai potuto pensare di vivere fuori di Israele. La sua risposta sfatò il mito diffuso dagli antisemiti secondo il quale i cittadini arabi israeliani non sono felici qui.
Un altro palestinese mi informò che gli arabi in Israele hanno pieni diritti elettorali. Infatti Israele è uno dei pochi Paesi nel Medio Oriente dove le donne arabe possono votare. In contrasto con il mondo arabo non israeliano, esse godono dello stesso status degli uomini. Le donne musulmane hanno il diritto di votare e di essere elette nei pubblici uffici. Esse, infatti, sono più libere in Israele che in qualunque altro Paese musulmano. La legge israeliana proibisce la poligamia, il matrimonio con bambine e la barbarie delle mutilazioni genitali femminili.
Inoltre ho scoperto che non ci sono casi di delitti d'onore. Lo status delle donne musulmane in Israele è di gran lunga superiore a quello di qualunque Paese nella regione, gli standard di salute sono tra i più alti nel Medio Oriente e le istituzioni sanitarie israeliane sono aperte a tutti gli arabi al pari degli ebrei.
L'arabo, come l'ebraico, è lingua ufficiale e sottolinea la natura tollerante dello Stato ebraico. Su tutti i cartelli stradali i nomi in arabo campeggiano accanto a quelli in ebraico. E' la politica ufficiale del governo israeliano favorire la lingua, la cultura e le tradizioni della minoranza araba nel sistema educativo e nella vita quotidiana.
La stampa araba israeliana è la più vibrante e indipendente di qualunque altro Paese nella regione. Ci sono più di 20 periodici che pubblicano ciò che più loro aggrada e sono soggetti soltanto alla stessa censura militare delle pubblicazioni ebraiche. Ci sono programmi quotidiani in arabo in televisione e alla radio.
L'arabo è insegnato nelle scuole secondarie ebraiche. Più di 350mila bambini arabi frequentano le scuole israeliane. Quando Israele fu fondata c'era una sola scuola superiore araba. Oggi ce ne sono centinaia, le università israeliane sono rinomati centri di studio per la storia e la letteratura araba nel Medio Oriente.
Consapevole delle restrizioni che i non-wahabiti sono costretti a subire durante i rituali religiosi condotti in Arabia Saudita, Kiran (mia moglie) non poteva nascondere la sua sorpresa di fronte alle libertà e alla facilità con cui le persone di tutte le religioni e fedi adempiono ai loro doveri religiosi alla Chiesa del Santo Sepolcro, alla Tomba del Giardino, presso il Mare di Galilea, nei tunnels recentemente scoperti del Muro Occidentale, il Muro Occidentale stesso, la tomba del Re David e tutti gli altri luoghi sacri che abbiamo visitato.
Tutte le comunità religiose in Israele godono della piena protezione dello Stato. Gli arabi musulmani, come molti cristiani di diverse confessioni, sono liberi di esercitare le loro fedi, di osservare il loro giorno settimanale di riposo e di festa e di amministrare i loro stessi affari interni.
Circa 80mila Drusi vivono in 22 villaggi nel nord di Israele. La loro religione non è accessibile dall'esterno ed essi costituiscono una comunità arabofona separata culturalmente, socialmente e religiosamente. Il concetto druso di taqiyya richiede ai suoi fedeli la completa lealtà al governo del Paese nel quale risiedono. In base a questo, oltre che per altri motivi, i drusi svolgono il loro servizio militare. Ogni comunità religiosa in Israele ha i suoi consigli e le sue corti e piena giurisdizione sugli affari religiosi, inclusi lo status personale, come matrimonio e divorzio. I luoghi santi di tutte le religioni sono amministrati dalle loro autorità e protetti dal governo.
Un giornalista indù che venne a visitarmi mi parlò dell'apertura che la società ebraica rappresenta. Mi disse che più del 20% della popolazione non è ebrea e di questa, circa un milione e duecentomila sono musulmani, 140mila sono cristiani e 100mila drusi. Un altro israeliano non ebreo mi disse che i cristiani e i drusi sono liberi di arruolarsi nelle forze di difesa dello Stato ebraico. I beduini hanno prestato la loro opera nelle unità di paracadutisti e altri arabi si sono presentati volontariamente per assolvere il servizio militare.
Le grandi case possedute dagli arabi israeliani e la quantità di edifici in costruzione nelle città arabe dimostrano la falsità della propaganda secondo la quale Israele discriminerebbe gli arabi israeliani dal comprare la terra. Ho scoperto che all'inizio del secolo, il Fondo Nazionale ebraico fu fondato dal Congresso mondiale sionista per comprare terra in Palestina per gli insediamenti ebraici.
Dell'area totale di Israele, il 92 percento appartiene allo Stato ed è gestito dal Land Management Authority. Non è in vendita per nessuno, né per gli ebrei né per gli arabi.
Il Waqf (la fondazione islamica addetta alla protezione dei beni religiosi N.d.T.) possiede terra che è per uso e beneficio espressamente per gli arabi musulmani. La terra governativa può essere presa in affitto da chiunque, senza distinzione di razza, religione o sesso. Tutti gli arabi cittadini di Israele hanno la possibilità di prenderla in locazione.
Ho chiesto a tre arabi israeliani se erano costretti a subire discriminazioni sul lavoro. Tutti e tre mi hanno detto la stessa cosa: normalmente non c'è discriminazione, ma ogni qualvolta un bombarolo suicida si fa esplodere, uccidendo gli israeliani, alcuni si sentono a disagio con noi. Ma questo sgradevole sentimento è anche del tutto temporaneo e non dura a lungo.
La mia prima visita in Israele non ha soltanto consolidato le mie opinioni che Israele è vitale per la stabilità della regione, ma mi ha anche convinto che la sua esistenza convincerà un giorno i musulmani della necessità di riformare la loro teologia e la loro sociologia.

Un viaggio attraverso il deserto israeliano mi ha mostrato un altro importante aspetto della vita: i Profeti non sono solo coloro che compiono miracoli, la gente che crede in se stessa può anche compiere atti incredibili.
Ettari ed ettari di dune di sabbia sono state trasformate nella terra più fertile possibile: grano, cotone, girasoli, piselli, arachidi, mango, avocado, limoni, papaya, banani e ogni altro tipo di frutta e verdura che gli israeliani vogliono consumare, è cresciuta all'interno del Paese. Infatti gli israeliani hanno provato oltre ogni dubbio perché Dio promise a loro questa terra, soltanto loro possono mantenerla verde.
La terra è ripetutamente descritta nella Torah (Pentateuco, N.d.T.), come una buona terra "una terra dove scorrono latte e miele". Questa descrizione può anche non sembrare consona alle immagini del deserto che vediamo nelle notizie della sera, ma ricordiamoci che la terra è stata ripetutamente abusata dai conquistatori [che erano] determinati a farne un posto inabitabile per gli Ebrei.
In poche decadi questi ultimi hanno ripreso il controllo della terra e l'enorme miglioramento nella loro agricoltura è ben testimoniato. L'agricoltura israeliana oggi ha una produzione altissima. È efficace ed è in grado di soddisfare il 75% dei bisogni interni, nonostante la scarsità di terra disponibile.
Guardando allo sviluppo e alla trasformazione che la terra ha attraversato grazie allo spirito innovativo ebraico, al duro lavoro e impegno, alla libertà per tutti i tempi a venire, sono convinto che è vero che Dio ha creato questa terra, ma è anche un fatto che solo un Israele può impedire che la terra muoia. (Agenzia Radicale, 30 novembre 2009)

Perché è dimostrato, documentato, provato al di là di ogni possibile dubbio che non esiste un islam moderato, ma i musulmani per bene esistono. E resta da chiedersi come mai i nostri politici non vadano a incontrare questi musulmani, come mai sedicenti pacifisti e missioni sedicenti umanitarie non vadano a parlare con questi musulmani, come mai sia così raro che i giornalisti intervistino questi musulmani. Ma forse, se solo ci pensiamo un momento, la cosa non è poi così strana vero?
E poi, decisamente in tema, vai a vedere questo. E naturalmente questo.


Donna palestinese riceve cure da personale sanitario israeliano, Archive Photo: IDF Spokesperson

barbara


24 marzo 2009

TANTO PER CAMBIARE

Inizia a sgonfiarsi la montatura dei soldati israeliani che avrebbero commesso atrocità a Gaza

Il quotidiano Maariv ha anticipato che le inchieste hanno accertato che gli episodi più gravi (come l’uccisione della donna anziana che avrebbe sbagliato direzione dopo essere stata rilasciata) non sono mai avvenuti.
I giornali italiani non ne parlano, salvo Umberto de Giovannangeli sull’Unità che cerca di rilanciare la storia raccontando tutt’altre vicende, condannabili ma certo non qualificabili come atrocità (per esempio una maglietta con slogan che incitano ad ammazzare gli arabi indossata da un civile adesso, non in guerra, e fotografata sempre da Haaretz).
E poi vai a leggere anche questo.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 24/3/2009 alle 23:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


23 gennaio 2009

QUESTA VIGNETTA È DI DUE ANNI E MEZZO FA


Non si direbbe, vero?

barbara


10 gennaio 2009

UN GIORNALISTA PALESTINESE SPIEGA LA SITUAZIONE A GAZA

Un articolo di circa tre mesi fa, che può essere utile rileggere oggi.

La colpa di Hamas nell'assedio di Gaza

di Nicole Jansezian

Un giornalista palestinese ha dichiarato che Hamas ha quanto meno la stessa colpa di Israele per l'assedio di Gaza. Ha detto inoltre che per paura di ritorsioni nella striscia di Gaza i molti giornalisti non riportano tutte le notizie. Agli occhi internazionali, come a quelli dei critici palestinesi, la colpa è sempre d'Israele. E' sempre allo Stato ebraico che viene data la responsabilità della crisi economica in Gaza. Elias Zananiri, un noto nazionalista palestinese che ha lavorato per l'Autorità dell'Autonomia Palestinese, ora ha dichiarato che nella corrispondenza da Gaza sotto il controllo di Hamas si pratica una doppia morale: i reporter criticano la politica palestinese nella cosiddetta Cisgiordania, ma non il terrorismo di Hamas contro i propri abitanti in Gaza.
Quando Israele lascia entrare carburante in Gaza, ha detto Zananiri, dipende da Hamas decidere se "questo carburante sarà usato per i generatori e gli ospedali o per le fabbriche di Qassam. Il carburante sarà messo a disposizione di tutta la popolazione, o lo terrò per la mia casa privata, per le mie auto e le mie guardie del corpo?"
Israele ogni giorno lascia entrare in Gaza più di 100 camion con beni di aiuto umanitario e carburante, infrangendo la generale chiusura delle frontiere voluta da un boicottaggio internazionale contro il governo di Hamas. Un anno fa Hamas è riuscito a conquistare il controllo della striscia di Gaza in una guerra civile contro gli adepti di Fatah. Zananiri accusa i membri di Hamas di sequestrare il carburante per i propri interessi, invece di consegnarlo alla popolazione.
"Il terrorismo con cui Hamas opprime quel 1,5 mil. di palestinesi, che nel vero senso della parola sono ostaggi di Hamas, è di importanza fondamentale", ha detto. "Nessuno può ignorare gli effetti negativi dell'assedio (israeliano) a Gaza, ma esattamente come chiedo alla comunità internazionale di togliere l'assedio, chiedo anche a Hamas - che afferma di portare la responsabilità nella striscia di Gaza, di fare qualcosa affinché l'assedio sia tolto. Ma Hamas non lo fa."
Alcuni corrispondenti stranieri confidano a Zananiri la loro paura di essere cacciati dalla striscia di Gaza o addirittura di essere rapiti. I reporter locali si trovano di fronte a eventualità non belle: "Nella Gaza di oggi si può essere uccisi senza problemi." Alcuni dei suoi amici non parlano al telefono con lui perché temono che i loro telefoni siano controllati da Hamas. "La verità non viene alla luce", accusa. "I racconti che vengono dalla striscia di Gaza dopo la conquista del potere da parte di Hamas sono unilaterali. Non si dice che la situazione è diversa. Mi arrivano continuamente nuovi resoconti di come lavora Hamas, con minacce e intimidazioni."
Ma i racconti da Gaza filtrano. Molti professori palestinesi che appoggiano lealmente Mahmud Abbas hanno scioperato nei primi cinque giorni di scuola per protestare contro "le azioni di Hamas contro i professori". Il segretario generale del sindacato dei docenti, Jameel Shehada, ha detto che è stato dichiarato lo sciopero dopo che la polizia di Hamas ha preso il controllo del sindacato appartenente all'OLP, ha licenziato alcuni impiegati del Ministero dell'Istruzione e ha trasferito alcuni professori in scuole lontane.
Mohammed Abu Shuqair, impiegato al Ministero di Hamas, ha dichiarato che i professori sono stati trasferiti a causa di un "provvedimento giudiziario". Ci si aspetta che Hamas nomini dei suoi propri professori, per sostituire quelli che hanno scioperato. Nella maggior parte delle scuole sono già stati insediati dei docenti fedeli a Hamas.
Anche i medici della striscia di Gaza hanno scioperato per protestare contro il licenziamento di 50 medici e altro personale dell'ente sanitario simpatizzante per Fatah. Circa il 90 percento degli impiegati dell'ospedale principale della città di Gaza hanno aderito all'agitazione. Uno dei dirigenti medici, che ha voluto restare anonimo, ha detto che dei membri di Hamas hanno riunito con la forza medici e personale medico e li hanno portati negli ospedali per costringerli al lavoro. (israel heute, ottobre 2008, - trad. www.ilvangelo-israele.it)

Non che queste siano cose nuove, ma dette da uno che non sembra scoppiare di simpatia per Israele confortano. (Che poi, comunque …)


barbara

AGGIORNAMENTO: qui.


27 maggio 2008

I REDENTI

Ovvero come inneggiare al duce, come primeggiare fra i suoi entusiastici sostenitori, come aderire a tutte le iniziative del fascismo, come sgomitare per ottenere l’onore di scrivere nei giornali di partito, come implorare – non sempre con eccessiva dignità - la grazia di farsi pubblicare un articolo … e poi rifarsi una verginità. Perché è un fatto: le folle oceaniche che riempivano le piazze in occasione dei discorsi di Mussolini non erano, come quelle che applaudivano Ceausescu, fatte di gente prelevata dalle fabbriche e portata lì a forza con i camion, e tuttavia il giorno successivo al fatidico 25 luglio l’Italia era popolata da decine di milioni di antifascisti, a partire dagli “intellettuali”. Qualcuno ammettendo, sommessamente, di averci creduto e di essersi finalmente accorto di avere sbagliato; molti proclamandosi fieramente antifascisti della prima ora, e spiegando di avere sempre fatto il doppio gioco, di avere intensamente contribuito a erodere il fascismo dall’interno e rivendicando, dunque, il diritto di sedersi dalla parte dei giusti. Menzogne che I redenti svela con abbondanza di documenti dai quali emerge, tra l’altro, un elemento comune a tutti i protagonisti di questa vicenda: un incontenibile, profondo, viscerale antisemitismo. Un libro davvero prezioso per la quantità di informazioni che offre e dunque consigliato a tutti, ma per affrontare il quale è necessario non avere paura di veder crollare un discreto numero di miti, di veder affondare nel fango dell’adulazione, del servilismo, del più becero pregiudizio coloro che per una vita avevamo considerato i cavalieri senza macchia e senza paura della lotta antifascista, gli eroi delle battaglie per la libertà e la democrazia, i rappresentanti duri e puri, senza cedimenti e senza compromessi, del glorioso partito comunista. Se non avete paura di tutto questo, leggetelo.

Mirella Serri, I redenti, Corbaccio



barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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