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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 aprile 2011

RICORDIAMO IL GENOCIDIO ARMENO

iniziato (quello “grande”) il 24 aprile 1915 

             

I convogli si spostavano a piedi per percorsi interminabili lungo territori accidentati, nel corso dei quali la penuria d'acqua, di cibo e di riparo notturno acuiva le sofferenze dei deportati. Per tutto il cammino le schiere di donne e di bambini erano in balia degli stupri, dei furti, della crudeltà dei briganti, dei predoni oppure degli abitanti dei villaggi, a cui si aggiungevano i loro accompagnatori, esclusivamente musulmani. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro. In alcuni casi, le donne potevano sottrarsi alla morte o alla schiavitù insieme ai loro figli mediante la conversione all'islam, ratificata dal matrimonio immediato con un musulmano. Coloro che sopravvivevano alle torture del tragitto - la fame, la sete, lo sfinimento, gli stupri - giungevano a Dayr al-Zur. Informate in anticipo dell'arrivo dei convogli, le tribù arabe e curde, insieme ai contadini musulmani, li aspettavano per arrecare loro gli ultimi oltraggi. I cadaveri venivano abbandonati nel deserto.
Il genocidio degli armeni fu il normale esito di una politica insita nella struttura politico-religiosa della dhimmitudine. Questo processo di annientamento fisico ai danni di una nazione ribelle aveva già fatto la sua comparsa durante le rivolte dei cristiani slavi e greci, che si salvarono dallo sterminio collettivo solo grazie agli interventi europei, interventi effettuati talora a malincuore. Il genocidio degli armeni fu un jihad. Nessun raya, infatti, vi prese parte. Nonostante la disapprovazione di molti turchi e arabi musulmani, e il loro rifiuto a collaborare al crimine, questi massacri furono perpetrati unicamente dai cittadini islamici, ed essi soli beneficiarono del bottino: i beni delle vittime, le loro abitazioni, i loro campi - assegnati ai muhajirun -, le donne e i bambini, spartiti e ridotti in schiavitù. L’eliminazione dei maschi dai dodici anni in su è conforme alle prescrizioni del jihad e all'età regolamentare per il pagamento della jizya. Le quattro tappe dello sterminio - deportazioni, riduzioni in schiavitù, conversioni forzate ed eccidi - riproducono le condizioni storiche del jihad, applicate a partire dal VII secolo in tutto il dar al-harb. Cronache di provenienze diverse, soprattutto di autori islamici, descrivono minuziosamente l'organizzazione del massacro dei vinti e le deportazioni dei prigionieri, le cui marce forzate al seguito degli eserciti infliggevano loro le stesse sofferenze provate dagli armeni nel XX secolo.
Questa politica non era un episodio isolato. Essa rientrava in una strategia difensiva finalizzata a mantenere sotto la giurisdizione islamica un territorio conquistato con la guerra e ad annientare i nazionalismi dhimmi. Perciò la tragedia armena fu accompagnata dallo sterminio dei cristiani giacobiti e nestoriani della valle dell'Eufrate, nel Nord della Siria. Nel mese di settembre del 1915, a Musa Dagh (Jabal Musa, Presso Antiochia), tra i 4000 e i 5000 armeni, accerchiati dai turchi e dagli arabi, furono imbarcati in extremis su alcune navi francesi. Ma le autorità inglesi e francesi, temendo l'ostilità delle popolazioni islamiche, si rifiutarono di lasciarle sbarcare in Egitto, a Rodi, a Cipro, in Marocco e in Tunisia. Alla fine l'Alto Commissario inglese d'Egitto accettò il loro sbarco provvisorio ad Alessandria.
Il concorso di tutte queste circostanze dimostra che il genocidio degli armeni fu un affaire esclusivamente musulmano, nelle finalità come nell'attuazione, e che nessuna fase di tale piano vide coinvolte le comunità raya. Al contrario, i rapporti pervenuti agli Alleati sugli eccidi erano di provenienza cristiana ed ebraico-ottomana. Sul fronte internazionale, poi, l'Austria e la Germania, alleate della Turchia, non furono esenti da responsabilità. In che misura i racconti di coloro che avevano preso parte a quei massacri influenzarono Hitler? Circa vent'anni più tardi, il 22 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il Führer comunicava ai comandanti in capo dei suoi eserciti riuniti a Obersalzberg:

Perciò, per il momento ho inviato a Est solo le mie unità di teste di Morto [Totenkopfverbände], con l'ordine di uccidere senza alcuna pietà né compassione tutti gli uomini, le donne e i bambini di razza o di lingua polacca. Oggigiorno chi parla ancora dello sterminio degli armeni? (Wer redet heute noch der Vernichtung der Armenier?)

(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.266-268)



Come già ricordato, recentemente, qui, il genocidio armeno è stato un’azione di jihad, perpetrata da musulmani contro non musulmani per adempiere all’obbligo coranico di islamizzare tutta la terra. Guerra, quella degli islamici contro gli “infedeli”, che continua indefessa e implacabile, e anche oggi ha mietuto le sue vittime – e a provvedere materialmente alla mietitura sono stati coloro che il mondo intero vorrebbe imporre a Israele come affidabili interlocutori di pace.
Sterminio di cristiani, sterminio di ebrei, sterminio di musulmani che vorrebbero pensare con la propria testa e non con quella di un assassino pedofilo vissuto un millennio e mezzo fa. Stermini regolarmente accompagnati da un indifferente silenzio. Ma io non tacerò. Io non mi stancherò di ricordare e denunciare perché, come dice Elie Wiesel, “Il
silenzio non aiuta mai la vittima, il silenzio aiuta sempre l'aggressore” e io, a differenza dei pacifisti di professione, non starò mai dalla parte dell’aggressore. E non smetterò di ricordare che siamo nati in libertà, e nessuno di noi ha il diritto di arrendersi, senza combattere, a chi questa libertà ce la vuole rubare.


barbara


3 maggio 2010

SALVIAMO LA RAGIONE

Con Elie Wiesel per difendere Gerusalemme

«Salviamo la Ragione»

Un gruppo di intellettuali e personalità ostentatamente rivendicando la loro ebraicità come segno di obiettività ha diffuso un "Appello alla ragione", dandogli la più ampia visibilità. In realtà, il contenuto va contro i suoi obiettivi dichiarati: la democrazia, la moralità, la solidarietà della diaspora, la preoccupazione del destino di Israele. La parte politica che lo sostiene è chiara a tutti.


1) L'idea di una pace imposta a Israele sotto attacco, anche l'intervento delle varie potenze, è una negazione della democrazia e del diritto internazionale, con aspetti neo-colonialisti. Essa viola la libera scelta dei cittadini della democrazia israeliana e crea un precedente pericoloso per tutte le altre democrazie.

2) Si basa su un presidente americano che non riesce ad affrontare la sfida mortale dell' Iran e dell’ Unione europea che si è globalmente identificata con la causa palestinese. Israele è sotto la minaccia di sterminio pronunciata da parte della Repubblica islamica dell'Iran e dei suoi satelliti, al nord con Hezbollah, al sud con Hamas nella Striscia di Gaza.

3) Mentre questi firmatari attribuiscono la responsabilità della situazione bloccata sul solo Israele, tutte le indagini obiettive dimostrano che né l'Anp né la società palestinese sono realmente interessate ad una pace giusta: 66,7% dei palestinesi rifiutano la creazione di un loro stato sulle frontiere del 1967, il 77,4% ha respinto l'idea che Gerusalemme possa essere la capitale di due stati (aprile 2010, sondaggio da parte dell'Università di Al-Najah di Nablus). La creazione di uno stato palestinese senza la conferma della volontà di pace del mondo arabo, senza eccezioni, esporrebbe il territorio di Israele a una debolezza strategicamente fatale.

4) «Appello alla ragione» soffre di amnesia: gli accordi di Oslo hanno portato ad un'ondata senza precedenti di terrorismo, il ritiro dal Libano alla nascita di Hezbollah - e le garanzie del Consiglio di Sicurezza si sono rivelate carta straccia. Il disimpegno da Gaza ha portato al colpo di stato da parte di Hamas e una pioggia di missili nell'arco di parecchi anni. Domani "Gerusalemme Est" e lo Stato di Palestina, saranno sotto il giogo di Hamas ? Il rammarico dei firmatari di questo appello non servirà a nulla ...

5) La morale e l’onore, l'impegno per la pace, non sono prerogativa di nessun campo. Sono ogni volta in gioco. Per le sue motivazioni parziali e di parte, questa " chiamata alla ragione" contribuisce ai tentativi di boicottaggio e di delegittimazione che minano lo stato d’Israele, e pregiudica gravemente l'esistenza della sua popolazione.


6) Davanti alle vere minacce che colpiscono Israele nella sua stessa esistenza e che compromettono le probabilità di una pace duratura in Medio Oriente, noi vogliamo costituire un movimento di opinione in seno all'unione europea di cui siamo cittadini, e che intende difendere e spiegare la legittimità dello Stato di Israele come parte di una vera pace, e la lotta contro l'antisemitismo che sta crescendo pericolosamente.

Chiediamo a tutti di firmare questa dichiarazione.

Firmate e fate firmare l'appello "Salviamo la Ragione"
Per firmare clicca sul seguente link http://www.dialexis.org



Io ho firmato, ora tocca a voi. Così come tocca a voi, perché io l’ho già fatto, leggere uno e due.

barbara


4 febbraio 2010

LA PUBBLICITÀ È L’ANIMA DEL COMMERCIO

Alla radio

- Lui: Tesooroo! Sono tornato!
- Lei: Accidenti!
- L’altro: E adesso che facciamo?
- Lei: Presto! Nasconditi sul balcone!
- L’altro: Con questo caldo?! E senza neanche una tenda da sole?!?!


Sul giornale

Temperatura record in un paese del Trentino: -47°.



Ma c’è anche che delira molto peggio di così.

barbara

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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